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Papa Leone XIV invita i sacerdoti ad essere santi
“Sono lieto di rivolgermi a voi con questa lettera in occasione della vostra Assemblea Presbiterale, e lo faccio con un sincero desiderio di fraternità e unità. Ringrazio il vostro Arcivescovo e, dal profondo del cuore, ciascuno di voi per la disponibilità a incontrarvi come presbiterio, non solo per discutere di questioni comuni, ma anche per sostenerci a vicenda nella missione che condividete”: con una lunga e dettagliata lettera papa Leone XIV si è rivolto ai circa 1500 preti partecipanti all’assemblea presbiterale in corso fino a domani a Madrid con una riflessione sul ruolo del sacerdote in un’epoca in cui la fede è ‘strumentalizzata e banalizzata’.
Nella lettera il papa ha ‘apprezzato’ il loro impegno sacerdotale: “Apprezzo l’impegno con cui vivete ed esercitate il vostro sacerdozio nelle parrocchie, nei ministeri e nelle diverse realtà. So che questo ministero si svolge spesso tra stanchezza, situazioni complesse e una dedizione silenziosa testimoniata solo da Dio. Proprio per questo, spero che queste parole vi giungano come un gesto di vicinanza e di incoraggiamento, e che questo incontro favorisca un clima di ascolto sincero, di vera comunione e di fiduciosa apertura all’azione dello Spirito Santo, che non cessa di operare nella vostra vita e nella vostra missione”.
Per questo il papa ha invitato i sacerdoti al discernimento per comprendere meglio il ‘disegno di Dio’: “I tempi che la Chiesa sta vivendo ci invitano a fermarci insieme per una riflessione serena e onesta. Non tanto per soffermarci su diagnosi immediate o misure di emergenza, ma per imparare a comprendere in profondità il momento che stiamo vivendo, riconoscendo, alla luce della fede, sia le sfide che le possibilità che il Signore apre davanti a noi. In questo cammino, diventa sempre più necessario coltivare il nostro sguardo e praticare il discernimento, così da poter percepire più chiaramente ciò che Dio sta già operando, spesso silenziosamente e discretamente, in mezzo a noi e nelle nostre comunità”.
Tale lettura deve essere inserita in un contesto culturale e sociale: “Questa lettura del presente non può prescindere dal quadro culturale e sociale in cui la fede oggi si vive ed esprime. In molti ambiti osserviamo processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione del discorso pubblico e una tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola attraverso ideologie o categorie parziali e insufficienti. In questo quadro, la fede rischia di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell’ambito dell’irrilevante, mentre si consolidano forme di convivenza che prescindono da qualsiasi riferimento trascendente”.
Quindi anche il messaggio evangelico risente di tale ‘clima’ culturale: “A questo si aggiunge un profondo cambiamento culturale che non può essere ignorato: la progressiva scomparsa di punti di riferimento condivisi. Per lungo tempo, il seme cristiano ha trovato un terreno largamente fertile, perché il linguaggio morale, i grandi interrogativi sul senso della vita e alcune nozioni fondamentali erano, almeno in parte, condivisi.
Oggi, quel terreno comune si è notevolmente indebolito. Molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno facilitato la trasmissione del messaggio cristiano non sono più evidenti e, in molti casi, persino comprensibili. Il Vangelo incontra non solo l’indifferenza, ma anche un diverso paesaggio culturale, in cui le parole non hanno più lo stesso significato e dove l’annuncio iniziale non può più essere dato per scontato”.
Di questa situazione ‘soffrono’ soprattutto i giovani: “Sono convinto (e so che molti di voi lo percepiscono nell’esercizio quotidiano del vostro ministero) che una nuova inquietudine si agita nel cuore di molte persone, soprattutto dei giovani. La ricerca assoluta del benessere non ha portato la felicità attesa; la libertà separata dalla verità non ha generato la realizzazione promessa; e il progresso materiale da solo non è riuscito a soddisfare il desiderio più profondo del cuore umano”.
Proprio davanti a tale situazione il papa ha invitato i sacerdoti ad una maggiore presenza nel territorio: “In effetti, le proposte dominanti, insieme a certe interpretazioni ermeneutiche e filosofiche del destino dell’umanità, lungi dall’offrire una risposta sufficiente, hanno spesso lasciato un senso di maggiore stanchezza e di vuoto. Proprio per questo, osserviamo che molte persone stanno iniziando ad aprirsi a una ricerca più onesta e autentica, una ricerca che, accompagnata da pazienza e rispetto, le riconduce all’incontro con Cristo. Ciò ci ricorda che per il sacerdote questo non è un tempo di ritiro o di rassegnazione, ma di presenza fedele e di generosa disponibilità. Tutto ciò nasce dal riconoscimento che l’iniziativa appartiene sempre al Signore, che è già all’opera e ci precede con la sua grazia”.
Ed ha tratteggiato il ‘tipo’ di sacerdote di cui ha bisogno la Chiesa: “Non certo uomini definiti da una moltitudine di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il loro ministero attraverso una relazione viva con Lui, alimentata dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale segnata dal dono sincero di sé”.
Insomma, essere ‘alter Christus’: “Non si tratta di inventare nuovi modelli o di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di riproporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico (essere alter Christus), lasciando che Lui plasmi le nostre vite, unifichi i nostri cuori e dia forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, dalla dedizione fedele alla Chiesa e dal servizio concreto alle persone che ci sono state affidate”.
Per questo il papa ha rinforzato quest’indicazione con l’immagine della cattedrale dell’Almudena a Madrid, la cui struttura si presta ad un perfetto parallelismo con i punti essenziali del sacerdozio: “Cari figli, permettetemi oggi di parlarvi del sacerdozio usando un’immagine che conoscete bene: la vostra Cattedrale. Non per descrivere un edificio, ma per imparare da esso. Perché le cattedrali (come ogni luogo sacro) esistono, come il sacerdozio, per condurci all’incontro con Dio e alla riconciliazione con i nostri fratelli e sorelle, e i loro elementi racchiudono una lezione per la nostra vita e il nostro ministero”.
E’ stato un tratteggio molto particolareggiato della cattedrale madrilena: “Basta guardare la sua facciata per capire qualcosa di essenziale. E’ la prima cosa che vediamo, eppure non dice tutto: indica, suggerisce, invita. Allo stesso modo, il sacerdote non vive per mettersi in mostra, ma non vive nemmeno per nascondersi. La sua vita è chiamata a essere visibile, coerente e riconoscibile, anche se non sempre viene compresa. La facciata non esiste per sé stessa: conduce verso l’interno. Allo stesso modo, il sacerdote non è mai fine a se stesso. Tutta la sua vita è chiamata a indicare Dio e ad accompagnare il cammino verso il Mistero, senza usurpare il posto di Dio”.
Insomma la cattedrale è un richiamo a vivere la fraternità sacerdotale: “La cattedrale è anche una casa comune, dove tutti hanno un posto. Così è chiamata ad essere la Chiesa, soprattutto verso i suoi sacerdoti: una casa che accoglie, protegge e non abbandona mai. Ed è così che deve essere vissuta la fraternità sacerdotale: come esperienza concreta di sapersi a casa, responsabili gli uni degli altri, attenti alla vita dei fratelli e pronti a sostenersi a vicenda. Figli miei, nessuno si senta esposto o solo nell’esercizio del ministero: resistiamo insieme all’individualismo che impoverisce il cuore e indebolisce la missione!”
Continuando nella descrizione della cattedrale il papa ha evidenziato anche il valore dei sacramenti battesimale e confessionale: “Prima di giungere al santuario, la cattedrale ci svela luoghi discreti ma fondamentali: al fonte battesimale nasce il Popolo di Dio; nel confessionale, si rinnova continuamente. Nei sacramenti, la grazia si rivela come la forza più reale ed efficace del ministero sacerdotale.
Perciò, cari figli, celebrate i sacramenti con dignità e fede, consapevoli che ciò che in essi si produce è la vera forza che edifica la Chiesa e che essi sono il fine ultimo a cui è ordinato tutto il nostro ministero. Ma non dimenticate che non siete la sorgente, ma il canale, e che anche voi avete bisogno di bere a quell’acqua. Perciò, non trascurate la confessione, ritornando sempre alla misericordia che annunciate”.
