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TOTUS TUUS. Mese di preparazione alla consacrazione a Gesù per mezzo di Maria
“Questa devozione consiste nel darsi interamente alla santissima Vergine allo scopo di essere, per mezzo suo, interamente di Gesù Cristo. Con questa forma di devozione ci si consacra nello stesso tempo alla Vergine santa e a Gesù Cristo: a Maria, come al mezzo più perfetto che Gesù Cristo ha scelto per unirsi a noi e unirci a Lui; a nostro Signore, come al nostro fine ultimo, cui dobbiamo tutto ciò che siamo, perché è nostro Redentore e nostro Dio”.
C’è un cammino fatto di fiducia, amore e dono totale. Un cammino di consacrazione totale, che passa attraverso Maria per condurre a Gesù.
Per accompagnare chi desidera intraprendere questo percorso, nasce una guida semplice e accessibile: un itinerario graduale pensato per donare il proprio cuore a Gesù e vivere con autenticità le promesse del Battesimo.
Ispirato al metodo e agli insegnamenti di san Luigi Maria Grignion de Montfort, il percorso si sviluppa giorno dopo giorno attraverso meditazioni e preghiere. È un cammino progressivo di purificazione e crescita, che aiuta a conoscere meglio sé stessi, Maria e Gesù, fino a favorire un incontro personale e vivo con il Signore.
Il libro presenta il valore di questa antica pratica mariana, ne spiega le ragioni profonde e suggerisce anche momenti particolarmente significativi per compiere l’atto di consacrazione. Le preghiere quotidiane e la formula finale di affidamento rendono il cammino concreto e adatto a tutti, anche a chi dispone di poco tempo ma desidera vivere un’esperienza spirituale autentica. Preparati a questo passo importante e lascia che la tua vita diventi un canto d’amore a Cristo attraverso Maria.
P.S. È possibile seguire il percorso anche online sul canale YouTube “Vivete nella gioia!”, nella playlist TOTUS TUUS di Pamela Salvatori. Unisciti a noi!
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Leggi un estratto: https://www.academia.edu/166130937/TOTUS_TUUS_Mese_di_preparazione_alla_consacrazione_a_Ges%C3%B9_per_mezzo_di_Maria_2026_
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Quinta Domenica di Pasqua: Io sono la Via, la Verità, la Vita
Quando si è smarriti, disorientati, si vivono momenti esistenziali terribili. Anche gli apostoli provarono sentimenti simili, ma fortunatamente intervenne Gesù: “Non siate turbati, abbiate fiducia, io vado a prepararvi un posto; poi verrò e dove sono io, sarete anche voi”. Il Padre vi ama; Io vado al Padre, poi verrò di nuovo e sarò sempre con voi. A guidare l’uomo, a guidare questa Chiesa sarà sempre Gesù e l’amore di Dio (lo Spirito Santo). Noi talvolta ci lamentiamo, ma la Liturgia ci presenta la Chiesa già nel suo nascere alle prese con un ‘malcontento’.
Essa è costituita infatti da uomini ed ognuno ha i suoi limiti; è naturale perciò il dissapore, il malcontento, la critica: tutte cose valide se servono per farci crescere, se si riesce a superare l’individualismo e si realizza la carità attraverso il dialogo, la fiducia, l’amore. La Chiesa di Cristo è costituita da uomini: ieri c’erano gli Apostoli e l’assemblea del popolo di Dio; oggi distinguiamo i Chierici (il Papa, i vescovi, i Sacerdoti) dai Laici (il popolo di Dio); da qui la necessità del dialogo.
Papa Francesco ha indetto il ‘sinodo del popolo di Dio’ perché lo Spirito Santo guida la Chiesa e questa è costituita da Clero e Laicato e tutti abbiamo ricevuto con il Battesimo il diritto di chiamare Dio: ‘Padre nostro che sei nei cieli’ e abbiamo ricevuto i carismi necessari per servire questa Chiesa di Dio. Nella Chiesa non deve esserci mai il despota che comanda ma fratelli che si amano, da qui le parole dell’apostolo Pietro che esorta a stringersi attorno a Cristo, che ha istituito la Chiesa con le sue finalità e a sentirsi tutti corresponsabili, ciascuno secondo il proprio ruolo, i propri carismi e talenti ricevuti da Dio.
Questa è la Chiesa di Gesù: non una costruzione di mattoni bensì un edificio spirituale dove ogni cristiano è pietra viva e, come tale, responsabile. Chiesa siamo tutti e ciascuno con ruoli diversi; non ruolo di comando ma di servizio. Da qui le parole di Gesù: ‘Non sia turbato il vostro cuore; abbiate fiducia in Dio, abbiate fiducia in me’. Il Padre celeste vi ama, dice Gesù, perché avete creduto in me. L’apostolo Filippo ingenuamente chiede a Gesù: ‘Maestro, mostraci il Padre’ e Gesù di rincalzo: Filippo, chi vede me, vede il Padre! allora non hai capito nulla.
Non abbiamo, amici, tre divinità ma un solo Dio; le tre divine persone Padre, Figlio, Spirito santo sono l’unico Dio; è il grande mistero dell’unità e trinità di Dio per cui il grande poeta Dante Alighieri canterà: ‘Fecimi la Divina Potestate (Padre), la Somma Sapienza (Figlio) e il Primo Amore (Spirito Santo)’. Perciò a ragione dirà Gesù: io sono la Via, la Verità e la Vita. Affermazione mirabile che porta a riconoscere nel Cristo la fonte della vera felicità.
La vita infatti è un viaggio: il viaggio della vita, viaggio arduo per cui non ti è lecito sbagliare strada perché tu non sei la via, tu non possiedi la via; l’unica Via diritta che ti porta al Padre, dice Gesù, sono io, il Cristo. Tu cerchi la verità: se la cerchi vuol dire che non la possiedi perché è fuori di te; sai dove si trova, dice Gesù: Io sono la Verità che cerchi. Tu ami la vita, tu vuoi vivere, ma la vita è movimento; non puoi restare chiuso in te stesso, esci fuori da te, non appoggiarti al tuo io ma, dice Gesù: ‘Io sono la Vita’, io do la Vita eterna.
