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Milano accende la ‘rivoluzione della parola’: al MIND nasce il World Meeting del Dialogo
Una parola può dividere oppure costruire ponti. Può alimentare contrapposizioni oppure diventare uno strumento capace di avvicinare persone, culture e religioni. E’ da questa consapevolezza che, nella cornice del MIND – Milano Innovation District, nell’ambito del Milano Latin Festival, ha preso il via il World Meeting del Dialogo, della Parola e della Comunicazione Socio-Umanitaria tra i Popoli, il progetto internazionale dedicato al valore della comunicazione come strumento di pace, inclusione e fraternità.
La tre giorni milanese (29-31 luglio) ha rappresentato l’anteprima del grande appuntamento istituzionale che si terrà il 12 ottobre a Palazzo Reale a Milano, dove esponenti delle istituzioni, della diplomazia, del mondo accademico, religioso, giornalistico e della società civile si confronteranno sul ruolo della parola e della comunicazione nelle grandi sfide del nostro tempo.
Milano, città da sempre crocevia di culture, innovazione e relazioni internazionali, diventa così il punto di partenza di una riflessione globale sulla necessità di una comunicazione più responsabile, capace di promuovere il dialogo interculturale, il rispetto dei diritti umani e la dignità di ogni persona.
Al centro dell’incontro il contributo di Biagio Maimone, direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS, presieduta da mons. Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di papa Francesco, che ha richiamato il valore della comunicazione come responsabilità culturale e morale:
“Si tratta di una tre giorni che anticipa il grande evento internazionale del World Meeting che si terrà a Palazzo Reale il 12 ottobre. La qualità della comunicazione determina la qualità della convivenza. Oggi più che mai abbiamo bisogno di una parola che non alimenti la paura, l’odio o la contrapposizione, ma che sappia parlare al cuore dell’uomo, risvegliare le coscienze e generare responsabilità.
La comunicazione non è soltanto trasmissione di informazioni: è una forza culturale, educativa e morale capace di costruire ponti tra persone, popoli e religioni. Nel solco del magistero di Papa Francesco e del costante richiamo di papa Leone XIV alla cultura dell’incontro, siamo chiamati a restituire alla parola la sua più alta vocazione: essere strumento di verità, fraternità, giustizia e pace”.
Secondo Maimone, il futuro della convivenza dipenderà anche dalla capacità di scegliere parole capaci di includere e restituire dignità: “La pace nasce anche dalla responsabilità con cui comunichiamo, perché ogni parola può diventare un seme di divisione oppure un ponte verso l’altro”.
Ad accompagnare la nascita del progetto è stato Héctor Villanueva, direttore del Salone delle Nazioni del Milano Latin Festival, vicepresidente della Federazione Eurandina e ideatore dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, che ha sottolineato il valore dell’integrazione e il ruolo dei nuovi italiani nella costruzione della società contemporanea.
Villanueva ha evidenziato come il dialogo tra culture rappresenti una risorsa fondamentale per il futuro, perché la conoscenza reciproca permette di superare stereotipi e diffidenze, trasformando le differenze in una ricchezza condivisa.
Diana De Marchi, consigliera comunale di Milano e Presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili, ha ribadito il valore della parola e dell’educazione. Da insegnante e rappresentante istituzionale, De Marchi ha sottolineato come la formazione delle nuove generazioni passi dalla capacità di comunicare, ascoltare e rispettare l’altro, confermando il proprio impegno nel percorso del World Meeting.
Sul tema dell’ascolto si è soffermato Marcello Guadalupi, presidente della Fondazione Commercialisti di Milano, richiamando il ruolo delle professioni nella costruzione di relazioni basate sulla fiducia e sulla responsabilità. Una società più giusta, secondo Guadalupi, nasce anche dalla capacità dei professionisti e delle istituzioni di ascoltare realmente i bisogni delle persone.
Un intervento di respiro internazionale è arrivato da Nabil Bougarech del gruppo Allatra, che ha richiamato l’impegno nella difesa dei diritti umani e nella promozione di una cultura della cooperazione presente in numerosi Paesi del mondo.
Il World Meeting si inserisce nel solco dei principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, dell’UNESCO e del Documento sulla Fratellanza Umana firmato ad Abu Dhabi, riaffermando che pace e sicurezza si costruiscono attraverso dialogo, responsabilità, giustizia e riconoscimento della dignità di ogni individuo.
L’iniziativa è promossa da Héctor Villanueva e Biagio Maimone, con la collaborazione dell’UNAR e il coinvolgimento di istituzioni, enti e associazioni impegnati nella promozione dei diritti umani, dell’inclusione e della cultura della pace.
Ojetti: nella cura garantire la dignità del paziente
“Il punto critico, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, non è l’uso della tecnica in quanto tale, ma la visione che vi soggiace: se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a immaginare ‘sacrifici necessari’, e a far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie…
Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come ‘limite’ (incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità) tende ad essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la ‘contingenza’ delle cose di questo mondo”: sono due paragrafi importanti dell’enciclica di papa Leone XIV, ‘Magnifica humanitas’, incentrati sul valore della vita e della dignità umana.
Tali parole erano risuonate anche nel messaggio che aveva inviato scritto ai partecipanti al Congresso Internazionale organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita e dalla Federazione Internazionale delle Associazioni Mediche Cattoliche (FIAMC) sul tema ‘Intelligenza Artificiale e Medicina: la sfida della dignità umana’, organizzato nello scorso novembre: “Per garantire un vero progresso, è imperativo che la dignità umana e il bene comune rimangano priorità assolute per tutti, sia per i singoli individui che per le istituzioni pubbliche.
