Tag Archives: dottrina
Concilio Vaticano II: 60 anni tra memoria e novità
“Ma osservate che cosa si verifica questa mattina: mentre chiudiamo il Concilio ecumenico, noi festeggiamo Maria Santissima, la Madre di Cristo, e perciò, come altra volta dicemmo, la Madre di Dio e la Madre nostra spirituale. Maria santissima, diciamo immacolata! cioè innocente, cioè stupenda, cioè perfetta; cioè la Donna, la vera Donna ideale e reale insieme; la creatura nella quale l’immagine di Dio si rispecchia con limpidezza assoluta, senza alcun turbamento, come avviene invece in ogni creatura umana.
Non è forse fissando il nostro sguardo in questa Donna umile, nostra Sorella e insieme celeste nostra Madre e Regina, specchio nitido e sacro dell’infinita Bellezza, che può terminare la nostra spirituale ascensione conciliare e questo saluto finale? e che può cominciare il nostro lavoro Post-conciliare? Questa bellezza di Maria Immacolata non diventa per noi un modello ispiratore? una speranza confortatrice?”: con queste parole nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione, 8 dicembre 1965, papa san Paolo VI chiudeva il Concilio Vaticano II, dopo aver ‘inviato’ otto messaggi al mondo.
Però a distanza di 60 anni cosa rimane per la vita della Chiesa nel mondo contemporaneo, in quanto il Concilio Vaticano II è stato definito come una ‘bussola’ e, tuttora, rimane un punto di riferimento essenziale dal quale accogliere una preziosa eredità per custodirla e trasmetterla in forme sempre più efficaci, perché ripercorrere le tappe del Concilio Vaticano II non vuole essere un’opera di archeologismo, bensì un’opportunità per ri-visitare alcuni aspetti essenziali della vita ecclesiale.
Infatti in uno degli otto messaggi papa san Paolo VI tratteggiava questa immagine della Chiesa: ‘Questo Concilio consegna alla storia l’immagine della Chiesa cattolica raffigurata da quest’aula, piena di Pastori professanti la medesima fede, spiranti la medesima carità, associati nella medesima comunione di preghiera, di disciplina, di attività, e (ciò che è meraviglioso) tutti desiderosi d’una cosa sola, di offrire se stessi, come Cristo nostro Maestro e Signore, per la vita della Chiesa e per la salvezza del mondo’. Partendo da queste sollecitazioni a p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi, chiediamo di raccontarci quale immagine della Chiesa è emersa dalla conclusione del Concilio Vaticano II:
“Il Concilio Vaticano II è stato realmente un punto di ‘non ritorno’ da cui ripartire. La Chiesa ha vissuto un momento di transizione: dalla Chiesa europea alla Chiesa mondiale; e, nella sua universalità ha ritrovato se stessa. Essa aveva bisogno di ‘ricomprendersi’ per potersi ‘rivolgere’ al mondo in un modo più consapevole. La visione dinamica della Chiesa è uno degli aspetti centrali che si può cogliere come frutto maturo del Concilio, divenendo quindi una realtà che ascolta, che accoglie e partecipa attivamente in forza del sacramento del battesimo”.
‘Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. Tale dottrina abbraccia l’uomo integrale, composto di anima e di corpo, ed a noi, che abitiamo su questa terra, comanda di tendere come pellegrini alla patria celeste’: è l’inizio del Concilio Vaticano II. In quale modo il Concilio Vaticano II ha ‘aiutato’ a diffondere e difendere la dottrina?
“La finalità pastorale ha caratterizzato questa convocazione conciliare, sottolineando una forte esigenza missionaria, di portare il Vangelo all’uomo moderno, facendo respirare un’atmosfera mondializzata. Il Concilio Vaticano II ha accelerato questo processo di inculturazione e trasmissione della fede grazie al dialogo con la cultura e il mondo contemporaneo, ponendosi in ascolto dei ‘segni dei tempi’. La Chiesa si inserisce, infatti, in una traiettoria che va dal Vangelo all’eschaton, dove la comunità ha il dovere di conservare fedelmente la memoria del Cristo salvatore, trasmettendola nella forma di chi, non avendo ancora raggiunto il proprio compimento, deve costantemente aprirsi alla novità del Regno che viene”.
Per quale ragione era opportuno celebrare il Concilio Vaticano II?
“L’assise conciliare si può definire, tranquillamente, come una ‘nuova Pentecoste’, nel desiderio di rimettere al centro la Chiesa tra memoria e novità. Era necessario mettere a contatto il mondo moderno con le energie vivificatrici e perenni del Vangelo, sottolineando la connessione tra i princìpi e la prassi, ponendo entrambi a servizio del ‘bonum animarum’ di chi è già discepolo e dei lontani, che ignorano il Vangelo. Il Concilio Vaticano II, perciò, si è occupato della Chiesa nella sua natura, composizione, vocazione ecumenica e attività apostolica e missionaria”.
‘Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa… A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo’: con queste parole, pronunciate il giorno 11 ottobre 1962, papa san Giovanni XXIII apriva il Concilio Vaticano II. Perché per papa san Giovanni XXIII era (ed è) opportuno ‘dissentire da codesti profeti di sventura’?