Allora, amico che ascolti, in una società o in una Chiesa dove talvolta emergono malcontenti, discussioni, punti di vista diversi, Gesù è l’unica Via da seguire; quella che è superiore anche alla stella polare che indica la direzione o la cometa che guidò i Magi; la strada da percorrere è quel terreno battuto dalle orme di chi è passato prima di te e ti assicura che tu non sei mai solo, devi camminare come Abramo a cui dice Dio: lascia tutto e non tornare mai indietro, sempre avanti perché Io sono con te; è la via dell’amore perché Dio è amore; non siamo in balia del nulla, senza meta, ma siamo chiamati a percorrere la via tracciata da Cristo, è la via sicura.
Abbiamo una meta che è grande, sublime, eccelsa, trascendente; questa meta non è la morte o il nulla o il cimitero, la meta è la luce, la gloria, il regno dei cieli. La Via che conduce al Padre è una sola Cristo Gesù. ‘Io sono la verità’ dice Gesù: non dice conosco la verità e te la insegno, ma la Verità sono Io. ‘Io sono la Vita’: con questo termine intende tutto ciò che determina la vita: il futuro, l’amore, la gioia, il riposo, l’abbraccio; ecco perché dice il Signore: ‘Nessuno potrà togliervi la vostra gioia!’; la gioia che dà Gesù non conosce tramonto, non corre rischio, è al sicuro perché non è legata ai beni terreni che possono sparire, essere rubati: è la gioia prodotta dalla sua presenza divina.
Tu puoi incontrare sposi delusi, giovani nauseati della vita che nel suicidio cercano la salvezza, ma non troverai mai santi, amici di Dio che sono infelici: sempre tranquilli nei pericoli, sorridenti nella fatica, lieti anche nella povertà. Amico, invoca Maria, è la Madre di Gesù e nostra, Lei ti darà una mano, un sorriso, darà significato vero alla tua solitudine, debolezza e fragilità.
La Fondazione della Comunità Bresciana ha ottenuto il marchio ‘Donare con fiducia’
L’Istituto Italiano della Donazione (IID) è lieto di annunciare che la Fondazione della Comunità Bresciana Ente Filantropico è ora iscritta all’Istituto in qualità di socio aderente. La Fondazione ha infatti ottenuto il marchio di qualità ‘Donare con fiducia’ ed è di diritto inserita in ‘Io dono sicuro’, il primo database nazionale che raccoglie esclusivamente organizzazioni non profit sottoposte a verifica indipendente.
L’ammissione è avvenuta a seguito del superamento della verifica ispettiva proposta da IID e condotta da professionisti esterni con consolidata esperienza in società di certificazione. Il percorso ha attestato che l’operato della Fondazione è conforme a standard riconosciuti a livello internazionale e risponde a criteri stringenti di trasparenza, credibilità e correttezza gestionale.
Tutte le organizzazioni non profit che aderiscono a IID vengono sottoposte annualmente ad audit di qualità gestionale e trasparenza, analizzando il sistema di governance, i processi gestionali e di rendicontazione, il comportamento verso i collaboratori (retribuiti e volontari), le attività di raccolta fondi e le relazioni con i donatori, il rapporto con i destinatari e le eventuali attività erogative a favore di terzi.
Il Consiglio Direttivo IID, nella seduta del 23 febbraio scorso, dopo aver ricevuto il parere positivo del Comitato Tecnico, ha deliberato, dunque, l’adesione della Fondazione quale socio aderente. Ad oggi sono 11 le Fondazioni di Comunità che hanno scelto di intraprendere il percorso di verifica e miglioramento continuo proposto da IID; 8 di queste (6 lombarde e 2 piemontesi) fanno parte della rete di Fondazione Cariplo e sono diventate socie dell’Istituto.
Dal 2024 IID collabora con Fondazione Cariplo nella realizzazione di un progetto dedicato alle Fondazioni di Comunità, nell’ambito del quale l’Istituto svolge il ruolo di ente tecnico a supporto delle esigenze specifiche di questi enti del Terzo Settore. Il progetto prevede servizi mirati, formazione dedicata, iniziative di visibilità, consulenze specialistiche e un percorso di accompagnamento verso standard sempre più elevati di qualità, eccellenza e accountability, valorizzando l’esperienza maturata da IID nella promozione della trasparenza e della cultura del dono.
Nata nel 2001 per iniziativa di Fondazione Cariplo e ispirata ai modelli delle community foundations statunitensi, la Fondazione della Comunità Bresciana si è progressivamente affermata come realtà autonoma e punto di riferimento per il territorio bresciano.
La sua missione è creare un ponte tra chi desidera donare e chi necessita di sostegno per realizzare progetti di utilità sociale. Nel solco dei principi della filantropia contemporanea, la Fondazione opera come motore di sviluppo locale, aggregando risorse, promuovendo nuove iniziative e favorendo la collaborazione tra enti, associazioni e cittadini.
In oltre 25 anni di attività, la Fondazione ha conseguito risultati significativi, valorizzando le liberalità come leva di crescita per la comunità e contribuendo in modo concreto al rafforzamento del tessuto sociale del territorio, come ha dichiarato il presidente della Fondazione Mario Mistretta: “Il marchio Donare con fiducia rappresenta per noi una conferma importante del percorso che abbiamo intrapreso in questi anni. Non è soltanto un riconoscimento formale, ma la testimonianza concreta di un impegno quotidiano verso la trasparenza, la correttezza gestionale e la responsabilità nei confronti dei nostri donatori e della comunità bresciana.
Entrare a far parte di ‘Io dono sicuro’ significa sottoporsi a uno sguardo esterno autorevole, accettare la sfida del miglioramento continuo e ribadire con chiarezza che la fiducia è il patrimonio più prezioso su cui si fonda il nostro operato. Per una Fondazione di comunità, che vive della generosità delle persone e la restituisce al territorio sotto forma di progetti e opportunità, questo traguardo rafforza la credibilità dell’ente e consolida il legame con chi sceglie di affidarci le proprie risorse per il bene comune”.