E’ facile riconoscere il potenziale distruttivo della tecnologia e persino della ricerca medica quando vengono poste al servizio di ideologie disumane. In questo senso, gli eventi storici ci ammoniscono: gli strumenti a nostra disposizione oggi sono ancora più potenti e possono produrre un effetto ancora più devastante sulla vita di individui e popoli. Tuttavia, se sfruttati e posti al servizio della persona umana, questi effetti possono anche essere trasformativi e benefici”.
Partendo da queste sollecitazioni per una riflessione sul valore della dignità abbiamo contattato il presidente nazionale di AMCI (Associazione Medici Cattolici Italiani), dott. Stefano Ojetti: “Credo che dignità umana e bene comune siano in questo contesto complementari e non a caso il Santo Padre ha voluto usare questi due termini per significare che la dignità umana deve essere il presupposto e la ‘condicio sine qua’ non sia possibile raggiungere il benessere per l’essere umano”.
Nella medicina in quale modo è possibile essere garanti della dignità umana?
“L’unica figura che può essere garante della dignità del paziente è certamente il medico che conosce la storia del paziente, la sua condizione umana, il suo vissuto. In base a tutto questo è in grado di stabilire un rapporto ‘fiduciario col proprio paziente’ dove tu malato ti fidi completamente di me medico, perché sai che io farò tutto ciò che è nelle mie possibilità per darti salute, rispettando la mia mission ippocratica che mi impone da un lato di non darti farmaci ‘atti a procurare la morte’, dall’altro non esercitare ‘mai’ accanimento terapeutico, che non deve sfociare altresì ‘nell’abbandono terapeutico’, tenendo conto che ogni mia azione debba essere rivolta a salvaguardare sempre la dignità della persona”.
Se il paziente non è un dato numerico chi è?
“La tecnologia esasperata potrebbe tendere a considerare il paziente un numero non considerando al contrario che ogni persona è diversa dall’altra con una sua storia, un ambiente i cui vive, in un contesto sociale e familiare diverso per ognuno e che vive le proprie emozioni, le proprie paure: la paura di invecchiare, di ammalarsi, di morire di essere solo. In questo contesto, al di là della propria patologia, rientra il male del secolo: la solitudine; gli anziani sono troppo spesso lasciati soli, trascurati, abbandonati a sé stessi, e allora la depressione porta in molti casi a voler abbandonare questa vita nella quale non si vede più comprensione, accoglienza, speranza”.
Al tempo dell’Intelligenza Artificiale cosa significa prendersi cura del paziente?
“L’Algoretica è uno dei grandi temi del momento. Se la tecnologia è al servizio dell’uomo essa non potrà che portare benefici, basti pensare alla domotica, alla robotica e alle nuove tecnologie che oggi forniscono dispositivi, come nel campo della riabilitazione, un tempo nemmeno immaginabili. Il rischio? che la tecnologia, se non ben gestita, possa tendere a prendere il sopravvento sull’uomo”.
In quale modo l’Intelligenza Artificiale può venire in aiuto alla medicina?
“Enormi sono, e lo saranno ancor più in futuro, i campi di applicazione dell’Intelligenza Artificiale che potranno esser applicati nell’ambito della medicina. Analizzando dati sanitari complessi, ad esempio, saranno in grado di migliorare le diagnosi attraverso l’analisi delle immagini radiologiche, personalizzare i trattamenti, ottimizzare i processi clinici e supportare la ricerca scientifica”.
Allora, è possibile un dialogo sul ‘fine vita’?
“Più che possibile, direi necessario! Un medico per sua definizione e vocazione non può essere un procuratore di morte, ma deve, al contrario come nel suo DNA, essere datore di salute. Non desideriamo parlare pertanto di suicidio assistito o di eutanasia per i nostri fratelli sofferenti, quanto piuttosto di eubiosìa, ‘la buona vita’, cercando quindi di assicurare un fine vita sereno, nel rispetto della dignità del paziente giunto al termine della sua esistenza. Per far questo dovremo impegnarci a far sì che venga rispettata e applicata su larga scala la legge 38 (15 marzo 2010) sulle cure palliative per assicurare il controllo del dolore e la migliore assistenza al malato terminale. Solo in tal modo potremo in un prossimo futuro, diminuire al minimo la domanda di coloro che vorranno porre termine alla propria esistenza attraverso una richiesta di suicidio assistito”.
(Tratto da Aci Stampa)
Da Rimini un invito a cambiare sguardo sulla disabilità: fare meglio il bene
A fine giugno a Rimini si è svolta la seconda edizione di ‘EXPOAID 2026 Io, persona di valore’, che rappresenta il più grande evento nazionale che riunisce il mondo del Terzo Settore che si occupa di disabilità e inclusione. Un importante momento di incontro e confronto con l’obiettivo di riflettere sull’inclusione e promuovere quel cambiamento radicale e di prospettiva che mette al centro la persona ed il suo diritto di scegliere e di partecipare.
Quindi è stata una sinergia naturale tra l’impianto della riforma e la storia sul campo: la nuova legge sulla disabilità dà un nome ed una cornice istituzionale a quel modello di centralità e autodeterminazione della persona che il Terzo Settore cattolico sperimenta ed applica, come ha detto p. Carmine Arice, padre generale della ‘Piccola Casa Cottolengo’ di Torino, ricordando ricordato come il fondatore, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, avesse già sintetizzato il principio dell’autodeterminazione con una frase tanto semplice quanto rivoluzionaria: “A chi vuole l’osso dagli l’osso, a chi vuole il lesso dagli il lesso”. Una visione che, ha spiegato, invita a non sostituirsi mai alla persona, ma a creare le condizioni affinché possa esprimere i propri desideri e le proprie aspirazioni.
