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Papa Francesco invita i sacerdoti ad essere annunciatori di speranza

“Carissimi Vescovi e sacerdoti, cari fratelli e sorelle! ‘L’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente’ è Gesù. Proprio il Gesù che Luca ci descrive nella sinagoga di Nazaret, tra coloro che lo conoscono fin da bambino e ora si stupiscono di Lui. La rivelazione (‘apocalisse’) si offre nei limiti del tempo e dello spazio: ha la carne come cardine che sostiene la speranza. La carne di Gesù e la nostra. L’ultimo libro della Bibbia racconta questa speranza. Lo fa in modo originale, sciogliendo tutte le paure apocalittiche al sole dell’amore crocifisso. In Gesù si apre il libro della storia e lo si può leggere”.

E’ iniziata con queste parole l’omelia scritta da papa Francesco e letta dal card. Domenico Calcagno, presidente emerito dell’APSA, che ha presieduto, nella Basilica Vaticana, la Santa Messa Crismale, a motivo della convalescenza, invitando la leggere la propria vita:

“Anche noi sacerdoti abbiamo una storia: rinnovando il Giovedì Santo le promesse dell’Ordinazione, confessiamo di poterla leggere soltanto in Gesù di Nazaret… Quando lasciamo che sia Lui a istruirci, il nostro diventa un ministero di speranza, perché in ognuna delle nostre storie Dio apre un giubileo, cioè un tempo e un’oasi di grazia. Chiediamoci: sto imparando a leggere la mia vita? Oppure ho paura a farlo?”

Nell’omelia il papa ha sottolineato l’importanza del sacerdozio per i fedeli: “E’ un popolo intero a trovare ristoro, quando il giubileo inizia nella nostra vita: non una volta ogni venticinque anni (speriamo!) ma in quella prossimità quotidiana del prete alla sua gente in cui le profezie di giustizia e di pace si adempiono. ‘Ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre’: ecco il popolo di Dio. Questo regno di sacerdoti non coincide con un clero”.

Il sacerdozio coincide con una nuova visione di popolo: “Il ‘noi’ che Gesù plasma è un popolo di cui non vediamo i confini, in cui cadono i muri e le dogane. Colui che dice: ‘Ecco, io faccio nuove tutte le cose’ ha squarciato il velo del tempio e ha in serbo per l’umanità una città- giardino, la nuova Gerusalemme che ha porte sempre aperte. Così, Gesù legge e ci insegna a leggere il sacerdozio ministeriale come puro servizio al popolo sacerdotale, che abiterà presto una città che non ha bisogno di tempio”.

L’anno giubilare è un nuovo inizio: “L’anno giubilare rappresenta così, per noi sacerdoti, una specifica chiamata a ricominciare nel segno della conversione. Pellegrini di speranza, per uscire dal clericalismo e diventare annunciatori di speranza. Certo, se Alfa e Omega della nostra vita è Gesù, anche noi potremo incontrare il dissenso da Lui sperimentato a Nazaret. Il pastore che ama il suo popolo non vive alla ricerca di consenso e approvazione a ogni costo. Eppure, la fedeltà dell’amore converte, lo riconoscono per primi i poveri, ma lentamente inquieta e attrae anche gli altri”.

E’ un invito a ‘ritornare’ a Nazareth: “Siamo qui radunati, carissimi, a fare nostro e ripetere questo ‘Sì, Amen!’ E’ la confessione di fede del popolo di Dio: ‘Sì, è così, tiene come una roccia!’ Passione, morte e risurrezione di Gesù, che ci apprestiamo a rivivere, sono il terreno che sostiene saldamente la Chiesa e, in essa, il nostro ministero sacerdotale. E che terreno è questo? In che humus noi possiamo non soltanto reggere, ma fiorire? Per comprenderlo bisogna ritornare a Nazaret, come intuì tanto acutamente San Charles de Foucauld”.

Ma occorre essere ‘innamorati’ della Parola di Dio: “Abbiamo qui evocate almeno due abitudini: quella a frequentare la sinagoga e quella a leggere. La nostra vita è sostenuta da buone abitudini. Esse possono inaridirsi, ma rivelano dov’è il nostro cuore. Quello di Gesù è un cuore innamorato della Parola di Dio: a dodici anni lo si capiva già e ora, divenuto adulto, le Scritture sono casa sua. Ecco il terreno, l’humus vitale che troviamo diventando suoi discepoli”.

La Sacra Scrittura offre ad ognuno una Parola da portare a termine: “Cari sacerdoti, ognuno di noi ha una Parola da adempiere. Ognuno di noi ha un rapporto con la Parola di Dio che viene da lontano. Lo mettiamo a servizio di tutti solo quando la Bibbia rimane la nostra prima casa. Al suo interno, ciascuno di noi ha delle pagine più care. Questo è bello e importante!

Aiutiamo anche altri a trovare le pagine della loro vita: forse gli sposi, quando scelgono le Letture del loro matrimonio; o chi è nel lutto e cerca dei brani per affidare alla misericordia di Dio e alla preghiera della comunità la persona defunta. C’è una pagina della vocazione, in genere, all’inizio del cammino di ciascuno di noi. Per suo tramite, Dio ci chiama ancora, se la custodiamo, perché non si intiepidisca l’amore”.

E’ un invito ad invocare lo Spirito Santo: “E’ questo lo Spirito che invochiamo sul nostro sacerdozio: ne siamo stati investiti e proprio lo Spirito di Gesù rimane silenzioso protagonista del nostro servizio. Il popolo ne avverte il soffio quando in noi le parole diventano realtà. I poveri, prima degli altri, e i bambini, gli adolescenti, le donne e anche coloro che nel rapporto con la Chiesa sono stati feriti, hanno il ‘fiuto’ dello Spirito Santo: lo distinguono da altri spiriti mondani, lo riconoscono nella coincidenza in noi tra l’annuncio e la vita.

Noi possiamo diventare una profezia adempiuta, e questo è bello! Il sacro Crisma, che oggi consacriamo, sigilla questo mistero trasformativo nelle diverse tappe della vita cristiana. E attenzione: mai scoraggiarsi, perché è un’opera di Dio. Credere, sì! Credere che Dio non fallisce con me! Dio non fallisce mai. Ricordiamo quella parola nell’Ordinazione: «Dio porti a compimento l’opera che in te ha iniziato». E lo fa”.

