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Dalla droga all’accoglienza: la storia di Mario Muratori
Mario Muratori (61 anni) e sua moglie Raffaella (53 anni) hanno costruito una famiglia allargata di 14 persone e fanno parte della realtà dell’Associazione Papa Giovanni XXIII nel comune di Giarre (CT). Torniamo indietro nel tempo: da giovane hai avuto problemi seri con la droga. Come è cambiata la tua vita?
“Negli anni ’80 ho avuto contatti con le droghe, passando dallo “svago” delle canne all’inferno dell’eroina, arrivando anche a conoscere il carcere. Sfibrato nel corpo e nello spirito non vedevo più un futuro per me, arrivando a pensare a gesti estremi. Nel 1990 ho accettato di farmi aiutare entrando in una comunità terapeutica della Papa Giovanni XXIII. Avevo ancora parecchi anni di condanna da scontare e non volevo più tornare in carcere.
Ho iniziato ad apprezzare la lucidità e il non sentirmi etichettato come tossicodipendente, ma come una persona con problemi di tossicodipendenza. La svolta me la diede Riccardo, un ragazzo idrocefalo di 16 anni che venni incaricato di seguire in tutti i suoi bisogni: dal mangiare al lavarlo e cambiargli i pannoloni, tutte cose che non avevo mai fatto prima. La relazione con lui mi ha aperto prospettive nuove, su di me e su quello che potevo dare agli altri, anche sul percorso di fede che fino a quel momento avevo snobbato e deriso”.
Come mai ora, insieme a tua moglie Raffaella, avete una casa famiglia a Giarre e accogliete tante persone?
Mario e Raffaella: Grazie all’esperienza con Riccardo ho deciso di approfondire la vocazione della comunità Papa Giovanni XXIII anche dopo il programma terapeutico. Dopo alcune esperienze di volontariato ho lasciato la mia Romagna e accettato la proposta di venire in Sicilia, dove la comunità stava crescendo. Giunto a Giarre con mille paure ma fiducia in Don Oreste Benzi, ho iniziato a frequentare il carcere minorile di Acireale e ad accogliere i bisognosi della città. In poco tempo abbiamo accolto molte persone.
Nel frattempo ho conosciuto Raffaella, una giovane universitaria che aveva accolto un bambino di due anni in casa, bambino che nessuno voleva. Questo suo coraggio mi colpì molto. Dopo pochi mesi di fidanzamento abbiamo deciso di sposarci e unire i nostri progetti verso la creazione di una famiglia nella quale ci fosse posto anche per chi nessuno voleva”.
Che ruolo ha Dio nella tua vita?
“In tutte le nostre case famiglia abbiamo la grazia della presenza del Santissimo. Come ci ricordò il Santo Padre Giovanni Paolo II, il centro delle nostre case ed il motivo per il quale abbiamo fatto questa scelta è proprio Lui: riposo dalle nostre umane stanchezze”.
(Tratto da L’Altroparlante)
Giornata Mondiale contro le Droghe. La testimonianza di Andrea
“Non chiediamoci solo cosa fanno i giovani. Chiediamoci perché lo fanno. Non cosa non va, ma cosa – o chi – manca: in occasione della Giornata Mondiale contro le Droghe, sentiamo il bisogno di fermarci. Di rallentare per un momento, respirare, e provare a guardare la realtà con uno sguardo nuovo. Uno sguardo più umano. Siamo abituati a parlare dei giovani elencando ciò che non funziona: dipendenze, comportamenti a rischio, numeri che spaventano. Ma ci chiediamo mai davvero cosa cercano? Cosa li muove? Cosa – o chi – manca nella loro vita?”
Partiamo da una riflessione dello psicologo Simone Feder, educatore e coordinatore dell’area Giovani nella comunità ‘Casa del Giovane’ di Pavia, per ragionare sul significato di questa Giornata mondiale contro le droghe: “Quando un giovane si rifugia in una sostanza, in una fuga, in un gesto estremo, raramente è un capriccio. Spesso è un grido. Un bisogno di essere visto, ascoltato, accolto. E’ un modo (forse l’unico che conoscono) per dire che qualcosa fa male.
E che, da soli, non ce la fanno più. Viviamo un tempo complesso, che non risparmia nessuno, ma che pesa in modo particolare su chi è giovane. Si cresce in fretta (troppo in fretta) in un mondo che cambia continuamente: il digitale amplifica emozioni e solitudini, la pandemia ha lasciato ferite profonde, la crisi climatica genera paure, il lavoro promette poco e spesso toglie molto”.
Per Simone Feder si deve sviluppare un’azione per far sentire a casa i giovani: “In ambito preventivo e di cura, non possiamo aspettare che i ragazzi vengano da noi. Siamo noi a dover andare verso di loro. Anche nei luoghi più difficili. Anche dove il disagio fa paura. Non servono solo nuovi progetti o servizi. Serve un nostro modo diverso di stare nei servizi. Serve che le nostre strutture non offrano solo prestazioni, ma diventino casa. Casa dove il bisogno venga accolto con cura, rispetto, ascolto. Serve un nuovo patto educativo: autentico, coraggioso, condiviso”.
Per questo è necessaria una comunità che sappia ‘investire’ nei giovani: “Serve una comunità che non lasci soli i suoi giovani. Che non abbia paura di sporcarsi le mani, che sappia camminare accanto senza invadere, che sappia ascoltare prima di giudicare. Parlare di attenzione e prevenzione significa esserci, ogni giorno. Significa entrare nei luoghi dei giovani (fisici e digitali) con umiltà, rispetto, fiducia. Significa investire in cultura, sport, arte, esperienze belle. Perché la bellezza salva. I ragazzi hanno bisogno di sperimentare il bello e il possibile, non solo il limite e il pericolo. Hanno bisogno di spazi dove possano esprimersi, fallire senza perdersi, sentirsi accolti senza dover dimostrare nulla”.
Una comunità capace di ascoltare i giovani: “Un giovane ascoltato oggi è un adulto capace di costruire, inventare, progettare domani. Abbiamo bisogno di un’alleanza vera. Un’alleanza tra adulti e giovani, tra famiglie, scuole, servizi, parrocchie, associazioni e istituzioni. Un’alleanza che sappia dire, con forza e con amore: nessun giovane può crescere da solo”.
Ed infine lo psicologo ha chiesto un ‘cammino’ quotidiano con i giovani: “Noi adulti abbiamo il compito più difficile e più bello: esserci davvero. Camminare accanto a loro, non da lontano, ma con una presenza concreta. Non solo nelle emergenze, ma nella cura quotidiana dei legami. Perché ogni giovane che si sente visto, ascoltato e stimato, è un giovane che, ogni giorno, può scegliere di restare, di vivere pienamente, di fiorire, nonostante tutto”.