“San Giovanni XXIII, definito papa di ‘transizione’, raccolse il filo interrotto del Concilio Vaticano I e rilanciò l’opportunità di una convocazione assembleare per guardare alla vita della Chiesa nell’ottica dell’aggiornamento e del rinnovamento, tenendo presente l’apertura ecumenica. Con il suo atteggiamento profetico, richiama la Chiesa intera ad un atteggiamento di fiducia, di ascolto e soprattutto di speranza nella prospettiva della piena comunione e riconciliazione tra i popoli. Lo stile del dialogo e, soprattutto, della pace diventano le vie preferenziali per proseguire nell’opera di evangelizzazione all’interno della Chiesa e, in particolare, nel mondo contemporaneo”.
Allora in quale modo il Concilio Vaticano II ha aiutato il ‘mondo’ a comprendere la Chiesa?
“Il Concilio ribadisce l’assunzione di un’ottica positiva del mondo, conferendogli una dignità teologica: il mondo è buono perché creato e sostenuto dal Creatore; ma il mondo è buono anche nell’ordine della redenzione. La Chiesa, pertanto, si trova nel mondo ed è chiamata a vivere e agire nel mondo, con un rapporto più profondo di ciò che implica una semplice proposizione locativa. Nella dimensione dello ‘scambio’ e grazie al mistero dell’incarnazione, il rapporto Chiesa-mondo può essere inteso sul piano della reciproca comunione e, di conseguenza, anche sul piano della solidarietà”.
Quindi dopo 60 anni cosa rimane del Concilio Vaticano II?
“La grande chiamata a vivere nella Chiesa tutti insieme come un unico ‘popolo partecipe’; la tensione tra la ‘regula fidei’ (‘regola della fede’, ndr.) e la dimensione contestuale delle culture; la centralità dell’evangelizzazione quale via preferenziale per vivere da testimoni credibili; l’apertura ecumenica come ‘locus’ teologico per incontrare in Cristo tutti i fratelli; il rinnovamento nella vita della Chiesa come un cammino permanente”.
(Tratto da Aci Stampa)
Mater Populi fidelis: Maria tra fede, dottrina e speranza
Martedì 4 novembre 2025, in coincidenza con la memoria liturgica di san Carlo Borromeo, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha reso pubblica una nuova nota dottrinale intitolata ‘Mater Populi fidelis’. Il documento, firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández, si propone di offrire chiarimenti su alcuni aspetti della mariologia, in particolare sul ruolo di Maria nella cooperazione all’opera della salvezza. L’intento dichiarato è quello di tutelare la fede dei semplici e di prevenire interpretazioni errate o confusioni dottrinali che potrebbero compromettere la comprensione autentica del mistero cristiano.
Al centro del documento si trova la riaffermazione della centralità assoluta della mediazione salvifica di Cristo. La nota sottolinea con decisione che titoli mariani come ‘Corredentrice’ e ‘Mediatrice di tutte le Grazie’, pur nati da una devozione sincera, possono risultare ambigui e fuorvianti.
Essi rischiano infatti di oscurare la verità fondamentale della fede cristiana: che Gesù Cristo è l’unico Mediatore tra Dio e l’umanità. Come si legge al numero 22 del testo: ‘E’ sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria. Questo titolo rischia di oscurare l’unica mediazione salvifica di Cristo…’.
Pur mettendo in guardia da espressioni potenzialmente ambigue, la nota non nega il ruolo di Maria nella storia della salvezza. Al contrario, ne riconosce la cooperazione reale, ma sempre in modo subordinato e derivato rispetto all’unica mediazione di Cristo. Viene valorizzata in particolare la dimensione della maternità spirituale di Maria, radicata nella Scrittura e nella Tradizione. I riferimenti evangelici alle nozze di Cana (Gv 2,1-11) e alla scena della Croce (Gv 19,25-27), in cui Gesù affida Maria al discepolo amato, sono presentati come fondamento biblico di questa cooperazione materna.
La pubblicazione della nota ha generato reazioni diverse all’interno del mondo ecclesiale. Da un lato, alcuni ambienti più conservatori hanno espresso delusione, temendo un ridimensionamento della tradizione mariana. Dall’altro, settori più progressisti hanno accolto il documento come un segnale di apertura ecumenica, in particolare verso le comunità cristiane non cattoliche.
Queste reazioni, talvolta polarizzate, sollevano interrogativi profondi: dove si colloca la verità? Come trovare un equilibrio tra la devozione popolare e la precisione dottrinale? Forse la verità si trova proprio nella tensione tra questi due poli. È necessario ribadire con chiarezza le verità fondamentali della fede, senza però rinunciare alla ricchezza spirituale e culturale della devozione mariana.
Occorre evitare gli estremismi: né un massimalismo che rischia di attribuire a Maria un ruolo che non le compete, né un minimalismo che la riduce ad una semplice figura di contorno. Maria, come un girasole sempre rivolto verso il Figlio, riflette la luce di Cristo. La sua figura rimane un modello di fede, di ascolto e di speranza per ogni credente.
