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San Giovanni Paolo II: un papa nella storia
Karol Józef Wojtyła nacque il 18 maggio 1920 a Wadowice, cittadina polacca situata a 48 km a sud-ovest di Cracovia. Era il terzo figlio di Emilia, nata Kaczorowska (1884-1929), e di Karol Wojtyła senior (1879-1941). Essendo un ex ufficiale dell’esercito austro-ungarico, egli volle dare al terzogenito il nome dell’ultimo imperatore asburgico, Carlo I ma, durante la giovinezza, venne chiamato da amici e familiari ‘Lolek’. Karol subì varie perdite tra cui la madre nel 1929. Quando Karol, che aveva nove anni, seppe della notizia, disse: ‘Era la volontà di Dio’.
Dopo questo evento, suo padre, uomo molto religioso, si impegnò per fare studiare il figlio Karol, il quale visse la sua gioventù in stretto contatto anche con l’allora numerosa comunità ebraica di Wadowice. Nell’estate del 1938, Karol e il padre, da Wadowice si trasferirono a Cracovia. Qui il giovane si iscrisse all’Università Jagellonica nel semestre autunnale. Nel suo primo anno, non si limitò a studiare filologia, lingua e letteratura polacca, ma prese anche lezioni private di francese.
Lavorò come bibliotecario volontario e fece l’addestramento militare obbligatorio nella legione accademica. Alla fine dell’anno accademico 1938-1939, impersonò il ruolo di Sagittarius nell’opera fiabesca ‘The Moonlight Cavalier’, prodotta da una compagnia teatrale sperimentale e studiò varie lingue, così da conoscerne e parlarne undici: polacco, slovacco, russo, italiano, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, ucraino, inglese, latino ecclesiastico ed esperanto.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Karol e suo padre fuggirono da Cracovia verso est, come migliaia di altri polacchi. Durante la fuga, a volte, si nascosero nei fossi per sfuggire alla Luftwaffe. Dopo avere camminato per duecento chilometri, a causa dell’invasione sovietica della Polonia, furono costretti a tornare a Cracovia.
Nel novembre seguente, 184 accademici dell’Università Jagellonica furono arrestati e l’Università chiusa. Tutti i maschi abili furono costretti a lavorare. Nel primo anno di guerra Karol lavorò come fattorino per un ristorante. Questo lavoro gli permise di continuare gli studi, la carriera teatrale e atti di resistenza culturale. Intensificò anche lo studio del francese.
Anche grazie al sostegno della sua insegnante di francese, dall’autunno del 1940, Karol iniziò a lavorare nelle cave di pietra della Solvay. Questo lo risparmiò dal lavoro forzato in Germania. L’azienda, infatti, produceva soda caustica, particolarmente importante nel periodo bellico. Il lavoro presso la Solvay durò fino al 1944, nel frattempo, il padre morì nel 1941. Nel 1942, Karol entrò nel seminario clandestino diretto dall’arcivescovo di Cracovia Sapieha. Il 29 febbraio 1944, tornando a casa dal lavoro alla cava, fu investito da un camion tedesco, perse coscienza e passò due settimane in ospedale, riportando un trauma cranico acuto, numerose escoriazioni e una ferita alla spalla. Secondo la biografia del papa, scritta da George Weigel, essere sopravvissuto a questo, confermò a Wojtyła la propria vocazione religiosa.
Nel 1944, dopo la rivolta di Varsavia, il 6 agosto la Gestapo rastrellò Cracovia, deportando i giovani maschi per evitare una simile ribellione. Quando la Gestapo perquisì la casa di Wojtyła, egli riuscì a scampare alla deportazione nascondendosi dietro una porta. Si rifugiò nel Palazzo vescovile, dove rimase fino alla fine della guerra. Quando i tedeschi lasciarono la città, i seminaristi restaurarono il vecchio seminario.
Karol Wojtyła venne ordinato presbitero il 1º novembre 1946 dall’arcivescovo di Cracovia, poi si trasferì a Roma per continuare gli studi teologici presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino. Nella tesi di dottorato, che aveva per tema la dottrina della fede in San Giovanni della Croce, Wojtyła si concentrò sulla natura personale dell’incontro tra l’uomo e Dio.
