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Ad Assisi un convegno su ‘Sorella Morte’ vista da san Francesco di Assisi

“Le stelle che passarono sopra quel corpo scarno e consunto che giaceva rigido sul pavimento di pietra, per una volta in tutte le loro luminose rivoluzioni intorno a un mondo di umanità sofferente, guardando giù videro un uomo felice”: così si esprime G. K. Chesterton sul santo assisiate, nel libro ‘Francesco di Assisi’, che si era preparato a quel momento ed ebbe la forza di chiamarla ‘sorella morte’ quando ai più sembrava solo maledizione. Oggi, ad 800 anni dalla sua morte terrena, san Francesco ripropone tale sfida: che cosa pensiamo della morte? Come l’affrontiamo? Come ci prendiamo cura di chi sta per finire i suoi giorni? Interrogativi che trovano senso nell’ampio orizzonte con cui guardiamo alla vita.

Da questo paradosso fecondo trae linfa il convegno nazionale, ‘Per Francesco sorella è la morte. Una provocazione alla vita’, che si terrà a Santa Maria degli Angeli dal 19 al 22 marzo, patrocinato dall’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI, e si intreccerà con un’opera segno di valore civile: il progetto di un hospice pediatrico come testimonianza tangibile di una carità che si fa struttura e cura.

Il percorso riflessivo si snoderà attraverso quattro panel fondamentali: morte, infirmitate, tribulatione e cura, perché ‘siamo nati e non moriremo più’ con l’obiettivo di un messaggio di speranza che sappia abitare la ‘tribulatione’ con la forza della fraternità.

Al direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della Cei, don Massimo Angelelli, chiediamo di spiegarci per quale motivo san Francesco d’Assisi chiama ‘sorella’ la morte:

“San Francesco chiama sorella la morte, perché ha stabilito un rapporto con la vita terrena, ma soprattutto con la vita eterna, cioè con la seconda parte della nostra vita. Quindi per lui la morte non è la fine di qualcosa, in quanto è un punto di passaggio verso una vita migliore, che è la vita eterna. Questo significa che la morte non fa paura ed in qualche modo mi accompagna: quella di san Francesco è una visione di forte fede”.

Ma la morte può essere considerata ‘sorella’?

“Ci facciamo questa domanda in base a come consideriamo la vita. Se per noi le scelte che facciamo in questa terra sono ‘tutto’ ed esaudiscono la nostra esistenza, allora la morte non può essere ‘sorella’, perché essa sarebbe quell’evento che conclude la nostra esistenza terrena. La morte diventa sorella nel momento in cui consideriamo la nostra vita, quella che viviamo sulla terra, come prima parte di una vita che sarà ancora più bella dopo”.

E’ possibile non ‘morire’ più?

“E’ possibile per chi crede e per coloro che non abbassano lo sguardo soltanto sulla vita terrena, ma alzano lo sguardo anche verso la vita eterna. Quando moriamo viviamo un rito di passaggio da questa vita a quella successiva. Chi rimane nella vita terrena continua a perpetuare un ricordo che tiene in vita i propri corpi; invece la persona che ha effettuato il passaggio verso la vita eterna non morirà più perché la promessa fatta da Gesù a ciascuno di noi è quella di un posto nell’altra vita”.

Oggi, allora, quale narrazione della morte è necessaria?

“Oggi viviamo una specie di schizofrenia, perché da una parte neghiamo la sofferenza e la morte, come segnala il filosofo coreano Byung-Chul Han il quale afferma che abbiamo costruito una società senza dolore: quindi ci neghiamo l’esperienza del dolore e della morte. Dall’altra parte abbiamo un’esposizione mediatica continua della violenza, che ci disorienta completamente. Invece la narrazione, di cui abbiamo veramente bisogno oggi, è una narrazione reale, che ci dica che la morte appartiene ad un percorso di vita ed essa è un rito di passaggio verso la vita eterna; infine la sofferenza e la malattia non sono una disgrazia ed una condanna, ma un’espressione della fragilità dell’uomo. Quindi, in questo senso, accogliamo la nostra vita e quello che verrà dopo”.

In quale modo è possibile accompagnare verso la morte?