Un ‘cammino’ che, grazie all’aiuto degli adulti (genitori ed operatori) è stato compiuto da Andrea, da un anno abita nella ‘Casa del Giovane’, che racconta: “A 12 anni c’era una forza dentro di me che mi spingeva a togliermi la vita. Oggi, a 15 anni, dopo un anno in comunità, c’è una forza dentro di me, che mi spinge a viverla”.
Per quale motivo hai fatto uso di droghe?
“Penso per scappare ed isolarmi dalle situazioni spiacevoli che vivevo ogni giorno, chiudendomi nell’effetto della sostanza”.
In quale modo hai iniziato?
“Da solo. Vivendo in un quartiere poco raccomandabile avevo accesso facile a pressoché qualsiasi tipo di sostanza, dai cannabinoidi agli anestetici”.
Perché volevi toglierti la vita?
“Vivevo ogni giorno circostanze deprimenti e man mano che il tempo passava si affievoliva la fiamma di speranza in me, giungendo alla conclusione finale. Fortunatamente i miei genitori mi hanno preceduto e quella sera mi hanno portato in ospedale”.
E come sei ‘rinato’?
“Con molto lavoro duro e forza di volontà. Io ci sono riuscito trovando persone qualificate all’interno di questa comunità e grazie al supporto dei servizi. Non è mancato l’aiuto da parte dei miei genitori per quanto riguarda il mio benessere e nel sostegno nei miei progetti futuri”.
Oggi cosa fai?
“Cerco di riprendere un ritmo di vita ‘standard’; pratico arrampicata, vado a scuola, faccio l’animatore all’oratorio estivo, torno a casa i weekend e cerco di costruire amicizie nuove e sane”.
Quali sono i tuoi sogni?
“Il mio sogno è quello di diventare psicologo o comunque lavorare nel campo del disagio dovuto alle dipendenze… Credo fortemente che la mia esperienza possa essere di aiuto ad altri nella mia situazione simile a quella passata”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ai giovani: rinnovate il mondo
“Speranza è una parola per voi ricca di storia: non è uno slogan, ma la luce ritrovata attraverso un grande lavoro. Desidero ripetervi, allora, quel saluto che cambia il cuore: la pace sia con voi! La sera di Pasqua Gesù ha salutato così i discepoli chiusi nel cenacolo. Lo avevano abbandonato, credevano di averlo perso per sempre, erano impauriti e delusi, qualcuno già se n’era andato. E’ però Gesù a ritrovarli, a venirli di nuovo a cercare. Entra a porte chiuse nel luogo dove sono come sepolti vivi. Porta la pace, li ricrea col perdono, soffia su di loro: infonde cioè lo Spirito Santo, che è il respiro di Dio in noi. Quando manca l’aria, quando manca l’orizzonte, la nostra dignità appassisce. Non dimentichiamo che Gesù risorto viene ancora e porta il suo respiro!”: con questo saluto papa Leone XIV ha accolto nel cortile di san Damaso i partecipanti alla Giornata Internazionale per la Lotta contro la Droga, che ricorre oggi,
Ricordando le visite di papa Francesco nei carceri, ha sottolineato che anche la droga è una prigione: “La droga e le dipendenze sono una prigione invisibile che voi, in modi diversi, avete conosciuto e combattuto, ma siamo tutti chiamati alla libertà. Incontrandovi, penso all’abisso del mio cuore e di ogni cuore umano. E’ un salmo, cioè la Bibbia, a chiamare ‘abisso’ il mistero che ci abita. Sant’Agostino ha confessato che solo in Cristo l’inquietudine del suo cuore ha trovato pace. Noi cerchiamo la pace e la gioia, ne siamo assetati. E molti inganni ci possono deludere e persino imprigionare in questa ricerca”.
E’ stato un invito a combatterla insieme: “Guardiamoci attorno, però. E leggiamo nei volti l’uno dell’altro una parola che mai tradisce: insieme. Il male si vince insieme. La gioia si trova insieme. L’ingiustizia si combatte insieme. Il Dio che ha creato e conosce ciascuno (ed è più intimo a me di me stesso) ci ha fatti per essere insieme. Certo, esistono anche legami che fanno male e gruppi umani in cui manca la libertà. Anche questi, però, si vincono solo insieme, fidandoci di chi non guadagna sulla nostra pelle, di chi possiamo incontrare e ci incontra con attenzione disinteressata”.
Con una citazione dell’enciclica ‘Evangelii Gaudium’ ha sottolineato l’esigenza di ‘combattere’ il business le dipendenze: “La giornata di oggi, fratelli e sorelle, ci impegna in una lotta che non può essere abbandonata finché, attorno a noi, qualcuno sarà ancora imprigionato nelle diverse forme della dipendenza. Il nostro combattimento è contro chi fa delle droghe e di ogni altra dipendenza (pensiamo all’alcool o al gioco d’azzardo) il proprio immenso business. Esistono enormi concentrazioni di interesse e ramificate organizzazioni criminali che gli Stati hanno il dovere di smantellare”.
Quindi combattere coloro che fanno business e non i poveri, anche attraverso l’uso di norme di sicurezza: “E’ più facile combattere le loro vittime. Troppo spesso, in nome della sicurezza, si è fatta e si fa la guerra ai poveri, riempiendo le carceri di coloro che sono soltanto l’ultimo anello di una catena di morte. Chi tiene la catena nelle sue mani, invece, riesce ad avere influenza e impunità. Le nostre città non devono essere liberate dagli emarginati, ma dall’emarginazione; non devono essere ripulite dai disperati, ma dalla disperazione”.
Per questo è importante dare valore alla cultura dell’incontro: “Il Giubileo ci indica la cultura dell’incontro come via alla sicurezza, ci chiede la restituzione e la redistribuzione delle ricchezze ingiustamente accumulate, come via alla riconciliazione personale e civile… La lotta al narcotraffico, l’impegno educativo tra i poveri, la difesa delle comunità indigene e dei migranti, la fedeltà alla dottrina sociale della Chiesa sono in molti luoghi considerati sovversivi”.
