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Papa Leone XIV invita a promuovere una memoria ‘riconciliata’

“E’ una grande gioia per me incontrarvi. Grazie della vostra accoglienza! E prima di tutto esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che hanno servito e servono il Vangelo in Angola: grazie per l’opera di evangelizzazione compiuta in questo Paese, per la speranza di Cristo seminata nel cuore del popolo, per la carità verso i più poveri. Grazie perché continuate con perseveranza a contribuire al progresso di questa Nazione sulle solide fondamenta della riconciliazione e della pace. Un saluto speciale ai miei fratelli Vescovi, che presiedono all’annuncio della fede e al servizio della carità. Grazie, Mons. José Manuel, Arcivescovo di Saurimo, per le parole che mi ha rivolto a nome della Conferenza Episcopale”: . nell’incontro dell’ultimo giorno in Angola papa Leone XIV ha incontrato i vescovi, clero, religiosi ed operatori pastorali, evidenziando il coraggio della Chiesa angolana nel ‘denunciare il flagello della guerra’.

Ha ‘elogiato’ la vitalità della Chiesa angolana: “E se spetta a me, a nome della Chiesa universale, riconoscere in questo momento la vitalità cristiana che pulsa nelle vostre comunità, spetta al Signore darvi la ricompensa. Egli non viene meno alle sue promesse!..

Carissimi, il Signore conosce la generosità con cui avete abbracciato la vostra vocazione e non è indifferente a tutto ciò che, per amore suo, fate per nutrire il vostro popolo con la verità del Vangelo. Vale quindi la pena aprire interamente il cuore a Cristo! Potrebbe forse sorgere la tentazione di pensare che Egli venga a togliervi qualcosa, la tentazione di esitare a lasciargli prendere le redini della vostra vita”.

Riprendendo le parole di papa Benedetto XVI il papa ha fatto l’invito a non avere paura: “Non abbiate paura di dire ‘sì’ a Cristo, di modellare completamente la vostra vita sulla sua! Non abbiate paura del domani: voi appartenete totalmente al Signore. Vale la pena seguirlo nell’obbedienza, nella povertà, nella castità. Egli non toglie nulla! L’unica cosa che toglie a noi e prende su di sé è il peccato. Sì, da Lui ricevete tutto: questa terra e la famiglia in cui siete nati; il Battesimo, che vi ha inseriti nella grande famiglia della Chiesa”.

E’ stato un invito ad essere missionari: “Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dona la gioia di essere suoi discepoli-missionari, la forza per vincere le insidie del maligno, la speranza della vita eterna. Tutto questo è vostro, tutto questo è dono. Dono che nobilita e rende grandi, che impegna e responsabilizza. E il dono più grande è lo Spirito Santo che, riversato nei vostri cuori nel Battesimo, in vista della missione vi ha conformati in modo speciale a Cristo, il quale vi ha inviati affinché, a partire dal Vangelo, edifichiate una società angolana libera, riconciliata, bella e grande. In questa missione, quanto è importante il ministero dei catechisti! Proprio in Africa è un’espressione fondamentale della vita della Chiesa, che può essere di ispirazione per le comunità cattoliche in ogni parte del mondo”.

Riprendendo l’insegnamento di san Paolo il papa ha ricordato di essere ‘sale’: “A cinquant’anni dall’indipendenza del vostro Paese, queste parole dell’Apostolo ci dicono che il presente e il futuro dell’Angola vi appartengono, ma voi appartenete a Cristo. Tutti gli angolani, senza eccezioni, hanno il diritto di costruire questo Paese, beneficiandone in modo equo; tuttavia, i discepoli del Signore hanno il dovere di farlo secondo la legge della carità.

Alla base del vostro agire c’è l’essere discepoli di Gesù. Spetta a tutti voi essere la sua immagine e, in questo compito, nessuno può sostituirvi. Qui risiede la vostra unicità! Voi siete sale e luce di questa terra perché siete membra del Corpo di Cristo e, per questo, i vostri gesti, le vostre parole e le vostre azioni, rispecchiando la sua carità, costruiscono le comunità dall’interno ed edificano per l’eternità”.

Ciò si ottiene con l’unità attraverso la cura della formazione: “Ciò che si chiede ai discepoli di Cristo è di rimanere strettamente uniti a Lui. Il resto verrà da sé. So che siete nel mezzo di un triennio pastorale dal motto ‘Discepoli fedeli, discepoli gioiosi’, dedicato alla preghiera e alla riflessione sul ministero ordinato e sulla vita consacrata. Quali vie il Signore apre alla Chiesa in Angola? Saranno certamente molte! Cercate di seguirle tutte! Ma la prima via è quella della fedeltà a Cristo. A tale scopo, continuate a valorizzare la formazione permanente, vigilate sulla coerenza della vita e, soprattutto in questi tempi, perseverate nell’annuncio della Buona Novella della pace”.

Tutto ciò è un invito alla vita contemplativa: “Questo ci ricorda la dimensione contemplativa della formazione permanente. Conoscere Cristo passa, senza dubbio, attraverso una buona formazione iniziale, con l’accompagnamento personale dei formatori; passa attraverso l’adesione ai programmi delle vostre diocesi, congregazioni e istituti; passa attraverso uno studio personale serio, per illuminare i fedeli che vi sono affidati salvandoli soprattutto dalla pericolosa illusione della superstizione”.

Ma essa ha un ampio respiro: “Tuttavia, la formazione è molto più ampia: riguarda l’unità della vita interiore, la cura di noi stessi e del dono di Dio che abbiamo ricevuto, ricorrendo alla letteratura, alla musica, allo sport, alle arti in generale, e soprattutto alla preghiera di adorazione e contemplazione… Senza questa dimensione contemplativa, cessiamo di essere coerenti con il Vangelo e di rispecchiare la potenza della Risurrezione”.

