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Papa Francesco: Gesù è il vivente
Nel messaggio pasquale ‘Urbe et Orbi’ con voce flebile, ma ferma papa Francesco impartisce la benedizione ai 35.000 fedeli riuniti nell’emiciclo del Bernini che poco prima hanno partecipato alla Messa di Pasqua presieduta, su delega del pontefice, dal card. Angelo Comastri, facendo riecheggiare la parola dell’Alleluja della vittoria sulla morte:
“Oggi nella Chiesa finalmente risuona l’alleluia, riecheggia di bocca in bocca, da cuore a cuore, e il suo canto fa piangere di gioia il popolo di Dio nel mondo intero. Dal sepolcro vuoto di Gerusalemme giunge fino a noi l’annuncio inaudito: Gesù, il Crocifisso, ‘non è qui, è risorto’. Non è nella tomba, è il vivente! L’amore ha vinto l’odio. La luce ha vinto le tenebre. La verità ha vinto la menzogna. Il perdono ha vinto la vendetta. Il male non è scomparso dalla nostra storia, rimarrà fino alla fine, ma non ha più il dominio, non ha più potere su chi accoglie la grazia di questo giorno”.
La morte è vinta perché Dio si è fatto carico del male nel mondo: “Sorelle e fratelli, specialmente voi che siete nel dolore e nell’angoscia, il vostro grido silenzioso è stato ascoltato, le vostre lacrime sono state raccolte, nemmeno una è andata perduta! Nella passione e nella morte di Gesù, Dio ha preso su di sé tutto il male del mondo e con la sua infinita misericordia l’ha sconfitto: ha sradicato l’orgoglio diabolico che avvelena il cuore dell’uomo e semina ovunque violenza e corruzione”.
Nella resurrezione, quindi, sta la speranza, la quale non delude: “Sì, la risurrezione di Gesù è il fondamento della speranza: a partire da questo avvenimento, sperare non è più un’illusione. No. Grazie a Cristo crocifisso e risorto, la speranza non delude! Spes non confundit! E non è una speranza evasiva, ma impegnativa; non è alienante, ma responsabilizzante.
Quanti sperano in Dio pongono le loro fragili mani nella sua mano grande e forte, si lasciano rialzare e si mettono in cammino: insieme con Gesù risorto diventano pellegrini di speranza, testimoni della vittoria dell’Amore, della potenza disarmata della Vita”.
In un mondo di morte la vita vince: “Cristo è risorto! In questo annuncio è racchiuso tutto il senso della nostra esistenza, che non è fatta per la morte ma per la vita. La Pasqua è la festa della vita! Dio ci ha creati per la vita e vuole che l’umanità risorga! Ai suoi occhi ogni vita è preziosa! Quella del bambino nel grembo di sua madre, come quella dell’anziano o del malato, considerati in un numero crescente di Paesi come persone da scartare.
Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo! Quanta violenza vediamo spesso anche nelle famiglie, nei confronti delle donne o dei bambini! Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti! In questo giorno, vorrei che tornassimo a sperare e ad avere fiducia negli altri, anche in chi non ci è vicino o proviene da terre lontane con usi, modi di vivere, idee, costumi diversi da quelli a noi più familiari, poiché siamo tutti figli di Dio!”
Ed il pensiero va alla Terra Santa: “Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile! Dal Santo Sepolcro, Chiesa della Risurrezione, dove quest’anno la Pasqua è celebrata nello stesso giorno da cattolici e ortodossi, s’irradi la luce della pace su tutta la Terra Santa e sul mondo intero. Sono vicino alle sofferenze dei cristiani in Palestina e in Israele, così come a tutto il popolo israeliano e a tutto il popolo palestinese. Preoccupa il crescente clima di antisemitismo che si va diffondendo in tutto il mondo.
In pari tempo, il mio pensiero va alla popolazione e in modo particolare alla comunità cristiana di Gaza, dove il terribile conflitto continua a generare morte e distruzione e a provocare una drammatica e ignobile situazione umanitaria. Faccio appello alle parti belligeranti: cessate il fuoco, si liberino gli ostaggi e si presti aiuto alla gente, che ha fame e che aspira ad un futuro di pace!”
Ed anche alla popolazione libanese: “Preghiamo per le comunità cristiane in Libano e in Siria che, mentre quest’ultimo Paese sperimenta un passaggio delicato della sua storia, ambiscono alla stabilità e alla partecipazione alle sorti delle rispettive Nazioni. Esorto tutta la Chiesa ad accompagnare con l’attenzione e con la preghiera i cristiani dell’amato Medio Oriente”.
Però non ha dimenticato né Yemen né Ucraina: “Un pensiero speciale rivolgo anche al popolo dello Yemen, che sta vivendo una delle peggiori crisi umanitarie ‘prolungate’ del mondo a causa della guerra, e invito tutti a trovare soluzioni attraverso un dialogo costruttivo. Cristo Risorto effonda il dono pasquale della pace sulla martoriata Ucraina e incoraggi tutti gli attori coinvolti a proseguire gli sforzi volti a raggiungere una pace giusta e duratura”.
Nei pensieri del papa è anche la situazione caucasica: “In questo giorno di festa pensiamo al Caucaso Meridionale e preghiamo affinché si giunga presto alla firma e all’attuazione di un definitivo Accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian, che conduca alla tanto desiderata riconciliazione nella Regione”.
Ha chiesto pace nei Balcani: “La luce della Pasqua ispiri propositi di concordia nei Balcani occidentali e sostenga gli attori politici nell’adoperarsi per evitare l’acuirsi di tensioni e crisi, come pure i partner della Regione nel respingere comportamenti pericolosi e destabilizzanti”.
E nella Repubblica del Congo: “Cristo Risorto, nostra speranza, conceda pace e conforto alle popolazioni africane vittime di violenze e conflitti, soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan e Sud Sudan, e sostenga quanti soffrono a causa delle tensioni nel Sahel, nel Corno d’Africa e nella Regione dei Grandi Laghi, come pure i cristiani che in molti luoghi non possono professare liberamente la loro fede.
Insomma la pace non può esistere senza libertà religiosa e disarmo: “Nessuna pace è possibile laddove non c’è libertà religiosa o dove non c’è libertà di pensiero e di parola e il rispetto delle opinioni altrui. Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo”.
L’appello papale si conclude con l’invito alla liberazione dei prigionieri: “Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano. Davanti alla crudeltà di conflitti che coinvolgono civili inermi, attaccano scuole e ospedali e operatori umanitari, non possiamo permetterci di dimenticare che non vengono colpiti bersagli, ma persone con un’anima e una dignità. E in quest’anno giubilare, la Pasqua sia anche l’occasione propizia per liberare i prigionieri di guerra e quelli politici!”
E nella celebrazione eucaristica è riecheggiata la resurrezione: “Cristo è risorto, è vivo! Egli non è rimasto prigioniero della morte, non è più avvolto nel sudario, e dunque non si può rinchiuderlo in una bella storia da raccontare, non si può fare di Lui un eroe del passato o pensarlo come una statua sistemata nella sala di un museo! Al contrario, bisogna cercarlo e per questo non possiamo stare fermi. Dobbiamo metterci in movimento, uscire per cercarlo: cercarlo nella vita, cercarlo nel volto dei fratelli, cercarlo nel quotidiano, cercarlo ovunque tranne che in quel sepolcro”.
E’ un invito a cercare Gesù: “Cercarlo sempre. Perché, se è risorto dalla morte, allora Egli è presente ovunque, dimora in mezzo a noi, si nasconde e si rivela anche oggi nelle sorelle e nei fratelli che incontriamo lungo il cammino, nelle situazioni più anonime e imprevedibili della nostra vita. Egli è vivo e rimane sempre con noi, piangendo le lacrime di chi soffre e moltiplicando la bellezza della vita nei piccoli gesti d’amore di ciascuno di noi”.
