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Il vino era finito, hanno ritrovato gioia in Cristo come a Cana. Storia di due sposi

C’è un brano che, sicuramente, se siamo cristiani e lettori della Bibbia, avremo letto e ascoltato tante volte: quello delle Nozze di Cana. I significati e i risvolti contenuti in questo testo sono, tuttavia, molteplici. Tanto ha da dire agli sposi di oggi questo passaggio del Vangelo di Giovanni. Lo testimoniano due coniugi che avevano finito il vino, ma hanno ritrovato in Cristo la gioia di stare insieme e amarsi ogni giorno più del precedente.

Dal Vangelo secondo Giovanni (2,1-11): Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: ‘Non hanno più vino’. E Gesù rispose: ‘Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora’. La madre dice ai servi: ‘Fate quello che vi dirà’. Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili.

E Gesù disse loro: ‘Riempite d’acqua le giare’ e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: ‘Ora attingete e portatene al maestro di tavola’. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: ‘Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono’. Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Il brano sopra riportato suscita negli sposi alcune domande. Perché Gesù compie proprio questo miracolo? Cosa rappresenta il vino? Perché l’evangelista mette l’accento sul vino buono che viene servito alla fine e non all’inizio?E poi: cosa significa per noi oggi? D’altronde, a nessun matrimonio abbiamo visto fisicamente Gesù trasformare l’acqua in vino.

Una prima riflessione che possiamo fare è che Gesù non è una sorta di mago. Questo brano ci parla di un’azione di grazia che Egli continua a compiere in ogni matrimonio, se gli permettiamo di prendere realmente parte della nostra vita coniugale, soprattutto quando ‘finisce il vino’ (la gioia di stare insieme, la capacità di perdono, la capacità di comprendersi, l’impegno di amarsi…).

Noi diamo l’acqua (la nostra parte dobbiamo farla: la grazia non è magia, appunto!), ma lui ci aiuta, col Suo amore. noi riempiamo le giare finché non sono colme. Mettiamo tutto: volontà, impegno, lavoro su noi stessi, preghiera, confronto con altre coppie, cammino in una comunità. E Gesù sana le nostre ferite, supplice alle nostre mancanze, ci dona pace ed entusiasmo quando vengono a mancare, trasforma la sofferenza in gioia. Per rendere concrete queste parole, prendiamo una coppia che aveva finito il vino (come a Cana) e lo ha ritrovato grazie a Gesù. Sono Alfonso ed Elisabetta, separati e poi ricongiunti.

Si sono sposati entusiasti e innamorati, dopo tre anni di relazione. Il matrimonio in Chiesa era bello, ai loro occhi, ma non ne avevano colto il significato. Lo hanno fatto più per tradizione che per fede.

I figli hanno portato gioie, ma anche fatiche e la necessità di trovare un nuovo modo per stare insieme, ma non sono riusciti a trovarlo. E così, hanno iniziato a vivere due vite separate, dedicandosi al lavoro, allo sport, al culto del corpo. Dopo ventitré anni di matrimonio e una serie problemi mai affrontati, sono stati costretti a guardare in faccia la crisi. ‘Betti, mi ami più?’, ‘No’.

Dopo quella risposta, data con assoluta freddezza, inizia l’iter per il divorzio. Nove mesi dopo, il giorno della sentenza, si accorgono che qualcosa è cambiato. Ciascuno, infatti, in quel tempo di solitudine, aveva gridato a Dio e ripreso un cammino di fede personale, accanto a degli amici. Persone speciali che hanno preso per mano lui e lei, in luoghi diversi, ma con un unico sguardo rivolto a Gesù. Sono stati un po’ come quei servi delle nozze a Cana, che hanno fatto ciò che Gesù comandava loro.

Il giorno della sentenza di divorzio, Elisabetta e Alfonso, hanno deciso di riprovarci, ma col Signore. Era il 2009. Da allora, il rapporto ha preso tutta un’altra luce. Testimoniano appena ne hanno occasione la potenza del sacramento del matrimonio e la bontà di Dio. Oggi il loro obiettivo è amarsi ogni giorno più del precedente, restando nella grazia del Signore. Hanno scoperto il valore del Sacramento del matrimonio, che rinnova ogni volta l’amore e trasforma la loro acqua in vino buono. 

Il video con la testimonianza: La storia di Betti e Alfonso, prima separati e poi ricongiunti

Papa Leone XIV: la Resurrezione sconfigge la tristezza

“Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i gruppi di adorazione venuti per il Giubileo, e la delegazione dell’Arcidiocesi di Białystok che ha portato la pietra angolare per il Museo del Beato Don Jerzy Popiełuszko. Oggi si celebra la memoria liturgica di San Giovanni Paolo II. Esattamente 47 anni fa, in questa Piazza, egli ha esortato il mondo ad aprirsi a Cristo. Questo appello è valido ancora oggi: tutti siamo chiamati a farlo nostro”: al termine dell’udienza generale di oggi, memoria di papa san Giovanni Paolo II, papa Leone XIV ha salutato i pellegrini polacchi esortando tutti a seguire l’invito che il papa santo espresse nell’omelia della Messa di inizio del suo pontificato: ‘Tutti siamo chiamati a farlo nostro’.

E nella catechesi odierna papa Leone XIV ha incentrato la riflessione sulla resurrezione, che è un’esplosione di gioia: “La risurrezione di Gesù Cristo è un evento che non si finisce mai di contemplare e di meditare, e più lo si approfondisce, più si resta pieni di meraviglia, si viene attratti, come da una luce insostenibile e al tempo stesso affascinante. E’ stata un’esplosione di vita e di gioia che ha cambiato il senso dell’intera realtà, da negativo a positivo; eppure non è avvenuta in modo eclatante, men che meno violento, ma mite, nascosto, si direbbe umile”.

Inoltre guarisce dalle ‘malattie’ del tempo: “Oggi rifletteremo su come la risurrezione di Cristo può guarire una delle malattie del nostro tempo: la tristezza. Invasiva e diffusa, la tristezza accompagna le giornate di tante persone. Si tratta di un sentimento di precarietà, a volte di disperazione profonda che invade lo spazio interiore e che sembra prevalere su ogni slancio di gioia”.

Nel racconto evangelico dei discepoli di Emmaus il papa ha sottolineato che il sopravvento della tristezza può ‘distruggere’ la vita: “La tristezza sottrae senso e vigore alla vita, che diventa come un viaggio senza direzione e senza significato. Questo vissuto così attuale ci rimanda al celebre racconto del Vangelo di Luca sui due discepoli di Emmaus. Essi, delusi e scoraggiati, se ne vanno da Gerusalemme, lasciandosi alle spalle le speranze riposte in Gesù, che è stato crocifisso e sepolto.

Nelle battute iniziali, questo episodio mostra come un paradigma della tristezza umana: la fine del traguardo su cui si sono investite tante energie, la distruzione di ciò che appariva l’essenziale della propria vita. La speranza è svanita, la desolazione ha preso possesso del cuore. Tutto è imploso in brevissimo tempo, tra il venerdì e il sabato, in una drammatica successione di eventi”.

La tristezza è il vivere senza tenere conto della speranza: “Il paradosso è davvero emblematico: questo triste viaggio di sconfitta e di ritorno all’ordinario si compie lo stesso giorno della vittoria della luce, della Pasqua che si è pienamente consumata. I due uomini danno le spalle al Golgota, al terribile scenario della croce ancora impresso nei loro occhi e nel loro cuore.

Tutto sembra perduto. Occorre tornare alla vita di prima, col profilo basso, sperando di non essere riconosciuti… L’aggettivo greco utilizzato descrive una tristezza integrale: sul loro viso traspare la paralisi dell’anima”.

