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Papa Leone XIV: le polarizzazioni si sconfiggono con l’educazione

“Cari fratelli e sorelle d’Algeria, la pace sia con tutti voi! As-salamu alaykom! Rendo grazie a Dio che mi dà la possibilità di visitare il vostro Paese come successore dell’apostolo Pietro, dopo averlo fatto già due volte in passato, come religioso agostiniano. E’ però soprattutto un fratello che si presenta davanti a voi, lieto di poter rinnovare, in questo incontro, i legami di affetto che avvicinano i nostri cuori. Guardando a tutti voi, vedo il volto di un popolo forte e giovane, di cui già ho avuto modo di sperimentare ripetutamente l’ospitalità e la fraternità.

Nel cuore algerino l’amicizia, la fiducia, la solidarietà non sono semplicemente parole, ma valori che contano e danno calore e solidità al vivere insieme”: appena atterrato nel territorio algerino papa Leone XIV si è recato Maqam Echahid, il Memoriale dei martiri algerini contro il colonialismo francese, lanciando un messaggio di speranza per un mondo lacerato dai conflitti, chiuso con il brano evangelico delle Beatitudini.

Nel primo discorso al popolo algerino il papa ha spiegato questa scelta: “Sostare presso questo Monumento è un omaggio a questa storia, e all’anima di un popolo che ha lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità di questa Nazione. In questo luogo ricordiamo che Dio desidera per ogni Nazione la pace: una pace che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità”.

Quindi una chiara scelta di pace: “E questa pace, che permette di andare incontro al futuro con animo riconciliato, è possibile solo nel perdono. La vera lotta di liberazione sarà definitivamente vinta solo quando si sarà finalmente conquistata la pace dei cuori. So quanto sia difficile perdonare, tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione. Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace. Alla fine la giustizia trionferà sempre sull’ingiustizia, così come la violenza, al di là di ogni apparenza, non avrà mai l’ultima parola”.

Da qui l’augurio alla nazione per essere terra di pace: “In questa terra, crocevia di culture e religioni, il rispetto reciproco rappresenta la via perché i popoli possano camminare insieme. Possa l’Algeria, forte delle sue radici e della speranza dei suoi giovani, continuare a offrire un contributo di stabilità e di dialogo nella comunità delle nazioni e sulle sponde del Mediterraneo”.

La vera ricchezza è Dio: “Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera, e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il nostro mondo ha bisogno di credenti così, di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità. Per questo, di fronte a una umanità desiderosa di fratellanza e di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre, insieme, fratelli tra noi e figli di Dio!”

Terminato questo momento il papa ha incontrato le autorità civili ed il Corpo diplomatico, ricordando di essere ‘figlio’ di sant’Agostino: “Cari fratelli e sorelle, vengo a voi come testimone della pace e della speranza che il mondo desidera ardentemente e che il vostro popolo ha sempre cercato: un popolo mai sconfitto dalle sue prove, perché radicato in quel senso di solidarietà, di accoglienza e di comunità di cui è intessuta la vita quotidiana di milioni di persone umili e giuste”.

Ed ha fornito una precisa risposta sugli operatori di pace: “Sono loro i forti, sono loro il futuro: chi non si lascia accecare dal potere e dalla ricchezza, chi non sacrifica la dignità dei concittadini alla propria fortuna personale o di gruppo. In particolare, da molte parti ho testimonianza di come il popolo algerino dimostri grande generosità nei confronti sia dei connazionali, sia degli stranieri.

Questo atteggiamento riflette un’ospitalità profondamente radicata nelle comunità arabe e berbere, quel dovere sacro che ovunque vorremmo trovare come valore sociale fondamentale. Ugualmente, l’elemosina (sadaka) è una pratica comune e naturale fra voi, anche per chi ha mezzi limitati… Una religione senza pietà e una vita sociale senza solidarietà sono uno scandalo agli occhi di Dio.

Eppure, molte società che si credono avanzate precipitano sempre più nella diseguaglianza e nell’esclusione. Le persone e le organizzazioni che dominano sugli altri (questo l’Africa lo sa bene) distruggono il mondo che l’Altissimo ha creato perché vivessimo insieme”.

Per questo l’Algeria è ponte: “Il Mediterraneo, da una parte, e il Sahara, dall’altra, rappresentano infatti crocevia geografici e spirituali di enorme portata. Se ne approfondiamo la storia, senza semplificazioni e ideologie, vi troveremo nascosti immensi tesori di umanità, perché il mare e il deserto sono da millenni luoghi di reciproco arricchimento fra i popoli e le culture. Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza! Liberiamo dal male questi immensi bacini di storia e di futuro!”

E’ stato un invito ad alimentare le ‘oasi’ di pace: “Moltiplichiamo le oasi di pace, denunciamo e rimuoviamo le cause della disperazione, combattiamo chi lucra sulla sventura altrui! Sono illeciti guadagni, infatti, quelli di chi specula sulla vita umana, la cui dignità è inviolabile. Uniamo, allora, le nostre forze, le nostre energie spirituali, ogni intelligenza e risorsa che renda la terra e il mare luoghi di vita, di incontro, di meraviglia. La loro maestosa bellezza ci tocchi il cuore; il loro aspetto sconfinato ci interroghi sulla trascendenza. Il Mediterraneo, il Sahara e il cielo immenso che li sovrasta ci sussurrano che la realtà ci supera da tutte le parti, che Dio è veramente grande e che tutto viviamo alla sua misteriosa presenza”.