In questo anno giubilare risuona la speranza della vita: “Fratelli e sorelle, ecco la speranza più grande della nostra vita: possiamo vivere questa esistenza povera, fragile e ferita aggrappati a Cristo, perché Lui ha vinto la morte, vince le nostre oscurità e vincerà le tenebre del mondo, per farci vivere con Lui nella gioia, per sempre… Il Giubileo ci chiama a rinnovare in noi il dono di questa speranza, a immergere in essa le nostre sofferenze e le nostre inquietudini, a contagiarne coloro che incontriamo sul cammino, ad affidare a questa speranza il futuro della nostra vita e il destino dell’umanità”.
E’ un invito a non rincorrere alle illusioni: “E perciò non possiamo parcheggiare il cuore nelle illusioni di questo mondo o rinchiuderlo nella tristezza; dobbiamo correre, pieni di gioia. Corriamo incontro a Gesù, riscopriamo la grazia inestimabile di essere suoi amici. Lasciamo che la sua Parola di vita e di verità illumini il nostro cammino”.
(Foto: Santa Sede)
Venerdì Santo: sulla croce l’amore di Dio salva
Nell’omelia della celebrazione della Passione del Signore nella basilica di San Pietro, presieduta dal prefetto del dicastero per le Chiese Orientali, card. Claudio Gugerotti, delegato del Papa, il predicatore della Casa Pontificia, fra Roberto Pasolini, ha ricordato che il cammino di salvezza indicato da Cristo è aperto a chiunque disposto a ‘fidarsi fino in fondo del Padre, lasciandosi guidare dalla sua volontà anche nei passaggi più oscuri’:
“Al centro del Triduo Pasquale palpita un cuore, quello del Venerdì Santo. Tra il bianco della Cena del Signore e quello della sua Risurrezione, la liturgia interrompe la continuità cromatica tingendo di rosso tutti i paramenti e invitando i nostri sensi a sintonizzarsi sulle tonalità intense e drammatiche dell’amore più grande”.
Nella Lettera agli Ebrei san Paolo scrive che le preghiere di Gesù furono da Dio esaudite per il suo ‘pieno abbandono’: “Dio non ha risparmiato a Cristo la sofferenza, ma ha sostenuto il suo cuore, rendendolo capace di consegnarsi alle esigenze dell’amore più grande, quello che non si ferma neppure davanti ai nemici”.
Il primo momento sottolineato riguarda la frase ‘Sono io’: “Nei momenti in cui la nostra vita subisce qualche battuta d’arresto (un imprevisto doloroso, una grave malattia, una crisi nelle relazioni) anche noi possiamo provare ad abbandonarci a Dio con la stessa fiducia, accogliendo ciò che ci turba e ci appare minaccioso”. Così facendo, “il peso della vita si fa più leggero, e la sofferenza, pur restando reale, smette di essere inutile e inizia a generare vita”.
Il secondo momento è la manifestazione del bisogno da parte di Gesù in croce, il suo “Ho sete”, prima di morire: “Gesù muore non prima di aver manifestato, senza alcuna vergogna, tutto il suo bisogno. Si congeda dalla storia compiendo uno dei gesti più umani e insieme più difficili: chiedere ciò che da soli non siamo in grado di darci. Il corpo di Cristo, spogliato di tutto, manifesta il bisogno più umano: quello di essere amato, accolto, ascoltato”.
Il suo corpo ‘manifesta il bisogno più umano: quello di essere amato, ascoltato, accolto’. Anche noi “possiamo prendere bene quegli istanti in cui emerge con chiarezza che non bastiamo a noi stessi”, quando “il dolore, la stanchezza, la solitudine o la paura ci mettono a nudo”.
Infine con le ultime parole, ‘è compiuto’, Gesù dona la sua vita e il suo Spirito mostra che “non è la forza a salvare il mondo, ma la debolezza dell’amore, che non trattiene nulla”. In un tempo segnato dalla prestazione, è difficile “riconoscere i momenti di sconfitta o di passività come luoghi possibili di compimento, perché quando la croce ci toglie il fiato e ci immobilizza, tendiamo a sentirci sbagliati”.
Quindi seguire l’esempio e le parole di Cristo non è semplice, “quando il male ci raggiunge, quando la sofferenza ci visita, quando ci sentiamo soli o abbandonati”. Aiuta allora ‘accostarci con piena fiducia alla croce’. Oggi, in questo Giubileo, “nel quale il papa ci ha ricordato che ‘Cristo è l’ancora della nostra speranza’, noi cristiani scegliamo la via della croce come unica direzione possibile della nostra vita”.
(Foto: Santa Sede)
Don Alberto Forconi: Quaresima è camminare insieme verso la speranza
“Con il segno penitenziale delle ceneri sul capo, iniziamo il pellegrinaggio annuale della santa Quaresima, nella fede e nella speranza. La Chiesa, madre e maestra, ci invita a preparare i nostri cuori e ad aprirci alla grazia di Dio per poter celebrare con grande gioia il trionfo pasquale di Cristo, il Signore, sul peccato e sulla morte, come esclamava san Paolo: ‘La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Infatti Gesù Cristo, morto e risorto, è il centro della nostra fede ed è il garante della nostra speranza nella grande promessa del Padre, già realizzata in Lui, il suo Figlio amato: la vita eterna”.
Dall’inizio del messaggio di papa Francesco per il periodo quaresimale, ‘Camminiamo insieme nella speranza’ iniziamo un colloquio con don Alberto Forconi, coordinatore pastorale della vicaria di Urbisaglia, Colmurano e Abbadia di Fiastra, in provincia di Macerata, che da alcuni anni propone una cena a ‘pane ed acqua’, a cui partecipano tra 50 ed 80 persone, con letture bibliche e testimonianze per rimettere al centro la condivisione e la solidarietà a favore dei missionari della diocesi di Macerata.
‘Camminare insieme significa essere tessitori di unità, a partire dalla comune dignità di figli di Dio; significa procedere fianco a fianco, senza calpestare o sopraffare l’altro, senza covare invidia o ipocrisia, senza lasciare che qualcuno rimanga indietro o si senta escluso. Andiamo nella stessa direzione, verso la stessa meta, ascoltandoci gli uni gli altri con amore e pazienza’, scrive ancora nel messaggio papa Francesco: per quale motivo egli invita a camminare insieme nella speranza?
“Il papa ci chiama a valorizzare il tempo forte della Quaresima soprattutto in questo Anno Santo il cui motto programmatico è ‘Pellegrini di speranza’. Subito l’Anno Santo ci fa pensare al popolo d’Israele pellegrino nel deserto ma con la speranza di raggiungere la Terra Promessa. Questo ricordo biblico ci porta immediatamente alla nostra realtà: anzitutto quanti nostri fratelli e sorelle stanno fuggendo da situazioni di miseria e di violenza in cerca di una vita migliore…E poi noi stessi ci sentiamo veramente in cammino insieme alla Chiesa oppure sono uno piuttosto paralizzato, statico, con la paura e la mancanza di speranza o, peggio ancora, adagiato nella mia comodità?”
Il messaggio è anche un invito a camminare nella sinodalità: siamo allora capaci di camminare insieme?
“I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire da noi stessi per andare verso Dio e verso i fratelli, mai chiusi in noi stessi. Mi domando quale è la mia posizione al riguardo?. Ricordiamo che il Signore mandò gli apostoli ‘due a due’, perché il loro camminare insieme doveva essere la prima prova della Buona Novella che predicavano. Domandiamoci dunque: quale prova stiamo dando alle nostre comunità e a chiunque ci incontra?”
In quale modo ci si può impegnare per la fraternità e la cura della casa comune?
“Lo spazio che ci circonda e le settimane che stiamo vivendo devono essere i primi testimoni della nostra fraternità e della cura della casa comune: come li sto vivendo? Certamente qualcosa ho letto ed ho fatto, ma finisce tutto qui? Non c’è proprio nient’altro da fare?”
Cosa sono le cene quaresimali?
“Niente di straordinario e niente di ordinario…. Mi spiego: sono delle cene che vengono organizzate in alcune parrocchie con la finalità di vivere insieme l’esperienza della penitenza quaresimale. Insieme e a lume di candela si cena a ‘pane ed acqua’. Mentre si mangia in silenzio viene proposta una lettura di taglio religioso: un brano del Vangelo, il messaggio del papa, la vita di un santo….poi viene lasciato del tempo per fraternizzare, per conoscersi con gli altri commensali che cercano di presentarsi per favorire il significato del cenare insieme.