Ma la gioia si riaccende durante la cena: “Gesù accetta e siede a tavola con loro… Il gesto del pane spezzato riapre gli occhi del cuore, illumina di nuovo la vista annebbiata dalla disperazione. Ed allora tutto si chiarisce: il cammino condiviso, la parola tenera e forte, la luce della verità… Subito si riaccende la gioia, l’energia scorre di nuovo nelle membra stanche, la memoria torna a farsi grata. Ed i due tornano in fretta a Gerusalemme, per raccontare tutto agli altri”.

Così la Pasqua diventa un riconoscimento di un evento accaduto: “Il Signore è veramente Risorto. In questo avverbio, veramente, si compie l’approdo certo della nostra storia di esseri umani. Non a caso è il saluto che i cristiani si scambiano nel giorno di Pasqua. Gesù non è risorto a parole, ma con i fatti, con il suo corpo che conserva i segni della passione, sigillo perenne del suo amore per noi. La vittoria della vita non è una parola vana, ma un fatto reale, concreto”.

Ritorna la gioia, perché la Resurrezione cambia la prospettiva di vista: “La gioia inattesa dei discepoli di Emmaus ci sia di dolce monito quando il cammino si fa duro. E’ il Risorto che cambia radicalmente la prospettiva, infondendo la speranza che riempie il vuoto della tristezza. Nei sentieri del cuore, il Risorto cammina con noi e per noi. Testimonia la sconfitta della morte, afferma la vittoria della vita, nonostante le tenebre del Calvario. La storia ha ancora molto da sperare in bene.

Riconoscere la Risurrezione significa cambiare sguardo sul mondo: tornare alla luce per riconoscere la Verità che ci ha salvato e ci salva. Sorelle e fratelli, restiamo vigili ogni giorno nello stupore della Pasqua di Gesù risorto. Lui solo rende possibile l’impossibile!”

Precedentemente il papa aveva ricevuto in udienza la Fraternité Monseigneur Courtney; elogiando la missione accanto ai poveri: “Sono quindi lieto di accogliervi nel vostro cammino di fede: tornerete ai vostri impegni quotidiani rafforzati dalla speranza, meglio preparati a lavorare per lo sviluppo integrale di ogni persona alla luce del Vangelo”.

E’ stato un invito a mantenere viva la speranza: “Mantenete viva la speranza in un mondo migliore; Siate certi che, uniti a Cristo, i vostri sforzi porteranno frutto e saranno ricompensati. Affido voi e il vostro amato Paese, il Burundi, alla protezione di Nostra Signora del Rosario e imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica a voi, alle vostre famiglie e ai benefattori che operano per il progresso integrale del popolo burundese”.

(Foto: Santa Sede)

Card. Pizzaballa invita a pregare per la pace in Terra Santa

“In queste ultime ore, nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati. Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco e di liberare gli ostaggi, mentre esorto a restare uniti nella preghiera, affinché gli sforzi in corso possano mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura” con queste parole dopo la recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato la necessità della pace nella Terra Santa.

Infatti venerdì 3 ottobre è giunta, dopo quella israeliana, anche la risposta positiva di Hamas al presidente statunitense Donald Trump che il 29 settembre scorso, alla Casa Bianca, aveva messo sul tavolo le sue carte per la pace in Terra Santa. Il presidente americano ha espresso soddisfazione e gratitudine ai partner arabi che hanno collaborato, chiedendo agli israeliani di sospendere le ostilità nella Striscia.

Per questo nel giorno della festività di san Francesco il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa,ha mostrato sollievo nella lettera indirizza a tutti i fedeli della sua diocesi: “Sono due anni che la guerra ha assorbito gran parte delle nostre attenzioni ed energie. E’ ormai a tutti tristemente noto quanto è accaduto a Gaza. Continui massacri di civili, fame, sfollamenti ripetuti, difficoltà di accesso agli ospedali e alle cure mediche, mancanza di igiene, senza dimenticare coloro che sono detenuti contro la loro volontà.

Per la prima volta, comunque, le notizie parlano finalmente di una possibile nuova pagina positiva, della liberazione degli ostaggi israeliani, di alcuni prigionieri palestinesi e della cessazione dei bombardamenti e dell’offensiva militare. E’ un primo passo importante e lungamente atteso. Nulla è ancora del tutto chiaro e definito, ci sono ancora molte domande che attendono risposta, molto resta da definire, e non dobbiamo farci illusioni. Ma siamo lieti che vi sia comunque qualcosa di nuovo e positivo all’orizzonte”.

Ed ha espresso questa ‘gioia’, che sarà completa in cui saranno liberati tutti gli ostaggi da entrambi le parti: “Attendiamo il momento per gioire per le famiglie degli ostaggi, che potranno finalmente abbracciare i loro cari. Ci auguriamo lo stesso anche per le famiglie palestinesi che potranno abbracciare quanti ritornano dalla prigione. Gioiamo soprattutto per la fine delle ostilità, che ci auguriamo non sia temporanea, che porterà sollievo agli abitanti di Gaza”.

E’ una gioia, perché potrebbe essere un ‘nuovo’ inizio: “Gioiamo anche per tutti noi, perché la possibile fine di questa guerra orribile, che davvero sembra ormai vicina, potrà finalmente segnare un nuovo inizio per tutti, non solo israeliani e palestinesi, ma anche per tutto il mondo. Dobbiamo comunque restare con i piedi per terra. Molto resta ancora da definire per dare a Gaza un futuro sereno. La cessazione delle ostilità è solo il primo passo (necessario e indispensabile) di un percorso insidioso, in un contesto che resta comunque problematico”.

Però ha ricordato la situazione anche in Cisgiordania: “Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che la situazione continua a deteriorarsi anche in Cisgiordania. Sono ormai quotidiani i problemi di ogni genere che le nostre comunità sono costrette ad affrontare, soprattutto nei piccoli villaggi, sempre più accerchiati e soffocati dagli attacchi dei coloni, senza sufficiente difesa delle autorità di sicurezza”.

Infatti tale conflitto mette in ‘pericolo’ la Chiesa: “I problemi, insomma, sono ancora tanti. Il conflitto continuerà ancora per lungo tempo ad essere parte integrale della vita personale e comunitaria della nostra Chiesa. Nelle decisioni da prendere riguardo alla nostra vita, anche le più banali, dobbiamo sempre prendere in considerazione le dinamiche contorte e dolorose da esso causate: se i confini sono aperti, se abbiamo i permessi, se le strade saranno aperte, se saremo al sicuro”.

Quindi la sfida a cui è chiamata la Chiesa è quella della speranza: “La mancanza di chiarezza sulle prospettive future, che sono ancora tutte da definire, inoltre, contribuisce al senso di disorientamento e fa crescere il sentimento di sfiducia. Ma è proprio qui che, come Chiesa, siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti, che costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che usiamo che nelle azioni e gesti che porremo.

Non siamo qui per dire una parola politica, né per offrire una lettura strategica degli eventi. Il mondo è già pieno di parole simili, che raramente cambiano la realtà. Ci interessa, invece, una visione spirituale che ci aiuti a restare saldi nel Vangelo”.

La lettera del patriarca è un invito a non abituarsi alla sofferenza: “Questa guerra, infatti, interroga le nostre coscienze ed è all’origine di riflessioni, non solo politiche ma anche spirituali. La violenza spropositata a cui abbiamo assistito fino ad ora ha devastato non solo il nostro territorio, ma anche l’animo umano di molti, in Terra Santa e nel resto del mondo. Rabbia, rancore, sfiducia, ma anche odio e disprezzo dominano troppo spesso i nostri discorsi e inquinano i nostri cuori.