A raccogliere le conclusioni di queste giornate esperienziali è stata Francesca Di Maolo, presidente dell’Istituto Serafico di Assisi, che ha ricordato come anche la storia di questo istituto inizia prima che esistessero queste definizioni: “San Ludovico da Casoria, 155 anni fa, aveva già intuito che fosse necessario occuparsi dell’istruzione degli esclusi e si ispirò al carisma di San Francesco che, a partire dall’incontro con il lebbroso, cambiò il suo sguardo riconoscendo la presenza di Dio in ogni essere vivente, a prescindere dal limite… La bellezza della vita non possiamo conoscerla fino in fondo senza lo sguardo delle differenze”.
Anche Federica De Lucia, della Piccola Opera Charitas di Giulianova, ha insistito sull’idea di una comunità generativa, in cui ogni persona possa essere riconosciuta nella propria identità: “Il Progetto di Vita non è più ‘per’ la persona, ma ‘della’ persona”. In effetti per il direttore sanitario dell’Opera Don Guanella di Roma, prof. Tonino Cantelmi, “le congregazioni religiose sono sorte per prendersi cura degli invisibili e degli esclusi… Negli anni abbiamo imparato a confrontarci con la scienza e a fare sempre meglio il bene. Un’evoluzione che oggi trova nel ‘Progetto di Vita’ una straordinaria occasione di cambiamento, capace di superare la frammentazione dei servizi e di immaginare luoghi sempre più aperti alla comunità”.
Proprio al prof. Cantelmi chiediamo di spiegarci il motivo di questo ‘ExpoAid’: “Il Ministro per la Disabilità, Alessandra Locatelli, ha voluto dare vita ad una sorta di Stati generali della disabilità, una manifestazione imponente che pone al centro del dibattito una domanda centrale: vogliamo costruire tutti insieme una società dove tutti hanno un posto?”
‘Il Santo Padre auspica che le attività volte a riflettere sulla persona e i suoi diritti, favoriscano scelte sempre più rispettose della dignità umana, garantendo percorsi di inclusione anche ai soggetti più vulnerabili’. In questo telegramma papa Leone XIV ha richiamato al rispetto della dignità umana: quali percorsi possibili per l’inclusione dei disabili?
“Siamo alle soglie di una rivoluzione: in Italia abbiamo finalmente una legislazione innovativa e direi rivoluzionaria: lo strumento principale è il progetto di vita, la nuova formula per la presa in carico delle persone con disabilità”.
Quindi il disabile è una ‘persona di valore’?
“Di più, dalla disabilità nasce un contributo per rendere la nostra società più equa, e soprattutto confortevole e accogliente per tutti”.
Allora, in cosa consiste il ‘Progetto di Vita’?
“Questo è il punto centrale: la persona con disabilità, con qualunque disabilità, anche gravissima, ha diritto ad esprimere i suoi desideri, i suoi talenti e le sue aspirazioni. Basta con i progetti fatti da altri, con il pietismo e con il buonismo. Intorno a questo nucleo fatto di desiderio, talento e aspettative, si devono coordinare tutti gli attori e tutte le risorse necessarie, non solo economiche”.
Perciò è possibile ‘costruire’ una cultura condivisa?
“Siamo alle soglie di una rivoluzione che mette la persona con disabilità in modo concreto al centro della discussione. I protagonisti sono proprio le persone con disabilità, ma non solo: nella realtà siamo tutti atipici e tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti con la nostra vulnerabilità”.
San Francesco d’Assisi, san Benedetto Cottolengo, san Ludovico da Casoria: in quale modo è possibile ‘convertire’ il proprio sguardo?
“Non solo: san Luigi Orione, san Luigi Guanella, san Giovanni Bosco e tanti santi della carità hanno iniziato tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo la rivoluzione che stiamo per vivere: dare visibilità agli invisibili e dare un posto ai reietti e agli scarti. Concludo citando don Guanella: al centro dobbiamo avere il coraggio di mettere proprio quelli che il Santo chiamava ‘i più meschini di mente e di corpo’ e che ribattezzô ‘i buoni figli’!”
(Tratto da Aci Stampa)
Fine vita, carceri, legalità e aree interne: priorità dei vescovi della Campania
“La recente visita di papa Leone in Campania ha consegnato alle nostre Chiese una parola che non possiamo lasciare cadere. Il Santo Padre ha richiamato tutti ad un sussulto di dignità e di responsabilità, invitando a servire la vita, a scegliere la giustizia ed a porre il bene comune al di sopra degli interessi di parte. Come Vescovi della Campania, sentiamo il dovere di raccogliere e rilanciare questo messaggio”: così inizia l’appello ‘Per la dignità della persona ed il bene della Campania’, presentato nella scorsa settimana a Pompei e sottoscritto dai vescovi della Conferenza Episcopale Campana, che raccoglie e rilancia il messaggio consegnato da papa Leone XIV nella visita nella regione.
Un testo rivolto anzitutto alle comunità cristiane, ma soprattutto alle Istituzioni, agli amministratori, ai rappresentanti politici e a quanti sono chiamati a compiere scelte che incidono sul presente e sul futuro della Campania, per difendere la vita, come ha sottolineato il presidente della Conferenza episcopale della Campania (CEC), mons. Antonio Di Donna: “Ci stanno a cuore le questioni della salute e della sanità… Ci stanno a cuore le comunità, non solo quelle ecclesiali, ma il popolo della Campania: le famiglie, i giovani, gli anziani, i malati … Per noi la vita è tutta intera”.