A volte può essere presente alla cena un fratello che ha vissuto un’esperienza particolare da far conoscere, una testimonianza che può rendere più concreto e significativo quanto letto all’inizio. Un canto con una breve preghiera conclude la cena che non deve protrarsi più di tanto (dalle ore 20.00 alle ore 21,15 circa) per dare a tutti la possibilità di tornare a casa presto per il lavoro o la scuola del giorno dopo”.
Con quale ‘finalità’ si svolgono queste ‘cene quaresimali’?
“Il fine di queste cene già è stato detto: la penitenza quaresimale e la possibilità di fare la cena insieme come gesto penitenziale e come gesto sinodale. Nella nostra diocesi abbiamo tre sacerdoti ‘Fidei Donum’ che lavorano in Patagonia: metteremo a disposizione di alcuni giovani delle loro parrocchie del denaro raccolto in quelle cene per poter venire a condividere il pellegrinaggio del giovani Loreto-Roma a piedi insieme ai nostri giovani. Anche questo è Sinodo e Giubileo insieme. La gente partecipa e anche numerosa: quasi sempre un centinaio ed anche di più. Nel caso nostro le cene sono organizzate tutti i mercoledì della Quaresima e certe sere abbiamo avuto la presenza dei ragazzi del catechismo insieme ai loro genitori e sono stati proprio loro a creare un clima più che simpatico favorito anche dalla curiosità per la novità dell’evento”.
(Tratto da Aci Stampa)
Messa crismale per una Chiesa giubilare
Questa mattina nelle chiese cattoliche di tutto il mondo la Messa crismale, in cui il clero rinnova le promesse fatte nel giorno dell’ordinazione e durante la quale vengono benedetti gli oli santi del crisma; a Milano mons. Mario Delpini ha proposto una riflessione sul ministero ordinato, facendo un chiaro riferimento ad alcuni recenti fatti di cronaca:
“La nostra Chiesa è ferita, il nostro presbiterio è ferito. Il comportamento scandaloso di alcuni di noi preti diventa una ferita per tutto il presbiterio, e tutti ne siamo umiliati e in qualche modo avvertiamo che è incrinata la fiducia verso tutti noi. Anche se non ogni comportamento scandaloso, che riguardi il potere, il sesso, l’uso del denaro, è un delitto perseguito dall’ordinamento canonico o civile, è però sempre una ferita per la gente che si aspetta una parola e una vita di vangelo”.
Nell’omelia l’arcivescovo ha sottolineato il desiderio di Dio nel mandare il Figlio a salvare il mondo: “L’ostinato desiderio di Dio di salvare il mondo e di seminare consolazione, libertà e sollievo si compie con la presenza di Gesù che associa a sé i discepoli perché siano come lui consacrati con l’unzione e mandati”.
Quindi la ‘grazia’ consiste nella proclamazione della salvezza da parte di Dio: “La consacrazione nel battesimo e la grazia e la missione di proclamare questo ‘oggi’ del compimento incompiuto sono il dono che ogni battezzato riceve. Il ministero ordinato, la nostra condizione di vescovi, preti, diaconi, ha una missione irrinunciabile. Non da soli, non come fossimo una casta privilegiata, ma come dei servi che insieme con tutto il popolo cristiano compie la missione di proclamare questo ‘oggi’ della salvezza”.
E di fronte ai molti abusi compiuti dai sacerdoti mons. Delpini ha ringraziato quelli che di fronte agli scandali continuano ad essere onestamente tra la gente: “I motivi di speranza per la nostra Chiesa siete voi, preti e diaconi consacrati per la missione. Non siamo perfetti e nessuno mai è sottratto alle tentazioni. Ma voi siete un motivo per avere fiducia perché vi sdegnate per gli scandali, vi arrabbiate per il discredito che ci ferisce, ma avete una riserva inesauribile di generosità, di compassione, di creatività…
Voi siete motivo di fiducia e la gente sa che può fidarsi di voi, che ha bisogno di voi, che senza i preti la nostra Chiesa non può continuare la sua missione secondo quell’inconfondibile tratto ambrosiano di cui sono così fiero e grato”.
Mentre a Catania mons. Luigi Renna ha celebrato il giubileo del presbiterio: “Guardiamo alla ricchezza dei carismi e dei ministeri che sono presenti tra noi: nel cammino sinodale la voce di ciascuno ha espresso sé stessa non per creare una ‘nuova Babele’, una costruzione che vuole sfidare il Signore e la comunione, ma un edificio spirituale, in cui le pietre vive delle nostre esistenze siano bene connesse e cementate dal perdono e dall’amore fraterno, per testimoniare la luce di Cristo”.
Ed il giubileo si concretizza attraverso le azioni: “Il giubileo annunciato dal Messia si concretizza anche in un gesto, quello di ‘fasciare le piaghe dei cuori spezzati’, che per noi diventa un felice richiamo ad uno degli oli che tra poco andremo a benedire, quello degli infermi. Forse è quel sacramentale di cui parliamo meno, così come anche del sacramento in cui viene utilizzato, l’Unzione degli infermi, spesso ancora relegata al ruolo di unzione ‘estrema’, della quale si ha persino timore e si dilaziona il più possibile, perdendone il senso di grazia e di speranza che dona agli ammalati gravi. Sarà il primo olio che benedirò, invocando lo Spirito Santo sul frutto dell’olivo, che già di per sé nutre e dà sollievo: quanti medicinali sono a base di olio, e servono per lenire le ferite!”
Dalla diocesi di Macerata mons. Nazzareno Marconi ha invitato a non ragionare in maniera ‘mondana’: “Se come ministri del Signore, consacrati e mandati per il bene del Suo Popolo, vogliamo capire chi siamo non possiamo conformaci alla mentalità di questo secolo in cui ogni diversità è pensata secondo una logica di potere, come se fondasse una superiorità ed una sopraffazione. Mentre agli occhi di Dio la consacrazione dovrebbe piuttosto fondare una chiamata, ad immagine di Cristo il consacrato dal Padre, a farci minori e servitori generosi dei fratelli”.
E’ stato un invito a non ‘desacralizzare’ il sacerdozio: “Dio è amore, per questo il suo primo pensiero è: amare e donare. Perciò quando Dio, con il suo Spirito consacra e pervade un cuore umano, lo fa perché questo cuore umano ami di più e si doni di più. Non, come pensiamo noi mondani, per metterlo sul piedistallo del potere. Se per combattere il clericalismo, desacralizziamo e sconsacriamo il nostro sacerdozio, non faremo altro che distruggere la nostra identità spirituale, senza aver sconfitto una più subdola logica di potere, che è la pianta maligna da cui germoglia ogni clericalismo, sia dei preti che dei laici”.
Mentre da Torino il card. Roberto Repole ha incentrato l’omelia sul ministero ‘cristico’: “Che cosa guarda Cristo del nostro ministero? Non i successi o gli insuccessi secondo le logiche funzionaliste del nostro mondo. L’unica cosa che guarda è che noi manteniamo con Lui e come Lui la libertà di donarci senza sosta, senza trattenere nulla, anche là dove troviamo degli ostacoli, anche là dove troviamo il rifiuto. Potremmo dire che il nostro ministero ecclesiale è un ministero autentico e fecondo, a misura che sia anche un ministero cristiano, cristico, pasquale.
Quello che conta agli occhi di Cristo è soltanto questo, è unicamente questo: che noi ci doniamo fino in fondo con estrema generosità, senza trattenere nulla, lasciando a Lui e soltanto a Lui di misurare l’efficacia del nostro ministero. E quando viviamo così, lo sappiamo molto bene, cadono tutti i motivi di piccole o grandi competizioni tra di noi. Quello che conta è l’amore con cui ci doniamo: è ciò che siamo invitati a vedere in questa Pasqua in Gesù ed è ciò che siamo invitati a vivere in questa Pasqua con Gesù”.
