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Detenzione domiciliare anche per i tossicodipendenti

Nella scorsa settimana la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva (153 i voti favorevoli, 42 i contrari e 82 le astensioni) il disegno di legge che consente ai detenuti tossicodipendenti di accedere alla detenzione domiciliare, prevedendo una modalità differenziata di esecuzione della pena, che meglio si coniuga alle esigenze di cura per chi è dipendente da sostanze.

La a Federazione italiana comunità terapeutiche (Fict Ets), che riunisce oltre 600 servizi attivi in tutta Italia nell’ambito delle dipendenze e dell’inclusione sociale, ha accolto positivamente l’approvazione del disegno di legge, come ha dichiarato Luciano Squillaci, presidente della Fict Ets: “Con questa legge si compie un passo importante nella direzione giusta: riconoscere che la risposta alla dipendenza non può essere il carcere, ma un percorso terapeutico serio, costruito insieme alla rete dei servizi territoriali e alle comunità terapeutiche. All’interno del provvedimento normativo approvato oggi ci sono scelte estremamente coraggiose, frutto di un dialogo che non è mai venuto meno, e che vanno nella direzione di offrire alle persone una concreta possibilità di recupero, ridurre la recidiva e costruire maggiore sicurezza per tutti”.

Attraverso la rete dei propri servizi la Fict Ets mette a disposizione l’esperienza maturata in oltre 30 anni di collaborazione con il Ssn, la magistratura e l’amministrazione penitenziaria: “Questa norma non è una ‘svuota carceri’. Le comunità terapeutiche non sono, non possono e non debbono diventare una mera alternativa al carcere, sono servizi sanitari accreditati nei quali si realizzano percorsi terapeutici individualizzati. Siamo pronti a fare la nostra parte, come abbiamo sempre fatto, purché il percorso mantenga la sua natura terapeutica e riabilitativa e non si riduca a un semplice trasferimento della pena”.

Anche per l’Intercear, sigla del Coordinamento nazionale dei coordinamenti regionali degli enti accreditati per le dipendenze che opera per l’omogeneità dei Lea a livello nazionale, ha fatto un plauso al provvedimento con Biagio Sciortino, presidente nazionale del coordinamento: “L’approvazione definitiva alla Camera delle modifiche al Decreto Carceri, inerenti la legge n. 309/90, rappresenta un passaggio di fondamentale importanza per il sistema di recupero e per il mondo delle dipendenze.

Come Intercear, accogliamo questo provvedimento come un segnale di grande civiltà e di concretezza: consentire alle persone con problematiche di dipendenza di accedere a programmi terapeutici e di comunità anziché scontare la pena in carcere significa restituire centralità alla cura, alla riabilitazione e al reinserimento sociale. Non va visto come uno svuota-carceri, non è questo il senso del provvedimento. Ogni giorno trascorso in cella, invece che in un percorso terapeutico, è un tempo sottratto alla speranza e alla ricostruzione della persona. E’ un risultato che recepisce istanze per cui la rete dei coordinamenti regionali si è battuta a lungo”.

 Al gruppo di lavoro con il Governo ha partecipato anche Cnca, che con Sonia Caronni, responsabile nazionale del settore Carcere, ha sottolineato la ricezione di alcuni punti delle associazioni, nonostante alcuni dubbi: “Il tavolo ha avanzato una serie di emendamenti, che sono stati accolti. Il fatto che il Governo li abbia recepiti è per noi assolutamente positivo perché per il momento abbiamo arginato il pericolo delle comunità-carceri. Tuttavia, abbiamo anche una serie di perplessità: c’è già un impianto di attenzione sulle tossicodipendenze che prevede l’affidamento terapeutico sul territorio oppure un collocamento in comunità terapeutiche, e non si riesce a utilizzare appieno queste misure per una serie di criticità che ci sono, sia a livello di magistratura di sorveglianza, sia per gli organici dei funzionari giuridico-pedagogici e del personale Sert”.

Mentre Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, ha incentrato la riflessione sul ruolo delle Comunità di recupero: “C’è poi il dato che riguarda la capacità di un sistema, come quello delle comunità di recupero, a cui vengono inviate già centinaia di persone da parte di altri soggetti (anche dagli uffici dell’Uepe, con 4.400 persone in affidamento terapeutico) che sembra complicato possa farsi carico di numeri così grandi senza essere potenziato», prosegue Gonnella.

Da una ricognizione effettuata dal Dipartimento delle politiche antidroga, i posti disponibili nelle comunità erano infatti 13.276. Difficile pensare, anche al netto degli affidamenti dell’Uepe, che oggi solo 3.000 di questi posti siano realmente occupati. Da questo punto di vista, sarebbe utile sapere se il Governo ha effettuato una ricognizione nazionale delle comunità terapeutiche accreditate per verificare quanti posti siano effettivamente disponibili per l’esecuzione della nuova misura. Se sì, quanti sono i posti complessivi, quanti quelli attualmente occupati e quanti quelli immediatamente utilizzabili per persone provenienti dal carcere?”

Un ricordo di don Antonio Mazzi, testimone di speranza

Venerdì 31 luglio è morto don Antonio Mazzi, fondatore della Fondazione Exodus, dedicando la vita a chi rischiava di restare indietro, agli ultimi, ai tossicodipendenti. Veronese di nascita e milanese di adozione, è stato uno di quei preti che preferiscono il chiasso della strada al silenzio della sacrestia, l’azione alla preghiera. Da questa attitudine, negli anni ‘70, di fronte al dramma della droga che devastava i giovani al Parco Lambro, nasceva Exodus, una rete di comunità che sostiene migliaia di giovani fragili.

Nato a Verona il 30 novembre 1929, nel 1955 è ordinato sacerdote nella Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza – Opera Don Calabria e negli anni ’60 si specializza in psicologia, psicopedagogia e psicanalisi, approfondendo anche le problematiche della disabili.