Il documento nasce dall’ascolto delle comunità e dalla consapevolezza che le diverse fragilità della Campania hanno una radice comune: la dignità della persona, da custodire in ogni fase dell’esistenza, richiamando il dibattito sul fine vita, chiedendo cure palliative, accompagnamento e prossimità perché nessuno sia lasciato solo davanti alla malattia e alla morte. Allo stesso tempo esprimono preoccupazione per la deospedalizzazione dell’aborto e per il rischio che la vita nascente, la maternità e la solitudine delle donne siano affrontate senza un adeguato sostegno umano e sociale:
“Pensiamo anzitutto alla custodia della vita fragile e sofferente, al dibattito sul fne vita, alla necessità di cure palliative, di accompagnamento e di prossimità, perché nessuno sia lasciato solo dinanzi alla malattia, alla sofferenza e alla morte. Guardiamo con preoccupazione alla deospedalizzazione dell’aborto e alla sua progressiva riduzione a pratica ambulatoriale, perché ogni scelta che riguarda la vita nascente, la maternità la solitudine delle donne e la responsabilità della società merita attenzione, accompagnamento e tutela, non semplificazioni procedurali”.
Il documento è un appello al miglioramento delle condizioni sanitarie: “Ci interpellano le gravi questioni della salute e della sanità, soprattutto quando le disuguaglianze territoriali, economiche e sociali rendono più difficile l’accesso alle cure e colpiscono le persone più fragili. Non possiamo ignorare l’emigrazione dei nostri ammalati verso regioni dove l’assistenza sanitaria garantisce condizioni migliori”.
La difesa della vita si intreccia con le condizioni concrete di tante persone, in quanto la dignità passa anche dal lavoro e dall’attenzione ai senza dimora, alle famiglie povere, ai lavoratori sfruttati, al lavoro povero, al caporalato, contro ogni economia che sacrifica la persona al profitto: “Non possiamo ignorare la condizione delle carceri, il disagio dei detenuti, delle loro famiglie, del personale penitenziario, e la necessità di percorsi che non si limitino alla custodia, ma aprano alla dignità, alla responsabilità, alla giustizia riparativa e al reinserimento”.
Un richiamo anche sulla situazione dei migranti e di coloro che non hanno casa: “Ci preoccupano i Centri di permanenza per il rimpatrio, la condizione dei migranti e dei Rom, il rischio che persone e popoli vengano percepiti come problema da respingere e non come volti da incontrare, accompagnare e integrare secondo giustizia e legalità. Richiamano la nostra responsabilità i senza fissa dimora, le famiglie povere, i lavoratori sfruttati, il lavoro povero, il caporalato e ogni forma di economia che sacrifica la dignità della persona al profitto od alla convenienza”.
Altro tema ‘caldo’ affrontato dai vescovi campani riguarda lo spopolamento delle aree interne: “Sentiamo il peso delle aree interne, dello spopolamento, della chiusura di servizi e presìdi educativi, della fatica di territori che rischiano di essere lasciati ai margini del futuro. Portiamo nel cuore le ferite della Terra dei Fuochi, le conseguenze dell’inquinamento, dell’illegalità e della camorra, ma anche il desiderio di rinascita, di bonifica morale ed ambientale, di responsabilità condivisa.
Ci preoccupa il disagio giovanile, la violenza minorile, la povertà educativa, la disaffezione alla partecipazione e la progressiva perdita di luoghi nei quali educare alla fiducia, alla legalità, alla cittadinanza e alla vita buona del Vangelo. Ci addolora anche il problema dell’abbattimento delle case”.
Ecco il motivo per cui la dignità è ‘una sola’: “Rivolgiamo questo appello anzitutto alle nostre comunità cristiane, perché non cedano alla paura e alla rassegnazione. Rivolgiamo questo appello soprattutto alle Istituzioni, agli amministratori, ai rappresentanti politici, a quanti hanno responsabilità nella vita pubblica e a tutti coloro che, a diverso titolo, concorrono alle scelte che riguardano il presente e il futuro della Campania”.
Però la Chiesa non si sostituisce alle Istituzioni civili, ma chiede un confronto su scelte importanti: “Chiediamo fortemente che sui temi indicati si attivi un confronto vivo, un dialogo, una lettura condivisa. Chiediamo che le decisioni che toccano la vita delle persone non vengano assunte senza un dialogo serio con i soggetti sociali che quotidianamente incontrano le ferite della gente. A quanti sono impegnati in politica e dichiarano di ispirarsi alla Dottrina sociale della Chiesa chiediamo coerenza, coraggio e soprattutto capacità di tradurre i principi in scelte concrete”.
Per questo i vescovi non si rassegnano, perché amano ‘questa terra’: “Per questo non vogliamo rassegnarci. Non vogliamo che la Campania sia raccontata solo attraverso le sue emergenze, né che il futuro venga consegnato alla paura, all’indifferenza od all’illegalità. Crediamo che sia possibile costruire una terra più giusta, più fraterna, più attenta alla vita, più capace di custodire i piccoli, i poveri, i fragili e le nuove generazioni”.
XIV Domenica Tempo Ordinario: il Regno di Dio, Regno di libertà e amore!