In questo senso, ella si presenta come una presenza luminosa, simile a una stella che guida il cammino interiore di quanti sono alla ricerca di Cristo nella propria esistenza. In un percorso spesso segnato da dubbi, prove e smarrimenti, Maria si rivela compagna discreta e fedele, capace di orientare il cuore verso il senso profondo della vita, di infondere resilienza nelle difficoltà e di riaccendere la speranza là dove sembra affievolita.
Il documento si inserisce in una lunga tradizione esegetica e teologica che ha visto nella figura di Maria una chiave di lettura privilegiata della storia della salvezza. Il celebre brano dell’Apocalisse (12,1-6) è stato interpretato da san Girolamo come rappresentazione della Chiesa, della Sapienza divina e della Vergine stessa.
San Bernardo di Chiaravalle, invece, ha sottolineato l’aspetto mariano del testo, riconoscendo in quella ‘Donna vestita di sole’ la Madre di Dio, glorificata e intercedente: “La Donna vestita di sole è Maria, che ha partorito il Sole di Giustizia, Cristo Signore, e che ora, coronata di gloria, intercede per noi”. Accogliere con umiltà e fiducia la prudenza del Magistero è un atto di fedeltà alla Chiesa.
Allo stesso tempo, è fondamentale custodire e valorizzare la ricchezza della tradizione mariana, evitando semplificazioni e riduzioni. Maria continua a essere per la Chiesa un punto di riferimento, una guida silenziosa ma efficace, un ponte che conduce a Cristo. In lei, il popolo cristiano può ritrovare il coraggio della fede, la forza della speranza e la bellezza della comunione.
Dal Meeting di Rimini il Concilio di Nicea punto di partenza per un nuovo impulso ecumenico
Al meeting dell’Amicizia tra i Popoli giornata particolare con le relazioni del card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, e di Bartolomeo, patriarca ecumenico di Costantinopoli, che hanno interloquito sul Concilio di Nicea (‘1700 anni dal Concilio di Nicea’), introdotti da don Andrea D’Auria, direttore del Centro internazionale di Comunione e Liberazione, che ha ripreso le parole di papa Leone XIV: “Il Concilio di Nicea è una bussola che deve continuare a guidarci verso la piena unità visibile dei cristiani… Quindi Nicea non fu qualcosa di astratto ma ha a che fare con la nostra fede oggi, interessa il nostro rapporto con Dio, il prossimo e noi stessi”.
Nell’intervento il card. Koch ha esordito sottolineando l’importanza delle questioni dottrinali affrontate dal Concilio attraverso la ‘Dichiarazione dei 318 Padri’: “Con essa i Padri professarono la loro fede in ‘un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili’… Ed nella lettera del Sinodo agli Egiziani, i Padri annunciarono che il primo vero oggetto di studio era il fatto che Ario e i suoi seguaci fossero nemici della fede e opposti alla legge, e affermarono pertanto di aver ‘deciso all’unanimità di condannare con anatema la sua dottrina contraria alla fede, le sue affermazioni e le sue descrizioni blasfeme, con le quali oltraggiava il Figlio di Dio’.
Queste affermazioni delineano il contesto del credo formulato dal Concilio che professa la fede in Gesù Cristo come Figlio di Dio, ‘consustanziale al Padre’. Lo sfondo storico è quello di una violenta disputa scoppiata nella cristianità dell’epoca, soprattutto nella parte orientale dell’impero romano; da ciò emerge che, all’inizio del IV secolo, la questione cristologica era diventata il problema cruciale del monoteismo cristiano”.
Dopo una lunga disputa sul termine ‘homoousios’ il Concilio niceno mise al centro della professione di fede la preghiera di Gesù al Padre: “Il credo cristologico del Concilio è diventato la base della comune fede cristiana. Il Concilio riveste una grandissima importanza soprattutto perché avvenne in un’epoca in cui la cristianità non era ancora lacerata dalle numerose divisioni che si sarebbero poi prodotte. Il credo niceno è comune non solo alle Chiese orientali, alle Chiese ortodosse e alla Chiesa cattolica, ma anche alle Comunità ecclesiali nate dalla Riforma; la sua rilevanza ecumenica non deve quindi essere sottovalutata”.
Solo in tale modo è possibile l’unità nella Chiesa: “Di fatti, per ripristinare l’unità della Chiesa, è necessario che vi sia un accordo sui contenuti essenziali della fede, non solo tra le Chiese e le Comunità ecclesiali di oggi, ma anche con la Chiesa del passato e, in particolare, con la sua origine apostolica. L’unità della Chiesa si fonda sulla fede apostolica, che nel battesimo viene trasmessa e affidata a ogni nuovo membro del Corpo di Cristo”.