E’ un invito a compiere l’opera di Dio: “E’ l’opera di Dio, non la nostra: portare ai poveri un lieto messaggio, ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, la libertà agli oppressi. Se Gesù nel rotolo ha trovato questo passo, oggi lo continua a leggere nella biografia di ognuno di noi. Primariamente perché, fino all’ultimo giorno, è sempre Lui a evangelizzarci, a liberarci dalle prigioni, ad aprirci gli occhi, a sollevare i pesi caricati sulle nostre spalle.

E poi perché, chiamandoci alla sua missione e inserendoci sacramentalmente nella sua vita, Egli libera anche altri attraverso di noi. In genere, senza che ce ne accorgiamo. Il nostro sacerdozio diventa un ministero giubilare, come il suo, senza suonare il corno né la tromba: in una dedizione non gridata, ma radicale e gratuita”.

Al contempo ha invitato ad essere ‘operai’ di Dio: “Dio solo sa quanto la messe sia abbondante. Noi operai viviamo la fatica e la gioia della mietitura. Viviamo dopo Cristo, nel tempo messianico. Bando alla disperazione! Restituzione, invece, e remissione dei debiti; ridistribuzione di responsabilità e di risorse: il popolo di Dio si attende questo. Vuole partecipare e, in forza del Battesimo, è un grande popolo sacerdotale. Gli oli che in questa solenne celebrazione consacriamo sono per la sua consolazione e la gioia messianica”.

Ma per essere ‘operai’ è necessario assaporare la ‘gioia’ di Dio: “Il campo è il mondo. La nostra casa comune, tanto ferita, e la fraternità umana, così negata, ma incancellabile, ci chiamano a scelte di campo. Il raccolto di Dio è per tutti: un campo vivo, in cui cresce cento volte più di quello che si è seminato. Ci animi, nella missione, la gioia del Regno, che ripaga ogni fatica. Ogni contadino, infatti, conosce stagioni in cui non si vede nascere nulla. Non ne mancano anche nella nostra vita. È Dio che fa crescere e che unge i suoi servi con olio di letizia”.

Ed infine ha chiesto ai fedeli la preghiera: “Cari fedeli, popolo della speranza, pregate oggi per la gioia dei sacerdoti. Venga a voi la liberazione promessa dalle Scritture e alimentata dai Sacramenti. Molte paure ci abitano e tremende ingiustizie ci circondano, ma un mondo nuovo è già sorto. Dio ha tanto amato il mondo da dare a noi il suo Figlio, Gesù. Egli unge le nostre ferite e asciuga le nostre lacrime”.

(Foto: Santa Sede)

A Modena chiusa la fase diocesana di beatificazione di Enzo Piccinini

“Ciò che oggi celebriamo, ed è la prima cosa che vorrei dire, ci rende infatti, ancora più profondamente e consapevolmente grati per il dono del carisma ricevuto attraverso don Giussani. Oggi infatti, per la prima volta, un suo figlio nella fede, un membro della Fraternità e nostro carissimo amico, compie un passo decisivo che pone il suo percorso verso la santità ancor più nelle mani della Chiesa, corpo vivo di Cristo e garante del nostro cammino. Un percorso verso la santità che oggi, come sapete, vede coinvolti anche altri appartenenti alla nostra storia, a cominciare dallo stesso don Giussani. Quanta grazia ci è accordata in questo momento storico!”

Con queste parole il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, Davide Prosperi, nei saluti al termine della celebrazione, ha ricordato Enzo Piccinini nella chiusura della fase diocesana della sua causa di beatificazione e canonizzazione: “La seconda cosa, che capisco essere all’origine della nostra gioia, sta nel legame profondissimo che univa in vita, e unisce tuttora, Enzo e Giussani. Enzo ci ha comunicato in modo travolgente ‘la passione per l’uomo e la passione per Cristo come compimento dell’uomo’, per usare le parole di papa Francesco su don Giussani. Passioni che in Enzo sorgevano dallo strabordare dell’avvenimento di Cristo nella sua vita, attraverso il legame con don Giussani e l’appartenenza alla compagnia sorta attorno a lui”.

Mentre mons. Erio Castellucci, arcivescovo abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, nell’omelia nel Duomo di Modena ha espresso gratitudine per la chiusura diocesana di questa causa di beatificazione: “La gratitudine che supera il ‘dovuto’ non è data automaticamente con la fede in Cristo; la si guadagna con la fede in Cristo vivo”. Molti nel movimento di Comunione e Liberazione ricordano ancora oggi Enzo per una frase, quasi un ‘testamento’ od ‘una lettera d’amore’, come l’ha descritta mons. Castellucci: “E’ una gratitudine che caratterizza la mia vita, perciò non ho paura di darla tutta’.

Quella gratitudine che era già ‘nel profondo’ della ‘passione, indomabile, debordante e talvolta esagerata’, della vita di Piccinini, come ben documentano la sua biografia: “Ho fatto tutto per essere felice e il più recente Amico carissimo. Giussani, in quell’episodio, ‘spostando l’asse del rimprovero’, riesce a fargliela riscoprire, ma con una consapevolezza forse nuova: ‘Ci credi che Cristo è vivo?’, gli aveva detto. A lui che quella gratitudine ‘per Cristo vivo e per la Sua Chiesa’ già la viveva, ‘per il Signore nella sua vita, per la sua sposa, per i suoi figli, per una compagnia in cammino, per gli eventi di ogni giorno’. E’ questa la testimonianza di Enzo che la Chiesa locale riconosce come evangelica e consegna al discernimento della Chiesa universale”.

(Foto: Fondazione Enzo Piccinini)

Epifania in Marocco

‘I miracoli sono sempre compiuti dagli uomini uniti’. Ecco, uno dei ‘Proverbi del mondo’ che i Re Magi distribuivano a piene mani al termine della celebrazione dell’Epifania. La saggezza delle nazioni. I fedeli della parrocchia Saint Augustin di Settat (Marocco), in terra d’Islam, mostravano tutta la loro curiosità e il loro stupore. Era, infatti, la prima volta di un’esperienza così. Già all’inizio della celebrazione non mancava la sorpresa.

I Magi, come per miracolo, avevano preceduto tutti davanti alle porte della chiesa, arrivati per primi. Ad ognuno, poi, mettevano nelle mani una stella… pardon, un lumino e una preghiera. Iniziava la messa, i canti della corale dei giovani universitari subsahariani trasformavano la nostra cappella in una vera cattedrale. D’ora in poi i miracoli, come le stelle, non si contavano più… Nell’omelia si seguivano passo dopo passo le sette tappe del cammino di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre: fede, audacia, curiosità, umiltà, condivisione, incontro e gioia.