Dopo alcuni incarichi direttivi e pastorali a Ferrara, nel Vicentino, a Roma e a Verona, nel 1979 diventa direttore dell’Opera don Calabria di Milano, a ridosso del Parco Lambro, all’epoca teatro di massicci spacci di droga. La presa di coscienza della gravità del fenomeno della tossicodipendenza si concretizza nell’ideazione del Progetto Exodus e nella realizzazione di percorsi alternativi al carcere per ex tossicodipendenti.

La Cascina ‘Molino Torrette’ al Parco Lambro diventa la sede madre dei Progetti Exodus (poi trasformatisi in Fondazione). Nel 1985 dà vita ad una Unità Mobile, precursore delle ‘attività di strada’. Nel 1989, presso la Stazione Centrale di Milano, apre un Sos per i disperati che vagano dentro e fuori la stazione. Nel 1998 l’avvio di una serie di iniziative chiamate ‘Tremenda Voglia di Vivere’, tra cui il diario scolastico che porta il nome di ‘Tremenda’.

Tra le altre iniziative da lui ideate, l’Associazione Ambalaki in Madagascar, a servizio dei giovani che vivono nei Paesi in via di sviluppo, una comunità per aiutare i ragazzi di strada in Patagonia ed il movimento ‘Educatori senza Frontiere’, affiancato ai ‘Medici senza Frontiere’.

L’ultimo messaggio lasciato dal fondatore di Exodus, secondo la collaboratrice Cristina Mazza, è stato un invito a sognare: “I sogni sono sempre giovani. Non dobbiamo mai smettere di sognare, che abbiamo 70 anni, che ne abbiamo 15, che ne abbiamo 80”.

Da giovanissimo religioso venne mandato a Ferrara, alla Città del Ragazzo, proprio nel tempo in cui si verificò la tremenda alluvione del Po nel novembre 1951. Quell’esperienza gli cambiò la vita, perché in mezzo a un tale disastro comprese cosa significava fare da padre per tanti ragazzi che non avevano più nulla.  Lui che non aveva avuto un padre, decise che sarebbe stato padre per i ragazzi più poveri e dimenticati, mostrando loro quel volto della paternità di Dio che è un aspetto centrale nella spiritualità di san Giovanni Calabria.

Un’altra esperienza particolarmente significativa fu al Centro Don Calabria a Verona, dove negli anni ‘70 avviò le attività rivolte alle persone con disabilità in un momento in cui in Italia erano pochissimi ad occuparsene. Nel 1979 diventò superiore della comunità dell’Opera a Milano, che si affacciava sul Parco Lambro, una delle zone peggiori per lo spaccio e il consumo di droga a quell’epoca.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso il suo cordoglio per la morte del sacerdote “che ha speso interamente la sua esistenza al servizio degli ultimi e dei fragili: emarginati, poveri, disabili, tossicodipendenti. Ha reso una testimonianza di impegno sociale e civile, vigoroso e spesso coraggioso, nella formazione dei giovani, nella creazione di ambienti e di occasioni, spesso innovative, di solidarietà e di amicizia. Alla sua comunità, ai suoi ragazzi, la solidarietà e la vicinanza della Repubblica”.

Sul finire degli anni ’90 dello scorso secolo lo incontrai a Tolentino ed in una breve intervista, in quanto era preso a rispondere ai giovani, disse: “Sto tentando di realizzare qualcosa per gli adolescenti, perché l’adolescenza non l’abbiamo ancora scoperta, al di là dei libri e dei centri specializzati. L’età 10-14 anni ci impone una riflessione collettiva, genitori, insegnanti, preti, politici, perché, in quel tempo sconvolgente, al mondo un po’ incantato dell’infanzia segue spesso una realtà di solitudine. A Milano stiamo cercando di prendere quelli che sono sbattuti via dalla scuola media, come faceva don Milani. Dobbiamo pensare ad una scuola che non ha le classi né le regole insignificanti; ripensare all’educazione ed alla paternità”.

Tema che è ritornato nell’ultimo editoriale, scritto per ‘Oggi’ nello scorso mercoledì 8 luglio, riguardo l’incapacità degli adulti di vivere  le difficoltà del ‘presente’: “Oggi ai nostri adolescenti mancano adulti ‘veri’, amicizia, speranza nel futuro… Sembra poco? No, è tutto quello che serve per diventare grandi. Proviamo a declinare meglio i tre aspetti. Partiamo dagli adulti: cosa c’è che non va in quelli dei nostri giorni?

Non abbiamo più adulti. Siamo diventati solo vecchi, non adulti, forse perché abbiamo dimenticato come si fa a diventarlo. L’adulto è colui che sa rendere testimonianza in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni situazione, quando le cose vanno bene e anche quando vanno male. Oggi invece non abbiamo adulti ‘veri’. Soprattutto non abbiamo genitori capaci di interpretare e di vivere le difficoltà”.

Due sono i suggerimenti per i genitori: “Il primo è il dovere di testimoniare. Testimoniare vuol dire non fermarsi alla superficie, ricordarsi che esiste una vita interiore. Certo, anche questa è una parola che va chiarita, troppo spesso usiamo parole come chiacchiere. Le parole che contano sono frutto della verità. Testimoniare vuol dire rendere concreto quello che si dice, vuol dire incarnare le parole dopo averle dette, cioè essere esempi importanti per i nostri ragazzi.

Il secondo è aiutare gli adolescenti a volersi bene. Oggi non si vogliono bene e non perché siano cattivi. Non si vogliono bene perché sono tristi, è scomparso il sorriso dai loro volti. Qualcuno dice che, dopo la pandemia, sia aumentata l’incertezza del futuro. È vero, ma non basta a spiegare questa situazione di disorientamento generale”.

Solo attraverso la testimonianza si può dare speranza ai giovani: “L’incertezza nel futuro c’è sempre stata, ma una cosa è vedere il futuro con speranza oppure vederlo con disperazione. Noi adulti dobbiamo tornare a dire ai giovani che qualcosa di bene verrà, che vale la pena scommettere sul futuro, che la speranza è tutto. Certo, per dirlo, ci vorrebbero degli adulti. Che però, non essendo cresciuti, non sono in grado di dirlo. Torniamo a testimoniare ai nostri adolescenti la bellezza del sorriso che è segno di speranza”.