E’ stato un invito a non lasciarsi spaventare dalle dinamiche del mondo: “Qui, come in tutto il mondo, tendono così a manifestarsi dinamiche opposte, di fondamentalismo o di secolarizzazione, per le quali molti perdono il senso autentico di Dio e della dignità di tutte le sue creature. Allora i simboli e le parole religiose possono diventare, da una parte, linguaggi blasfemi di violenza e sopraffazione, dall’altra, segni senza più significato, nel grande mercato di consumi che non saziano”.

Quindi le polarizzazioni possono essere sconfitte attraverso l’uso dell’intelligenza: “Queste assurde polarizzazioni, però, non devono spaventarci. Vanno affrontate con intelligenza. Sono il segno che viviamo un tempo straordinario, di grande rinnovamento, nel quale chi tiene libero il cuore e desta la coscienza può attingere dalle grandi tradizioni spirituali e religiose nuove visioni della realtà e motivazioni incrollabili di impegno”.

Ciò si ottiene grazie all’educazione: “Occorre educare al senso critico e alla libertà, all’ascolto e al dialogo, alla fiducia che ci fa riconoscere nel diverso un compagno di viaggio, non una minaccia. Dobbiamo lavorare alla guarigione della memoria e alla riconciliazione fra antichi avversari. È il dono che chiedo per voi, per l’Algeria e per l’intero suo popolo, sul quale invoco abbondanti le benedizioni dell’Altissimo”.

(Foto: Santa Sede)

Mons. Varden: dimorare in Dio per vivere la Grazia

“Che tipo di uomo era San Bernardo? Da dove veniva? Egli svetta nel movimento cistercense del XII secolo: grande fu il suo carisma, grande la sua capacità di lavoro. Molti, compresi alcuni che dovrebbero saperne di più, ritengono che sia stato lui l’iniziatore dell’Ordine. Non è così, certo, anche se fece in effetti scalpore quando arrivò nel 1113, all’età di 23 anni, con un gruppo di trenta compagni”: nella quarta meditazione di Quaresima per gli esercizi spirituali di papa Leone XIV e della Curia romana, questa mattina il monaco cistercense, mons. Erik Varden, vescovo di Trondheim, ha parlato dell’idea cristiana di libertà secondo san Bernardo di Chiaravalle.

Infatti il predicatore cistercense ha ripercorso le tappe per la costruzione dell’abbazia di Citeaux: “L’impresa di Cîteaux, fondata nel 1098, fu tanto un’innovazione quanto una riforma. I fondatori chiamarono la loro casa ‘novum monasterium’. Il progetto non fu in primo luogo una reazione contro qualcosa o qualcuno; e meno male, visto che i progetti reazionari prima o poi finiscono nel nulla. A prima vista, il progetto cistercense era conservatore, eppure i suoi protagonisti introdussero delle novità. La dialettica fu fruttuosa”.

Un ritratto di un uomo di Chiesa che non era ipocrita: “La fiducia nel proprio giudizio rendeva Bernardo ogni tanto flessibile nell’osservanza di certe procedure che, per il resto, sosteneva di difendere. La sua visione delle esigenze della Chiesa lo spingeva talvolta ad adottare posizioni rigide comportando un fiero spirito di parte. Non era però un ipocrita”.

Ma era ‘umile’ e testimone dell’amore di Dio: “Era genuinamente umile, dedicato a Dio, capace di tenera gentilezza, un amico fedele (in grado di diventare amico con ex nemici) ed un testimone convincente dell’amore di Dio. Era, e rimane, una figura affascinante”.

Ed a questo punto ha fatto un paragone tra san Bernardo e Thomas Merton per il ‘carattere’: “Dom James Fox, l’intraprendente abate dell’abbazia di Gethsemani dal 1948 al 1967, una volta scrisse, esasperato, del confratello Thomas Merton: ‘La la mente così elettrica!’ Merton irritava Fox con le sue idee, intuizioni, insistenze. Ma Fox sapeva che Merton era sincero. Lo rispettava, apprezzava la sua compagnia (quando non erano nel bel mezzo di qualche epico battibecco) e per la maggior parte del suo governo dell’abbazia si confessò da Merton.

Sarebbe sciocco paragonare Thomas Merton a Bernardo di Clairvaux, però una certa somiglianza di carattere c’è. Bernardo non ha conosciuto l’elettricità, ma la sua era pure una natura mercuriale che aveva e doveva equilibrare tensioni enormi”.

Il ‘pregio’ del fondatore dei Cistercensi è quello di non considerare la propria ‘posizione’ sempre giusta: “L’insegnamento di Bernardo sulla conversione nasce da una cultura biblica senza pari e da nozioni teologiche ben ponderate. Nasce anche, e con il passare del tempo sempre più, dalla lotta personale, nell’imparare a non dare per scontato che la sua strada sia sempre quella giusta, istruito dall’esperienza, dalle ferite e dalle provocazioni a mettere in discussione la sua presunzione e a meravigliarsi davanti alla giustizia misericordiosa di Dio”.

Per questo egli è un buon ‘compagno’ per chi è nella ricerca della verità: “Bernardo è un ottimo compagno per chiunque intraprenda un esodo quaresimale dall’egocentrismo e dall’orgoglio, nel desiderio di perseguire la verità di sé tenendo gli occhi fissi sull’amore di Dio che tutto illumina”.

Mentre la meditazione di ieri era stata focalizzata sulla dimora di Dio, partendo dall’esempio di Mary Word “quella grande educatrice cristiana del XVII secolo, era solita dire alle sue sorelle: ‘Fate del vostro meglio e Dio vi aiuterà’. L’idea che Dio possa e voglia aiutarci nelle nostre difficoltà è un assioma della fede biblica. Distingue il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio che in Cristo Gesù si è fatto compassione incarnata, dal Motore Immobile della filosofia”.