Altro punto è la fedeltà: “La fedeltà di Cristo, che ci ha amato sino alla fine, è il vero impulso della nostra fedeltà. Una fedeltà che è facilitata dall’unità dei presbiteri con il proprio vescovo e con i confratelli del presbiterio, dei consacrati e delle consacrate con il proprio superiore e tra di loro. Cari fratelli e sorelle, alimentate la fraternità tra di voi con franchezza e trasparenza, non cedete alla prepotenza e all’autoreferenzialità, non staccatevi dal popolo, specialmente dai poveri, rifuggite la ricerca dei privilegi”.

Infine è stato un invito alla denuncia delle ingiustizie: “E’ quindi decisivo che, interpretando la realtà con saggezza, non smettiate di denunciare le ingiustizie, offrendo proposte secondo la carità cristiana. Continuate ad essere una Chiesa generosa, che coopera allo sviluppo integrale del vostro Paese. Per questo è stato ed è determinante tutto ciò che realizzate nei campi dell’istruzione e della sanità”.

Da qui l’esortazione alla testimonianza nelle difficoltà: “In questo senso, quando sopraggiungeranno le difficoltà, ricordatevi dell’eroica testimonianza di fede degli angolani e delle angolane, missionari e missionarie nati qui o venuti dall’estero, che hanno avuto il coraggio di dare la vita per questo popolo e per il Vangelo, preferendo la morte al tradimento della giustizia, della verità, della misericordia, della carità e della pace di Cristo. Anche voi, carissimi, a partire da ogni Eucaristia, siete corpo offerto e sangue versato per la vita e la salvezza dei vostri fratelli”.

(Foto: Santa Sede)

Cei: la tutela delle persone passa attraverso la formazione

“Il tema ‘Generare relazioni autentiche’ orienta verso un compito essenziale delle comunità cristiane. Infatti, quando ogni persona viene riconosciuta nella sua dignità e custodita nella sua libertà, le parrocchie, le associazioni, i movimenti sono affidabili, capaci di accompagnare, educare e proteggere; dove invece il rispetto viene meno, la relazione si impoverisce, si deforma e può causare gravi ferite”: con queste parole del messaggio di papa Leone XIV si era aperto nei giorni scorsi e concluso oggi a Roma il secondo incontro nazionale dei referenti territoriali dei Servizi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dal titolo ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’.

Nel messaggio il papa ha insistito sul rispetto come forma di carità: “Nella visione cristiana, il rispetto non è soltanto correttezza: è una forma esigente della carità, che si esprime nel custodire l’altro senza appropriarsene, nell’accompagnarlo senza dominarlo, nel servirlo senza umiliarlo. Da questa radice cresce la possibilità di relazioni limpide, mature e sicure”.

Ma il rispetto ha bisogno di formazione: “Per questo, la tutela non può essere intesa solo come un insieme di norme da applicare o di procedure da osservare: essa chiede una sapienza che investe lo stile delle comunità, il modo di esercitare l’autorità, la formazione degli educatori, la vigilanza sui contesti, la trasparenza dei comportamenti.

La presenza dei più piccoli e dei più vulnerabili interpella la coscienza della Chiesa e misura la sua capacità di esprimere una cura autentica, cioè di proteggere, di ascoltare, di prevenire, di non lasciare nessuno solo. Anche per questo l’opera di chi promuove formazione, discernimento, coordinamento e buone prassi rappresenta un contributo prezioso alla maturazione di comunità più accoglienti e consapevoli”.

Rispetto e formazione soprattutto verso chi ha subito abusi: “Un’attenzione speciale va riservata alle persone che hanno subito abusi: le loro ferite domandano prossimità sincera, ascolto umile, perseveranza nel cercare ciò che è giusto e possibile per riparare. Una comunità cristiana vive la conversione evangelica quando non si difende dal dolore di chi ha sofferto, ma se ne lascia interrogare; quando non minimizza il male, ma lo riconosce; quando non si chiude nella paura dello scandalo, ma accetta di percorrere strade esigenti di verità, di giustizia e di guarigione”.

Aprendo i lavori seminariali l’arcivescovo di Cagliari, mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, nella prolusione ha ripercorso il cammino compiuto dalla Chiesa in Italia, soffermandosi in particolare sulla ‘nuova visione’ e sulle nuove dinamiche introdotte dalle Linee guida, che hanno ridefinito e rilanciato l’impegno della Chiesa nel creare ambienti sicuri e promuovere una cultura della prevenzione e della tutela: “Il valore dei principi guida consiste nell’indicare criteri generali e obiettivi programmatici dotati per loro natura di una forza di espansione, in grado di coinvolgere azioni e persone, e di indicare limiti che non è lecito oltrepassare”.

Per questo la Chiesa ha proposto una direttiva per combattere il fenomeno degli abusi: “In questi anni la volontà della suprema autorità di assumere con decisione e in modo diretto la lotta contro gli abusi sessuali di chierici nei confronti dei minori ha avuto l’effetto di accrescere il peso e lo spazio dell’intervento penale nella Chiesa, sia in termini di procedura che di normativa… Anche l’intervento penale della Chiesa deve sapersi concepire come percorso severo e puntuale di accertamento della verità e di punizione del reo, all’interno di un più ampio cammino penitenziale di rinnovamento e conversione”.

Come indicato dalle Linee guida, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguarda la comunità ecclesiale, iniziando dal ruolo del vescovo, che “deve essere collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta nell’impegno a fronteggiare la tale ferita”. In quest’ottica, i Servizi regionali e diocesani, ormai presenti in tutte le Diocesi, “sono chiamati non a sostituire gli Ordinari nelle loro responsabilità, ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”, contribuendo, in sinergia con il Servizio Nazionale per la tutela dei minori, “a diffondere una cultura della prevenzione, fornire strumenti di informazione, formazione e protocolli procedurali”.

