Papa Leone XIV: la Resurrezione sconfigge la tristezza
“Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i gruppi di adorazione venuti per il Giubileo, e la delegazione dell’Arcidiocesi di Białystok che ha portato la pietra angolare per il Museo del Beato Don Jerzy Popiełuszko. Oggi si celebra la memoria liturgica di San Giovanni Paolo II. Esattamente 47 anni fa, in questa Piazza, egli ha esortato il mondo ad aprirsi a Cristo. Questo appello è valido ancora oggi: tutti siamo chiamati a farlo nostro”: al termine dell’udienza generale di oggi, memoria di papa san Giovanni Paolo II, papa Leone XIV ha salutato i pellegrini polacchi esortando tutti a seguire l’invito che il papa santo espresse nell’omelia della Messa di inizio del suo pontificato: ‘Tutti siamo chiamati a farlo nostro’.
E nella catechesi odierna papa Leone XIV ha incentrato la riflessione sulla resurrezione, che è un’esplosione di gioia: “La risurrezione di Gesù Cristo è un evento che non si finisce mai di contemplare e di meditare, e più lo si approfondisce, più si resta pieni di meraviglia, si viene attratti, come da una luce insostenibile e al tempo stesso affascinante. E’ stata un’esplosione di vita e di gioia che ha cambiato il senso dell’intera realtà, da negativo a positivo; eppure non è avvenuta in modo eclatante, men che meno violento, ma mite, nascosto, si direbbe umile”.
Inoltre guarisce dalle ‘malattie’ del tempo: “Oggi rifletteremo su come la risurrezione di Cristo può guarire una delle malattie del nostro tempo: la tristezza. Invasiva e diffusa, la tristezza accompagna le giornate di tante persone. Si tratta di un sentimento di precarietà, a volte di disperazione profonda che invade lo spazio interiore e che sembra prevalere su ogni slancio di gioia”.
Nel racconto evangelico dei discepoli di Emmaus il papa ha sottolineato che il sopravvento della tristezza può ‘distruggere’ la vita: “La tristezza sottrae senso e vigore alla vita, che diventa come un viaggio senza direzione e senza significato. Questo vissuto così attuale ci rimanda al celebre racconto del Vangelo di Luca sui due discepoli di Emmaus. Essi, delusi e scoraggiati, se ne vanno da Gerusalemme, lasciandosi alle spalle le speranze riposte in Gesù, che è stato crocifisso e sepolto.
Nelle battute iniziali, questo episodio mostra come un paradigma della tristezza umana: la fine del traguardo su cui si sono investite tante energie, la distruzione di ciò che appariva l’essenziale della propria vita. La speranza è svanita, la desolazione ha preso possesso del cuore. Tutto è imploso in brevissimo tempo, tra il venerdì e il sabato, in una drammatica successione di eventi”.
La tristezza è il vivere senza tenere conto della speranza: “Il paradosso è davvero emblematico: questo triste viaggio di sconfitta e di ritorno all’ordinario si compie lo stesso giorno della vittoria della luce, della Pasqua che si è pienamente consumata. I due uomini danno le spalle al Golgota, al terribile scenario della croce ancora impresso nei loro occhi e nel loro cuore.
Tutto sembra perduto. Occorre tornare alla vita di prima, col profilo basso, sperando di non essere riconosciuti… L’aggettivo greco utilizzato descrive una tristezza integrale: sul loro viso traspare la paralisi dell’anima”.
Ma la gioia si riaccende durante la cena: “Gesù accetta e siede a tavola con loro… Il gesto del pane spezzato riapre gli occhi del cuore, illumina di nuovo la vista annebbiata dalla disperazione. Ed allora tutto si chiarisce: il cammino condiviso, la parola tenera e forte, la luce della verità… Subito si riaccende la gioia, l’energia scorre di nuovo nelle membra stanche, la memoria torna a farsi grata. Ed i due tornano in fretta a Gerusalemme, per raccontare tutto agli altri”.
Così la Pasqua diventa un riconoscimento di un evento accaduto: “Il Signore è veramente Risorto. In questo avverbio, veramente, si compie l’approdo certo della nostra storia di esseri umani. Non a caso è il saluto che i cristiani si scambiano nel giorno di Pasqua. Gesù non è risorto a parole, ma con i fatti, con il suo corpo che conserva i segni della passione, sigillo perenne del suo amore per noi. La vittoria della vita non è una parola vana, ma un fatto reale, concreto”.
Ritorna la gioia, perché la Resurrezione cambia la prospettiva di vista: “La gioia inattesa dei discepoli di Emmaus ci sia di dolce monito quando il cammino si fa duro. E’ il Risorto che cambia radicalmente la prospettiva, infondendo la speranza che riempie il vuoto della tristezza. Nei sentieri del cuore, il Risorto cammina con noi e per noi. Testimonia la sconfitta della morte, afferma la vittoria della vita, nonostante le tenebre del Calvario. La storia ha ancora molto da sperare in bene.
Riconoscere la Risurrezione significa cambiare sguardo sul mondo: tornare alla luce per riconoscere la Verità che ci ha salvato e ci salva. Sorelle e fratelli, restiamo vigili ogni giorno nello stupore della Pasqua di Gesù risorto. Lui solo rende possibile l’impossibile!”
Precedentemente il papa aveva ricevuto in udienza la Fraternité Monseigneur Courtney; elogiando la missione accanto ai poveri: “Sono quindi lieto di accogliervi nel vostro cammino di fede: tornerete ai vostri impegni quotidiani rafforzati dalla speranza, meglio preparati a lavorare per lo sviluppo integrale di ogni persona alla luce del Vangelo”.
E’ stato un invito a mantenere viva la speranza: “Mantenete viva la speranza in un mondo migliore; Siate certi che, uniti a Cristo, i vostri sforzi porteranno frutto e saranno ricompensati. Affido voi e il vostro amato Paese, il Burundi, alla protezione di Nostra Signora del Rosario e imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica a voi, alle vostre famiglie e ai benefattori che operano per il progresso integrale del popolo burundese”.
(Foto: Santa Sede)




