Concludendo la lettera il papa ha citato san Giovanni d’Avila con l’invito ad essere ‘suoi’, cioè santi: “Guardiamo al cuore di tutto questo, figli miei: qui si rivela ciò che dà senso a ciò che fate ogni giorno e da dove scaturisce il vostro ministero. Sull’’altare, attraverso le vostre mani, il sacrificio di Cristo si rende presente nell’azione più alta affidata alle mani dell’uomo; nel tabernacolo, Colui che avete offerto rimane, affidato nuovamente alle vostre cure.
Siate adoratori, persone di profonda preghiera, e insegnate al vostro popolo a fare lo stesso. Al termine di questo cammino, per essere i sacerdoti di cui la Chiesa ha bisogno oggi, vi lascio con lo stesso consiglio del vostro santo compatriota, san Giovanni d’Avila: ‘Siate tutti suoi’. Siate santi!”
Papa Leone XIV: una voce sola per la fede
“In uno dei passi biblici che abbiamo appena ascoltato, l’apostolo Paolo si definisce ‘il più piccolo tra gli apostoli’. Egli si considera indegno di questo titolo, perché nel passato è stato un persecutore della Chiesa di Dio. Tuttavia, non è prigioniero di quel passato, ma piuttosto ‘prigioniero a motivo del Signore’. Per grazia di Dio, infatti, ha conosciuto il Signore Gesù Risorto, che si è rivelato a Pietro, quindi agli Apostoli e a centinaia di altri seguaci della Via, e infine anche a lui, un persecutore. Il suo incontro con il Risorto determina la conversione che commemoriamo oggi”: celebrando nella Basilica ostiense i secondi Vespri nella solennità della conversione di san Paolo, papa Leone XIV, chiudendo la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ha ricordato che la loro missione oggi è annunciare Cristo ed avere fiducia in Lui.
E la conversione comporta un cambiamento: “La portata di questa conversione si riflette nel cambiamento del suo nome, da Saulo a Paolo. Per grazia di Dio, colui che un tempo perseguitava Gesù è stato completamente trasformato ed è diventato suo testimone. Colui che combatteva il nome di Cristo con ferocia, ora predica il suo amore con zelo ardente, come esprime vividamente l’inno che abbiamo cantato all’inizio di questa celebrazione”.
Un cambiamento che è missione: “Mentre siamo riuniti presso le spoglie mortali dell’Apostolo delle genti, ci viene così ricordato che la sua missione è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti ad avere fiducia in Lui. Ogni vero incontro con il Signore, infatti, è un momento trasformativo, che dona una nuova visione e nuova direzione per assolvere il compito di edificare il Corpo di Cristo”.
Quindi è compito dei cristiani annunciare Gesù, come ha detto il papa all’inizio del pontificato: “E’ compito comune di tutti i cristiani dire al mondo, con umiltà e gioia: ‘Guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua parola che illumina e consola!’. Carissimi, la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani ci chiama ogni anno a rinnovare il nostro comune impegno in questa grande missione, nella consapevolezza che le divisioni tra noi, se non impediscono certo alla luce di Cristo di brillare, rendono tuttavia più opaco quel volto che deve rifletterla sul mondo”.
Ed ecco il richiamo al Concilio di Nicea, segno di unità tra i cattolici: “Sua Santità Bartolomeo, Patriarca Ecumenico, ha invitato a celebrare questo anniversario a İznik, e rendo grazie a Dio per il fatto che tante tradizioni cristiane siano state rappresentate in quella commemorazione, due mesi fa. Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso della sua redazione è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della nostra unità in Cristo.
Quel momento di fraternità ci ha permesso anche di lodare il Signore per ciò che ha operato nei Padri di Nicea, aiutandoli ad esprimere con chiarezza la verità di un Dio che si è fatto prossimo a noi incontrandoci in Gesù Cristo. Possa anche oggi lo Spirito Santo trovare in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo!”
Unità che è stata al centro del cammino sinodale in vista del giubileo del 2033: “Ciò si è riflesso nelle due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, caratterizzate da un profondo zelo ecumenico e arricchite dalla partecipazione di numerosi delegati fraterni. Credo che questa sia una strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali. Mentre guardiamo al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033, impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo”.
Infine ha ricordato che questa settimana è stata ‘animata’ dai testi della comunità armena, sempre ‘attenta’ all’unità tra i cristiani: “I sussidi per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani di quest’anno sono stati preparati dalle Chiese in Armenia. Con profonda gratitudine il nostro pensiero va alla coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una caratteristica costante. Al termine di questa Settimana di Preghiera, ricordiamo il santo Catholicos San Nersès Šnorhali ‘il Grazioso’, che lavorò per l’unità della Chiesa nel XII secolo. Egli era in anticipo sui tempi nel comprendere che la ricerca dell’unità è un compito che spetta a tutti i fedeli e richiede la guarigione della memoria. San Nersès può anche insegnarci l’atteggiamento che dovremmo adottare nel nostro cammino ecumenico”.
Quella armena è stata una vera testimonianza cristiana: “La tradizione ci consegna la testimonianza dell’Armenia quale prima nazione cristiana, con il battesimo del Re Tiridate nel 301 da parte di San Gregorio l’Illuminatore. Rendiamo grazie per come, ad opera di intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo; e preghiamo affinché i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero”.
All’inizio della celebrazione il papa ha reso omaggio alla tomba dell’apostolo Paolo, insieme a lui il metropolita Polykarpos, rappresentante del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che durante i vespri ha letto la prima orazione e il vescovo anglicano Anthony Ball che invece ha letto la seconda. Accanto a loro anche il card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e mons. Flavio Pace, segretario dello stesso Dicastero.
Inoltre è stato illuminato il tondo musivo di Papa Leone XIV nella Basilica di san Paolo fuori le Mura, installato lungo la navata sinistra accanto a quello del suo predecessore papa Francesco e frutto di un’incredibile sinergia lavorativa tra lo Studio del Mosaico Vaticano ed il pittore Rodolfo Papa.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a lavorare insieme per una Chiesa sinodale
“Grazie della vostra presenza! Lo Spirito Santo, che abbiamo invocato, ci guidi in queste due giornate di riflessione e di dialogo. Considero molto significativo il fatto che ci siamo riuniti in Concistoro all’indomani della solennità dell’Epifania del Signore, e vorrei introdurre i nostri lavori con una suggestione che viene proprio da questo mistero”: il Il discorso di papa Leone XIV ha dato il via, nel pomeriggio, ai lavori della riunione con i membri del Collegio cardinalizio, con l’indicazione della sinodalità come ‘il cammino che Dio chiede alla Chiesa del terzo millennio’.
Nel discorso introduttivo il papa ha preso spunto dall’invito del profeta Isaia a rivestirsi di luce, che richiama l’inizio del Concilio Vaticano II, attraverso la lettura del primo paragrafo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, ‘Lumen Gentium’: “Queste parole fanno pensare all’inizio della Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II…
Possiamo dire che lo Spirito Santo, a distanza di secoli, ha ispirato la medesima visione nel profeta e nei Padri conciliari: la visione della luce del Signore che illumina la città santa – prima Gerusalemme, poi la Chiesa e, riflettendosi su di essa, permette a tutti i popoli di camminare in mezzo alle tenebre del mondo. Ciò che Isaia annunciava ‘in figura’, il Concilio lo riconosce nella realtà pienamente svelata di Cristo luce delle genti”.
Sotto questa ‘luce’ ha interpretato i pontificati post conciliari: “I pontificati di san Paolo VI e quello di san Giovanni Paolo II li potremmo interpretare complessivamente in questa prospettiva conciliare, che contempla il mistero della Chiesa tutto inscritto in quello di Cristo e così comprende la missione evangelizzatrice come irradiazione dell’inesauribile energia sprigionata dall’Evento centrale della storia della salvezza”.
Ugualmente per i pontificati di papa Benedetto XVI e di papa Francesco attraverso la parola ‘attrazione’: “I papi Benedetto XVI e Francesco hanno poi riassunto questa visione in una parola:attrazione. Papa Benedetto lo ha fatto nell’Omelia di apertura della Conferenza di Aparecida, nel 2007, quando disse: ‘La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione’… Papa Francesco si è trovato perfettamente in accordo con questa impostazione e l’ha ripetuta più volte in diversi contesti”.