Per quanto riguarda la cura della relazione la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori, ha sottolineato che “la competenza relazionale, rappresenta la prima e fondamentale forma di prevenzione rispetto a ogni tipologia di abuso”, sottolineando che “il Safeguarding non può restare un ambito specialistico, separato o delegato a pochi, ma è chiamato a diventare parte dell’ethos quotidiano delle nostre comunità cristiane, una missione comunitaria permanente, dimensione strutturale e ordinaria della vita ecclesiale…

La formazione deve aprire a spazi di tutela permanente, nei quali la verifica continua di quanto attuato consenta un miglioramento progressivo”. Infine, sono fondamentali ‘l’ascolto e la cura’ delle vittime e dei sopravvissuti: “Il mandato affidatoci è quello di essere mani tese, capaci di reggere il peso della sofferenza e di indicare cammini di verità e di giustizia che riaprano il futuro”.

Ancora più complessa è la situazione quando si parla di vulnerabilità delle persone con disabilità, come ha sottolineato suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone disabili: “Mi sono trovata in tribunale con persone disabili intellettive che avevano subito abusi – ha detto– ma chi crede che una persona disabile, che magari non può parlare, abbia subito un abuso?”.

Suor Donatello ha ripetuto molte volte la parola ‘rispetto’, che è legata all’ ‘ascolto’ profondo, ed alla ‘formazione di caregiver, operatori e familiari» che devono saper «cogliere i segnali non verbali’. Sempre più importante è anche formare ad una ‘affettività e sessualità sana’, che aiuta a prevenire situazioni di vulnerabilità.

Inoltre don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, ha specificato il compito delle diocesi: “E’ compito delle diocesi fare di tutto per reintegrare nella società chi esce dal carcere. Molti si ritrovano fuori da un tessuto sociale, e ricadono nelle stesse situazioni di vulnerabilità”.

Mons. Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha sottolineato che il rispetto è un atto di giustizia: ““Il rispetto della vulnerabilità non è un’operazione di classificazione giuridica né un esercizio accademico. È un atto di giustizia e, insieme, di profonda umanità”. Lo ha ricordato Mons. Luis Manuel Alí Herrera, Segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, intervenendo al 2° Incontro nazionale dei referenti dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili in corso a Roma sul tema “Rispetto. Generare relazioni autentiche”.

“Non si tratta soltanto di applicare norme o di individuare categorie da proteggere, ma di riconoscere che la tutela è essa stessa annuncio del Vangelo. Ogni persona ferita sul ciglio della strada ci interpella, e la nostra risposta come Chiesa definisce chi siamo… Non è una sfumatura retorica. E’ un cambiamento di prospettiva: il focus si sposta dalla persona (chi è vulnerabile) alla situazione (quando e come qualcuno diventa vulnerabile)”.

(Foto: Cei)

Progetto N.O.NEET: bando per nuove opportunità di lavoro per i giovani del Capo di Leuca

La Caritas Diocesana di Ugento – Santa Maria di Leuca comunica l’avvio della terza edizione del progetto ‘N.O.NEET – NUOVI ORIENTAMENTI PER I NEET E I MINORI’, nell’ambito del suo costante  impegno nel contrasto alla disoccupazione giovanile. Un’iniziativa, gestita dall’Associazione Form.Ami APS-ETS in sinergia con la Cooperativa I.P.A.D. Mediterranean e la Fondazione Mons. Vito De Grisantis, che punta a offrire un ponte concreto tra formazione e mondo del lavoro.

Il progetto offre a 25 giovani, con un’età compresa tra i 16 e i 35 anni, altrettante possibilità per percorsi di inserimento lavorativo strutturati in tre fasi chiave: a) Orientamento individuale: per definire il profilo e le aspirazioni di ogni partecipante. b) Formazione di base (40 ore): un modulo intensivo che copre temi cruciali come la sicurezza sul lavoro, la legislazione sociale, le tecniche di ricerca attiva e l’etica professionale. c) Tirocinio extracurriculare: un’esperienza pratica in azienda, attivata tra maggio e novembre 2026, coerente con gli obiettivi professionali del beneficiario, con un sostegno economico secondo la normativa regionale.

Il bando è riservato ai giovani che rispettano i seguenti criteri: a) Età: tra i 16 e i 35 anni; b) Stato occupazionale: essere disoccupati o inoccupati, regolarmente iscritti al Centro per l’Impiego di competenza e non inseriti in altri percorsi di studio o formazione. c) Residenza: domicilio o residenza in uno dei 17 Comuni della Diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca: Alessano, Castrignano del Capo, Corsano, Gagliano del Capo, Miggiano, Montesano Salentino, Morciano di Leuca, Patù, Presicce – Acquarica, Ruffano, Salve, Specchia, Supersano, Taurisano, Tiggiano, Tricase e Ugento.

 Le domande saranno valutate da una commissione tecnica sulla base di parametri socio-economici: a) Reddito (ISEE): sarà data priorità alle fasce più basse (10 punti per ISEE sotto i 6.000 euro , a scalare fino a 4 punti per ISEE sopra i 15.000 euro. b) Anzianità di disoccupazione: maggiore è il periodo di inattività, più alto sarà il punteggio assegnato (fino a 6 punti per chi è disoccupato da oltre un anno).

Gli interessati devono inviare la candidatura entro e non oltre il 24 Aprile 2026. La documentazione necessaria include il modulo di domanda (con dichiarazione sostitutiva), l’attestazione ISEE e il certificato dello stato occupazionale.

La domanda può essere consegnata a mano a Tricase presso il Centro Caritas Diocesano in Piazza Cappuccini 15, in alternativa via e-mail inviandola a: segreteria@caritasugentoleuca.it oppure a: formami4@gmail.com

Per supporto o chiarimenti, gli uffici del Centro Caritas Diocesano in Piazza Cappuccini 15 a Tricase (Le) sono aperti il lunedì, mercoledì e venerdì (9.00 – 12.30) e il martedì e giovedì (16.00 – 19.00). Tel.0833 219865 – 3388371927. Il bando integrale con il modulo di domanda sono disponibili su www.caritasugentoleuca.it.