Questo è il fondamento dell’ecumenismo spirituale cristologico, che si basa sulla centralità della preghiera: “Poiché l’unità può essere ritrovata solo nella fede comune, la confessione cristologica del Concilio di Nicea si rivela il fondamento dell’ecumenismo spirituale. Questo è ovviamente un pleonasmo. L’ecumenismo cristiano o è spirituale oppure non è ecumenismo…
Il movimento ecumenico è stato fin dalle sue origini un movimento di preghiera. E’ stata la preghiera per l’unità dei cristiani ad aprire la strada al movimento ecumenico. La centralità della preghiera evidenzia il fatto che l’impegno ecumenico è innanzitutto un compito spirituale, assunto nella convinzione che lo Spirito Santo porterà a termine l’opera ecumenica che ha iniziato e ci indicherà la via”.
Solo in questo modo l’ecumenismo può progredire: “L’ecumenismo cristiano può progredire in modo credibile solo se i cristiani tornano insieme alla fonte della fede, che è possibile trovare solo in Gesù Cristo, come è stato professato dai Padri conciliari a Nicea… L’ecumenismo cristiano non può essere altro che adesione di tutti i cristiani alla preghiera sacerdotale del Signore, e lo diventa quando i cristiani fanno proprio, nel loro intimo, il forte desiderio di unità. Se l’ecumenismo non si limita a una dimensione interpersonale e filantropica, ma ha un’ispirazione e un fondamento realmente cristologici, non può essere altro che partecipazione alla preghiera sacerdotale di Gesù”.
L’importanza del Concilio di Nicea è stata sottolineata anche dal patriarca Bartolomeo, che ha messo subito in evidenza: “Resta evidente che quel Concilio ha svolto e svolge un ruolo primario di adesione stretta alla Sacra Scrittura e la Chiesa Ortodossa vi resta saldamente ancorata. Una pietra angolare per l’annuncio nei 17 secoli successivi”. Però l’intervento del patriarca di Costantinopoli è stato storico, anche se ha sviluppato temi attuali quali la sinodalità e la celebrazione unitaria della Pasqua: “Per essere credibili come cristiani, dobbiamo festeggiare la resurrezione del Salvatore nello stesso giorno. Assieme a papa Francesco abbiamo incaricato una commissione di studiare il problema. Ma esistono sensibilità diverse tra le Chiese e dobbiamo evitare nuove divisioni, non alimentare altre spaccature”.
Per questo è necessario uno ‘sforzo’comune: “Lo sforzo di trovare una data comune di Pasqua è un obiettivo pastorale importante, soprattutto per le coppie e per le famiglie di diverse confessioni e in vista della grande mobilità delle persone, in particolare durante le festività. Con una data comune di Pasqua, potrebbe essere espressa in modo ancora più credibile la profonda convinzione della fede cristiana che la Pasqua non è solo la festa più antica, ma anche la festa più importante della cristianità e che la fede cristiana sta o cade con il mistero pasquale, come la chiesa primitiva riassumeva questa convinzione fondamentale con la frase: ‘Togli la Risurrezione, e distruggi all’istante il cristianesimo’. L’importanza fondamentale della Pasqua verrebbe messa in luce da una data comune, che impartirebbe anche un nuovo slancio al cammino ecumenico verso il ripristino dell’unità della Chiesa in Oriente e in Occidente nella fede e nell’amore”.
Da qui l’invito ad approfondire il cammino sinodale: “Il 1700° anniversario del Concilio di Nicea deve essere percepito anche come un invito ed un’esortazione a trarre un’importante lezione dalla storia e ad approfondire oggi il pensiero sinodale nella comunione ecumenica, ancorandolo alla vita della Chiesa. Di fatti, anche l’ecumenismo avanza sulla via della ricomposizione dell’unità della Chiesa solo se viene portato avanti in maniera congiunta e, quindi, sinodale. Quanto fondamentale sia la sinodalità anche per l’impegno ecumenico è dimostrato chiaramente da due importanti documenti, quale lo studio ‘La Chiesa verso una visione comune’, che mira ad una visione multilaterale ed ecumenica della natura, dello scopo e della missione della Chiesa”.
Ed ha concluso l’intervento affermando l’importanza dello studio insieme: “Questo punto di vista è condiviso anche dalla Commissione Teologica Internazionale nel suo documento programmatico ‘La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa’, dove si constata che il dialogo ecumenico è progredito sino al punto di riconoscere nella sinodalità una ‘dimensione rivelatrice della natura della Chiesa’… Questa panoramica storica ci fa comprendere che lo sviluppo della sinodalità nella vita della Chiesa e dell’ecumenismo deve essere attuato con accuratezza teologica e prudenza pastorale. Anche questa lezione può essere appresa studiando il Concilio di Nicea”.
(Foto: Santa Sede)
Profili teologici e scientifici dello ‘sguardo dell’anima e della ragione’: da occhi di ombra ad occhi di fede
Tuttavia, è importante ricordare che questi segnali non verbali trasmessi attraverso gli occhi non sono sempre validi a livello universale. Sono fortemente influenzati da fattori come il carattere individuale della persona, la sua cultura, l’educazione ricevuta e il contesto specifico in cui si trova. Pertanto, mentre gli occhi possono essere potenti narratori, la loro ‘storia’ deve essere interpretata considerando queste variabili, ricordando che la comunicazione (verbale e non) è sempre un linguaggio complesso, che può prestarsi a più interpretazioni.