Inoltre ha sottolineato Giovanni Azzone, presidente di Fondazione Cariplo: “La fiducia e la reputazione sono elementi fondamentali per chi opera in ambiti così delicati come la filantropia. Tutto ciò che facciamo, le risorse che destiniamo ai progetti per il territorio, deve poggiare su prassi e policy ben definite. La nostra fondazione non raccoglie donazioni, ma teniamo molto al fatto che le fondazioni di comunità, nate da un’intuizione di Cariplo oltre 25 anni fa, seguano rigorosi processi e possano restituire, con trasparenza ai donatori e ai beneficiari delle risorse, l’esito e l’effetto che quel gesto importantissimo, quell’atto di fiducia, ha prodotto nei confronti della comunità. Perciò, mi congratulo per il riconoscimento ottenuto. Non sono passaggi formali, ma sostanziali, che accertano e certificano un modo di operare adottato da tempo”.
Tutte le organizzazioni aderenti a IID rispettano 6 standard di qualità: indipendenza e trasparenza dell’organo di governo; sistemi gestionali chiari e formalizzati; sistemi di rendicontazione puntuali e accessibili; corretto comportamento verso collaboratori e volontari; uso trasparente ed efficace dei fondi raccolti; corretto comportamento verso donatori e destinatari. Inoltre soddisfano due requisiti fondamentali: pubblicazione sul sito web di informazioni aggiornate e scaricabili: bilancio d’esercizio, statuto, rendicontazione sociale, descrizione dei progetti e delle attività, composizione dell’organo di governo; presenza della revisione contabile al bilancio e rendicontazione delle raccolte fondi e del 5×1000.
Papa Leone XIV: le polarizzazioni si sconfiggono con l’educazione
“Cari fratelli e sorelle d’Algeria, la pace sia con tutti voi! As-salamu alaykom! Rendo grazie a Dio che mi dà la possibilità di visitare il vostro Paese come successore dell’apostolo Pietro, dopo averlo fatto già due volte in passato, come religioso agostiniano. E’ però soprattutto un fratello che si presenta davanti a voi, lieto di poter rinnovare, in questo incontro, i legami di affetto che avvicinano i nostri cuori. Guardando a tutti voi, vedo il volto di un popolo forte e giovane, di cui già ho avuto modo di sperimentare ripetutamente l’ospitalità e la fraternità.
Nel cuore algerino l’amicizia, la fiducia, la solidarietà non sono semplicemente parole, ma valori che contano e danno calore e solidità al vivere insieme”: appena atterrato nel territorio algerino papa Leone XIV si è recato Maqam Echahid, il Memoriale dei martiri algerini contro il colonialismo francese, lanciando un messaggio di speranza per un mondo lacerato dai conflitti, chiuso con il brano evangelico delle Beatitudini.
Nel primo discorso al popolo algerino il papa ha spiegato questa scelta: “Sostare presso questo Monumento è un omaggio a questa storia, e all’anima di un popolo che ha lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità di questa Nazione. In questo luogo ricordiamo che Dio desidera per ogni Nazione la pace: una pace che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità”.
Quindi una chiara scelta di pace: “E questa pace, che permette di andare incontro al futuro con animo riconciliato, è possibile solo nel perdono. La vera lotta di liberazione sarà definitivamente vinta solo quando si sarà finalmente conquistata la pace dei cuori. So quanto sia difficile perdonare, tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione. Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace. Alla fine la giustizia trionferà sempre sull’ingiustizia, così come la violenza, al di là di ogni apparenza, non avrà mai l’ultima parola”.
Da qui l’augurio alla nazione per essere terra di pace: “In questa terra, crocevia di culture e religioni, il rispetto reciproco rappresenta la via perché i popoli possano camminare insieme. Possa l’Algeria, forte delle sue radici e della speranza dei suoi giovani, continuare a offrire un contributo di stabilità e di dialogo nella comunità delle nazioni e sulle sponde del Mediterraneo”.
La vera ricchezza è Dio: “Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera, e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il nostro mondo ha bisogno di credenti così, di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità. Per questo, di fronte a una umanità desiderosa di fratellanza e di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre, insieme, fratelli tra noi e figli di Dio!”
Terminato questo momento il papa ha incontrato le autorità civili ed il Corpo diplomatico, ricordando di essere ‘figlio’ di sant’Agostino: “Cari fratelli e sorelle, vengo a voi come testimone della pace e della speranza che il mondo desidera ardentemente e che il vostro popolo ha sempre cercato: un popolo mai sconfitto dalle sue prove, perché radicato in quel senso di solidarietà, di accoglienza e di comunità di cui è intessuta la vita quotidiana di milioni di persone umili e giuste”.
Ed ha fornito una precisa risposta sugli operatori di pace: “Sono loro i forti, sono loro il futuro: chi non si lascia accecare dal potere e dalla ricchezza, chi non sacrifica la dignità dei concittadini alla propria fortuna personale o di gruppo. In particolare, da molte parti ho testimonianza di come il popolo algerino dimostri grande generosità nei confronti sia dei connazionali, sia degli stranieri.
Questo atteggiamento riflette un’ospitalità profondamente radicata nelle comunità arabe e berbere, quel dovere sacro che ovunque vorremmo trovare come valore sociale fondamentale. Ugualmente, l’elemosina (sadaka) è una pratica comune e naturale fra voi, anche per chi ha mezzi limitati… Una religione senza pietà e una vita sociale senza solidarietà sono uno scandalo agli occhi di Dio.
Eppure, molte società che si credono avanzate precipitano sempre più nella diseguaglianza e nell’esclusione. Le persone e le organizzazioni che dominano sugli altri (questo l’Africa lo sa bene) distruggono il mondo che l’Altissimo ha creato perché vivessimo insieme”.
Per questo l’Algeria è ponte: “Il Mediterraneo, da una parte, e il Sahara, dall’altra, rappresentano infatti crocevia geografici e spirituali di enorme portata. Se ne approfondiamo la storia, senza semplificazioni e ideologie, vi troveremo nascosti immensi tesori di umanità, perché il mare e il deserto sono da millenni luoghi di reciproco arricchimento fra i popoli e le culture. Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza! Liberiamo dal male questi immensi bacini di storia e di futuro!”