Autodeterminazione e inclusione: alla Camera per l’evento conclusivo del progetto ‘Pronti per l’Indipendenza’

Si è tenuto giovedì 26 marzo, presso la prestigiosa cornice della Sala Stampa della Camera dei Deputati, l’evento conclusivo del progetto ‘Pronti per l’Indipendenza’. L’incontro ha segnato il traguardo di un percorso ambizioso volto a trasformare il concetto di assistenza in una concreta cultura dell’autonomia per le persone con disabilità.

Il progetto è nato con l’obiettivo di fornire strumenti pratici per favorire l’autodeterminazione, superando le barriere che spesso limitano la crescita individuale e l’inclusione sociale. Si è sviluppato su tre direttrici fondamentali. La prima è la formazione, attraverso percorsi strutturati su temi quali la pianificazione del progetto di vita, la gestione delle risorse finanziarie, l’accessibilità degli ambienti e l’orientamento ai servizi di supporto.

La seconda è il supporto pratico alla realizzazione del proprio Progetto di Vita, tramite un contributo economico. La terza è la creazione di una rete stabile di scambio e mutuo aiuto, dove la condivisione di esperienze e buone pratiche funge da stimolo per definire e raggiungere i propri obiettivi personali.

Durante l’evento conclusivo si è posto l’accento sull’importanza di “fare rete” nello svolgere le attività. Il progetto è stato, infatti, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali tramite l’avviso 2/2023. I partner che hanno reso possibile la sua realizzazione sono: FISH_Ets come capofila, AISM, Ledha, FIADDA APS, AVI Umbria, FISH Calabria, FIADDA Roma APS, Capit.

“L’autonomia non è un traguardo che si raggiunge da soli, ma il risultato di una comunità che decide di investire sulle proprie capacità e sul desiderio di futuro di ogni individuo,” ha dichiarato Vincenzo Falabella, presidente della FISH.

L’evento ha ribadito la necessità di un impegno corale tra terzo settore, famiglie e istituzioni per abbattere non solo le barriere architettoniche, ma soprattutto quelle culturali, promuovendo una visione della disabilità basata sul diritto alla scelta e all’indipendenza. L’impegno prosegue con il progetto ‘Insieme per l’Indipendenza’.

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I vescovi chiedono impegno per maggiore formazione cristiana

‘Astenersi da investimenti su imprese che trafficano armi o persone’: è stato uno dei consigli contenuti nell’aggiornamento delle ‘Linee guida’ della Cei in materia di investimenti etici e sostenibili, approvato dai vescovi italiani e di prossima pubblicazione, che ha spiegato mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei, nella conferenza stampa di chiusura del Consiglio permanente.

Tra i criteri in negativo figurano la raccomandazione di non investire su ‘tutte quelle realtà che non sono particolarmente sensibili al tema della giustizia, o che trattano male gli operai’. Tra i criteri in positivo del documento figurano quelli di favorire aziende che ‘privilegiano un corretto rapporto con la natura, la giustizia lavorativa e ambientale, il rispetto della vita umana dall’embrione fino alla fine naturale, le migrazioni, il rifiuto della guerra’.

Altro testo approvato in questi giorni dai vescovi in materia economica, un documento sulla gestione dei fondi dell’8xmille, ‘che continua il lavoro intrapreso sulla trasparenza della rendicontazione e sulla serietà dell’informazione. il modo di gestire i beni temporali fa parte del discepolato, e anche il Sinodo della Chiesa universale aveva chiesto uno sforzo maggiore in questo senso’.

Inoltre ha espresso soddisfazione per l’afflusso al referendum: “La vivacità del dibattito, depurato dalle polarizzazioni eccessive, ha messo in evidenza un elemento importante… Il fatto, cioè, che su alcuni punti nodali si può accendere un dibattito vero e che la questione della giustizia è sentita con vivacità e alcuni punti di essa possono essere affrontati con un dialogo costruttivo… E’ giusto che su temi che riguardano il bene comune, rispetto ai quali ci può essere una diversità di posizioni, si possa discutere, per costruire una casa comune pur partendo da posizioni culturali diverse”.

Nel testo conclusivo i vescovi sottolineano l’urgenza di una Chiesa accogliente e missionaria: i vescovi hanno rinnovato la loro vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate dalla violenza, dall’insicurezza e dalla paura. Hanno condiviso la preoccupazione per uno scenario internazionale in cui la guerra continua a presentarsi come strumento ordinario di risoluzione delle controversie, con conseguenze drammatiche per intere popolazioni e con ricadute a livello globale, tra cui la crisi energetica che rischia di pesare sulle famiglie e sulle persone più vulnerabili.

E’ stato ribadito con forza che non ci si può assuefare alla guerra né al linguaggio che la giustifica o la banalizza. E’ emersa, al contrario, la necessità di educare alla pace, di sostenere ogni sforzo diplomatico, di custodire il valore del diritto internazionale e di incentivare il ruolo dell’Europa perché faccia risuonare con maggiore decisione la propria vocazione alla pace, alla libertà, alla giustizia e alla tutela dei diritti. Nel ricordare il compito che le religioni devono avere nel promuovere la fraternità e la riconciliazione tra i popoli, i vescovi hanno rilanciato il messaggio della nota ‘Educare a una pace disarmata e disarmante’, incoraggiando il dialogo oltre che una presa di coscienza sullo scandalo degli armamenti e del riarmo.

Quindi una comunità orientata alla missione: “E’ fondamentale creare comunità vere, capaci di accogliere chi cerca, accompagnare chi si riavvicina alla fede, sostenere i catecumeni, animare la celebrazione liturgica e rendere visibile una carità che non sia ridotta a semplice assistenza. A fronte di una sempre più evidente e diffusa fame di comunità, si registra tuttavia la fatica di trasformare i bisogni individuali in esperienza condivisa di fede, speranza e carità”.