Dalla diocesi di Cremona mons. Antonio Napolioni ha ricordato il ‘valore’ dell’olio sacro ai “Sacerdoti del Signore, consacrati da un olio di letizia, di cui tutto il popolo attende di sentire e portare il profumo… La Pasqua non viene per darci un’illusoria pausa di spensieratezza primaverile, rispetto ai drammi e alle paure che ci affliggono. Viene piuttosto a ridestare ragioni di speranza, aprire vie di cambiamento, prospettive di vita nuova… Perciò la via da riprendere è quella del dialogo, non del monologo arrogante, ed è il rispetto delle diversità che accredita la diplomazia e rinsalda la democrazia. Stili che i cristiani riassumono oggi nella ‘sinodalità’, ossia nel camminare insieme, come popolo in cui anche i più piccoli e fragili hanno la medesima dignità, e diventano corresponsabili del bene e del futuro di tutti. In modo che nessuno si erga a padrone del mondo, spacciandosi per il suo salvatore”.
(Foto: diocesi di Milano)
Papa Francesco invita i sacerdoti ad essere annunciatori di speranza
“Carissimi Vescovi e sacerdoti, cari fratelli e sorelle! ‘L’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente’ è Gesù. Proprio il Gesù che Luca ci descrive nella sinagoga di Nazaret, tra coloro che lo conoscono fin da bambino e ora si stupiscono di Lui. La rivelazione (‘apocalisse’) si offre nei limiti del tempo e dello spazio: ha la carne come cardine che sostiene la speranza. La carne di Gesù e la nostra. L’ultimo libro della Bibbia racconta questa speranza. Lo fa in modo originale, sciogliendo tutte le paure apocalittiche al sole dell’amore crocifisso. In Gesù si apre il libro della storia e lo si può leggere”.
E’ iniziata con queste parole l’omelia scritta da papa Francesco e letta dal card. Domenico Calcagno, presidente emerito dell’APSA, che ha presieduto, nella Basilica Vaticana, la Santa Messa Crismale, a motivo della convalescenza, invitando la leggere la propria vita:
“Anche noi sacerdoti abbiamo una storia: rinnovando il Giovedì Santo le promesse dell’Ordinazione, confessiamo di poterla leggere soltanto in Gesù di Nazaret… Quando lasciamo che sia Lui a istruirci, il nostro diventa un ministero di speranza, perché in ognuna delle nostre storie Dio apre un giubileo, cioè un tempo e un’oasi di grazia. Chiediamoci: sto imparando a leggere la mia vita? Oppure ho paura a farlo?”
Nell’omelia il papa ha sottolineato l’importanza del sacerdozio per i fedeli: “E’ un popolo intero a trovare ristoro, quando il giubileo inizia nella nostra vita: non una volta ogni venticinque anni (speriamo!) ma in quella prossimità quotidiana del prete alla sua gente in cui le profezie di giustizia e di pace si adempiono. ‘Ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre’: ecco il popolo di Dio. Questo regno di sacerdoti non coincide con un clero”.
Il sacerdozio coincide con una nuova visione di popolo: “Il ‘noi’ che Gesù plasma è un popolo di cui non vediamo i confini, in cui cadono i muri e le dogane. Colui che dice: ‘Ecco, io faccio nuove tutte le cose’ ha squarciato il velo del tempio e ha in serbo per l’umanità una città- giardino, la nuova Gerusalemme che ha porte sempre aperte. Così, Gesù legge e ci insegna a leggere il sacerdozio ministeriale come puro servizio al popolo sacerdotale, che abiterà presto una città che non ha bisogno di tempio”.
L’anno giubilare è un nuovo inizio: “L’anno giubilare rappresenta così, per noi sacerdoti, una specifica chiamata a ricominciare nel segno della conversione. Pellegrini di speranza, per uscire dal clericalismo e diventare annunciatori di speranza. Certo, se Alfa e Omega della nostra vita è Gesù, anche noi potremo incontrare il dissenso da Lui sperimentato a Nazaret. Il pastore che ama il suo popolo non vive alla ricerca di consenso e approvazione a ogni costo. Eppure, la fedeltà dell’amore converte, lo riconoscono per primi i poveri, ma lentamente inquieta e attrae anche gli altri”.
E’ un invito a ‘ritornare’ a Nazareth: “Siamo qui radunati, carissimi, a fare nostro e ripetere questo ‘Sì, Amen!’ E’ la confessione di fede del popolo di Dio: ‘Sì, è così, tiene come una roccia!’ Passione, morte e risurrezione di Gesù, che ci apprestiamo a rivivere, sono il terreno che sostiene saldamente la Chiesa e, in essa, il nostro ministero sacerdotale. E che terreno è questo? In che humus noi possiamo non soltanto reggere, ma fiorire? Per comprenderlo bisogna ritornare a Nazaret, come intuì tanto acutamente San Charles de Foucauld”.
Ma occorre essere ‘innamorati’ della Parola di Dio: “Abbiamo qui evocate almeno due abitudini: quella a frequentare la sinagoga e quella a leggere. La nostra vita è sostenuta da buone abitudini. Esse possono inaridirsi, ma rivelano dov’è il nostro cuore. Quello di Gesù è un cuore innamorato della Parola di Dio: a dodici anni lo si capiva già e ora, divenuto adulto, le Scritture sono casa sua. Ecco il terreno, l’humus vitale che troviamo diventando suoi discepoli”.
La Sacra Scrittura offre ad ognuno una Parola da portare a termine: “Cari sacerdoti, ognuno di noi ha una Parola da adempiere. Ognuno di noi ha un rapporto con la Parola di Dio che viene da lontano. Lo mettiamo a servizio di tutti solo quando la Bibbia rimane la nostra prima casa. Al suo interno, ciascuno di noi ha delle pagine più care. Questo è bello e importante!
Aiutiamo anche altri a trovare le pagine della loro vita: forse gli sposi, quando scelgono le Letture del loro matrimonio; o chi è nel lutto e cerca dei brani per affidare alla misericordia di Dio e alla preghiera della comunità la persona defunta. C’è una pagina della vocazione, in genere, all’inizio del cammino di ciascuno di noi. Per suo tramite, Dio ci chiama ancora, se la custodiamo, perché non si intiepidisca l’amore”.
E’ un invito ad invocare lo Spirito Santo: “E’ questo lo Spirito che invochiamo sul nostro sacerdozio: ne siamo stati investiti e proprio lo Spirito di Gesù rimane silenzioso protagonista del nostro servizio. Il popolo ne avverte il soffio quando in noi le parole diventano realtà. I poveri, prima degli altri, e i bambini, gli adolescenti, le donne e anche coloro che nel rapporto con la Chiesa sono stati feriti, hanno il ‘fiuto’ dello Spirito Santo: lo distinguono da altri spiriti mondani, lo riconoscono nella coincidenza in noi tra l’annuncio e la vita.
Noi possiamo diventare una profezia adempiuta, e questo è bello! Il sacro Crisma, che oggi consacriamo, sigilla questo mistero trasformativo nelle diverse tappe della vita cristiana. E attenzione: mai scoraggiarsi, perché è un’opera di Dio. Credere, sì! Credere che Dio non fallisce con me! Dio non fallisce mai. Ricordiamo quella parola nell’Ordinazione: «Dio porti a compimento l’opera che in te ha iniziato». E lo fa”.
E’ un invito a compiere l’opera di Dio: “E’ l’opera di Dio, non la nostra: portare ai poveri un lieto messaggio, ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, la libertà agli oppressi. Se Gesù nel rotolo ha trovato questo passo, oggi lo continua a leggere nella biografia di ognuno di noi. Primariamente perché, fino all’ultimo giorno, è sempre Lui a evangelizzarci, a liberarci dalle prigioni, ad aprirci gli occhi, a sollevare i pesi caricati sulle nostre spalle.
E poi perché, chiamandoci alla sua missione e inserendoci sacramentalmente nella sua vita, Egli libera anche altri attraverso di noi. In genere, senza che ce ne accorgiamo. Il nostro sacerdozio diventa un ministero giubilare, come il suo, senza suonare il corno né la tromba: in una dedizione non gridata, ma radicale e gratuita”.