(Foto: Exodus)

Giornata mondiale contro le droghe: Simone Feder invita a tenere ‘alta’ l’attenzione

Nelle scorse settimane è stato presentato dall’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe la ‘Relazione europea sulla droga 2026: tendenze e sviluppi’, in cui si evidenzia che in Italia sono oltre 105.000 le persone che fanno uso di siringhe per l’iniezione di sostanze, nessun altro Paese in Europa ha un numero così alto. Quindi un mercato delle droghe sempre più dinamico, diversificato e complesso, con crescenti rischi per la salute pubblica e la sicurezza con la disponibilità di sostanze ad alta potenza, incluse nuove droghe sintetiche, che continua ad aumentare, mentre il policonsumo rende sempre più difficili prevenzione e trattamento

Dal rapporto, presentato in occasione della Giornata mondiale contro le droghe, che si è celebrata venerdì 26 giugno, si evince che la cannabis rimane la sostanza illecita più diffusa, con indagini nazionali che mostrano che circa l’8,7% degli adulti europei (25.000.000 persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni) ne ha fatto uso nell’ultimo anno. Gli oppioidi sintetici, in particolare nitazeni e altre nuove molecole, rappresentano una minaccia e emergente e sono associati a un numero crescente di overdose e decessi.

Quindi si continuano a individuare nuove sostanze psicoattive-nps al ritmo di circa una alla settimana: nel 2025 sono state segnalate, per la prima volta in Europa, 50 nps, portando il numero totale monitorato dall’Euda a 1.050: come ha evidenziato Euda: “Tra queste, vi sono nuovi potenti oppioidi sintetici, che comportano un rischio maggiore di intossicazione potenzialmente letale. L’uso di sigarette elettroniche, che comporta il consumo di prodotti contenenti nicotina, è ormai una pratica diffusa tra gli adolescenti europei”.

Dunque il consumo di cocaina resta elevato e si osserva una diffusione crescente di crack in diverse città europee e l’uso di questa sostanza sta mettendo a dura prova i servizi di riduzione del danno e di trattamento, che devono rispondere alle esigenze di un’utenza che affronta gravi problemi di salute e sociali, come ha sottolineato Simone Feder, psicologo nella Casa del Giovane di Pavia:

“Bisogna sempre più tenere alta l’attenzione sulle nuove sostanze e monitorarle, ma quello che è più spaventoso è tutto il mondo del crack. Io lo vedo anche a Rogoredo (periferia sud-est di Milano): molte persone stanno utilizzando tanto questa sostanza. Ciò porta anche un tema di sicurezza, di pericolosità. Chi ne fa uso non è facile da gestire, non riesce a instaurare delle relazioni. Il crack porta in una dimensione di depersonalizzazione. Poi c’è tutto il mondo dei cationi e della cannabis sintetica che passa un po’ inosservato, ma ne paghiamo caro il prezzo perché slatentizzano molti giovani che sono in fase di costruzione di personalità”.

Per quale motivo l’uso delle droghe è in aumento?

“Le cause sono molteplici. Da un lato assistiamo a una crescente fragilità emotiva: ansia, solitudine, senso di inadeguatezza, paura del futuro. Dall’altro, la cultura contemporanea tende a privilegiare il benessere immediato e la soddisfazione rapida dei desideri. In questo contesto la droga viene spesso percepita non tanto come trasgressione, ma come strumento per stare meglio, per anestetizzare il dolore o per sentirsi più sicuri di sé.

Inoltre, molte sostanze sono oggi più accessibili e socialmente sempre più normalizzate rispetto al passato. Per questo il fenomeno non può essere affrontato solo sul piano repressivo: è necessario comprendere il disagio che spesso si nasconde dietro il consumo. Dovremmo imparare a porci una domanda diversa: non soltanto ‘che droga usa?’, ma soprattutto ‘perché ne ha bisogno?’ Dietro ogni dipendenza c’è una storia che chiede di essere ascoltata”.

I giovani sono consapevoli delle ricadute sulla propria salute?

“In parte sì, ma la consapevolezza razionale non sempre coincide con una reale percezione del rischio. Molti giovani conoscono i danni delle sostanze, ma tendono a considerarli lontani, improbabili o comunque gestibili. Manca spesso la percezione della gravità delle conseguenze e, nelle nuove generazioni, manca anche la memoria storica di ciò che hanno rappresentato negli anni ottanta la diffusione dell’eroina e la tragedia dell’AIDS. Più che una mancanza di informazioni, emerge spesso una difficoltà a valutare le conseguenze nel lungo periodo.

Quando una persona vive una sofferenza, una solitudine o una pressione particolarmente intensa, il beneficio immediato appare più concreto del rischio futuro. Per questo l’educazione non può limitarsi a trasmettere nozioni: deve aiutare a sviluppare capacità critica, equilibrio emotivo e fiducia in se stessi”.

La droga è legata ad esperienze forti che i giovani vogliono provare: quali esperienze proporre?

“I giovani hanno bisogno di intensità, di avventura, di sfide e di passioni autentiche. Non bisogna spegnere questo desiderio, ma orientarlo. Le esperienze più significative sono quelle che permettono di sentirsi vivi e protagonisti: lo sport, il volontariato, l’arte, la musica, i viaggi, l’impegno sociale, le esperienze comunitarie, il contatto con la natura, i percorsi di crescita personale e spirituale. La vera alternativa alla droga non è una vita più prudente, ma una vita più piena. I ragazzi cercano emozioni, ma soprattutto cercano significato. Quando incontrano qualcosa che dà senso alla loro esistenza, diminuisce il bisogno di cercare altrove forme artificiali di evasione”.

I giovani hanno bisogno di una ‘casa’: in quale modo accogliere i giovani?