Per questo hanno rilevato l’importanza di una creatività pastorale che rafforzi il tessuto comunitario, valorizzi la corresponsabilità battesimale e sostenga con maggiore cura il ministero ordinato. In tal senso hanno manifestato vicinanza e gratitudine ai sacerdoti chiamati a un carico pastorale notevole a causa delle odierne trasformazioni che coinvolgono anche il vissuto ecclesiale.

Uno sguardo particolare è stato rivolto alle giovani generazioni, spesso caratterizzate da inquietudine, precarietà e difficoltà a immaginare il futuro, ma bisognose e desiderose di parole credibili, di adulti autorevoli e di una presenza ecclesiale capace di accompagnare, orientare e offrire ragioni di speranza davanti alle prove del presente.

Infine ampio spazio è stato dedicato all’esame delle Linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia e ad alcune determinazioni per la ricezione del Cammino sinodale, in vista della prossima Assemblea Generale. Nel confronto è emerso l’apprezzamento per un testo che si colloca in continuità con il Documento di sintesi del Cammino sinodale, senza sostituirlo né sovrapporsi al discernimento delle Chiese locali, ma offrendo alcune priorità condivise per il prossimo tratto di cammino.

A fare da filo conduttore al testo sono la consapevolezza che la fede non può essere più data per scontata e la conseguente percezione che la società non fa più normalmente riferimento al Vangelo. Per rispondere a tali sfide, tra le linee di azione vengono individuate un annuncio che faciliti il rapporto personale con la fede, la riconnessione dell’impegno caritativo-sociale con la fede professata, la ricerca di modelli di presenza della Chiesa sul territorio volta a rendere le comunità cristiane sempre più luoghi di autentica esperienza ecclesiale, la formazione permanente e l’iniziazione cristiana, la revisione di alcuni aspetti strutturali in ordine a una maggiore collegialità e a una missionarietà più concreta.

Funerali: nasce una scuola per le oltre 7.000 imprese in Italia

Nasce una scuola per la formazione del personale delle oltre 7.000 imprese funebri attive oggi in Italia. L’iniziativa è di Federcofit, la Federazione del comparto funerario italiano, che ha dato vita alla Scuola Italiana Professioni Funebri (SIPROF), una nuova struttura di formazione specializzata che intende offrire percorsi flessibili e di alto livello pensati per migliorare non solo la professionalità, ma anche la crescita personale e la qualità della vita di chi sceglie di operare nelle professioni funebri.

Questa iniziativa è basata sul nuovo portale www.siprof.it, dove è già possibile iscriversi a numerosi corsi di formazione, da remoto o in presenza, per entrare nel mondo delle professioni funebri o approfondire e migliorare la preparazione dei titolari e degli operatori delle imprese del settore.

Diversi sono i corsi disponibili, tra cui tanatoestetica e tanatoprassi, gestione amministrativa del decesso, medicina necroscopica e legale, direttore tecnico e operatore di impresa funebre, addetto alla trattazione degli affari, marketing e vendita, comunicazione e customer service. Il catalogo SIPROF, che è in costante aggiornamento, propone sia la formazione tecnica e obbligatoria per operare all’interno delle imprese funebri, sia percorsi di formazione comportamentale e relazionale, orientati allo sviluppo personale e alla qualità delle relazioni professionali.

Grazie a docenti esperti e programmi sempre aggiornati alle normative, ogni studente viene accompagnato in un percorso completo che integra competenze tecniche e operative, conoscenze normative, capacità relazionali e gestionali e sensibilità nella cura delle famiglie dolenti e delle situazioni delicate.

“SIPROF nasce dalla lunga esperienza nella formazione di Federcofit, in risposta alle profonde trasformazioni che il settore funerario sta attraversando oggi in Italia, legate al cambiamento delle modalità di vivere ed elaborare il lutto”, ha dichiarato Davide Veronese, presidente nazionale di Federcofit.

“In questo nuovo scenario, il valore del servizio funebre non si misura più esclusivamente nella fornitura di beni e servizi, ma anche nella capacità di offrire un’esperienza professionale fondata su empatia, ascolto e competenza. I corsi di SIPROF sono dunque progettati per rendere i partecipanti pienamente consapevoli del proprio ruolo, sicuri delle proprie competenze e pronti ad affrontare le sfide di questo settore, contribuendo a generare valore e a lasciare un’impronta positiva nel ricordo delle famiglie dolenti”. Ulteriori informazioni su www.siprof.it

Sinodo: missionari nel digitale

Nei giorni scorsi papa Leone XIV ha disposto che i Rapporti finali del Sinodo siano resi pubblici per condividere con il ‘Popolo di Dio’ il frutto della riflessione e del discernimento realizzati, concretizzando una delle caratteristiche essenziali della Chiesa sinodale, come ha evidenziato il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo:

 “Oltre al valore dei contenuti, questi Rapporti testimoniano un’esperienza del cammino compiuto insieme ai Dicasteri. Non è la prima volta che i Dicasteri collaborano a un progetto comune, ma qui c’è qualcosa di più: un autentico esercizio di ascolto, riflessione e discernimento condiviso. E’ la sinodalità messa in pratica, non una semplice collaborazione burocratica”.

Per questo ha sottolineato che tali documenti sono importanti per la Chiesa: “I Rapporti finali vanno intesi come documenti di lavoro, un punto di partenza e non di arrivo. Ma pur essendo documenti di lavoro, contengono già indicazioni preziose, a cui le Chiese locali e le diverse realtà ecclesiali possono ispirarsi fin da ora. E’ questo lo spirito della sinodalità: un cammino che non si ferma, in cui ogni tappa è già generativa. Spetta ora alla Segreteria Generale del Sinodo insieme ai Dicasteri competenti tradurre quanto emerso nei Rapporti in proposte operative per la Chiesa tutta da consegnare al Santo Padre”.