Tappe ricordate perfino nei Proverbi dei Magi, vere pillole di saggezza: ‘Vola solo chi osa farlo…’,  oppure ‘Viaggiare non è scoprire nuove terre, ma aprire nuovi occhi’… Così, tutti, al seguito dei Magi, durante l’offertorio portavano la loro stella sull’altare. Miracolo! Un’infinità, decine e decine di piccoli lumi, allora, scintillavano come stelle, dando un tocco di magia alla celebrazione dei tre pellegrini provenienti dall’Oriente, appassionati della luce.

Sì, la grotta di Betlemme, invasa dalla luminosità degli angeli, forse era più oscura… Ai piedi dell’altare, l’incenso fumava come un vulcano in piena attività. Sulle labbra dei fedeli sembrava di leggere un’unica, corale invocazione: ‘Salga a te, Signore, la mia preghiera come questo incenso!’ E come davanti alla grotta, ciascuno nella preghiera di intercessione nominava ad alta voce i nomi e i volti di coloro che portava nel cuore… Mistero della fede.

Sì, incontro con Dio nel silenzio e nella preghiera di una comunità. Sapore intimo dell’Epifania. Alla fine, all’uscita della chiesa, invece, torte e succhi di frutta aspettavano con impazienza… Ma soprattutto vi era l’attesa tombola di sardine. Le sardine fresche, qui, dalle rive dell’Atlantico è una vera golosità, un dono di Dio, preziose più dell’oro di Melchiorre.

Così, l’allegria e il buon umore raggiungevano il loro apice, mentre fioccavano i flash insieme ai re Magi, ovviamente sulla via del ritorno… per portare alle case dei vicini musulmani il loro originale saluto. Sì, come una eco, in fondo, risuonava in ognuno un ultimo messaggio di Betlemme: ‘Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore’.

Papa Francesco: la speranza di Cristo va annunciata

“Vi do il benvenuto e sono felice che siate riusciti a organizzare questo vostro pellegrinaggio in questo Anno Giubilare, incentrato sulla speranza. E’ un Anno in cui Dio vuole concederci grazie speciali”: con questo saluto papa Francesco ha accolto i bambini ospiti della Clinica di Oncologia Pediatrica di Wrocław in Polonia.

Il papa ha espresso loro la gioia per questo incontro: “Mentre venivo a incontrarvi, sentivo una gioia nel cuore perché abbiamo la possibilità di donarci speranza e amore a vicenda, gli uni agli altri. E c’è anche un altro motivo: voi, cari bambini e ragazzi, per me siete segni di speranza. E perché? Perché sono sicuro che in voi è presente Gesù. E dove c’è Lui, c’è la speranza che non delude! Gesù ha preso su di sé le nostre sofferenze, per amore, e allora anche noi, attraverso il suo amore, possiamo unirci a Lui quando soffriamo”.

Questa è l’amicizia offerta da Gesù: “E questa è una prova di amicizia. Voi lo sapete: quando si è veramente amici, la gioia dell’altro è anche la mia gioia, e il dolore dell’altro è anche il mio dolore. Una volta Gesù disse ai suoi discepoli: ‘Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici’. Anche voi siete amici, voi siete i suoi amici, e potete condividere con Lui gioie e dolori”.

Un’altra prova dell’amicizia di Gesù sono i genitori: “E un’altra prova dell’amicizia di Gesù verso di voi è l’amore e la presenza costante dei vostri genitori, è il sorriso gentile e tenero dei medici, degli infermieri, dei fisioterapisti, che vi curano e lavorano per migliorare la vostra salute, perché non perdiate i vostri sogni e le vostre speranze.

Anch’io vi chiamo amici: voi siete amici! E vorrei chiedervi di aiutarmi a servire la Chiesa. E come? Offrendo, qualche volta, le vostre preghiere, le vostre sofferenze per le intenzioni del Papa”.

Infine ha invitato a pregare per quei bambini che non hanno l’opportunità di curarsi: “E poi vi invito a pregare insieme a me per quei bambini – sono tanti purtroppo! – che non hanno la possibilità di curarsi: sono malati, oppure feriti, e non ci sono medicine, non c’è ospedale, non ci sono medici né infermieri. Ricordiamoci di loro, siamo loro vicini! Cari ragazzi, grazie di essere venuti, siete coraggiosi! E così siete testimoni di speranza per noi adulti e per i vostri coetanei”.

In prima mattinata il papa ha ricevuto i promotori del progetto ‘Écoles de Vie(s)’: “Ogni vita umana ha una dignità inalienabile. Con il vostro impegno, voi proclamate che nessuno è inutile, nessuno è indegno, che ogni esistenza è un dono di Dio da accogliere con amore e rispetto”.

Nel suo ministero Gesù ha sempre accolto gli esclusi: “Questo è ciò che Gesù stesso ci insegna con il suo esempio. Nel suo ministero è sempre andato incontro ai malati, ai rifiutati, a coloro che erano esclusi dalla società del suo tempo. E ha toccato i lebbrosi, ha parlato con gli emarginati e ha accolto con amore coloro che sembravano non avere un posto nella società… Questo è importante: il rapporto con Dio sempre fa rifiorire le persone, sempre!”

Per questo il papa ha elogiato l’azione di questo progetto: “Accogliendo tutti con le loro fragilità e mettendo in relazione un gran numero di attori, voi incarnate quella Chiesa in uscita che ho spesso auspicato, una Chiesa aperta, una Chiesa accogliente, capace di farsi vicina ad ognuno e di curare le ferite di chi soffre, di accarezzare con tenerezza chi è privo di affetto e di rialzare chi è caduto a terra. Pensate che in una sola situazione è lecito guardare una persona dall’alto in basso: per aiutarla a sollevarsi. I giovani in particolare, malgrado i loro limiti, sono ricchi di potenzialità insospettate”.

E’ una questione educativa: “Sono lieto che il vostro progetto si collochi decisamente nella visione dell’educazione proposta nel Patto Educativo Globale: un’educazione integrale che non si limita a trasmettere conoscenze, ma cerca di formare uomini e donne capaci di compassione e amore fraterno”.