“Una ‘casa’ non è soltanto un luogo fisico. E’ uno spazio in cui una persona si sente vista, ascoltata e accolta per ciò che è. I giovani hanno bisogno di adulti capaci di stare accanto senza giudicare immediatamente, di ascoltare prima di dare risposte, di creare relazioni affidabili e durature. Hanno bisogno di comunità educanti: famiglie, scuole, oratori, associazioni, gruppi sportivi e culturali che offrano appartenenza e legami autentici.

L’accoglienza non consiste nell’abbassare ogni esigenza, ma nel coniugare vicinanza e responsabilità. I ragazzi crescono quando sentono che qualcuno crede in loro e continua a farlo anche nei momenti di fragilità. Hanno bisogno di essere riconosciuti non per i loro limiti o problemi, ma per le loro risorse, i loro talenti e i loro sogni”.

A quale compito sono chiamati genitori ed adulti?

“Il primo compito degli adulti è essere presenti. In una società che corre velocemente, la presenza è forse la forma più preziosa di educazione. Non basta parlare ai giovani: occorre fare con loro, condividere tempo, esperienze, fatiche e speranze. Genitori ed educatori sono chiamati a testimoniare che una vita buona è possibile, offrendo esempi credibili più che discorsi perfetti. Devono saper porre limiti quando necessario, ma anche costruire dialogo e fiducia.

Occorre inoltre aiutare i giovani ad affrontare le inevitabili fatiche dell’esistenza. Un ragazzo che impara a confrontarsi con la frustrazione, con il fallimento e con il dolore sarà meno incline a cercare scorciatoie che promettono una fuga dalla realtà. Educare significa accompagnare, non sostituirsi; essere presenti, senza essere invadenti; indicare una strada, continuando a camminare accanto”.

In quale modo è possibile andare ‘oltre il bosco’?

“Frequentando il ‘Bosco’ di Rogoredo incontro spesso giovani che tutti vedono come tossicodipendenti, ma che prima di tutto sono persone ferite, smarrite, alla ricerca di qualcuno che non le giudichi e non le abbandoni. Il bosco è diventato il simbolo di tante solitudini e di tante fragilità che abitano il nostro tempo.

Andare ‘oltre il bosco’ significa comprendere che nessuno è identificabile con la propria dipendenza. Ogni persona è molto più grande dei suoi errori e delle sue cadute. Per questo il primo passo è tornare a guardare chi soffre non come un problema da risolvere, ma come una persona da incontrare. Dal bosco si esce attraverso relazioni vere, percorsi di cura, comunità accoglienti e adulti capaci di restare accanto anche quando tutto sembra perduto. Si esce dal bosco quando qualcuno continua a credere in te, anche quando tu non riesci più a credere in te stesso.

In occasione della Giornata mondiale contro le droghe vorrei ricordare che la risposta non può essere soltanto il contrasto alle sostanze. La vera sfida è offrire ragioni per vivere, per sperare, per costruire il futuro. Perché il contrario della dipendenza non è semplicemente l’astinenza: è la possibilità di riscoprire legami, senso e speranza. Nessuna storia è perduta per sempre. Oltre il bosco c’è sempre una strada che può riportare alla vita”.

26 giugno, Giornata Mondiale contro le Droghe: una domanda che riguarda tutti

Oggi si celebra la Giornata Mondiale contro le Droghe ed il traffico illecito di sostanze. Una ricorrenza che rischia, ogni anno, di essere confinata ai numeri, alle statistiche, alle cronache. Eppure, dietro ogni dato c’è una storia, un volto, una ferita, una ricerca. C’è una persona. Da tempo mi interrogo su come stia cambiando il rapporto dei giovani con le droghe. Le sostanze cambiano, si trasformano, seguono i mutamenti della società e delle fragilità che la attraversano.

Oggi aumenta l’uso di crack e cocaina, mentre l’assunzione di eroina resta sostanzialmente stabile e quella della cannabis, pur rimanendo preoccupante, mostra segnali di diminuzione. Ma la domanda più importante non è soltanto che cosa viene consumato. La domanda è: perché? Perché un ragazzo sceglie proprio quella sostanza? Quale bisogno, quale dolore, quale vuoto o quale desiderio cerca di colmare? Dietro la diffusione della cocaina, ad esempio, non possiamo leggere soltanto una tendenza di mercato. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere il riflesso di una società che spesso chiede di essere sempre performanti, sempre all’altezza, sempre veloci. Una società che lascia poco spazio alla fragilità e alla possibilità di fermarsi.

Per questo la lotta alle droghe non può limitarsi al contrasto dello spaccio o alla cura delle conseguenze. Deve interrogare il modello di società che stiamo costruendo. Deve chiederci quale idea di futuro stiamo offrendo ai nostri giovani e quale posto stiamo riservando alle loro paure, alle loro domande, alla loro sete di significato.

Siamo chiamati a un cambio di paradigma. Come adulti, educatori, genitori, cittadini, dobbiamo avere l’umiltà di entrare in un territorio che spesso ci appare sconosciuto. Non per giudicare, ma per comprendere. Non per imporre risposte semplici, ma per costruire relazioni capaci di accogliere la complessità. Perché è nella relazione che spesso nasce la possibilità di una rinascita.

E voglio ricordarlo oggi con forza: esistono storie che parlano di speranza. Ho incontrato giovani che vivevano nei boschi, consumati dalla dipendenza e dalla solitudine, e che grazie all’incontro con qualcuno che non li ha abbandonati sono riusciti a riprendere in mano la propria vita. Oggi vivono in comunità, affrontano ogni giorno la fatica del cambiamento e ci insegnano il significato più autentico della resilienza. Sono tra le persone più forti che abbia conosciuto.

Penso anche ad Alice, una ragazza salvata dal bosco di Rogoredo. Quando l’ho incontrata sembrava che il suo destino fosse già stato scritto dalla sofferenza. Ed invece no. Alice ha ricominciato a credere in sé stessa, ha trovato nuove ragioni per vivere, ha studiato e oggi si è laureata. La sua storia ci ricorda che nessuna persona coincide con il proprio errore, con la propria dipendenza o con il momento più buio della propria vita.