Il brano del Vangelo evidenzia la natura del regno di Dio, assai diversa dei regni umani o della storia. Questo è un regno dove Gesù vuole tutti salvi; ma in esso predilige i cosiddetti: ‘poveri di Javhé’, quanti cioè non ripongono la loro fiducia nel potere materiale, nella cultura, nelle ricchezze o nelle capacità umane, ma, al contrario, riconoscono la propria fragilità e ripongono la loro fiducia in Dio; un regno dove domina lo spirito del discorso della montagna sulle beatitudini. La logica del mondo, infatti, è opposta alla logica di Dio; da qui la parole di Gesù: ‘Ti rendo lode, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e li hai rivelate ai piccoli’.
Si era infatti a Cafarnao, all’indomani di un periodo di apparenti insuccessi. Giovanni Battista era stato arrestato; Gesù era duramente contestato dai sapienti del tempo, dai capi del popolo, dai farisei e dalla classe sacerdotale. In questa area di apparente sconfitta Gesù esclama: ‘Ti benedico, Padre, e ti ringrazio perché ti sei rivelato ai piccoli’; il posto dei ‘grandi’ è stato ora occupato da pescatori, poveri, ammalati, vedove e pubblicani. I peccatori, i piccoli, gli ultimi della classe hanno capito la rivoluzione portata da Gesù che invita: ‘Venite a me, voi tutti che siete affaticati, oppressi, stanchi ed io vi ristorerò’.
Gesù è accanto a chi si sente debole e chiede aiuto; Egli è venuto per cancellare la vecchia immagine di Dio giudice, accusatore implacabile e ci presenta la vera immagine di Dio: il Padre che abbraccia il figlio prodigo o il pastore che stringe a sé la pecorella smarrita. Un linguaggio nuovo; chi può capirlo? Non certamente i sapienti o quanti confidano nelle proprie forze, ma solo gli umili: chi come Mosè davanti a Dio, che parla dal roveto ardente, si toglie i sandali perché davanti a Dio; lo capisce Abramo, l’uomo dalla fede profonda, che, chiamato da Dio, lascia tutto, pronto a partire verso una terra sconosciuta.
Lo ha capito Maria che all’annuncio dell’Angelo: ‘Diventerai madre e il bimbo sarà il Figlio di Dio’ risponde con umiltà: ‘Sono la serva del Signore’, lo capiscono gli Apostoli, gente semplice, che, chiamati da Gesù, lasciano tutto e lo seguono. Da qui le parole di Gesù: ‘Prendete il mio giogo su di voi, imparate da me che sono mite ed umile di cuore’. Quando si ama non pesa ciò che si soffre per la persona amata; l’amore rende leggere le cose pesanti e difficili.
Il Regno di Dio è quel regno che fa scoprire all’uomo la vera dignità: dove vivere è amare, amare è servire; solo chi ama è persona veramente libera. Un regno perciò di amore e di libertà vera. Parlare di libertà oggi è di moda: tutti parlano e difendono la libertà ma spesso finiscono con affermare e difendere la schiavitù perché si fa prevalere l’interesse, l’egoismo, l’arrivismo. Gesù e solo Gesù è la verità che ci rende uomini liberi; il suo è vero regno di libertà e di amore.
Può cogliere la natura di questo regno solo chi accetta Gesù come Figlio del Padre, vero Dio e vero uomo; solo chi ha una fede profonda come Abramo, come il bambino: la fede dei deboli e non quella dei sapienti o che si reputano tali. Come vedi, non basta essere piccoli o fragili per accogliere il regno di Dio; è necessario farsi piccoli, riconoscere di non bastare a se stessi, che necessita la presa di coscienza della propria fragilità.
Il Vangelo non condanna l’intelligenza ma la superbia; non si oppone alla sapienza ma allo stupido orgoglio. Bisogna imparare l’arte del giusto sentire di sé. Solo chi è umile, è veramente uomo perché riconosce, ha la consapevolezza dei propri limiti e della propria fragilità e sente il bisogno di mettersi nelle mani di Dio, grande e misericordioso, di Dio che è amore. Segreto profondo di Cristo Gesù è la sua identità con Dio Padre, al quale Egli si rivolge chiamandolo ‘Abbà’, cioè Papà. A quanti accolgono Gesù come Figlio del Padre, Gesù dice loro: ‘Chi vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua’.
Gesù esorta così a vivere nella gioia la propria vocazione di uomini e di figli di Dio mentre non nasconde i momenti difficili: portare la croce, ma assicura a tutti la sua presenza, la sua gioia: ‘Il mio giogo è dolce, il mio peso è leggero! Venite a me ed io vi ristorerò’. Fede profonda e amore sincero sono le due componenti essenziali per entrare nel regno di Dio.
Contro tutti i mali dell’uomo: stanchezza fisica, psicologica, buio spirituale, oppressione sociale, economica, politica: mali che affliggono l’uomo di ieri e di oggi, Cristo Gesù fa risuonare una parola di speranza: ‘Coraggio, venite a me ed Io vi ristorerò’. Da qui due doni imperituri: L’Eucaristia e il dono di Maria sua madre, come nostra madre: ‘Donna, ecco tuo figlio… Giovanni, ecco tua madre!’
Papa Leone XIV agli americani: la libertà è difesa della vita
“Cari amici e amiche, sono onorato di ricevere la Liberty Medal del National Constitution Center in questo anno che segna il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti d’America con la firma della Dichiarazione d’Indipendenza il 4 luglio 1776. Alla vigilia di questa occasione storica, rivolgo un caloroso saluto a tutti coloro che sono riuniti al National Constitution Center di Filadelfia”: così inizia il messaggio di papa Leome XIV in occasione dell’accettazione della ‘Liberty Medal of the National Constitution Center’, per la festa dell’Indipendenza americana.