Il filo conduttore di questi pontefici è l’amore di Dio: “Ed invito me e voi a fare bene attenzione a quello che Papa Benedetto indicava come la ‘forza’ che presiede a questo movimento di attrazione: tale forza è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e che nello Spirito Santo è donato alla Chiesa e santifica ogni sua azione. In effetti, non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel ‘canale’ arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore.
E’ significativo che papa Francesco, che ha iniziato con ‘Evangelii gaudium’ ‘sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale’, abbia concluso con ‘Dilexit nos’ ‘sull’amore divino e umano del Cuore di Cristo’… Nella misura in cui ci amiamo gli uni gli altri come Cristo ci ha amato, noi siamo suoi, siamo la sua comunità e Lui può continuare ad attirare attraverso di noi. Infatti solo l’amore è credibile, solo l’amore è degno di fede”.
Ecco il motivo per cui l’unità ‘attrae’ mentre la divisione ‘disperde’: “Mi pare che lo riscontri anche la fisica, sia nel micro che nel macrocosmo. Dunque, per essere Chiesa veramente missionaria, cioè capace di testimoniare la forza attrattiva della carità di Cristo, dobbiamo anzitutto mettere in pratica il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli”.
L’amore di Dio è il centro del Vangelo: “Carissimi Fratelli, vorrei partire da qui, da questa parola del Signore, per il nostro primo Concistoro e, soprattutto, per il cammino collegiale che, con la grazia di Dio, siamo chiamati a compiere. Siamo un gruppo molto variegato, arricchito da molteplici provenienze, culture, tradizioni ecclesiali e sociali, percorsi formativi e accademici, esperienze pastorali e, naturalmente, caratteri e tratti personali. Siamo chiamati prima di tutto a conoscerci e a dialogare per poter lavorare insieme al servizio della Chiesa. Spero che potremo crescere nella comunione per offrire un modello di collegialità”.
Ed ecco i temi su cui sono chiamati al confronto i cardinali nel cammino tracciato da papa Francesco: “In questi giorni avremo modo di sperimentare già una riflessione comunitaria su quattro temi: ‘Evangelii gaudium’, cioè la missione della Chiesa nel mondo di oggi; ‘Praedicate Evangelium’, vale a dire il servizio della Santa Sede, specialmente alle Chiese particolari; Sinodo e sinodalità, strumento e stile di collaborazione; Liturgia, fonte e culmine di vita cristiana. Per ragioni di tempo e per favorire un reale approfondimento, solo due di essi saranno oggetto di una trattazione specifica”.
In questa ‘due giorni’ il papa si metterà in ascolto: “Sono qui per ascoltare. Come abbiamo imparato durante le due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, la dinamica sinodale implica per eccellenza l’ascolto. Ogni momento di questo tipo è un’opportunità per approfondire il nostro apprezzamento condiviso per la sinodalità”.
E’ stato un invito a mettersi in ascolto per un cammino sinodale: “Ascoltare la mente, il cuore e lo spirito di ciascuno; ascoltarsi l’un l’altro; esprimere solo il punto principale e in modo molto breve, così che tutti possano parlare: questo sarà il nostro modo di procedere. I saggi antichi romani dicevano: ‘Non multa sed multum!’
Ed in futuro, questo stile di ascolto reciproco, cercando la guida dello Spirito Santo e camminando insieme, continuerà ad essere di grande aiuto per il ministero petrino che mi è stato affidato. Anche dal modo con cui impariamo a lavorare insieme, con fraternità e sincera amicizia, può iniziare qualcosa di nuovo, che mette in gioco presente e futuro”.
(Foto: Santa Sede)
L’Associazione Bambino Gesù del Cairo diventa Fondazione: un testamento d’amore voluto da Papa Francesco
L’Associazione Bambino Gesù del Cairo, presieduta da Monsignor Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco, è divenuta ufficialmente Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS, completando un passaggio giuridico, istituzionale e morale di straordinaria rilevanza.
La trasformazione da Associazione a Fondazione è stata solennemente sancita nel corso del tradizionale Concerto di Natale, evento che nel tempo aveva assunto un valore simbolico profondo, configurandosi come spazio di incontro tra arte, musica e spiritualità e come strumento di trasmissione dei valori universali di solidarietà, fraternità e responsabilità sociale.
L’edizione 2025 ha rappresentato un momento storico, poiché è stata la prima realizzata dopo il passaggio formale alla Fondazione, segnando l’ingresso dell’opera in una nuova fase di maturità, stabilità e riconoscimento pubblico. Tale evoluzione ha confermato la solidità dell’ente, la credibilità del suo operato e la dedizione instancabile dei volontari, rafforzando al contempo l’impegno istituzionale verso la tutela dei più vulnerabili.
L’Associazione Bambino Gesù del Cairo era nata nel 2020 in seguito alla storica sottoscrizione del Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune, firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed Al-Tayeb.
Fin dalla sua origine, l’Associazione aveva incarnato una visione profetica e universale, traducendo in azione concreta i principi di fraternità, dialogo e solidarietà enunciati nel Documento. Con il suo passaggio a Fondazione, tale visione ha trovato una forma istituzionale pienamente compiuta.
L’Associazione, oggi Fondazione, ha costituito un autentico testamento spirituale e d’amore di Sua Santità Papa Francesco, che l’aveva personalmente voluta, ispirata, accompagnata e benedetta, affidandole una missione chiara e irrevocabile: servire l’uomo sofferente, proteggere l’infanzia ferita, difendere la dignità umana senza confini geografici, religiosi o culturali.
Questo lascito morale, di altissimo valore ecclesiale e civile, è stato assunto come patrimonio vivo e operante dalla Fondazione, chiamata a custodirlo e svilupparlo con rigore, fedeltà e responsabilità storica. Nel corso della serata, le autorità civili, religiose e istituzionali intervenute hanno riconosciuto unanimemente il valore concreto e sistemico dell’azione della Fondazione, sottolineando l’efficacia dei progetti realizzati e la visione strategica di quelli futuri.
L’Onorevole Emanuele Prisco, Sottosegretario al Ministero dell’Interno, ha evidenziato l’impatto tangibile e misurabile dell’operato della Fondazione, lodando l’impegno dei volontari e la capacità dell’ente di coniugare solidarietà, cultura e responsabilità sociale. Ha definito la Fondazione Bambino Gesù del Cairo un modello virtuoso di organizzazione non profit, capace di incidere in modo strutturale nel tessuto sociale.
Il Prefetto Pierluigi Faloni, Consigliere di Presidenza della Fondazione, ha sottolineato come la trasformazione dell’Associazione in Fondazione abbia rappresentato un segnale inequivocabile di serietà istituzionale, continuità e impegno permanente nella promozione della Fratellanza Umana, dei diritti fondamentali e della protezione delle persone più fragili.
Mons. Yoannis Lahzi Gaid, Presidente della Fondazione, ha pronunciato un intervento di forte intensità morale e spirituale, richiamando il valore trasformativo del dono e della responsabilità quotidiana verso gli ultimi. Ha ribadito che la Fondazione aveva operato secondo criteri di trasparenza assoluta e gratuità, precisando che ogni contributo ricevuto era stato integralmente destinato ai beneficiari.
Nel 2024 erano stati distribuiti 35.000 pasti e garantite cure mediche, visite specialistiche e medicinali a oltre 10.000 bambini e persone vulnerabili. Mons. Gaid aveva inoltre richiamato l’attenzione sulla nascente ‘Casa della Speranza’, rifugio destinato a donne vittime di violenza e tratta e ai loro figli, auspicando che “la luce del Natale continuasse a illuminare le periferie del dolore umano”.
Gli interventi di Sua Eminenza il Card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, di Sua Eminenza il Card. Angelo Becciu e di Sua Eminenza il Cardi. Domenico Calcagno hanno espresso un convinto apprezzamento per l’azione della Fondazione, riconoscendone i risultati concreti e auspicando uno sviluppo costante della sua missione sociale e culturale. Mentre in un’intervista radiofonica, Biagio Maimone, direttore dell’Ufficio Stampa, aveva sottolineato come la comunicazione fosse chiamata a svolgere un ruolo strategico e fondamentale nella diffusione delle iniziative e dei valori fondativi della Fondazione.