Al contempo ha invitato ad essere ‘operai’ di Dio: “Dio solo sa quanto la messe sia abbondante. Noi operai viviamo la fatica e la gioia della mietitura. Viviamo dopo Cristo, nel tempo messianico. Bando alla disperazione! Restituzione, invece, e remissione dei debiti; ridistribuzione di responsabilità e di risorse: il popolo di Dio si attende questo. Vuole partecipare e, in forza del Battesimo, è un grande popolo sacerdotale. Gli oli che in questa solenne celebrazione consacriamo sono per la sua consolazione e la gioia messianica”.
Ma per essere ‘operai’ è necessario assaporare la ‘gioia’ di Dio: “Il campo è il mondo. La nostra casa comune, tanto ferita, e la fraternità umana, così negata, ma incancellabile, ci chiamano a scelte di campo. Il raccolto di Dio è per tutti: un campo vivo, in cui cresce cento volte più di quello che si è seminato. Ci animi, nella missione, la gioia del Regno, che ripaga ogni fatica. Ogni contadino, infatti, conosce stagioni in cui non si vede nascere nulla. Non ne mancano anche nella nostra vita. È Dio che fa crescere e che unge i suoi servi con olio di letizia”.
Ed infine ha chiesto ai fedeli la preghiera: “Cari fedeli, popolo della speranza, pregate oggi per la gioia dei sacerdoti. Venga a voi la liberazione promessa dalle Scritture e alimentata dai Sacramenti. Molte paure ci abitano e tremende ingiustizie ci circondano, ma un mondo nuovo è già sorto. Dio ha tanto amato il mondo da dare a noi il suo Figlio, Gesù. Egli unge le nostre ferite e asciuga le nostre lacrime”.
(Foto: Santa Sede)
Don Diego Di Modugno: il sacerdozio è fedeltà di Dio all’umanità
“Il sacerdozio mantiene ed esprime nel mondo lo svelarsi della vita come scopo. Per il presbitero l’appartenenza a Cristo come ‘Mandato dal Padre’ è la definizione esauriente della propria personalità. Vita e ministero sono così risposta ad un Avvenimento reale, storico ed esistenziale… La missione, negata dal mondo come violenza antilibertaria, nasce dallo struggimento della carità… L’uomo non vive più per se stesso, come affermazione di sé, ma per ‘Colui che è morto e risorto per lui’… Il ‘per chi si vive’ nuovo indica all’interno della figura del tempo e dello spazio il sorgere di una morale nuova. Nuova perché non nasce adeguatamente né dipende da leggi analiticamente scoperte e fondate nei vari dinamismi della natura, ma dal fascino assecondato di un incontro”.
Parto da questo articolo di mons. Luigi Giussani, ‘Il sacerdote di fronte alle sfide radicali della società contemporanea’, pubblicato nel 1995 dal mensile ‘30Giorni’ per un dialogo con il parroco della parrocchia ‘Santa Famiglia’ di Tolentino, nella diocesi di Macerata, don Diego Di Modugno, chiedendo di spiegarci il significato di festeggiare 50 anni di sacerdozio:
“E’ la prova di fedeltà del Signore nei riguardi di un ragazzo, che si è sentito chiamato a seguirLo nella forma concreta del sacerdozio, in quanto ci sono molte forme di vocazione, e constatare la sua fedeltà; così come mi ha riempito di entusiasmo, mettendomi alcune persone vicine appena è apparso il segno della vocazione, questo seme (ecco il motivo per cui si va in seminario a prepararsi ad essere sacerdote) non ha mancato mai Dio fino ad oggi, dopo 50 anni dall’ordinazione sacerdotale, di essere da parte di Dio coltivato, cioè aiutato affinchè ne prenda coscienza delle occasioni offerte.
Di questa Sua fedeltà ringrazio Dio, perché mi dà nuovo slancio, ormai non più giovanile, per un uomo che ha 50 anni di sacerdozio, di chiedere a Dio che mi dia altri anni perché non venga a meno quell’entusiasmo che si vive negli anni della maturità con più consapevolezza anche delle proprie limitazioni. Quanti ripensamenti dopo 50 anni!”
Perché hai scelto la vita sacerdotale?
“Uno non sceglie, uno è scelto. Per questo si usa la parola vocazione, che significa chiamare: è Gesù, inviato dal Padre, che ha scelto i discepoli. Quindi dopo tanti anni Cristo continua a far sorgere il desiderio, attraverso testimonianze che si riceve, di servire il Signore: Dio ti chiama a seguirLo. Io non ho fatto altro che seguire quel desiderio, riconoscendolo autentico in quanto non me lo aspettavo, perché non mi sentivo capace di questo, ma ho detto di sì per arrivare all’ordinazione, che mi sento di rinnovarla ogni volta che celebro la messa”.
‘L’educazione conferma e svolge il cuore dell’uomo, in quanto la coscienza dell’io vive come essenziale esigenza di una totalità. Per cui un punto meno del tutto non appaga la mia ricerca, cioè non appaga il mio ‘cuore’, direi traducendo biblicamente la cosa’: così affermava nel 1996 mons. Luigi Giussani ad una conferenza all’Università di Bologna. Cosa è stato per te l’incontro con mons. Luigi Giussani?
“Nel momento in cui si decide definitivamente deve avere un desiderio: in quel tempo insieme ad altri ragazzi partecipando ai gruppi di Gioventù Studentesca, poi Comunione e Liberazione, ho assaporato la loro compagnia, rendendo più evidente la richiesta di Gesù quando ha scelto me, chiedendo tutta la mia persona, compresa la scelta del celibato. Mi hanno sostenuto le parole di mons. Giussani e gli amici”.
Dalla tua esperienza in quale modo è possibile raccontare che la speranza non delude?
“La speranza è una delle tre virtù teologali, cioè hanno a che fare con Gesù e il Padre. La speranza non è ottimismo; Gesù ha detto che avremo sempre guerre e terremoti, ma c’è Lui che ha guarito i malati e resuscitato i morti: ‘Dove ci sono Io l’uomo può vivere una vita piena’, che ce la dona per grazia Gesù. Quindi la Chiesa ci conduce a vivere la certezza che il mondo sarà salvato e le nostre colpe sono perdonate, perché il Suo aiuto non verrà mai meno e staremo con Lui per sempre nell’eternità.
Siamo certi che Colui che è venuto è presente e si manifesta al mondo e noi saremo con Lui. Se non avessi questa certezza dovrei essere triste. La speranza è che si compirà ciò che Gesù ha cominciato; si sta compiendo ora e si manifesterà nella totale completezza dell’eternità. E staremo con Lui per sempre”.
E’ iniziato il Giubileo, che tu e la parrocchia ‘Santa Famiglia’ avete anticipato di un anno: cosa significa questa parola?
“Giubileo è la disponibilità di Dio al perdono. La certezza è che i peccati sono perdonati, se uno si pente: questa è una certezza data da Dio al popolo. Quindi a chi aveva debiti venivano condonati e si ritornava ad essere persona libera. Questa prassi giubilare è attuale. Con il giubileo è data a tutti la possibilità di un nuovo inizio; grazie alla misericordia di Dio posso ricominciare e non sono solo inchiodato al mio peccato, come dice papa Francesco, ma posso rialzarmi e riprendere a camminare”.
Luigi Ferraiuolo racconta un Giubileo per convertirsi
“C’è la porta santa delle quattro basiliche vaticane a Roma, c’è il percorso dei pellegrini a via della Conciliazione e Bibbia e Vangelo ai quali attingere per prepararsi all’Anno Santo. Ma ci può essere anche un altro Giubileo: quello da vivere con i poveri, con i migranti, sui passi delle oasi spirituali disseminate in tutta Italia e addirittura sotto terra, nelle catacombe, che in fondo sono state il primo luogo di raduno dei cristiani a Roma”: è questo il giubileo raccontato dal giornalista Luigi Ferraiuolo nel libro ‘I percorsi del Giubileo. Cammini di pellegrinaggio che portano alla conversione’.