Partendo dal salmo 90 (‘Chi dimora nell’aiuto dell’Altissimo’) il vescovo norvegese ha sottolineato in cosa consiste l’aiuto di Dio per san Bernardo: “L’aiuto di Dio, dice Bernardo, può essere definito una dimora in quanto costituisce una realtà che ci sostiene, all’interno della quale possiamo vivere, muoverci ed esistere. L’aiuto di Dio non è occasionale; non è un servizio di emergenza che contattiamo quando una casa va a fuoco o qualcuno viene investito da un’auto, come se chiamassimo il 112”.

Ma alcune volte le persone devote a Dio sembrano abbandonate, come è accaduto a Giobbe: “La figura biblica di questa condizione è Giobbe, il cui libro grandioso può essere percepito come una sinfonia in tre movimenti, passando dal lamento viscerale per una esposizione della minaccia fino all’esperienza inaspettata della Grazia”.

Come Giobbe anche l’uomo contemporaneo non deve disperare nell’aiuto di Dio: “Come credenti possiamo considerare la religione come una polizza assicurativa: sicuri di poter contare sull’aiuto di Dio, pensiamo di essere al riparo dal pericolo. Il mondo sembra crollare se, e quando, il male ci colpisce. Come affronto le prove che sembrano senza senso, che distruggono le mie barriere protettive? Il mio rapporto con Dio è una forma di negoziazione, così che quando le cose si fanno difficili, sono indotto a seguire il consiglio della moglie di Giobbe di ‘maledire Dio e morire’?”

Ed ecco, quindi, che per san Bernardo la dimora in Dio significa imparare a vivere nella grazie di Dio: “Dio può rendere possibile un mondo nuovo e benedetto dopo aver abbattuto i muri che noi pensavamo fossero il mondo, muri all’interno dei quali in realtà soffocavamo.

Dimorare nell’aiuto di Dio, come ci insegna san Bernardo, non significa trafficare sicurezze. Significa passare per il Lamento e la Minaccia per imparare a vivere con Grazia a questo nuovo livello di profondità. E così permettere ad altri di trovarlo”.

(Foto: Media Vaticani)

Santità: pane quotidiano

Il sorriso dei ragazzi della catechesi, assiepati sul sagrato della chiesa, era incantevole. Era appena sceso dalla macchina un loro coetaneo o poco più: Carlo Acutis. In verità, erano solo le reliquie di questo adolescente santo. Sì, una vita breve, quindici anni solamente. Ma “una vita è veramente bella solo se si arriva ad amare Dio sopra ogni cosa” ripeteva sempre lui. Ed era stato, per davvero, il suo caso.

La parrocchia di Sant’Agostino (Reggio Calabria), così, alla tenera luce di un sabato sera di fine gennaio, accoglieva in piazza le reliquie di Carlo Acutis. Di un giovane santo, che, sorridendo a Dio, era salito in cielo con le sue stesse snakers, le scarpe da ginnastica. Intensa l’emozione, quella sera. Grande partecipazione di popolo al momento di accogliere da parte del parroco il prezioso reliquiario, mentre tutti i Piccoli Fratelli e Sorelle dell’Immacolata facevano corona.

“C’era tanta gente ‘nuova’ – confessa una catechista, – ma eravamo una cosa sola”. Nell’Eucaristia solenne che seguiva ognuno respirava un clima di sorprendente freschezza spirituale. A pieni polmoni. “La visita di Carlo, – mi sussurra Stefania – ha riempito veramente la parrocchia di gioia e spiritualità”. La piccola sorella Francesca, poi, tratteggiava la figura del giovane, rendendola viva e attuale. “Tutti siamo chiamati alla santità, – sorrideva tra le parole – non per essere perfetti, ma semplici e veri”.

Carlo indicava, così, la via per raggiungerlo lassù: la fede, la carità, i poveri e gli ultimi come passaporto. “Se ci lasciamo trasformare dalla Parola – commentava padre Francesco, presiedendo la liturgia – se viviamo l’ordinarietà con passione, entriamo nel piano d’amore di Dio: la santità”. La presenza spirituale del giovane accarezzava l’anima di tutti i presenti insieme alle loro difficoltà quotidiane, operando quel miracolo che prende il nome di fiducia. E ‘legava i cuori gli uni gli altri in una comunione che quasi si toccava….’, confessa Caterina.

Il cammino di santità e di luce nella parrocchia di Sant’Agostino continuava nei giorni seguenti con la Candelora. All’inizio della Messa, di primo mattino, quasi una scia luminosa si muoveva dal portone centrale, lungo la navata, tra canto e preghiera. Ognuno portava convinto la sua candela e la sua supplica. La Candelora, come sempre, sapeva intrecciare fede, tradizione ed emozione. E già alla vigilia, domenica, a tutte le messe ognuno riceveva una candela di cera d’api dal profumo di miele e una preghiera: ambedue da accendere in casa.

“Insegnaci, Signore, – iniziava la preghiera – a riconoscere la tua luce in ogni istante della nostra vita, nei volti che incontriamo, nella sofferenza o nella gioia che viviamo”… Così, ognuno poteva ripetere con Simeone, anche nell’umiltà delle pareti domestiche: ‘I nostri occhi hanno visto, finalmente, la Tua salvezza!’

Papa Leone XIV invita alla riscoperta del volto e della voce umana

“Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola ‘volto’ (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno”: con queste parole papa Leone XIV inizia il messaggio per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali sull’Intelligenza Artificiale, ‘Custodire voci e volti umani’.

Il tema affronta il riconoscimento del ‘volto’ nell’era  tecnologica: “Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi. Questa Parola (questa comunicazione che Dio fa di sé stesso) l’abbiamo anche potuta ascoltare e vedere direttamente, perché si è fatta conoscere nella voce e nel Volto di Gesù, Figlio di Dio”.