Nel 1948, la sua prima missione pastorale fu nel paesino di Niegowić, a venticinque chilometri da Cracovia. Nel 1949, fu trasferito nella parrocchia di San Floriano a Cracovia. Insegnò etica all’Università Jagellonica e, poi, all’Università Cattolica di Lublino.
A Cracovia si distinse per la sua attività di opposizione al regime comunista. In particolare, fece pubblicare a puntate nel suo giornale diocesano alcuni libri usciti all’epoca e colpiti dalla censura comunista. Tra questi Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori e Lettera a un bambino mai nato della scrittrice fiorentina Oriana Fallaci. Nel 1958, fu nominato vescovo titolare di Ombi e ausiliare di Cracovia, e quattro anni dopo assunse la guida dell’arcidiocesi come vicario capitolare. Il 13 gennaio 1964, papa Paolo VI lo nominò arcivescovo di Cracovia.
Wojtyła partecipò al Concilio Vaticano II, contribuendo ai documenti per la stesura della Dignitatis Humanae e della Gaudium et Spes, due dei documenti storici più importanti e influenti prodotti dal concilio intervenendo saggiamente in vari schemi preparatori. Poi partecipò alla Pontificia commissione per il controllo della popolazione e delle nascite.
Il 26 giugno 1967 fu nominato cardinale di San Cesareo in Palatio da papa Paolo VI. Nell’agosto del 1978, dopo la morte di Paolo VI, partecipò al conclave che si concluse con l’elezione di Albino Luciani, ( papà Giovanni Paolo I), il patriarca di Venezia, il quale fu papa per soli 33 giorni. In ottobre, Wojtyła fece ritorno in Vaticano per il nuovo conclave.
Dopo 455 anni dalla nomina di papa Adriano VI, eletto nel 1522, il quale era olandese, fu chiamato a capo delia Chiesa un papa straniero. Nonostante i favoriti fossero Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, e Giovanni Benelli, arcivescovo di Tusuros (Senegal) Wojtyła, venne eletto all’ottavo scrutinio, con grande stupore di tutto il mondo.
Alle 18:18 del 16 ottobre 1978 dal comignolo della Sistina si levò la fumata bianca. Poco meno di mezz’ora dopo, alle 18:45, il cardinale protodiacono Pericle Felici annunciò l’avvenuta elezione. Pare che Wojtyła volesse scegliere come nome pontificale Stanislao, in onore del santo patrono della Polonia. Non essendo però un nome che rientrava nella tradizione romana, il papa scelse di chiamarsi Giovanni Paolo II, per ricordare il predecessore. Pare che Papa Luciani avesse detto di volersi chiamare Giovanni Paolo I perché certo che sarebbe venuto un Giovanni Paolo II.
Quando si presentò alla folla, contrariamente a quanto previsto dal cerimoniale, decise di rivolgere un discorso di saluto, definendosi «un nuovo vescovo di Roma […] chiamato da un paese lontano» e catturando la simpatia degli italiani dicendo: «se mi sbaglio mi corrigerete!».
Nell’ Omelia per la messa di inizio del pontificato, il papà disse: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!»
Egli continuò a rinnovare le celebrazioni e ad avvicinarsi alla gente facendo a meno di parte della simbologia e del cerimoniale tradizionale al fine di rendere il suo pontificato meno simile a un vero e proprio regno. Decise anche di non usare il plurale maiestatis, riferendosi a sé stesso con ‘Io’ e non con i ‘Noi’. Celebrò una semplice messa al posto della tradizionale cerimonia di incoronazione papale. Il suo stemma, come quello dei predecessori, fu sormontato dal triregno un copricapo extra-liturgico adottato dai papi, sia negli stemmi sia nelle apparizioni pubbliche, visto spesso come un simbolo di potere terreno e di ricchezza, ma egli disse:
“Il Papa Giovanni Paolo I, il cui ricordo è così vivo nei nostri cuori, non ha voluto il triregno e oggi non lo vuole il suo successore. Non è il tempo, infatti, di tornare ad un rito e a quello che, forse ingiustamente, è stato considerato come simbolo del potere temporale dei Papi”.