In base a ciò sono stati pubblicati i primi due documenti sul sacerdozio e sulla missione nel mondo digitale: “Oltre al valore dei contenuti, questi Rapporti testimoniano un’esperienza del cammino compiuto insieme ai Dicasteri. Non è la prima volta che i Dicasteri collaborano a un progetto comune, ma qui c’è qualcosa di più: un autentico esercizio di ascolto, riflessione e discernimento condiviso. E’la sinodalità messa in pratica, non una semplice collaborazione burocratica”.

Il Rapporto sulla missione nell’ambiente digitale (Gruppo 3) affronta una questione centrale emersa durante la XVI Assemblea: come vivere la missione della Chiesa in una cultura sempre più plasmata dal digitale? A partire da una vasta consultazione che ha coinvolto operatori pastorali, esperti e realtà ecclesiali di tutti i continenti, il Gruppo di Studio ha raccolto esperienze, analizzato sfide e formulato raccomandazioni concrete:

“Il nostro lavoro si è concentrato su come la Chiesa già oggi stia testimoniando e possa continuare nel modo più efficace a testimoniare il Vangelo di Gesù Cristo in un tempo in cui ambienti digitali e fisici sono strettamente interconnessi in ogni ambito della vita sociale, specialmente tra i giovani. Questa rivoluzione digitale si colloca al cuore di un cambiamento d’epoca, che ci sfida a rispondere con fedeltà e a portare avanti la nostra missione evangelica in questo nuovo contesto”.

Per questo il mondo digitale apre un cammino missionario: “Come ogni nuovo cammino, la missione comune nell’ambiente digitale è un percorso in divenire. La Chiesa sta imparando lungo il cammino le sfide, le opportunità e i linguaggi che questa cultura emergente presenta. Concetti quali missione digitale, sinodalità online, giurisdizione, accompagnamento e discernimento digitali richiedono un ulteriore approfondimento per chiarirne il significato teologico, pastorale e canonico”.

E per annunciare il Vangelo nel mondo digitale è necessaria la formazione: “E’ inoltre necessaria una riflessione continua riguardo alla formazione e al coinvolgimento di coloro che sono impegnati in questa missione digitale. Questo processo di apprendimento e discernimento è, in sé stesso, un’esperienza sinodale, mentre camminiamo insieme per discernere come lo Spirito Santo continui a guidare la Chiesa a incarnare il Vangelo con fedeltà e creatività, rendendo la cultura digitale uno spazio di incontro, testimonianza e comunione.

La missione nell’ambiente digitale fa parte del processo di conversione pastorale, missionaria e sinodale al quale lo Spirito Santo chiama oggi la Chiesa. Non si tratta semplicemente di utilizzare strumenti digitali per proclamare il Vangelo, ma di incarnare tale annuncio all’interno dell’evoluzione culturale dell’ambiente digitale, dove relazioni, linguaggi e forme di comunità assumono configurazioni nuove e specifiche”.

Invece il Gruppo di Studio n. 4, anziché procedere a una revisione della ‘Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis’, ritenuta ancora valida nei suoi principi fondamentali, ha scelto di elaborare una ‘Proposta di Documento orientativo’ per la sua attuazione in chiave sinodale missionaria, alla luce delle indicazioni del Documento Finale della XVI Assemblea:

“Il Documento proposto individua inoltre piste operative orientate a istituire una conduzione sinodale della formazione sacerdotale (Linee-guida 2.3). Poiché il ministero sacerdotale riceve la sua identità ultimamente cristologica ‘nel e dal’ Popolo di Dio, la formazione ad esso non può non avere il Popolo di Dio, nella sua configurazione carismatico-gerarchica, come suo soggetto proprio.

Presupposto su cui investire maggiormente è la formazione dei formatori, con particolare riguardo alla loro capacità di vivere in fraternità e operare sinodalmente. Non basta procedere nella prassi già avviata del coinvolgimento di religiosi, religiose, laici e laiche competenti nell’insegnamento accademico e pratico, ma si tratta di includere donne preparate e competenti come corresponsabili a tutti i livelli della formazione, anche nell’équipe formativa”.

Inoltre in tale formazione non possono essere esclusi i laici e le laiche: “Nella cura e nell’accompagnamento dei cammini di vocazione si deve riconoscere e sostenere, anche attraverso Centri vocazionali, la vitalità di laici e laiche, delle famiglie, di educatori e catechisti. Ancora, la valutazione periodica del cammino dei candidati non deve restare appannaggio esclusivo dei responsabili ultimi della formazione; più aperto deve diventare il coinvolgimento di quanti condividono gli ambienti in cui i candidati abitano, studiano, operano. Gli stessi scrutini in vista del conferimento degli Ordini sacri prevedano un ascolto non formale, ma reale del Popolo di Dio, dando in specie la dovuta importanza allo sguardo e al giudizio delle donne”.

Infine in questo cammino non possono mancare le competenze sinodali: “Nell’andare missionario e nell’intero cammino della formazione si deve coltivare una fraternità ecumenica e interreligiosa. Inoltre, l’abitare la condizione umana non può che agevolare una formazione omiletica e catechetica che insegni a coniugare il cuore del Vangelo con il vissuto delle folle.

Per questo, i processi formativi provvedano a offrire competenze, strumenti, soprattutto criteri per muoversi pure nella cultura digitale seminandovi il Vangelo. Tratto prezioso dell’iniziazione alla missione sia anche una rigorosa formazione alla cultura della tutela, ponendo le condizioni per una più decisa prevenzione di abusi di ogni tipo. Il Documento proposto segnala pure il valore di tempi di formazione vissuti in altri Paesi o in diocesi dove possa diventare ancora più vivo il senso della missione”.       

A Montesilvano la IX edizione della Scuola di Formazione per Studenti promossa dal Msac

Dal 13 al 15 marzo 2026 Montesilvano (Pescara) ospiterà, presso il Pala Dean Martin, la IX edizione della Scuola di Formazione per Studenti (SFS), promossa dal Movimento Studenti di Azione Cattolica (Msac) con circa 2.000 studenti delle scuole superiori, provenienti da tutte le diocesi d’Italia, che si ritroveranno per tre giorni di formazione, confronto e sperimentazione educativa sotto il titolo ‘High Hopes’. L’iniziativa nasce dal desiderio di promuovere un’educazione capace di rispondere alle sfide del presente e di anticipare quelle del futuro.