Solo in questo modo è possibile la costruzione di una società giusta: “In questo anno giubilare della speranza, vi incoraggio a perseverare con determinazione, perché solo restituendo centralità alla persona umana, integrando le sue dimensioni spirituali, potremo costruire una società veramente giusta e solidale. La vostra iniziativa è una risposta concreta a questa aspirazione: restituisce alle persone, a tutte le persone, emarginate dalla disabilità o dalla fragilità il loro posto all’interno di una comunità fraterna e gioiosa”.

Ed ai responsabili ai responsabili di ‘Congrès Mission’ ha sottolineato che Cristo è ‘nostra speranza’; “La gioia, cari amici, è inseparabile dalla speranza ed è anche inseparabile dalla missione; una gioia che non si riduce all’entusiasmo del momento, ma che nasce dall’incontro con Cristo e ci orienta verso i fratelli. Essere pellegrini significa camminare insieme nella Chiesa, ma anche avere il coraggio di uscire, di andare incontro agli altri. E portare la speranza significa offrire al mondo una parola viva, una parola radicata nel Vangelo, che consola e apre strade nuove”.

E’ stato un invito a ‘portare’ ovunque la speranza cristiana: “Questo significa andare dove gli uomini e le donne vivono le loro gioie e i loro dolori. E’ così che voi portate la speranza, sia nelle vostre comunità sia nei luoghi in cui la Chiesa sembra a volte stanca o ritirata. Grazie per tutto quello che fate, grazie per il vostro dinamismo e il vostro entusiasmo, per la fraternità missionaria che tessete con pazienza e con fede attraverso la Francia…

Ma noi cristiani portiamo una certezza: Cristo è la nostra speranza. Lui è la porta della speranza, sempre. Egli è la buona notizia per questo mondo! E questa speranza (è curioso) non ci appartiene: la speranza non è un possesso da mettere in tasca. No, non ci appartiene. E’ un dono da condividere, una luce da trasmettere. E se la speranza non si condivide, cade”.

E’, quindi, stato un invito ad incoraggiare i giovani: “I giovani sono i primi pellegrini della speranza! Hanno sete di significato, di autenticità e di incontri veri. Ma state attenti, cercate che i giovani si incontrino con gli anziani, perché anche gli anziani sono testimoni della speranza. I giovani, quando vanno dagli anziani, ricevano qualche missione speciale. Fate questo lavoro, che è molto importante. Aiutate i giovani a scoprire Cristo, perché Cristo è la risposta.

Aiutateli a crescere nella fede, a osare scelte coraggiose e a diventare anch’essi discepoli missionari di Gesù, testimoni viventi del Vangelo. Trasmettete loro l’audacia di sognare un mondo più fraterno e accompagnateli, affinché diventino artigiani di speranza nelle loro famiglie, nelle scuole e nei luoghi di lavoro”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: è importante camminare verso Gesù

“Maria Odigitria tiene fra le braccia il Salvatore nato per noi. Ecco l’evento d’amore al quale voi date testimonianza adorando l’Eucaristia, servendo il prossimo e camminando nella storia della vostra città. Perciò vorrei riflettere brevemente con voi su questi tre verbi: adorare, servire, camminare”: dopo le festività natalizia oggi papa Francesco ha ricevuto in udienza i membri dell’Arciconfraternita dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista dei Cavalieri di Malta di Catanzaro.

Durante l’incontro il papa ha sollecitato di rafforzare la preghiera: “La vostra confraternita si raduna dinanzi al Santissimo Sacramento. Specialmente in questo Anno santo, vi invito a coltivare con grande impegno la preghiera, la preghiera personale e comunitaria. E sia questa la vostra forza, quella che rinnoverà costantemente il vostro antico sodalizio. Il fervore, infatti, custodisce la fraternità: infatti dal Signore Gesù, che ci nutre con la sua vita e ci sostiene col suo Spirito, vengono tutti i doni, i carismi, i frutti di bene che rendono la Chiesa feconda e gioiosa”.

Dopo l’adorazione è necessario il servizio: “Quando vi prendete cura dei poveri, ogni volta che visitate gli infermi, mentre siete in compagnia di chi soffre voi servite il Signore. C’è uno strettissimo legame tra adorazione e servizio, che non dobbiamo mai dimenticare. Cristo è venuto nel mondo per servire: anche voi, come tralci uniti alla Vite, prolungate la sua carità quando state vicino ai piccoli e ai bisognosi con compassione e tenerezza”.

Inoltre il papa ha ricordato l’importanza del cammino: “Non dimenticare questo: compassione e tenerezza vicino ai piccoli, ai poveri. I tre verbi che indicano come è Dio con noi: vicinanza, compassione e tenerezza: Dio è vicino a noi, Dio è compassionevole, Dio è tenero. Allora la vostra testimonianza di devozione a Dio e di dedizione ai fratelli sarà luminosa per tutti, lungo il cammino.

E il terzo verbo è camminare e ci ricorda che Gesù, la Via, ci chiama a seguirlo con perseveranza, tenendo accesa la fiaccola della fede durante il pellegrinaggio terreno. A proposito, vi rivolgo un ringraziamento particolare come Vescovo di Roma: la vostra confraternita, infatti, offre ogni anno alla Basilica Lateranense il cero pasquale, insieme a un’offerta da destinare alla carità del Papa”.

In precedenza ha incontrato una delegazione dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, ricordando il cammino giubilare: “Per la Chiesa il 2025 è un anno giubilare, secondo la tradizione, ogni 25 anni c’è un anno giubilare. E questo Giubileo ha un tema, un motto: ‘Pellegrini di speranza’… La parola ‘pellegrini’ fa pensare al camminare, perciò vorrei augurarvi di essere sempre persone in cammino. Ad ogni età: ragazzi, giovani, adulti, anziani, sempre in cammino, mai fermi, mai arrivati, sempre con il desiderio di andare avanti”.

Il pellegrino ha una meta: “Però il ‘pellegrino’ è uno che non solo cammina, ma ha una meta, e una meta particolare: la meta del pellegrino è un luogo santo, che lo attira, che motiva il viaggio, che sostiene nella fatica. Nel caso del Giubileo la meta è una porta. Curioso? La Porta Santa. Naturalmente si tratta di un simbolo: la Porta Santa rappresenta Gesù Cristo, il suo Mistero di salvezza, che ci permette di entrare nella vita nuova, libera dalla schiavitù del peccato, libera per amare e servire Dio ed il prossimo”.