Così egli utilizzò la mitra. Il papa volle iniziare il suo pontificato rendendo omaggio ai due patroni d’Italia, visitando Assisi, per venerare san Francesco e la basilica di Santa Maria sopra Minerva in Roma, per venerare la tomba di santa Caterina da Siena. Il suo pontificato fu caratterizzato da un’intensa attività pastorale in tutto il mondo, operando per la pace, il miglioramento delle relazioni con le altre religioni, in primo luogo con anglicani e ortodossi. Riconobbe ufficialmente lo Stato di Israele e chiese perdono per le mancanze e i peccati dei cristiani verso i ‘fratelli maggiori’ nel corso dei secoli.
Cosi e Repossi raccontano Oskar Schindler per non dimenticare la Shoah
‘Chi salva una vita salva il mondo intero’: è questa l’incisione in ebraico sull’anello d’oro che gli ‘Schindlerjuden’ regalarono a Oskar Schindler il 2 maggio 1962, a Tel Aviv, al termine di un banchetto in suo onore. Sono trascorsi più di 50 anni da quando Israele lo invitò a piantare un albero nel ‘Giardino dei Giusti’ dello Yad Vashem, ma la vicenda e la personalità di questo imprenditore, passato alla storia per aver salvato più di 1000 ebrei dai campi di concentramento, continuano a essere oggetto di dibattito.
Estroverso, carismatico, amante della bella vita, spia per convenienza (fu reclutato dall’Abwehr, il servizio segreto militare tedesco), nazista, salvatore di ebrei ed imprenditore di successo nella Polonia occupata (inaugurato a tempo di record il suo stabilimento: trasferitosi a Cracovia il 17 ottobre 1939, in meno di un mese riesce a farsi approvare la richiesta di locazione della Rekord): tutto questo è stato l’uomo al centro di ‘Oskar Schindler – Vita del nazista che salvò gli ebrei’ di Francesca Cosi e Alessandra Repossi:
“La sua tomba a Gerusalemme (in un cimiterino abbarbicato su un fianco del monte Sion, appena fuori dalla Città Vecchia) è ricoperta infatti dai sassolini lasciati, secondo il rituale ebraico, dai tanti che continuano a rendergli omaggio, mentre la sua fabbrica a Cracovia è stata trasformata nel Museo cittadino dell’occupazione (sono 45 sale che raccontano gli anni dal 1939 al 1945). Eppure l’enigma Schindler resta”.
Del ritratto di Cosi e Repossi (che va dall’infanzia ai successi economici, dalle relazioni politiche al rapporto con la moglie Emilie e ai continui tradimenti che le inflisse) sono molto interessanti le ‘liste’ originali degli ebrei da salvare, con il pretesto di assumerli come manodopera per la fabbrica. Pubblicate per concessione del Museo statale di Auschwitz-Birkenau, dimostrano infatti che non ci fu un’unica lista, come invece racconta il film di Spielberg, ma diverse liste.
Significativa è anche la parte del libro che racconta cosa accadde dopo la guerra e dopo il 1974, anno della morte di Oskar Schindler, con la ribalta del film e l’elevarsi della voce della vedova, arrivando fino al ritrovamento di una misteriosa valigia che, su un cartellino, portava il nome dell’uomo: “Fu aperta solo dopo diversi anni, ma del suo contenuto non si è mai scritto in Italia. Si è comunque aggiunto materiale biografico utile a una più precisa messa a fuoco di chi fu veramente Schindler, l’uomo”, scrivono le autrici, che studiano da tempo la Shoah nei suoi aspetti (dalla storia, alle testimonianze, ai luoghi) ed hanno visitato i principali campi di sterminio in Austria, Germania, Polonia e Italia.
Da queste visite è scaturita nel 2015 una mostra didattica rivolta alle scuole e realizzata con la consulenza dello storico Bruno Segre, dalla quale nel 2018 hanno tratto il libro ‘Shoah. Conoscere per non dimenticare’ (TS Edizioni).
Dalle autrici ci facciamo spiegare il motivo per cui hanno dedicato un libro ad Oskar Schindler:“Questo libro nasce principalmente da una necessità: nel 2024 ricorrevano i 50 anni dalla scomparsa di Schindler e in Italia mancava ancora una biografia completa a lui dedicata. La casa editrice TS Edizioni ha scoperto questa lacuna e ci ha proposto di colmarla scrivendo quest’opera.