Al centro di quest’esperienza c’è l’idea di una scuola che riconosca gli studenti come protagonisti del proprio apprendimento, valorizzando competenze, relazioni e responsabilità. In linea con le prospettive di innovazione indicate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e con gli obiettivi dell’educazione civica, la SFS propone un’esperienza formativa ispirata anche alla visione della piattaforma ministeriale ‘Scuola Futura’, sperimentando linguaggi e metodi didattici nuovi, come ha spiegato Elena Giannini, segretaria nazionale del Msac:

“Il titolo scelto per questa edizione, ‘High Hopes’, racchiude l’orizzonte dell’intero evento: sognare in grande, ma con i piedi ben piantati nella realtà. Racconta il desiderio di immaginare una scuola migliore, dentro un Paese più giusto e in un mondo che scelga la pace e il dialogo, senza perdere il contatto con la concretezza della vita quotidiana. Perché il cambiamento non arriva dall’alto, ma nasce dai gesti e dalle scelte di ogni giorno, dalle responsabilità che ciascuno è disposto ad assumersi nel proprio ambiente di studio e di vita”.

L’edizione SFS 2026 si propone di sperimentare un vero e proprio ecosistema educativo, nel quale studenti, insegnanti possano riconoscersi come co-costruttori di una scuola più aperta, inclusiva e capace di innovarsi. Durante i tre giorni di incontri e laboratori verranno sviluppate alcune competenze considerate decisive per la formazione delle nuove generazioni: dalla consapevolezza finanziaria alla cittadinanza attiva, dall’intelligenza emotiva al pensiero critico, dalla coscienza sociale alle competenze digitali e all’uso consapevole dell’intelligenza artificiale.

Dopo l’accoglienza e i saluti istituzionali, il programma entrerà nel vivo: venerdì 14 sera con un momento dedicato alla musica e alla cultura, per ricordare che la formazione non passa solo attraverso i libri ma anche attraverso i linguaggi artistici e le esperienze condivise. Sabato 15 rappresenterà il cuore dell’appuntamento con una giornata di ‘scuola alternativa’: workshop e laboratori permetteranno ai partecipanti di sperimentare metodologie didattiche innovative e di allenare competenze trasversali utili per orientarsi nella complessità del mondo contemporaneo.

Domenica 16 mattina, infine, la plenaria conclusiva raccoglierà le riflessioni e le testimonianze emerse durante l’incontro, rilanciando l’impegno degli studenti nei propri territori e nelle loro scuole. Tra gli ospiti: il gruppo Eugenio in Via Di Gioia; Federica Marinucci e Giulia Trivellone di Libera; Benedetta di Muzio, Chiara Napoleone e Alberto Pompili di ASCS-Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo; Simone Grigoletto, docente di Filosofia morale all’Università di Padova;

Maria Grazia Vergari, psicologa e docente alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’; Martina Monticone, biologa nutrizionista; Silvia Boccardi, giornalista; Arturo Mariani, speaker motivazionale ed ex calciatore della Nazionale Italiana di calcio amputati:

“La SFS non vuole offrire formule preconfezionate né soluzioni semplici. L’obiettivo è piuttosto quello di generare domande, aprire spazi di confronto e restituire agli studenti la consapevolezza del proprio ruolo nella società. Perché la scuola non è soltanto un luogo di verifica o di trasmissione di contenuti, ma una comunità di persone che imparano a vivere insieme, a pensare criticamente e a prendersi responsabilità”.

Con High Hopes, il Movimento Studenti di Azione Cattolica invita migliaia di giovani e giovanissimi a mettersi in cammino insieme. Non per attendere la scuola del futuro, ma per iniziare ad abitare già oggi una scuola più viva, più partecipata e più capace di generare speranza.

(Foto: MLAC)

San Vincenzo De Paoli: oltre 100 italiani formati tra minorile e adulti per il volontariato in carcere

Si è concluso sabato 14 febbraio il percorso di formazione ‘Essere presenza nel mondo del carcere’, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV insieme a i Volontari delle Marche dell’Associazione.  Oltre cento iscritti provenienti dalle regioni italiane, giovani under 30 e volontari con esperienza consolidata, hanno preso parte a un ciclo formativo, seguito anche da altri Paesi europei grazie alle dirette online che hanno superato le 1.200 visualizzazioni.

A distinguere questo percorso dalla formazione tradizionale è stata una scelta metodologica precisa: affrontare insieme giustizia minorile e detenzione degli adulti. Questo approccio ha permesso ai partecipanti di confrontare direttamente i due sistemi penali, mettendone in luce differenze, criticità e continuità, e di acquisire una visione completa e integrata del mondo carcerario.

Il percorso ha valorizzato competenze pratiche e creative dei volontari, dalla capacità di lettura ad alta voce e insegnamento della lingua italiana al supporto scolastico, dalle lingue straniere all’arte, alla musica e al teatro. Un capitale umano pronto a tradurre la propria preparazione in presenza concreta all’interno delle strutture penitenziarie, dove ascolto, empatia e accompagnamento diventano strumenti fondamentali di reinserimento sociale.

Molti partecipanti hanno dichiarato di essere stati mossi da motivazioni valoriali profonde, come la tutela della dignità umana, il senso di responsabilità civile e il desiderio di contribuire al reinserimento sociale di persone detenute. Accanto a questo, è emersa la curiosità verso un mondo poco conosciuto, il desiderio di comprendere le dinamiche educative e trattamentali del carcere, e la volontà di crescere personalmente e professionalmente.

L’apprezzamento per il corso è stato unanime: un equilibrio efficace tra teoria e pratica, pluralità di punti di vista e chiarezza intellettuale dei relatori, con interventi di magistrati, psicologi, educatori, criminologi, agenti penitenziari e volontari esperti.