Le immagini sono devastanti, ci sconvolgono e ci pongono davanti a ciò che san Paolo ha chiamato ‘il mistero dell’iniquità’, che supera la comprensione della mente umana. Corriamo il rischio di abituarci alla sofferenza, ma non deve essere così. Ogni vita perduta, ogni ferita inflitta, ogni fame sopportata rimane uno scandalo agli occhi di Dio”.

Per questo il card. Pizzaballa ha invitato la Chiesa a testimoniare la fede: “In questo tempo drammatico la nostra Chiesa è chiamata con maggiore energia a testimoniare la sua fede nella passione e risurrezione di Gesù. La nostra decisione di restare, quando tutto ci chiede di partire, non è una sfida ma un rimanere nell’amore. Il nostro denunciare non è un’offesa alle parti, ma la richiesta di osare una via diversa dalla resa dei conti. Il nostro morire è avvenuto sotto la croce, non su un campo di battaglia”.

Ma ha avvertito che la fine della guerra non porterebbe subito alla pace: “Non sappiamo se questa guerra davvero finirà, ma sappiamo che il conflitto continuerà ancora, perché le cause profonde che lo alimentano sono ancora tutte da affrontare. Se anche la guerra dovesse finire ora, tutto questo e molto altro costituirà ancora una tragedia umana che avrà bisogno di molto tempo e tante energie per ristabilirsi.

La fine della guerra non segna necessariamente l’inizio della pace. Ma è il primo passo indispensabile per cominciare a costruirla. Ci attende un lungo percorso per ricostruire la fiducia tra noi, per dare concretezza alla speranza, per disintossicarci dall’odio di questi anni. Ma ci impegneremo in questo senso, insieme ai tanti uomini e donne che qui ancora credono che sia possibile immaginare un futuro diverso”.

Infatti i cristiani in Terra Santa si sentono come Maria di Magdala: “Come Maria di Magdala presso quello stesso sepolcro, noi vogliamo continuare a cercare, anche se a tentoni. Vogliamo insistere a cercare vie di giustizia, di verità, di riconciliazione, di perdono: prima o poi, in fondo ad esse, incontreremo la pace del risorto. E come lei, su queste vie vogliamo spingere altri a correre, ad aiutarci nel nostro cercare. Quando tutto sembra volerci dividere, noi diciamo la nostra fiducia nella comunità, nel dialogo, nell’ incontro, nella solidarietà che matura in carità.

Noi vogliamo continuare ad annunciare la Vita eterna più forte della morte con gesti nuovi di apertura, di fiducia, di speranza. Sappiamo che il male e la morte, pur così potenti e presenti in noi e attorno a noi, non possono eliminare quel sentimento di umanità che sopravvive nel cuore di ognuno. Sono tante le persone che in Terra Santa e nel mondo si stanno mettendo in gioco per tenere vivo questo desiderio di bene e si impegnano a sostenere la Chiesa di Terra Santa. E li ringraziamo, portando ciascuno di loro nella nostra preghiera”.

La lettera si conclude con l’invito a pregare per la pace con papa Leone XIV: “In questo mese, dedicato alla Vergine Santissima, vogliamo pregare per questo. Per custodire e preservare da ogni male il nostro cuore e quello di coloro che desiderano il bene, la giustizia e la verità. Per avere il coraggio di seminare germi di vita nonostante il dolore, per non arrendersi mai alla logica dell’esclusione e del rifiuto dell’altro.

Preghiamo per le nostre comunità ecclesiali, perché restino unite e salde, per i nostri giovani, le nostre famiglie, i nostri sacerdoti, religiosi e religiose, per tutti coloro che si impegnano per portare ristoro e conforto a chi è nel bisogno. Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle di Gaza, che nonostante l’infuriare della guerra su di loro, continuano a testimoniare con coraggio la gioia della vita.

Ci uniamo, infine, all’invito di Papa Leone XIV che ha indetto per sabato 11 ottobre una giornata di digiuno e di preghiera per la pace. Invito tutte le comunità parrocchiali e religiose ad organizzare liberamente, per quella giornata, momenti di preghiera, come il rosario, l’adorazione eucaristica, liturgie della Parola e altri momenti simili di condivisione”.

Papa Leone XIV: cuore della missione della Chiesa è la misericordia di Dio

“Sono addolorato per le notizie che giungono dal Madagascar, circa gli scontri violenti tra le Forze dell’Ordine e giovani manifestanti, che hanno provocato la morte di alcuni di loro e un centinaio di feriti. Preghiamo il Signore affinché si eviti sempre ogni forma di violenza, e si favorisca la costante ricerca dell’armonia sociale attraverso la promozione della giustizia e del bene comune”: al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha invitato a pregare per la morte di alcuni giovani morti a seguito di violenti scontri nel Madagascar, mentre prima di iniziare l’udienza aveva salutato un gruppo di pellegrini tedeschi: “Cari pellegrini, buongiorno! Saluto con affetto tutti voi che dalla Germania siete venuti a Roma con il pellegrinaggio del Malteser Hilfsdienst. Ja, gut, ja, danke! Prima di recarmi all’Udienza generale in Piazza, ho voluto incontrarvi personalmente qui nell’Aula Paolo VI… Ora recitiamo insieme l’Ave Maria, affidando tutte le vostre intenzioni e le persone a casa per le quali desiderate pregare la Beata Vergine, e poi vi impartisco la benedizione apostolica”.

Mentre nell’udienza generale papa Leone XIV ha ripreso il ciclo di catechesi dell’Anno Giubilare, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, sul tema ‘La risurrezione’: “Il centro della nostra fede e il cuore della nostra speranza si trovano ben radicati nella risurrezione di Cristo. Leggendo con attenzione i Vangeli, ci accorgiamo che questo mistero è sorprendente non solo perché un uomo (il Figlio di Dio) è risorto dai morti, ma anche per il modo in cui ha scelto di farlo. Infatti la risurrezione di Gesù non è un trionfo roboante, non è una vendetta o una rivalsa contro i suoi nemici. E’ la testimonianza meravigliosa di come l’amore sia capace di rialzarsi dopo una grande sconfitta per proseguire il suo inarrestabile cammino”.

E la sua ‘apparizione’ avviene senza ‘rivincita’: “Quando noi ci rialziamo dopo un trauma causato da altri, spesso la prima reazione è la rabbia, il desiderio di far pagare a qualcuno ciò che abbiamo subito. Il Risorto non reagisce in questo modo. Uscito dagli inferi della morte, Gesù non si prende nessuna rivincita. Non torna con gesti di potenza, ma con mitezza manifesta la gioia di un amore più grande di ogni ferita e più forte di ogni tradimento”.

Anzi attraverso la pace: “Il Risorto non sente alcun bisogno di ribadire o affermare la propria superiorità. Egli appare ai suoi amici (i discepoli) e lo fa con estrema discrezione, senza forzare i tempi della loro capacità di accoglienza. Il suo unico desiderio è quello di tornare a essere in comunione con loro, aiutandoli a superare il senso di colpa.

Lo vediamo molto bene nel cenacolo, dove il Signore appare ai suoi amici chiusi nella paura. E’ un momento che esprime una forza straordinaria: Gesù, dopo essere sceso negli abissi della morte per liberare coloro che vi erano prigionieri, entra nella stanza chiusa di chi è paralizzato dalla paura, portando un dono che nessuno avrebbe osato sperare: la pace”.