Inoltre, rivolgendosi ai giovani, li ha invitati ad essere rinnovamento nel mondo: “Cari giovani, voi non siete spettatori del rinnovamento di cui la nostra Terra ha tanto bisogno: siete protagonisti… Gesù è stato rifiutato e crocifisso fuori dalle porte della sua città. Su di lui, pietra angolare su cui Dio ricostruisce il mondo, anche voi siete pietre di grande valore nell’edificio di una nuova umanità. Gesù che è stato rifiutato invita tutti voi e se vi siete sentiti scartati e finiti, ora non lo siete più. Gli errori, le sofferenze, ma soprattutto il desiderio di vita di cui siete portatori, vi rendono testimoni che cambiare è possibile”.
E’ stato un incoraggiamento ad essere protagonisti nella società: “La Chiesa ha bisogno di voi. L’umanità ha bisogno di voi. L’educazione e la politica hanno bisogno di voi. Insieme, su ogni dipendenza che degrada faremo prevalere la dignità infinita impressa in ciascuno. Tale dignità, purtroppo, a volte brilla solo quando è quasi del tutto smarrita. Allora sopravviene un sussulto e diventa chiaro che rialzarsi è questione di vita o di morte. Ebbene, oggi tutta la società ha bisogno di quel sussulto, ha bisogno della vostra testimonianza e del grande lavoro che state facendo.
Tutti abbiamo, infatti, la vocazione ad essere più liberi e ad essere umani, la vocazione alla pace. È questa la vocazione più divina. Andiamo avanti insieme, allora, moltiplicando i luoghi di guarigione, di incontro e di educazione: percorsi pastorali e politiche sociali che comincino dalla strada e non diano mai nessuno per perso. E pregate anche voi, affinché il mio ministero sia a servizio della speranza delle persone e dei popoli, a servizio di tutti”.
(Foto: Santa Sede)
26 Giugno: Giornata Mondiale contro le Droghe
In occasione della Giornata Mondiale contro le Droghe, sentiamo il bisogno di fermarci. Di rallentare per un momento, respirare, e provare a guardare la realtà con uno sguardo nuovo. Uno sguardo più umano. Siamo abituati a parlare dei giovani elencando ciò che non funziona: dipendenze, comportamenti a rischio, numeri che spaventano.
Ma ci chiediamo mai davvero cosa cercano? Cosa li muove? Cosa – o chi – manca nella loro vita? Quando un giovane si rifugia in una sostanza, in un gesto estremo, raramente è un capriccio. Spesso è un grido. Un bisogno di essere visto, ascoltato, accolto. È un modo – forse l’unico che conosce – per dire che qualcosa fa male. E che, da solo, non ce la fa più. Viviamo un tempo complesso, che non risparmia nessuno, ma che pesa in modo particolare su chi è giovane.
Si cresce in fretta – troppo in fretta – in un mondo che cambia continuamente: il digitale amplifica emozioni e solitudini, la pandemia ha lasciato ferite profonde, la crisi climatica genera paure, il lavoro promette poco e spesso toglie molto.
Ma chi c’è davvero per questi ragazzi? Trovano adulti capaci di ascoltare senza giudicare, di esserci senza invadere? Oppure solo regole, distanze, silenzi? È tempo di cambiare sguardo. Vogliamo essere custodi di regole o testimoni di speranza? Vogliamo parlare dei giovani come un problema o con i giovani, come parte di un progetto comune? Nelle comunità che accolgono ragazzi con dipendenze, incontriamo adolescenti sempre più giovani – a volte di appena 12 o 13 anni – segnati da traumi, solitudini, assenze.
Eppure, quando trovano un adulto autentico, capace di guardarli senza pregiudizi e accompagnarli con rispetto, qualcosa cambia: restano, si fidano, ripartono. Perché la differenza non la fa la tecnica. La fa la relazione. Non è più tempo di aspettare che siano loro a bussare ai nostri servizi: dobbiamo essere noi ad andare verso di loro, nei luoghi in cui vivono, anche quelli più difficili.
Servono servizi che accolgano, non solo che curino. Spazi di esistenza, non solo di assistenza. Luoghi flessibili, dove la relazione venga prima della prestazione. Serve un nuovo patto educativo: autentico, coraggioso, condiviso. Abbiamo bisogno di una società che non lasci soli i propri giovani, che sappia entrare nei loro spazi – fisici e digitali – con umiltà e fiducia.
Una rete educativa che investa in cultura, sport, arte, bellezza. Perché sì, la bellezza salva. I ragazzi hanno bisogno di luoghi in cui potersi esprimere, sbagliare senza perdersi, sentirsi accolti senza dover dimostrare nulla. Un giovane ascoltato oggi sarà un adulto capace di costruire domani. Per questo serve un’alleanza vera: tra adulti, giovani, famiglie, scuole, istituzioni. Perché nessuno cresce da solo. Il nostro compito è esserci. Con una presenza concreta, quotidiana, che dica con amore: ogni giovane può fiorire, nonostante tutto.
Simone Feder: stare vicino ai giovani per amarli
All’Abbadia di Fiastra di Tolentino, in provincia di Macerata continuano gli incontri giubilari, in collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana diocesana, Sermirr di Recanati e Sermit di Tolentino e su proposta di don Rino Ramaccioni è stato invitato l’educatore Simone Feder, psicologo e coordinatore dell’area ‘giovani e dipendenze’ della ‘Casa del Giovane’ di Pavia, che ha raccontato storie di ‘Giovani, speranza del mondo’, descrivendo il modo in cui i giovani possono diventare risorsa, ma sono troppo spesso senza una ‘bussola’ davanti al dilagare della droga:
“Vedo l’uso di sostanze devastanti che portano danni irreparabili anche livello sanitario e di cui pagheremo un prezzo salato, danni irreparabili fisici e della percezione della realtà che queste sostanze provocano. Il problema oggi non sono più le politiche di riduzione del danno, perché il problema non è più la droga ma il malessere, la sofferenza, è quella che dobbiamo ridurre non tanto le sostanze. Oggi abbiamo ragazzini di 13 anni già pieni di sostanze che vengono trascinati sempre più con fatica dai genitori, fragili anche loro”.
Ed ecco la proposta educativa riprendendo lo stile di san Giovanni Bosco: “Il mio invito è quello di cambiare questo sguardo punitivo e repressivo; occorre un punto di partenza diverso. Provo a dirlo con san Giovanni Bosco: non basta amare i ragazzi, devono sentirsi amati”.
Simone Feder, in quale modo i giovani possono essere speranza del mondo?
“I giovani sono speranza del mondo se come adulti noi ci siamo nel loro mondo, stando a fianco a loro ma non da ‘maestrini’ per costruire insieme qualcosa. Ecco che i giovani poi si attivano e generano situazioni di attenzione agli altri ed ai loro compagni diventando generatori di oltre”.