E’ stato un invito ad alimentare le ‘oasi’ di pace: “Moltiplichiamo le oasi di pace, denunciamo e rimuoviamo le cause della disperazione, combattiamo chi lucra sulla sventura altrui! Sono illeciti guadagni, infatti, quelli di chi specula sulla vita umana, la cui dignità è inviolabile. Uniamo, allora, le nostre forze, le nostre energie spirituali, ogni intelligenza e risorsa che renda la terra e il mare luoghi di vita, di incontro, di meraviglia. La loro maestosa bellezza ci tocchi il cuore; il loro aspetto sconfinato ci interroghi sulla trascendenza. Il Mediterraneo, il Sahara e il cielo immenso che li sovrasta ci sussurrano che la realtà ci supera da tutte le parti, che Dio è veramente grande e che tutto viviamo alla sua misteriosa presenza”.
E’ stato un invito a non lasciarsi spaventare dalle dinamiche del mondo: “Qui, come in tutto il mondo, tendono così a manifestarsi dinamiche opposte, di fondamentalismo o di secolarizzazione, per le quali molti perdono il senso autentico di Dio e della dignità di tutte le sue creature. Allora i simboli e le parole religiose possono diventare, da una parte, linguaggi blasfemi di violenza e sopraffazione, dall’altra, segni senza più significato, nel grande mercato di consumi che non saziano”.
Quindi le polarizzazioni possono essere sconfitte attraverso l’uso dell’intelligenza: “Queste assurde polarizzazioni, però, non devono spaventarci. Vanno affrontate con intelligenza. Sono il segno che viviamo un tempo straordinario, di grande rinnovamento, nel quale chi tiene libero il cuore e desta la coscienza può attingere dalle grandi tradizioni spirituali e religiose nuove visioni della realtà e motivazioni incrollabili di impegno”.
Ciò si ottiene grazie all’educazione: “Occorre educare al senso critico e alla libertà, all’ascolto e al dialogo, alla fiducia che ci fa riconoscere nel diverso un compagno di viaggio, non una minaccia. Dobbiamo lavorare alla guarigione della memoria e alla riconciliazione fra antichi avversari. È il dono che chiedo per voi, per l’Algeria e per l’intero suo popolo, sul quale invoco abbondanti le benedizioni dell’Altissimo”.
(Foto: Santa Sede)
Mons. Varden: dimorare in Dio per vivere la Grazia
“Che tipo di uomo era San Bernardo? Da dove veniva? Egli svetta nel movimento cistercense del XII secolo: grande fu il suo carisma, grande la sua capacità di lavoro. Molti, compresi alcuni che dovrebbero saperne di più, ritengono che sia stato lui l’iniziatore dell’Ordine. Non è così, certo, anche se fece in effetti scalpore quando arrivò nel 1113, all’età di 23 anni, con un gruppo di trenta compagni”: nella quarta meditazione di Quaresima per gli esercizi spirituali di papa Leone XIV e della Curia romana, questa mattina il monaco cistercense, mons. Erik Varden, vescovo di Trondheim, ha parlato dell’idea cristiana di libertà secondo san Bernardo di Chiaravalle.
Infatti il predicatore cistercense ha ripercorso le tappe per la costruzione dell’abbazia di Citeaux: “L’impresa di Cîteaux, fondata nel 1098, fu tanto un’innovazione quanto una riforma. I fondatori chiamarono la loro casa ‘novum monasterium’. Il progetto non fu in primo luogo una reazione contro qualcosa o qualcuno; e meno male, visto che i progetti reazionari prima o poi finiscono nel nulla. A prima vista, il progetto cistercense era conservatore, eppure i suoi protagonisti introdussero delle novità. La dialettica fu fruttuosa”.
Un ritratto di un uomo di Chiesa che non era ipocrita: “La fiducia nel proprio giudizio rendeva Bernardo ogni tanto flessibile nell’osservanza di certe procedure che, per il resto, sosteneva di difendere. La sua visione delle esigenze della Chiesa lo spingeva talvolta ad adottare posizioni rigide comportando un fiero spirito di parte. Non era però un ipocrita”.
Ma era ‘umile’ e testimone dell’amore di Dio: “Era genuinamente umile, dedicato a Dio, capace di tenera gentilezza, un amico fedele (in grado di diventare amico con ex nemici) ed un testimone convincente dell’amore di Dio. Era, e rimane, una figura affascinante”.
Ed a questo punto ha fatto un paragone tra san Bernardo e Thomas Merton per il ‘carattere’: “Dom James Fox, l’intraprendente abate dell’abbazia di Gethsemani dal 1948 al 1967, una volta scrisse, esasperato, del confratello Thomas Merton: ‘La la mente così elettrica!’ Merton irritava Fox con le sue idee, intuizioni, insistenze. Ma Fox sapeva che Merton era sincero. Lo rispettava, apprezzava la sua compagnia (quando non erano nel bel mezzo di qualche epico battibecco) e per la maggior parte del suo governo dell’abbazia si confessò da Merton.
Sarebbe sciocco paragonare Thomas Merton a Bernardo di Clairvaux, però una certa somiglianza di carattere c’è. Bernardo non ha conosciuto l’elettricità, ma la sua era pure una natura mercuriale che aveva e doveva equilibrare tensioni enormi”.
Il ‘pregio’ del fondatore dei Cistercensi è quello di non considerare la propria ‘posizione’ sempre giusta: “L’insegnamento di Bernardo sulla conversione nasce da una cultura biblica senza pari e da nozioni teologiche ben ponderate. Nasce anche, e con il passare del tempo sempre più, dalla lotta personale, nell’imparare a non dare per scontato che la sua strada sia sempre quella giusta, istruito dall’esperienza, dalle ferite e dalle provocazioni a mettere in discussione la sua presunzione e a meravigliarsi davanti alla giustizia misericordiosa di Dio”.