Compie tale gesto attraverso le ferite del proprio corpo: “Ma è accompagnato da un gesto talmente bello da risultare quasi sconveniente: Gesù mostra ai discepoli le mani e il fianco con i segni della passione. Perché esibire le ferite proprio davanti a chi, in quelle ore drammatiche, lo ha rinnegato e abbandonato? Perché non nascondere quei segni di dolore ed evitare di riaprire la ferita della vergogna?”

Questa significa che Gesù ha riconciliato il mondo e dona pace: “Eppure, il Vangelo dice che, vedendo il Signore, i discepoli gioirono. Il motivo è profondo: Gesù è ormai pienamente riconciliato con tutto ciò che ha sofferto. Non c’è ombra di rancore. Le ferite non servono a rimproverare, ma a confermare un amore più forte di ogni infedeltà. Sono la prova che, proprio nel momento del nostro venir meno, Dio non si è tirato indietro. Non ha rinunciato a noi. Così, il Signore si mostra nudo e disarmato. Non pretende, non ricatta. Il suo è un amore che non umilia; è la pace di chi ha sofferto per amore e ora può finalmente affermare che ne è valsa la pena”.

Invece noi facciamo ‘finta’ di riconciliarci: “Noi, invece, spesso mascheriamo le nostre ferite per orgoglio o per timore di apparire deboli… A volte preferiamo nascondere la nostra fatica di perdonare per non apparire vulnerabili e per non rischiare di soffrire ancora. Gesù no. Lui offre le sue piaghe come garanzia di perdono. E mostra che la Risurrezione non è la cancellazione del passato, ma la sua trasfigurazione in una speranza di misericordia”.

E tramite la riconciliazione è donato lo Spirito Santo: “Gesù soffia su di loro e dona lo Spirito Santo. E’ lo stesso Spirito che lo ha sostenuto nell’obbedienza al Padre e nell’amore fino alla croce. Da quel momento, gli apostoli non potranno più tacere ciò che hanno visto e udito: che Dio perdona, rialza, ridona fiducia”.

Questa è la missione della Chiesa: “Questo è il cuore della missione della Chiesa: non amministrare un potere sugli altri, ma comunicare la gioia di chi è stato amato proprio quando non lo meritava. E’ la forza che ha fatto nascere e crescere la comunità cristiana: uomini e donne che hanno scoperto la bellezza di tornare alla vita per poterla donare agli altri”.

Ha concluso la catechesi con l’invito ad ‘aprirsi’ alla misericordia di Dio: “Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo inviati. Anche a noi il Signore mostra le sue ferite e dice: Pace a voi. Non abbiate paura di mostrare le vostre ferite risanate dalla misericordia. Non temete di farvi prossimi a chi è chiuso nella paura o nel senso di colpa. Che il soffio dello Spirito renda anche noi testimoni di questa pace e di questo amore più forte di ogni sconfitta”.

(Foto: Santa Sede)

Card. Zuppi ad Assisi: la preghiera è più forte della guerra

“L’antifona della celebrazione odierna con molta poesia descrive: ‘Oggi è sorta una stella: oggi santa Chiara, poverella di Cristo, è volata alla gloria del cielo’. Una stella: luce, la vita che diviene vita che non finisce. Alziamo lo sguardo, allora, per capire qualcosa di noi stessi e della terra, e lasciamoci guidare dall’unico amore di Dio che ogni stella, come pensavano gli antichi, riflette. Abbiamo proprio bisogno di uscire ‘a riveder le stelle’ per non restare avvolti nel buio dell’orrore della violenza e degli inferni di sofferenza che vediamo intorno a noi! La sua luce accende e rafforza la speranza! Non si cammina bene sulla terra senza guardare, scrutare, contemplare il cielo!”

E’ stato l’auspicio dell’arcivescovo della diocesi di Bologna, card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei che, lunedì 11 agosto, ha presieduto la celebrazione nella basilica di Santa Chiara di Assisi, in occasione della solennità della santa, alla presenza delle autorità civili e militari e l’animazione da parte del coro dei Cantori di Assisi. E proprio il suo esempio può aiutare i cristiani, ma anche la Chiesa ed il mondo:

“E’ proprio nella ‘notte fonda’ di tanta sofferenza che oggi ci lasciamo guidare dalla dolce e ferma Chiara e anche da voi, sue sorelle e figlie, che con la luce della vostra presenza siete un faro di umanità, di accoglienza, di preghiera e, quindi, di pensiero, insomma stelle del mattino che annunciano l’alba di un nuovo giorno, mostrano l’amore che ancora non c’è ma che ci sarà. Ella riflette e voi riflettete amore”.

E’ una gioia, che si vive in comunione: “La gioia luminosa di santa Chiara è stata sempre insieme alle sorelle. E’ stata una sposa che si è pensata in comunione. Quanto abbiamo bisogno di comunità, di madri e di sorelle, di pensarsi insieme, con relazioni non aziendali ma di amore, di luoghi dove vivere il comandamento dell’amatevi gli uni gli altri lasciatoci da Gesù!”

Quindi ha ammonito sul significato di clausura, che non è fuga dal mondo: “Clausura non è certo estraneità o distanza dalla vita concreta, anzi, è spazio per vivere pienamente la comunione con Dio e, quindi, scendere con Lui nel profondo della storia, nelle sofferenze che scuotono la creazione tutta e che con voi diventano preghiera e compassione.

La risposta alla tribolazione, come abbiamo ascoltato dall’Apostolo, non è scappare dal mondo (quello lo fanno tanti che cercano un benessere improbabile e si costruiscono paradisi che in realtà diventano prigioni piene di paura e dipendenze, povere di vita vera) ma rimanere con Gesù, nostra speranza, forti del suo amore, motivo per cui ‘non ci scoraggiamo’.

Ci aiutate, con la dimensione spirituale e così umana della vostra amicizia, a rimanere con Lui, a capire che Lui resta sempre con noi, che così troviamo la Sua e nostra gloria, i frutti che rivelano la grandezza e la forza nascosta nella vite e il senso di essere noi tralci”.

Quindi da santa Chiara il rimando è a san Francesco: “Quest’anno ricordiamo l’ottavo centenario del Cantico delle Creature e oggi del canto ‘Audite, poverelle dal Signore vocate’. Francesco, malato, quasi cieco, compose parole e musica (il motivo per cui chi canta prega due volte è perché con il di più della melodia esprime quello che non riusciremmo a dire o a spiegare). Si rivolge a Chiara ed alle sue compagne chiamandole ‘Poverelle’ e poi termina dicendo che saranno ‘Regine’, coronate in cielo con la Vergine Maria.

Per Chiara la prima scelta è sempre vivere il Vangelo, come si legge all’inizio della sua Regola, in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità, senza compromessi come l’amore vero. La seconda, strettamente unita alla prima, che la completa e la permette, è di vivere in fraternità, al servizio le une delle altre. Ma non c’è fraternità senza maternità, come santa Chiara insegna e vive lavando i piedi alle sorelle ed essendo Madre premurosa e sapiente”.

Infine ha invitato le ‘sorelle’ clariane di insegnarci a vivere la pace di santa Chiara: “Oggi, in questo giubileo della Speranza, Chiara ci aiuta a scegliere la via della pace e ci ricorda che la preghiera è più forte della guerra e ispira sempre il mettersi in gioco con tutta se stessa seguendo il Signore che affronta il male. Solo così si spiega la scelta di restare a san Damiano, pur sapendo che un esercito nemico stava arrivando contro la città di Assisi, per proteggere le sorelle e la città. Insieme… Di fronte alla violenza seguiamo l’esempio di Chiara che affronta il male disarmata e disarmante. E’ sempre così per la Chiesa e per i cristiani. Santa Chiara benedici le tue figlie e tutti noi”.