Uno degli esempi più notevoli proviene da Gustavo Adolfo Bécquer, un influente scrittore spagnolo della seconda metà dell’800. Bécquer ha descritto con poesia l’intensità espressiva degli occhi, affermando che:‘L’anima che può parlare con gli occhi, può anche baciare con lo sguardo.’
Sebbene non permettano di stabilire con certezza l’origine dell’espressione, queste citazioni letterarie evidenziano il fascino duraturo del legame tra occhi e anima attraverso la letteratura e la cultura popolare degli scorsi secoli.
La connessione tra gli occhi e l’anima è stata ampiamente esplorata nel campo della psicologia, sia nella teoria psicoanalitica sia nella ricerca empirica. La scuola freudiana e post-freudiana, con figure come Jacques Lacan, ha profondamente indagato il ruolo dello sguardo nello sviluppo psichico, nelle relazioni sociali e affettive, e nell’empatia.
Non posso non illustrare in materia (gli occhi sono lo specchio dell’anima) la dottrina di Sant’Agostino d’Ippona, Dottore della Chiesa cattolica
( cfr. https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://psiche.santagostino.it/occhi-specchio-anima/&ved=2ahUKEwjU9c2i6vKLAxVKywIHHTpWKskQFnoECBMQAw&usg=AOvVaw2n6MTxRvJ1BFFxPvQ6yMWs ).
In questo testo, che condivido pienamente, viene evidenziato che vi sono alcuni i quali ritengono che la religione cristiana debba essere derisa piuttosto che accettata, perché in essa, anziché mostrare cose che si vedono, si comanda agli uomini la fede in cose che non si vedono. Dunque, per confutare coloro ai quali sembra prudente rifiutarsi di credere ciò che non possono vedere, noi, benché non siamo in grado di mostrare a occhi umani le realtà divine che crediamo, tuttavia dimostriamo alle menti umane che si devono credere anche quelle cose che non si vedono.
E, in primo luogo, a coloro che la stoltezza ha reso così schiavi degli occhi carnali che giudicano di non dover credere ciò che con quelli non scorgono, va ricordato quante cose non solo credano ma anche conoscano, che pure non possono vedere con tali occhi. Già nel nostro animo, che è di natura invisibile, ce ne sono innumerevoli. Per non parlare di altro, proprio la fede con la quale crediamo o il pensiero con il quale sappiamo di credere o di non credere qualcosa, sono totalmente estranei agli sguardi di codesti occhi; eppure che c’è di più manifesto, di più evidente, di più certo dell’interiore visione dell’animo?
Come dunque possiamo non credere ciò che non vediamo con gli occhi del corpo, quando ci accorgiamo di credere o di non credere pur non potendo giovarci degli occhi del corpo? Cfr. https://www.monasterovirtuale.it/s-agostino/la-fede-nelle-cose-che-non-si-vedono.html
In riferimento alla memoria ed al corpo, si discute affinché sia evidente che l’anima non può essere considerata piccola o grande secondo l’ estensione (“oculare” ); in tale “ottica” si pongono delle domande esplicative:
(cfr. Sant’ Agostino https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.monasterovirtuale.it/s-agostino/la-grandezza-dell-anima.html&ved=2ahUKEwjxwbzgnvWLAxX03AIHHbWuNCsQFnoECCMQAQ&usg=AOvVaw3MGsgFZ2efVikjjcFTUUiS :
“ Dimmi, per gentilezza, se ritieni che la facoltà, denominata memoria, è un nome vuoto. E chi lo riterrebbe? E pensi che appartiene all’anima ovvero al corpo? Anche qui sarebbe ridicolo dubitare. Non può essere oggetto né di fede né di pensiero che un corpo esanime si ricordi di qualche cosa. Ti ricordi ancora di Milano? La ricordo bene. Ed ora, dal momento che è stata rievocata alla mente, ricordi la sua grandezza e configurazione? Certo che ricordo, anzi nessun ricordo è così fresco e completo. Ed ora, sebbene non la vedi con gli occhi, la rievochi nella coscienza. Sì. Ricordi, penso, quanto ora dista da noi? Sì, anche questo ricordo. Vedi dunque nella coscienza la distanza stessa.? Sì. Quindi se la tua anima è dove è il tuo corpo e non si estende al di fuori di esso, come è stato dianzi dimostrato, come avviene che essa intuisce tutte quelle cose? Avviene mediante la memoria, penso, e non perché è presente a quei luoghi.
Sul piano giuridico sottolinea “ Non ti colpisce una certa grande e stabile giustizia anche in queste cose? E come? Perché, a mio avviso, noi concepiamo la giustizia come equità ed è manifesto che equità è denominata da eguaglianza. Ora l’equità in questa virtù comporta che sia dato a ciascuno il suo. E certamente non si può dare a ciascuno il suo, se non mediante una certa distinzione. La pensi diversamente?. È chiaro e son pienamente d’accordo. E ritieni che si dia distinzione, se tutte le cose fossero eguali e non differissero in nulla fra di loro? No, certamente. Quindi non si può attuare la giustizia, se nelle cose, in cui è attuata, vi sia una certa, per così dire, ineguaglianza e dissimiglianza. Capisco.