Per questo egli è un buon ‘compagno’ per chi è nella ricerca della verità: “Bernardo è un ottimo compagno per chiunque intraprenda un esodo quaresimale dall’egocentrismo e dall’orgoglio, nel desiderio di perseguire la verità di sé tenendo gli occhi fissi sull’amore di Dio che tutto illumina”.
Mentre la meditazione di ieri era stata focalizzata sulla dimora di Dio, partendo dall’esempio di Mary Word “quella grande educatrice cristiana del XVII secolo, era solita dire alle sue sorelle: ‘Fate del vostro meglio e Dio vi aiuterà’. L’idea che Dio possa e voglia aiutarci nelle nostre difficoltà è un assioma della fede biblica. Distingue il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio che in Cristo Gesù si è fatto compassione incarnata, dal Motore Immobile della filosofia”.
Partendo dal salmo 90 (‘Chi dimora nell’aiuto dell’Altissimo’) il vescovo norvegese ha sottolineato in cosa consiste l’aiuto di Dio per san Bernardo: “L’aiuto di Dio, dice Bernardo, può essere definito una dimora in quanto costituisce una realtà che ci sostiene, all’interno della quale possiamo vivere, muoverci ed esistere. L’aiuto di Dio non è occasionale; non è un servizio di emergenza che contattiamo quando una casa va a fuoco o qualcuno viene investito da un’auto, come se chiamassimo il 112”.
Ma alcune volte le persone devote a Dio sembrano abbandonate, come è accaduto a Giobbe: “La figura biblica di questa condizione è Giobbe, il cui libro grandioso può essere percepito come una sinfonia in tre movimenti, passando dal lamento viscerale per una esposizione della minaccia fino all’esperienza inaspettata della Grazia”.
Come Giobbe anche l’uomo contemporaneo non deve disperare nell’aiuto di Dio: “Come credenti possiamo considerare la religione come una polizza assicurativa: sicuri di poter contare sull’aiuto di Dio, pensiamo di essere al riparo dal pericolo. Il mondo sembra crollare se, e quando, il male ci colpisce. Come affronto le prove che sembrano senza senso, che distruggono le mie barriere protettive? Il mio rapporto con Dio è una forma di negoziazione, così che quando le cose si fanno difficili, sono indotto a seguire il consiglio della moglie di Giobbe di ‘maledire Dio e morire’?”
Ed ecco, quindi, che per san Bernardo la dimora in Dio significa imparare a vivere nella grazie di Dio: “Dio può rendere possibile un mondo nuovo e benedetto dopo aver abbattuto i muri che noi pensavamo fossero il mondo, muri all’interno dei quali in realtà soffocavamo.
Dimorare nell’aiuto di Dio, come ci insegna san Bernardo, non significa trafficare sicurezze. Significa passare per il Lamento e la Minaccia per imparare a vivere con Grazia a questo nuovo livello di profondità. E così permettere ad altri di trovarlo”.
(Foto: Media Vaticani)
Il futuro della speranza? Un dialogo interdisciplinare
Nello scorso novembre si è concluso il progetto triennale ‘The Future of Hope: an interdisciplinary dialogue’ promosso dal Centro di Formazione Integrale dell’Università Europea di Roma (UER), ricerca interdisciplinare nata da un’intuizione del prof. Guido Traversa, docente di filosofia nell’UER, che si ispira alla bolla di indizione del Giubileo, condividendone il tema centrale: la speranza. Il percorso si è compiuto attraverso tre convegni: a Roma nel 2023, a Bruxelles nel 2024 e di nuovo a Roma in questo anno, in cui è stato avviato un dialogo culturale e scientifico sulla speranza nel mondo contemporaneo, attraverso indagini, confronti e scambi accademici internazionali.
Quindi all’Università Europea di Roma è stato presentato il volume con gli atti del convegno di Bruxelles, curato dalla prof.ssa Renata Salvarani, docente di Storia del Cristianesimo nell’Università Europea di Roma e coordinatrice del progetto triennale ‘The Future of Hope: an interdisciplinary dialogue’, che testimonia il dialogo tra i saperi come strumento indispensabile per affrontare la complessità del reale e offrire all’uomo sempre nuove chiavi di lettura ed interpretazione della vita.
Nella prefazione del volume, il direttore del Centro di Formazione Integrale UER, p. Enrico Trono, ha scritto: “La multidisciplinarietà non è qui intesa come semplice giustapposizione di competenze diverse, ma come autentica conversazione tra discipline che, mantenendo ciascuna la propria specificità, si arricchiscono reciprocamente nella ricerca di una comprensione più profonda dei fenomeni umani e sociali. La speranza viene presentata come categoria ermeneutica privilegiata per comprendere le sfide e le opportunità che caratterizzano il nostro tempo”.
Presentando il volume la prof.ssa Salvarani ha sottolineato il valore del termine ‘speranza: “Il termine speranza, che unisce il desiderio di un bene alla fiducia nella sua realizzazione, si distingue da semplice desiderio o aspettativa per la sua apertura positiva al futuro e per la dimensione comunitaria e temporale che implica. A partire dalle matrici bibliche e greche (tikva, yachal, elpis) essa è individuata come categoria dinamica che intreccia memoria e futuro, trovando espressione particolare nei momenti storici di crisi”.
Per quale motivo un’Università aveva dato vita ad un percorso di speranza?
“Viviamo in un mondo che ha grande bisogno di speranza. Siamo spesso influenzati da una cultura di pessimismo, a volte alimentata da un cattivo uso dei mezzi di comunicazione, che tendono ad evidenziare soprattutto le cattive notizie. Per questa ragione la speranza ha un’importanza fondamentale nel mondo contemporaneo. Con questo spirito costruttivo abbiamo avviato il progetto triennale ‘The Future of Hope: an interdisciplinary dialogue’ promosso dal Centro di Formazione Integrale dell’Università Europea di Roma (UER)”.
Quali conclusioni ha avuto questo percorso?