(Foto: diocesi di Assisi –Nocera Umbra – Gualdo Tadino)

Un uomo (e un film) per tutte le stagioni

Il 22 giugno la Chiesa ha ricordato la straordinaria figura di san Tommaso Moro (1478-1535), padre di famiglia, avvocato, uomo di Stato e scrittore che, contro tutto e tutti, seppe sacrificare la sua carriera politica e la vita per rimanere fedele alla verità naturale e cristiana. Nel 1532, infatti, giunto alla più alta carica politico-amministrativa del Regno d’Inghilterra (era stato designato Lord Cancelliere a 52 anni, nel 1530), decise di dimettersi per sottrarsi al disegno tirannico di Enrico VIII di manipolare Parlamento e Assemblea del Clero per assumere il controllo sulla chiesa d’Inghilterra e farne “legittimare” il divorzio da Caterina d’Aragona che gli era necessario per poter sposare Anna Bolena.

Dopo 15 mesi di “carcere duro” e torture di vario tipo Sir Thomas More fu decapitato pronunciando come ultime parole prima della condanna a morte: «Muoio come buon servo del Re, ma anzitutto come servo di Dio». La Chiesa, per questo, l’ha proclamato patrono dei politici e degli uomini di governo durante il Grande Giubileo del 2000 e, nel recente Giubileo dei Governanti (21-22 giugno 2025), lo ha di nuovo additato come esempio non solo per la carica profetica della sua testimonianza etica ma anche per la grandezza di statista.

A questo proposito è significativo notare come nell’ultima intervista rilasciata da cardinale ai media vaticani all’indomani della morte di Papa Francesco, Leone XIV abbia voluto ricordare proprio la venerazione di Bergoglio per san Tommaso Moro. Nelle udienze settimanali del sabato mattina come prefetto del Dicastero per i Vescovi, infatti, il Papa soleva raccomandargli di «non perdere il senso dell’umorismo», invitandolo a recitare la “Preghiera del buonumore” di Thomas More per andare avanti nelle «cose di grande responsabilità, con grande fiducia nella grazia del Signore» (cit. in Tiziana Campisi, «Ha insegnato a vivere la gioia del Vangelo». L’ultima intervista del cardinale Prevost con i media vaticani rilasciata all’indomani della morte di Francesco, L’Osservatore Romano, 9 maggio 2025, p. 6). Si tratta di una preghiera che, come noto, Papa Francesco ha recitato ogni giorno durante il suo non facile e contrastato Pontificato.

Siccome oggi ricorre il 65° anniversario della prima teatrale dell’opera di Robert Bolt (1924-1995) “Un uomo per tutte le stagioni” (A Man for All Seasons), dedicata al “martirio politico” di san Tommaso Moro (rappresentata al Globe Theatre di Londra, per la regia di Noel Willman, il 1º luglio 1960), vale la pena riproporne all’attenzione la trama e l’omonimo film vincitore di sei Premi Oscar nel 1966, tra cui quelli per il miglior film e il miglior regista.

Come il capolavoro di Robert Bolt, sceneggiatore di grandi successi come Lawrence d’Arabia (1962), Il dottor Živago (1965) e The Mission (1986), la trama del film di Fred Zinnemann culmina nel rifiuto di Tommaso Moro di accettare il divorzio del re d’Inghilterra e la rottura della “chiesa nazionale” con quella di Roma.

Il film vanta un cast stellare, dal protagonista Paul Scofield, attore shakesperiano già protagonista dell’originale produzione teatrale del 1960 e divenuto noto sul grande schermo per l’interpretazione del severo professore universitario Mark Van Doren in Quiz Show (1994), che impersona Tommaso Moro, all’energico Robert Shaw, nei panni di Enrico VIII, passando per il grande Orson Wells che interpreta il cardinale Thomas Wolsey, Arcivescovo di York e potente uomo di Stato e il giovanissimo John Hurt, che dà volto e voce a Richard Rich, l’uomo che dopo aver chiesto una raccomandazione a Thomas More ancora potente ne siglerà alla fine la condanna a morte.

Quella di Tommaso è solo apparentemente una parabola umana dall’esito tragico. Rimane infatti sempre motivato da un’ardente fede cattolica, invidiato dai suoi rivali e profondamente amato dalla sua famiglia. Oltre a ciò è riconosciuto come funzionario dello Stato integro e fedele, che muore per onorare la giustizia e la verità. E lo fa senza mai condannare chi cede ed è più debole di lui, nella certezza della bontà del progetto di Dio sulla sua vita (Omnia in bonum!Tutto concorre al bene!).

More è innocente come attestano in fondo anche i suoi avversari, primo tra tutti Thomas Cromwell, l’ambizioso segretario del cardinale Wolsey disposto a tutto per il potere, ma non può piegarsi al compromesso morale né all’attentato condotto ai diritti di Dio e della Chiesa. Pur nella convinzione che il martirio non vada cercato se non come ultima opzione, alla fine san Tommaso Moro non potrà che pagare con la vita la fedeltà alla sua coscienza.

Interessanti anche i risvolti politici del film di Zinnemann che, girato in piena guerra fredda, rappresentano le dinamiche tipiche della corruzione di una macchina statale in regime di tirannia e della propensione umana a farsene irretire e compromettere richiamando le atmosfere della Russia sovietica del Dottor Živago.

Restando fedele alla sua struttura quasi teatrale, Un uomo per tutte le stagioni mantiene ancora oggi intatti il suo ritmo e il suo fascino. Dopo essersi rifiutato di prestare giuramento di fedeltà a Enrico VIII in quanto Capo della Chiesa, More viene arrestato e rinchiuso nella Torre di Londra. Si difende brillantemente dalle accuse che gli vengono rivolte, ma viene condannato come detto per lo spergiuro di Rich, che in cambio riceve da Cromwell la carica di Procuratore Generale del Galles.

Il titolo del film (così come la pièce teatrale di Bolt) è ispirato da una dedica composta dallo scrittore e latinista Robert Whittington (1480-1553), un contemporaneo di More, che nel 1520 scrisse di lui: «Thomas More ha l’intelligenza di un angelo e una singolare sapienza: / non ne conosco l’eguale. / Perché, dove trovare tanta dolcezza, umiltà, gentilezza? / E, secondo che il tempo lo richieda, una grave serietà o una straordinaria allegrezza: / un uomo per tutte le stagioni».

Nel 1999 il British Film Institute, la maggiore Istituzione cinematografica britannica, l’ha inserito al 43º posto della lista dei migliori cento film prodotti nel Regno Unito nel XX secolo. Nel 1988 la pièce teatrale di Robert Bolt ha avuto un ulteriore adattamento, questa volta televisivo, con il film diretto ed interpretato da Charlton Heston.

La prima italiana, con il titolo Uomo di ogni stagione, è stata portata in scena dalla Compagnia del Teatro della Cometa l’8 settembre 1961 al Teatro Olimpico di Vicenza, per la regia di Giuseppe Di Martino e costumi di Titus Vossberg, con Paola Borboni, Antonio Crast (Tommaso Moro), Antonio Pierfederici (Thomas Cromwell), Mila Vannucci, Franco Graziosi, Loris Gizzi, Nino Pavese ed Ennio Balbo.