“Credo che chi vive una malattia od una sofferenza e va verso la fine della vita terrena, chiede davvero una cosa: di avere a fianco qualcuno, perché la condanna peggiore di chi sta morendo è la solitudine. La risposta a tale domanda è quella prossimità, che chiede anche il passo evangelico del ‘buon Samaritano’ per non abbandonare in questo passaggio chi sta per morire attraverso una vicinanza, che racconta di relazione”.

Quindi l’eutanasia è un pretesto per negare la morte?

“L’eutanasia è una condizione, per cui voglio dominare la mia esistenza: in qualche modo voglio decidere io quale sarà il momento della mia morte. Nel rispetto di chi vive una condizione di sofferenza e di chi non considera più sostenibile la propria vita, dobbiamo considerare che non c’è una padronanza dell’uomo sulla vita. È una forma di rispetto che va mantenuta.

Nel caso in cui la mia esistenza non fosse più compatibile in questa terra «desidero morire», perché per me non è più sopportabile questa esistenza. Noi non siamo nelle condizioni di sofferenti, quindi è molto difficile esprimere quale sia il pensiero ‘giusto’, perché non sono in quella condizione. Considero per mia scelta il rispetto della vita la dimensione fondamentale della società; quindi la cultura della morte non mi appartiene”.

(Tratto da Aci Stampa)

“Non è questione di eutanasia”: la testimonianza gioiosa di Xavi Argemí (1995-2025)

L’Autore del nuovo toccante libro Imparare a morire per vivere. Piccole cose che fanno la vita meravigliosa (Edizioni Ares, Milano 2025, pp. 104, euro 14) è Xavi Argemí (1995-2025), un giovane catalano che, a neanche trent’anni, il 22 aprile scorso, ci ha lasciato all’improvviso a causa della malattia degenerativa incurabile che, alla fine, l’ha costretto alla totale immobilità. Fino alla settimana prima della sua morte Xavi era intento a curare, grazie all’ausilio della tecnologia, l’edizione italiana del suo libro-testimonianza, già tradotto in diverse lingue, dopo la pubblicazione originale in catalano nel 2021 per i tipi della Editorial Grijalbo di Barcellona.

In 27 anni di malattia Argemí non ha pensato mai neanche per un istante che la sua vita prima su una sedia a rotelle e poi immobilizzato a letto, comunque del tutto dipendente dagli altri, potesse essere definita “indegna di essere vissuta”. Anzi, pur guardando la morte in faccia in ogni istante della sua esistenza, grazie all’amore e alla dedizione dei suoi cari – anzitutto la madre, il padre e le sorelle Elisabet e Mònica – e la Fede in Dio è riuscito sempre a mantenere una gioia e una voglia di vivere invidiabili anche per tanti giovani della sua generazione.

Queste sue esperienze e suoi sentimenti li ha descritti con la semplicità e la profondità che l’hanno contraddistinto nel diario-intervista che possiamo leggere nel libro. Uno scritto breve ma intenso che, oggi che lui è in Cielo, ha assunto il valore di una biografia e di un testamento spirituale, fonte di speranza e di riflessione per chiunque avrà l’opportunità di leggerlo.

«Troverete la mia biografia nelle pagine di questo libro – ha scritto in proposito -. In sintesi, si può dire che ho una vita abbastanza ordinaria, se non fosse che, quando ero bambino, mi è stata diagnosticata la distrofia muscolare di Duchenne. Qui spiego come convivo con essa».

Xavi era nato il 14 agosto 1995 a Sabadell, nella regione spagnola della Catalogna e, se fin dai tre anni la distrofia muscolare ne ha via via depotenziato il corpo, il suo spirito non ne è mai stato intaccato: questo giovane indomito e allegro ha cavalcato infatti ogni giorno con la voglia di vivere, di giocarsela e di comunicare, immerso nelle sue passioni e nella condivisione di bene con familiari e amici.