In questa Giornata Mondiale contro le Droghe, allora, non fermiamoci alle sostanze. Guardiamo le persone. Ascoltiamo le loro domande, le loro fragilità, i loro sogni. Perché ogni volta che una vita viene recuperata, ogni volta che un giovane ritrova la strada, non vince soltanto lui: vinciamo tutti noi. E ritroviamo, come comunità, un pezzo della nostra umanità.

Dalla droga all’accoglienza: la storia di Mario Muratori

Mario Muratori (61 anni) e sua moglie Raffaella (53 anni) hanno costruito una famiglia allargata di 14 persone e fanno parte della realtà dell’Associazione Papa Giovanni XXIII nel comune di Giarre (CT). Torniamo indietro nel tempo: da giovane hai avuto problemi seri con la droga. Come è cambiata la tua vita?

“Negli anni ’80 ho avuto contatti con le droghe, passando dallo “svago” delle canne all’inferno dell’eroina, arrivando anche a conoscere il carcere. Sfibrato nel corpo e nello spirito non vedevo più un futuro per me, arrivando a pensare a gesti estremi. Nel 1990 ho accettato di farmi aiutare entrando in una comunità terapeutica della Papa Giovanni XXIII. Avevo ancora parecchi anni di condanna da scontare e non volevo più tornare in carcere.

Ho iniziato ad apprezzare la lucidità e il non sentirmi etichettato come tossicodipendente, ma come una persona con problemi di tossicodipendenza. La svolta me la diede Riccardo, un ragazzo idrocefalo di 16 anni che venni incaricato di seguire in tutti i suoi bisogni: dal mangiare al lavarlo e cambiargli i pannoloni, tutte cose che non avevo mai fatto prima. La relazione con lui mi ha aperto prospettive nuove, su di me e su quello che potevo dare agli altri, anche sul percorso di fede che fino a quel momento avevo snobbato e deriso”.

Come mai ora, insieme a tua moglie Raffaella, avete una casa famiglia a Giarre e accogliete tante persone?

Mario e Raffaella: Grazie all’esperienza con Riccardo ho deciso di approfondire la vocazione della comunità Papa Giovanni XXIII anche dopo il programma terapeutico. Dopo alcune esperienze di volontariato ho lasciato la mia Romagna e accettato la proposta di venire in Sicilia, dove la comunità stava crescendo. Giunto a Giarre con mille paure ma fiducia in Don Oreste Benzi, ho iniziato a frequentare il carcere minorile di Acireale e ad accogliere i bisognosi della città. In poco tempo abbiamo accolto molte persone.

Nel frattempo ho conosciuto Raffaella, una giovane universitaria che aveva accolto un bambino di due anni in casa, bambino che nessuno voleva. Questo suo coraggio mi colpì molto. Dopo pochi mesi di fidanzamento abbiamo deciso di sposarci e unire i nostri progetti verso la creazione di una famiglia nella quale ci fosse posto anche per chi nessuno voleva”.

Che ruolo ha Dio nella tua vita?

“In tutte le nostre case famiglia abbiamo la grazia della presenza del Santissimo. Come ci ricordò il Santo Padre Giovanni Paolo II, il centro delle nostre case ed il motivo per il quale abbiamo fatto questa scelta è proprio Lui: riposo dalle nostre umane stanchezze”.

 (Tratto da L’Altroparlante)

Giornata Mondiale contro le Droghe. La testimonianza di Andrea

“Non chiediamoci solo cosa fanno i giovani. Chiediamoci perché lo fanno. Non cosa non va, ma cosa – o chi – manca: in  occasione  della  Giornata  Mondiale  contro   le  Droghe,  sentiamo  il  bisogno  di  fermarci. Di rallentare per un momento, respirare, e provare a guardare la realtà con uno sguardo nuovo. Uno sguardo più umano. Siamo abituati a parlare dei giovani elencando ciò che non funziona: dipendenze, comportamenti a rischio, numeri che spaventano. Ma ci chiediamo mai davvero cosa cercano? Cosa li muove? Cosa – o chi – manca nella loro vita?”

Partiamo da una riflessione dello psicologo Simone Feder, educatore e coordinatore dell’area Giovani nella comunità ‘Casa del Giovane’ di Pavia, per ragionare sul significato di questa Giornata mondiale contro le droghe: “Quando un giovane si rifugia in una sostanza, in una fuga, in un gesto estremo, raramente è un capriccio. Spesso è un grido. Un bisogno di essere visto, ascoltato, accolto. E’ un modo (forse l’unico che conoscono) per dire che qualcosa fa male.

E che, da soli, non ce la fanno più. Viviamo un tempo complesso, che non risparmia nessuno, ma che pesa in modo particolare su chi è giovane. Si cresce in fretta (troppo in fretta) in un mondo che cambia continuamente: il digitale amplifica emozioni e solitudini, la pandemia ha lasciato ferite profonde, la crisi climatica genera paure, il lavoro promette poco e spesso toglie molto”.

Per Simone Feder si deve sviluppare un’azione per far sentire a casa i giovani: “In ambito preventivo e di cura, non possiamo aspettare che i ragazzi vengano da noi. Siamo noi a dover andare verso di loro. Anche nei luoghi più difficili. Anche dove il disagio fa paura. Non servono solo nuovi progetti o servizi. Serve un nostro modo diverso di stare nei servizi. Serve che le nostre strutture non offrano solo prestazioni, ma diventino casa. Casa dove il bisogno venga accolto con cura, rispetto, ascolto. Serve un nuovo patto educativo: autentico, coraggioso, condiviso”.