Anche in questo Anno santo ordinario si può andare a fondo del messaggio cristiano per percorrere itinerari non convenzionali ma forse più coerenti con l’Anno Santo proclamato da papa Francesco, come invita l’autore nell’introduzione del libro: “La prima cosa da fare per chi arriva a Roma è l’iter pauperum: andare in cerca dei poveri e capire come vivono, perché senza i poveri siamo nulla e soprattutto perché la società contemporanea è portata a nasconderli… Il Giubileo sembra essere diventato un momento di svago, culturale più che religioso, mai rivoluzionario come lo intendeva la Chiesa delle origini”.
Allora quali sono i percorsi del Giubileo che sono invitati a percorrere i fedeli?
“Se il Giubileo è un cammino, è possibile approfittare del pellegrinaggio verso Roma per riscoprire le profonde tradizioni del Paese che hanno radici religiose ma che segnano anche la storia e la cultura di un territorio. E quindi c’è Casal di Principe di don Peppe Diana o Pietrelcina di padre Pio o i ‘Rulli Frulli’ a Finale Emilia o la Comunità ‘Progetto Sud’ di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme: persone che non ci sono più, martiri, o persone pienamente attive, capaci di cambiarti la vita. In questa particolare guida al Giubileo, poi, lo sguardo è rivolto alle persone più fragili tra i fragili.
Il nostro ultimo itinerario di viaggio non può non essere Lampedusa il luogo dove papa Francesco ha cominciato il suo cammino. E quindi il pellegrinaggio può approdare proprio in Contrada Imbriacola, tra i migranti che approdano nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. Fermatevi a parlare con loro: sarà un bellissimo Giubileo, di ritorno da Roma. Ma poi ci sono ovviamente i luoghi santi di Roma, i luoghi dell’anno Santo, ma anche tanti altri andando verso Roma e tornando da Roma. Solo leggendolo per intero, I percorsi del Giubileo svelerà la sua trama”.
Per quale motivo i cammini di pellegrinaggio portano alla conversione?
“Perché ti permettono di toccare con occhi e vedere con mano l’altro. I cammini, il pellegrinaggio, sono un incontro con l’altro o con un luogo dell’anima. Solo camminando con se stessi e in se stessi, si può incontrare l’altro e dunque Dio”.
Perché tali cammini sono costellati da luoghi di carità?
“Anche in un Anno santo ordinario, come questo del 2025, si può andare a fondo del messaggio cristiano per percorrere itinerari non convenzionali ma forse più coerenti con l’Anno Santo del pontificato di papa Francesco, dove i poveri sono stati sempre al centro. Perciò, anche se qualcuno storcerà il naso, la prima cosa da fare per chi arriva a Roma è l’iter pauperum: il pellegrinaggio alla ricerca dei poveri, degli ultimi e dei loro luoghi, santuari del malessere della società moderna.
Il libro cerca di scovare una strada per far vivere o rivivere il senso genuino del giubileo, quella rivoluzione non solo interiore che interrompeva il tran tran quotidiano della vita e dava a tutti la possibilità di rinascere. E dunque ho immaginato che l’unica cosa che ci potesse realmente toccare il cuore fosse andare in cerca dei poveri e capire come vivono perché senza i poveri siamo nulla e soprattutto perché la società contemporanea è portata a nasconderli”.
Cosa significa andare a Roma come pellegrino?
“Significa provare a cambiare. Roma un tempo era un luogo lontano e irraggiungibile, permetteva di mettere spazio nella nostra anima il cammino, darle tregua e farla riflettere mentre si avvicinava a Cristo. In origine il giubileo era un fatto straordinario: la remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi, lo stop alle battaglie. Oggi dobbiamo provare a riscoprire quel dna, quello stupore, quella meraviglia, che può permetterci di fare cieli nuovi e terre nuove. E questo accade andando a Roma nell’anno del giubileo”.
Quali sono le vie della salvezza da percorrere?
“Papa Francesco ha da sempre un’attenzione speciale per gli ultimi e per la misericordia. Contrariamente a chi pensava che gli Anni Santi fossero desueti il papa ci ha indicato che il cammino, il pellegrinaggio, andare per le campagne, la radice dell’etimo pellegrinaggio, è il senso vero della nostra fede. Camminiamo alla ricerca del fratello che ci può cambiare la vita, della misericordia. La bolla di indizione di questo Giubileo è una summa stupenda del pensiero di Francesco e ci spiega quali sono le vie della salvezza da percorrere. Il libro prova a indicare quelle che forse piacerebbero anche a Lui.
Ad esempio, a Roma è possibile anche riscoprire un ‘Iter europaeum’, un cammino che dovremmo fare tutti per avere un mondo migliore. Un Giubileo sulle vie dell’Europa presenti nella capitale della cristianità, nelle chiese che accolgono i pellegrini di differenti nazionalità: da san Luigi dei Francesi a san Stanisalo dei Polacchi, da san Pietro in Montorio (Spagna) a santa Brigida (Svezia) ma anche scoprire nei segni italiani (nessuno lo ricorda) il senso vero dell’Europa. L’Europa nella sua denominazione simbolica nasce nel mondo greco, da uno stupro: Zeus che rapisce Europa in Asia e la porta in quello che sarà il nostro continente a Creta. Cioè prendiamo agli altri per il nostro tornaconto.
Il simbolo più antico di quella leggenda è il vaso di Assteas, conservato a Montesarchio. Ma quel simbolo, Europa, sarebbe nulla senza Colombano, il monaco santo di Bobbio, che all’Europa diede un senso compiuto e vero come continente, come popolo unito, non solo come le terre oltre il mare che lambiva Creta. Un senso che l’attuale Europa pare aver smarrito. Il giubileo è anche l’occasione per conoscere chi siamo, facendo un vero esame di coscienza, perché solo capendo da dove veniamo possiamo capire dove andiamo o dove vogliamo andare”.
Allora, come ‘fare’ il Giubileo?
“Non rimanendo chiusi nelle proprie bolle, per ultimo quella social, quella digitale, mettendoci in cammino. Se siamo in cammino attraversiamo spesso porte, senza nemmeno rendercene conto. Ma le porte ci cambiano la vita. Ogni volta cambiamo direzione, in base alle porte che attraversiamo, alle soglie che oltrepassiamo. Scommetterei che se i capi della terra o coloro che pensano sempre alla sopraffazione varcassero la soglia della porta di Lampedusa, rifletterebbero un attimo prima di gridare alla guerra o di cercare invasioni. Lampedusa è la porta che fa entrare i derelitti nel mondo ricco, ma è anche la nostra unica possibilità per capire il mondo, varcando quella soglia verso il resto del mondo”.
(Tratto da Aci Stampa)
La Basilica di san Pietro è più sicura per dare maggior bellezza
“La Fabbrica di San Pietro proverbialmente non si ferma mai e cerca di ricambiare la fede e l’amore dei pellegrini e dei visitatori che entrano in Basilica. Vogliamo restituire quello che ci viene dato e quello che ci ha lasciato nei secoli questo luogo dello spirito. Anche e soprattutto nell’Anno Giubilare”: con queste parole iniziali è stata fatta dal card. Mauro Gambetti, arciprete della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano, vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Presidente della Fabbrica di San Pietro, insieme ad Alberto Capitanucci, responsabile dell’Area Tecnica e beni Culturali della Fabbrica di San Pietro, Pietro Zander, responsabile della Sezione Necropoli e Beni Artistici della Fabbrica di San Pietro e Stefano Marsella, direttore centrale per l’innovazione tecnologica e risorse logistiche del Dipartimento dei Vigili del Fuoco italiano, la presentazione dei restauri dei monumenti funebri dei pontefici Paolo III e Urbano VIII e la riqualificazione illuminotecnica della Necropoli, delle Sale archeologiche e delle Grotte Vaticane.