Con questo piglio si è laureato in Multimedia presso la UOC-Universitat Uberta di Catalunya (Università Aperta della Catalogna) e ha scritto questo diario, arricchito dalla Prefazione di don Vincent Nagle, un sacerdote statunitense della Fraternità dei Missionari di San Carlo Borromeo che ha vissuto molta della sua vita di uomo e di pastore accanto a malati gravi e terminali. Secondo don Nagle, la storia di Argemí «non è per nulla cupa, triste, pesante, tantomeno angosciante… è una storia luminosa raccontata con onestà e un’umanità libera, certa del valore della sua vita, della bontà della sua strada» (Prefazione, p. 7).

Xavi sapeva che la sua malattia era progressiva, e che cosa questo avrebbe nel tempo comportato… Insomma fin da giovanissimo è stato sempre consapevole di come la distrofia sarebbe andata a finire. Ma lo ha raccontato con straordinaria serenità e generosità. E non senza un pizzico di umorismo, ci invita anche adesso a essere ottimisti, allegri e a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Perché vale la pena vivere!, come sempre ha ripetuto a chiunque l’ha interrogato in merito. Anche in quel 19 novembre 2019, giorno memorabile in cui Xavi compare in televisione su TV3, il principale canale televisivo catalano. Da quell’esperienza è nato poi il libro.

Qualche giorno prima, infatti, la giornalista Bàrbara Sedó, reporter del programma Planta baixa (in italiano Piano terra), diretto dal regista, scrittore e presentatore televisivo Ricard Ustrell Garrido, era venuta a trovarlo insieme alla sua operatrice video, per registrare una lunga conversazione-intervista poi trasmessa nella televisione catalana. «Volevano parlare dell’ultima fase della vita – spiega Xavi –, ma senza il controverso dibattito sull’eutanasia sì o eutanasia no. Mi disse: “Voglio mostrare come comprendi e come desideri vivere questo momento.

L’accompagnamento. Le cure palliative. Il poter godere della vita che ti resta, come hai scritto nella lettera che hai inviato a La Vanguardia [quotidiano pubblicato a Barcellona la cui versione web è la più letta in tutta la Spagna]”. Si riferiva a una lettera che vi trascriverò in questo libro, ma più avanti, perché se la leggeste ora vi perdereste alcune cose che vorrei condividere. Bàrbara, fondamentalmente, mi fece una richiesta: “Vorrei fare una chiacchierata con te. Su come stai, come ti senti in questo momento della tua vita, quali paure hai e come vuoi affrontarle. Credo che la tua testimonianza possa essere molto autorevole. Uno della tua età che dice quello che pensa ha molto impatto sui media» (pp. 15-16).

Il motivo per cui Argemí decise di portare la sua testimonianza all’attenzione pubblica inviando la lettera al quotidiano La Vanguardia era il dibattito allora in corso sull’eutanasia, crimine che è stato poi legalizzato in Spagna due anni dopo (giugno 2021). Nella lettera, pubblicata nell’aprile 2019, scriveva tra l’altro: «Essere contro l’eutanasia non significa essere di destra, né essere a favore significa essere di sinistra. […] Questo tipo di visioni semplicistiche che si manifestano nell’opinione pubblica farebbero ridere se non fosse che possono avere conseguenze sinistre su di noi malati, per i quali non c’è speranza di guarigione. Io sono uno di questi malati. Ho la distrofia muscolare. Posso muovere il mouse del computer e digitare sul cellulare.

E nient’altro. Grazie alla UOC-Universitat Oberta de Catalunya posso continuare a seguire gli studi universitari a distanza. So che la malattia che ho è cronica, progressiva e incurabile. Perdo forza muscolare giorno dopo giorno. L’eutanasia è un trattamento per far sì che io muoia. E io dalla medicina mi aspetto un’altra cosa: un trattamento perché sto morendo. Cioè, è molto meglio investire in accompagnamento in questi momenti. Le cure palliative offrono una risposta migliore in tutti i sensi, sia per me sia per coloro che mi accompagnano. Offrono una visione migliore di ciò che ci aspettiamo: di poterci sentire ben accompagnati, senza dolore, al ritmo che la natura impone, godendo della vita che abbiamo ancora.