Una dichiarazione per un Paese libero grazie agli immigrati: “In quanto figlio di questo grande paese, fondato da uomini e donne coraggiosi che sognavano la libertà ed una vita migliore per sé stessi e per i propri figli, mi unisco a voi nell’invocare la benedizione di Dio sul futuro dell’America, affinché i nobili ideali sanciti all’inizio della Dichiarazione d’Indipendenza possano continuare a guidare il prosperare della nazione nell’unità, nella giustizia e nella pace”.
Ma anche un appello a non tradire la legge ‘naturale’: “Fin dalla nostra giovinezza, la maggior parte di noi ha ammirato l’eloquenza di quelle parole, con il loro forte appello alla legge naturale e al Dio della natura come fondamento della loro affermazione che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali e dotati dal loro Creatore di determinati diritti inalienabili, tra cui il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”.
Quindi ha sottolineato che, sebbene la dichiarazione richiami l’Illuminismo, essa si fonda su una visione biblica: “Sebbene formulata nel linguaggio dell’Illuminismo, tale affermazione trova in ultima analisi fondamento in una concezione della persona umana ispirata alla grande visione biblica dell’uomo e della donna creati a immagine divina. E’ proprio qui, infatti, che scopriamo il fondamento della dignità umana; una dignità che precede l’istituzione di qualsiasi stato e la cui tutela costituisce il suo scopo stesso”.
Questa Dichiarazione, negli anni seguenti, ha ‘ispirato’ la concezione di libertà per molti popoli: “In questi ultimi duecentocinquanta anni, per tanti popoli nel mondo, è stata la ferma determinazione a realizzare la nobile visione dei fondatori della nazione a rendere l’America sinonimo di libertà, mentre il paese apriva le sue porte a ondate successive di immigrati, consentendo a loro e ai loro figli di svolgere il proprio ruolo nel plasmare il futuro della nazione.
E’ stato proprio questo amore per la libertà a ispirare gli Stati Uniti, nelle ore più buie del secolo scorso al tempo delle due guerre mondiali, a guardare oltre i propri confini e, con grandi sacrifici, a difendere la causa della libertà al di là di essi”.
Però il percorso alla libertà non è stato sempre lineare: “Come ogni americano sa, tuttavia, il percorso verso la costruzione di una società che incarnasse quegli alti ideali di libertà e giustizia per tutti non è stato sempre facile e, sotto molti aspetti, è ancora un’opera in corso. Lo sforzo per realizzare questa visione è un impegno che deve essere ripreso di generazione in generazione – di fronte a sfide sempre nuove”.
Comunque la Dichiarazione americana ha il merito di aver dato ‘dignità’ alla vita: “Il primo diritto sancito dai fondatori della nazione fu il diritto alla vita, poiché nessuno, se privato della vita, può godere della libertà né perseguire la felicità. La vitalità di un paese è profondamente legata al valore che esso attribuisce alla vita umana in ogni sua forma e condizione, riconoscendo la dignità conferita a ogni persona umana in virtù della sua stessa esistenza”.
Un diritto alla vita che va salvaguardato: “Il valore intrinseco di ogni vita umana ha spinto i cuori nobili di intere generazioni a lodare le meravigliose opere del Creatore e a porsi in atteggiamento di riverenza di fronte a un dono così prezioso. E’ proprio questa riverenza, infatti, che dobbiamo continuare a coltivare, una riverenza che commuova i cuori delle persone e ispiri leggi che riconoscano e salvaguardino il dono dal momento del concepimento fino alla morte naturale”.
Diritto alla vita che non può essere disgiunto dalla libertà: “E’ sempre la riverenza che ci aiuta a scoprire che siamo custodi e accompagnatori di coloro che ci sono stati affidati. A questo proposito, la grandezza morale di una nazione si manifesta soprattutto nella sua capacità di sostenere, proteggere e valorizzare la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore viene messo in discussione.
Dopo il diritto alla vita, la libertà era ed è preminente tra i principi venerati dagli uomini e dalle donne che hanno cercato entro i confini di questa nazione un nuovo inizio, spesso equiparandola a una speranza prima inimmaginabile”.
Libertà fondata sulla verità: “Essa si fonda sulla capacità della persona umana di conoscere la verità e di aderire al bene, anche a caro prezzo; un sacrificio ben noto a molti di coloro che hanno faticato per plasmare questo paese. Il desiderio di verità e libertà, così come la stessa ricerca della felicità, continua a ispirare persone di tutte le generazioni a porsi domande fondamentali sul senso della vita, sul nostro scopo ultimo e, in effetti, su Dio; ed è proprio dei cuori magnanimi sforzarsi di rispondere a queste domande con sincerità”.
Una libertà che chiama in ‘causa’ anche quella religiosa: “E’ questa libertà che considera sacra la sfera interiore della persona, dove si formano le convinzioni e dove la coscienza può guidare le decisioni prese nell’intimità del cuore umano. Questa stessa libertà garantisce anche il diritto di ogni persona di praticare il proprio culto secondo il proprio credo, nonché il diritto degli individui, delle comunità e delle associazioni di esprimere pubblicamente la propria fede.
Infatti, la libertà religiosa ha dato origine alla tradizione americana di favorire il dialogo interconfessionale e la cooperazione interreligiosa nel promuovere il bene comune e nell’arricchire i dibattiti sulle grandi questioni morali ed etiche che la nazione ha dovuto affrontare e che hanno plasmato il corso della sua storia”.