Alla serata che ha solennemente suggellato il passaggio storico da Associazione a Fondazione hanno preso parte numerose autorità, tra cui Monsignor Antonio Raimondo Fois e gli Ambasciatori della Lega Araba, Azerbaigian, Repubblica Araba d’Egitto, Emirati Arabi Uniti, Honduras e FR Khalil e Lorenza Bonaccorsi, Presidente del Primo Municipio di Roma, in rappresentanza del Sindaco Roberto Gualtieri.
La Fondazione Bambino Gesù del Cairo si pone così come segno visibile di una carità che non si esaurisce nell’emergenza, ma si fa struttura, continuità e speranza. Un’opera che parla al cuore dell’uomo contemporaneo e testimonia che la fraternità non è un’utopia, ma una responsabilità concreta affidata alle coscienze, alle istituzioni e alla storia.
Papa Leone XIV: la diplomazia è esercizio di speranza
“Il vostro pellegrinaggio attraverso la Porta Santa qualifica questo nostro incontro e ci permette di condividere la speranza che portiamo nell’animo e che desideriamo testimoniare al prossimo. Questa virtù, infatti, non riguarda un confuso desiderio di cose incerte, ma è il nome che la volontà assume quando tende fermamente al bene e alla giustizia che sente mancare”: nel discorso ai partecipanti al Giubileo della diplomazia italiana papa Leone XIV ha esortato a curare non solo bellezza e precisione dei discorsi, ma anzitutto onestà e prudenza.
Quindi nella diplomazia è importante l’esercizio della speranza: “La speranza mostra allora un prezioso significato per il servizio che svolgete: in diplomazia, solo chi spera davvero cerca e sostiene sempre il dialogo fra le parti, confidando nella comprensione reciproca anche davanti a difficoltà e tensioni. Poiché speriamo di capirci, ci impegniamo a farlo cercando i modi e le parole migliori per raggiungere l’intesa”.
E la speranza parla del cuore: “A riguardo, è indicativo che patti e trattati siano suggellati da un accordo: questa vicinanza del cuore (ad cor) esprime la sincerità di gesti, come una firma o una stretta di mano, altrimenti ridotti a formalità procedurali. Appare così un tratto caratteristico, che distingue l’autentica missione diplomatica dal calcolo interessato a tornaconti di parte o dall’equilibrio tra rivali che nascondono le rispettive distanze”.
E’ stata questa la testimonianza di Gesù: “Carissimi, per resistere a tali derive guardiamo all’esempio di Gesù, la cui testimonianza di riconciliazione e di pace brilla come speranza per tutti i popoli. A nome del Padre, il Figlio parla con la forza dello Spirito Santo, compiendo il dialogo di Dio con gli uomini. Perciò tutti noi, fatti a immagine di Dio, sperimentiamo nel dialogo, ascoltando e parlando, le relazioni fondamentali della nostra esistenza”.
Da qui deriva l’importanza delle parole nella costruzione della pace: “Le parole sono quel patrimonio comune attraverso le quali fioriscono le radici della società che abitiamo. In un clima multietnico diventa allora indispensabile aver cura del dialogo, favorendo la comprensione reciproca e interculturale come segno di accoglienza, di integrazione, di fraternità. A livello internazionale, questo stesso stile può portare frutti di cooperazione e di pace, a patto che perseveriamo a educare il nostro modo di parlare”.
La Parola è fondamento nella vita cristiana: “In particolare, il cristiano è sempre uomo della Parola: quella che ascolta da Dio, anzitutto, corrispondendo nella preghiera al suo appello paterno. Quando siamo stati battezzati, è stato tracciato sulle nostre orecchie il segno della Croce, dicendo: ‘Effatà’, cioè ‘Apriti’. In quel gesto, che ricorda la guarigione operata da Gesù, viene benedetto il senso attraverso il quale riceviamo le prime parole di affetto e gli indispensabili elementi culturali che sostengono la nostra vita, in famiglia e nella società”.
E la Parola non è mai doppiezza: “Sia essere autentici cristiani, sia essere cittadini onesti significa condividere un vocabolario capace di dire le cose come stanno, senza doppiezza, coltivando la concordia fra le persone. Perciò è nostro e vostro impegno, specialmente come Ambasciatori, favorire sempre il dialogo e tesserlo nuovamente, qualora si interrompesse”.
Nelle parole del papa riecheggia quelle pronunciate da papa san Paolo VI all’ONU: “Impegniamoci con speranza a disarmare proclami e discorsi, curandone non solo la bellezza e la precisione, ma anzitutto l’onestà e la prudenza. Chi sa cosa dire, non ha bisogno di molte parole, ma solo di quelle giuste: esercitiamoci dunque a condividere parole che fanno bene, a scegliere parole che costruiscono intesa, a testimoniare parole che riparano i torti e perdonano le offese. Chi si stanca di dialogare, si stanca di sperare la pace…
Sì, la pace è il dovere che unisce l’umanità in una comune ricerca di giustizia. La pace è l’intento che dalla notte di Natale accompagna tutta la vita di Cristo, fino alla sua Pasqua di morte e risurrezione. La pace è il bene definitivo ed eterno, che speriamo per tutti”.
In precedenza il papa aveva ricevuto artisti, organizzatori e sponsor dell’evento musicale di questa sera, sostenuto dalla Fondazione ‘Gravissimum Educationis’ per un progetto missionario nella Repubblica Democratica del Congo: “Il presente Concerto di Natale sostiene un progetto missionario salesiano nella Repubblica del Congo: la costruzione di una scuola primaria, capace di accogliere 350 bambini. Anche questo può farci riflettere, ricordandoci che la bellezza, quando è autentica, non rimane chiusa in sé stessa, ma genera scelte di responsabilità per la cura del mondo. Così la cultura diventa respiro per la dignità di tutti, specie dei più fragili.
Perciò vi invito a vivere questo momento come un pellegrinaggio interiore. In occasione del Natale, la musica sia luogo dell’anima: uno spazio in cui il cuore prende voce, avvicinandoci a Dio e rendendo la nostra umanità sempre più ispirata dal suo amore”.
Infatti Natale ricorda che Dio si è fatto uomo: “Il Natale, del resto, ci ricorda che Dio, per manifestarsi, sceglie una trama umana. Non si serve di scenografie imponenti, ma di una casa semplice; non si mostra da lontano, ma si fa vicino; non resta in un punto inaccessibile del cielo, ma ci raggiunge nel cuore stesso delle nostre piccole storie. Ci rivela, in questo modo, che la vita quotidiana, così com’è, può diventare il luogo dell’incontro con Lui”.
Ad inizio giornata il papa aveva incontrato i figuranti ed i presepisti del presepe vivente della basilica di santa Maria Maggiore: “Dalla grotta di Betlemme, dove stanno Maria, Giuseppe e il Bambino nella loro disarmante povertà, si riparte per cominciare una vita nuova sulle orme di Cristo. Voi lo testimonierete nel pomeriggio, con il corteo che si snoderà per le vie della città…
Il Presepe, carissimi, è un segno importante: ci ricorda che siamo parte di una meravigliosa avventura di Salvezza in cui non siamo mai soli e che, come diceva Sant’Agostino, ‘Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse Dio… perché l’uomo abitatore della terra potesse trovare dimora nei cieli’. Diffondete questo messaggio e mantenete viva questa tradizione. Sono un dono di luce per il nostro mondo che ha tanto bisogno di poter continuare a sperare”.
(Foto: Santa Sede)
A Trieste mons. Trevisi invita alla veglia di preghiera per la morte dei migranti
Accogliendo la proposta della Comunità di Sant’Egidio, il vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, e la Caritas diocesana invitano la comunità credente e la cittadinanza alla veglia di preghiera che si terrà oggi alle ore 20.00 a Trieste, nella chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo, per ricordare il giovane di origine algerina rinvenuto senza vita in Porto Vecchio ed i tre giovani migranti recentemente trovati morti sul territorio regionale.
