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Papa Leone XIV invita a promuovere una memoria ‘riconciliata’
“E’ una grande gioia per me incontrarvi. Grazie della vostra accoglienza! E prima di tutto esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che hanno servito e servono il Vangelo in Angola: grazie per l’opera di evangelizzazione compiuta in questo Paese, per la speranza di Cristo seminata nel cuore del popolo, per la carità verso i più poveri. Grazie perché continuate con perseveranza a contribuire al progresso di questa Nazione sulle solide fondamenta della riconciliazione e della pace. Un saluto speciale ai miei fratelli Vescovi, che presiedono all’annuncio della fede e al servizio della carità. Grazie, Mons. José Manuel, Arcivescovo di Saurimo, per le parole che mi ha rivolto a nome della Conferenza Episcopale”: . nell’incontro dell’ultimo giorno in Angola papa Leone XIV ha incontrato i vescovi, clero, religiosi ed operatori pastorali, evidenziando il coraggio della Chiesa angolana nel ‘denunciare il flagello della guerra’.
Ha ‘elogiato’ la vitalità della Chiesa angolana: “E se spetta a me, a nome della Chiesa universale, riconoscere in questo momento la vitalità cristiana che pulsa nelle vostre comunità, spetta al Signore darvi la ricompensa. Egli non viene meno alle sue promesse!..
Carissimi, il Signore conosce la generosità con cui avete abbracciato la vostra vocazione e non è indifferente a tutto ciò che, per amore suo, fate per nutrire il vostro popolo con la verità del Vangelo. Vale quindi la pena aprire interamente il cuore a Cristo! Potrebbe forse sorgere la tentazione di pensare che Egli venga a togliervi qualcosa, la tentazione di esitare a lasciargli prendere le redini della vostra vita”.
Riprendendo le parole di papa Benedetto XVI il papa ha fatto l’invito a non avere paura: “Non abbiate paura di dire ‘sì’ a Cristo, di modellare completamente la vostra vita sulla sua! Non abbiate paura del domani: voi appartenete totalmente al Signore. Vale la pena seguirlo nell’obbedienza, nella povertà, nella castità. Egli non toglie nulla! L’unica cosa che toglie a noi e prende su di sé è il peccato. Sì, da Lui ricevete tutto: questa terra e la famiglia in cui siete nati; il Battesimo, che vi ha inseriti nella grande famiglia della Chiesa”.
E’ stato un invito ad essere missionari: “Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dona la gioia di essere suoi discepoli-missionari, la forza per vincere le insidie del maligno, la speranza della vita eterna. Tutto questo è vostro, tutto questo è dono. Dono che nobilita e rende grandi, che impegna e responsabilizza. E il dono più grande è lo Spirito Santo che, riversato nei vostri cuori nel Battesimo, in vista della missione vi ha conformati in modo speciale a Cristo, il quale vi ha inviati affinché, a partire dal Vangelo, edifichiate una società angolana libera, riconciliata, bella e grande. In questa missione, quanto è importante il ministero dei catechisti! Proprio in Africa è un’espressione fondamentale della vita della Chiesa, che può essere di ispirazione per le comunità cattoliche in ogni parte del mondo”.
Riprendendo l’insegnamento di san Paolo il papa ha ricordato di essere ‘sale’: “A cinquant’anni dall’indipendenza del vostro Paese, queste parole dell’Apostolo ci dicono che il presente e il futuro dell’Angola vi appartengono, ma voi appartenete a Cristo. Tutti gli angolani, senza eccezioni, hanno il diritto di costruire questo Paese, beneficiandone in modo equo; tuttavia, i discepoli del Signore hanno il dovere di farlo secondo la legge della carità.
Alla base del vostro agire c’è l’essere discepoli di Gesù. Spetta a tutti voi essere la sua immagine e, in questo compito, nessuno può sostituirvi. Qui risiede la vostra unicità! Voi siete sale e luce di questa terra perché siete membra del Corpo di Cristo e, per questo, i vostri gesti, le vostre parole e le vostre azioni, rispecchiando la sua carità, costruiscono le comunità dall’interno ed edificano per l’eternità”.