Dunque noi ammettiamo che le figure, di cui stiamo trattando, una che risulta di tre angoli e l’altra di quattro, sono dissimili, sebbene siano composte di linee eguali. Non ti sembra quindi che è stata conservata una certa giustizia, nel senso che la prima, la quale non può avere l’eguaglianza dei contrari, mantiene una rigida eguaglianza degli angoli, nella seconda invece, poiché v’è grande corrispondenza dei contrari, la legge degli angoli tolleri una certa ineguaglianza? Il principio mi ha colpito profondamente. Perciò mi è sembrato opportuno chiederti in quale misura “vedevi” l’esteticità di questa verità, equità, eguaglianza ??…”
Per il momento, compreso che cosa sono il segno, la lunghezza e la superficie, rifletti quale di essi, secondo te, necessita, per essere, dell’altro e di quale. “Vedo” che la superficie necessita della lunghezza, senza di cui è inconcepibile. Hai mai visto con “ gli occhi del corpo “un tale punto, una tale linea o una tale superficie? Mai, non sono oggetti sensibili. Dunque se gli oggetti sensibili per una certa mirabile affinità sono percepiti dagli occhi del corpo, è necessario che lo spirito, con cui vediamo gli oggetti sovrasensibili, non sia corporeo o corpo. La pensi diversamente? Suvvia, ormai sono d’accordo che lo spirito non è corpo o qualche cosa di corporeo. “Il punto mediano dell’occhio, la pupilla, non è in certo senso che il centro dell’occhio”. Ma vi risiede tanta funzionalità, che con esso da un luogo elevato può osservare, spaziando, la metà del cielo, la cui estensione è inesprimibile. Dunque non è illogico che lo spirito sia totalmente immune da grandezza corporea, la quale si ottiene con le tre dimensioni, sebbene possa rappresentarsi qualsiasi grandezza corporea. Ma a pochi è concesso “ lo spirito con lo spirito stesso, cioè che lo spirito veda se stesso. Si vede mediante l’intelligenza !!!!!!”
Cessa di stupirtene. Ti darò una risposta simile alla precedente. Lo sviluppo delle membra non è dimostrazione valida che l’anima ne tragga vantaggio, poiché molti con corporatura esile e gracile sono più prudenti di altri che hanno una gagliarda complessione. Allo stesso modo noi “vediamo” che alcuni giovani sono più attivi e costanti di parecchi anziani.
Pertanto, sembra strano, ma, come hanno confermato gli autori citati, gli occhi, gli sguardi, la vista possono essere analizzati sotto i profili più variegati e secondo le differenziate scienze e religioni, infatti in questa angolazione posso confermare che il tema è trattato anche dal Vangelo…. per cui sono indispensabili le visite costanti da parte degli specialisti in grado di descrivere tutte le forme patologiche che possono emergere purtroppo in tutte le età.
Papa Francesco invita a celebrare bene la liturgia
‘Come nei giorni scorsi, la notte è trascorsa tranquilla e il Papa ora sta riposando’: lo ha reso noto la Sala Stampa Vaticana nell’aggiornamento di stamani, 28 febbraio, sullo stato di salute del Pontefice ricoverato dal 14 febbraio al Policlinico Gemelli. Anzi nei giorni scorsi ha inviato anche un messaggio ai partecipanti al ‘Corso internazionale di formazione per responsabili delle celebrazioni liturgiche del vescovo’ svoltosi a Roma in cui ha invitato a studiare la liturgia:
“Tale dimensione tocca la vita del popolo di Dio e gli rivela la sua vera natura spirituale. Perciò il responsabile delle celebrazioni liturgiche non è soltanto un docente di teologia; non è un rubricista, che applica le norme; non è un sacrestano, che prepara ciò che serve per la celebrazione. Egli è un maestro posto al servizio della preghiera della comunità. Mentre insegna umilmente l’arte liturgica, deve guidare tutti coloro che celebrano, scandendo il ritmo rituale e accompagnando i fedeli nell’evento sacramentale”.
E’ stato un invito alla cura liturgica delle celebrazioni: “Come mistagogo, predispone ogni celebrazione con saggezza, per il bene dell’assemblea; traduce in prassi celebrativa i principi teologici espressi nei libri liturgici; affianca e sostiene il Vescovo nel ruolo di promotore e custode della vita liturgica. Così coadiuvato, il pastore può condurre dolcemente tutta la comunità diocesana nell’offerta di sé al Padre, a imitazione di Cristo Signore”.
Per questo è importante la cura della preghiera: “In ogni vostra mansione, non dimenticate che la cura per la liturgia è anzitutto cura per la preghiera, cioè per l’incontro con il Signore. Proclamando Santa Teresa d’Avila dottore della Chiesa, san Paolo VI ne definiva l’esperienza mistica come un amore che diventa luce e sapienza: sapienza delle cose divine e delle cose umane.