Volto significa vivere la ‘propria umanità’: “Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice san Gregorio di Nissa ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri”.

La tecnologia rischia di modificare il rapporto tra le persone: “La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane”.

Quindi per il papa la sfida è antropologica: “La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi. Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi”.

Il messaggio papale è un richiamo a non rinunciare al pensiero: “Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media, redditizio per le piattaforme, premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale”.

E’ un invito a non fidarsi dell’Intelligenza Artificiale in modo supino: “A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come ‘amica’ onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, ‘oracolo’ di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.

Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative”.

Quindi a non essere solamente consumatori ‘passivi’: “Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta ‘Powered by AI’, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine”.

E’ un invito ad esercitare la fatica della ricerca: “La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce”.

Il rischio consiste nella simulazione delle relazioni: “Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione”.

A lungo andare ciò comporta anche un logoramento della socialità: “La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia”.

Un altro pericolo riguarda l’alterazione della realtà: “Un’altra grande sfida che questi sistemi emergenti pongono è quella della distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a trasmettere una percezione alterata della realtà. I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi presenti nei dati a cui attingono”.

E possono nascere realtà parallele: “La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti.

Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di ‘realtà’ parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione”.

Però per il papa non è necessario fermare il progresso, ma creare alleanze attraverso la cooperazione, l’educazione e la responsabilità: “Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati. Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo…

A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie ‘allucinazioni’. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza”.

Ecco il motivo per cui è necessario cooperare alfine di educare: “Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA. E’ necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia. Tutte le parti interessate (dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori) devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile.

A questo mira l’educazione: ad aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità e associazioni, di elaborare criteri pratici per una più sana e responsabile cultura della comunicazione”.

Proprio per questo è necessario lo studio: “L’alfabetizzazione ai media, all’informazione ed all’IA aiuterà tutti a non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione esterna delle fonti, che potrebbero essere imprecise o errate, fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di contestazione”.

Solo attraverso lo studio si educa: “E’ importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso”.

In qualche modo è necessario affrontare culturalmente le novità,  come all’inizio del XIX secolo: “Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA”.

Da Parigi la Comunità di Taizè invita i giovani a cercare Gesù

“Ma dove si terrà il nostro prossimo incontro europeo? Si terrà: in un paese con 9296 laghi; dove si parla una lingua slava; in una città segnata dall’incontro di quattro culture diverse: cattolica, protestante, ortodossa e ebraica; che ha due ottime squadre di calcio; con un nome non facile da pronunciare: il prossimo incontro europeo si terrà nella città di Łódź in Polonia!”: con un po’ di suspense per gli oltre 15.000 giovani europei convocati dal 28 dicembre al 1 gennaio dalla Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca, ‘Cosa cerchi?’, il priore frére Matthew ha annunciato la città del prossimo incontro europeo in terra polacca.

Quindi il prossimo incontro dei giovani della comunità di Taizé si svolgerà dal 28 dicembre 2026 al primo gennaio 2027 a Łódź, in Polonia; ed una nota della comunità di Taizé ricorda che il primo incontro in Polonia (Wrocław, 1989-1990) coincise con la caduta della cortina di ferro. Questo prossimo incontro europeo, il sesto in Polonia, è un invito a continuare a costruire la pace dentro di noi e nel mondo. Come suggerisce frère Matthew nella sua lettera del 2026, ‘attraverso gli altri possiamo essere sorpresi nello scoprire qualcosa che non avremmo trovato da soli’.

Ai giovani riuniti dalla comunità di Taizé, nei giorni scorsi, si era rivolto papa Leone XIV con un messaggio a firma del segretario di Stato, card. Pietro Parolin: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.

Nelle riflessioni il priore della Comunità di Taizè, frère Matthew, ha invitato i giovani a camminare insieme: “Camminare insieme agli altri nelle nostre cappellanie e parrocchie può essere un grande sostegno e va di pari passo con un cammino personale. Siamo pronti a entrare sempre più nel mistero del Corpo di Cristo, la sua Chiesa, dove possiamo essere uno solo e solo tutti insieme? E come ascoltare i desideri di quelle e quelli che si sentono lontani dalla fiducia in Dio?”

In tale cammino è fondamentale l’incontro tra Maddalena e Gesù risorto: “Stasera abbiamo ascoltato il Vangelo che racconta l’incontro tra Maria Maddalena e Gesù dopo la sua risurrezione. Gli amici di Gesù erano turbati dopo la sua morte e avevano paura della persecuzione. La mattina presto del primo giorno della settimana, Maria si recò al sepolcro di Gesù. La sua tristezza era grande: la pietra che ne sigillava l’ingresso era stata rimossa e il corpo di Gesù non c’era più”.

Il nome pronunciato da Gesù ridà gioia a Maddalena: “Ma quando Gesù chiama Maria con il suo nome, lei lo riconosce e il loro rapporto personale si ricostituisce. Sorpresa e gioia la travolgono. Gesù non vuole che lei lo possieda o lo monopolizzi, ma piuttosto che viva di Lui per gli altri. La manda come apostola agli apostoli per proclamare la buona novella che Dio lo ha risuscitato dai morti. Così, la comunione tra Gesù e suo Padre diventa aperta a tutti coloro che lo amano”.

E’ stato un invito a riconoscere Gesù: “Anche se, come Maria Maddalena, non riconosciamo Cristo come Risorto, Egli è al nostro fianco. Quando abbiamo paura, si avvicina e ci offre la sua pace. E affida a tutti noi una missione: non semplicemente tenere questa pace per noi, ma continuare la sua opera di riconciliazione, diventare pellegrini di pace. Saremo tra coloro che faranno di tutto per vivere la pace di Cristo per gli altri? E’ così che la speranza rinascerà nel nostro continente europeo e nel mondo”.

