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Giubileo delle famiglie: Adriano Bordignon racconta la speranza delle famiglie

Il Rapporto annuale 2025 dell’Istat ha illustrato gli sviluppi demografici, sociali ed economici che hanno interessato l’Italia nell’anno appena trascorso: al 1° gennaio la popolazione residente in Italia è scesa sotto i 59.000.000: la natalità continua a calare, sfavorita dal ridotto numero di donne in età fertile: nel 2024 si sono registrate solo 370.000 nascite, quasi 200.000 in meno rispetto al 2008. La fecondità ha toccato un minimo storico di 1,18 figli per donna e prosegue il rinvio della genitorialità. Il saldo migratorio, pure essendo ampiamente positivo, è insufficiente a compensare la perdita di popolazione. Nel 2024 gli ingressi dall’estero sono 435.000, in aumento rispetto al periodo pre-pandemico.

A pochi giorni dal giubileo della famiglia, che si svolge dal 30 maggio al 1 giugno, abbiamo chiesto al presidente nazionale del Forum delle Famiglie, Adriano Bordignon, di raccontarci come sia possibile declinare il tema della speranza in chiave familiare: “Nel documento finale del Sinodo del 2024 vi è una descrizione molto bella della speranza che si annida nella famiglia: ‘Nonostante le fratture e le sofferenze che le famiglie sperimentano, restano luoghi in cui si apprende a scambiarsi il dono dell’amore, della fiducia, del perdono, della riconciliazione e della comprensione’.

In fondo, è proprio così. La famiglia è il primo luogo vocato alla speranza, che si genera naturalmente nelle relazioni familiari: quando ci scopriamo figli si genera in noi la certezza di essere stati amati e desiderati; nello sguardo di una madre ogni figlio cerca lo sguardo del padre, e la paternità è essenziale a ciascuno di noi per poterci aprire alla vita, al futuro, alla speranza; è tra fratelli che scopriamo una comune maternità e paternità, che ci lega e genera forze vitali; è nella relazione nonni-nipoti che scopriamo radici lontane che ci trascendono.

 Nell’intrecciarsi di queste relazioni, la famiglia che accoglie la vita, dice al proprio figlio: ‘Tu sei una promessa, perché in te è scritto il principio della vita’, con le sue domande inesauribili e il suo orizzonte di futuro. Questa ricchezza appartiene in sé al principio famiglia. Per questo è importante che i giovani credano in essa e desiderino costruirne una propria. Non esiste al mondo nessun un altro sistema di relazioni umane così potente, nel quale siano inscritte la speranza e la vita”.

Allora perché anche le famiglie fanno un giubileo?

“Il Giubileo è un tempo di grazia e rinnovamento, e le famiglie ne hanno bisogno. Vivono fatiche quotidiane, ma anche grandi speranze. Giubilare significa riconoscere che l’amore familiare, pur fragile, è parte di un disegno più grande. E’ il momento per riscoprire la vocazione generativa della famiglia, non solo biologicamente, ma anche culturalmente e socialmente”.

Le famiglie italiane possono davvero giubilare?

“Sì, anche se oggi è più difficile. Le famiglie si sentono spesso sole, senza sostegni adeguati. Il Giubileo può aiutarle a sentirsi parte di una comunità viva, che le riconosce come risorsa. Ma perché possano giubilare davvero, serve che le istituzioni smettano di considerarle un costo e inizino a sostenerle concretamente.  Papa Francesco nella bolla giubilare ‘Spes non confundit’ ci ricorda: ‘Guardare al futuro con speranza equivale ad avere una visione della vita carica di entusiasmo da trasmettere… in tante situazioni tale prospettiva viene a mancare e la prima conseguenza è la perdita del desiderio di trasmettere la vita’. Come famiglie ci sentiamo chiamate a riaccendere le fiaccole dell’entusiasmo e della speranza per offrire un contributo al bene”.

In quale modo le famiglie possono vivere la dimensione spirituale del Giubileo coniugandola con la vita sociale?

“Il Giubileo ci invita a dare segni visibili di speranza. Uno di questi può essere l’esperienza di volontariato che le famiglie possono far fare ai propri figli o fare con i propri figli, attivando in tal caso dinamiche fortemente educative. C’è un grandissimo bisogno di dedicarsi agli altri nei giovani. Prendersi cura, sentirsi utili, generare un sorriso quando doni qualcosa di te a un altro è ciò che apre un giovane al senso della propria vita e alla speranza. E’ ciò che ti fa uscire da te stesso e ti fa scoprire la ricchezza delle relazioni umane. E’ così che si generano solidarietà e bene comune”.

Quanto conta il Family Global Compact?

“E’ uno snodo importante con grandi potenziali ad oggi ancora non del tutto espressi. Promosso da Papa Francesco, è un patto educativo che coinvolge accademia, istituzioni e società civile per rimettere la famiglia al centro. Serve a costruire un nuovo modello culturale in cui la famiglia sia riconosciuta come motore di sviluppo umano, economico e sociale. Non c’è futuro senza famiglia. L’esperienza ce lo mette davanti gli occhi ma abbiamo bisogno di parole nuove per dirlo in un mondo che sta cambiando precipitosamente”.

Come rilanciare la cultura della natalità?

“Nella bolla ‘Spes non confundit’ viene sottolineato che la prima conseguenza di una speranza che si affievolisce è la perdita del desiderio di trasmettere la vita: a causa dei ritmi di vita frenetici, dei timori riguardo al futuro, della mancanza di garanzie lavorative e tutele sociali adeguate, di modelli sociali in cui a dettare l’agenda è la logica mercantilista anziché la centralità della persona e la cura delle relazioni. Ai potenziali genitori servono maggiori sicurezze e maggior coraggio.

Il crollo della fecondità a 1,18 figli per donna e il rinvio della genitorialità raccontano un disagio profondo. Le coppie non fanno figli perché mancano stabilità, servizi e fiducia nel futuro. Abbiamo bisogno di un ecosistema sociale favorevole alla vita e alla cura delle relazioni: sostegno al lavoro femminile, accesso alla casa, servizi per l’infanzia, rafforzamento dell’assegno unico. Ma serve anche un cambio di narrazione: tornare a raccontare la bellezza della vita e della famiglia”.

Perché il Forum punta sui giovani?

“Perché sono già il presente ma soprattutto sono il futuro, ma spesso non sono messi nelle condizioni di costruirlo. Il desiderio di famiglia esiste, ma è ostacolato da precarietà e solitudine e da modelli di umanesimo troppo individualisti e consumisti. Il Forum delle Famiglie lavora con i giovani con l’obiettivo di aiutarli a progettare la propria vita affettiva, professionale e sociale con consapevolezza e fiducia. Se non si investe su di loro, si la speranza si spegna come una candela privata dell’ossigeno”.

Cos’è il progetto ‘Fosbury’?

“Ispirato all’atleta Dick Fosbury, che rivoluzionò il salto in alto, inventando il salto dorsale e vincendo le olimpiadi a Città del Messico, è un percorso ‘capacitativo’ rivolto ai giovani. L’idea è quella di accompagnarli a superare gli ostacoli  della vita senza offrire scorciatoie o fare gli ‘adulti spazzaneve’, aiutandoli a scoprire le proprie risorse, il gusto della sfida e della vita sociale e a credere nella possibilità di una vita piena, anche familiare. E’ un investimento educativo per generare nuove relazioni e, nel tempo, nuova natalità, nuova cittadinanza, nuova speranza”.