Da questi principi deriva l’unità degli Stati Uniti: “L’unità ha dato forza a quel sogno, dando origine, sotto Dio, agli Stati Uniti d’America. E pluribus unum, da molti, uno. Affinché una nazione possa prosperare, deve essere veramente unita; unita non da obiettivi legati a imprese momentanee, ma da ideali che non svaniscono con il passare del tempo.
Possano i principi su cui abbiamo riflettuto oggi (la dignità umana condivisa, l’uguaglianza e i diritti sanciti nella Dichiarazione d’Indipendenza) essere sempre fonte di tale unità e una luce guida per il presente e per gli anni a venire”.
Concetti ribaditi ieri nella lettera per il conferimento della Liberty Medal del National Constitution Center di Philadelphia: “Per due secoli e mezzo, generazioni di americani hanno lavorato insieme per portare avanti questi principi, attraverso il sacrificio, il servizio, l’innovazione e la partecipazione civica. Questo anniversario rappresenta un invito non solo a celebrare lo straordinario percorso della nazione, ma anche a riflettere sulle responsabilità che i figli e le figlie di questo Paese hanno gli uni verso gli altri e verso le generazioni che erediteranno la nazione che si sta plasmando oggi”.
E tra i principi fondamentali c’è la libertà religiosa: “Tra i principi più preziosi vi è la libertà religiosa: il diritto di ogni persona di professare la propria fede secondo coscienza e di praticarla apertamente, senza coercizione né timore. Nel celebrare questo anniversario, è importante riconoscere che la libertà di religione è da sempre un elemento centrale della promessa americana, a tutela sia della dignità individuale sia della pacifica convivenza di un popolo eterogeneo”.
Libertà religiosa che consente uno sviluppo democratico, come scrisse papa Leone XIII nell’enciclica ‘Sapientiae Christianae’, rendendo il cristiano ‘consapevole del dovere’: “Questa stessa libertà ha permesso alla Chiesa cattolica di radicarsi e prosperare negli Stati Uniti, a vantaggio non solo dei suoi fedeli, ma dell’intera nazione. Come figli e figlie fedeli della Chiesa, i cattolici sono chiamati a permeare ogni aspetto della loro esistenza con la carità di Cristo, vivendo il Vangelo nelle circostanze della vita quotidiana.
Questo modo di vivere ha dato origine ai numerosi benefici che la Chiesa ha apportato nel corso degli anni allo sviluppo di questa nazione. In particolare, ricordo il suo impegno in ambiti quali l’istruzione, l’assistenza preferenziale ai poveri, la sanità e i servizi sociali di base, solo per citarne alcuni…
Tra i principi che hanno guidato lo sviluppo di questo Paese vi è anche la dignità, conferita da Dio, di ogni vita umana, poiché ogni persona è dotata di un valore intrinseco che esige rispetto, protezione e cura. In questo spirito, una piena comprensione di questa dignità porta a riconoscere l’importanza di salvaguardare la vita umana dal suo inizio, dal concepimento fino alla morte naturale, e di costruire una società in cui i vulnerabili, i sofferenti e i dimenticati siano sempre accolti con compassione, solidarietà e amore”.
Ed anche in questa lettera difesa della vita come protezione degli immigrati: “Difendere la vita umana significa anche accogliere, proteggere e assistere gli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e il cui contributo hanno fatto parte della storia di questo Paese fin dalle sue origini. In ogni generazione, coloro che sono giunti in cerca di libertà, opportunità e un luogo a cui appartenere hanno contribuito a plasmare il carattere della nazione. Accoglierli con compassione e generosità non è solo un atto di carità, ma anche un riconoscimento della dignità che appartiene a ogni persona umana”.
Come ha scritto nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’, infine il papa ha invitato gli americani ad ‘onorare’ questa Dichiarazione, che festeggia 250 anni: “Abbiamo bisogno gli uni degli altri e dobbiamo lavorare insieme in unità per affrontare le sfide che il mondo si trova ad affrontare oggi. Possa questa pietra miliare rinnovare il comune impegno verso la promessa di libertà, giustizia, opportunità e democrazia. Possano gli americani onorare il coraggio e la visione di coloro che li hanno preceduti rafforzando le proprie comunità, rispettando le differenze e lavorando insieme per un’unione più perfetta.
Dalla Spagna monito di papa Leone XIV contro l’indifferenza della vita
“Occorre, specialmente da parte di chi ha responsabilità economiche, politiche e istituzionali, un salto di qualità, un’inversione di rotta negli investimenti su scuola, università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio di partecipazione e di mediazione culturale. La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia”: partiamo da questo discorso di papa Leone XIV nel viaggio apostolico in Spagna.
In questo primo suo discorso il papa ha messo in evidenza la forza del dialogo che attraverso la mediazione crea cultura: “La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei”.
Una cultura che trasforma il conflitto in sviluppo: “Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza”.
Ed ha ribadito che in questo processo è fondamentale non escludere la fede: “Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. E’ un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!”
Quindi per il papa fondamento dello sviluppo della Nazione è la cultura dell’incontro: “Vengo tra voi a confermare, incoraggiare, ispirare una rinnovata fedeltà dei credenti al Vangelo e una più profonda riconciliazione e cooperazione fra le diverse anime di questa Nazione. Proprio la sua storia, infatti, suggerisce che non la cultura dello scontro, ma quella dell’incontro genera stabilità e prosperità. A ben vedere, il messaggio della pace, che in questi tempi, purtroppo, risuona per alcuni ingenuo, per altri provocatorio, trova accoglienza in chi non si chiude in ideologie preconfezionate ma si apre alla verità”.