Il pellegrinaggio è un cammino verso Gesù: “Solo Gesù può dare questa gioia. Lo dimostra la testimonianza di tanti santi e sante di ogni tempo, anche del nostro tempo. Pensiamo a Pier Giorgio Frassati, un giovane torinese vissuto cent’anni fa. E poi ci sono i grandi ‘campioni’, come Francesco e Chiara d’Assisi, che tutti voi conoscete; o come Teresa di Gesù Bambino, una giovane francese di fine Ottocento: era così innamorata di Gesù che avrebbe voluto girare il mondo intero per annunciarlo a tutti, e ha scoperto che il modo per farlo era diventare lei stessa amore, in una vita consacrata alla preghiera e al servizio delle sue sorelle”.

(Foto: Santa Sede)

50 anni di sacerdozio di don Alberico Capitani: missionario per grazia di Dio

“La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”: l’inizio dell’Esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ di papa Francesco serve per iniziare un dialogo con il missionario ‘fidei donum’ della diocesi di Macerata a Puerto Madryn, nella Patagonia argentina, don Alberico Capitani, che nel mese di ottobre ha festeggiato 50 anni di sacerdozio.

Una tua preghiera per questo anniversario recita: ‘Una vita intera condivisa e vissuta per il Signore ed i fratelli. Una vita iniziata, nell’umiltà e nella povertà, e dalla tua Grazia trasformata. Grazie Signore: il tuo Spirito nel battesimo mi ha reso figlio di Dio, fratello di una grande famiglia e per Lui la vita è diventata servizio. Mi hai portato dentro nel deserto, nella povertà e nella solitudine mi hai fatto conoscere il tuo abbraccio. La mia vita è diventata contemplazione, dono ai poveri ed agli umili. Grazie Signore per la tua fedeltà… Grazie, Signore, per le comunità che furono e sono parte del mio cammino’. Cosa vuol dire festeggiare 50 anni di sacerdozio?

“Celebrare 50 anni di sacerdozio vuol dire tornare a rivedere la storia. Come sempre, ci sono alcuni numeri, a cui diamo più importanza: per la vita di una famiglia o di un sacerdote ci sono i 25 ed i 50 anni. Ritornare a celebrare questi anniversari significa leggere la storia con un atteggiamento di ringraziamento per riuscire a vedere tutta la bellezza che il Signore è riuscito a compiere attraverso le nostre persone.

Per questo dobbiamo ringraziare Dio e chiederGli la forza per continuare il cammino, in quanto siamo strumenti nelle Sue mani e se siamo arrivati a questi anniversari è grazie a Lui, che ci ha tenuto sempre la mano sopra la testa. Tale anniversario significa anche celebrare la fedeltà di Dio a quelle promesse che ci aveva fatto all’inizio e che nella vita si sono realizzate nel nostro cammino”.

Per quale motivo sei sacerdote?

“Il motivo non lo conosco neppure io. Da piccolo avevo il sogno di essere sacerdote, pur non avendo nessun parente sacerdote e neppure nella mia storia familiare. Però c’era questo desiderio, che con il trascorrere degli anni ho scoperto come vocazione. Dietro a tale desiderio c’era la chiamata di Dio di offrire la mia vita a Suo servizio per il bene della comunità?

Quale è stato il motivo per cui sei in missione?

“Il motivo si è sviluppato lungo la mia vita: quando ero in seminario la lettura di alcune riviste missionarie ha suscitato il desiderio di partire per l’Africa per fare qualcosa. Poi il contatto con alcuni amici missionari e tanta preghiera nelle ore di adorazione che facevo: in tali circostanze il Signore ha trasformato il mio cuore facendo nascere il desiderio di offrire la mia vita come pane spezzato per tanti altri fratelli. Da queste circostanze è nata la vocazione missionaria, iniziando a chiedere al vescovo la possibilità di poter andare in missione”.

E la scelta di andare in Argentina?

“Io non conoscevo affatto l’Argentina. Il mio desiderio era quello di andare in Africa; però, la nostra diocesi di Macerata già aveva una missione in Argentina, iniziata nel 1968, per cui quando chiesi al vescovo la possibilità di essere missionario la sua risposta fu positiva, però per continuare la missione già iniziata dalla diocesi”.

Quanti sono stati i sacerdoti ‘fidei donum’ della diocesi di Macerata in Argentina?

“Innanzitutto ‘fidei donum’ significa dono della fede. Molti sacerdoti della diocesi di Macerata sono stati missionari ‘fidei donum’ in Argentina. Ricordo don Fernando Mariani, che fu il primo sacerdote ‘fidei donum’ della nostra diocesi; dopo don Nazzareno Piccioni, poi tanti altri: don Quinto Lombi, don Silvano Attili, don Alberto Forconi, don Frediano Salvucci e don Felice Prosperi e poi nel 1989 sono partito anche io da Urbisaglia. Forse dalla conoscenza dei sacerdoti che già erano in missione e poi dall’esperienza dell’adorazione eucaristica è partito questo desiderio di condividere la mia vita con i più bisognosi della fede”.

Come si sta preparando la Chiesa argentina al Giubileo?

“Per il momento la Chiesa argentina non sta facendo molte cose in preparazione all’Anno Santo, perché, quando la lontananza è tanta, alcune iniziative che si sviluppano a Roma non ‘arrivano’. Per il momento non ci sono iniziative da parte della Chiesa locale; in compenso esiste l’entusiasmo dei giovani, che hanno iniziato alcune attività per poter partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù a Roma”.

In quale modo la Chiesa argentina racconta che la speranza non delude?

“La Chiesa argentina, come tutta quella dell’America  Latina, vive la speranza, perché il popolo ha sofferto a causa dei regimi dittatoriali, che hanno causato povertà e continua a soffrire a causa dell’inflazione, che conduce a non sperare: vedere i risparmi che perdono giornalmente il loro ‘peso’, quindi è inutile risparmiare ed avere un pensiero per il presente prossimo. Quindi a livello di fede hanno bisogno di speranza di trovare un po’ più di amore, di trovare più dialogo e di partecipazione alla vita economica e sociale; speranza che i risparmi possano un giorno valere qualcosa per consentire un po’ il cambiamento di stile della vita e permettere di fare un piccolo passo sociale per migliorare la vita dei figli”.