(Tratto da Aci Stampa)

Don Antonio Ruccia presenta la Madre di Dio come donna del Giubileo

“Con una lettura originale e pungolante, don Antonio ci conduce, insieme con Maria, a toccare le ferite dell’umanità e a entrare in esse come se fossero delle feritoie o delle porte da attraversare, appunto, per irrorare i meandri tortuosi della storia con la luce del Vangelo e con lo stile di Gesù, che non è venuto per condannare il mondo, ma perché quest’ultimo sia salvato per mezzo di Lui”: così si legge nella prefazione del libro ‘Maria, donna del Giubileo’, scritto da don Antonio Ruccia, parroco della chiesa di San Giovanni Battista a Bari e docente di teologia pastorale al Pontificio Istituto di teologia della vita consacrata ‘Claretianum’ di Roma ed alla Facoltà teologica di Bari.

A lui chiediamo di spiegarci il motivo per cui Maria è la donna del Giubileo: “In tanti parlano di Maria come donna e madre di speranza. A lei attribuiscono il ruolo di corredentrice della salvezza e la indicano come modello all’umanità in cammino verso il cielo. Parlare di Maria come donna di un giubileo che ruota tutto intorno alla speranza ci offre l’opportunità di cogliere come la madre di Gesù è colei che, aprendo la porta del suo cuore, ha aperto un ingresso mai chiuso. Attraverso lei si raggiunge sempre il Cristo.

Ci accompagna e non lascia nessuno fuori. Se qualcuno pensa che possano esserci dei figli che non hanno la possibilità di passare ma semplicemente spassare dinanzi alla porta che è Cristo, si sbagliano del tutto. Maria è donna del giubileo perché come lei anche noi dobbiamo avere il coraggio di uscire dall’egoismo e dalla passività e cercare quanti non hanno la forza di avvicinarsi al Cristo. Maria è uscita dalla porta di Nazaret. Per noi è il tempo di uscire dalla porta del giubileo e cominciare nuovi cammini”.

Per quale motivo la Madre di Dio è madre dei ‘giubilanti’?

“Se diamo per acquisito il fatto che il giubileo dei credenti del terzo millennio è uscire dalla porta poco prima attraversata e poi mettersi in marcia per andare ad incontrare gli assenti della nostra società, Maria diventa la Madre dei giubilanti perché è lei che cerca i figli abbandonati e delusi. I tanti che oggi deviano e l’escalation delle violenze su tutti i fronti, dalle guerre in atto agli atti di bullismo e all’uso delle armi anche nelle nostre città, devono farci rendere conto che la proposta di Maria è quella di non arrendersi mai. I cammini di nuova evangelizzazione unitamente a quelli di carità devono segnare la strada per una Chiesa dell’intraprendenza e della disponibilità. Il giubileo non è un anno del calendario o un tempo della Chiesa. Il giubileo indicatoci da Maria è il tempo di tutti quelli che camminano insieme per cambiare insieme un mondo che boccheggia e che ansima per le situazioni di precarietà e di assenza di Dio dalla vita di tanti”. 

Perché la Madonna è ‘icona dell’accoglienza’?

“Accogliere fa sempre rima con raccogliere. Maria è la Madre che prima accogliere il Cristo e poi raccoglie altri figli. Proviamo per attimo a pensare a chi resta indietro. Ci sono tanti che arrancano e restano al palo: i poveri, i bambini affamati, le donne violentate, le persone che ogni giorno devono cercare qualcosa per sopravvivere. Voi pensate che una donna come Maria che si è inventata il Magnificat e lo ha cantato dinanzi ad un’altra donna gravida come Elisabetta si limiterebbe a stare dinanzi ad un computer o al piccolo schermo mentre i migranti muoiono in mare o vengono rimandati indietro perché gente di ‘basso rango’? Maria è donna sollecita perché, essendo uscita dalla porta giubilare, traccia la strada per tutte le forme di accoglienza e per le dinamiche di una Chiesa del post-modernismo e della nuova evangelizzazione che oltrepassi anche le logiche della semplice sacramentalizzazione su cui continua a poggiare la pastorale contemporanea. Il vero giubileo sta nell’uscire e non nel temporeggiare!”    

Per quale motivo, pur obbedendo a Dio, ella è una donna irriducibile?

“Se dovessi pensare, in questo momento dove potrebbe essere la Madre di Gesù che mai ha lasciato suo Figlio indifeso, non avrei esitazione nel dire che la troverei tra le “donne irriducibili”. Sono quelle che continuano a lottare per ottenere giustizia per i desaparesidos di Plaza de Mayo o tra le strade di Gaza dove si combatte per una ‘striscia’ abitata nella stragrande maggioranza da poveri. Pensate che qualcuno posso fermarla? Se qualcuno lo pensa, credo che non la incontrerà mai. Noi che con i rosari continuiamo a sgranare ‘ave Maria’, dobbiamo sgranare dalle logiche della guerra chi continua a creare sacche di morte su cui spesso siamo indifferenti. Gesù è il re della pace e Maria è colei che esce per indicare proprio questa strada”.  

In quale modo ci si può vestire ‘di giubileo come Maria’?

“Non basta emozionarsi nel vedere i figli muoversi durante un’ecografia. Bisogna prepararsi per vestirli di amore ed essere genitori. Maria è Colei che ci insegna a vestire di amore il mondo, svestendoci di ogni forma di passività. Questo significa aprire la porta del cuore e permettere al Signore di entrare ancora nelle nostre vite per camminare e ‘sfoggiare’ gli abiti dell’amore che la società dell’indifferenza continuare a snobbare”.  

(Tratto da Aci Stampa)

Luigino Bruni: il Giubileo è una ‘faccenda’ economica e sociale

“Il Giubileo biblico era soprattutto una faccenda economica e sociale. L’annuncio di un anno diverso, straordinario, quando si liberavano gli schiavi, si restituiva la terra ai proprietari originari, si rimettevano i debiti. La parola giubileo proviene dalla parola ebraica Jôbel, il suono del corno di montone con cui si aprivano alcune grandi feste. Ma forse vi è anche una eco di un’altra parola ebraica, jabal, che significava ‘restituire, mandar via’, che sottolinea le dimensioni sociali ed economiche. Il Giubileo era infatti un anno sabbatico al quadrato, che avveniva ogni sette anni sabbatici, quindi ogni 49 anni, arrotondati a 50”.

Con queste parole il prof. Luigino Bruni, docente di economia alla LUMSA di Roma e direttore scientifico di ‘The Economy of Francesco’ e presidente della Scuola di Economia civile, ha aperto l’incontro, nelle settimane scorse, sul giubileo ‘La speranza economica del Giubileo biblico tra passato e futuro’, svoltosi nelle scorse settimane nel complesso cistercense dell’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, invitato da don Rino Ramaccioni, in collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana diocesana, il Sermirr di Recanati ed il Sermit di Tolentino, spiegando il significato di esso: “Per capire il Giubileo cristiano occorre dunque guardare al Giubileo biblico, e per comprendere questo occorre partire dall’anno sabbatico e quindi dallo shabbat, dal sabato. Il luogo della Scrittura fondamentale è il capitolo 25 del Levitico. Lì troviamo i tre pilastri del Giubileo: la terra, i debiti, gli schiavi. Nel Giubileo si dovevano compiere, con maggiore radicalità, i gesti di fraternità umana (debiti e schiavi) e cosmica (terra e piante) che si celebrano ogni sette anni nell’anno sabbatico. In quell’anno speciale la terra deve riposare”.