Ciò si ottiene con l’unità attraverso la cura della formazione: “Ciò che si chiede ai discepoli di Cristo è di rimanere strettamente uniti a Lui. Il resto verrà da sé. So che siete nel mezzo di un triennio pastorale dal motto ‘Discepoli fedeli, discepoli gioiosi’, dedicato alla preghiera e alla riflessione sul ministero ordinato e sulla vita consacrata. Quali vie il Signore apre alla Chiesa in Angola? Saranno certamente molte! Cercate di seguirle tutte! Ma la prima via è quella della fedeltà a Cristo. A tale scopo, continuate a valorizzare la formazione permanente, vigilate sulla coerenza della vita e, soprattutto in questi tempi, perseverate nell’annuncio della Buona Novella della pace”.
Tutto ciò è un invito alla vita contemplativa: “Questo ci ricorda la dimensione contemplativa della formazione permanente. Conoscere Cristo passa, senza dubbio, attraverso una buona formazione iniziale, con l’accompagnamento personale dei formatori; passa attraverso l’adesione ai programmi delle vostre diocesi, congregazioni e istituti; passa attraverso uno studio personale serio, per illuminare i fedeli che vi sono affidati salvandoli soprattutto dalla pericolosa illusione della superstizione”.
Ma essa ha un ampio respiro: “Tuttavia, la formazione è molto più ampia: riguarda l’unità della vita interiore, la cura di noi stessi e del dono di Dio che abbiamo ricevuto, ricorrendo alla letteratura, alla musica, allo sport, alle arti in generale, e soprattutto alla preghiera di adorazione e contemplazione… Senza questa dimensione contemplativa, cessiamo di essere coerenti con il Vangelo e di rispecchiare la potenza della Risurrezione”.
Altro punto è la fedeltà: “La fedeltà di Cristo, che ci ha amato sino alla fine, è il vero impulso della nostra fedeltà. Una fedeltà che è facilitata dall’unità dei presbiteri con il proprio vescovo e con i confratelli del presbiterio, dei consacrati e delle consacrate con il proprio superiore e tra di loro. Cari fratelli e sorelle, alimentate la fraternità tra di voi con franchezza e trasparenza, non cedete alla prepotenza e all’autoreferenzialità, non staccatevi dal popolo, specialmente dai poveri, rifuggite la ricerca dei privilegi”.
Infine è stato un invito alla denuncia delle ingiustizie: “E’ quindi decisivo che, interpretando la realtà con saggezza, non smettiate di denunciare le ingiustizie, offrendo proposte secondo la carità cristiana. Continuate ad essere una Chiesa generosa, che coopera allo sviluppo integrale del vostro Paese. Per questo è stato ed è determinante tutto ciò che realizzate nei campi dell’istruzione e della sanità”.
Da qui l’esortazione alla testimonianza nelle difficoltà: “In questo senso, quando sopraggiungeranno le difficoltà, ricordatevi dell’eroica testimonianza di fede degli angolani e delle angolane, missionari e missionarie nati qui o venuti dall’estero, che hanno avuto il coraggio di dare la vita per questo popolo e per il Vangelo, preferendo la morte al tradimento della giustizia, della verità, della misericordia, della carità e della pace di Cristo. Anche voi, carissimi, a partire da ogni Eucaristia, siete corpo offerto e sangue versato per la vita e la salvezza dei vostri fratelli”.
(Foto: Santa Sede)
Quinta domenica di Pasqua: amare è il comandamento nuovo
Dove c’è amore, là c’è Dio. Da questo, dice Gesù, sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. E’ questa la Chiesa che siamo chiamati a portare avanti: una Chiesa santa che si costruisce, come faceva Paolo, evangelizzando, organizzando la comunità, ritenendosi tutti veri strumenti di Dio. In essa non c’è posto per i ‘Giuda’: se siamo Giuda, Gesù non può restare in mezzo a noi; ciò che conta davanti a Dio è solo l’amore perché Dio è amore. Gesù dirà: ‘Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri’.
Questo è un comandamento nuovo: nuovo perché proclamato mentre viene sancita la Nuova Alleanza tra Dio e l’umanità nel sangue di Cristo Gesù; non è l’amare la novità ma amarsi gli uni e gli altri come Lui ci ha amati. Gesù si è fatto esempio e misura di questo amore. Prima di Gesù esisteva il comandamento dell’amore; ora Gesù si è fatto esempio di amore e perdono. Amare allora in nome e sul modello del suo amore. La novità sta in questo: amare come Cristo ci ha amati.