Quindi è stata ‘una morte annunciata’ quella di Hichem Billal Magoura, il cittadino algerino che ha perso la vita mercoledì 3 dicembre’ in un magazzino di Porto vecchio: “La quarta, dopo due a Udine ed una a Pordenone, a coinvolgere un giovane straniero in Friuli Venezia Giulia”, come scrive il Consorzio italiano di solidarietà, che lo chiama “non un fatto tragico e inevitabile, bensì il risultato della radicale assenza dell’intervento pubblico dovuto a tutte le persone che si trovano in situazioni di estrema emergenza”.
L’uomo non avrebbe chiesto aiuto a Ics, sostiene un comunicato: non risultava, infatti, tra coloro che si sono rivolti al centro diurno di via Udine: “Necessitava di un intervento di ‘bassa soglia’, che avrebbe potuto evitare la morte che lo ha prematuramente stroncato.
I servizi di bassa soglia esistono proprio per questo: devono essere attivati da ogni ente locale per garantire un riparo salvavita a chiunque si trovi in difficoltà, senza filtri di accesso né discriminazioni sulle cause della condizione di fragilità”; servizi che a Trieste, però, pur “aperti anche a chi non è residente e destinati a offrire protezione dal freddo, contano appena venti posti”. Altre morti analoghe, conclude il sodalizio, “potranno seguire in qualunque momento, perché a Trieste sono centinaia le persone lasciate senza alcun sostegno”.
Ed in questo tempo di avvento il vescovo di Trieste ha scritto una lettera per invitare alla fraternità: “In questo Avvento vogliamo aprirci alla fraternità riconoscendo che anche tra noi, nella diocesi di Trieste, ci sono situazioni difficili che necessitano l’impegno solidale di tutti. Ci sono piccole parrocchie o enti diocesani che negli anni sono stati gravati da mutui che ora faticano a saldare”.
Quindi la fraternità apre alla generosità: “La fraternità esige di incarnarsi in generosità che allevia le preoccupazioni e il gravame di passività, obblighi e interventi urgenti a cui si è vincolati. Ecco l’iniziativa straordinaria di una raccolta intitolata ‘Donare è ricevere’ che implica che il dono alle comunità in difficoltà di fatto è un allargare la fraternità, un dilatare la nostra famiglia cristiana, un diventare maggiormente corresponsabili.
Non lasciamo soli chi si trova in difficoltà, e non per colpa propria. Fin da adesso grazie a coloro che vorranno aiutarci a far crescere questo clima generoso che è pure un segno di speranza. Grazie alle famiglie, grazie alle imprese, grazie ai singoli che sapranno aprirsi a questo appello. Ogni contributo è prezioso”.
(Foto: Trieste Prima)
A Tolentino un viaggio dall’Italia alla Cina con ‘Il Cantico di frate Sole’
“Nell’ultima strofa del Cantico: ‘Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente pò skappare’ Fratello Francesco ci ricorda che ogni esistenza umana ha un significato eterno, che ogni vita è preziosa. Per questo motivo il Centenario del Transito si presenta come un potente annuncio di vita e di speranza, proprio quando siamo agli sgoccioli dell’Anno Giubilare della Speranza: in una sorta di passaggio di testimone, il Transito di Francesco non è un tramonto, ma un’aurora: l’alba di una presenza che da otto secoli continua a illuminare il cammino dell’umanità secondo il cuore di Dio manifestato nel Vangelo del Signore Gesù”: questo è stato il messaggio del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, a chiusura dell’incontro internazionale ‘Il Cantico di frate Sole. Dall’Italia medievale alla Cina: storia, scambi culturali e traduzioni’, promosso dal Comitato ‘Beato Tommaso da Tolentino’ insieme alla Fondazione internazionale ‘Padre Matteo Ricci’, all’Università di Macerata, alla Pontificia Università Antonianum e all’Università Ca’ Foscari di Venezia, svoltosi a Tolentino, in provincia di Macerata, nell’ultimo giorno di ottobre.
Nel saluto iniziale l’ dell’arch. Franco Casadidio, presidente del Comitato ‘Beato Tommaso da Tolentino’, ha sottolineato le finalità del convegno che “intende esplorare il dialogo tra spiritualità francescana e cultura cinese, tracciando un percorso affascinante che dal cuore dell’Umbria e delle Marche giunge fino alla Cina, seguendo le tracce del messaggio di san Francesco.
Il Cantico è una lode a Dio ed alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fraternità fra l’uomo e tutto il creato, che molto si distanzia dal distacco e disprezzo per il mondo terreno: la creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore”.
Dopo i saluti del sindaco della città, Mauro Sclavi, e del vescovo della diocesi di Macerata, mons. Nazareno Marconi, e l’introduzione musicale a cura della ‘Compagnia delle Laudi’ diretta dal maestro p. Lorenzo Del Bene, con un breve inquadramento storico del prof. Dario Grandoni, presidente della Fondazione internazionale ‘Padre Matteo Ricci’, p. Lorenzo Turchi, docente alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ha affrontato l’origine ed il significato del testo sacro con l’intervento ‘La nascita del Cantico di Frate Sole’:
“Il Cantico è una lode a Dio ed alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fraternità fra l’umano e tutto il creato, che molto si distanzia dal distacco e disprezzo per il mondo terreno: la creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore”.
Mentre il prof. Roberto Lambertini, docente all’Università di Macerata, ha analizzato il contesto storico e religioso con ‘Laudato sì, mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore: Francesco e i Frati Minori di fronte ai conflitti della società medievale’, incentrando la riflessione sulla capacità dei francescani di ‘pacificare’ i dissidi all’interno delle città. Però l’intervento più atteso, che getta un ponte tra Occidente e Oriente, è stato quello della dott.ssa Raissa De Gruttola, ricercatrice all’Università Cà Foscari di Venezia, che con la relazione ‘Esperienze di traduzione del Francescani in Cina e la versione contemporanea del Cantico di Frate Sole’, ha illustrato come i missionari francescani abbiano operato in Estremo Oriente e come il celebre inno di san Francesco sia stato recepito e tradotto nella lingua e cultura cinese, arrivando fino ai giorni nostri con una traduzione di fra Taddeo Gao, pubblicata nel 2024.
Al termine del convegno abbiamo chiesto alla dott.ssa Raissa De Gruttola di raccontare il motivo per cui il Cantico delle Creature è stato tradotto in cinese: “I francescani sono stati i primi missionari cattolici ad arrivare in Cina nel XIII secolo e per molti secoli si sono dedicati alla scrittura di altri testi adatti per l’evangelizzazione. Nello scorso secolo è stato tradotto un corpus di testi francescani, tra cui anche il Cantico delle Creature”.
Quali sono state le esigenze che hanno portato a questa traduzione?
“Sicuramente l’esigenza principale è stata quella di far conoscere questo testo molto importante per i francescani anche in lingua cinese”.
Come è stato accolto in Cina?
“In Cina è considerato un testo molto importante per i cristiani e per i laici vicini agli ambienti francescani è un testo molto apprezzato”.
Esistono differenze tra il testo originario e la traduzione in cinese?
“La traduzione cinese è molto fedele ed aggiunge qualche parola solo per spiegare passaggi ‘poco chiari’ per la cultura cinese. E’ interessante che per indicare la parola ‘creature’ viene usata una parola cinese, molto usata nei testi classici cinesi, che significa tutto ciò che esiste che esiste sulla terra”.
Interessante è stata anche l’introduzione musicale della ‘Compagnia delle Laudi’, diretta dal maestro p. Lorenzo Del Bene, eseguendo alcune lauda tratte dal ‘Laudario Cortonese’: perché esso è così importante?
“Il Laudario Cortonese rappresenta il primo documento scritto in lingua volgare, che ha anche una notazione musicale. Quindi per la prima volta possiamo vedere non solo i testi dei componimenti, ma anche una linea melodica, che deve essere anche interpretata, però ci può dare un’idea di come poteva essere la melodia di questi canti”.
Per quale motivo i francescani avevano scelto le laudi per comunicare?
“La lode faceva parte dell’esperienza di san Francesco e quindi dell’esperienza di tutti i francescani: la lauda era un canto di lode. Basta pensare al Cantico delle Creature, che può essere considerato la prima lauda francescana: lodare Dio attraverso il creato e quindi attraverso la creazione che ha fatto san Francesco. Si può lodare Dio anche con la musica”.