Anche Gesù si rapporta a tale concetto di giubileo: “Gesù aveva ben presente il Giubileo, come ci ricorda Luca, che ci mostra Gesù appena tornato a Nazareth che nella sinagoga legge il capitolo di Isaia relativo proprio all’anno giubilare: ‘Lo Spirito del Signore è sopra di me… e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore’. Un ‘anno di grazia del Signore’, cioè un anno di liberazione: un anno giubilare. Gesù criticava uno shabbat che stava perdendo profezia per dirci che il Regno dei cieli è uno shabbat perenne, un settimo tempo che diventa tutto il tempo nuovo”.

Allora cosa è il giubileo biblico?

“Il giubileo è la profezia della bibbia di un anno diverso ogni sette anni, cioè sabbatico, ed ogni 50 anni un anno sabbatico al quadrato, in cui si liberavano gli schiavi, si rimettevano i debiti e si ridavano i terreni ai possessori originari. E’ un dispositivo anti idolatrico che c’è nella Bibbia per evitare che l’uomo diventi padrone della storia e delle persone. Quindi non lo abbiamo mai seguito e forse non si è mai fatto nella storia; però possiamo approfittare di questo anno giubilare per ricordarci che l’anno santo non riguarda le ‘colpe’ personali, ma è una faccenda economica, sociale e civile da vivere almeno una volta ogni 25 anni”.

Si può parlare di un ‘umanesimo’ giubilare?

“L’umanesimo biblico aveva tradotto questa dimensione di radicale gratuità del tempo e della terra con la grande legge del sabato e del giubileo, con la cultura del maggese, come si legge nel libro dell’Esodo. Non siamo noi i padroni del mondo. Lo abitiamo, ci ama, ci nutre e ci fa vivere, ma siamo suoi ospiti e pellegrini, abitanti e possessori di una terra tutta nostra e tutta straniera, dove ci sentiamo a casa e viandanti. La terra è sempre terra promessa, mèta di fronte a noi e mai raggiunta. E lo è anche la terra su cui abbiamo costruito la nostra casa, quella del nostro quartiere, quella dove cresce il grano del nostro campo”.

E’ un giubileo che comprende anche la natura?

“Alle radici della cultura biblica del maggese non c’è solo una tecnica saggia e sostenibile di coltivazione della terra. Nell’Esodo il maggese lo troviamo assieme al sabato e al giubileo, ed è quindi espressione di una legge più profonda e generale che riguarda la natura, il tempo, gli animali, le relazioni sociali, è profezia radicale di fraternità umana e cosmica. Puoi usare la terra sei giorni, non il settimo; puoi farti servire dal lavoro di altri uomini per sei giorni, non il settimo. Puoi e devi lavorare, ma non sempre, perché sempre lavoravamo quando eravamo schiavi in Egitto. L’animale domestico lavora sei giorni per te, ma il settimo non è per te. Il forestiero non è forestiero tutti i giorni, nel settimo è persona di casa con e come tutti. C’è una parte della tua terra e della tua ‘roba’ che non è tua, e che devi lasciare all’animale selvatico, allo straniero, al povero. Ciò che hai non è tutto e soltanto per te. Appartiene anche all’altro da te, che non è mai così ‘altro’ da uscire dall’orizzonte del ‘noi’. Tutti i veri beni sono beni comuni”.

Giubileo richiama anche il ‘settimo giorno’ cristiano?

“E’ vero; purtroppo ci siamo lasciati rubare il settimo giorno, lo abbiamo barattato con la cultura del week-end (dove i poveri sono ancora più poveri, gli animali ancora più soggiogati, gli stranieri ancora più stranieri). E la notte del settimo giorno sta inesorabilmente abbuiando gli altri sei. La terra non respira più, e a noi manca la sua aria. Abbiamo il dovere di ridonarle e ridonarci respiro, di ridonarlo ai nostri figli che hanno diritto a vivere in un mondo con un giorno diverso in più, a rifare l’esperienza del dono del tempo e della terra. Lo shabbat è allora caparra di un altro tempo, del ‘settimo tempo’ di Gioacchino da Fiore e dei francescani, di un tempo messianico quando tutto e tutti saremo solo e sempre shabbat”.

Quindi il giubileo è annuncio della liberazione degli schiavi?

“Il giubileo è questo, anche se poi nel mondo cattolico è diventata altra cosa. Mi auguro che questo tempo sia un momento propizio per ricordarci il significato di giubileo. Il giubileo non è una faccenda ‘privata’ di passare le porte e di confessarsi. Il giubileo è molto di più”.

Nella storia i francescani nel 1425, che è anche anno giubilare, crearono i Monti di Pietà ed i Monti frumentari: il giubileo è anche un momento comunitario?

“I Monti frumentari cercavano di arginare all’usura e stiamo riscoprendo in tutta Italia queste ‘banche’ del grano ed in questo giubileo è un occasione per riscoprire l’attenzione economica del giubileo. Senza questa dimensione di gratuità e di rispetto del mistero che siamo, alla vita manca quello spazio di libertà e generosità dove vive l’humus spirituale che fa maturare il ‘già’ nel ‘non-ancora’. E’ il luogo intimo e prezioso della generatività più feconda. E’ lì, nella terra libera perché non ‘messa a reddito’ per noi, dove ci raggiungono le grandi sorprese della vita che la cambiano per sempre, dove nasce la creatività vera”.

(Tratto da Aci Stampa)

Il convegno mariano all’Istituto di Scienze Religiose “Alberto Marvelli”

«Nell’ambito dei festeggiamenti per i 175 anni dal prodigio del quadro della Madonna della Misericordia – afferma don Giuseppe Pandolfo, rettore del Santuario della Madonna della Misericordia – noi Missionari del Preziosissimo Sangue, unitamente alla Congregazione delle Sorelle dell’Immacolata, istituzione riminese che celebra i 100 anni dalla sua fondazione, e in collaborazione con l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Alberto Marvelli, proponiamo un convegno mariano dal titolo Maria e Rimini: un legame indissolubile. Questo ciclo di incontri ci permetterà di riflettere non solo su Maria, nel mese a Lei dedicato, ma anche di approfondire come la figura della Vergine si intreccia con la storia della città riminese».

Sono previsti tre incontri di approfondimento dal 20 al 22 maggio alle ore 20:45. Martedì 20 maggio, presso la Sala Manzoni della diocesi di Rimini, la prof.ssa Rosanna Virgili parlerà della maternità di Maria come luogo evolutivo dell’umano. Mercoledì 21 maggio, presso il Santuario della Madonna della Misericordia, sarà la volta di don Gabriele Gozzi, vicedirettore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Alberto Marvelli. Infine, sempre nello stesso Santuario, giovedì 22 maggio si terrà lo spettacolo musicale con i Divivaluce, band specializzata in spettacoli musicali a tema sacro.

«Il Magnificat è l’inno che dà voce all’umanità: l’intervento misericordioso di Dio riplasma il tempo rigenerando la storia – spiega don Marco Casadei, direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Alberto Marvelli. Attraverso Maria siamo ricondotti dalla morte alla vita. La nostra città ha legato luoghi e tempi alla devozione mariana intrecciandola alla sua storia nello scrigno dell’arte sacra del nostro territorio.  Questo convegno offre l’occasione per irrorare questa trama preziosa di fede e sapienza».