Per questo è necessaria una comunità che sappia ‘investire’ nei giovani: “Serve una comunità che non lasci soli i suoi giovani. Che non abbia paura di sporcarsi le mani, che sappia camminare accanto senza invadere, che sappia ascoltare prima di giudicare. Parlare di attenzione e prevenzione significa esserci, ogni giorno. Significa entrare nei luoghi dei giovani (fisici e digitali) con umiltà, rispetto, fiducia. Significa investire in cultura, sport, arte, esperienze belle. Perché la bellezza salva. I ragazzi hanno bisogno di sperimentare il bello e il possibile, non solo il limite e il pericolo. Hanno bisogno di spazi dove possano esprimersi, fallire senza perdersi, sentirsi accolti senza dover dimostrare nulla”.

Una comunità capace di ascoltare i giovani: “Un giovane ascoltato oggi è un adulto capace di costruire, inventare, progettare domani. Abbiamo   bisogno di un’alleanza vera. Un’alleanza tra adulti e giovani, tra famiglie, scuole, servizi, parrocchie, associazioni e istituzioni. Un’alleanza che sappia dire, con forza e con amore: nessun giovane può crescere da solo”.

Ed infine lo psicologo ha chiesto un ‘cammino’ quotidiano con i giovani: “Noi adulti abbiamo il compito più difficile e più bello: esserci davvero. Camminare accanto a loro, non da lontano, ma con una presenza concreta. Non solo nelle emergenze, ma nella cura quotidiana dei legami. Perché ogni giovane che si sente visto, ascoltato e stimato, è un giovane che, ogni giorno, può scegliere di restare, di vivere pienamente, di fiorire, nonostante tutto”.

Un ‘cammino’ che, grazie all’aiuto degli adulti (genitori  ed operatori) è stato compiuto da Andrea, da un anno abita nella ‘Casa del Giovane’, che racconta: “A 12 anni c’era una forza dentro di me che mi spingeva a togliermi la vita. Oggi, a 15 anni, dopo un anno in comunità, c’è una forza dentro di me, che mi spinge a viverla”.

Per quale motivo hai fatto uso di droghe?

“Penso per scappare ed isolarmi dalle situazioni spiacevoli che vivevo ogni giorno, chiudendomi nell’effetto della sostanza”.

In quale modo hai iniziato?

“Da solo. Vivendo in un quartiere poco raccomandabile avevo accesso facile a pressoché qualsiasi tipo di sostanza, dai cannabinoidi agli anestetici”.

Perché volevi toglierti la vita?

“Vivevo ogni giorno circostanze deprimenti e man mano che il tempo passava si affievoliva la fiamma di speranza in me, giungendo alla conclusione finale. Fortunatamente i miei genitori mi hanno preceduto e quella sera mi hanno portato in ospedale”.

E come sei ‘rinato’?

“Con molto lavoro duro e forza di volontà. Io ci sono riuscito trovando persone qualificate all’interno di questa comunità e grazie al supporto dei servizi. Non è mancato l’aiuto da parte dei miei genitori per quanto riguarda il mio benessere e nel sostegno nei miei progetti futuri”.

Oggi cosa fai?

“Cerco di riprendere un ritmo di vita ‘standard’; pratico arrampicata, vado a scuola, faccio l’animatore all’oratorio estivo, torno a casa i weekend e cerco di costruire amicizie nuove e sane”.

Quali sono i tuoi sogni?

“Il mio sogno è quello di diventare psicologo o comunque lavorare nel campo del disagio dovuto alle dipendenze… Credo fortemente che la mia esperienza possa essere di aiuto ad altri nella mia situazione simile a quella passata”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV ai giovani: rinnovate il mondo

“Speranza è una parola per voi ricca di storia: non è uno slogan, ma la luce ritrovata attraverso un grande lavoro. Desidero ripetervi, allora, quel saluto che cambia il cuore: la pace sia con voi! La sera di Pasqua Gesù ha salutato così i discepoli chiusi nel cenacolo. Lo avevano abbandonato, credevano di averlo perso per sempre, erano impauriti e delusi, qualcuno già se n’era andato. E’ però Gesù a ritrovarli, a venirli di nuovo a cercare. Entra a porte chiuse nel luogo dove sono come sepolti vivi. Porta la pace, li ricrea col perdono, soffia su di loro: infonde cioè lo Spirito Santo, che è il respiro di Dio in noi. Quando manca l’aria, quando manca l’orizzonte, la nostra dignità appassisce. Non dimentichiamo che Gesù risorto viene ancora e porta il suo respiro!”: con questo saluto papa Leone XIV ha accolto nel cortile di san Damaso i partecipanti alla Giornata Internazionale per la Lotta contro la Droga, che ricorre oggi,

Ricordando le visite di papa Francesco nei carceri, ha sottolineato che anche la droga è una prigione: “La droga e le dipendenze sono una prigione invisibile che voi, in modi diversi, avete conosciuto e combattuto, ma siamo tutti chiamati alla libertà. Incontrandovi, penso all’abisso del mio cuore e di ogni cuore umano. E’ un salmo, cioè la Bibbia, a chiamare ‘abisso’ il mistero che ci abita. Sant’Agostino ha confessato che solo in Cristo l’inquietudine del suo cuore ha trovato pace. Noi cerchiamo la pace e la gioia, ne siamo assetati. E molti inganni ci possono deludere e persino imprigionare in questa ricerca”.

E’ stato un invito a combatterla insieme: “Guardiamoci attorno, però. E leggiamo nei volti l’uno dell’altro una parola che mai tradisce: insieme. Il male si vince insieme. La gioia si trova insieme. L’ingiustizia si combatte insieme. Il Dio che ha creato e conosce ciascuno (ed è più intimo a me di me stesso) ci ha fatti per essere insieme. Certo, esistono anche legami che fanno male e gruppi umani in cui manca la libertà. Anche questi, però, si vincono solo insieme, fidandoci di chi non guadagna sulla nostra pelle, di chi possiamo incontrare e ci incontra con attenzione disinteressata”.