‘Generatori di oltre’, ma allora per quale motivo definiamo i giovani apatici?
“E’ un mondo che abbiamo portato noi adulti, adolescenti perenni che non riusciamo a vedere se non una parte del loro essere. Sono convinto che i giovani non sono apatici, ma vivono una situazione che li porta sempre più a spegnersi. Bisogna riattivare queste situazioni; ma quali spazi hanno oggi i giovani per giocarsi interessi diversi che noi continuiamo a proporgli, cioè il nulla. Dentro questo nulla rischiano di naufragare in questo mare”.
Ma i giovani cercano il senso della vita?
“Sempre più ragazzi, anche non definiti ‘problematici’, chiedono aiuto per dare un senso alla propria vita. Sono insoddisfatti di ciò che li circonda e cercano risposte. Sono come i ‘canarini nella miniera’, che ci segnalano un ambiente tossico, incapace di offrire loro l’ossigeno necessario per crescere e trovare motivazioni. Per questo, è fondamentale proporre loro esperienze significative, come il volontariato, che possano far emergere un’alternativa concreta. Ma non basta offrirle: bisogna esserci anche nel lungo periodo, sostenendoli nelle difficoltà quotidiane, insomma impegnarsi ed essere determinati”.
Quali parole possono essere necessarie per iniziare un dialogo con i giovani?
“Ciò che deve smuovere le coscienze è ricordarci che di fronte a noi ci sono delle persone. Dobbiamo avvicinarci a chi soffre con uno sguardo pulito e sincero, trasmettere attenzione, comunicare con il cuore, stringergli la mano, chiamarlo per nome. Dobbiamo rispettarlo, anche nei suoi silenzi: rispettare i tempi dell’altro è fondamentale, è così che si costruisce una relazione. Quando mi occupo della formazione dei giovani volontari che operano al bosco di Rogoredo, ripeto sempre che ciò che conta è la sincerità dell’approccio, andare in questo ‘non-posto’ per essere d’aiuto e non per raggiungere un obiettivo. Può passare molto tempo prima che un giovane accetti di fidarsi di te, seguirti e iniziare un percorso di recupero. L’essenziale, innanzitutto, è fargli sentire il tuo sostegno: quando vuoi, io ci sono”.
Per quale motivo le droghe sono tornate prepotentemente alla ribalta?
“A livello culturale stiamo sdoganando la trasgressione; c’è maggior offerta di sostanze ovunque e ci sono anche politiche di intervento che non sono pensate. Oggi non è tanto intervenire sulle cose disfunzionali, ma bisogna proporre qualcosa di più funzionale, cioè l’altra parte della bilancia che bisogna arricchire, che è sempre più impoverita, facendo crescere il disfunzionale, in quanto le droghe stanno sempre più diventando ‘terapia’ del malessere giovanile”.
Partendo dalla sua esperienza in questi anni come è cambiato il mondo della ‘droga’?
“Il bosco si sta ripopolando, non siamo ancora ai numeri del 2017-2018 ma stanno crescendo i ragazzi che arrivano. Il fatto che comunque noi siamo lì (diamo anche farmaci, cibo, vestiti) aiuta a contenere un po’ i numeri. E fuori dal bosco la droga è ovunque e costa pochissimo. Ma tutto questo rischia di passare tutto in sordina. Dobbiamo chiederci a quale soglia di disagio ci stiamo abituando oggi? Crescono sempre di più gesti autolesivi, nelle famiglie ci sono concentrazioni di rabbia che esplodono in gesti violenti, anche i ragazzini si avvicinano al bosco.
Ci stiamo abituando a un disagio che nel frattempo di sta strutturando. C’è un’indifferenza generale, se lo Stato non ci aiuta vedremo domani i disastri. Se non stai in quei posti i ragazzi li perdi per sempre, i ragazzi oggi non li puoi stare ad aspettare nelle comunità, devi andare a cercarli a incontrarli. Bisogna cambiare paradigma anche dei nostri servizi. Dobbiamo cercare di intercettare e capire la sofferenza che c’è in giro. Per fortuna c’è anche chi si avvicina e si impegna volontariamente e con costanza”.
Perché Rogoredo?
“La presenza a Rogoredo è una sfida. C’è uno tsunami che ci sta travolgendo. Oggi genitori distrutti ci chiedono di andare a recuperare i loro figli o almeno di avere qualche notizia sulla loro presenza. Quello che il ‘Boschetto’ ci ha insegnato è che dobbiamo uscire dai nostri comodi setting ambulatoriali. Oggi i giovani dobbiamo andarceli a prendere. Le comunità devono uscire dalle propria mura, andare in questi non luoghi, incontrare e abbracciare questi giovani. Solo così, solo costruendo una relazione si può poi portarli alla cura.
Qualche giorno fa abbiamo raccolto nel bosco di Rogoredo un ragazzo di 23 anni steso senza conoscenza, e mi sono chiesto, come è arrivato sin lì, a casa, a scuola, nessuno ha colto il suo disagio? Che relazioni ha avuto? Come mai non ha incontrato nessuno, lo Stato dove era? Dove eravamo noi? La nostra presenza ci ha permesso di agganciare centinaia di ragazzi e ragazze in questi anni ed un centinaio sono andate in trattamento o in comunità. Ma siamo troppo soli. Oggi l’eroina al bosco la paghi € 14 al grammo, vediamo sostanze che non abbiamo mai visto come ‘krokodril’ che crea disastri sanitari, una sostanza che ‘mangia gli arti’ e provoca vistose ulcere sulla pelle. Ma c’è qualcuno che si chiede: quali sostanze girano?”
All’interno della Casa del Giovane, fondata dal venerabile don Enzo Boschetti, è stata aperta anche una chiesa giubilare: quale significato questa apertura?
“E’ stata un’occasione molto bella che il nostro vescovo della diocesi di Pavia, mons. Sanguinetti, ha voluto fare nella città, scegliendo la cappella della Casa del Giovane. Per noi questo gesto significa apertura al mondo ed alla conoscenza di quello che si vive all’interno della comunità, perché c’è l’accoglienza di tanta sofferenza, ma anche la gioia per quei giovani, che hanno fatto un percorso e stanno diventando come pietre che, scartate dai costruttori, stanno diventando testate d’angolo”.
Per quale motivo don Enzo Boschetti ha dato il nome ‘Casa del Giovane’ alla sua struttura?
“Per i giovani che negli anni Sessanta incontrava. In quegli anni della ‘contestazione giovanile’ non è rimasto a guardare ma ha cercato di dare uno spazio in cui i giovani la potessero sentire casa. Oggi cerchiamo di portare avanti questa sua ‘intuizione’. Penso che la ‘Casa del Giovane’ sia la casa di chiunque si senta giovane dentro”.