Cosa significa riportare ‘in scena’ queste laudi?
“Significa riprendere (o tentare) questo spirito sia con queste melodie, che comunque sono sempre suggestive e ci rimandano ad una profondità semplice ma bella; allo stesso tempo riprendere lo spirito di san Francesco, perché, sebbene siano trascorsi molti secoli, lo spirito umano è sempre quello di sentire il bisogno di lodare Dio in tutto quello che facciamo ed anche attraverso il creato”.
Infatti le laudi si sono tramandate fino ai giorni nostri anche grazie a molti compositori: perché c’è stata questa continuità nei secoli?
“Questa continuità dipende dalla semplicità e dal messaggio, che non si è perso durante il corso dei secoli; magari ha cambiato stile ed ha cambiato modo di essere proposto, ma si è sempre mantenuto attuale. Anche mons. Frisina si è cimentato nei canti francescani ed anche tanti autori contemporanei hanno fatto alcuni arrangiamenti. Oggi la sfida grande è quello di musicare di nuovo il Cantico delle Creature, che è scritto come testo, ma purtroppo la musica è andata perduta. Tanti autori musicali si sono cimentati a mettere in musica questa splendida laude”.
Ed uno di questi è stato Angelo Branduardi: “Qualche anno fa anche lui ha composto l’album ‘L’infinitamente piccolo’, in cui si è basato quasi totalmente sulle fonti francescane; è stata un’esperienza molto bella. Quindi grandi cantautori si sono confrontati sulla bellezza di san Francesco, che veramente conquista proprio tutti”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV in Turchia richiama alla responsabilità della pace
“Grazie di cuore per la cortese accoglienza! Sono lieto di iniziare dal vostro Paese i viaggi apostolici del mio pontificato, dal momento che questa terra è legata inscindibilmente alle origini del cristianesimo e oggi richiama i figli di Abramo e l’umanità intera a una fraternità che riconosca e apprezzi le differenze”: nel primo discorso alle autorità della Turchia papa Leone XIV ha esortato a valorizzare le diversità, sottolineando il desiderio da parte dei cristiani di contribuire all’unità del Paese.
Nel discorso alle autorità il papa ha evidenziato la responsabilità a realizzare la pace: “E’ vero, il nostro mondo ha alle spalle secoli di conflitti e attorno a noi esso è ancora destabilizzato da ambizioni e decisioni che calpestano la giustizia e la pace. Tuttavia, davanti alle sfide che ci interpellano, essere un popolo dal grande passato rappresenta un dono e una responsabilità”.
Riprendendo l’immagine del ponte sullo stretto dei Dardanelli, scelta come logo del viaggio papale, il papa ha sottolineato il ‘posto’ che ha questo Paese: “Voi avete un posto importante nel presente e nel futuro del Mediterraneo e del mondo intero, anzitutto valorizzando le vostre interne diversità. Prima di collegare Asia ed Europa, Oriente e Occidente, infatti, quel ponte lega la Türkiye a sé stessa, ne compone le parti e così ne fa, per così dire, dall’interno un crocevia di sensibilità, che omologare rappresenterebbe un impoverimento. Una società, infatti, è viva se è plurale: sono i ponti fra le sue diverse anime a renderla una società civile. Oggi le comunità umane sono sempre più polarizzate e lacerate da posizioni estreme, che le frantumano”.
Tale ponte può essere un presidio contro la ‘globalizzazione dell’indifferenza’: “L’immagine del grande ponte è di aiuto anche in questo senso. Dio, rivelandosi, ha stabilito un ponte fra cielo e terra: lo ha fatto perché il nostro cuore cambiasse, diventando simile al suo. E’ un ponte sospeso, grandioso, che quasi sfida le leggi della fisica: così è l’amore, che, oltre alla dimensione intima e privata, ha anche quella visibile e pubblica”.
Per questo è importante la religione: “Giustizia e misericordia sfidano la legge della forza e osano chiedere che la compassione e la solidarietà siano considerate criteri di sviluppo. Per questo, in una società come quella turca, dove la religione ha un ruolo visibile, è fondamentale onorare la dignità e la libertà di tutti i figli di Dio: uomini e donne, connazionali e stranieri, poveri e ricchi. Tutti siamo figli di Dio e questo ha conseguenze personali, sociali e politiche. Chi ha un cuore docile al volere di Dio promuoverà sempre il bene comune e il rispetto per tutti”.
Ed ha sottolineato che lo sviluppo è una grande sfida: “Oggi questa è una grande sfida, che deve rimodellare le politiche locali e le relazioni internazionali, specialmente davanti a un’evoluzione tecnologica che potrebbe altrimenti accentuare le ingiustizie, invece di contribuire a dissolverle. Persino le intelligenze artificiali, infatti, riproducono le nostre preferenze e accelerano i processi che, a ben vedere, non sono le macchine, ma è l’umanità ad avere intrapreso. Lavoriamo dunque insieme, per modificare la traiettoria dello sviluppo e per riparare i danni già inferti all’unità della famiglia umana”.
Infatti contro il consumismo il papa ha ‘opposto’ la cultura dei legami: “A questo inganno delle economie consumistiche, in cui le solitudini diventano business, è bene rispondere con una cultura che apprezza gli affetti e i legami. Solo insieme diventiamo autenticamente noi stessi. Solo nell’amore diventa profonda la nostra interiorità e forte la nostra identità. Chi disprezza i legami fondamentali e non impara a sostenerne persino i limiti e le fragilità, più facilmente diventa intollerante e incapace di interagire con un mondo complesso”.
In tali legami è fondamentale il ruolo della donna: “Nella vita familiare infatti emergono in modo del tutto specifico il valore dell’amore coniugale e l’apporto femminile. Le donne, in particolare, anche attraverso lo studio e la partecipazione attiva alla vita professionale, culturale e politica, sempre più si mettono a servizio del Paese e della sua positiva influenza nel panorama internazionale. Dunque, sono molto da apprezzare le importanti iniziative in tal senso, a sostegno della famiglia e del contributo femminile alla piena fioritura della vita sociale”.
In conclusione ha ricordato l’importanza del dialogo: “Oggi più che mai c’è bisogno di personalità che favoriscano il dialogo e lo pratichino con ferma volontà e paziente tenacia. Dopo la stagione della costruzione delle grandi organizzazioni internazionali, seguita alle tragedie delle due guerre mondiali, stiamo attraversando una fase fortemente conflittuale a livello globale, in cui prevalgono strategie di potere economico e militare, alimentando quella che papa Francesco chiamava ‘terza guerra mondiale a pezzi’. Non bisogna cedere in alcun modo a questa deriva!”
Ed è consapevole del rischio che si sta correndo, offrendo l’aiuto della Chiesa: “Ne va del futuro dell’umanità. Perché le energie e le risorse assorbite da questa dinamica distruttiva sono sottratte alle vere sfide che la famiglia umana oggi dovrebbe affrontare invece unita, cioè la pace, la lotta contro la fame e la miseria, per la salute e l’educazione e per la salvaguardia del creato.
La Santa Sede, con la sua sola forza, che è quella spirituale e morale, desidera cooperare con tutte le Nazioni che hanno a cuore lo sviluppo integrale di ogni uomo e di tutti gli uomini e le donne. Camminiamo insieme, allora, nella verità e nell’amicizia, confidando umilmente nell’aiuto di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
Card. Zuppi ai vescovi italiani: non temere questo tempo
“Rivolgiamo un pensiero di gratitudine a papa Leone XIV per aver accettato l’invito a essere con noi, giovedì 20 novembre, per la chiusura di questa nostra Assemblea. Ci predisponiamo ad accogliere la sua parola, occasione preziosa per confermarci nel suo magistero di unità e di pace. In questi sei mesi di Pontificato, fin dal suo primo discorso, quello rivolto ai Cardinali, abbiamo colto alcuni assi portanti: la centralità dell’annuncio del Vangelo, l’unità della Chiesa, l’esercizio della collegialità nella sinodalità, la promozione di una pace ‘disarmata e disarmante’ in un mondo che al contrario si esercita nella forza, riempie gli arsenali e svuota di conseguenza le scuole, gli ospedali, i granai; l’attenzione alla dignità della persona umana, dal suo inizio alla fine, tutta da amare, curare e custodire, sempre e per tutti”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto ad Assisi l’Assemblea generale dei vescovi italiani con l’invito ad essere ‘costruttori di comunità’, in quanto la Chiesa ‘non cerca il potere ma il bene dell’Italia’.