Papa Francesco invita ad essere portatori di gioia

Al termine dell’Udienza generale papa Francesco ha pregato per la pace in Ucraina ed in Terra Santa, rivolgendosi agli studenti del College Saint Michel des Batignolles di Parigi: “Voi bambini, ragazzi, pensate ai bambini e ragazzi ucraini che soffrono questo tempo senza riscaldamento con un inverno molto duro…

E non dimentichiamo il martoriato popolo ucraino. Soffre tanto. E voi bambini, ragazzi, pensate ai bambini e ai ragazzi ucraini che soffrono in questo tempo, senza riscaldamento, con un inverno molto duro, molto forte. Pregate per i bambini e i ragazzi ucraini. Lo farete? Pregherete? Tutti voi. Non dimenticate. E preghiamo anche per la pace in Terra Santa; Nazareth, Palestina, Israele … Che ci sia la pace, che ci sia la pace. La gente soffre tanto. Preghiamo per la pace tutti insieme”.

Mentre nella catechesi sullo Spirito Santo papa Francesco ha evidenziato i suoi frutti: “A differenza dei carismi, che lo Spirito dà a chi vuole e quando vuole per il bene della Chiesa, i frutti dello Spirito (ripeto: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé) sono il risultato di una collaborazione tra la grazia e la nostra libertà.

Questi frutti esprimono sempre la creatività della persona, nella quale ‘la fede opera per mezzo della carità’, talvolta in modo sorprendente e gioioso. Non tutti nella Chiesa possono essere apostoli, profeti, evangelisti; ma tutti indistintamente possono e debbono essere caritatevoli, pazienti, umili, operatori di pace e così via. Tutti noi, sì, dobbiamo essere caritatevoli, dobbiamo essere pazienti, dobbiamo essere umili, operatori di pace e non di guerra”.

Ed  ha raccontato alcuni frutti: “La gioia, frutto dello Spirito, ha in comune con ogni altra gioia umana un certo sentimento di pienezza e di appagamento, che fa desiderare che duri per sempre. Sappiamo per esperienza, però, che questo non avviene, perché tutto quaggiù passa in fretta. Tutto passa in fretta. Pensiamo insieme: la giovinezza: passa in fretta, la salute, le forze, il benessere, le amicizie, gli amori…

Durano cent’anni? Ma poi non di più. Del resto, anche se queste cose non passassero presto, dopo un po’ non bastano più, o vengono addirittura a noia, perché, come diceva Sant’Agostino rivolto a Dio: ‘Tu ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non risposa in te’. C’è l’inquietudine del cuore per cercare la bellezza, la pace, l’amore, la gioia”.

Sant’Agostino descrive bene la gioia evangelica, descritta anche nell’esortazione lettera apostolica ‘Evangelii Gaudium’: “La gioia del Vangelo, la gioia evangelica, a differenza di ogni altra gioia, può rinnovarsi ogni giorno e diventare contagiosa. ‘Solo grazie all’incontro (o reincontro) con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità… Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice. P

erché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può astenersi dal comunicarlo agli altri?’ E’ la duplice caratteristica della gioia frutto dello Spirito: non solo essa non va soggetta all’inevitabile usura del tempo, ma si moltiplica condividendola con gli altri! Una vera gioia si condivide con gli altri, e si “contagia”.

E’ stato un invito  vivere la gioia del Vangelo come san Filippo Neri: “Egli è passato alla storia come il santo della gioia… Meno conosciuta, però, è la sorgente da cui veniva la sua gioia. San Filippo Neri aveva un tale amore per Dio che a volte sembrava che il cuore gli scoppiasse nel petto. La sua gioia era, nel senso più pieno, un frutto dello Spirito. Il santo partecipò al Giubileo del 1575, che egli arricchì con la pratica, mantenuta in seguito, della visita alle Sette Chiese. Fu, al suo tempo, un vero evangelizzatore mediante la gioia. E aveva questo tratto proprio di Gesù: perdonava sempre, perdonava tutto”.

Ed ha concluso invitando ad essere portatori di gioia: “La parola ‘Vangelo’ significa lieta notizia. Perciò non si può comunicare con musi lunghi e volto scuro, ma con la gioia di chi ha trovato il tesoro nascosto e la perla preziosa”.

(Foto: Santa Sede)

Luigi Anataloni: Giuseppe Allamano era un missionario con gioia

“Per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno ho tratto il tema dalla parabola evangelica del banchetto nuziale. Dopo che gli invitati hanno rifiutato l’invito, il re, protagonista del racconto, dice ai suoi servi: ‘Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze’. Riflettendo su questa parola-chiave, nel contesto della parabola e della vita di Gesù, possiamo mettere in luce alcuni aspetti importanti dell’evangelizzazione. Essi si rivelano particolarmente attuali per tutti noi, discepoli-missionari di Cristo, in questa fase finale del percorso sinodale che, in conformità al motto ‘Comunione, partecipazione, missione’, dovrà rilanciare la Chiesa verso il suo impegno prioritario, cioè l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo”.

Partendo dall’incipit del messaggio di papa Francesco per la 98^ Giornata mondiale Missionaria , in programma domenica 20 ottobre, dal titolo ‘Andate ed invitate al banchetto tutti’, abbiamo chiesto al missionario della Consolata, Luigi Anataloni, direttore responsabile della rivista ‘Missioni Consolata’ , di raccontarci il motivo per cui il papa ha scelto questo tema evangelico del banchetto nuziale per la giornata missionaria:

“Penso che con questo messaggio il papa voglia dare un respiro ottimistico alla missione oggi. Oggettivamente noi stiamo vivendo una situazione di violenza e di morte come quella che ha colpito i servi del primo invio, bastonati, umiliati e uccisi. La realtà attorno a noi è dura: abbandono della fede, chiese vuote, denatalità, scelte di morte della società, guerre diffuse e tragiche, cambiamento climatico, povertà, chiusure di cuore e confini, disinformazione e fake news, depressione e suicidi giovanili… chi più ne ha più ne metta.

Rinnovare l’invito ad ‘andare e invitare tutti al banchetto’ è molto bello e profondo. È un atto di fiducia nell’umanità, è un dire che Dio non molla mai gli uomini, e sempre loro vicino e crede in loro. E’ ricordare a tutti che noi siamo fatti per il ‘banchetto’, che è festa, gioia, condivisione, bellezza, fraternità, accoglienza di tutti e ciascuno. E’ un messaggio di grande coraggio e di speranza, senza fuggire dalle tante e profonde problematiche che attanagliano il mondo”.

Con quale caratteristica si può rivolgere l’invito?

“Tre le dimensioni coinvolte: il compito di andare e invitare è proprio di ogni cristiano dal battesimo; l’invito è per tutti, con preferenza verso i poveri e gli scarti di ogni società; l’obbiettivo è un banchetto, non una mensa dei poveri o la sala di un ristorante dove ognuno ha il suo spazio privato. Banchetto è festa, incontro, interazione, è sentirsi tutti parte viva, è essere felici che anche gli altri, tutti, ci siano.