«Un ringraziamento va alla Commissione giubilare, perché questo evento è stato inserito all’interno degli appuntamenti del Giubileo vissuto nella nostra diocesi – concludono don Giuseppe Pandolfo e don Marco Casadei. Un grazie speciale va al vescovo di Rimini, mons. Nicolò Anselmi, al Vicario generale e a tutti coloro che hanno sostenuto questo progetto. Ci auguriamo che questo appuntamento possa portare frutto nella vita della diocesi e della città».

Rimini festeggia il 175° anniversario del prodigio della sua Patrona

«Nel Vangelo di Giovanni – afferma mons. Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini – Gesù, dalla croce, affida il discepolo amato a Maria: ‘Ecco tua madre’. È un gesto che ci ricorda come l’amore di Dio si compia anche attraverso la tenerezza e la misericordia di Maria, madre della Chiesa e madre di ciascuno di noi. Nel cuore di questo Anno Giubilare, il tema della misericordia assume un significato ancora più profondo: Dio non guarda i nostri peccati, ma ci offre sempre la possibilità di ricominciare. Il suo perdono è la prima, fondamentale forma di misericordia: un invito continuo alla conversione, alla fiducia, alla speranza.

La festa della Madonna della Misericordia di Rimini quest’anno assume un carattere speciale. Ricorrono infatti i 175 anni dal miracolo degli occhi, un evento che continua a parlare al cuore dei fedeli, richiamandoci alla presenza viva di Maria nella nostra storia e nel nostro cammino di fede. Non a caso, il Santuario è stato scelto tra i diciotto luoghi giubilari della nostra Diocesi, segno di una grazia che continua a fluire. La solennità sarà arricchita anche dalla partecipazione della parrocchia di Fiumicino di Savignano sul Rubicone, che animerà la processione con suggestivi quadri viventi realizzati da bambini, ragazzi e adulti: un gesto bello e coinvolgente, che unisce generazioni diverse nella devozione e nella bellezza.

Desidero inoltre sottolineare un gesto particolarmente significativo: il quadro della Madonna della Misericordia sarà portato anche in carcere, a testimonianza che nessun luogo è escluso dalla carezza di Dio. Anche dietro le sbarre, Maria guarda i suoi figli con occhi pieni di amore. Affidiamoci dunque a Lei, Madre della Misericordia, perché ci accompagni con dolcezza verso una fede sempre più viva e un cuore sempre più aperto agli altri».

Il Santuario della Madonna della Misericordia, affidato alla cura pastorale della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, si prepara a vivere un’intensa settimana di celebrazioni ad iniziare dal triduo di preparazione, predicato da don Vincenzo Giannuzzi, Missionario del Preziosissimo Sangue, che accompagnerà i fedeli attraverso tre giornate, ciascuna dedicata a un’intenzione particolare.

Mercoledì 7 maggio sarà la giornata del malato, durante la quale verrà amministrato il Sacramento dell’Unzione degli Infermi. Giovedì 8 maggio, giornata dedicata alla vita e alle vocazioni, si terrà alle ore 21:00 la catechesi di fra’ Roberto Pasolini, Predicatore della Casa Pontificia. Venerdì 9 maggio la comunità si riunirà per una giornata di preghiera per la pace, con la veglia mariana delle ore 21:00.

I festeggiamenti proseguiranno sabato 10 maggio alle ore 20:30, con la solenne concelebrazione eucaristica nella Basilica Cattedrale presieduta da mons. Nicolò Anselmi. Al termine della Messa si svolgerà la processione con il quadro prodigioso della Madonna della Misericordia. Domenica 11 maggio alle ore 21:00, si terrà un concerto in onore della Madonna curato dalla Cappella Musicale Malatestiana.

Lunedì 12 maggio, festa liturgica della Madonna della Misericordia, alle ore 11:15 si terrà la Santa Messa presieduta da don Benedetto Labate, direttore della Provincia Italiana dei Missionari del Preziosissimo Sangue, mentre alle 18:00 seguirà una celebrazione animata dalla Famiglia Salesiana di Rimini, presieduta dal direttore don Roberto Smeriglio. Infine, mercoledì 14 maggio alle ore 18:00, si terrà una solenne celebrazione presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo emerito di Genova. Nel corso della settimana i bambini della scuola dell’infanzia e della primaria degli istituti Maestre Pie e Sant’Onofrio renderanno omaggio a Maria con una simbolica offerta floreale.

«La festa della Madonna della Misericordia – evidenzia don Giuseppe Pandolfo, Missionario del Preziosissimo Sangue e rettore del Santuario – rappresenta un appuntamento di grande significato non soltanto per la comunità cristiana, ma per l’intera cittadinanza riminese e non solo. Nel corso degli anni, questo evento ha profondamente segnato la vita della città, contribuendo alla trasformazione della piccola chiesa di Santa Chiara nell’attuale Santuario della Madonna della Misericordia, oggi mèta di numerosi pellegrini, fedeli e turisti. Un sentito ringraziamento a tutti i collaboratori del Santuario che, a vario titolo, hanno contribuito alla preparazione degli eventi; alle autorità civili e militari che prenderanno parte ai festeggiamenti; al sindaco di Rimini, Jamil Sadegholvaad, e alla diocesi di Rimini, nella persona del vescovo, mons. Nicolò Anselmi».

La ‘Tenda degli Avvolti’ a Torino per vivere la spiritualità della Sacra Sindone

Fino a lunedì 5 maggio è possibile visitare la ‘Tenda di Avvolti’ in piazza Castello a Torino, allestita nell’ambito delle iniziative per la Festa della Sindone ed il Giubileo della Speranza, inaugurata alla presenza della vicesindaco di Torino, Michela Favaro, dell’assessore alle Politiche sociali della Regione Piemonte, Maurizio Marrone, del prefetto di Torino Donato Cafagna, di Adriana Acutis, vicepresidente della Fondazione Carlo Acutis e del vescovo ausiliare di Torino mons. Alessandro Giraudo, che ha dedicato l’iniziativa a papa Francesco:

“Dedichiamo questo luogo e questa iniziativa alla memoria di papa Francesco, in ricordo del suo ministero e della sua testimonianza di Vangelo. Questa riproduzione digitale  permette di sperimentare un modo nuovo di incontrare la Sindone. Grazie alla tecnologia, alla Tenda di Avvolti i visitatori non sono solo spettatori, ma al contempo diventano partecipi, perché è data loro la possibilità di entrare ancora di più nella profondità del mistero dell’Uomo della Sindone. Spettatori coinvolti, avvolti, perché pur contemplandola in digitale, l’incontro con il Telo sindonico è una esperienza vera”.

La ‘Tenda di Avvolti’ è suddivisa in tre sezioni: nella prima è proposta una visita inedita alla Sindone, grazie a una nuova installazione immersiva (un tavolo interattivo che riproduce il Telo a grandezza naturale e altri supporti multimediali) progettata per offrire un’esplorazione dettagliata e coinvolgente della Sindone, accompagnata da narrazioni e approfondimenti visivi. Una seconda area è sede della mostra ‘volti nel Volto’, curata dalla Fondazione Carlo Acutis. Il terzo spazio ospita un ricco programma di conferenze quotidiane, da quelle del ciclo ‘Tutti Santi’, dedicato in modo particolare alle più recenti e alle prossime canonizzazioni, agli incontri sulla Sindone, tra storia, scienza e fede, e ad altri temi come arte e spiritualità.