Questa grande maestra della vita spirituale vi sia di esempio: infatti, preparare e guidare le celebrazioni liturgiche significa coniugare tra loro sapienza divina e sapienza umana. La prima si acquisisce pregando, meditando, contemplando; la seconda viene dallo studio, dall’impegno di approfondire, dalla capacità di mettersi in ascolto”.
E’ stato un invito a ‘guardare’ i fedeli: “Per riuscire in questi compiti, vi consiglio di tenere lo sguardo rivolto al popolo, del quale il Vescovo è pastore e padre: questo vi aiuterà a capire le esigenze dei fedeli, come pure le forme e le modalità per favorire la loro partecipazione all’azione liturgica”.
Per celebrare bene occorre coniugare dottrina e pastorale: “Poiché il culto è opera di tutta l’assemblea, l’incontro tra dottrina e pastorale non è una tecnica opzionale, bensì un aspetto costitutivo della liturgia, che deve sempre essere incarnata, inculturata, esprimendo la fede della Chiesa. Di conseguenza, le gioie e le sofferenze, i sogni e le preoccupazioni del popolo di Dio possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare.
Mi piace richiamare, a riguardo, quanto scriveva il primo preside del Pontificio Istituto Liturgico, l’Abate benedettino Salvatore Marsili. Era il 1964: con lungimiranza egli invitava a prendere coscienza del messaggio del Concilio Vaticano II, alla luce del quale non è possibile una vera pastorale senza liturgia, perché la liturgia è il culmine a cui tende tutta l’azione della Chiesa”.
Però per il mercoledì delle Ceneri le celebrazioni saranno presiedute dal Penitenziere Maggiore il Cardinale Angelo De Donatis, e in prospettiva si attendono gli esercizi spirituali della Curia Romana che iniziano la prima domenica di Quaresima.
Papa Benedetto XVI e Papa Francesco nel racconto di una biblista
Molto diversi tra loro per stili e modi di comunicazione eppure con numerosi punti di contatto; così li descrive la biblista Rosanna Virgili, docente di Esegesi all’Istituto Teologico Marchigiano e di Spiritualità dei Salmi al Monastero di Santa Cecilia a Roma, nel libro ‘Benedetto e Francesco. Due papi diversi, ma mai divisi’, tratteggiando le linee fondamentali dei papi Benedetto e Francesco, cercando di cogliere le peculiarità e le differenze che li caratterizzano, ma anche di riconoscere i diversi elementi di continuità e comunione da cui sono legati, come ha scritto nell’introduzione;
“La ragione di questo piccolo libro sta in un ringraziamento per gli ultimi due Papi, l’uno ora in cielo e l’altro qui. Sono rimasti insieme per dieci anni ed è stata un’esperienza inedita su cui la Chiesa deve ancora riflettere… Qualcuno ha detto che, a differenza di Giovanni Paolo II, sia Benedetto che Francesco sono stati dei Papi divisivi. Credo che la prima ragione sia da individuare nel fatto che essi vengono dopo ventisette anni di un Pontificato dai colori affatto sfumati…
Di questi due volti, in apparenza antitetici, di Giovanni Paolo II, si può dire, istintivamente, che Ratzinger assume il primo, Bergoglio il secondo. Per questo i due risultano ancora per molti, cattolici e non cattolici, divisivi. Ed in effetti lo sono stati: divisivi, non però divisi, estranei l’uno all’altro, contrapposti, se non allo sguardo dei superficiali o di chi sia tentato dalla malafede”.
A lei chiediamo di spiegarci quali sono le diversità tra papa Francesco e papa Benedetto XVI: “Con un titolo, direi che l’uno è teologo e l’altro pastore. La prima caratteristica di papa Ratzinger non poteva non essere che quella di un papa teologo e nessuno potrebbe davvero mettere in dubbio l’immensità della sua cultura, in questo campo, unita alla sistematicità del suo pensiero e alle rare doti di chiarezza ed efficacia nell’esercizio della docenza.
Grande ricercatore della Verità e dottore della dottrina della Chiesa, i temi del suo pontificato sono, innanzitutto, teologici. Papa Francesco usa, invece, sin dal primo momento della sua elezione (il famoso: ‘buonasera’) un linguaggio popolare, sapienziale di rara efficacia comunicativa. Non rinuncia a questo modo di esprimersi neppure quando stila i suoi scritti dogmatici come le esortazioni apostoliche e le encicliche mostrando un primario interesse pastorale nel suo magistero”.
Per quale motivo sono stati messi in contrapposizione?
“Credo proprio per questa diversità di linguaggio. In secondo luogo credo che il fatto che in maniera del tutto inusuale nella storia della Chiesa Cattolica un papa si fosse dimesso e continuasse, pertanto, a vivere accanto al nuovo, ha creato un certo disorientamento tra gente abituata a pensare al papa come vicario di Cristo e, quindi, come una persona unica che poteva avere solo un successore ma non un ‘doppio’.