“Il percorso si è compiuto attraverso tre convegni in questi anni. In questi incontri è stato avviato un dialogo culturale e scientifico sulla speranza nel mondo contemporaneo, attraverso indagini, confronti e scambi accademici internazionali. Nel progetto di ricerca triennale le singole discipline sono state riconsiderate nella prospettiva della speranza, anche dal punto di vista critico. Il gruppo degli studiosi si è confrontato su diverse idee di futuro e su come mantenere un orizzonte aperto su quello che si sta costruendo per il ‘dopo’ possa influire sul modo stesso di fare ricerca.
Come ha detto p. Enrico Trono, direttore del Centro di Formazione Integrale UER: La Speranza non è solo una virtù o un concetto complesso e apparentemente astratto che attraversa diverse dimensioni dell’esperienza umana, ma diviene oggetto di studio e chiave di lettura della realtà. Una Speranza che, come insegna la tradizione cristiana che ispira l’Università Europea di Roma, è sperare contro ogni speranza, capacità di vedere possibilità di bene e di verità anche nelle situazioni più complesse e contraddittorie”.
Quindi la speranza ha un futuro?
“Certamente. Possiamo dire che la speranza non solo ha un futuro, ma è il futuro. Il termine ‘speranza’, che unisce il desiderio di un bene alla fiducia nella sua realizzazione, si distingue da semplice desiderio o aspettativa per la sua apertura positiva al futuro e per la dimensione comunitaria e temporale che implica. A partire dalle matrici bibliche e greche (tikva, yachal, elpis) essa è individuata come categoria dinamica che intreccia memoria e futuro, trovando espressione particolare nei momenti storici di crisi”.
In quale modo è possibile parlare di speranza in questo momento?
“Una grande fonte di ispirazione possiamo trovarla nel pensiero di papa san Giovanni Paolo II, a partire dal discorso ai giovani italiani del 1978. Il dialogo complesso sviluppato nell’intervista ‘Varcare la soglia della speranza’ si struttura attorno all’interazione tra la speranza annunciata nei Vangeli e il dramma della storia. Ci si interroga su come le manifestazioni del male, le guerre, gli stermini e le divisioni che costellano il cammino dell’umanità, che coinvolgono la stessa Chiesa, possano mettere in discussione od annullare l’idea di una speranza capace di orientare l’agire umano. Qual è il fondamento dello ‘scandalo e del mistero’ di una fede che alimenta la consapevolezza del futuro dell’uomo, dentro, attraverso e oltre le sofferenze del presente?”
In quanti modi è possibile declinare la speranza?
“In tanti modi, perché la speranza è ovunque. Possiamo viverla e scoprirla in ogni aspetto e momento della nostra vita. Non a caso, il progetto triennale dell’Università Europea di Roma ha affrontato l’argomento da diversi punti di vista: economico, giuridico, educativo, scientifico e sociale, delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale, individuando modelli di azione e visioni di futuro sostenibili. Questo è l’approccio interdisciplinare che caratterizza la ‘Formazione Integrale’ e propone la speranza come principio fondativo, capace di orientare conoscenza, etica e innovazione verso una società solidale e aperta al futuro”.
(Tratto da Aci Stampa)
Santità: pane quotidiano
Il sorriso dei ragazzi della catechesi, assiepati sul sagrato della chiesa, era incantevole. Era appena sceso dalla macchina un loro coetaneo o poco più: Carlo Acutis. In verità, erano solo le reliquie di questo adolescente santo. Sì, una vita breve, quindici anni solamente. Ma “una vita è veramente bella solo se si arriva ad amare Dio sopra ogni cosa” ripeteva sempre lui. Ed era stato, per davvero, il suo caso.
La parrocchia di Sant’Agostino (Reggio Calabria), così, alla tenera luce di un sabato sera di fine gennaio, accoglieva in piazza le reliquie di Carlo Acutis. Di un giovane santo, che, sorridendo a Dio, era salito in cielo con le sue stesse snakers, le scarpe da ginnastica. Intensa l’emozione, quella sera. Grande partecipazione di popolo al momento di accogliere da parte del parroco il prezioso reliquiario, mentre tutti i Piccoli Fratelli e Sorelle dell’Immacolata facevano corona.
“C’era tanta gente ‘nuova’ – confessa una catechista, – ma eravamo una cosa sola”. Nell’Eucaristia solenne che seguiva ognuno respirava un clima di sorprendente freschezza spirituale. A pieni polmoni. “La visita di Carlo, – mi sussurra Stefania – ha riempito veramente la parrocchia di gioia e spiritualità”. La piccola sorella Francesca, poi, tratteggiava la figura del giovane, rendendola viva e attuale. “Tutti siamo chiamati alla santità, – sorrideva tra le parole – non per essere perfetti, ma semplici e veri”.
Carlo indicava, così, la via per raggiungerlo lassù: la fede, la carità, i poveri e gli ultimi come passaporto. “Se ci lasciamo trasformare dalla Parola – commentava padre Francesco, presiedendo la liturgia – se viviamo l’ordinarietà con passione, entriamo nel piano d’amore di Dio: la santità”. La presenza spirituale del giovane accarezzava l’anima di tutti i presenti insieme alle loro difficoltà quotidiane, operando quel miracolo che prende il nome di fiducia. E ‘legava i cuori gli uni gli altri in una comunione che quasi si toccava….’, confessa Caterina.
Il cammino di santità e di luce nella parrocchia di Sant’Agostino continuava nei giorni seguenti con la Candelora. All’inizio della Messa, di primo mattino, quasi una scia luminosa si muoveva dal portone centrale, lungo la navata, tra canto e preghiera. Ognuno portava convinto la sua candela e la sua supplica. La Candelora, come sempre, sapeva intrecciare fede, tradizione ed emozione. E già alla vigilia, domenica, a tutte le messe ognuno riceveva una candela di cera d’api dal profumo di miele e una preghiera: ambedue da accendere in casa.
“Insegnaci, Signore, – iniziava la preghiera – a riconoscere la tua luce in ogni istante della nostra vita, nei volti che incontriamo, nella sofferenza o nella gioia che viviamo”… Così, ognuno poteva ripetere con Simeone, anche nell’umiltà delle pareti domestiche: ‘I nostri occhi hanno visto, finalmente, la Tua salvezza!’