Ho la fortuna di poter godere dell’attenzione delle cure palliative, di fronte alle quali l’eutanasia appare come un’alternativa molto triste, come un paternalismo che ci soffoca» [X. Argemí Ballbè, No va d’eutanàsia (Non è questione di eutanasia), in La Vanguardia, 17 aprile 2019, testo tradotto in italiano e riprodotto alle pp. 45-46 del libro].

Chiude il libro Imparare a morire per vivere una significativa e allegra Appendice fotografica (pp. 91-102). Immortala Xavi intento a lavorare, leggere e a studiare, oltre che a giocare e a posare con la sua famiglia ed alcuni dei suoi amici. Da sola ci racconta della sua vita e della sua personalità più di mille parole…

Don Maurizio Chiodi: la vita riguarda tutti

Nel mese di agosto il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Vincenzo Paglia, ha consegnato a papa Francesco il ‘Piccolo lessico del fine-vita’, in cui si conferma la contrarietà al suicidio assistito ed all’eutanasia, ribadendo la difesa del diritto alla vita, soprattutto per i più deboli per una necessaria valutazione dei trattamenti non proporzionati; maggior cura dei malati; collaborazione tra Chiesa e politica sui temi del fine vita, chiarendo alcuni punti sulle tematiche etiche relative al dibattito sul fine vita: dall’eutanasia e il suicidio assistito, alle cure palliative e la cremazione.

Nell’introduzione al volume mons. Paglia ha scritto che questi temi riguardano tutti: “Quando sono in gioco la vita, la sofferenza e la morte non possono essere solo i singoli individui che se la debbono sbrigare privatamente, per conto proprio. E’ perciò un fatto positivo che tutta la comunità si senta coinvolta e chiamata a elaborare in modo condiviso il senso degli eventi più delicati dell’esistenza.

Non deve esserci dubbio che essi hanno profonda rilevanza per la comunità intera. Ma proprio per questa diffusione non è raro che i termini del dibattito risultino equivoci. Le stesse parole talora vengono utilizzate con significati diversi, anche perché non sono facili da maneggiare, con il risultato di rendere difficile intendersi non solo per la differenza delle posizioni ma anche per la complessità dei termini”.

Ed ha ribadito l’importanza della presenza testimoniale dei cattolici nella società: “Proprio nella cultura si apre il tema della presenza e della testimonianza dei credenti, in quanto anch’essi partecipano al dibattito pubblico, intellettuale, politico e giuridico. Il contributo dei cristiani si realizza all’interno delle differenti culture: non sopra (come se essi possedessero una verità data a priori) né sotto (come se fossero portatori di un’opinione senza impegno di testimonianza della giustizia condivisibile): soggettivamente rispettabile, ma pregiudizialmente parziale e dogmatica, dunque oggettivamente inaccettabile. Tra credenti e non credenti si stabilisce così una relazione di apprendimento reciproco”.

Al teologo morale, don Maurizio Chiodi, accademico della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), chiediamo di spiegare l’importanza di questo libro: “La sua importanza, mi pare, risiede anzitutto nel contesto: pur non essendo un testo magisteriale, è promosso dalla PAV e fa parte di una collana dell’editrice Vaticana; in quest’ottica va letta la densa introduzione di mons. Paglia, presidente della PAV. La ragione maggiore della sua importanza, però, è quella per la quale si raccomanda ogni libro: è un’opera pregevole per la qualità della riflessione, per le parole che dice e che non dice, per la lettura istruttiva anche per gli addetti ai lavori e accessibile a tutti”.

Per quale motivo le decisioni sulla vita riguardano tutti?

“La domanda dice bene il motivo per cui è stato scritto il ‘Piccolo lessico del fine-vita’. Il dibattito in Italia e talvolta anche nella Chiesa rischia di ridursi a polarizzazioni semplificatrici. Quanto più si grida e si attacca, tanto più si pretende di aver ragione. Così, però, ignoriamo le ragioni del dialogo e il dialogo delle ragioni. Il dialogo appartiene all’umano e va nel profondo, per accedere alla verità, nelle sue diverse articolazioni. In tal senso esso fa parte del cammino della Chiesa, che per la sua struttura è sinodale, secondo lo specifico di ciascuna componente, dal ministero dei pastori con il magistero corrispondente, al ‘sensus fidei fidelium’, al servizio della teologia. Dialogare non è rinunciare alle proprie idee e scelte, ma testimoniarle, parlando in modo che l’altro possa comprenderle e continuando ad ascoltare le sue ragioni”.