Tale restauro è stato reso necessario per dare più visibilità alle opere d’arte per una maggiore consapevolezza dell’arte sacra: “Vogliamo consentire ai visitatori di ammirare la Gloria di Gian Lorenzo Bernini insieme ai due grandiosi monumenti sepolcrali collocati a destra e a sinistra della Cattedra, uno di Papa Farnese, opera di Guglielmo della Porta, e l’altro di Papa Barberini, realizzato dallo stesso Bernini.
Vogliamo altresì offrire un’immersione nella storia e l’esperienza profonda del sacro. Vedremo gli spazi archeologici come li hanno visti i primi cristiani, i Papi di secoli addietro, nello splendore di chiaroscuri che rimandano alla luce delle fiaccole che illuminarono la nascita della Chiesa e la nostra strada”.
Dopo aver ringraziato coloro che hanno consentito tale restauro il card. Gambetti ha illustrato il nuovo piano della sicurezza: “La Basilica è aperta al mondo. Visitata da 12.000.000 persone ogni anno, probabilmente il doppio durante il Giubileo, ha bisogno anche di sicurezza, di far sentire tutti protetti. Anche il nuovo piano di esodo della Basilica di San Pietro, che illustreremo brevemente, è espressione concreta di quella sollecitudine pastorale che si prende cura del benessere di ogni fedele e visitatore.
Migliore gestione e velocizzazione dei flussi d’uscita garantiscono più agio e più sicurezza. Per questo lavoro non saremo mai grati abbastanza al Corpo dei Vigli del Fuoco italiano che, d’intesa con Comando dei Vigili del Fuoco del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, hanno sviluppato uno studio e un progetto che potrebbe diventare esemplare per i luoghi di culto”.
Tale restauro è stato reso necessario per ‘mostrare’ una Chiesa ‘viva’: “Sollecitati da papa Francesco ad essere ‘artigiani di speranza e restauratori di un’umanità spesso distratta e infelice’ consideriamo questi lavori non solo come necessari interventi tecnici, ma come segni di una Chiesa viva, accogliente e attenta alle ‘cose di Dio’, agli uomini e alle donne del nostro tempo assetati di amore, di pace e di gioia, assetati di spiritualità autentica”.
Mentre l’ing. Stefano Marsella, direttore centrale per l’innovazione tecnologica e risorse logistiche del Dipartimento dei Vigili del Fuoco italiano, ha sottolineato gli interventi effettuati: “Il lavoro è iniziato con l’impiego da parte di personale del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco di sistemi Laser Scanner ad alte prestazioni per effettuare il rilievo 3D con accuratezza millimetrica della quasi totalità della Basilica, sia nelle parti accessibili al pubblico, che nei potenziali percorsi di esodo. Tale attività ha consentito di riprodurre la geometria dei luoghi in modo accurato e di verificare alcuni dettagli fondamentali per la simulazione senza ricorrere a continui sopralluoghi”.
Ed ha chiarito in cosa consista il nuovo piano della sicurezza: “La valutazione della sicurezza dell’esodo, inoltre, si è basata su simulazioni realistiche che riproducono l’afflusso di persone in due scenari principali: durante le funzioni liturgiche con circa 5.000 partecipanti e in periodi di visita turistica e di pellegrini, dove il numero scende leggermente a 4.000 visitatori. E’ stato impiegato un software particolarmente adatto a simulare gli aspetti di dettaglio delle persone e dei luoghi, che ha permesso di analizzare la fluidità del movimento delle persone verso le uscite, identificando i nodi critici che potrebbero rallentare l’evacuazione in caso di emergenza”.
Grazie a tali ammodernamenti sono state eliminate le barriere architettoniche: “Tra gli elementi chiave emersi dallo studio c’è l’eliminazione di barriere fisiche e informali, che ha portato alla sostituzione di gradini ripidi con rampe, utili a ridurre i rischi e a rendere la Basilica maggiormente accessibile a tutti, compresi i disabili o persone con difficoltà motorie. Il software di simulazione dell’esodo ha permesso inoltre di visualizzare i flussi pedonali e di individuare le aree dove si formano ingorghi pericolosi”.
In conclusione è stato sottolineato che ora la Basilica di san Pietro ha maggiore sicurezza: “Le modifiche proposte riducono anche significativamente i tempi necessari ad evacuare la basilica, migliorando notevolmente le procedure precedenti. In sintesi, l’obiettivo è stato quello di trasformare uno spazio storico ma complesso in un luogo ancora più sicuro per milioni di visitatori annuali e fedeli, utilizzando innovazione tecnologica e piani progettati al dettaglio. Un esempio del come patrimoni culturali possono adattarsi alle esigenze moderne della sicurezza senza perdere la loro essenza”.
CEI: il lavoro è un’alleanza sociale generatrice di speranza
“La Festa dei Lavoratori, in questo Anno giubilare, vuole offrire orizzonti di speranza agli uomini e alle donne del nostro tempo, consapevoli che ‘il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo’. La tutela, la difesa e l’impegno per la creazione di un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, costituisce uno dei segni tangibili di speranza per i nostri fratelli, come Papa Francesco ci ha indicato nella Bolla di indizione dell’Anno giubilare”: con una frase dell’enciclica ‘Laborem ezercens’ di papa san Giovanni Paolo II i vescovi italiani invitano a vivere in modo giubilare la Festa del Lavoro, in quanto è un’alleanza sociale.
Nel messaggio i vescovi esaminano rischi e vantaggi di alcune novità avvenute in questi ultimi anni: “L’esperienza della pandemia ci ha consegnato un modo di lavorare nel quale è possibile coniugare in molte circostanze lavoro in presenza e a distanza, aumentando la nostra capacità di conciliare vita di lavoro e vita di relazioni soprattutto nel cosiddetto smart-working, ma rischiando anche di impoverire i rapporti umani tra i lavoratori e le stesse relazioni familiari. Un effetto strutturale e fondamentale lo sta esercitando la grave crisi demografica, per la quale vedremo nei prossimi anni uscire dal mercato del lavoro la generazione più consistente, sostituita progressivamente da un numero sempre più ridotto di giovani”.
Il messaggio è una condanna allo sfruttamento dei lavoratori, specialmente immigrati: “Allo stesso tempo, accade qualcosa di paradossale, ossia lo sfruttamento di fratelli immigrati, dimenticando che la loro presenza può costituire un motivo di speranza per la nostra economia, ma solo se verranno integrati secondo parametri di giustizia. Inoltre, oggi, con quello che viene chiamato mismatch, ossia il disallineamento tra domanda e offerta, assistiamo contemporaneamente al fenomeno di posti di lavoro vacanti, che non trovano personale con le necessarie competenze, e giovani disoccupati che non hanno i requisiti adatti. Resta sullo sfondo, infine, la dura ‘legge di gravità’ della competizione globale per la quale le imprese cercano di localizzarsi laddove i costi (quello del lavoro incluso) sono più bassi. E questo alimenta una spirale al ribasso su costo e dignità del lavoro”.
Comunque il messaggio mette in guardia anche riguardo il lavoro ‘povero’ con la richiesta di ‘invertire’ il trend: “Se il dato statistico sulla disoccupazione, in forte calo, potrebbe spingere all’ottimismo, sappiamo invece che dietro persone formalmente occupate c’è un lavoro povero. Occorre, infine, considerare la situazione delle donne, che in alcuni ambiti vengono penalizzate non solo con una minore retribuzione, ma anche con l’assenza di garanzie nei tempi della gravidanza e della maternità. Non ci sarà piena giustizia, infine, senza sicurezza sul lavoro, la cui mancanza fa ancora tante vittime. Per dare speranza occorre invertire queste tendenze: sarà uno dei segni più rilevanti del Giubileo”.
Al contempo il messaggio coglie alcune occasioni di speranza in grado di promuovere un lavoro ‘degno’: “Esistono tuttavia segni di speranza da alimentare per essere generativi e per far nascere e promuovere lavoro degno ma, come sempre, essi richiedono la nostra partecipazione attiva per proseguire l’opera della Creazione. Un segno di speranza è il riconoscimento nei contratti di lavoro nazionali dell’importanza della formazione permanente e della riqualificazione durante gli anni di lavoro.