Eppoi l’invito a pregare per la pace: “Non voglio fare grandi dichiarazioni, ma semplicemente invitarvi a pregare per la pace nelle nostre società europee, affinché diventino accoglienti verso tutti, e per l’Ucraina, testimone della lotta per la libertà e che resiste nella speranza di una pace giusta; per la Palestina (non dimentichiamo la popolazione abbandonata di Gaza) e per Israele, il Sudan, il Myanmar e tutti i Paesi dove infuria la guerra. Preghiamo anche per coloro che cercano giustizia sotto regimi oppressivi”.

Da qui il racconto della sua recente visita in Ucraina: “Sono tornato dall’Ucraina alcuni giorni fa. Ho passato lì il Natale, accolto con uno dei miei fratelli da dei cristiani che fanno di tutto per ascoltare e accompagnare coloro che soffrono a causa della guerra. Offrono così un sostegno concreto a chi ha visto le proprie case distrutte, aiutandoli a ricreare un focolare. Abbiamo pregato sulle tombe di persone che hanno dato la vita per difendere la libertà del proprio Paese”.

Infine l’invito a ‘ricostruire’ l’Europa: “In Ucraina, come dicevo, ho visto case distrutte, ma una vita che rinasce continuamente, che rifiuta di essere soffocata. La nostra casa europea, ricostruita dopo le ferite della Seconda guerra mondiale, può sembrare di nuovo in rovina, ma saremo pronti a impegnarci con le donne e gli uomini coraggiosi che danno tutto per farla rinascere?

I valori a noi cari sono sempre presenti. Come possono aprire il nostro orizzonte per vedere più lontano e operare per una casa europea dove tutte e tutti possano sentirsi a casa? E questo attraverso gesti molto semplici: incontrarsi, scambiarsi idee e ascoltarsi anche senza capire tutto dell’altro, là dove pregare insieme non è possibile. Scopriamo così ciò che è già dato, una realtà in cui la giustizia è ben presente, ma spesso nascosta ai nostri occhi”.

(Foto: Comunità di Taizè)

A Parigi i giovani sono alla ricerca con la comunità di Taizè

“Cari giovani, in occasione dell’Incontro europeo organizzato dalla Comunità di Taizé, Sua Santità papa Leone XIV mi ha chiesto di trasmettervi i suoi cordiali saluti e l’assicurazione della sua vicinanza spirituale. Il vostro incontro costituisce una nuova tappa del ‘Pellegrinaggio di fiducia sulla terra’ iniziato da Frère Roger quasi mezzo secolo fa proprio in questa città di Parigi. Il Santo Padre è lieto di sapere che siete riuniti in una città segnata da una ricca eredità religiosa, plasmata nel corso dei secoli dalla luminosa testimonianza di tante figure di santità che, ciascuna a modo suo, hanno risposto con coraggio alla chiamata di Cristo”: attraverso il segretario di Stato, card. Pietro Parolin, papa Leone XIV ha inviato un telegramma ai giovani che da domani fino al 1^ gennaio si incontreranno a Parigi su invito della Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca.

Quindi il papa ha invitato i giovani a non evitare la domanda ‘Chi cercate?’, in quanto essa è fondamentale: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.

Concludendo il telegramma il papa ha ricordato il Concilio di Nicea con un invito particolare per i giovani: “Questo incontro si svolge anche in un particolare momento ecclesiale, segnato dalla chiusura di un Anno Giubilare e dalle commemorazioni del 1700° anniversario del Concilio di Nicea… Il Santo Padre vi incoraggia a diventare pellegrini di fiducia, artigiani di pace e riconciliazione, capaci di portare una speranza umile e gioiosa a chi vi circonda”.

Nella lettera di invito, richiamata dal papa, il priore frère Matthew evidenzia la necessità della ricerca di Dio; per questo molti giovani nello scorso anno sono giunti a Taizè: “Nel corso dell’ultimo anno abbiamo accolto a Taizé giovani provenienti da Ucraina, Palestina, Libano, Nicaragua, Myanmar e altri luoghi devastati dalla guerra e dai conflitti. La loro fede e il loro desiderio di una pace giusta e duratura sono stati per noi fonte di ispirazione. Abbiamo anche ascoltato le testimonianze di persone che lavorano a Gaza o che hanno familiari in quella città. Vediamo il dolore di coloro che hanno persone care prese in ostaggio e ascoltiamo il grido di chi cerca giustizia sotto regimi oppressivi”.

Ugualmente i giovani visitati dal priore di Taizè hanno manifestato il desiderio di libertà e di dedicarsi alla cura di chi soffre: “Ho anche poi trascorso del tempo con i fratelli della nostra comunità di Taizé che vivono in piccole fraternità in Brasile e a Cuba. Il Brasile è ancora segnato dall’eredità della schiavitù e da grandi disuguaglianze. Eppure ci sono persone che si rifiutano di arrendersi e lottano per stare al fianco dei più poveri. Penso in particolare a una comunità nella città di Salvador, dove i senzatetto dormono in chiesa e si aiutano a vicenda.

A Cuba ho visto un popolo coraggioso affrontare enormi difficoltà. Ho incontrato una nonna che ha usato tutti i suoi risparmi affinché suo nipote avesse tutto il necessario per l’inizio dell’anno scolastico. Sua madre, come molti altri cubani, è emigrata in cerca di un futuro migliore. In molti posti, le persone si chiedono: come posso usare la libertà che mi è stata data per esprimere solidarietà a chi soffre? Esse cercano dei modi per concretizzare il loro desiderio di amare e di prendersi cura, dando un senso alla loro vita attraverso l’aiuto e il servizio”.