Abbiamo accolto molto volentieri questo invito, perché la figura di Schindler ci ha sempre affascinato e questa opportunità ci avrebbe consentito di approfondirne la conoscenza. Inoltre il nostro lavoro sulla Shoah, a cui negli anni abbiamo dedicato un altro libro, una mostra didattica per le scuole, una mostra fotografica e diverse traduzioni di testi letterari e saggistici, ci ha particolarmente motivato ad affrontare questa nuova sfida”.
Quale fu il motivo per cui un ‘nazista’ decise di salvare gli ebrei?
“Schindler era un uomo dalle mille contraddizioni che probabilmente aderì al nazismo non tanto per convinzioni ideologiche, quanto per convenienza: in quel periodo storico quello era il partito al potere, e far parte delle cerchie naziste poteva dare a un aspirante industriale come lui molti vantaggi, prima di tutto economici. Fu così che Schindler prese la tessera del partito nel 1938-39 e riuscì ad aprire la sua fabbrica, l’Emalia, nella Polonia occupata.
Lì scoprì che, se si avvaleva di manodopera ebraica, per ogni operaio che assumeva doveva pagare al Reich al giorno meno di quanto doveva pagasse gli operai polacchi all’ora, e questo lo spinse a prendere con sé, nel tempo, oltre 1000 ebrei. Poi però nel 1942 assistette alle violentissime deportazioni dal ghetto di Cracovia, che sorgeva vicino alla sua fabbrica, e che culminarono all’inizio del 1943 con la liquidazione del ghetto e dei suoi abitanti. Fu in quella fase che avvenne in lui il cambiamento: da allora si impegnò per salvare gli ebrei giorno dopo giorno, sfidando continuamente i nazisti a rischio della propria vita”.
Per quale motivo avete voluto visitare la sua tomba?
“Due anni fa abbiamo fatto un lungo viaggio in Terra Santa e poi altri a Cracovia e in Repubblica Ceca per seguire le tracce di Schindler. Sono tutti luoghi in cui ancora oggi si possono ritrovare segni del suo passato. La visita alla tomba di Schindler a Gerusalemme, che abbiamo descritto all’inizio del libro, è stata per noi un’esperienza particolarmente intensa.
E’ situata in un piccolo cimitero arroccato sul fianco del monte Sion, fuori dalla Città Vecchia, e si riconosce perché è ricoperta da tante pietruzze. Vengono lasciate da chi ancora oggi si reca a rendergli omaggio, seguendo l’usanza ebraica di deporre una pietra sulla tomba in segno di rispetto e memoria. Anche noi abbiamo voluto lasciare una traccia del nostro passaggio e rendere omaggio a quest’uomo così eroico”.
A 50 anni dalla sua morte quale memoria resta di Schindler?
“Tutti conoscono Oskar grazie al film ‘Schindler’s List’ di Steven Spielberg, che ha avuto il grande merito di diffondere nel mondo intero le gesta di quest’uomo; tuttavia, per esigenze di resa cinematografica e di sintesi, nel film la sua vicenda è stata semplificata e in certi casi stravolta, per questo ci sembrava necessaria una biografia che ne restituisse l’immagine a tutto tondo.
Per noi Schindler rappresenta un esempio proprio perché la sua figura è fatta di contrasti: era tutt’altro che un santo, anzi, aveva molti lati discutibili. Eppure ha compiuto un’impresa straordinaria, salvando oltre 1100 persone perseguitate che, senza il suo intervento, sarebbero finite nei campi di sterminio. Questo dimostra che ognuno di noi, con i propri pregi e difetti, può fare del bene: non serve essere perfetti o irreprensibili per agire in modo positivo. Che si tratti di un gesto straordinario, come quello compiuto da lui, o di qualcosa di piccolo, il bene è alla portata di tutti e rappresenta, a nostro avviso, l’unica vera risposta alla violenza che possiamo vedere intorno a noi”.
Quale significato riveste il riconoscimento di ‘giusti tra le nazioni’?
“E’ un riconoscimento che viene concesso dallo Yad Vashem di Gerusalemme ai non ebrei che durante la Shoah hanno messo a rischio la loro vita per salvare gli ebrei. Oskar Avrebbe dovuto riceverlo nel 1963, ma a causa di alcune polemiche uscite sulla stampa, la sua figura non sembrava così limpida; fu invitato a piantare un albero nel giardino dei Giusti, ma non ottenne il riconoscimento. Questo gli fu poi concesso postumo nel 1993, insieme alla moglie Emilie che lo aveva aiutato nel salvataggio degli ebrei”.