Questo è il metro, la misura dell’amore voluto da Dio. L’amore non è un distintivo, una etichetta, un certificato, una divisa che ci contraddistingue come veri cristiani. La Chiesa, il popolo di Dio non si costruisce con le critiche o con le armi; si costruisce solo annunciando la Parola di Dio e testimoniando la verità con le parole e le opere. Questo amore ci fa essere uomini nuovi, fratelli e sorelle nel Signore, nuovo popolo di Dio. Questo amore ci permette di amare anche i nostri nemici, perdonare le offese e pregare Dio: ‘Padre, perdona a noi come noi perdoniamo ai nostri debitori’.
L’amore non è poesia ma è la realtà nuova che costituisce cieli nuovi e terre nuove. Viviamo purtroppo in una terra dove cresce l’ottimo grano e la zizania; un grande mare che racchiude in sè pesci buoni e pesci cattivi; ma la nostra vera patria è il cielo, quella realtà spirituale che è luce ed amore. Da qui l’Eucaristia che riceviamo nella Messa acquista un significato particolare perché conferisce quella forza, quel dinamismo che unisce ed affratella; dirà infatti sant’Agostino: come diversi chicchi di grano formano l’ostia, come diversi acini di uva formano il vivo che diventa corpo e sangue di Gesù, così gente diversa per cultura, mentalità, talenti, nutrita dalla stessa Eucaristia, costituisce la chiesa, il popolo santo di Dio.
Da qui la missione affidata da Gesù alla sua Chiesa: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi’; questa missione è servire, amare come Cristo Gesù ci ha amati. Vuoi sapere se uno ti ama? Non credere alle sue parole; non fidarti delle sue premure, ma mettilo alla prova se è capace di sacrificare qualcosa per te; se è capace, allora ti ama, se non è capace allora è solo un opportunista: ama se stesso, non ama te.
Talvolta siamo così ipocriti che nascondiamo il nostro egoismo sotto l’etichetta dell’amore; caduta l’etichetta, viene fuori il nostro egoismo e la sua sete insaziabile. L’amore è qualcosa di veramente serio perchè è divino. Maria, regina della Chiesa, madre di Gesù e nostra, ci aiuti ad accogliere da Gesù il comando dell’amore, lo Spirito Santo ci dia la forza e la luce di attuarlo per assicurare a noi un posto nella Gerusalemme celeste.
Milano ricorda mons. Luigi Giussani
Ieri sera mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ha presieduto la messa per il 20^ anniversario della morte di don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, e nel 43^ anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione, che prende spunto dalla pagina del Vangelo di Marco con l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci:
“Ma voi, amici miei, non vi accorgete dei quattromila che camminano nel deserto? Non provate compassione per la loro fame, per l’asprezza del cammino, per la lontananza da casa? Ma voi non lasciate interpellare da questo assedio della miseria? Non vi lasciate commuovere da questo attaccarsi a ogni spiraglio di speranza fino a inoltrarsi temerari e incoscienti in una terra desolata?”
Davanti a queste domande di Gesù i discepoli provano a fornire una giustificazione ‘ragionevole’: “I discepoli sono però persone ragionevoli. I discepoli sono persone assennate e previdenti. I discepoli presentano a Gesù le buone ragioni del loro atteggiamento. I discepoli rispondono: che possiamo farci noi? Abbiamo così poco! siamo così pochi! I discepoli assennati dichiarano la loro impotenza. I bisogni della gente sono troppo enormi, le miserie sono troppo sproporzionate alle nostre risorse. Tanto vale non pensarci, tanto vale lasciare che la gente vada al suo destino. Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo diventare indifferenti. Indifferenza”.
Una risposta che mostra una chiusura: “I discepoli rispondono: noi dobbiamo pensare a noi stessi. Noi abbiamo preso il pane per noi. Non siamo gente sprovveduta come questa folla. Noi ci aiutiamo tra noi. Importante è la buona qualità dei nostri rapporti, la coesione del gruppo. Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo essere uniti e pensare a noi stessi. Autoreferenzialità”.