Non è stato facile capire la differenza tra papa regnante e papa emerito e l’enorme distanza culturale tra i due, l’uno europeo e tedesco, l’altro latinoamericano, l’uno ‘dottore’ della Chiesa, occupato in questioni dottrinali (era stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede per decenni), l’altro gesuita, pastore e vescovo di una megalopoli sudamericana dove le differenze e le ingiustizie sociali ed economiche sono foriere di una povertà estremamente diffusa e scandalosa”.
Quali sono stati i punti ‘teologici’ di contatto tra i due papi?
“Tutti quelli posti dal Concilio Vaticano II. Chi avesse visto in papa Benedetto XVI un papa pre-conciliare od, addirittura, tridentino, dovrebbe convincersi di aver davvero travisato la sua storia e il suo pensiero. Capita, infatti, che spesso si memorizzino cose mai sentite o che si esprimano giudizi in modo distratto. Quanto a papa Francesco già con l’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ mostra di porsi nell’orizzonte di un’evangelizzazione aperta al mondo e missionaria tipica del Concilio. La fedeltà alla Chiesa, il ‘sensus ecclesiae’, l’attenzione e la cura per l’unità della stessa appartengono in maniera speciale ad ambedue i papi”.
Come hanno affrontato la piaga degli abusi nella Chiesa?
“Il papa Ratzinger ha iniziato ancora prima della sua elezione a pontefice ad affrontare la piaga della pedofilia; famosa è la sua frase sul Vaticano: ‘c’è molta sporcizia’, forse alludendo anche all’omosessualità. Una volta papa ha condannato la pedofilia anche in grandi occasioni pubbliche come nella GMG di Sydney o nella visita di tributo al ‘Ground Zero’ di New York.
Papa Francesco, in alcuni documenti e discorsi, ha visto e denunciato una connessione tra pedofilia e clericalismo, invitando tutta la chiesa a combattere contro questa duplice piaga. Papa Francesco ha fatto gesti concreti contro l’insabbiamento degli abusi e gesti simbolici come quello di riunire a Roma abusatori e vittime, ha riunito una intera Conferenza episcopale (quella cilena) particolarmente toccata dagli abusi per discutere di questa terribile piaga”.
Quale ruolo della donna nella Chiesa nella visione dei due papi?
“Chi ha posto molta attenzione alla donna nella Chiesa è stato Francesco che, già nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’, ha parlato della necessità di aprire spazi alle donne nei luoghi dove si prendono le decisioni, vale a dire nei ruoli di governo. Ruoli che, poi, egli stesso ha dato a diverse donne che nelle istituzioni del Vaticano rivestono oggi anche dei ruoli apicali. Su invito del mondo religioso femminile papa Francesco ha poi dato vita a una Commissione che studia la possibilità di conferire il diaconato alle donne.
Di grande rilievo è ancora l’istituzione di ministeri laicali come quello del catechista aperto anche alle donne e dell’accolitato e il lettorato. Un vero grande passo a favore delle donne è stato fatto, infine, con la loro partecipazione al Sinodo dove le donne hanno potuto prendere tutte la parola. Riuniti attorno ai tavoli rotondi, nel numero dei dodici, in nessuno di essi mancava la presenza femminile. Quanto al Papa Ratzinger è importante ricordare la sua prossimità a papa Giovanni Paolo II, quando scriveva la lettera apostolica ‘Mulieris Dignitatem’”.
(Tratto da Aci Stampa)
Dichiarazione ‘Fiducia supplicans’: meditazioni giuridico-teologiche sullo stupore suscitato in tutto il mondo
Sommessamente cercherò di indicare le principali critiche formulate in merito da chierici e laici. Oltre ad enunciare, come sempre in tutti i miei articoli qui pubblicati, le fonti riguardanti la Sacra Scrittura, il Magistero e la Tradizione ecclesiale, desidero evidenziare (ritenendolo rilevante in quanto in alcune interviste effettuate, di seguito specificate in forma anonima, si pone tale quesito) il significato e la ratio della denominazione specifica (posta in discussione) del documento.
Papa Francesco: le benedizioni si danno alla persona
Il Battesimo per i figli degli omosessuali: una spiegazione della risposta ai ‘dubia’
Le persone transessuali, anche se si sono sottoposte a trattamento ormonale od a intervento chirurgico di riattribuzione di sesso, possono ricevere il battesimo ‘se non vi sono situazioni in cui c’è il rischio di generare pubblico scandalo o disorientamento nei fedeli’. E vanno battezzati i bambini delle coppie omosessuali anche se nati dall’utero in affitto purché ci sia la fondata speranza che vengano educati alla fede cattolica.
Il papa istituisce il ministero del catechista
Papa Francesco ha istituito il ministero laicale di catechista con il Motu Proprio ‘Antiquum misterium’ in cui si annuncia che la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti pubblicherà a breve il rito istitutivo. Spetterà poi alle Conferenze episcopali stabilire ‘l’iter formativo necessario e i criteri normativi per potervi accedere’.




