Sant’Antonio da Padova: un santo che indica la via della speranza

Passata la solennità del Santo di venerdì 13 giugno, prosegue il cartellone del Giugno Antoniano 2025, che accompagnerà il pubblico fino al 28 giugno: oggi alle ore 16.00, la Sala Studio Teologico al Santo ospita il seminario di studio ‘Antonio: cammino e cammini’  con concerto finale. Si tratta di un itinerario tra antropologia e spiritualità che vedrà alternarsi padre Luciano Bertazzo del Centro Studi Antoniani, Alberto Friso di Antonio800 e Chiara Rabbiosi, docente del corso di laurea in turismo dell’Università di Padova. Nell’occasione sarà presentato il volume ‘Antonio da Lisbona di Padova. I Cammini’, curato da Pompeo Volpe, in dialogo con Jorge Leitao, già pellegrino dalla Sicilia a Padova.

Al termine della parte seminariale, ci si sposterà nei chiostri per il concerto di canti dei pellegrini tramandati nei manoscritti medievali, con il Coro di Canto medievale diretto dal M° Massimo Bisson e il Coro Gaudeamus diretto dal M° Ignacio Vazzoler, entrambi del Concentus Musicus Patavinus dell’Università di Padova, con tenore e baritono solisti ed Ensemble strumentale. I canti dei pellegrini, tramandati nei manoscritti medievali come il Codex Calixtinus e il Llibre Vermell de Montserrat, offrono un prezioso squarcio sulla dimensione sonora del pellegrinaggio. Dall’antica Europa al Sud America del XX secolo, il legame tra musica e devozione si rinnova nella Misa Criolla di Ariel Ramírez, straordinaria opera che fonde la tradizione della liturgia cattolica con i ritmi e le sonorità popolari dell’America Latina. L’evento, a cura del Centro Studi Antoniani, Museo Antoniano e Antonio800, ha ottenuto il patrocinio del dipartimento DISSGEA dell’Università di Padova.

Sempre mercoledì 18 giugno alle ore 20.45 (in replica il mercoledì 25 giugno, alla stessa ora), la Veneranda Arca di Sant’Antonio promuove ‘Il Santo – Antonio, difensore degli ultimi’, che si terrà nei Chiostri della Basilica di Sant’Antonio. Si tratta di visite animate con Alessandra Brocadello e Carlo Bertinelli di Teatrortaet Associazione Culturale. Partendo dalla narrazione del Beato Luca Belludi, che ha accompagnato l’ultima parte della vita di frate Antonio, si percorre l’itinerario biografico antoniano: dalle città portoghesi dove è nato e ha vissuto, alla scelta francescana, fino alla città di Padova dove ha predicato ed è morto, subito acclamato come ‘Santo’. Posti disponibili 40. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria: prenotazioni@teatrortaet.it – t. 348 3615812. 

‘Una passeggiata con il conte Nicolò Claricini’, di giovedì 19 giugno, è invece un’originale percorso di visita guidata a piedi dalle residenze De Claricini lungo via Cesarotti, fino alla Basilica del Santo sulle orme di Giotto. La partenza alle ore 18.30 è da Palazzo De Claricini, per una eccezionale visita dello storico edificio con il presidente della Fondazione De Claricini Dornpacher Oldino Cernoia ed Emanuela Accornero, curatrice di pubblicazioni sulla famiglia che ripercorrono la figura del conte Nicolò Claricini, già Presidente della Veneranda Arca e appassionato studioso di Giotto, sino ai luoghi giotteschi della Basilica, questi ultimi illustrati dalla docente universitaria Giovanna Valenzano del Collegio di presidenza della Veneranda Arca del Santo. La visita, organizzata da Veneranda Arca di Sant’Antonio con Fondazione De Claricini Dornpacher, è a ingresso libero sino a esaurimento posti disponibili (massimo 40 persone). Gradita la prenotazione a arcadisantantonio@gmail.com.

Sabato 21 giugno alle ore 18.30, l’Oratorio di San Giorgio, inserito nel circuito della Padova Urbs Picta patrimonio Unesco, ospita il concerto di canto gregoriano ‘Cantare per sant’Antonio: l’Officium Rhythmicum di Giuliano da Spira’ della Schola cantorum Psallite sapienter, diretta dal M° Matteo Cesarotto. Composto nel XIII secolo, quando ormai il canto gregoriano vero e proprio aveva concluso la sua stagione più fervida, questo Ufficio Ritmico, composto dal raffinato musicista fra Giuliano da Spira, celebra la figura di Sant’Antonio di Padova canonizzato a soli undici mesi dalla sua morte, segno della profonda venerazione di cui già godeva nel suo tempo. La struttura poetica e musicale dell’Officium Rhythmicum con melodie ornate e regolari, ne favoriva la memorizzazione e la diffusione da parte dei devoti, trasformandolo in un vero e proprio canto di devozione, espressione pura e sublime della preghiera cantata nella tradizione cristiana occidentale. Il concerto a cura del Museo Antoniano è a ingresso libero fino esaurimento posti.

Il cartellone completo con tutti gli eventi culturali e le celebrazioni religiose è su www.santantonio.org.

Mentre nella festa di Pentecoste il prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, card. Marcello Semeraro ha ripreso la descrizione della Chiesa del card. Schuster: “Possiamo paragonare questo momento a quanto accade nelle nostre famiglie quando, una bimba o un bimbo nati da poco, pronunciano le loro prime parole: le accogliamo con gioia e lo comunichiamo a nostra volta ai parenti e agli amici. So che a questa Santa Messa partecipano pure genitori colpiti dalla perdita di un figlio, o di una figlia e dunque questo che ho richiamato può suscitare rimpianto. Faccia sorgere, però, nel vostro animo, carissimi, anche ricordi belli e ricchi di speranza perché oggi quei figli e figlie non solo parlano, ma cantano le lodi del Signore con gli Angeli nel cielo”.

Ed ha offerto due annotazione sul dono della comprensione delle lingue: “La prima ci giunge dalle spiegazioni, pressoché unanimi, che i Padri della Chiesa hanno dato riguardo a questa comprensione di lingue diverse. Li ben sintetizza san Beda, un monaco benedettino del VII secolo, il quale scrive che quanto accadde a Gerusalemme è il capovolgimento di quanto era avvenuto a Babele: qui ci fu la confusione delle lingue degli uomini, a Gerusalemme, invece, l’opera dello Spirito Santo le riconciliò per l’edificazione della Chiesa, cui il Signore ha affidato la missione di annunciare il Vangelo a tutti i popoli”.

Poi citando san Gregorio di Nazianzo, che ha paragonato l’opera dello Spirito Santo a quella di un maestro di coro che riunisce le voci più diverse in un unico canto di lode, il prefetto ha riportato episodi di vita di  sant’Antonio: “Chi vedeva e ascoltava Antonio capiva che egli era sostenuto dall’amore, dalla carità. E’ l’amore che permette di superare le distanze. Lo diceva già la sapienza antica: omnia vincit amor. Come non saperlo noi cristiani? Non cantiamo, forse, che ‘l’amore di Cristo ci ha riuniti per diventare una sola cosa’?

Ma c’è pure un’altra cosa che sant’Antonio raccomandava dopo avere spiegato il miracolo pentecostale delle lingue. Diceva che ‘le diverse lingue sono le varie testimonianze che possiamo dare a Cristo, come l’umiltà, la povertà, la pazienza e l’obbedienza: e parliamo queste lingue quando mostriamo agli altri queste virtù, praticate in noi stessi. Il parlare è vivo quando parlano le opere. Vi scongiuro: cessino le parole e parlino le opere’. Raccogliamo, allora, pure questo suo incoraggiamento alla coerenza della vita e invochiamolo con le parole di un antico inno, che ci giunge da un manoscritto polacco del XVI-XVI secolo”.