Da Parigi la Comunità di Taizè invita i giovani a cercare Gesù
“Ma dove si terrà il nostro prossimo incontro europeo? Si terrà: in un paese con 9296 laghi; dove si parla una lingua slava; in una città segnata dall’incontro di quattro culture diverse: cattolica, protestante, ortodossa e ebraica; che ha due ottime squadre di calcio; con un nome non facile da pronunciare: il prossimo incontro europeo si terrà nella città di Łódź in Polonia!”: con un po’ di suspense per gli oltre 15.000 giovani europei convocati dal 28 dicembre al 1 gennaio dalla Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca, ‘Cosa cerchi?’, il priore frére Matthew ha annunciato la città del prossimo incontro europeo in terra polacca.
Quindi il prossimo incontro dei giovani della comunità di Taizé si svolgerà dal 28 dicembre 2026 al primo gennaio 2027 a Łódź, in Polonia; ed una nota della comunità di Taizé ricorda che il primo incontro in Polonia (Wrocław, 1989-1990) coincise con la caduta della cortina di ferro. Questo prossimo incontro europeo, il sesto in Polonia, è un invito a continuare a costruire la pace dentro di noi e nel mondo. Come suggerisce frère Matthew nella sua lettera del 2026, ‘attraverso gli altri possiamo essere sorpresi nello scoprire qualcosa che non avremmo trovato da soli’.
Ai giovani riuniti dalla comunità di Taizé, nei giorni scorsi, si era rivolto papa Leone XIV con un messaggio a firma del segretario di Stato, card. Pietro Parolin: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.
Nelle riflessioni il priore della Comunità di Taizè, frère Matthew, ha invitato i giovani a camminare insieme: “Camminare insieme agli altri nelle nostre cappellanie e parrocchie può essere un grande sostegno e va di pari passo con un cammino personale. Siamo pronti a entrare sempre più nel mistero del Corpo di Cristo, la sua Chiesa, dove possiamo essere uno solo e solo tutti insieme? E come ascoltare i desideri di quelle e quelli che si sentono lontani dalla fiducia in Dio?”
In tale cammino è fondamentale l’incontro tra Maddalena e Gesù risorto: “Stasera abbiamo ascoltato il Vangelo che racconta l’incontro tra Maria Maddalena e Gesù dopo la sua risurrezione. Gli amici di Gesù erano turbati dopo la sua morte e avevano paura della persecuzione. La mattina presto del primo giorno della settimana, Maria si recò al sepolcro di Gesù. La sua tristezza era grande: la pietra che ne sigillava l’ingresso era stata rimossa e il corpo di Gesù non c’era più”.
Il nome pronunciato da Gesù ridà gioia a Maddalena: “Ma quando Gesù chiama Maria con il suo nome, lei lo riconosce e il loro rapporto personale si ricostituisce. Sorpresa e gioia la travolgono. Gesù non vuole che lei lo possieda o lo monopolizzi, ma piuttosto che viva di Lui per gli altri. La manda come apostola agli apostoli per proclamare la buona novella che Dio lo ha risuscitato dai morti. Così, la comunione tra Gesù e suo Padre diventa aperta a tutti coloro che lo amano”.
E’ stato un invito a riconoscere Gesù: “Anche se, come Maria Maddalena, non riconosciamo Cristo come Risorto, Egli è al nostro fianco. Quando abbiamo paura, si avvicina e ci offre la sua pace. E affida a tutti noi una missione: non semplicemente tenere questa pace per noi, ma continuare la sua opera di riconciliazione, diventare pellegrini di pace. Saremo tra coloro che faranno di tutto per vivere la pace di Cristo per gli altri? E’ così che la speranza rinascerà nel nostro continente europeo e nel mondo”.
Eppoi l’invito a pregare per la pace: “Non voglio fare grandi dichiarazioni, ma semplicemente invitarvi a pregare per la pace nelle nostre società europee, affinché diventino accoglienti verso tutti, e per l’Ucraina, testimone della lotta per la libertà e che resiste nella speranza di una pace giusta; per la Palestina (non dimentichiamo la popolazione abbandonata di Gaza) e per Israele, il Sudan, il Myanmar e tutti i Paesi dove infuria la guerra. Preghiamo anche per coloro che cercano giustizia sotto regimi oppressivi”.
Da qui il racconto della sua recente visita in Ucraina: “Sono tornato dall’Ucraina alcuni giorni fa. Ho passato lì il Natale, accolto con uno dei miei fratelli da dei cristiani che fanno di tutto per ascoltare e accompagnare coloro che soffrono a causa della guerra. Offrono così un sostegno concreto a chi ha visto le proprie case distrutte, aiutandoli a ricreare un focolare. Abbiamo pregato sulle tombe di persone che hanno dato la vita per difendere la libertà del proprio Paese”.
Infine l’invito a ‘ricostruire’ l’Europa: “In Ucraina, come dicevo, ho visto case distrutte, ma una vita che rinasce continuamente, che rifiuta di essere soffocata. La nostra casa europea, ricostruita dopo le ferite della Seconda guerra mondiale, può sembrare di nuovo in rovina, ma saremo pronti a impegnarci con le donne e gli uomini coraggiosi che danno tutto per farla rinascere?
I valori a noi cari sono sempre presenti. Come possono aprire il nostro orizzonte per vedere più lontano e operare per una casa europea dove tutte e tutti possano sentirsi a casa? E questo attraverso gesti molto semplici: incontrarsi, scambiarsi idee e ascoltarsi anche senza capire tutto dell’altro, là dove pregare insieme non è possibile. Scopriamo così ciò che è già dato, una realtà in cui la giustizia è ben presente, ma spesso nascosta ai nostri occhi”.