Al dott. Mauro Gentile, componente ufficio stampa ‘Avvolti’, abbiamo chiesto spiegazione di questa iniziativa: “Offrire, nel contesto dell’Anno giubilare e non essendo prevista un’ostensione pubblica, un’occasione di riflessione e conoscenza della Sindone, icona della Passione del Signore e anche patrimonio culturale di Torino e del Piemonte.  Con questo obiettivo sono state ideate e programmate dalla Chiesa torinese le iniziative di ‘Avvolti’, che il capoluogo piemontese ospita nei giorni della Festa della Sindone, fino al 5 maggio. Perché chiamarla ‘Avvolti’? E’ una parola che evoca un abbraccio, come quello del Telo sindonico intorno al corpo del Crocifisso, lo stesso con cui Dio accoglie ogni persona”.

Per quale motivo si è creata questa esperienza immersiva e non una esposizione?

“La Tenda della Sindone allestita a Torino, in piazza Castello, e cuore delle iniziative di ‘Avvolti’, propone un’esperienza inedita e innovativa grazie al supporto delle tecnologie digitali, offrendo l’opportunità di ‘conoscere’ il Telo da vicino, come non è mai stato possibile fino ad ora. Un tavolo delle stesse dimensioni della Sindone riproduce l’immagine virtuale del Telo, e offre la possibilità di esplorare e ‘toccare con mano’ i dettagli dell’immagine. E’ un’esperienza che si può definire ‘globale’.

Infatti, il tavolo interattivo e il programma di lettura virtuale ravvicinata della Sindone non dureranno solo otto giorni: dopo la chiusura della Tenda sarà infatti ancora possibile effettuare un’esperienza di lettura interattiva collegandosi da smartphone, tablet e pc, da ogni parte del mondo. Sono anche attivi i social su Instagram e Facebook (@avvolti), oltre ai contenuti esclusivi che si trovano sul sito www.avvolti.org.

Il programma di lettura è realizzato da Reply, società specializzata in consulenza digital e tecnologica, nata a Torino e oggi presente in tutto il mondo. L’allestimento della Tenda Sindone e delle opere connesse ha coinvolto diverse imprese specializzate italiane, coordinate dalla torinese Eventum. Per visitare la Tenda della Sindone, che fino al 5 maggio ospita anche la mostra ‘volti nel Volto’ della Fondazione ‘Acutis’ ed una serie di incontri dedicati alla Sindone sotto gli aspetti di storia, scienza e fede, ai Santi sociali legati a Torino e a Guarino Guarini, l’architetto che progettò la Cappella della Sindone, è necessario prenotare attraverso il sito web www.avvolti.org .

Cosa c’è sotto il Telo? Ma soprattutto cosa dice oggi la Sindone ai giovani?

“Un invito, quello di vivere la vita con speranza. E, vedendo Telo sindonico una testimonianza della Passione, della Morte e della Resurrezione di Gesù, anche il messaggio che dopo il buio, anche quello che pare più assoluto, Dio può sempre intervenire per portare la luce. Quel volto e il corpo impressi nel Lino sono quelli di uno sconfitto dalla storia, come sconfitti lo sono, anche oggi, tanti donne e uomini che vivono nella guerra, che sono malati, disoccupati, anziani che si sentono soli e abbandonati.

Ma nell’orizzonte dell’eternità le sconfitte della storia non sono l’ultima parola, perché vi è la speranza che interviene proprio laddove si prova l’esperienza dell’abbandono e della drammaticità della vita. Nella tradizione cristiana è Dio ciò che rappresenta la speranza e con tali occhi dobbiamo guardare al Volto dell’Uomo della Sindone, che è anche il ‘calco’ della Resurrezione e ricorda sempre a tutti noi che Dio può sempre intervenire e portare luce laddove vi sono tenebre”.

Qual è il rapporto della città con la Sindone?

“Da secoli la storia di Torino è intimamente legata a quella della Sindone, ai suoi infiniti significati e la sua capacità di parlare all’umanità. La città ha infatti, tessute nella propria memoria e nelle sue fibre, l’attenzione verso l’altro, la capacità di accogliere e includere, il senso di una pìetas consapevole e umanissima. Qui la fratellanza è da sempre fatta di azioni concrete. Non è certo un caso che il carattere di Torino, non si può dimenticare, sia stato ed è a tutt’oggi fortemente segnato dall’opera dei suoi santi sociali”.

(Tratto da Aci Stampa)

Card. Parolin: la misericordia è la gioia del Vangelo

“Gesù Risorto si presenta ai suoi discepoli, mentre si trovano nel cenacolo dove si sono rinchiusi per paura, con le porte sbarrate. Il loro stato d’animo è turbato e il loro cuore è nella tristezza, perché il Maestro e Pastore che avevano seguito lasciando tutto è stato inchiodato sulla croce. Hanno vissuto cose terribili e si sentono orfani, soli, smarriti, minacciati e indifesi”: è stato il card. Pietro Parolin, già Segretario di Stato, a presiedere la celebrazione eucaristica sul sagrato della Basilica Vaticana nel secondo giorno dei Novendiali in suffragio di papa Francesco, nella domenica dedicata alla Divina Misericordia, a cui hanno partecipato i dipendenti ed i fedeli della Città del Vaticano, nonché gli adolescenti convenuti a Roma per il Giubileo ad essi dedicato.

Nell’omelia il card. Parolin ha sottolineato il dolore per la morte di papa Francesco: “L’immagine iniziale che il Vangelo ci offre in questa domenica può rappresentare bene anche lo stato d’animo di tutti noi, della Chiesa e del mondo intero. Il Pastore che il Signore ha donato al suo popolo, papa Francesco, ha terminato la sua vita terrena e ci ha lasciati. Il dolore per la sua dipartita, il senso di tristezza che ci assale, il turbamento che avvertiamo nel cuore, la sensazione di smarrimento: stiamo vivendo tutto questo, come gli apostoli addolorati per la morte di Gesù”.

Però, riprendendo l’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’, la resurrezione di Gesù ‘riempie il cuore’ di gioia con un preciso riferimento riferito ai giovani: “Eppure, il Vangelo ci dice che proprio in questi momenti di oscurità il Signore viene a noi con la luce della risurrezione, per rischiarare i nostri cuori… La gioia pasquale, che ci sostiene nell’ora della prova e della tristezza, oggi è qualcosa che si può quasi toccare in questa piazza; la si vede impressa soprattutto nei vostri volti, cari ragazzi e adolescenti che siete venuti da tutto il mondo a celebrare il Giubileo. Venite da tante parti: da tutte le Diocesi d’Italia, dall’Europa, dagli Stati Uniti all’America Latina, dall’Africa all’Asia, dagli Emirati Arabi … con voi è realmente presente il mondo intero!”

Ed ha ricordato il desiderio di papa Francesco di incontrarli per raccontare loro la speranza di Cristo: “Di fronte alle tante sfide che siete chiamati ad affrontare (ricordo, ad esempio, quella della tecnologia e dell’intelligenza artificiale che caratterizza in modo particolare la nostra epoca)  non dimenticate mai di alimentare la vostra vita con la vera speranza che ha il volto di Gesù Cristo”.

E’ stata un’esortazione a non sentirsi ‘abbandonati’: “Nulla sarà troppo grande o troppo impegnativo con Lui! Con Lui non sarete mai soli né abbandonati a voi stessi, nemmeno nei momenti più brutti!  Egli viene ad incontrarvi là dove siete, per darvi il coraggio di vivere, di condividere le vostre esperienze, i vostri pensieri, i vostri doni, i vostri sogni, di vedere nel volto di chi è vicino o lontano un fratello e una sorella da amare, ai quali avete tanto da dare e tanto da ricevere, per aiutarvi ad essere generosi, fedeli e responsabili nella vita che vi attende, per farvi comprendere ciò che più vale nella vita: l’amore che tutto comprende e tutto spera”.