Simone Feder: prevenire l’abuso di droghe con proposte serie
Mercoledì 26 giugno si è celebrata la Giornata mondiale contro l’abuso ed il traffico illecito di droga sul tema proposto dall’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) ‘The evidence is clear: invest in prevention’ (‘L’evidenza è chiara: investire in prevenzione’), suggerendo un approccio basato sull’evidenza scientifica che abbia come priorità prevenzione e trattamento.
Con la Risoluzione 42/112 del 7 dicembre 1987, l’Assemblea Generale ha scelto il 26 giugno per celebrare la Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga, affermando la sua determinazione nel rafforzare l’azione e la cooperazione a livello nazionale e internazionale per combattere questi fenomeni.
Per rafforzare la lotta al traffico di droga, nasce nel 1997 l’Ufficio dell’ONU contro la Droga e il Crimine (United Nations Office on Drugs and Crime –UNODC) creato dalla fusione del Programma di Controllo sulla Droga delle Nazioni Unite e dal Centro per la Prevenzione del Crimine Internazionale.
UNODC, oltre a condurre attività di ricerca e analisi, e a promuovere la ratifica e l’adozione di convenzioni e trattati internazionali, sviluppa progetti di cooperazione tecnica e assiste gli Stati membri, grazie ad una vasta rete di uffici operativi presenti in tutte le regioni del mondo.
Il tema della giornata è molto interessante e stimolante e per un maggior approfondimento è stato contattato il dott. Simone Feder, psicologo e coordinatore dell’area ‘Giovani e Dipendenze’ della ‘Casa del Giovane’ di Pavia, organizzazione senza scopo di lucro fondata nel 1971 dal venerabile don Enzo Boschetti per dare ospitalità a giovani con problemi di tossicodipendenza: gli appelli funzionano?
“Gli appelli e queste giornate possono servire per alzare l’attenzione su temi che altrimenti finirebbero nel dimenticatoio o sarebbero utilizzati solo come slogan per campagne politiche. E’ fondamentale però non fermarsi alla celebrazione di qualcosa, la battaglia deve essere quotidiana e culturale, passare da gesti e azioni che non puntino solo a reprimere e bloccare. Non è più il tempo di proclami e bandiere, questa deve diventare una battaglia al di sopra di partiti e ideologie, per l’intera società e a capo di una comunità educante da cui nessuno può e deve sentirsi escluso a livello di responsabilità”.
In quale modo è possibile prevenire le dipendenze?
“Mi sembra, come sempre, che per i giovani manchino idee e proposte. Intorno a loro ci sono continui messaggi e testimonianze di ‘successo e benessere’ molto più convincenti e ammalianti. Bisogna lavorare per stimolare politica, società e genitori a cercare e proporre altro e guardare oltre! Andare oltre le logiche economiche di mercato, dei tornaconti e della visibilità mediatica immediata, per puntare ad un guadagno maggiore: il futuro della società. Il problema è che non ci sono alternative valide che sappiano conquistare e coinvolgere i ragazzi. Finché l’unica strategia sarà spaventare non si riuscirà a modificare la naturale propensione dei giovani a cercare l’oltre”.
Per quale motivo il fentanyl è pericoloso?
“E’ uno degli oppioidi sintetici molto potente, 50 volte più dell’eroina e una percentuale piccolissima del suo uso può causare effetti letali. Negli USA negli ultimi tre anni è stato causa di circa 200.000 morti. L’Italia a livello governativo ha emanato l’allerta di livello alto. Nelle zone di spaccio, come al bosco di Rogoredo, stiamo monitorando costantemente la situazione in modo da lanciare alert tempestivi qualora se ne presentasse la necessità. In Italia dobbiamo sicuramente giocare d’anticipo, se arrivasse l’ondata che è arrivata negli USA la situazione sarebbe devastante”.
In quale modo fornire risposte alle domande dei giovani?
“I giovani sono consapevoli dei rischi legati all’utilizzo di sostanze, le informazioni sono reperibili ovunque. Per fornire risposte alle domande sono fondamentali due aspetti. Il primo è aiutare i giovani ad essere portatori di quesiti, a chiedersi il perché di alcune situazioni ed a diventare soggetti attivi di nuove proposte e cambiamenti. Esiste oggi un movimento giovanile che, per certi tempi, sta iniziando a spingere e prendere maggiori consapevolezze, bisogna aiutarli a guardare nella direzione giusta. Seconda cosa essenziale è dedicare il tempo all’ascolto, fermarsi con loro e condividere esperienze concrete che possano diventare la porta d’ingresso al loro interno, permetter loro di aprirsi e raccontarsi”.
Gli adulti sono ancora punti di riferimento per i giovani?
“Non si può pretendere di esserlo a priori, solo in quanto adulti, solo perché investiti di una qualche carica o professionalità. Oggi i ragazzi chiedono prima di tutto coerenza e presenza: è necessario andar loro incontro senza aspettarsi che siano pronti ad aprirsi con chi e quando pensiamo noi. Gli adulti devono riconquistarsi una credibilità che troppo spesso è messa a dura prova grazie a testimoni pubblici che veicolano valori e obiettivi di vita pericolosi. Troppi sono i messaggi contrastanti che passano attraverso i media e i passaparola, la musica, sta ad ognuno di noi, nella propria quotidianità rendersi portatore efficace e testimone di altro”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: i trafficanti di droga sono assassini
“Sabato prossimo celebreremo la solennità dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di Roma. Siate sul loro esempio discepoli missionari, testimoniando ovunque la bellezza del Vangelo. Alla loro intercessione affidiamo le popolazioni che soffrono la guerra: la martoriata Ucraina, la Palestina, Israele, il Myanmar, perché possano presto ritrovare la pace”: al termine dell’Udienza generale, nella giornata mondiale contro le droghe, papa Francesco ha rinnovato la preghiera per la pace nei Paesi in guerra, ma allo stesso tempo ha chiesto attenzione a non assumere droghe: “Il periodo delle vacanze è però anche un momento in cui molti giovani si avvicinano per la prima volta alle sostanze stupefacenti: che la Giornata mondiale contro l’abuso di droga, che ricorre oggi, ricordi di prestare una particolare attenzione alla sicurezza dei bambini e dei giovani”.