Allora invitare a questo banchetto richiede capacità di andare oltre gli stereotipi, il sentire che non si può essere felici da soli, che questo mondo è un giardino che ci è stato donato perché lo godiamo insieme, dove anche i ‘cagnolini’ hanno diritto di condividere la festa. Questo richiede fantasia, coraggio, creatività nel proporre vie nuove e parlare il linguaggio di chi si vuole invitare. Missione è davvero il contrario del ‘si è sempre fatto così’”.

Missione ed Eucarestia: quale rapporto esiste?

“La missione porta all’Eucarestia; l’Eucarestia nutre e stimola la missione. Una comunità che davvero celebra l’Eucarestia e la vive come momento di ascolto della Parola di Dio per correggersi e ricaricarsi per le sfide del quotidiano, come incontro con il Signore che è lì in mezzo, come festa di famiglia e di comunità dove tutti si sentono a casa, accolti e amati. Chi vive davvero l’Eucarestia così, non può restare chiuso in se stesso come se fosse una setta, un club privato.

Chi davvero ‘dimora’ nel Signore sente il bisogno di correre a dirlo anche a tutti gli altri: ‘Abbiamo visto il Signore’, il bisogno di gridare: ‘venite alla festa’. Chi lo riconosce nello ‘spezzare il pane’ non può tenere la notizia per sé e corre anche nella notte per condividere la bella notizia. Il banchetto dell’Eucarestia diventa bello e vero nella misura in cui sempre più gente partecipa”.

Nella giornata missionaria sarà canonizzato il beato Giuseppe Allamano: perché tale canonizzazione è un dono per la missione della Chiesa?

“Per il motivo che questa canonizzazione diventa un segno di speranza e di incoraggiamento in questi nostri tempi difficili. Allamano ha maturato il suo impegno sacerdotale e missionario nella Torino di fine 1800 dominata dalla massoneria e dall’anticlericalismo. E’ stato una persona che pur ben cosciente della sua fragilità fisica e non è stato lì a piangersi addosso, ma senza clamore, con l’impegno quotidiano, con tanta fede e con occhi vigili sulla realtà della sua città, ha operato una vera rivoluzione.

Ha fatto di un santuario che era ridotto a un rudere il centro propulsore del rinnovamento spirituale di tutta la città, coinvolgendo ricchi e poveri, uomini e donne senza distinzione. Ha poi messo il fuoco nei giovani preti che lui ha seguito nei primi anni dopo l’ordinazione, facendoli diventare autentici pastori e apostoli nella chiesa locale senza rassegnarsi a riempire dei buchi per sopravvivere (in un tempo i cui i preti erano tanti)”.

Per quale motivo fondò gli Istituti Missionari della Consolata?

“Una delle ragioni può essere quella di aiutare altri a realizzare quel sogno missionario che era nato nel suo cuore dall’incontro da ragazzo, nell’oratorio di don Bosco, con il card. Massaia, allora ‘mitico’ apostolo dell’Etiopia, sogno che la sua salute gli aveva impedito di concretizzare. Ma forse è una interpretazione da favola. La realtà è che il contatto con il card. Massaia gli aveva aperto il cuore oltre i confini dell’Italia, probabilmente aiutato in questo anche da don Bosco, che ha sempre avuto una visione universale del servizio a cui erano chiamati i Salesiani. Questa visione universale ha trovato alimento nella sua vita di fede e nel suo rapporto con la Consolata, che era diventata ‘migrante’ con i tantissimi migranti piemontesi in Argentina, Brasile e altri paesi dell’America Latina. Un’altra ragione gli è venuto dal vivere con i preti giovani, appena ordinati, spesso desiderosi di farsi missionari, ma che trovavano un muro di diniego nei loro vescovi, troppo preoccupati di non impoverire la loro ‘forza lavoro’. Per Allamano la missione non è un sovrappiù, che per di più drena energie e mezzi dalla Chiesa locale, ma è la dimensione naturale della vocazione della Chiesa; quindi, è naturale che un sacerdote o un cristiano o una cristiana desiderino partire, e partano, per la missione. La fondazione dei Missionari, e delle Missionarie poi, è stata la sua riposta a questa convinzione profonda che ha fatto incontrare il grido dei poveri con la dimensione apostolica della vocazione di ogni cristiano e di tutta la Chiesa”.

La sua storia racconta l’allegria che metteva in ogni sua azione: allora in cosa consisteva la sua pedagogia della gioia?

“La domanda mi spiazza un po’ perché non ho mai pensato Allamano da questo punto di vista. Ma grazie per essa. Allamano non era un tipo chiassoso e non amava esibirsi, ma non era certo una persona triste, anzi sapeva comunicare nella semplicità una serenità profonda. Questa sua serenità gli veniva dal suo rapporto speciale con la Consolata e quindi prima con il Signore. Lui dice che non ha mai perso il sonno per i problemi che doveva affrontare, come quando è diventato rettore giovanissimo del seminario teologico e poi ha ricevuto l’incarico di gestire un santuario che era fatiscente e da ricostruire spiritualmente e materialmente. Pur essendo ufficialmente debole di salute, ha avuto una vita piena: si è occupato dei poveri, degli operai, delle servette strappate alla campagna e spesso schiavizzate in città, della stampa cattolica e di tanto altro. Ha insegnato nell’università cattolica del tempo, ha seguito ordini di suore poi fondato i due istituti, con tutto quello che questo gli ha richiesto materialmente e spiritualmente. Ma non ha mai perso la pace interiore e la gioia. La fonte della gioia, della serenità per lui aveva due radici: fidarsi del Signore e della Consolata e fare ‘bene il bene, senza fare rumore’. La gioia per lui nasce dal fatto di saper stare al proprio posto ed essere quello che sei chiamato ad essere, servo del Signore, della Consolata e della Chiesa, non padrone. E fare il tuo dovere, semplicemente senza ansie o preoccupazioni di visibilità e riconoscimenti”.

Per quale motivo invitava missionari e missionarie a santificarsi?