Oggi si conosce veramente la Shoah?
“La nostra esperienza ci dice che, per quanto la Shoah sembri una tragedia lontanissima nel tempo e quindi dimenticata, in realtà sono proprio i ragazzi nelle scuole che la studiano di più. Abbiamo incontrato diversi docenti e istituzioni che organizzano regolarmente cicli di letture, lezioni, tavole rotonde con chi, come noi, studia l’argomento da tempo. Ma intanto il tempo scorre e l’oblio è sempre in agguato. Il nostro impegno è quello di proporre a cadenza regolare pubblicazioni o lavori di altro genere sulla Shoah per mantenerne sempre viva la memoria”.
(Tratto da Aci Stampa)
Associazione.’ Bambino Gesù’ del Cairo: Il Giorno della Memoria inno alla dignità umana
Il giorno della memoria rischia di essere contaminato ed inficiato da erronee interpretazioni da parte di coloro che ritengono che la Palestina sia vittima della violenza di Israele, dimenticando che, a sua volta, Israele è vittima del fondamentalismo e che entrambi i popoli sono vittime dello stessa ingiustizia che vuole renderli popoli avversari. Non si può offuscare il ricordo dell’olocausto subito dagli ebrei, sterminati dai nazisti, ponendo in luce che la Palestina attualmente sia vittima dello stesso odio da parte di Israele.
Il ricordo dell’olocausto deve essere scevro da confronti assurdi con i fatti bellici che coinvolgono, nel contempo, Israele e la Palestina, entrambe vittime del fondamentalismo più bieco. L’olocausto è stato il più tragico evento dell’umanità che ha visto lo sterminio di uomini, donne e bambini innocenti, colpevoli solo di essere ebrei.
La storia testimonia tale barbarie, non molto lontana, in quanto perpetrata nel secolo scorso, conclusosi solo pochi decenni orsono. Spiace osservare il tentativo di umiliare, ancora una volta, il popolo ebreo. Basta leggere i libri di storia per comprendere la realtà dei fatti. Quanta confusione si sta creando con l’intento di dar corso ad un nuovo olocausto nei confronti del popolo ebreo.
Forse con l’intento di sterminare il popolo ebreo definitivamente? Ci chiediamo cosa si nasconda dietro l’offuscamento della verità relativamente al conflitto che attualmente vede coinvolti due popoli vicini, la Palestina e Israele. E’ con un profondo senso di smarrimento che oggi affrontiamo il tragico evento della shoah, dello sterminio del popolo ebreo, proprio in quanto constatiamo amaramente che la lezione che tale dramma ha lasciato all’umanità sembra minacciata da una grave menzogna che vuole deturpare la realtà storica di un fatto che crea sgomento al solo ricordo.
Forse stiamo assistendo ad una nuova ondata di razzismo e di nazismo? Nell’epoca storica attuale, così confusa dall’imperante superficialità, che confonde il bene con il male, il valore dell’essere umano rischia di essere sommerso dalla menzogna, dalla negazione della verità, dal torpore della coscienza umana? Sicuramente no, in quanto le donne e gli uomini di buona volontà sapranno contrapporsi, con la forza della loro fede nel valore della dignità umana, a quelle minoranze che fomentano ancora la violenza più spietata.
Certamente sapremo inneggiare al valore della democrazia ogni giorno, dimostrando a chi dipinge provocatoriamente svastiche sui muri che non ha compreso cosa significhi il valore della vita degli altri e neanche della propria vita, in quanto pervaso dal sentimento dell’odio che offusca la mente.
Sapremo diffondere la pedagogia dell’Amore, della Fraternità, della Pace, in tutti i modi, in tutti i luoghi, in ogni scuola, in ogni Chiesa. E, soprattutto, sapremo essere testimonianza, nel quotidiano, di amore verso l’altro, di rispetto e di tolleranza.