Inoltre in questa seconda domenica di Pasqua, dedicata alla Divina Misericordia, ha sottolineato che essa è stata la caratterizzazione del magistero del papa: “Proprio la misericordia del Padre, più grande dei nostri limiti e dei nostri calcoli, è ciò che ha caratterizzato il magistero di papa Francesco e la sua intensa attività apostolica, insieme all’ansia di annunciarla e condividerla con tutti (l’annuncio della buona novella, l’evangelizzazione) che è stato il programma del suo pontificato. Egli ci ha ricordato che ‘misericordia’ è il nome stesso di Dio, e, pertanto, nessuno può porre un limite al suo amore misericordioso con il quale Egli vuole rialzarci e renderci persone nuove”.

E’ stato un invito ad accogliere la sua ‘eredità’ pastorale: “E’ importante accogliere come un tesoro prezioso questa indicazione su cui Papa Francesco ha tanto insistito. E, permettetemi di dire, il nostro affetto per lui, che si sta manifestando in queste ore, non deve restare una semplice emozione del momento; la Sua eredità dobbiamo accoglierla e farla diventare vita vissuta, aprendoci alla misericordia di Dio e diventando anche noi misericordiosi gli uni verso gli altri”.

Infatti la misericordia è il ‘cuore’ della fede: “Ci ricorda che non dobbiamo interpretare il nostro rapporto con Dio e il nostro essere Chiesa secondo categorie umane o mondane, perché la buona notizia del Vangelo è anzitutto la scoperta di essere amati da un Dio che ha viscere di compassione e di tenerezza per ciascuno di noi a prescindere dai nostri meriti; ci ricorda, inoltre, che la nostra vita è intessuta di misericordia: noi possiamo rialzarci dopo le nostre cadute e guardare al futuro solo se abbiamo qualcuno che ci ama senza limiti e ci perdona”.

La misericordia pone una nuova visione di vita: “E, perciò, siamo chiamati all’impegno di vivere le nostre relazioni non più secondo i criteri del calcolo o accecati dall’egoismo, ma aprendoci al dialogo con l’altro, accogliendo chi incontriamo lungo il cammino e perdonando le sue debolezze e i suoi errori. Solo la misericordia guarisce e crea un mondo nuovo, spegnendo i fuochi della diffidenza, dell’odio e della violenza: questo è il grande insegnamento di papa Francesco”.

Infine il card. Parolin ha ricordato che papa Francesco ha evidenziato che la pace può sussistere solo attraverso il perdono: “Così, il Signore Risorto stabilisce che i suoi discepoli, la sua Chiesa, siano strumenti della misericordia per l’umanità per coloro che desiderano accogliere l’amore e il perdono di Dio.

Papa Francesco è stato testimone luminoso di una Chiesa che si china con tenerezza verso chi è ferito e guarisce con il balsamo della misericordia; e ci ha ricordato che non può esserci pace senza il riconoscimento dell’altro, senza l’attenzione a chi è più debole e, soprattutto, non può esserci mai la pace se non impariamo a perdonarci reciprocamente, usando tra di noi la stessa misericordia che Dio ha verso la nostra vita”.

(Foto: Santa Sede)

Un ringraziamento a papa Francesco per la trasmissione della gioia del Vangelo

“Nel Nome della Santissima Trinità. Amen. Sentendo che si avvicina il tramonto della mia vita terrena e con viva speranza nella Vita Eterna, desidero esprimere la mia volontà testamentaria solamente per quanto riguarda il luogo della mia sepoltura. La mia vita e il ministero sacerdotale ed episcopale ho sempre affidato alla Madre del Nostro Signore, Maria Santissima. Perciò, chiedo che le mie spoglie mortali riposino aspettando il giorno della risurrezione nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore”.

Questo è il testamento di papa Francesco, redatto tre anni fa e reso noto dopo la sua morte, in cui ha dato disposizioni per la sua sepoltura; “Desidero che il mio ultimo viaggio terreno si concluda proprio in questo antichissimo santuario Mariano dove mi recavo per la preghiera all’inizio e al termine di ogni Viaggio Apostolico ad affidare fiduciosamente le mie intenzioni alla Madre Immacolata e ringraziarLa per la docile e materna cura.

Chiedo che la mia tomba sia preparata nel loculo della navata laterale tra la Cappella Paolina (Cappella della Salus Populi Romani) e la Cappella Sforza della suddetta Basilica Papale come indicato nell’accluso allegato. Il sepolcro deve essere nella terra; semplice, senza particolare decoro e con l’unica iscrizione: Franciscus”.

Quindi sabato 26 aprile alle ore 10, primo giorno dei Novendiali, sul sagrato della basilica di San Pietro sarà celebrata la Messa esequiale del Romano Pontefice Francesco, secondo quanto previsto nell’Ordo Exsequiarum Romani Pontificis (nn. 82-109), come ha reso noto l’Ufficio delle celebrazioni liturgiche pontificie: “La Liturgia esequiale sarà presieduta dal card. Giovanni Battista Re, decano del Collegio Cardinalizio. Dopo i funerali il feretro di Bergoglio sarà portato nella basilica di San Pietro e da lì nella basilica di Santa Maria Maggiore per la tumulazione, secondo le sue disposizioni testamentarie”.

Un papato che sarà ricordato per i suoi gesti ‘profetici’, come hanno ricordato i vescovi italiani: “Con parole incisive e gesti profetici, Francesco si è rivelato davvero Pastore di tutti secondo il cuore misericordioso del Padre. Sin dall’inizio del suo ministero petrino, ha mostrato una particolare vicinanza al suo gregge, che ha condotto con sapienza e coraggio. In particolare, i Vescovi italiani gli sono grati per il costante dialogo e, soprattutto, per aver incarnato per primo quello straordinario programma di vita che aveva sintetizzato invitando ad essere sacerdoti con l’odore delle pecore e il sorriso dei padri”.

Ritornando agli inizi del pontificato per i vescovi il saluto di presentazione ha delineato il suo rapporto con la gente: “Torna alla mente il ‘buona sera’ con cui si è presentato alla Chiesa e al mondo intero: quel saluto ha rappresentato uno spartiacque, l’inizio di un rapporto tra un padre e i suoi figli a cui ha ricordato quanto il Vangelo sia attraente, gioioso, capace di dare risposta alle tante domande della storia, anche a quelle sopite o soffocate. Da padre, ha indicato la via dell’ascolto e della prossimità, incoraggiando a uscire dalle logiche del consenso, dell’abitudine, dalla tentazione dello scoraggiamento o del potere che limita lo sguardo all’io senza aprirlo al noi”.

In questi giorni tutte le diocesi pregano con le messe in suffragio di papa Francesco ed alcuni messaggi per esprimere l’affetto per il papa deceduto, come il video messaggio da Gerusalemme del card. Pierbattista Pizzaballa: “Ieri abbiamo celebrato il giorno della Resurrezione, oggi Dio ha chiamato a sé papa Francesco. Una connessione significativa tra la celebrazione della vita e dell’amore con la Resurrezione ed oggi papa Francesco è stato chiamato a vedere il viso di Dio. Noi, come chiesa di Gerusalemme, preghiamo per la sua anima”.