Ed in questa giornata il papa ha dedicato l’intera catechesi alla Giornata Mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga, ripetendo il messaggio di san Giovanni Paolo II alla Conferenza di Vienna nel 1987: “Questo fa l’abuso di droga e l’uso di droga. Ricordiamo però, al tempo stesso, che ogni tossicodipendente ‘porta con sé una storia personale diversa, che deve essere ascoltata, compresa, amata e, per quanto possibile, guarita e purificata… Continuano ad avere, più che mai, una dignità, in quanto persone che sono figli di Dio’. Tutti hanno una dignità”.
Richiamandosi ai pensieri di papa Benedetto XVI papa Francesco ha usato volutamente la parola ‘assassini’: “Non possiamo tuttavia ignorare le intenzioni e le azioni malvagie degli spacciatori e dei trafficanti di droga. Sono degli assassini! Papa Benedetto XVI usò parole severe durante una visita a una comunità terapeutica: ‘Dico ai trafficanti di droga che riflettano sul male che stanno facendo a una moltitudine di giovani e di adulti di tutti gli strati sociali: Dio chiederà loro conto di ciò che hanno fatto. La dignità umana non può essere calpestata in questo modo’. E la droga calpesta la dignità umana”.
Ha chiesto di porre fine alla produzione di droghe: “Una riduzione della dipendenza dalle droghe non si ottiene liberalizzandone il consumo (questa è una fantasia), come è stato proposto, o già attuato, in alcuni Paesi. Si liberalizza e si consuma di più. Avendo conosciuto tante storie tragiche di tossicodipendenti e delle loro famiglie, sono convinto che è moralmente doveroso porre fine alla produzione e al traffico di queste sostanze pericolose.
Quanti trafficanti di morte ci sono (perché i trafficanti di droga sono trafficanti di morte), spinti dalla logica del potere e del denaro ad ogni costo! E questa piaga, che produce violenza e semina sofferenza e morte, esige dalla società nel suo complesso un atto di coraggio”.
Inoltre la produzione di droga sta distruggendo l’Amazzonia: “La produzione e il traffico di droga hanno un impatto distruttivo anche sulla nostra casa comune. Ad esempio, questo è diventato sempre più evidente nel bacino amazzonico”.
Quindi l’unica soluzione per combattere la droga è la prevenzione: “Un’altra via prioritaria per contrastare l’abuso e il traffico di droghe è quella della prevenzione, che si fa promuovendo maggiore giustizia, educando i giovani ai valori che costruiscono la vita personale e comunitaria, accompagnando chi è in difficoltà e dando speranza nel futuro”.
Ed ha raccontato che nei suoi viaggi ha visitato molte comunità terapeutiche di ispirazione cristiana: “Nei miei viaggi in diverse diocesi e vari Paesi, ho potuto visitare diverse comunità di recupero ispirate dal Vangelo. Esse sono una testimonianza forte e piena di speranza dell’impegno di preti, consacrati e laici di mettere in pratica la parabola del Buon Samaritano. Così pure sono confortato dagli sforzi intrapresi da varie Conferenze episcopali per promuovere legislazioni e politiche giuste riguardo al trattamento delle persone dipendenti dall’uso di droghe e alla prevenzione per fermare questo flagello”.
Citando il proprio messaggio ai partecipanti al 60^ Congresso Internazionale dei Tossicologi Forensi dello scorso anno, papa Francesco ha invitato i fedeli a non essere indifferenti verso chi ha problemi con la droga: “Cari fratelli e sorelle, di fronte alla tragica situazione della tossicodipendenza di milioni di persone in tutto il mondo, di fronte allo scandalo della produzione e del traffico illecito di tali droghe, ‘non possiamo essere indifferenti. Il Signore Gesù si è fermato, si è fatto vicino, ha curato le piaghe’”.
E’ stato un chiaro invito all’azione, sottolineando che i trafficanti sono assassini ed invitando a pregare per la loro conversione: “E preghiamo per quei criminali che danno la droga ai giovani: sono criminali, sono assassini! Preghiamo per la loro conversione. In questa Giornata Mondiale contro la droga, come cristiani e comunità ecclesiali rinnoviamo il nostro impegno di preghiera e di lavoro contro la droga”.
In precedenza aveva ricevuto un gruppo di musulmani di Bologna, a cui ha sottolineato la necessità del dialogo: “In particolare, il dialogo sincero e rispettoso tra cristiani e musulmani è un dovere per noi che vogliamo obbedire alla volontà di Dio. Infatti, la volontà di un Padre è che i suoi figli si vogliano bene, si aiutino a vicenda, e che, se sorge tra loro qualche difficoltà o incomprensione, si mettano d’accordo con umiltà e pazienza”.
Però il dialogo richiede la dignità di ogni persona: “Tale dialogo richiede il riconoscimento effettivo della dignità e dei diritti di ogni persona. In cima a questi diritti c’è quello alla libertà di coscienza e di religione, che significa che ogni essere umano dev’essere pienamente libero per quanto riguarda le sue scelte religiose. Inoltre, ogni credente deve sentirsi libero di proporre (mai imporre!) la propria religione ad altre persone, credenti o no.
Ciò esclude ogni forma di proselitismo, inteso come esercitare pressioni o minacce; deve respingere ogni tipo di favori finanziari o lavorativi; non deve approfittare dell’ignoranza delle persone. Oltre a ciò, i matrimoni tra persone di religioni diverse non devono essere occasione per convertire il coniuge alla propria religione”.
(Foto: Santa Sede)
Giornata mondiale contro le droghe: occorre prevenire
Essere presenti con le risposte giuste prima che nascano le domande, questa è la sfida che oggi come operatori sociali, ma prima di tutto come uomini e donne, dobbiamo scegliere di intraprendere. Altrimenti arriveremo sempre troppo tardi. In occasione di questa giornata che si propone di alzare gli occhi ‘contro l’abuso e il traffico illecito di droga’, sentiamo fondamentale spostare lo sguardo su una dimensione che troppo spesso è ignorata e passata sotto silenzio.
Il problema oggi non è vietare, interdire, bloccare, condannare l’uso, l’abuso o il traffico di sostanze. Sarebbe come pensare di tappare con un dito il foro di una diga che sta rischiando di spaccarsi sotto lo stimolo di un’onda anomala. La logica della rincorsa alla soluzione non è mai quella vincente, specialmente se si tratta di presa in carico della fragilità umana e delle pericolose conseguenze ad essa legate.
Oggi i giovani, e le loro famiglie, hanno bisogno di scelte politiche e sociali diverse, che decidano di investire e scommettere sul loro potenziale, non di limitarsi a raccogliere i cocci e provare ad incollare situazioni ormai logore e fortemente compromesse. L’età media dei ragazzi che arriva a bussare alla nostra porta è sempre più bassa, abbiamo giovanissimi che arrivano in comunità già a 14 anni, mentre si alza vertiginosamente il loro livello di compromissione fisica, giuridica, sociale e sanitaria.