Riteniamo che questa sia l’unica via per scongiurare il razzismo e la morte della coscienza dell’essere umano. Sapremo dimostrare quotidianamente all’essere umano che è un Uomo e non un mostro. Il ritorno del mito del superuomo sembra volersi affermare. Con la violenza si vuole dimostrare il proprio desiderio di potenza, che nessuno deve porre in discussione, pena la morte.
E’ il mito del superuomo che alcuni nutrono nel proprio animo a determinare quei gesti efferati di violenza e quell’ intolleranza che genera le guerre fratricide. Tale mito è alimentato dall’essere la società civile una società che pone al centro il denaro, il possesso e che aspira a tacitare i valori umani, unici valori che consentono ad ognuno di essere capace di autocoscienza rispetto agli effetti delle proprie azioni, se esse sono lesive o benevoli nei confronti degli altri. E’ forse tardi per riprendere in mano le sorti morali dell’essere umano?
No, certamente! Lo dimostrano tanti giovani che manifestano per un mondo migliore, i quali certamente, ogni giorno, sono testimoni autentici del ‘Giorno della Memoria’.
Desidero sottolineare l’importanza dell’impegno a cui esorta il Documento sulla ‘Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune’, firmato nel 2019, a Abu Dhabi, da papa Francesco che rappresenta la Chiesa Cattolica e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb che rappresenta i musulmani sunniti d’Oriente e di Occidente.
Il suddetto Documento è foriero del dialogo interreligioso, che si prefigge la finalità autentica di essere una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, fondata sulla profonda comprensione della verità suprema che tutti gli esseri umani sono fratelli e che, per tale ragione, devono attingere ai valori del dialogo e della tolleranza, dai quali si genera la pace e, nel contempo, l’emancipazione umana a livello universale, al di là delle barriere religiose, delle barriere ideologiche e delle atroci barriere del razzismo.
Non vi è dubbio che, aderendo ai principi del Documento sulla ‘Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune’, si potrà realizzare la Pace e quel benessere materiale che tutti ingloba in quanto sorretto dal piano spirituale della vita, che conduce certamente oltre il razzismo e l’odio, che ancora affliggono amaramente l’umanità, lasciandola nell’ arretratezza e nella miseria morale, che è la più atroce forma di povertà, come il razzismo contro gli Ebrei ha dimostrato, che noi non solo condanniamo, ma, ogni giorno, combattiamo diffondendo la pedagogia dell’Amore.
27 gennaio: per non dimenticare la memoria
“Sabato prossimo, 27 gennaio, si celebra la Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Il ricordo e la condanna di quell’orribile sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi, avvenuto nella prima metà del secolo scorso, aiuti tutti a non dimenticare che le logiche dell’odio e della violenza non si possono mai giustificare, perché negano la nostra stessa umanità”: al termine dell’udienza generale di mercoledì scorso papa Francesco ha ricordato che oggi si commemora la Giornata della memoria, invitando a non dimenticare ed a non giustificare la violenza contro l’umanità.
Le ‘carte’ di Pio XII, la lettera su Auschwitz e Dachau
‘Le ‘carte’ di Pio XII oltre il mito. Eugenio Pacelli nelle sue carte personali. Cenni storici e inventario’, è il titolo del volume di Giovanni Coco, che contiene un documento inedito sui campi di sterminio: si tratta di una lettera del 14 dicembre 1942, inviata dal gesuita tedesco, p. Lothar Konig al confratello, p. Robert Leiber, segretario personale di papa Pio XII, che contiene una statistica sui sacerdoti detenuti in campi di concentramento, e menziona i lager di Auschwitz e di Dachau, accennando al tragico destino degli ebrei.
Diocesi di Piacenza: don Beotti beato per l’accoglienza agli ebrei
Nell’ultimo sabato di settembre nel duomo di Piacenza, il prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, card. Marcello Semeraro, nell’omelia per la beatificazione del religioso ucciso dai nazisti nel 1944, ha sottolineato l’esempio luminoso di colui che, così come gli Ulma, ospitò e aiutò ‘chi era maltrattato quasi fosse suo compagno di patimenti’.
Ricordare perché dimentichiamo spesso
Oggi si ricorda la liberazione di Auschwitz da parte della 60° Armata dell’Esercito sovietico e ritorna alla mente quello che ha scritto Primo Levi ne ‘La tregua’: “La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles e io i primi a scorgerla (…. ) Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide”.