Per questo la domanda (‘Cosa cercate?’) è fondamentale nella vita: “Il nostro mondo è pieno di bellezza, ma anche di ingiustizia. Qual è il mio posto in tutto questo? Cosa mi viene chiesto di fare? Questa è la domanda che spesso sento nel cuore di fronte alla complessità della vita e alle scelte che mi si presentano.

Nel Vangelo di Giovanni, le prime parole di Gesù sono: ‘Che cosa cercate?’ Ho condiviso questa domanda con un gruppo di sei giovani volontari a Taizé, provenienti da sei paesi diversi, sparsi su quattro continenti. Quello che segue è ispirato da ciò che mi hanno detto. A loro e a tutti i volontari che ci aiutano a gestire gli incontri a Taizé, trascorrendo del tempo con la nostra comunità per pregare e comprendere meglio la chiamata di Cristo nella loro vita, vorrei dire grazie”.

A questa domanda ecco alcune risposte del priore: “Gesù è entrato nel mondo silenziosamente: ‘Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Colui che era presso Dio e che era Dio prima dell’inizio di tutte le cose è venuto ad abitare con noi nascendo in modo umile e povero, nel silenzio della notte: la luce che splende nelle tenebre.

E dunque questo silenzio non è vuoto. Diventa un luogo di incontro. Nel silenzio non siamo soli. Ma fatichiamo, perché la nostra mente è piena di cose. Come dice la Regola di Taizé: ‘Se sei disattento, rientra nella preghiera non appena ti accorgi della tua distrazione, senza per questo lamentarti’. Molti secoli fa, qualcuno pregava: ‘Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco’. Nel silenzio del nostro cuore, torneremo costantemente a cercare Dio?”

Da qui la necessità di cercare una giustizia nel mondo, ma camminando sulle orme di Gesù: “Gesù incarna il mondo della giustizia e delle giuste relazioni che i Vangeli chiamano il Regno di Dio. Ma si arrabbiò e rovesciò i tavoli dei venditori e dei cambiavalute nel Tempio per far posto a Dio. Gesù parlò con veemenza contro l’ipocrisia religiosa, ma fu anche capace di accogliere un capo religioso come Nicodemo.

Conosceva i farisei e accettò la loro ospitalità, ma condivise anche i pasti con persone escluse dalla società. Nutriva un amore incrollabile per le pecore perdute del suo popolo Israele, ma ammirò la fede di un ufficiale romano e guarì il suo bambino; e si lasciò sfidare dalla fede di una donna pagana incontrata durante un viaggio all’estero.

Assumendosi il rischio di stabilire relazioni con persone diverse, Gesù ha favorito la fiducia e ha incarnato il potere riconciliatore di Dio. Se sappiamo che la luce splende nelle tenebre e che, attraverso semplici gesti di bontà umana, l’amore di Dio può vincere, allora siamo liberi di agire”.     

La Santa Sede ricorda 10 anni di Laudato sì

Tutto pronto per domani per la conferenza internazionale ‘Raising Hope for Climate Justice’ alla quale parteciperà anche papa Leone XIV nel pomeriggio di domani, promossa dal Movimento Laudato Sì in collaborazione con vari partner ecclesiali e istituzionali, per celebrare i dieci anni dell’Enciclica ‘Laudato Sì’ di papa Francesco, presentata dalla dott.ssa Lorna Gold, direttrice esecutiva del Movimento Laudato Si’; suor Alessandra Smerilli, segretaria del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; l’onorevole Arnold Schwarzenegger, già governatore della California e Presidente dell’USC Schwarzenegger Institute; dal dott. Maina Talia, ministro degli Affari Interni, dei Cambiamenti Climatici e dell’Ambiente di Tuvalu, e dal card. Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre e presidente della Conferenza Episcopale del Brasile e del CELAM, che ha sottolineato la capacità di cura:

“Credo che sia stato e sia possibile prevedere il giardino dell’Eden. Crediamo che lo spirito del Creatore sia capace di fare nuove tutte le cose, purché l’essere umano, parte del tutto, partecipante all’opera della creazione, si senta interpellato a prendersi cura, coltivare e promuovere il giardino! La Terra, con tutto ciò che contiene, è un essere vivente. Come ogni essere vivente, è fragile! Non possiamo sfruttarla in modo aggressivo, brutale, smisurato. Ha bisogno di essere trattata bene, rispettata, amata! E’ bella; e la bellezza ci ordina di preservarla! Questa è una responsabilità urgente per tutti. Sì, la Terra è bella!”

Ma ‘preservare’ significa anche ‘lodare’: “Preservare richiede lodare! Questo è ciò che Francesco d’Assisi (e quello di Roma!) ci ricordano! Credo che dobbiamo riscoprire la capacità e la necessità di ‘venerare la Terra’. E’ vero che stiamo perdendo (o abbiamo già perso!) la capacità di ascoltarla! Essa geme dolori di parto! I fenomeni estremi che si verificano con maggiore frequenza sono espressioni tangibili di una malattia silenziosa che colpisce tutti, specialmente i più vulnerabili, i più poveri”.

Però tale crisi è anche una crisi di fiducia: “ La crisi ecologica è anche una crisi di fiducia: il mondo non si salverà se le nazioni non recupereranno la necessità di credere l’una nell’altra e di assumere responsabilità comuni fondate sul principio di giustizia.