Il giudizio dei discepoli è escludente: “I discepoli rispondono: questi 4.000 non meritano la tua compassione, Signore. E neppure la nostra. Sono gente inaffidabile: oggi entusiasti e domani indifferenti, oggi pronti a seguirti nel deserto e domani pronti a condannarti a morte. La gente è stupida. La gente è sedotta da ogni illusione: oggi seguono te e domani seguiranno il primo che passa. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo chiamare le cose con il loro nome e giudicare il mondo per quello che è. Giudizio e disprezzo”.
Però è anche una risposta che sa di scoraggiamento: “I discepoli rispondono: per quanto ci diamo da fare, non riusciremo mai a risolvere il problema. Noi sentiamo compassione, ma la nostra compassione non produce pane. Noi abbiamo cercato in tutti i modi di farci carico dei bisogni della gente, abbiamo fatto di tutto per dare un aiuto e indicare una strada. Ma non ci hanno ascoltato, ma il nostro sforzo non ha prodotto risultati. Siamo preoccupati, ma impotenti. Scoraggiamento”.
Per questo il vangelo ha sottolineato il valore del numero, che è quello dell’inadeguatezza, ma anche della sovrabbondanza: “I discepoli che con molti argomenti assennati hanno dichiarato la loro inadeguatezza di fronte ai 4.000 dichiarano quello di cui dispongono: sette pani. Il numero sette è il numero della inadeguatezza. Il numero della povertà. Per i discepoli è l’argomento della loro inerzia. Per Gesù è quello che basta per saziare la gente numerosa e affamata. E portarono via i pani avanzati: sette sporte. Il numero sette diventa il numero della sovrabbondanza”.
E questa è anche la storia di Comunione e Liberazione: “La storia del movimento di Comunione e Liberazione è ancora una conferma di quest’opera di Dio, della fecondità dell’affidamento al Signore Gesù. Si potrebbe dire che noi siamo ‘quelli del numero sette’. ‘Quelli del numero sette’ sono quelli disponibili alla conversione nell’incontro con Gesù: per la sua parola e la sua grazia si convertono dalla indifferenza alla compassione, dall’autoreferenzialità alla docilità, dal giudizio sprezzante al discernimento benevolo, dallo scoraggiamento alla fiducia e allo stupore”.
Sono coloro che si mettono a ‘disposizione’: “Quelli del numero sette sono quelli che vivono la docilità operosa: non hanno un loro programma, ma si prestano con prontezza e generosità a servizio della compassione di Gesù. Si danno da fare e, immagino, facendo si entusiasmano, si rendono conto delle meraviglie che il Signore sa operare, distribuiscono ogni pane come un punto esclamativo, come un segno di sollecitudine, come l’invito alla gratitudine. Ogni pane, ogni dono è rivelazione e vocazione a riconoscere Gesù e a convincersi che vale la pena di seguirlo. Seguendo Lui non manca nulla”.
E ‘non buttano via niente’: “Le sette sporte della sovrabbondanza hanno contribuito a far apprezzare il numero sette come il segno di una completezza, tutto il tempo è dentro i sette giorni della settimana e il numero sette descrive tutti gli aspetti della vita cristiana attraverso i sacramenti, le opere di misericordia, le virtù da praticare e i vizi da evitare, fino agli angeli del tempo ultimo”.
Questa è anche la testimonianza da mons. Giussani, che ha chiesto sempre l’unità: “Quelli del numero sette sono quindi quelli che praticano l’arte del tenere insieme, dell’abbracciare tutti, del fare delle differenze una ricchezza, anche dentro la complessità delle nostre comunità, anche dentro le vicende del Movimento Queste caratteristiche di quelli del numero sette possono facilmente riconoscersi in alcuni tratti dell’esperienza di fede e della vita e testimonianza di don Giussani”. (Foto: Arcidiocesi di Milano)
Seconda Domenica Tempo Ordinario: la vita come vocazione
La vita dell’uomo sulla terra è un cammino; ciò che soprattutto conta è conoscere e perseguire la meta, il bersaglio: individuarlo e raggiungerlo dà vero significato ala vita. Ciò vale per ciascuno di noi come uomo e come cristiano. Anche Gesù incarnandosi ebbe assai chiara la sua vocazione: l’angelo Gabriele dirà a Maria: il bimbo che nascerà, lo chiamerai Gesù, l’Emanuele (il Dio con noi), Egli sarà il salvatore.