Con una citazione dell’enciclica ‘Evangelii Gaudium’ ha sottolineato l’esigenza di ‘combattere’ il business le dipendenze: “La giornata di oggi, fratelli e sorelle, ci impegna in una lotta che non può essere abbandonata finché, attorno a noi, qualcuno sarà ancora imprigionato nelle diverse forme della dipendenza. Il nostro combattimento è contro chi fa delle droghe e di ogni altra dipendenza (pensiamo all’alcool o al gioco d’azzardo) il proprio immenso business. Esistono enormi concentrazioni di interesse e ramificate organizzazioni criminali che gli Stati hanno il dovere di smantellare”.

Quindi combattere coloro che fanno business e non i poveri, anche attraverso l’uso di norme di sicurezza: “E’ più facile combattere le loro vittime. Troppo spesso, in nome della sicurezza, si è fatta e si fa la guerra ai poveri, riempiendo le carceri di coloro che sono soltanto l’ultimo anello di una catena di morte. Chi tiene la catena nelle sue mani, invece, riesce ad avere influenza e impunità. Le nostre città non devono essere liberate dagli emarginati, ma dall’emarginazione; non devono essere ripulite dai disperati, ma dalla disperazione”.

Per questo è importante dare valore alla cultura dell’incontro: “Il Giubileo ci indica la cultura dell’incontro come via alla sicurezza, ci chiede la restituzione e la redistribuzione delle ricchezze ingiustamente accumulate, come via alla riconciliazione personale e civile… La lotta al narcotraffico, l’impegno educativo tra i poveri, la difesa delle comunità indigene e dei migranti, la fedeltà alla dottrina sociale della Chiesa sono in molti luoghi considerati sovversivi”.

Inoltre, rivolgendosi ai giovani, li ha invitati ad essere rinnovamento nel mondo: “Cari giovani, voi non siete spettatori del rinnovamento di cui la nostra Terra ha tanto bisogno: siete protagonisti… Gesù è stato rifiutato e crocifisso fuori dalle porte della sua città. Su di lui, pietra angolare su cui Dio ricostruisce il mondo, anche voi siete pietre di grande valore nell’edificio di una nuova umanità. Gesù che è stato rifiutato invita tutti voi e se vi siete sentiti scartati e finiti, ora non lo siete più. Gli errori, le sofferenze, ma soprattutto il desiderio di vita di cui siete portatori, vi rendono testimoni che cambiare è possibile”.

E’ stato un incoraggiamento ad essere protagonisti nella società: “La Chiesa ha bisogno di voi. L’umanità ha bisogno di voi. L’educazione e la politica hanno bisogno di voi. Insieme, su ogni dipendenza che degrada faremo prevalere la dignità infinita impressa in ciascuno. Tale dignità, purtroppo, a volte brilla solo quando è quasi del tutto smarrita. Allora sopravviene un sussulto e diventa chiaro che rialzarsi è questione di vita o di morte. Ebbene, oggi tutta la società ha bisogno di quel sussulto, ha bisogno della vostra testimonianza e del grande lavoro che state facendo.

Tutti abbiamo, infatti, la vocazione ad essere più liberi e ad essere umani, la vocazione alla pace. È questa la vocazione più divina. Andiamo avanti insieme, allora, moltiplicando i luoghi di guarigione, di incontro e di educazione: percorsi pastorali e politiche sociali che comincino dalla strada e non diano mai nessuno per perso. E pregate anche voi, affinché il mio ministero sia a servizio della speranza delle persone e dei popoli, a servizio di tutti”.

(Foto: Santa Sede)

26 Giugno: Giornata Mondiale contro le Droghe

In occasione della Giornata Mondiale contro le Droghe, sentiamo il bisogno di fermarci. Di rallentare per un momento, respirare, e provare a guardare la realtà con uno sguardo nuovo. Uno sguardo più umano. Siamo abituati a parlare dei giovani elencando ciò che non funziona: dipendenze, comportamenti a rischio, numeri che spaventano.

Ma ci chiediamo mai davvero cosa cercano? Cosa li muove? Cosa – o chi – manca nella loro vita? Quando un giovane si rifugia in una sostanza, in un gesto estremo, raramente è un capriccio. Spesso è un grido. Un bisogno di essere visto, ascoltato, accolto. È un modo – forse l’unico che conosce – per dire che qualcosa fa male. E che, da solo, non ce la fa più. Viviamo un tempo complesso, che non risparmia nessuno, ma che pesa in modo particolare su chi è giovane.

Si cresce in fretta – troppo in fretta – in un mondo che cambia continuamente: il digitale amplifica emozioni e solitudini, la pandemia ha lasciato ferite profonde, la crisi climatica genera paure, il lavoro promette poco e spesso toglie molto.

Ma chi c’è davvero per questi ragazzi? Trovano adulti capaci di ascoltare senza giudicare, di esserci senza invadere? Oppure solo regole, distanze, silenzi? È tempo di cambiare sguardo. Vogliamo essere custodi di regole o testimoni di speranza? Vogliamo parlare dei giovani come un problema o con i giovani, come parte di un progetto comune? Nelle comunità che accolgono ragazzi con dipendenze, incontriamo adolescenti sempre più giovani – a volte di appena 12 o 13 anni – segnati da traumi, solitudini, assenze.

Eppure, quando trovano un adulto autentico, capace di guardarli senza pregiudizi e accompagnarli con rispetto, qualcosa cambia: restano, si fidano, ripartono. Perché la differenza non la fa la tecnica. La fa la relazione. Non è più tempo di aspettare che siano loro a bussare ai nostri servizi: dobbiamo essere noi ad andare verso di loro, nei luoghi in cui vivono, anche quelli più difficili.

Servono servizi che accolgano, non solo che curino. Spazi di esistenza, non solo di assistenza. Luoghi flessibili, dove la relazione venga prima della prestazione. Serve un nuovo patto educativo: autentico, coraggioso, condiviso. Abbiamo bisogno di una società che non lasci soli i propri giovani, che sappia entrare nei loro spazi – fisici e digitali – con umiltà e fiducia.