Riprendendo le parole che papa Leone XIV ha detto loro nello scorso giugno il presidente dei vescovi ha invitato a sentirsi mandati: “Come Chiese in Italia, sentiamo oggi più fortemente l’appassionante chiamata ad andare nella grande messe di questo mondo, per rispondere a tanti che desiderano conoscere il nome del Dio ignoto, per condividere il Pane che sazia, per annunciare il Vangelo della vita eterna a chi, a tentoni, cerca speranza, per curare le sofferenze di una folla stanca e sfinita perché senza pastore. Non giudicare e, quindi, inevitabilmente condannare, ma guardare con gli occhi di Gesù, quelli della compassione, per essere lievito di fraternità”.
E’ stato un invito esplicito ad annunciare il Vangelo: “Pensiamo alla società di Antiochia, al tempo della Chiesa nascente: i credenti si sono impegnati di persona a portare e comunicare la loro esperienza di fede. Se quindi la cristianità è finita, non lo è affatto il cristianesimo: ciò che tramonta è un ordine di potere e di cultura, non la forza viva del Vangelo. Per questo, non dobbiamo avere paura ma rinnovare il nostro impegno a essere testimoni gioiosi del Risorto. Non dobbiamo diventare mediocri, spaventati, paurosi nella paternità e nell’assumerci responsabilità, ma più evangelici e cristiani!”
Ricordando l’allocuzione di papa san Paolo VI nell’ultima sessione pubblica del Concilio Ecumenico Vaticano II, ha invitato a non avere paura dell tempo attuale: “Non temiamo, dunque, questo tempo, che sembra sottrarre spazio alla fede: forse è il contrario. E’ questo il momento in cui l’annuncio del Vangelo deve essere più luminoso, come la lampada che arde nella notte. Il credente di oggi non è più il custode di un mondo cristiano, ma il pellegrino di una speranza che continua a farsi strada nei cuori. In questo orizzonte, la fine della cristianità non è una sconfitta, ma un kairos: l’occasione di tornare all’essenziale, alla libertà degli inizi, a quel ‘sì’ pronunciato per amore, senza paura e senza garanzie”.
Il Vangelo non va protetto: “Il Vangelo non ha bisogno di un mondo che lo protegga, ma di cuori che lo incarnino. E’ in questa situazione di ‘vulnerabilità’ che la Chiesa riscopre la sua forza: non quella del potere, peraltro spesso presunto come le ricostruzioni sulla rilevanza della Chiesa, ma quella dell’amore che si dona senza paura”.
Il Vangelo va annunciato: “La priorità è certamente trasmettere la fede, renderla viva, attraente, farla scoprire nascosta nelle attese e nei desideri del cuore, aiutando a ritrovarne le parole e la prassi. Ecco il nostro orizzonte e la nostra passione. Guardando tanti ‘senza tetto spirituali’ sentiamo la loro condizione, spesso piena di sofferenza, una domanda per costruire case di preghiera, di fraternità con Dio e con il prossimo, dove sperimentare la maternità della Chiesa e vivere l’ascolto della parola che diventa vita”.
Ed ha fatto il punto sul Sinodo, ringraziando chi ha collaborato: “Si è chiusa così una fase importante, avviata quattro anni fa accogliendo l’invito di papa Francesco, che ha visto una partecipazione a vario titolo di almeno 500.000 persone… Con il Cammino sinodale abbiamo imparato ad affinare aspetti che erano probabilmente già presenti, ma che avevano bisogno di essere rinnovati: l’ascolto, il discernimento, la profezia. Abbiamo cercato soprattutto di interiorizzare questo processo come stile ecclesiale permanente. Ora si apre una fase nuova che interpella in particolare noi Pastori nell’esercizio della collegialità e in quel presiedere la comunione così decisivo perché la sinodalità diventi forma, stile, prassi per una missione più efficace nel mondo”.
Quindi ha ricordato che il ministero è sinodale: “La collegialità che esprimiamo nella forma della nostra Conferenza Episcopale ci chiede anzitutto di esercitare il nostro prezioso ministero in una Chiesa che è sinodale, costituita da un popolo nel quale si cammina insieme, tutti insieme. Del resto, immaginare il nostro ministero episcopale in senso collegiale come altra cosa o separato dalla sinodalità di tutta la Chiesa equivarrebbe a privare la comunione nelle nostre Chiese e tra le nostre Chiese di quella garanzia rappresentata dalla comunione episcopale”.
E’ un invito a non dimenticare il Concilio Vaticano II: “La lezione del Vaticano II, anche da questa prospettiva, resta per noi una strada sicura da non smarrire. Siamo chiamati ad assumere tutto il cammino che in questi anni le Chiese in Italia hanno compiuto per orientarne i passi futuri attraverso il nostro discernimento e le risoluzioni che riconosceremo come necessarie. E’ un compito impegnativo quello che ci è chiesto: dobbiamo onorarlo nel migliore dei modi possibili perché nelle nostre Chiese prenda forma la profezia di una Chiesa che continua a lasciarsi plasmare dal soffio dello Spirito”.
Da qui l’invito ad essere ‘costruttori di comunità’, iniziando dalla parrocchia: “Siamo chiamati a impegnarci a costruire la comunità cristiana laddove siamo. Solo questa darà la carne alla nostra fede e un tetto ai nostri fratelli. La Chiesa è sempre Familia Dei. Certo, non è questo il momento storico del ‘noi’, della vita assieme, come si vede anche dalla fragilità della famiglia e di tante realtà associate!.. Pensiamo alle nostre parrocchie, anche se esse devono sempre restare aperte a qualunque tipo di fedeli e a qualunque ricerca di Dio: sono come la piazza della Chiesa, dove non ci devono essere accessi limitati o condizionati, perché spesso qui approdano tante persone da storie diverse particolari. E alla fontana vanno gli assetati, anche se non li conosciamo! Tutte le forme comunitarie, come quelle dei movimenti, vanno incoraggiate nel dinamismo della comunione e della paternità, come le associazioni di ogni tipo che il genio della fede e dell’amicizia cristiana semina nel nostro tessuto ecclesiale”.
Una comunità è composta da tante diversità: “Va riaccesa e accompagnata questa passione comunitaria che è evangelica e scritta nel profondo dell’animo umano. In una società che si atomizza la Chiesa non cessi mai di essere popolo! Anche in una piccola comunità – lo sappiamo dal Vangelo – c’è una grande forza: attrattiva e missionaria, consolatrice, liberatrice del male… Penso al significato di queste parole nella vita delle città, nelle periferie, nei paesi, nelle cosiddette aree interne: la vita si ravviva con la fede e la fraternità, il male arretra e viene sfidato dal bene. Possa la Chiesa aiutare gli italiani a sentirsi meno polarizzati (il rischio della polarizzazione in tanti campi è stato più volte additato da papa Leone), meno isolati e soli, insomma più popolo!”
(Foto: CEI)
Papa Leone XIV alla Lateranense delinea il cammino per essere nel mondo
“Sono lieto di essere qui in mezzo a voi, nella Pontificia Università Lateranense, per l’inaugurazione del 253^ anno accademico dalla sua fondazione. Si tratta di un’occasione speciale, in cui, mentre guardiamo con gratitudine alla lunga storia che ci precede, siamo protesi anche alla missione che ci attende, ai sentieri da esplorare, al servizio da offrire alla Chiesa nella realtà di oggi e dinanzi alle sfide future. Uno sguardo grato per il passato, dunque, ma anche occhi e cuore puntati verso il futuro, perché c’è bisogno del prezioso servizio reso dall’università”: questa mattina papa Leone XIV ha inaugurato l’anno accademico alla Università pontificia, che ha un legame particolare con il vescovo di Roma.