P. Fabio Nardelli: dal Sinodo dei vescovi il volto missionario della Chiesa
“Se la missione è grazia che impegna tutta la Chiesa, i fedeli laici contribuiscono in modo vitale a realizzarla in tutti gli ambienti e nelle situazioni più ordinarie di ogni giorno. Sono loro soprattutto a rendere presente la Chiesa e ad annunciare il Vangelo nella cultura dell’ambiente digitale, che ha un impatto così forte in tutto il mondo, nelle culture giovanili, nel mondo del lavoro, dell’economia e della politica, delle arti e della cultura, della ricerca scientifica, dell’educazione e della formazione, nella cura della casa comune e, in modo particolare, nella partecipazione alla vita pubblica. Là dove sono presenti, essi sono chiamati a testimoniare Gesù Cristo nella vita quotidiana e a condividere esplicitamente la fede con altri. In particolare i giovani, con i loro doni e le loro fragilità, mentre crescono nell’amicizia con Gesù, si fanno apostoli del Vangelo tra i loro coetanei”.
Fra Munari invita a vivere da figli di Dio
Il nostro cammino è in salita non tanto perché ci è chiesto di diventare altro da ciò che siamo, ma perché siamo chiamati a rimuovere dalla nostra vita tutto ciò che non ci appartiene e tutto ciò che non ci definisce: “Qualche anno fa, preparando un corso di introduzione ai vangeli sinottici, mi sono fermato a lungo cercando di capire quale poteva essere la logica che univa i cinque grandi discorsi di Gesù presenti nel vangelo secondo Matteo.
Papa Francesco propone una riflessione sui ministeri
“La ricorrenza del cinquantesimo anniversario della Lettera apostolica in forma di ‘Motu Proprio’, ‘Ministeria quaedam’ di san Paolo VI, ci offre l’opportunità di tornare a riflettere sul tema dei ministeri. Nel contesto fecondo ma non privo di tensioni seguito al Concilio Vaticano II, questo documento ha offerto alla Chiesa una significativa riflessione che non ha avuto il solo risultato di rinnovare la disciplina riguardante la prima tonsura, gli ordini minori e il suddiaconato nella Chiesa latina, come dichiarato nel titolo, ma ha offerto alla Chiesa una importante prospettiva che ha avuto la forza di ispirare ulteriori sviluppi”: con questo messaggio papa Francesco riprende il tema delle riforme nella Chiesa.
Papa Francesco invita a seguire Gesù
Nell’Angelus odierno a conclusione dell’Incontro mondiale delle famiglie papa Francesco ha messo in evidenza il viaggio di Gesù verso Gerusalemme: “Così inizia il ‘grande viaggio’ verso la città santa, che richiede una speciale decisione perché è l’ultimo. I discepoli, pieni di entusiasmo ancora troppo mondano, sognano che il Maestro vada incontro al trionfo; Gesù invece sa che a Gerusalemme lo attendono il rifiuto e la morte; sa che dovrà soffrire molto; e ciò esige una ferma decisione. Così Gesù va con passo deciso verso Gerusalemme”.
Papa Francesco: vocazione è realizzare il ‘sogno’ di Dio
Vocazione è secondo papa Francesco ‘realizzare il sogno di Dio’: ogni vocazione nella Chiesa, scrive nel messaggio della 59^ Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, concorre all’obiettivo di ‘far risuonare l’armonia dei molti e differenti doni che solo lo Spirito Santo sa realizzare’. Per questo la Chiesa deve diventare sempre più sinodale, capace di camminare unita nell’armonia delle diversità, in cui tutti hanno un loro apporto da dare e possono partecipare attivamente per essere ‘chiamati a edificare la famiglia umana’:
Papa Francesco invita ad ascoltare Dio
Ieri papa Francesco ha concelebrato una messa nella chiesa del Gesù in occasione del l IV centenario della Canonizzazione dei Santi Isidoro l’Agricoltore, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa di Gesù e Filippo Neri, analizzando i tre verbi usati nel vangelo lucano per descrivere la Trasfigurazione.


