“Il suo detto più famoso è ‘prima santi e poi missionari’. E’ semplicemente la logica del mettere l’essere prima del fare. Essere santi vuol dire essere profondamente radicati nel Signore. Senza di questo la missione rischia di diventare un mestiere come tanti, che si può fare anche senza lasciarsi coinvolgere più di tanto. La missione non è una professione da fare a ore, ma trova la sua radice fondante nell’essere ‘in-con-per’ Cristo, nell’imitarlo, nel diventare trasparenza di Lui. Allora essere santi è la base della missione, diventando tutto a tutti, amando come Gesù ha amato, andando con lui verso i più poveri, i più lontani, i più emarginati. Missione è amore, vissuto anzitutto nella propria vita e che diventa quindi un amore donato e condiviso da persone che, alimentate da questo Amore, diventano a loro volte fontane di acqua viva. E con più doni, con più ricevi”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco: servire con gioia la missione

Papa Francesco è arrivato in Belgio, dopo l’ultimo incontro con la comunità cattolica di Lussemburgo nella Cattedrale di Notre Dame, in cui ha ripreso un tema dell’Antico Testamento: “la vedova, l’orfano e lo straniero. Avere compassione, dice il Signore, già nell’Antico Testamento, degli abbandonati. A quel tempo le vedove erano abbandonate, gli orfani pure e così gli stranieri, i migranti. I migranti rientrano all’interno della rivelazione. Grazie tante al popolo e al governo lussemburghese per quello che fanno per i migranti, grazie!”

L’incontro con la comunità cattolica lussemburghese avviene in un momento particolare: “Il nostro incontro avviene in concomitanza con un importante Giubileo mariano, con cui la Chiesa lussemburghese ricorda quattro secoli di devozione a Maria Consolatrice degli afflitti, Patrona del Paese. A tale titolo ben si intona il tema che avete scelto per questa visita: ‘Per servire’. Consolare e servire, infatti, sono due aspetti fondamentali dell’amore che Gesù ci ha donato, che ci ha affidato come missione e che ci ha indicato come unica via della gioia piena”.

Ed ha pregato la Madre di Dio in questa apertura dell’Anno mariano per essere missionari della gioia del Vangelo: “Consolare e servire, infatti, sono due aspetti fondamentali dell’amore che Gesù ci ha donato, che ci ha affidato come missione e che ci ha indicato come unica via della gioia piena. Per questo tra poco, nella preghiera di apertura dell’Anno mariano, chiederemo alla Madre di Dio di aiutarci ad essere ‘missionari, pronti a testimoniare la gioia del Vangelo’, conformando il nostro cuore al suo ‘per metterci al servizio dei nostri fratelli’. Possiamo allora fermarci a riflettere proprio su queste tre parole: servizio, missione e gioia”.

Quindi il servizio: “Poco fa è stato detto che la Chiesa lussemburghese vuol essere ‘Chiesa di Gesù Cristo, che non è venuto per essere servito ma per servire’. Ed è stata pure richiamata l’immagine di San Francesco che abbraccia il lebbroso e ne cura le piaghe. Io, del servizio, vorrei raccomandarvi un aspetto oggi molto urgente: quello dell’accoglienza… Vi incoraggio, dunque, a rimanere fedeli a questa eredità vostra, a questa ricchezza che voi avete, continuando a fare del vostro Paese una casa amica per chiunque bussi alla vostra porta chiedendo aiuto e ospitalità”.

Più che servizio è questione di giustizia: “E’ un dovere di giustizia prima ancora che di carità, come già diceva San Giovanni Paolo II quando ricordava le radici cristiane della cultura europea. Egli incoraggiava proprio i giovani lussemburghesi a tracciare il cammino per ‘un’Europa non solo delle merci e dei beni, ma dei valori, degli uomini e dei cuori’, in cui il Vangelo fosse condiviso ‘nella parola dell’annunzio e nei segni dell’amore’, ambedue le cose. Lo sottolineo perché è importante: un’Europa, e un mondo, in cui il Vangelo sia condiviso nella parola dell’annuncio unita ai segni dell’amore”.

Questi elementi porta ad una Chiesa in missione: “Non si ripiega su sé stessa, triste, rassegnata, risentita, no; accetta piuttosto la sfida, nella fedeltà ai valori di sempre, di riscoprire e rivalorizzare in modo nuovo le vie di evangelizzazione, passando sempre più da un semplice approccio di cura pastorale a quello di annuncio missionario – e ci vuole coraggio. E per fare questo è pronta ad evolvere: ad esempio nella condivisione di responsabilità e ministeri, camminando insieme come Comunità che annuncia e facendo della sinodalità un ‘modo duraturo di relazionarsi’ tra i suoi membri”.

Ha lodato i giovani per lo spettacolo ‘Laudato sì’: “E del valore di questa crescita ci hanno mostrato un’immagine bellissima i giovani amici che hanno interpretato, poco fa, alcune scene del musical ‘Laudato ìi’. Bravi, hanno fatto bene! Grazie per il dono che ci avete fatto! Il vostro lavoro, frutto di uno sforzo comunitario che ha coinvolto molti nell’Arcidiocesi, è per tutti noi un segno doppiamente profetico! Ci ricorda, in primo luogo, le nostre responsabilità nei confronti della ‘casa comune’, di cui siamo custodi e non despoti. Poi però ci fa anche riflettere su come tale missione, vissuta insieme, costituisce in sé un meraviglioso strumento corale per dire a tutti la bellezza del Vangelo”.

Ed infine la gioia: “La nostra fede è così: è gioiosa, ‘danzante’, perché ci dice che siamo figli di un Dio amico dell’uomo, che ci vuole felici e uniti, e che di nulla è più contento che della nostra salvezza. E su questo, per favore: alla Chiesa fanno male quei cristiani tristi, noiosi, con la faccia lunga. No, questi non sono cristiani. Per favore, abbiate la gioia del Vangelo: questo ci fa credere e crescere tanto”.

Ha concluso l’incontro ricordando una tradizione di questo Stato, la processione di primavera ‘Springprozession’: “Ricordiamo che il re Davide danzava davanti al Signore e questa è un’espressione di fedeltà. Grandi e piccoli, tutti ballano insieme verso la Cattedrale (quest’anno perfino sotto la pioggia, ho saputo), testimoniando con entusiasmo, nel ricordo del santo Pastore, quanto è bello camminare insieme e ritrovarci tutti fratelli attorno alla mensa del nostro Signore. E qui, soltanto una parolina: per favore, non perdere la capacità di perdono. Sapete che tutti dobbiamo perdonare, ma sapete perché? Perché tutti siamo stati perdonati e tutti abbiamo bisogno di perdono”.

(Foto: Santa Sede)

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