Gli otto incontri, svolti tra Ancona, Pesaro e Ascoli Piceno, in presenza e online, hanno affrontato temi centrali come la devianza minorile, l’ascolto empatico, le misure alternative alla detenzione, il reinserimento sociale, la criminalità e le dipendenze.

“Il corso ha fatto emergere un bisogno profondo di avvicinarsi al mondo carcerario”, sottolinea Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli. “Oltre cento partecipanti, dalle Marche, dal resto d’Italia e anche dall’estero, hanno seguito con costanza gli incontri, maturando la convinzione di intraprendere questo cammino in modo consapevole e accompagnato”. Il percorso ha prodotto anche indicazioni per approfondimenti futuri, come incrementare gli incontri periodici per consolidare la continuità formativa e mantenere viva l’attenzione sui temi penitenziari.

Al termine del corso, i volontari saranno progressivamente inseriti nelle strutture penitenziarie dell’intero territorio nazionale. Oltre a sostenere detenuti e famiglie, potranno diventare portavoce delle loro condizioni, contribuendo a trasformare la pena nella sua funzione educativa e rieducativa, come previsto dalla Costituzione.

“Non basta la buona volontà per entrare in carcere– sottolinea Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli –. Servono competenze, capacità di ascolto e la consapevolezza che anche il più piccolo segnale di sollievo alla sofferenza delle persone recluse diventa una spinta a continuare”. Intanto nuove Conferenze di volontari carcerari sono già in via di costituzione nelle Marche e in altre regioni d’Italia, segno di un modello di volontariato replicabile e capace di generare impatto sociale tangibile. Gli incontri di formazione resteranno visibili sul canale YouTube: San Vincenzo Italia – YouTube.  

Dall’arcidiocesi di Milano un invito ad investire nella formazione sportiva

“Lo sport è una ricchezza inaspettata riguardo al coinvolgimento delle persone: giocatori, società, volontari, famiglie, con una diffusione capillare nei nostri oratori. L’ampiezza e l’attrattività dell’attività sportiva non possono non interessare la missione della Chiesa… Siamo convinti che al centro dell’attività sportiva ci debba essere la persona, riconosciuta nella sua dignità unica ed inviolabile, da accompagnare nella sua crescita umana e spirituale, rispetto alla quale l’attività sportiva, pur in tutta la sua attività di aspetti, è mezzo e non fine”: è un passaggio del documento ‘Sport, vita cristiana e missione’ dell’arcidiocesi ambrosiana che domenica 15 febbraio, ‘For Each Other’ (dal nome del progetto ideato dalla Diocesi per il periodo di Olimpiadi e Paralimpiadi invernali), è stato diffuso in tutte le Comunità pastorali e le parrocchie della Chiesa ambrosiana.

Il documento è il frutto della riflessione sul valore dello sport per tutte le comunità, che il Consiglio pastorale diocesano, insieme all’arcivescovo, ha condotto nella sessione degli scorsi 22-23 novembre 2025, richiamando la responsabilità di custodire nello sport la dignità della persona, lo stile delle relazioni e il bene della comunità.

Il documento, articolato in nove punti, è frutto di lavoro di confronto svolto nell’ultima sessione del Consiglio Pastorale Diocesano, organismo consultivo a servizio dell’arcivescovo e della Chiesa ambrosiana, composto da 143 membri, in gran parte laici e laiche.

Nel testo si sottolinea l’importanza di ‘investire nella formazione a tutto campo’, coinvolgendo allenatori, dirigenti, volontari e tutti i soggetti della comunità cristiana in percorsi che promuovano gli aspetti educativi. Particolare attenzione è rivolta alle famiglie: “Occorre indirizzare ai genitori, spesso molto influenti sulle scelte di impegno sportivo dei figli, una cura educativa circa un modo di intendere l’attività sportiva attento alla centralità della persona”.

Il documento evidenzia il ruolo centrale dei soggetti formativi: “La responsabilità di una formazione pastorale va definita dalla Diocesi tramite i suoi organismi (Fom, Fondazione oratori milanesi, e altri) ed attuata dal CSI (Comitato Sportivo Italiano) e da altri enti di promozione sportiva di ispirazione cristiana, che abbiano ampia esperienza e competenza in questo ambito e una diffusione capillare”.

Allo stesso tempo il documento invita a ‘rafforzare e/o riannodare la comunicazione tra società sportive e comunità cristiana’, favorendo incontri, momenti di confronto e strumenti condivisi che rendano chiara l’identità educativa della proposta sportiva.

Il documento ha intenzione di rilanciare il patto educativo: “Si propone la ripresa della stesura o definizione del patto educativo, quale strumento semplice ed attuabile, condiviso dai consigli pastorali e dai consigli dell’oratorio, laddove esistessero. Tale patto deve essere conosciuto da tutta la Comunità ed essere verificato nel tempo e fatto oggetto di confronto con i progetti educativi delle società sportive presenti a vario titolo negli spazi della comunità cristiana”.

Un’altra dimensione è quella della cultura dello sport, vista come un linguaggio che ‘educa corpo, mente e spirito’, invitando a promuovere ‘la cultura della cura’, il rispetto delle regole e del limite, contrastando modelli competitivi esasperati e pratiche come il doping, perché il risultato sia sempre subordinato ‘al bene delle persone, delle relazioni e della comunità’.

Per questo è necessario mettere in campo una comunicazione tra comunità cristiana e società sportive: “Buone pratiche sportive nascono quando oratorio e società sportiva condividono visioni, linguaggi ed obiettivi. Si propone di favorire momenti di incontro e verifica tra responsabili dell’oratorio e responsabili sportivi, anche con l’ausilio della sezione Sport della FOM e del Servizio per l’Oratorio e lo Sport.

Si propone anche di valorizzare la presenza comune nei momenti significativi della vita comunitaria e di promuovere strumenti condivisi che rendano più chiara l’identità educativa della proposta sportiva”.

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