Una rete educativa che investa in cultura, sport, arte, bellezza. Perché sì, la bellezza salva. I ragazzi hanno bisogno di luoghi in cui potersi esprimere, sbagliare senza perdersi, sentirsi accolti senza dover dimostrare nulla. Un giovane ascoltato oggi sarà un adulto capace di costruire domani. Per questo serve un’alleanza vera: tra adulti, giovani, famiglie, scuole, istituzioni. Perché nessuno cresce da solo. Il nostro compito è esserci. Con una presenza concreta, quotidiana, che dica con amore: ogni giovane può fiorire, nonostante tutto.

Simone Feder: prevenire l’abuso di droghe con proposte serie

Mercoledì 26 giugno si è celebrata la Giornata mondiale contro l’abuso ed il traffico illecito di droga sul tema proposto dall’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) ‘The evidence is clear: invest in prevention’ (‘L’evidenza è chiara: investire in prevenzione’), suggerendo un approccio basato sull’evidenza scientifica che abbia come priorità prevenzione e trattamento.

Con la Risoluzione 42/112 del 7 dicembre 1987, l’Assemblea Generale ha scelto il 26 giugno per celebrare la Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga, affermando la sua determinazione nel rafforzare l’azione e la cooperazione a livello nazionale e internazionale per combattere questi fenomeni.

Per rafforzare la lotta al traffico di droga, nasce nel 1997 l’Ufficio dell’ONU contro la Droga e il Crimine (United Nations Office on Drugs and Crime –UNODC) creato dalla fusione del Programma di Controllo sulla Droga delle Nazioni Unite e dal Centro per la Prevenzione del Crimine Internazionale.

UNODC, oltre a condurre attività di ricerca e analisi, e a promuovere la ratifica e l’adozione di convenzioni e trattati internazionali, sviluppa progetti di cooperazione tecnica e assiste gli Stati membri, grazie ad una vasta rete di uffici operativi presenti in tutte le regioni del mondo.

Il tema della giornata è molto interessante e stimolante e per un maggior approfondimento è stato contattato il dott. Simone Feder, psicologo e coordinatore dell’area ‘Giovani e Dipendenze’ della ‘Casa del Giovane’ di Pavia, organizzazione senza scopo di lucro fondata nel 1971 dal venerabile don Enzo Boschetti per dare ospitalità a giovani con problemi di tossicodipendenza: gli appelli funzionano?

“Gli appelli e queste giornate possono servire per alzare l’attenzione su temi che altrimenti finirebbero nel dimenticatoio o sarebbero utilizzati solo come slogan per campagne politiche. E’ fondamentale però non fermarsi alla celebrazione di qualcosa, la battaglia deve essere quotidiana e culturale, passare da gesti e azioni che non puntino solo a reprimere e bloccare. Non è più il tempo di proclami e bandiere, questa deve diventare una battaglia al di sopra di partiti e ideologie, per l’intera società e a capo di una comunità educante da cui nessuno può e deve sentirsi escluso a livello di responsabilità”.

In quale modo è possibile prevenire le dipendenze?

“Mi sembra, come sempre, che per i giovani manchino idee e proposte. Intorno a loro ci sono continui messaggi e testimonianze di ‘successo e benessere’ molto più convincenti e ammalianti. Bisogna lavorare per stimolare politica, società e genitori a cercare e proporre altro e guardare oltre! Andare oltre le logiche economiche di mercato, dei tornaconti e della visibilità mediatica immediata, per puntare ad un guadagno maggiore: il futuro della società. Il problema è che non ci sono alternative valide che sappiano conquistare e coinvolgere i ragazzi. Finché l’unica strategia sarà spaventare non si riuscirà a modificare la naturale propensione dei giovani a cercare l’oltre”.

Per quale motivo il fentanyl è pericoloso?

“E’ uno degli oppioidi sintetici molto potente, 50 volte più dell’eroina e una percentuale piccolissima del suo uso può causare effetti letali. Negli USA negli ultimi tre anni è stato causa di circa 200.000 morti. L’Italia a livello governativo ha emanato l’allerta di livello alto. Nelle zone di spaccio, come al bosco di Rogoredo, stiamo monitorando costantemente la situazione in modo da lanciare alert tempestivi qualora se ne presentasse la necessità. In Italia dobbiamo sicuramente giocare d’anticipo, se arrivasse l’ondata che è arrivata negli USA la situazione sarebbe devastante”.

In quale modo fornire risposte alle domande dei giovani?

“I giovani sono consapevoli dei rischi legati all’utilizzo di sostanze, le informazioni sono reperibili ovunque. Per fornire risposte alle domande sono fondamentali due aspetti. Il primo è aiutare i giovani ad essere portatori di quesiti, a chiedersi il perché di alcune situazioni ed a diventare soggetti attivi di nuove proposte e cambiamenti. Esiste oggi un movimento giovanile che, per certi tempi, sta iniziando a spingere e prendere maggiori consapevolezze, bisogna aiutarli a guardare nella direzione giusta. Seconda cosa essenziale è dedicare il tempo all’ascolto, fermarsi con loro e condividere esperienze concrete che possano diventare la porta d’ingresso al loro interno, permetter loro di aprirsi e raccontarsi”. 

Gli adulti sono ancora punti di riferimento per i giovani?

“Non si può pretendere di esserlo a priori, solo in quanto adulti, solo perché investiti di una qualche carica o professionalità. Oggi i ragazzi chiedono prima di tutto coerenza e presenza: è necessario andar loro incontro senza aspettarsi che siano pronti ad aprirsi con chi e quando pensiamo noi. Gli adulti devono riconquistarsi una credibilità che troppo spesso è messa a dura prova grazie a testimoni pubblici che veicolano valori e obiettivi di vita pericolosi. Troppi sono i messaggi contrastanti che passano attraverso i media e i passaparola, la musica, sta ad ognuno di noi, nella propria quotidianità rendersi portatore efficace e testimone di altro”.

(Tratto da Aci Stampa)

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