Perché la Chiesa ribadisce il proprio no ad eutanasia, suicidio assistito ed accanimento terapeutico?

“Il ‘Piccolo Lessico’ ha selezionato 22 voci, con 19 commenti effettivi. Pur essendo un ‘Lessico’, necessariamente frammentato, ogni articolo rimanda agli altri, componendo un mosaico di concetti e formulazioni legate tra loro, in un profilo unitario. Ad esempio, la voce eutanasia non si comprende senza riferirsi all’accanimento terapeutico (o ostinazione irragionevole), la medicina intensiva, la proporzionalità, l’autonomia, l’accompagnamento, la morte. Quest’ultimo tema è il cuore di tutto: gli è dedicata una voce che, con approccio multidisciplinare (comune a tutto il ‘Piccolo Lessico), non si limita al suo accertamento, ma suggerisce questioni teologiche, filosofiche, etiche e antropologiche di ampio respiro.

Su di essa, che è l’esperienza radicale di ‘essere sottratti a se stessi’, si innestano l’accanimento e il suicidio assistito. Il rifiuto dell’accanimento, insieme al no all’eutanasia (ed al suicidio assistito), sono la chiave per porsi dinanzi alla morte, con quella saggezza che per il cristiano è forma della fede e per chi non lo è rappresenta la virtù della vita buona. Il fare della tecnica appartiene all’agire responsabile che nella medicina diventa forma della cura della vita ‘fragile e mortale’, propria e altrui. Sotto tale profilo ritorna il tema della proporzionalità, che il ‘Piccolo Lessico’ mette bene in rilievo, come anche la proposta di DAT, che lo conclude”.

Quanto è importante sviluppare le cure palliative?

“Accompagnare, comunicare, custodire le relazioni, prendersi cura anche quando non si può guarire, senza provocare la morte e senza allontanarla indefinitamente: le cure palliative sono una forma esemplare della medicina scientifica e tecnologica che, guardandosi dal tecnicismo, custodisce il senso fondamentale della pratica medica”.

Con questo vademecum cambia qualcosa nella dottrina della Chiesa nei confronti della vita e della morte?

“La dottrina della Chiesa, nel suo insieme, non è un monolite fuori della storia. La verità della fede e la pratica che la custodisce esigono un ritorno continuo al vangelo e agli interlocutori ai quali si rivolge. Si tratta dunque di una verità storica, com’è evidente anche in etica. A volte sottolineature o sfumature possono aiutare a reinterpretare, prospettando vie nuove. A tal proposito, vorrei ricordare due temi del Piccolo Lessico, che han fatto molto discutere. Come rileva la voce ‘nutrizione ed idratazione artificiale’ (NIA), i testi del magistero, mentre considerano tali cure ‘dovute’ in senso generale, prevedono condizioni in cui ne sia possibile la sospensione.

Il Piccolo Lessico trae le conseguenze di tale valutazione, riconducendo la NIA al decisivo criterio della proporzionalità. L’altra questione riguarda il ‘suicidio assistito’. Già  la Dichiarazione ‘Iura et bona’ (1980), condannando l’eutanasia come omicidio, prevedeva situazioni in cui potesse non darsi responsabilità morale. Rimanendo in tale quadro etico, il Piccolo Lessico dice che si può pensare ad una mediazione giuridica che tenga conto del pluralismo della società democratica, certo riferendosi al dibattito italiano, locale, ma rilanciando la possibilità di ‘tradurlo’ in altri contesti culturali. A tal riguardo, l’Introduzione, senza sottodeterminare la legge giuridica, mette in guardia dalla sua sovradeterminazione e rilancia la questione radicale della cultura, umanistica e relazionale”.

Su questi temi quale contributo possono fornire i cattolici? 