Nel video il patriarca gerosolimitano ha ricordato “le continue telefonate, non solo Gaza, per avere informazioni sulla situazione esprimendo la sua preoccupazione e anche la sua solidarietà concreta quando riceveva offerte speciali dalla gente, donazioni, voleva sempre lasciare qualcosa per la parrocchia di Gaza e la gente del posto. In un certo senso, Gaza è stato in qualche maniera uno dei simboli del suo pontificato.

E’ stato sempre vicino ai poveri, contro la guerra, che definiva ‘una sconfitta’, per il lavoro e per la pace… Ora dobbiamo pregare per lui; sicuramente ora sta pregando per noi, quindi siamo uniti nella preghiera con una serena fiducia e speranza che Dio continui ad accompagnare la vita della Chiesa, che papa Francesco ha servito per tanti anni”.   

In Italia dalla diocesi di Ascoli Piceno mons. Gianpiero Palmieri ha espresso un ringraziamento per il magistero di papa Francesco: “Noi sappiamo che egli vive in Dio e intercede per la Chiesa intera. Ringraziamo il Signore per averci donato Papa Francesco. Lo ringraziamo per il suo magistero grande e profondo, che ha dato alla Chiesa una nuova spinta missionaria, chiamandola a quella conversione che le permetta di essere più fedele al Vangelo. Ringraziamo il Signore per il magistero di Papa Francesco a favore del mondo intero, per la pace, la giustizia sociale, l’ecologia la difesa della dignità del lavoro, l’attenzione agli scartati della storia.

In particolare lo piangono i pescatori di San Benedetto, gli operai della Beko e tutti i poveri che da lui si sono sentiti capiti e difesi. La sua vicinanza si è concretizzata anche nel drammatico momento del terremoto che ha colpito la nostra comunità. Ricordiamo tutti con gratitudine la sua visita nell’ottobre del 2016 nelle zone devastate, portando conforto e speranza alle persone colpite dalla tragedia. Papa Francesco, non dimenticheremo mai il tuo insegnamento!”

Mentre l’arcivescovo di Spoleto-Norcia, mons. Renato Boccardo, ha espresso gratitudine per la sua fedeltà al Vangelo ed all’umanità: “Abbiamo visto la sua fragilità e la debolezza delle sue condizioni fisiche, e tuttavia sentiamo comunque un sentimento: siamo orfani. Il papa è il padre di tutti, la sua partenza ci ferisce e ci lascia soli, però abbiamo appena celebrato la Pasqua di Resurrezione del Signore e allora ci piace pensare che papa Francesco è accolto nella casa del Padre dall’abbraccio della misericordia di Dio.

Al papa va la nostra gratitudine per il servizio di pastore della Chiesa universale, per la sua dedizione alla causa del Vangelo e dell’uomo. Da lui impariamo a essere discepoli fedeli del Signore Gesù. Lo accompagniamo, con la nostra preghiera e la nostra riconoscenza, all’incontro con il Signore risorto perché possa anche lui partecipare di quella vita che non muore che Gesù ci ha donato risorgendo dalla morte e vincendo il male, lasciando il suo sepolcro vuoto dal quale ancora ci viene la Luce della vita che non muore”.

Il card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, ha ringraziato il papa per aver comunicato la gioia del Vangelo: “Il papa se n’è andato nell’Anno della Speranza, il Giubileo che aveva tanto desiderato. Ora è davanti al Signore ed era questa la sua grande speranza, che papa Francesco ha cercato di condividerci: la notizia che un giorno saremo tutti nell’abbraccio di Dio”.

Ed ha comunicato questa gioia attraverso la misericordia di Dio: “Il papa Francesco ha cercato di comunicare l’amore di Dio con ogni mezzo e ad ogni latitudine, l’ha fatto con parole semplici che tutti potevano comprendere: ha spiegato ai potenti della Terra e agli ultimi, ai poveri, alle persone scartate, che il volto di Dio è innanzi tutto Misericordia e questo volto è in grado di cambiare il nostro cuore, può addirittura cambiare il corso della storia.

Speranza, Misericordia. Come suonano diverse, queste parole, di fronte alle regole imperanti della guerra e della sopraffazione! Basta prenderle sul serio. Credo che sia per questo messaggio mite e sorridente che il Papa è stato tanto amato dagli uomini e dalle donne del nostro tempo, anche da chi non crede; per questo messaggio è stato riconosciuto come riferimento fondamentale negli equilibri internazionali. Nelle ore dell’addio, vorrei che raccogliessimo le parole che il Papa ci ha lasciato in consegna”.

Anche i vescovi della Lombardia lo ringraziano per la testimonianza evangelica: “Appresa la notizia della morte del nostro amato Papa Francesco i Vescovi della Lombardia sono vicini alla chiesa di Roma per la perdita del loro Vescovo, segno visibile di comunione fra le Chiese sparse per tutta la terra e lo ringraziano per la sua coraggiosa e radicale testimonianza d’amore fino all’ultimo giorno della sua vita”.

Il vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, mons. Andrea Migliavacca, ha rivolto gratitudine a Dio per il papa: “Anche a nome di tutta la nostra comunità diocesana, desidero esprimere sentimenti di grande gratitudine al Signore per il generoso ministero di papa Francesco, per la sua radicale testimonianza del Vangelo e per il bene che ha fatto alla Chiesa, al mondo e a tutti noi. In un momento storico nel quale la guerra sembra tornare prepotentemente a occupare l’orizzonte delle nostre vite, con papa Francesco la Chiesa cattolica, i credenti e il mondo intero perdono un punto di riferimento fermo, che ha sempre richiamato, dall’inizio del suo pontificato e fino al suo compimento, l’urgenza della pace”.

“Il Papa della Speranza nasce oggi al Cielo”: con commozione la Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV si unisce al cordoglio della Chiesa universale per la morte di papa Francesco, che è stato vicino ai poveri: “Il Pontefice che ha dato voce agli ultimi, che ha camminato accanto ai poveri e che ha indicato al mondo la via della misericordia, lascia un’impronta indelebile nei cuori di milioni di persone. Oggi, in ogni città d’Italia, le nostre Conferenze si stringono in preghiera. La sua straordinaria attenzione verso i più fragili e il suo incessante appello a contrastare la cultura dello scarto e ad accogliere chi è ai margini, chi soffre la malattia, la solitudine, l’esclusione, la privazione della libertà, rappresentano valori che sentiamo profondamente nostri. Valori che costituiscono il cuore stesso del carisma della Società di San Vincenzo De Paoli”.

Per questo la presidente nazionale, Paola Da Ros, ha ricordato gli incontri dell’associazione con il papa: “Il Santo Padre ci ha sempre spronati ad essere ‘Chiesa in uscita’, testimoni di un Vangelo vivo, concreto, incarnato nei gesti quotidiani della Carità. Papa Francesco, ‘il Papa della Speranza’, ci lascia in eredità una testimonianza potente e umile, capace di parlare al cuore di ogni uomo e donna. La sua voce, che si è levata senza timore contro le ingiustizie, rimarrà viva nei nostri gesti, nel nostro servizio e nella nostra preghiera”.

Mentre Antonio Lissoni, presidente di AIFO, ha ricordato quella sera di cinque anni fa in una piazza san Pietro deserta: Non possiamo dimenticare quel 27 marzo 2020 quando quest’uomo, solo, stanco, preoccupato è in una piazza san Pietro inesorabilmente e disumanamente vuota a pregare per la pandemia. Ha scritto quattro encicliche, tutte importanti, nella ‘Laudato sì’ ci chiama alla responsabilità verso il creato, ma nella ‘Fratelli tutti’ ci ha concretamente mostrato il suo pensiero, che incarna l’amore di Dio per l’uomo”.