(Foto: Comunità di Taizè)
A Parigi i giovani sono alla ricerca con la comunità di Taizè
“Cari giovani, in occasione dell’Incontro europeo organizzato dalla Comunità di Taizé, Sua Santità papa Leone XIV mi ha chiesto di trasmettervi i suoi cordiali saluti e l’assicurazione della sua vicinanza spirituale. Il vostro incontro costituisce una nuova tappa del ‘Pellegrinaggio di fiducia sulla terra’ iniziato da Frère Roger quasi mezzo secolo fa proprio in questa città di Parigi. Il Santo Padre è lieto di sapere che siete riuniti in una città segnata da una ricca eredità religiosa, plasmata nel corso dei secoli dalla luminosa testimonianza di tante figure di santità che, ciascuna a modo suo, hanno risposto con coraggio alla chiamata di Cristo”: attraverso il segretario di Stato, card. Pietro Parolin, papa Leone XIV ha inviato un telegramma ai giovani che da domani fino al 1^ gennaio si incontreranno a Parigi su invito della Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca.
Quindi il papa ha invitato i giovani a non evitare la domanda ‘Chi cercate?’, in quanto essa è fondamentale: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.
Concludendo il telegramma il papa ha ricordato il Concilio di Nicea con un invito particolare per i giovani: “Questo incontro si svolge anche in un particolare momento ecclesiale, segnato dalla chiusura di un Anno Giubilare e dalle commemorazioni del 1700° anniversario del Concilio di Nicea… Il Santo Padre vi incoraggia a diventare pellegrini di fiducia, artigiani di pace e riconciliazione, capaci di portare una speranza umile e gioiosa a chi vi circonda”.
Nella lettera di invito, richiamata dal papa, il priore frère Matthew evidenzia la necessità della ricerca di Dio; per questo molti giovani nello scorso anno sono giunti a Taizè: “Nel corso dell’ultimo anno abbiamo accolto a Taizé giovani provenienti da Ucraina, Palestina, Libano, Nicaragua, Myanmar e altri luoghi devastati dalla guerra e dai conflitti. La loro fede e il loro desiderio di una pace giusta e duratura sono stati per noi fonte di ispirazione. Abbiamo anche ascoltato le testimonianze di persone che lavorano a Gaza o che hanno familiari in quella città. Vediamo il dolore di coloro che hanno persone care prese in ostaggio e ascoltiamo il grido di chi cerca giustizia sotto regimi oppressivi”.
Ugualmente i giovani visitati dal priore di Taizè hanno manifestato il desiderio di libertà e di dedicarsi alla cura di chi soffre: “Ho anche poi trascorso del tempo con i fratelli della nostra comunità di Taizé che vivono in piccole fraternità in Brasile e a Cuba. Il Brasile è ancora segnato dall’eredità della schiavitù e da grandi disuguaglianze. Eppure ci sono persone che si rifiutano di arrendersi e lottano per stare al fianco dei più poveri. Penso in particolare a una comunità nella città di Salvador, dove i senzatetto dormono in chiesa e si aiutano a vicenda.
A Cuba ho visto un popolo coraggioso affrontare enormi difficoltà. Ho incontrato una nonna che ha usato tutti i suoi risparmi affinché suo nipote avesse tutto il necessario per l’inizio dell’anno scolastico. Sua madre, come molti altri cubani, è emigrata in cerca di un futuro migliore. In molti posti, le persone si chiedono: come posso usare la libertà che mi è stata data per esprimere solidarietà a chi soffre? Esse cercano dei modi per concretizzare il loro desiderio di amare e di prendersi cura, dando un senso alla loro vita attraverso l’aiuto e il servizio”.
Per questo la domanda (‘Cosa cercate?’) è fondamentale nella vita: “Il nostro mondo è pieno di bellezza, ma anche di ingiustizia. Qual è il mio posto in tutto questo? Cosa mi viene chiesto di fare? Questa è la domanda che spesso sento nel cuore di fronte alla complessità della vita e alle scelte che mi si presentano.
Nel Vangelo di Giovanni, le prime parole di Gesù sono: ‘Che cosa cercate?’ Ho condiviso questa domanda con un gruppo di sei giovani volontari a Taizé, provenienti da sei paesi diversi, sparsi su quattro continenti. Quello che segue è ispirato da ciò che mi hanno detto. A loro e a tutti i volontari che ci aiutano a gestire gli incontri a Taizé, trascorrendo del tempo con la nostra comunità per pregare e comprendere meglio la chiamata di Cristo nella loro vita, vorrei dire grazie”.
A questa domanda ecco alcune risposte del priore: “Gesù è entrato nel mondo silenziosamente: ‘Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Colui che era presso Dio e che era Dio prima dell’inizio di tutte le cose è venuto ad abitare con noi nascendo in modo umile e povero, nel silenzio della notte: la luce che splende nelle tenebre.
E dunque questo silenzio non è vuoto. Diventa un luogo di incontro. Nel silenzio non siamo soli. Ma fatichiamo, perché la nostra mente è piena di cose. Come dice la Regola di Taizé: ‘Se sei disattento, rientra nella preghiera non appena ti accorgi della tua distrazione, senza per questo lamentarti’. Molti secoli fa, qualcuno pregava: ‘Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco’. Nel silenzio del nostro cuore, torneremo costantemente a cercare Dio?”
Da qui la necessità di cercare una giustizia nel mondo, ma camminando sulle orme di Gesù: “Gesù incarna il mondo della giustizia e delle giuste relazioni che i Vangeli chiamano il Regno di Dio. Ma si arrabbiò e rovesciò i tavoli dei venditori e dei cambiavalute nel Tempio per far posto a Dio. Gesù parlò con veemenza contro l’ipocrisia religiosa, ma fu anche capace di accogliere un capo religioso come Nicodemo.
Conosceva i farisei e accettò la loro ospitalità, ma condivise anche i pasti con persone escluse dalla società. Nutriva un amore incrollabile per le pecore perdute del suo popolo Israele, ma ammirò la fede di un ufficiale romano e guarì il suo bambino; e si lasciò sfidare dalla fede di una donna pagana incontrata durante un viaggio all’estero.
Assumendosi il rischio di stabilire relazioni con persone diverse, Gesù ha favorito la fiducia e ha incarnato il potere riconciliatore di Dio. Se sappiamo che la luce splende nelle tenebre e che, attraverso semplici gesti di bontà umana, l’amore di Dio può vincere, allora siamo liberi di agire”.



