Come comunità di fede, la Chiesa è orientata dalla fede ricevuta dagli Apostoli e che annuncia e prega. Vi è un principio della liturgia cattolica che afferma: ‘Lex orandi, lex credendi’. Possiamo dire: la Chiesa prega ciò che crede; o ciò che crede, la Chiesa lo prega… E’ questa comprensione che fa sì che la Chiesa, attraverso il suo magistero, promuova la tematica in questione. Ha ben presente che deve trasmettere ciò che essa stessa ha ricevuto dal suo Signore e che ha sviluppato come dottrina nel tempo”.

Per questo sono necessari uomini e donne di buona volontà: “La crisi ecologica che viviamo richiede decisioni segnate, sì, dall’etica! Per questo, abbiamo bisogno della determinazione e del coraggio di uomini e donne con forza politica; direi, che siano statisti! E’ urgente la disponibilità di uomini e donne di buona volontà per una vera conversione ecologica integrale. È urgente ascoltare il grido della Terra e dei poveri”.

E’ un invito a prendere ‘decisioni’ coraggiose: “Auspico che la COP 30, che si celebrerà alle porte dell’Amazzonia, sia occasione per decisioni coraggiose! Decisioni che gli statisti sono chiamati a costruire, poiché la scienza mostra che il tempo stringe. Decisioni necessarie affinché le future generazioni possano avere giorni migliori. Quando trattiamo dei cambiamenti climatici e della urgente e necessaria transizione energetica, non si può agire in maniera ‘romantica’. Si tratta di un problema umano e sociale in senso ampio, con ripercussioni in diversi ambiti.

E’ necessario coraggio per costruire forme vincolanti di transizione energetica che siano efficienti, vincolanti e monitorabili”… La crisi ecologica e il conseguente riscaldamento globale non possono essere trattati come una questione da discutere più avanti! Siamo al limite del possibile! Ancora un po’ e non avremo capacità di ritorno. E’ necessario convertirsi! Ora!”

Mentre suor Smerilli ha sottolineato l’importanza dell’enciclica papale: “Con la ‘Laudato Sì’, dieci anni fa, papa Francesco ci consegnava un testo che non era soltanto un documento del Magistero, ma una vera e propria ‘carta di navigazione’ per la nostra epoca. Con parole profetiche ci ricordava che ‘tutto è connesso’ e che la cura della casa comune è inseparabile dalla giustizia verso i poveri, dalla pace tra i popoli e dall’affermazione della dignità di ogni persona”.

In questi 10 anni l’enciclica è ispirazione per tutti: “In questo decennio, Laudato Si’ ha saputo toccare non solo le coscienze dei fedeli, ma anche quelle di uomini e donne di buona volontà in tutto il mondo. È divenuta una fonte di ispirazione per tanti, nei contesti più diversi. Oggi possiamo dire che ha generato un vero e proprio movimento globale e ramificato, di cui il Movimento Laudato Sì è una delle espressioni più vivaci, che continua a crescere e ad alimentare nuove iniziative per la cura della creazione”.

Infine la dott.ssa Lorna Gold, direttrice esecutiva del Movimento ‘Laudato Sì’ ha sottolineato la cooperazione tra associazioni: “Questa collaborazione senza precedenti tra organizzazioni cattoliche, in collaborazione con voci autorevoli di molte fedi e della società civile, arriva appena un mese prima della COP30. Sappiamo che i leader non stanno compiendo progressi adeguati per salvaguardare il nostro clima per le generazioni future.

Nonostante la crescente urgenza della crisi climatica e l’ingiustizia che rappresenta, siamo costernati dalla mancanza di progressi concreti per abbandonare senza indugio i combustibili fossili, come esortato da papa Francesco nel 2015 e nuovamente nella ‘Laudate Deum’ nel 2023. Invitiamo tutti i governi a pubblicare NDC ambiziosi e a impegnare le risorse finanziarie necessarie per invertire la rotta”.

Infine ha enunciato l’impegno del Movimento: “Entro la fine di questa settimana lanceremo un impegno (l’impegno Laudato Sì 10) invitando i presenti alla Conferenza, e coloro che vorranno unirsi a noi, a definire chiaramente la propria ambizione e a contribuire alla realizzazione della visione e della missione della Laudato Si’. Questo impegno collettivo sarà presentato alla COP30 come un ‘Impegno Determinato dei Popoli’ della Laudato Sì (un PDC), se preferite – che può affiancarsi agli NDC ufficiali preparati dai Paesi e contribuire al Bilancio Etico Globale”.

Infine la continuazione tra i due papi: “Dopo la scomparsa di papa Francesco, papa Leone XIV ha dimostrato il suo impegno a proseguire questa missione attraverso nuove iniziative come la messa per il Creato, l’inaugurazione del Borgo Laudato Si’ e la partecipazione alla nostra conferenza di domani. La scomparsa di papa Francesco ha dato energia a tutto il nostro movimento: ora sentiamo il sacro dovere di essere un’eredità viva e di portare la sua guida e il suo impegno nel nostro lavoro. Negli anni a venire, continueremo a suscitare speranza ovunque, come lui ci ha indicato, con spirito di gioia e determinazione”.

Nella Giornata di preghiera per le vocazioni suor Raffaella Spiezio invita a coniugare preghiera e carità

“In questa LXII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, desidero rivolgervi un invito gioioso e incoraggiante ad essere pellegrini di speranza donando la vita con generosità. La vocazione è un dono prezioso che Dio semina nei cuori, una chiamata a uscire da sé stessi per intraprendere un cammino di amore e di servizio. Ed ogni vocazione nella Chiesa (sia essa laicale o al ministero ordinato o alla vita consacrata) è segno della speranza che Dio nutre per il mondo e per ciascuno dei suoi figli”: così scriveva papa Francesco nel messaggio ‘Pellegrini di speranza: il dono della vita’ in occasione della 62^ Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, in programma 11 maggio.