In un’epoca in cui si tende a pensare che la ricerca e lo studio non servano per la vita reale, o che conti nella Chiesa più la pratica pastorale che la conoscenza teologica, biblica o giuridica, il papa ha spiegato il rapporto particolare con il papa: “Ogni università, infatti, è luogo di studio, di ricerca, di formazione, di relazioni, di rapporti con la realtà in cui è inserita. In particolare, le Università ecclesiastiche e pontificie, erette o approvate dalla Sede Apostolica, sono comunità in cui viene elaborata la ‘necessaria mediazione culturale della fede che, articolandosi in una riflessione aperta al dialogo con gli altri saperi, trova la sua sorgente primaria e perenne in Gesù Cristo’.
Tra le istituzioni accademiche, l’Università Lateranense ha un vincolo del tutto speciale con il Successore di Pietro, e questo è un tratto costitutivo della sua identità e missione fin dalle sue origini, quando nel 1773 Clemente XIV affidò la scuola di teologia del Collegio Romano al clero secolare, chiedendo che tale istituzione dipendesse dal Papa per formare i suoi presbiteri”.
Ed ha ripercorso la storia di questo rapporto con i papi: “Da quel momento tutti i successivi Pontefici hanno mantenuto e rafforzato un rapporto privilegiato con quella che sarebbe diventata l’attuale Università Lateranense. Tra di essi, il Beato Pio IX, che diede l’assetto, tuttora vigente, della quattro Facoltà: Teologia, Filosofia, Diritto canonico, Diritto civile, col potere di conferire gradi accademici in Utroque Iure; Leone XIII, che fondò l’Istituto di Alta Letteratura; Pio XII, che eresse presso l’Ateneo il Pontificio Istituto Pastorale; san Giovanni XXIII, che conferì all’Ateneo il titolo di Università; e san Paolo VI, che, già professore in queste aule, visitando l’Università appena eletto ribadì lo stretto legame tra essa e la Curia Romana. Questo peculiare rapporto è stato sottolineato da san Giovanni Paolo II. Con parole altrettanto affettuose, tale legame è stato ribadito da papa Benedetto e da papa Francesco; quest’ultimo ha voluto istituire due cicli di studi: in Scienze della Pace ed in Ecologia e Ambiente”.
Quindi ha sottolineato la missione di questa Università oggi: “Questa Università, a differenza di altre illustri istituzioni accademiche, anche romane, non ha un carisma del fondatore da custodire, approfondire e sviluppare, ma suo peculiare orientamento è il magistero del pontefice. Per sua natura e missione, dunque, essa costituisce un centro privilegiato in cui l’insegnamento della Chiesa universale viene elaborato, recepito, sviluppato e contestualizzato. Da questo punto vista, si tratta di una istituzione a cui anche il lavoro della Curia Romana può fare riferimento per il suo quotidiano lavoro”.
Dopo aver elencato i rapporti con le altre università il papa ah invitato a declinare la fede nelle sfide nel mondo: “Cari amici, oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede per poterla declinare negli scenari culturali e nelle sfide attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo.
In particolare, la Facoltà di Teologia è chiamata a riflettere sul deposito della fede e a farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti contemporanei, perché appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare la ricerca di Dio. Questa missione richiede che la fede cristiana sia comunicata e trasmessa nei diversi ambiti della vita e dell’azione ecclesiale, e per questo ritengo di vitale importanza il servizio svolto dall’Istituto Pastorale”.
Per questo gli studi filosofici e giuridici devono sempre essere alla ricerca della verità: “Nell’Università Lateranense, lo studio della filosofia deve essere volto alla ricerca della verità attraverso le risorse della ragione umana, aperta al dialogo con le culture e soprattutto con la Rivelazione cristiana, per uno sviluppo integrale della persona umana in tutte le sue dimensioni. Si tratta di un impegno importante, anche a fronte di un atteggiamento talvolta rinunciatario da cui è segnato il pensiero contemporaneo, così come rispetto alle emergenti forme di razionalità legate al trans-umanesimo e al post-umanesimo.
Le Facoltà giuridiche, di Diritto canonico e civile, che da secoli contraddistinguono la nostra Università, sono chiamate a studiare e insegnare il Diritto attraverso la più ampia valorizzazione della comparazione fra i sistemi giuridici degli ordinamenti civili e quello della Chiesa cattolica. In modo particolare, vi incoraggio a considerare e studiare a fondo i processi amministrativi, urgente sfida per la Chiesa”.
Ugualmente i nuovi percorsi di studio introdotti da papa Francesco: “Infine, una parola a parte meritano i cicli di studio di Scienze della Pace ed Ecologia e Ambiente, che negli anni andranno ad assumere una loro conformazione istituzionale più definita. Le tematiche che essi affrontano sono parte essenziale del recente Magistero della Chiesa, la quale, stabilita come segno dell’alleanza tra Dio e l’umanità, è chiamata a formare operatori di pace e di giustizia che edificano e testimoniano il Regno di Dio. La pace è certamente dono di Dio, ma richiede al contempo donne e uomini capaci di costruirla ogni giorno e di supportare a livello nazionale e internazionale i processi verso un’ecologia integrale. Chiedo pertanto alla mia Università di continuare a sviluppare e potenziare a livello inter- e trans-disciplinare questi due cicli di studio e, se necessario, di integrarli con altri percorsi”.
Al termine ha segnalato le tre caratteristiche dell’Università, di cui la prima è la fraternità: “La prima è questa: al centro della formazione devono esserci la reciprocità e la fraternità. Oggi, purtroppo, si usa spesso la parola ‘persona’ come sinonimo di individuo, e il fascino dell’individualismo come chiave per una vita riuscita ha risvolti inquietanti in ogni ambito: si punta alla promozione di sé stessi, si alimenta il primato dell’io e si fatica a fare cooperazione, crescono pregiudizi e muri nei confronti degli altri e in particolare di chi è diverso, si scambia il servizio di responsabilità con una leadership solitaria e, alla fine, si moltiplicano le incomprensioni e i conflitti”.
E’ stata una chiara richiesta di reciprocità: “La formazione accademica ci aiuta a uscire dall’autoreferenzialità e promuove una cultura della reciprocità, dell’alterità, del dialogo. Contro quello che l’enciclica ‘Fratelli tutti’ definisce ‘il virus dell’individualismo radicale’, vi chiedo di coltivare la reciprocità, attraverso relazioni improntate alla gratuità ed esperienze che aiutino la fraternità e il confronto tra culture diverse. La Pontificia Università Lateranense, ricca dalla presenza di studenti, docenti e personale dei cinque continenti, rappresenta un microcosmo della Chiesa universale: siate perciò segno profetico di comunione e di fraternità”.
Eppoi un’università non può trascurare la ‘scientificità’: “Il servizio accademico spesso non gode del dovuto apprezzamento, anche a motivo di radicati pregiudizi che purtroppo aleggiano pure nella comunità ecclesiale. Si riscontra a volte l’idea che la ricerca e lo studio non servano ai fini della vita reale, che ciò che conta nella Chiesa sia la pratica pastorale più che la preparazione teologica, biblica o giuridica”.
Per questo ha sollecitato la formazione di laici e sacerdoti competenti: “Il rischio è quello di scivolare nella tentazione di semplificare le questioni complesse per evitare la fatica del pensiero, col pericolo che, anche nell’agire pastorale e nei suoi linguaggi, si scada nella banalità, nell’approssimazione o nella rigidità.
L’indagine scientifica e la fatica della ricerca sono necessarie. Abbiamo bisogno di laici e preti preparati e competenti. Perciò, vi esorto a non abbassare la guardia sulla scientificità, portando avanti una appassionata ricerca della verità e un serrato confronto con le altre scienze, con la realtà, con i problemi e i travagli della società”.
Infine l’università ha lo scopo di educare al bene comune: “Il fine del processo educativo e accademico, infatti, dev’essere formare persone che, nella logica della gratuità e nella passione per la verità e la giustizia, possano essere costruttori di un mondo nuovo, solidale e fraterno. L’Università può e deve diffondere questa cultura, diventando segno ed espressione di questo mondo nuovo e della ricerca del bene comune”.
(Foto: Santa Sede)




