Mentre nel messaggio in occasione della festa il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, e fra Antonio Ramina, rettore della Pontificia Basilica di sant’Antonio, hanno scritto che la speranza illumina la vita: “Possiamo sperare perché le nostre esistenze sono lo spazio in cui Dio riversa la pienezza del suo amore. Immeritato, gratuito, fedele; che ci permette di rialzarci sempre. Sant’Antonio potrebbe essere considerato il santo della ‘perenne ripartenza’. Se c’è un tratto che lo qualifica da vicino è proprio questo: la sua parola, per quanto esigente e decisa, è sempre stata parola di incoraggiamento, che non ha mai negato a nessuno la possibilità di ricevere il perdono e di ricominciare a sperare: ‘Il peccatore deve allietarsi nella speranza del perdono’ (Sant’Antonio di Padova)…

Sono, questi, soltanto alcuni esempi delle tante dinamiche disumanizzanti di cui siamo purtroppo testimoni. Prenderne coscienza implica, da parte nostra, la responsabilità di non assecondarle, anche se ci costa fatica; anche se ci sembrano inarrestabili. Nessuno ci tolga la possibilità di fare scelte diverse rispetto a quelle dominanti: ogni attenzione al povero, ogni gesto di perdono, ogni frammento di tempo impiegato a coltivare un’amicizia, ogni energia dedicata alla gratuità dell’arte, ogni premura riservata al creato, ogni violenza denunciata con coraggio: sono tutte attitudini «improduttive» sotto il profilo dell’utile e del tornaconto; ma gettano le basi per rapporti umani felici e concorrono a edificare per il domani orizzonti di convivenza possibili. Anche in questo ci è d’ispirazione la vita di Sant’Antonio, che non ha esitato a esporsi di persona mettendosi contro tiranni e corrotti, mostrando l’efficacia della testimonianza personale nata dalla fede”.

(Foto: Sant’Antonio da Padova)

Papa Leone XIV: la centralità è Gesù Cristo

“So di poter contare su ognuno di voi per camminare con me mentre continuiamo come Chiesa, come comunità di amici di Gesù, come credenti ad annunciare la buona notizia, ad annunciare il Vangelo”: sono le prime parole in inglese pronunciate nell’omelia della Messa pro Ecclesia con i cardinali nella Cappella Sistina da papa Leone XIV con l’invito a testimoniare la fede negli ambienti in cui ‘è considerata una cosa assurda’, perché ‘si preferiscono tecnologia, denaro, successo, potere, piacere’.

Continuando l’omelia in italiano il papa si è soffermato sulla professione di fede dell’apostolo Pietro: “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre. In Lui Dio, per rendersi vicino e accessibile agli uomini, si è rivelato a noi negli occhi fiduciosi di un bambino, nella mente vivace di un giovane, nei lineamenti maturi di un uomo, fino ad apparire ai suoi, dopo la risurrezione, con il suo corpo glorioso. Ci ha mostrato così un modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità.

E nella risposta l’apostolo sottolinea le cose necessarie per la salvezza: “Pietro, nella sua risposta, coglie tutte e due queste cose: il dono di Dio e il cammino da percorrere per lasciarsene trasformare, dimensioni inscindibili della salvezza, affidate alla Chiesa perché le annunci per il bene del genere umano. Affidate a noi, da Lui scelti prima che ci formassimo nel grembo materno, rigenerati nell’acqua del Battesimo e, al di là dei nostri limiti e senza nostro merito, condotti qui e di qui inviati, perché il Vangelo sia annunciato ad ogni creatura”.

Per questo Gesù vuole sapere dagli apostoli cosa pensa la gente: “Non è una questione banale, anzi riguarda un aspetto importante del nostro ministero: la realtà in cui viviamo, con i suoi limiti e le sue potenzialità, le sue domande e le sue convinzioni… Pensando alla scena su cui stiamo riflettendo, potremmo trovare a questa domanda due possibili risposte, che delineano altrettanti atteggiamenti”.

Infatti a Gesù interessa anche il pensiero del ‘mondo’: “C’è prima di tutto la risposta del mondo. Matteo sottolinea che la conversazione fra Gesù e i suoi circa la sua identità avviene nella bellissima cittadina di Cesarea di Filippo, ricca di palazzi lussuosi, incastonata in uno scenario naturale incantevole, alle falde dell’Hermon, ma anche sede di circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà. Questa immagine ci parla di un mondo che considera Gesù una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire. E così, quando la sua presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo ‘mondo’ non esiterà a respingerlo e a eliminarlo”.

Per questo Gesù insiste con gli apostoli: “C’è poi l’altra possibile risposta alla domanda di Gesù: quella della gente comune. Per loro il Nazareno non è un ‘ciarlatano’: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele. Per questo lo seguono, almeno finché possono farlo senza troppi rischi e inconvenienti. Però lo considerano solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anche essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi”.

In questo consiste la vitalità evangelica: “Colpisce, di questi due atteggiamenti, la loro attualità. Essi incarnano infatti idee che potremmo ritrovare facilmente (magari espresse con un linguaggio diverso, ma identiche nella sostanza) sulla bocca di molti uomini e donne del nostro tempo. Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere”.

Per questo papa Francesco aveva sempre invitato ad annunciare il Vangelo anche in luoghi dove è la mancanza di fede attraverso la ‘gioia’: “Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco”.

Quindi è necessario annunciare Gesù Figlio di Dio: “Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto”.

Per compiere tale annunzio è necessario avere un rapporto ‘personale’ con Gesù: “E’ essenziale farlo prima di tutto nel nostro rapporto personale con Lui, nell’impegno di un quotidiano cammino di conversione. Ma poi anche, come Chiesa, vivendo insieme la nostra appartenenza al Signore e portandone a tutti la Buona Notizia”.

Ha concluso l’omelia con un richiamo di sant’Ignazio di Antiochia per ribadire la centralità di Gesù nel mondo e non di chi annuncia il Vangelo: “Dico questo prima di tutto per me, come Successore di Pietro, mentre inizio questa mia missione di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale, secondo la celebre espressione di sant’Ignazio di Antiochia. Egli, condotto in catene verso questa città, luogo del suo imminente sacrificio, scriveva ai cristiani che vi si trovavano: ‘Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo’.

Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo (e così avvenne), ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: Gesù è il vivente

Nel messaggio pasquale ‘Urbe et Orbi’ con voce flebile, ma ferma papa Francesco impartisce la benedizione ai 35.000 fedeli riuniti nell’emiciclo del Bernini che poco prima hanno partecipato alla Messa di Pasqua presieduta, su delega del pontefice, dal card. Angelo Comastri, facendo riecheggiare la parola dell’Alleluja della vittoria sulla morte:

“Oggi nella Chiesa finalmente risuona l’alleluia, riecheggia di bocca in bocca, da cuore a cuore, e il suo canto fa piangere di gioia il popolo di Dio nel mondo intero. Dal sepolcro vuoto di Gerusalemme giunge fino a noi l’annuncio inaudito: Gesù, il Crocifisso, ‘non è qui, è risorto’. Non è nella tomba, è il vivente! L’amore ha vinto l’odio. La luce ha vinto le tenebre. La verità ha vinto la menzogna. Il perdono ha vinto la vendetta. Il male non è scomparso dalla nostra storia, rimarrà fino alla fine, ma non ha più il dominio, non ha più potere su chi accoglie la grazia di questo giorno”.