Da questo inizio del messaggio abbiamo dialogato con la ‘Figlia di Carità’ di san Vincenzo de’ Paoli, suor Raffaella Spiezio, responsabile della comunità ‘Casa Papa Francesco’ di Quercianella a Livorno, è una comunità educativa a dimensione familiare nata nel 2015 da un’intuizione delle ‘Figlie della Carità’ in collaborazione con la Caritas diocesana, che accoglie bambini fino a 16 anni, progettata e realizzata pensando al bene dei bambini, valorizzando il contatto con la natura e predisponendo ampi spazi all’aperto per i momenti di gioco e di fraternità.

Per quale motivo in questa giornata il papa rivolge l’invito ad essere pellegrini di speranza?

“Da molto tempo la domenica del Buon Pastore è dedicata alla giornata delle vocazioni. Questo anno si inserisce in una cornice speciale, perché è all’interno dell’anno del giubileo. Per tale motivo Papa Francesco ci ha invitati ad essere pellegrini Speranza, per ricordarci che la nostra vita si realizza in un cammino e nella ricerca della felicità che il Signore a pensato per ognuno di noi. La vocazione cristiana – in tutte le sue forme, dal sacerdozio alla vita consacrata, fino alla vocazione laicale e familiare – è sempre una risposta a una chiamata che porta luce, senso, fiducia e speranza. Essere pellegrini per mettersi in cammino con fiducia; testimoniare il Vangelo con la vita, diventando segno concreto di speranza nel mondo; accogliere la propria vocazione come un dono a servizio degli altri”.

Perchè papa Francesco nel messaggio si è rivolto proprio ai giovani con l’invito ad essere ‘protagonisti’ nel cammino vocazionale?

“Papa Francesco aveva sempre creduto molto nei giovani ed aveva chiesto loro sempre di essere protagonisti nel loro cammino, mettendosi in gioco e donando la propria con coraggio e libertà. Donare la loro vita soprattutto nel servizio ai piccoli e agli ultimi. Il papa aveva fiducia che i giovani erano capaci di saper ascoltare la chiamata di Dio e di poter rispondere in modo creativo e concreto.

Inoltre incoraggiava i giovani a ‘svegliare il mondo’, a ‘sognare in grande’ ed ad essere ‘coraggiosi cercatori di senso’. In un’epoca segnata da incertezze, conflitti e crisi di senso, i giovani sono chiamati a testimoniare con la loro vita che seguire Cristo è fonte di gioia e speranza”.

In quale modo è possibile discernere il proprio cammino vocazionale?

“Atteggiamento necessario per discernere la propria vocazione è innanzitutto avere il cuore e la mente aperta e disponibile. E’ necessario mettersi in ascolto della Parola di Dio, della vita così come si presenta e di una guida spirituale. Ci sono degli strumenti concreti che possono aiutare nel cammino e sono: la direzione spirituale, che vuol dire essere accompagnati da una persona di fede che ci aiuti a rileggere la nostra vita quotidiana alla luce della Parola di Dio. Nessuno può discernere da solo.

Esperienze di servizio: è importante e necessario conoscere sé stessi nel servizio e nel dono agli altri. Ciò avviene attraverso la vita comunitaria: vivere e condividere nella fraternità il proprio cammino, la propria ricerca di felicità, il proprio bisogno profondo di relazione. Ma è fondamentale una preghiera personale e comunitaria. Tutto questo facendo dei piccoli passi ogni giorno, affidandosi al Signore della vita e a chi ci mette accanto nel cammino”.

Cosa vuol dire compiere un cammino di discernimento?

“Significa intraprendere un percorso interiore, personale e spirituale… E’ un mettersi in ricerca della volontà di Dio per fare delle scelte autentiche, libere, belle e responsabili. Papa Francesco ha insistito molto nel dire che è un mettersi in ascolto dello Spirito Santo, non è una ricetta pronta ma è una dinamica di vivere”.

In quale modo è possibile coniugare preghiera e carità?

“Per noi ‘Figlie della Carità’ coniugare queste due dimensioni vuol dire vivere una fede concreta, è contemplare Cristo nel povero, amarlo con tenerezza… La preghiera è sempre abitata dalla storia dei poveri, non è mai una preghiera intimistica. San Vincenzo De’ Paoli diceva ‘non mi basta amare Dio se il mio prossimo non lo ama’. La preghiera si fa sempre azione, diventa contemplazione. 

San Vincenzo De’ Paoli inoltre diceva che a volte era necessario ‘lasciare Dio per Dio’ lasciare la preghiera per ritrovarlo nella vita dei piccoli e nei fragili perché lì c’è Dio come meditiamo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo”.

‘Abbiate un cuore grande che nulla trova difficile per amore di Dio’, scriveva santa Luisa de Marillac: allora tutto è facile?

“Non è facile ma questa frase dice che l’amore rende possibile anche ciò che sembra impossibile. La ricerca della propria vocazione non è una strada senza fatica, ostacoli o dubbi ma non è questo ciò che è importante ma è la ricerca di una vita da vivere in pienezza donata a Dio per gli altri.

San Vincenzo e santa Luisa hanno vissuto in un’epoca particolare, dove i poveri se trovati a chiedere aiuto venivano messi nelle carceri. Non c’era posto per loro da nessuna parte. San Vincenzo è stato il rivoluzionario della Carità. Mettersi al servizio del fratello allarga il cuore. Tutto cambia quando ci fidiamo di Dio e si sceglie di amare. Chi dona la sua vita con coraggio: nel cuore del povero troverà il sogno di Dio per se e per il mondo la speranza”.

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