Tutto questo sotto gli occhi di un sistema che, cieco davanti alla situazione e sordo ai suoi continui richiami, si limita ad accorgersi di loro solo quando il dramma appare sulle colonne della cronaca nera o di qualche reportage scandalistico. Mancano precisi disegni e intenti preventivi che traccino linee di intervento chiare e veramente incisive.
E’ però terminata l’ora delle parole e dei proclami fini a sé stessi, dei progettifici e delle offerte a tempo costruite esclusivamente per riempire spazi e servizi ormai desolatamente vuoti e desueti. Bisogna agire prima: restituire alle nuove generazioni la capacità di inventare e inventarsi, di sentirsi protagonisti di un progetto di vita realistico e appetibile, di desiderare un futuro in cui la fatica non sia solo un ostacolo da aggirare, ma una strada verso soddisfazioni importanti.
Come adulti non possiamo accontentarci di essere ‘restauratori’ di situazioni cresciute da sole senza una progettualità reale, bisogna diventare artigiani di adolescenze proattive, accompagnatori in percorsi che possano non essere spaventosi nonostante le salite e gli strapiombi che inevitabilmente ne fanno parte. Questo richiede però presenza vera, intenzionalità educativa costante e, soprattutto, alternative credibili verso le quali dirigere i nostri ragazzi.
Mi ha molto colpito la storia di Samuele, (https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/la-maturita-sul-campo-di-samuele-io-volontario-al-bosco-di-rogoredo-oltre-lo-studio-ce-di-piu-gli-altri-de434ac8) giovane che ho incontrato quest’anno al presidio che ogni mercoledì viene gestito presso il bosco di Rogoredo da giovani studenti desiderosi di rendersi utili verso i loro coetanei che attraversano sentieri di forte difficoltà.
Lui, giovane maturando, ha scelto di essere presente anche il giorno della sua prima prova d’esame, testimoniando così l’importanza e la bellezza dell’impegno verso gli altri che riempie di significato la propria esistenza.
Situazioni e valori che appaiono oggi forse in controtendenza rispetto a quanto viene costantemente proposto all’interno della società di oggi, ma che nei giovani risuonano come la vera e profonda rivoluzione che può portare un vero cambiamento all’intera comunità.
Spesso incontro ragazzi impegnati e desiderosi di fare qualcosa per dare un senso alle loro esistenze e rispondere a quella ricerca di senso che costantemente provano. La stessa ricerca che purtroppo spesso porta i più fragili a cercare nelle sostanze una risposta che non riescono a trovare nell’anestetizzante routine in cui sono troppo spesso inseriti: una quotidianità priva di proposte interessanti e di sguardi mirati alla promozione delle loro potenzialità.
Dobbiamo avere il coraggio delle grandi proposte, degli azzardi stimolanti, delle avventure condivise che possano colmare le istanze di crescita e di emancipazione dei nostri giovani. Solo così non saranno più necessarie giornate contro, ma potremo finalmente istituire giornate ‘a favore di’, che possano ricordare quanta ricchezza e propositività ci circondano!
CNCA: i servizi di riduzione del danno fanno bene alla salute e fanno risparmiare
I servizi di Riduzione del danno (Rdd) e Limitazione del rischio (Ldr) non offrono soltanto un importante presidio per la tutela della salute delle persone e della collettività, ma consentono di generare risultati che, senza la loro presenza, comporterebbero un costo molto più alto, in termini economici, per gli individui e le istituzioni: è stato questo il messaggio che il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA) ha lanciato nei giorni scorsi durante la tavola rotonda ‘Quanto vale la Riduzione del danno? Il CNCA presenta la valutazione di impatto sociale dei suoi servizi di Diduzione del danno e Limitazione del rischio’.
Al termine dell’incontro la federazione ha presentato un documento che traccia il percorso di valutazione di impatto sociale dei servizi di Rdd e Ldr offerti da 10 organizzazioni della rete, presenti in 7 regioni (Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia-Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio): Alice, Arnèra, Borgorete, Cat, Centro Sociale Papa Giovanni XXIII, Cooperativa di Bessimo, Magliana ‘80, Nuovi Vicini, Open Group, Parsec.
I servizi di Rdd e Ldr sono azioni che si rivolgono alle persone che decidono di assumere sostanze psicoattive, per ridurre al massimo le conseguenze negative di tale consumo come, ad esempio, assumere sostanze particolarmente pericolose per la salute, contrarre l’Hiv o l’epatite per uso di siringhe o altri strumenti già usati da persone che potrebbero tramettere la malattia, provocare incidenti stradali per guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Per raggiungere questo obiettivo, i servizi di Rdd e Ldr forniscono ai consumatori spazi, strumenti e informazioni che minimizzano la possibilità di tali rischi.
Il CNCA, in collaborazione con la start-up ‘Open Impact’, ha raccolto un grandissimo numero di dati sulle attività svolte dai servizi di Rdd e Ldr delle 10 organizzazioni citate a partire dal novembre 2022, tramite una piattaforma online dedicata, implementata da Open Impact. I dati presentati si riferiscono al periodo fino a febbraio 2024. Sono state censite 2.505 uscite dei servizi, che hanno registrato un totale di 103.601 contatti.
Grazie a questa raccolta di dati, alla definizione degli impatti attesi (connessi a determinati Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU e ad alcuni indicatori nazionali del Benessere Equo e Sostenibile – BES) e degli indicatori di impatto, è stato possibile determinare il moltiplicatore d’impatto (SROI – Ritorno sociale sull’investimento) dei servizi censiti, che risulta essere pari ad € 2,23. Quindi, per 1 euro investito per finanziare le attività di Rdd e Ldr, si è stimato (prudentemente) che ci sarebbero voluti € 2,23 per assicurare gli interventi socio sanitari necessari, in assenza dei servizi oggetto della sperimentazione, secondo la sottolineatura di Caterina Pozzi, presidente del CNCA:
“I servizi di Riduzione del danno e Limitazione del rischio, sono un presidio fondamentale per la salute delle persone sul territorio, coprendo anche rilevanti bisogni sociali, specie delle fasce più marginali della popolazione come i senza dimora. Il recente ritrovamento del fentanyl in Umbria l’ha mostrato con chiarezza: il consumatore che si è rivolto all’unità di strada di Perugia aveva già stabilito in precedenza una relazione di fiducia con questo servizio.