Non ha dimenticato il suo impegno per la pace ed il dialogo: “E’ il Papa della pace, del dialogo con tutti, in particolare con i non credenti, e con tutte le religioni, un dialogo improntato sull’umanità, sul rifiuto della forza e delle armi, sulla condanna costante della guerra, del terrore, della disumanità di atti che purtroppo continuano ad uccidere e ad offendere la dignità dell’essere persona. Ci ha lasciato come ha sempre vissuto, ieri era fra la gente, con la sua voce flebile e tutta la sua sofferenza, senza risparmiarsi, senza pensare a sé stesso, ma al bisogno di tutti di saperlo tra noi”.

Infine anche Flavio Lotti, presidente della Fondazione ‘PerugiAssisi per la Cultura della Pace’, ha ringraziato il papa per l’incoraggiamento alla pace: “Grazie papa Francesco perché ci hai voluto bene. Grazie papa Francesco perché ti sei preso cura di noi e dell’umanità intera. Grazie papa Francesco perché hai fatto l’impossibile per rigenerare la nostra umanità. Grazie papa Francesco per il tuo fermo e costante impegno contro la guerra e la ‘peste’ delle armi che la alimenta senza pietà. Grazie papa Francesco per il tuo fermo e costante impegno per la pace che ci hai aiutato a conoscere, a difendere e soprattutto a fare, nel piccolo e nel grande, con i vicini e con i lontani, tra i popoli e con la natura.

Grazie papa Francesco perché hai voluto e saputo accogliere tutti e tutte nella tua chiesa, perché hai sempre cercato di riunire la famiglia umana contro tutti i Divisori che la vogliono indebolita e frammentata. Grazie papa Francesco per la guida sicura che sei stato in tutti questi anni duri, difficili e incerti. Della tua parola ci siamo nutriti e saziati ogni giorno mentre è cresciuta la fame di speranza. Ai tuoi gesti ci siamo ispirati rigenerando coraggio e coerenza. Grazie papa Francesco per averci insegnato che ‘la realtà è superiore all’idea’, ‘il tempo è superiore allo spazio’, ‘l’unità prevale sul conflitto’ ed ‘il tutto è superiore alla parte’. Continueremo a fare tesoro di questi principi…  Grazie Papa Francesco. Ti abbiamo voluto bene. Grazie a te e a tutti i tuoi collaboratori oggi noi siamo trasformati, pronti per continuare ad essere la tua voce per la pace”.

(Foto: Santa Sede)

Nella Roma incasinata dagli uomini, la Chiesa saluta papa Francesco

Una sosta di preghiera in sedia a rotelle davanti all’effige della ‘Salus Populi Romani’ per affidare alla Vergine Maria il cammino della Chiesa nella Settimana Santa iniziata con la Domenica delle Palme. Questa foto, scattata il 12 aprile, merita a mio parere di rappresentare e di far imprimere nella memoria questa Pasqua 2025, alla luce della triste notizia della morte stamane alle ore 7.35 del Santo Padre.

Una visita non prevista quella del Pontefice, che ha sorpreso romani e pellegrini commuovendo ancora una volta gli e uni e gli altri perché, come sappiamo, il Papa era sofferente sia nel corpo sia nello spirito per non aver potuto celebrare la Messa in cui si ricorda il trionfale ingresso a Gerusalemme di Gesù (lo ha fatto per lui il cardinale argentino Leonardo Sandri, Prefetto emerito del Dicastero per le Chiese Orientali). Il periodo di convalescenza che Bergoglio ha diligentemente osservato da quasi un mese dopo le dimissioni il 23 marzo dal lungo ricovero al Policlinico Gemelli, purtroppo, non è stato proficuo in quanto il Signore l’ha chiamato a sé…

Il Santo Padre, che aveva i naselli per l’ossigeno, è rimasto davanti alla venerata icona mariana circa un quarto d’ora e, ne siamo sicuri, ha chiesto l’intercessione della Madre di Dio anche per i romani e tutti i visitatori della Città Eterna. Quella della preghiera davanti all’effige della Salus Populi Romani, del resto, è una consuetudine per papa Francesco, intrapresa sin dal 14 marzo 2013, all’indomani della sua elezione al soglio di Pietro.

‘Salus Populi Romani’, che significa ‘salvezza del popolo romano’ (nel senso di ‘protettrice’) è il titolo dato nel XIX secolo all’icona bizantina raffigurante la Madonna col Bambino che si trova esposta alla venerazione dei fedeli nella cappella Paolina o Borghese della Basilica di Santa Maria Maggiore, una delle più antiche chiese di Roma, situata in piazza dell’Esquilino sulla sommità dell’omonimo colle.

A pochi metri da lì, fuori della Basilica e in tutta la zona che circonda la stazione Termini, l’incubo del traffico, gli schiamazzi dei vagabondi, la sporcizia delle strade con il frastuono delle mille manifestazioni che annunciano scioperi, boicottaggi e ‘lotte’ incombono. Ma Roma in questi giorni è anche bellezza. Bellezza delle Chiese, dei monumenti e delle innumerevoli opere d’arte che non smettono d’incantarci. Ma è anche bellezza ispirata da una città millenaria, nella quale lo spirito non è né sarà mai annegato dal caos, dai disordini e dai vizi degli uomini.

Lo conferma, fra i tanti esempi, la rassegna concertistica di Musica Sacra ospitata in questo ‘museo a cielo aperto’ che è Roma. Anzitutto nell’ambito del ‘Festival di Pasqua’, la prestigiosa manifestazione fondata nel 1998 dal regista e scenografo di teatro musicale Enrico Castiglione. Si tratta del principale frutto dei concerti promossi nelle più importanti chiese e basiliche di Roma in occasione del Grande Giubileo del 2000 e che, ancora oggi, sono un appuntamento atteso e partecipato.

Il Festival, che ha appena superato i 28 anni di ininterrotta ed assidua programmazione, offre oggi una straordinaria esibizione di Musica Sacra proprio con il ‘Concerto per il Lunedì dell’Angelo’, che si terrà nella maestosa ‘cornice’ del Pantheon (piazza della Rotonda, nel centro di Roma) a partire dalle ore 17.15 (ingresso libero).

Gli strumentisti e il Coro della Cappella Musicale del Pantheon, Capitolo di S. Maria ad Martyres, con Alessio Pacchiarotti all’organo e sotto la direzione di Michele Faustino Loda, eseguiranno musiche di Giovanni Pierluigi da Palestrina, in occasione del 500° anniversario della sua nascita, di Georg Friedrich Handel, Dietrich Buxtehude e numerosi altri grandi compositori di Musica Sacra, ‘un ambito che è molto importante per la liturgia e l’evangelizzazione’, come affermato da papa Francesco.

Da oltre duemila anni Roma ci abbraccia con il suo calore e la sua bellezza senza tempo: nel corso dei secoli, la Pasqua ha richiamato nella città eterna folle di turisti e pellegrini, poeti, musicisti e scrittori. E’ la festa cristiana per eccellenza, accompagnata da riti e consuetudini in parte tramandati fino ai nostri giorni. Nella Roma incasinata dagli uomini, entriamo quindi nell’Ottava di Pasqua assieme alla Chiesa guidata (dal cielo) da papa Francesco.

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