E’ necessario valorizzare, inoltre, lo strumento degli stessi contratti per impiegare le risorse a disposizione anche in forme di welfare e di assicurazione attenti alle emergenze sanitarie e familiari. E’ segno di speranza la creazione di relazioni virtuose tra datori di lavoro e lavoratori, dove il dialogo, la riconoscenza, i meccanismi di partecipazione, alimentano fiducia e cooperazione mettendo in moto le motivazioni più profonde della persona e facendo crescere la forza dell’impresa e la qualità del lavoro”.
Un’opportunità è quella sviluppata dal Progetto Policoro: “Negli ultimi anni essi hanno operato nel solco dell’ecologia integrale, che guarda alla sostenibilità e all’interdipendenza tra dimensione sociale ed ecosistema. Dal Progetto Policoro sono nati frutti significativi e imprese capaci di stare sul mercato e di promuovere lavoro degno anche nelle aree del Paese più disagiate.
Non ultimo, appare opportuno un appello alla responsabilità di tutti noi. L’economia e le leggi di mercato non devono passare sopra le nostre teste lasciandoci impotenti. Il mercato siamo noi: sia quando siamo imprenditori e lavoratori, sia quando promuoviamo e viviamo un consumo critico”.
Quindi è necessaria che l’impresa sia responsabile: “La responsabilità sociale d’impresa è oggi un filone sempre più consolidato grazie anche agli interventi regolamentari che impongono alle aziende un bilancio sociale e prendono le distanze da comportamenti furbeschi volti solo alla speculazione. I credenti e tutti i cittadini di buona volontà sono chiamati in questo contesto propizio a stimolare le aziende a gareggiare tra loro anche sulla dignità del lavoro e a usare l’informazione sui loro comportamenti come criterio per le scelte di consumo e di risparmio”.
Questo è il compito dei cattolici: “La ‘mano invisibile’ del mercato non è sufficiente a risolvere i gravi problemi oggi sul tappeto. E’ la nostra mano visibile che deve completare l’opera di con-creazione di una società equa e solidale e continuare a seminare speranza”.
Con la Piccola Casa di san Giuseppe Benedetto Cottolengo verso il Giubileo degli ammalati
Si terrà oggi e domani il Giubileo degli ammalati e del mondo della salute con questo programma: oggi il programma prevede, tra le ore 8.00 e le ore 17.00, il pellegrinaggio alla Porta Santa; dalle ore 16.00 alle ore 18:30 un ‘Dialogo con la città’ ci saranno attività di carattere culturale, artistico e spirituale in alcune piazze di Roma; mentre domenica 6 la messa è alle ore alle 10:30 in piazza san Pietro. Mentre in occasione dell’Angelus di domenica 23 marzo papa Francesco dal Policlinico ‘Gemelli’ papa Francesco aveva scritto di aver sperimentato la ‘pazienza’ di Dio: “In questo lungo tempo di ricovero, ho avuto modo di sperimentare la pazienza del Signore, che vedo anche riflessa nella premura instancabile dei medici e degli operatori sanitari, così come nelle attenzioni e nelle speranze dei familiari degli ammalati. Questa pazienza fiduciosa, ancorata all’amore di Dio che non viene meno, è davvero necessaria alla nostra vita, soprattutto per affrontare le situazioni più difficili e dolorose”.
Partendo da queste parole abbiamo chiesto a p. Carmine Arice, padre generale della ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza – Cottolengo’ di Torino di raccontare il motivo per cui la speranza ‘ci rende forti nella tribolazione’: “In primo luogo dobbiamo riflettere sulla distinzione tra ottimismo e speranza: l’ottimismo consiste nel confidare che alcuni fatti della vita possano evolvere verso il meglio; la speranza, invece, che è una virtù teologale, è la certezza che ogni realtà ha un senso e che la storia è il cammino verso un compimento, verso la Salvezza. La speranza ci rende, dunque, capaci di vivere nella tribolazione con la fiducia che stiamo camminando verso la Salvezza. Ed è proprio questo che ci rende «forti», in quanto dietro le situazioni più faticose e tribolate siamo certi di camminare verso una direzione”.
Come è possibile fare esperienza di Dio nella malattia?
“In primo luogo bisogna fermarsi a riflettere su come si arriva al momento della malattia, perché se Dio è sempre stato assente nella vita, diventa difficile sperimentare la Sua presenza nella prova. Il tempo della sofferenza, però, per chi non ha percorso un cammino di fede nella propria vita può essere un’occasione per far emergere la domanda di senso. A questo proposito è molto bella la lettera che papa Francesco ha scritto al Corriere della Sera durante il tempo della malattia nel lungo ricovero al Policlinico Gemelli: ‘La fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità’.
Il Papa ci invita a prendere coscienza della nostra fragilità e del bisogno che ciascuno di noi ha di una guarigione non solo fisica, ma soprattutto spirituale. Chi vive il tempo della malattia fa poi esperienza di Dio attraverso la consolazione di coloro che, in nome di Dio, si fanno compagni di viaggio. E poi si può sperimentare la forza della preghiera, riconoscendo, quindi, che Dio è nostro alleato”.
In quale modo la malattia può diventare occasione di un incontro che cambia?
“La malattia e la sofferenza sono una forte domanda di senso che costringe a rimettere in ordine i propri valori e a riflettere su quali sono le priorità. Per esempio si può magari iniziare un percorso di riconciliazione con qualcuno. Si comprende insomma cosa è veramente importante nella vita e cosa no. Nel Cottolengo Hospice di Chieri gli ospiti ci dicono che da quando il tempo si è fatto breve ogni giornata diventa più importante. In quest’ottica tutte le giornate della nostra vita dovrebbero essere importanti, e non sprecate”.
Cosa significa per un malato fare ‘Giubileo’?
“Significa avere la certezza che la malattia e la morte non sono l’ultima parola. E questo è certamente motivo di consolazione. Quindi ‘fare Giubileo’ significa ringraziare il buon Dio perchè non ci lascia soli neanche nel tempo della sofferenza e, soprattutto, porta ogni cosa verso la Salvezza”.
‘200 anni di grazia e di vita… nella Speranza’, primo anno del cammino del bicentenario verso l’ispirazione carismatica cottolenghina: in quale modo ci si può aprire alla speranza nella malattia?
“Nel cammino che la Piccola Casa sta compiendo verso il bicentenario dell’ispirazione carismatica (2 settembre 2027) possiamo riflettere sul fatto che il santo Cottolengo aprì il Monastero del Suffragio proprio per pregare per le persone che morivano nella Piccola Casa. Le persone che hanno avuto l’occasione di essere accolte e vivere in questa Casa sono dunque morte generalmente nella pace. In questi 200 anni di vita della ‘Piccola Casa’ possiamo contare su un insegnamento prezioso: quando la persona non è lasciata sola nella malattia e nella sofferenza ritrova la fiducia e anche la volontà di continuare a vivere pur nella fatica, perché sa di non essere sola. Questa è stata ed è l’esperienza della Piccola Casa”.
Perchè san Giuseppe Benedetto Cottolengo chiamò ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza’?
“Per tre motivi richiamati dal santo stesso. In primo luogo è ‘Piccola’ in confronto ai bisogni che ci sono, una piccola risposta. ‘Piccola’, perché siamo chiamati a mantenerci piccoli in confronto a Dio, l’autore della Provvidenza, in modo che il Signora possa servirsi di noi come suoi strumenti. Il motivo primario, però, fa riferimento al primo nucleo della Piccola Casa, di sei stanze, che il santo Cottolengo avviò in Borgo Dora il 27 aprile 1832, dopo che fu costretto a chiudere l’ ‘Ospedaletto della Volta Rossa’ in via Palazzo di Città a causa del colera che dilagava a Torino. Aprì dunque la ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza’ per ricoverare le persone malate che non trovavano accoglienza negli ospedali cittadini. Il Cottolengo ha iniziato la sua Opera in sei stanze, da una Casa piccola, la Piccola Casa appunto”.
(Tratto da Aci Stampa)




