I credenti non stanno né fuori né sotto né sopra, ma dentro la società e la cultura, chiamati a entrare nell’arena pubblica, anche nei suoi aspetti etici e antropologici, spesso dimenticati nei dibattiti giuridici e politici. Accogliendo pienamente la (buona) ‘laicità’ dello Stato, il ‘particolare’ dei credenti testimonia un bene che è di tutti e a tutti è destinato, sia offrendo ‘risorse di senso’ specifiche sia entrando nella logica dell’ ‘apprendimento reciproco’ che ci chiede di praticare l’ascolto ed il confronto con tutto ‘ciò che è virtù e merita lode’, come scrive san Paolo ai Filippesi”.

Anche in Emilia-Romagna braccio di ferro sul suicidio medicalmente assistito

“Nascere, vivere, morire: tre verbi che disegnano la traiettoria dell’esistenza. La persona li attraversa, forte della sua dignità che l’accompagna per tutta la vita: quando nasce, cresce, come quando invecchia e si ammala. Sperimenta forza e vulnerabilità, intimità e vita sociale, libertà e condizionamenti. Gli sviluppi della medicina e del benessere consentono oggi cure nuove e un significativo prolungamento dell’esistenza. Si profila così la necessità di modalità di accompagnamento e di assistenza permanente verso le persone anziane e ammalate, anche quando non c’è più la possibilità di guarigione, continuando e incrementando l’ampio orizzonte delle “cure”, cioè di forme di prossimità relazionale e mediche”.

Così inizia il giudizio della Conferenza episcopale dell’Emilia- Romagna sulle ‘Istruzioni tecnico-operative’ con le quali la giunta regionale aveva tracciato lo scorso 9 febbraio il percorso per ottenere il suicidio medicalmente assistito. Nella nota i vescovi hanno sottolineato che procurare la morte contrasta con il valore della vita:

“Alla base di questa esigenza ci sono il valore della vita umana, condizione per usufruire di ogni altro valore, che costruisce la storia e si apre al mistero che la abita, e la dignità della persona, in intrinseca relazione con gli altri e con il mondo che la circonda”.

Per questo il valore della vita impone la difesa delle persone fragili: “Il valore della vita umana si impone da sé in ogni sua fase, specialmente nella fragilità della vecchiaia e della malattia. Proprio lì la società è chiamata ad esprimersi al meglio, nel curare, nel sostenere le famiglie e chi è prossimo ai malati, nell’operare scelte di politiche sanitarie che salvaguardino le persone fragili e indifese, e attuando quanto già è normato circa le cure palliative. Impegno, questo, che qualifica come giusta e democratica la società. Procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito, contrasta radicalmente con il valore della persona, con le finalità dello Stato e con la stessa professione medica”,

Per i vescovi dell’Emilia-Romagna la proposta del ‘suicidio medicalmente assistito’ è sconcertante, proponendo un loro contributo: “Esprimiamo con chiarezza la nostra preoccupazione e il nostro netto rifiuto verso questa scelta di eutanasia, ben consapevoli delle dolorose condizioni delle persone ammalate e sofferenti e di quanti sono loro legati da sincero affetto.

Ma la soluzione non è l’eutanasia, quanto la premurosa vicinanza, la continuazione delle cure ordinarie e proporzionate, la palliazione, e ogni altra cosa che non procuri abbandono, senso di inutilità o di peso a quanti soffrono”.

Tali ragioni possono trovarsi nell’umanità del cristianesimo, che si fonda sulla vita: “Tale prossimità e le ragioni che la generano hanno radici nell’umanità condivisa, nel valore unico della vita, nella dignità della persona, e trovano sorgente, luce e forza ulteriore in Gesù di Nazareth che, proprio sulla Croce, nella fase terminale della esistenza, ci ha redenti e ci ha donato sua madre, scambiando con Lei, con il discepolo amato e con chi condivideva la pena, parole e un testamento di vita unico, irrinunciabile, non dissimili a quelle confidenze che tanti cari ci hanno lasciato sul letto di morte”.

A tale giudizio il governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, è disponibile ad ogni approfondimento, affermando che “le sentenze della Corte Costituzionale si applicano, come prescrive la Costituzione italiana. Possono certamente essere discusse e non condivise, ma non disattese, in ossequio al principio di legalità.