Dialogo tra cattolici ed ebrei: Dio realizza la promessa
La Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei a Roma si svolge oggi nel Museo Ebraico all’interno del Tempio Maggiore in un dialogo tra il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, rav Riccardo Di Segni, e il card. José Tolentino de Mendonça, archivista e bibliotecario della Santa Sede.
Maria Peri racconta Maria Marchesi, moglie del beato Odoardo Focherini
“A volte forse sembrerà che il cuore non possa reggere a tanta pena, ma il Signore certo è con noi anche quando più ci chiede e più ci prova, anzi allora ancora di più”: così scriveva Maria Marchesi in una delle molte lettere al marito, il beato Odoardo Focherini, che la nipote, prof.ssa Maria Peri, ha raccolto nel libro ‘Maria Marchesi. E fummo una nelle braccia dell’altro’: “Ricordo mia nonna anziana e malata. Volevo riscoprirla, capire di chi si era innamorata”.
Giorno della Memoria: mai dimenticare
Il 27 gennaio di ogni anno si celebra in tutto il mondo il Giorno della Memoria: il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono ad Auschwitz svelando al mondo l’orrore del campo di concentramento, uno dei luoghi del genocidio nazista, liberandone i pochi superstiti.
Non c’è modo più efficace che ricordare quell’orrore, e farlo conoscere alle nuove generazioni, con il racconto di chi l’ha vissuto, come Liliana Segre, che al termine dello scorso anno ha raccontato ai ragazzi la sua deportazione nel campo di concentramento: “Dai vagoni piombati saliva un coro di urla, di richiami, di implorazioni: nessuno ascoltava. Il treno ripartì. Il vagone era fetido e freddo, odore di urina, visi grigi, gambe anchilosate; non avevamo spazio per muoverci. I pianti si acquietavano in una disperazione assoluta”.
Un minuzioso racconto del suo viaggio: “Io non avevo né fame, né sete. Mi prese una specie di inedia allucinata come quando si ha la febbre alta; quando riuscivo a riflettere pensavo che forse, senza di me, Papà avrebbe potuto scappare da San Vittore, saltare quel muro come aveva proposto un altro internato, Peppino Levi, o forse no. Mi stringevo a Lui, che era distrutto, pallido, gli occhi cerchiati di rosso di chi non dorme da giorni. Mi esortava a mangiare qualcosa, aveva ancora per me una scaglia di cioccolato; la mettevo in bocca per fargli piacere, ma non riuscivo a inghiottire nulla”.
Un racconto in treno: “Nel centro del vagone si formò un gruppo di preghiera: alcuni uomini pii, fra i quali ricordo il signor Silvera, si dondolarono a lungo recitando i Salmi; mi sembrava che non finissero mai: erano i più fortunati. Le ore passavano, così le notti e i giorni, in un’abulia totale: era difficile calcolare il tempo. Pochissimi avevano ancora un orologio e anche quei pochi privilegiati non lo guardavano più. Ogni tanto vedevo qualcuno alzarsi a fatica per cercare di capire dove fossimo, guardando dalle grate, schermate con stracci per riparare dal gelo quel carico umano. Si vedeva un paesaggio immerso nella neve, si vedevano casette civettuole, camini fumanti, campanili”.
Ed alla fine la scoperta della destinazione: “Anch’io e il mio Papà scendemmo e vedemmo per la prima volta, scritto con il gesso sul vagone: ‘Auschwitz bei Katowice’. Capimmo che quella era la nostra meta. Il treno ripartì quasi subito e la notizia della nostra destinazione gettò tutti in una muta disperazione. Fu silenzio in quel vagone in quegli ultimi giorni.
Nessuno più piangeva, né si lamentava. Ognuno taceva con la dignità e la consapevolezza degli ultimi momenti. Eravamo alla vigilia della morte per la maggior parte di noi. Non c’era più niente da dire. Ci stringevamo ai nostri cari e trasmettevamo il nostro amore come un ultimo saluto. Era il silenzio essenziale dei momenti decisivi della vita di ognuno. Poi, poi, all’arrivo fu Auschwitz e il rumore assordante e osceno degli assassini intorno a noi”.