In questo modo i servizi di Rdd fanno da antenna per l’intero sistema, oltre che ridurre i danni e limitare i rischi associati all’uso di sostanze. Tuttavia, a fronte di questo fondamentale lavoro e dei risparmi economici che questi servizi generano per le persone e per la collettività, resta ancora del tutto inadeguata la loro diffusione e il loro finanziamento sul territorio nazionale.
Occorre che i servizi di Riduzione del danno e Limitazione del rischio siano implementati e garantiti su tutto in territorio nazione come previsto nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) con finanziamento dedicato ed appropriato e che a questo si accompagni un piano nazionale di misurazione dell’impatto di tali servizi”.
Dal documento risulta che gli utenti dei servizi censiti sono principalmente uomini, di età compresa tra i 18 e i 30 anni e italiani (58% nei dati disponibili). Il 48% sono frequentatori con pattern di consumo o comportamenti potenzialmente rischiosi, il 25% senza dimora. La sostanza più consumata è l’alcool (27,96%), seguita da cannabis (23,51%), oppioidi (17,86%) e cocaina (17,77%).
Quanto ai presidi di prevenzione distribuiti, prevalgono le siringhe distribuite (207.555 unità) e le siringhe restituite (106.567 unità). Seguono i preservativi distribuiti (28.515 unità), i pippotti (8.106 unità), i lacci (1.972 unità) e il Naloxone, usato nei casi di sovradosaggio acuto o overdose da oppioidi (1.472 unità). Il beneficiario dei servizi nel 42,10% dei contatti ha assunto comportamenti protettivi per la salute (come ad esempio l’uso di una siringa o altri strumenti nuovi, non utilizzati da altri) e nel 36,78% dei contatti comportamenti protettivi sul piano sociale (ad esempio per la conservazione dell’alloggio o del permesso di soggiorno o per l’ottenimento di un sussidio).
Per questo il CNCA ha posto questi obiettivi: promozione della diffusione dei servizi attraverso l’implementazione di politiche e incentivi che favoriscano l’espansione e l’accessibilità dei servizi di Rdd e Ldr in tutte le regioni italiane, creando reti di collaborazione tra organizzazioni locali, istituendo incentivi fiscali per le aziende che sostengono tali servizi e sensibilizzando l’opinione pubblica sull’importanza di questi servizi;
misurare l’impatto sociale con l’utilizzazione di metodologie chiare e affidabili, come l’analisi dei costi e dei benefici, l’analisi costi-efficacia e l’analisi costi-utilità per quantificare in modo preciso i benefici generati dai servizi in termini di salute pubblica, sicurezza sociale ed economica;
garanzia di investimenti adeguati: utilizzare almeno l’80% dei risparmi economici misurati dalla valutazione di impatto sociale per finanziare la diffusione e la continuità dei servizi di Rdd e Ldr su tutto il territorio nazionale. Questo assicurerebbe che i servizi ricevano le risorse necessarie per operare in modo efficace e sostenibile;
ed infine un coinvolgimento di tutte le parti interessate, inclusi operatori sanitari, organizzazioni della società civile, esperti di valutazione e ricerca e le persone che utilizzano direttamente i servizi nel processo decisionale e nella valutazione dell’impatto dei servizi di Rdd e Ldr.
Cambiare lo sguardo per una nuova Europa e una nuova Italia
In questa accesa campagna elettorale pochissimo abbiamo sentito parlare di giovani e fragilità, eppure sono questi alcuni dei punti principali su cui si può valutare l’investimento effettivo di una società rispetto al proprio futuro. Ormai da sette anni mi ritrovo a camminare a fianco a molti giovani all’interno di quel boschetto di disperazione ed è su di loro che oggi sento il bisogno di puntare un faro di luce.
I figli di Rogoredo hanno braccia segnate da domande senza risposte, pelle marchiata da una ricerca che non ha coordinate logiche, parole non dette, silenzi frastornanti e urla logoranti che scandiscono ore di attesa, secondi di tregua e innumerevoli minuti di paura. Oggi Rogoredo non è più la stazione, non è più la sede di Sky, non è più nemmeno ‘il boschetto’. Oggi Rogoredo è un disarmante rito, un atroce stile di vita, un terribile quesito esistenziale che non può lasciarci silenziosi e indifferenti.
Occuparsi di questi figli vuol dire incontrare quegli occhi, sostenere quelle schiene, stringere quelle mani, asciugare quelle lacrime, accompagnare quei passi che restano invisibili alle passerelle di chi si limita ad osservare e a pensare il ‘non luogo’ senza vedere le persone, a parlare dei giovani senza dedicare loro tempo. Come restare indifferenti a tale dramma? Ciò che sta accadendo ci mette di fronte ad una diversità esistenziale che ci interroga profondamente, ad una diversità di ‘scelte’ che ci obbliga a chiederci se, e come, entrarci in contatto.
Oggi Rogoredo è una lacerante domanda a cui dobbiamo dare ascolto e risposta, prima che il suo grido diventi così forte e profondo da trasformarsi solo in un fastidioso e indifferente rumore di fondo. Oggi Rogoredo è la punta dell’iceberg di un disagio che sempre più attanaglia i nostri giovani, invischiandoli in ragnatele di solitudine da cui non trovano via di scampo.
Il tema giovanile e quello dell’attenzione alla cura e al disagio non possono oggi passare in secondo piano quando si tratta di pianificare il futuro del nostro Paese. Per poter essere portatori di proposte credibili è necessario essere pronti ad investire pensiero e risorse in questa necessaria avventura che è l’accompagnamento dei nostri giovani verso il loro futuro.
Quali alternative concrete offrire loro? Quali possibilità? Quali valori guidano oggi la loro crescita? Dove sperimentano relazioni efficaci, attività promozionali, esperienze di volontariato che possano offrire loro chiavi di lettura e di approccio al mondo diverse? Il problema non è mai il sintomo ma la causa di esso, soffermarci sul tema droga diventa quindi pericoloso e riduttivo.
E’ sempre più fondamentale porsi le domande giuste ed essere pronti ad offrire le risposte necessarie a questo dilagante disagio, che non ha più nomi né confini, ma per farlo è fondamentale far ritornare questi temi all’interno della prima pagina delle agende politiche. Perché non sappiamo quando un giovane che oggi trova nella droga la sua strada deciderà di accendere la lampadina del suo cambiamento, la nostra mission oggi deve essere quella di esserci quando quel giovane sarà in ricerca dell’interruttore.




