Come noto, la Corte Costituzionale si è pronunciata per colmare un vuoto sulla materia prodotto dall’inerzia prolungata del Parlamento. E lo ha fatto, ancora una volta, chiedendo alle Camere di legiferare, di discutere e approvare una legge nazionale. E questo è anche il mio auspicio”.

Nel frattempo la regione ha disposto  le modalità di accesso all’istituto del suicidio medicalmente assistito: “E lo ha fatto perché ciò è dovuto in uno Stato di diritto, scongiurando viceversa quanto altrove già accaduto e ancora rischia di accadere: che un paziente, peraltro in condizioni drammatiche, debba ricorrere al giudice ordinario per vedersi riconosciuto quello che, va ribadito, è un diritto ora sancito dalla Corte costituzionale. Sono certo che sul principio di legalità anche la Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna non possa che convenire”.

Giornata  nazionale per la vita: i vescovi invitano a tutelarla contro i soprusi

Sono tante le vite che le società negano, alle quali viene impedita l’esistenza o viene strappata la dignità ad altri concessa, con cui la CEI apre il messaggio per la 46^ Giornata nazionale per la Vita, che si celebra oggi, intitolata ‘La forza della vita ci sorprende. Quale vantaggio c’è che l’uomo guadagni il mondo intero e perda la sua vita?’, elencando tutte le vite il cui valore non è riconosciuto:

A Trieste il suicidio assistito

Lo scorso 28 novembre è morta nella sua abitazione di Trieste la prima persona ad aver avuto accesso in Italia al suicidio assistito con la completa assistenza del Servizio sanitario nazionale: ‘Anna’, nome di fantasia della 55enne, si è spenta a seguito dell’autosomministrazione di un farmaco letale: come reso noto dall’associazione Luca Coscioni, la donna affetta da sclerosi multipla secondariamente progressiva aveva fatto richiesta affinchè venisse attuata la procedura prevista dalla Corte costituzionale con la sentenza ‘Cappato-Antoniani’ con l’assistenza diretta del SSN.

I vescovi del Triveneto contro l’eutanasia

Svolta nel dibattito sul suicidio medicalmente assistito in Italia: nelle scorse settimane l’Azienda Sanitaria Regionale del Veneto ha dato il via libera senza ostacoli ad una richiesta di ‘fine vita’. Questa è la seconda volta che tale decisione viene presa nella regione, aprendo la strada a un’opzione di scelta per i pazienti che soffrono di gravi malattie terminali.

Papa Francesco: non si scherza su migrazione ed eutanasia

Concluso il viaggio apostolico a Marsiglia papa Francesco si è recato alla basilica di santa Maria Maggiore per pregare la Madre di Dio, come è stato riferito dalla sala stampa della Santa Sede: “Questa sera, di ritorno da Marsiglia, come di consueto al termine di ogni viaggio apostolico, Papa Francesco ha raggiunto la Basilica di Santa Maria Maggiore, dove ha sostato in preghiera davanti all’icona della Vergine Salus populi romani”.

Papa Francesco agli operatori sanitari: attenzione ad un’eutanasia ‘progressiva’

Papa Francesco, stamane, ricevendo in udienza i membri dell’Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari (ARIS), ha invitato a mettere al centro dell’attenzione la cura dell’anziano, perché specialmente nella sanità la ‘cultura dello scarto’ ha pesanti conseguenze, paragonando le strutture sanitarie di ispirazione cristiana, “alla locanda del buon samaritano, dove i malati possono ricevere ‘l’olio della consolazione e il vino della speranza’. Esprimo il mio apprezzamento per il bene compiuto in tanti istituti a carattere sanitario presenti in Italia e incoraggio a portarli avanti con la perseveranza e la fantasia della carità, proprie di molti fondatori che ad essi hanno dato vita”.

Giornata della Vita: la cultura della morte non è la soluzione

E’ incentrato sulla diffusione di una cultura della morte il messaggio dei vescovi italiani per la 45^ Giornata della Vita, che si celebra oggi nelle diocesi, affrontando il tema ‘La morte non è mai una soluzione. Dio ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte’, tratto da un passo del libro della Sapienza.

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