Attraverso il racconto si comprende quanto sia importante ricordare; una recente ricerca Eurispes (ottobre 2020) rivela infatti che i negazionisti aumentano anche in Italia: in circa 15 anni la percentuale di chi non crede all’orrore della Shoah è passata dal 2,7% al 15,6% con un 16% che sostiene che la persecuzione sistematica degli ebrei ‘non ha fatto così tanti morti’.
Un’altra testimonianza arriva da don Patrick Desboisè, nato nel 1955 nella Borgogna francese (Saône-et-Loire), nipote di un deportato nel campo di concentramento di Rawa-Ruska, che riporta alla luce la storia del nonno cominciando il cammino di ricerca sulle tracce degli ebrei dell’Est, assassinati dai nazisti nel corso della Seconda guerra mondiale:
“Tra il 1941 e il 1944, circa 1.500.000 di ebrei che vivevano in Ucraina, in seguito all’invasione tedesca dell’Unione sovietica, sono stati assassinati mediante fucilazione. Soltanto una minoranza di questi ebrei è stata deportata nei campi di sterminio nazisti. La quasi totalità è morta sotto il tiro delle pallottole degli Einsatzgruppen (unità mobili SS di massacro), delle Waffen-SS, della polizia nazista o dei suoi collaboratori dell’Est europeo.
Il fenomeno della Shoah per fucilazione, conosciuto e raccontato dagli storici, nelle sue linee essenziali, ma noto anche alle truppe alleate, non è mai stato ricostruito in modo sistematico, ed è rimasto fino a oggi poco studiato”.
Anche suor Maria Rosa Bernardinis, priora del monastero Santa Rita da Cascia, invita a riflettere sul valore della memoria: “La memoria è un dovere concreto, che ci parla del passato ma ci chiama ad agire nel presente, per costruire un futuro libero da odio, violenza e indifferenza. Facciamo memoria di ciò che è stato, per lasciare oggi un segno migliore nella storia, marchiata ancora da guerre e discriminazioni che attentano alla vita di tutti”.
La Madre priora sottolinea che il significato della memoria include anche un’azione per il cambiamento: “Il verbo zachar, che arriva dalla lingua ebraica, ricorre oltre 200 volte nella Bibbia. Il suo significato è sia ricordare che agire. La memoria, infatti, è una forza viva che ci fa scegliere cosa lasciare alla storia di oggi, sulla quale si regge già il domani del mondo.
Le milioni di vite sterminate dal regime nazista solo 80 anni fa, insieme ai tanti conflitti che affliggono il presente, ci dicono che non stiamo andando nella giusta direzione. Non basta condannare il male perché non si ripeta, ma occorre impegnarsi, tutti e ogni giorno, per fare il bene”.
D’altra parte l’esperienza della santa casciana è una chiara testimonianza: “Santa Rita, che ha vissuto un tempo di vendette, avrebbe potuto girarsi dall’altra parte o peggio arrendersi e dire che la vita era dura per pensare di cambiare il suo mondo e la sua gente.
Invece, no, Rita ha scelto di scrivere una storia diversa, illuminata dall’amore di Dio. Quella scelta ha cambiato tante storie, durante oltre cinque secoli e tutt’ora. Al pari la nostra scelta può cambiare la nostra vita e la storia dell’umanità, oggi e domani. Scegliamo, con Santa Rita, la strada dell’amore, dell’umiltà, del dialogo e della pace, per salvarci dall’odio che distrugge la vita”.
Ed invita a non dimenticare gli attuali ‘olocausti’: “Per intercessione di Santa Rita preghiamo il Signore per tutte le vittime di genocidio nel mondo, quelle di ieri e quelle di oggi. Perché milioni di uomini, donne e bambini, anche in questo momento, vengono sterminati, torturati e trattati in modo disumano.
Come nei centri per migranti della Libia, che l’alto commissario Onu per i rifugiati ha definito campi di concentramento e dove recentemente una giovane eritrea è stata bastonata in una sala delle torture.
Chiediamo con forza a Dio di illuminare la coscienza di tutti noi e soprattutto di quella politica cieca e indifferente, che guarda solo al potere e ne giustifica ogni mezzo. Che il Signore doni a chi deve intervenire la volontà di cessare definitivamente questo inferno in terra”.
(Foto: Conferenza episcopale polacca)


