La morte è vinta perché Dio si è fatto carico del male nel mondo: “Sorelle e fratelli, specialmente voi che siete nel dolore e nell’angoscia, il vostro grido silenzioso è stato ascoltato, le vostre lacrime sono state raccolte, nemmeno una è andata perduta! Nella passione e nella morte di Gesù, Dio ha preso su di sé tutto il male del mondo e con la sua infinita misericordia l’ha sconfitto: ha sradicato l’orgoglio diabolico che avvelena il cuore dell’uomo e semina ovunque violenza e corruzione”.

Nella resurrezione, quindi, sta la speranza, la quale non delude: “Sì, la risurrezione di Gesù è il fondamento della speranza: a partire da questo avvenimento, sperare non è più un’illusione. No. Grazie a Cristo crocifisso e risorto, la speranza non delude! Spes non confundit! E non è una speranza evasiva, ma impegnativa; non è alienante, ma responsabilizzante.

Quanti sperano in Dio pongono le loro fragili mani nella sua mano grande e forte, si lasciano rialzare e si mettono in cammino: insieme con Gesù risorto diventano pellegrini di speranza, testimoni della vittoria dell’Amore, della potenza disarmata della Vita”.

In un mondo di morte la vita vince: “Cristo è risorto! In questo annuncio è racchiuso tutto il senso della nostra esistenza, che non è fatta per la morte ma per la vita. La Pasqua è la festa della vita! Dio ci ha creati per la vita e vuole che l’umanità risorga! Ai suoi occhi ogni vita è preziosa! Quella del bambino nel grembo di sua madre, come quella dell’anziano o del malato, considerati in un numero crescente di Paesi come persone da scartare.

Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo! Quanta violenza vediamo spesso anche nelle famiglie, nei confronti delle donne o dei bambini! Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti! In questo giorno, vorrei che tornassimo a sperare e ad avere fiducia negli altri, anche in chi non ci è vicino o proviene da terre lontane con usi, modi di vivere, idee, costumi diversi da quelli a noi più familiari, poiché siamo tutti figli di Dio!”

Ed il pensiero va alla Terra Santa: “Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile! Dal Santo Sepolcro, Chiesa della Risurrezione, dove quest’anno la Pasqua è celebrata nello stesso giorno da cattolici e ortodossi, s’irradi la luce della pace su tutta la Terra Santa e sul mondo intero. Sono vicino alle sofferenze dei cristiani in Palestina e in Israele, così come a tutto il popolo israeliano e a tutto il popolo palestinese. Preoccupa il crescente clima di antisemitismo che si va diffondendo in tutto il mondo.

In pari tempo, il mio pensiero va alla popolazione e in modo particolare alla comunità cristiana di Gaza, dove il terribile conflitto continua a generare morte e distruzione e a provocare una drammatica e ignobile situazione umanitaria. Faccio appello alle parti belligeranti: cessate il fuoco, si liberino gli ostaggi e si presti aiuto alla gente, che ha fame e che aspira ad un futuro di pace!”

Ed anche alla popolazione libanese: “Preghiamo per le comunità cristiane in Libano e in Siria che, mentre quest’ultimo Paese sperimenta un passaggio delicato della sua storia, ambiscono alla stabilità e alla partecipazione alle sorti delle rispettive Nazioni. Esorto tutta la Chiesa ad accompagnare con l’attenzione e con la preghiera i cristiani dell’amato Medio Oriente”.

Però non ha dimenticato né Yemen né Ucraina: “Un pensiero speciale rivolgo anche al popolo dello Yemen, che sta vivendo una delle peggiori crisi umanitarie ‘prolungate’ del mondo a causa della guerra, e invito tutti a trovare soluzioni attraverso un dialogo costruttivo. Cristo Risorto effonda il dono pasquale della pace sulla martoriata Ucraina e incoraggi tutti gli attori coinvolti a proseguire gli sforzi volti a raggiungere una pace giusta e duratura”.

Nei pensieri del papa è anche la situazione caucasica: “In questo giorno di festa pensiamo al Caucaso Meridionale e preghiamo affinché si giunga presto alla firma e all’attuazione di un definitivo Accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian, che conduca alla tanto desiderata riconciliazione nella Regione”.

Ha chiesto pace nei Balcani: “La luce della Pasqua ispiri propositi di concordia nei Balcani occidentali e sostenga gli attori politici nell’adoperarsi per evitare l’acuirsi di tensioni e crisi, come pure i partner della Regione nel respingere comportamenti pericolosi e destabilizzanti”.

E nella Repubblica del Congo: “Cristo Risorto, nostra speranza, conceda pace e conforto alle popolazioni africane vittime di violenze e conflitti, soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan e Sud Sudan, e sostenga quanti soffrono a causa delle tensioni nel Sahel, nel Corno d’Africa e nella Regione dei Grandi Laghi, come pure i cristiani che in molti luoghi non possono professare liberamente la loro fede.

Insomma la pace non può esistere senza libertà religiosa e disarmo: “Nessuna pace è possibile laddove non c’è libertà religiosa o dove non c’è libertà di pensiero e di parola e il rispetto delle opinioni altrui. Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo”.

L’appello papale si conclude con l’invito alla liberazione dei prigionieri: “Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano. Davanti alla crudeltà di conflitti che coinvolgono civili inermi, attaccano scuole e ospedali e operatori umanitari, non possiamo permetterci di dimenticare che non vengono colpiti bersagli, ma persone con un’anima e una dignità. E in quest’anno giubilare, la Pasqua sia anche l’occasione propizia per liberare i prigionieri di guerra e quelli politici!”

E nella celebrazione eucaristica è riecheggiata la resurrezione: “Cristo è risorto, è vivo! Egli non è rimasto prigioniero della morte, non è più avvolto nel sudario, e dunque non si può rinchiuderlo in una bella storia da raccontare, non si può fare di Lui un eroe del passato o pensarlo come una statua sistemata nella sala di un museo! Al contrario, bisogna cercarlo e per questo non possiamo stare fermi. Dobbiamo metterci in movimento, uscire per cercarlo: cercarlo nella vita, cercarlo nel volto dei fratelli, cercarlo nel quotidiano, cercarlo ovunque tranne che in quel sepolcro”.

E’ un invito a cercare Gesù: “Cercarlo sempre. Perché, se è risorto dalla morte, allora Egli è presente ovunque, dimora in mezzo a noi, si nasconde e si rivela anche oggi nelle sorelle e nei fratelli che incontriamo lungo il cammino, nelle situazioni più anonime e imprevedibili della nostra vita. Egli è vivo e rimane sempre con noi, piangendo le lacrime di chi soffre e moltiplicando la bellezza della vita nei piccoli gesti d’amore di ciascuno di noi”.

In questo anno giubilare risuona la speranza della vita: “Fratelli e sorelle, ecco la speranza più grande della nostra vita: possiamo vivere questa esistenza povera, fragile e ferita aggrappati a Cristo, perché Lui ha vinto la morte, vince le nostre oscurità e vincerà le tenebre del mondo, per farci vivere con Lui nella gioia, per sempre… Il Giubileo ci chiama a rinnovare in noi il dono di questa speranza, a immergere in essa le nostre sofferenze e le nostre inquietudini, a contagiarne coloro che incontriamo sul cammino, ad affidare a questa speranza il futuro della nostra vita e il destino dell’umanità”.

E’ un invito a non rincorrere alle illusioni: “E perciò non possiamo parcheggiare il cuore nelle illusioni di questo mondo o rinchiuderlo nella tristezza; dobbiamo correre, pieni di gioia. Corriamo incontro a Gesù, riscopriamo la grazia inestimabile di essere suoi amici. Lasciamo che la sua Parola di vita e di verità illumini il nostro cammino”.

(Foto: Santa Sede)    

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