Da qui può essere edificata la ‘civiltà dell’amore’, molto ‘cara’ a papa san Paolo VI, con un chiaro riferimento a san Giovanni della Croce ed a santa Teresa d’Avila: “Anche oggi, quanto ci spaventa di più, ciò che in molti provoca il buio della ragione e la violenza delle emozioni, è l’ignoto, di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più mappe, il disorientamento.
Allora servono, anche nella vita pubblica, uomini e donne che intuiscano nel buio la luce, nella fine un possibile inizio, quasi l’irrompere di una verità come luce che ancora acceca, ma che (se ci fidiamo e troviamo pace) delicatamente ci porterà verso di sé: ‘Notte che mi hai guidato! O notte amabil più dei primi albori! O notte che hai congiunto l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata!’ Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, ad una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore”.
Il fondamento per questa ‘civiltà dell’amore’ è il riconoscimento dell’inviolabilità della dignità umana, che viene prima dello Stato, sempre proclamato dal cristianesimo: “Questo discernimento parte da un’affermazione fondamentale: ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana…
Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto stesso di esistere, e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo. La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo. Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari”.
Quindi la vita, dalla nascita alla morte, è un diritto fondamentale, su cui si deve fondare la ‘grandezza’ di ogni nazione: “La difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà. Ogni vita umana deve essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona. Per questo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite segnate da maggiore fragilità”.
Diritto alla vita ripetuto negli ultimi giorni durante gli incontri con i migranti, invitando l’Europa e la Chiesa ad un esame di coscienza, in quanto non riconoscono ad essi la dignità di persona: “Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia…
Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana ed abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”.
Da qui il diritto di migrare, ma anche di restare: “La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”.
Proprio per questo non si può rimanere indifferenti: “Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare. Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità”.
Papa Leone XIV sollecita a prendersi cura dell’umanità
“Abbiamo appena ascoltato uno dei brani più impegnativi del Vangelo. Sappiamo che questo stesso capitolo contiene anche un monito che nessun credente può prendere alla leggera. Oggi, in riva al mare, la Parola diventa concreta: qui giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai, mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare”: lo ha detto papa Leone questa mattina nell’incontro con chi accoglie i migranti nel porto di Arguineguín a Las Palmas de Gran Canaria.
Una Parola tagliente e divisiva, che delinea la missione della Chiesa: “Come potete vedere, porto alla mano l’anello che si chiama ‘del Pescatore’. Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: ‘D’ora in poi sarai pescatore di uomini’. La Chiesa ha letto quel versetto come immagine della sua missione. Ma qui e in luoghi come El Hierro, quel mandato assume una forza letterale e dolorosa”.
Una Parola che invita a prendersi cura dell’umanità: “Quell’isola, piccola per estensione, ma grande in umanità, ha visto arrivare migliaia di persone strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di un cayuco. Vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte”.
Il mare è pericoloso: “Nel linguaggio biblico, il mare può essere immagine di minaccia, oscurità e caos. Lì compaiono il Leviatano, figura della forza che divora, e Rahab, nome che evoca la superbia dei poteri che si levano contro Dio e contro la vita. Anche oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio”.
Però la fede non è ingessata dal mare: “Ma la fede non rimane paralizzata di fronte alla potenza del mare. Crediamo in un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte. Così ne ha fatto esperienza il popolo d’Israele, attraversando il Mar Rosso per uscire dalla schiavitù e camminare verso la libertà. E così lo contempliamo in Cristo, che cammina sulle acque e, di fronte alla tempesta, pronuncia una parola sovrana: ‘Taci, calmati!’.
Quella voce continua a risuonare contro le forze che divorano, schiavizzano e scartano tanti nostri fratelli e sorelle. Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque”.
Per questo è arrivato un ringraziamento a chi salva le vite dal mare: “A María, grazie per averci ricordato ciò che la Caritas, le parrocchie e tante persone fanno ogni giorno. Le tue parole ci mostrano dove inizia la conversione dello sguardo: quando il migrante smette di essere “uno dei tanti”, smette di essere una categoria e una cifra. Solo allora comprendiamo che quella bambina potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia; e allora, la coscienza non ha più scuse”.
E’ stato un invito alla misericordia: “La misericordia inizia con piccoli gesti: a volte con qualche biscotto e un po’ di latte; altre volte, con cinque pani e due pesci. Non si tratta di risolvere tutto, ma di mettere tutto nelle mani di Dio e di essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune, ma dove ancora possono parlare i gesti. Grazie di cuore a tutti coloro che si uniscono ai soccorsi, all’accoglienza e all’accompagnamento, testimoniando che la misericordia concreta può salvare e può cambiare molte vite”.
Quella del papa è stata una parola per dare coraggio a chi ha vissuto lo sfruttamento: “Vorrei che questo messaggio arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro.
Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia, sei sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male; il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti. E noi vogliamo camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire, più forte del dolore”.
Ecco che i migranti diventano persone: “Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono ‘canti delle sirene’, sono industrie di morte”.
E’ stato un grido che invita ad un esame di coscienza: “Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana ed abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”.
Ma anche la Chiesa è chiamata ad un esame di coscienza: “Anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare. L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi ‘passare oltre’ davanti a cayucas e pateras, poiché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno”.
Per questo ogni migrante è un interpello sul mondo costruito: “Da quest’isola, vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive (autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali) e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?”
E’ stata una richiesta di legalità: “La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”.
Occorre riconoscere Dio nei poveri: “Il Dio che ‘al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore’ ci conceda di riconoscerlo oggi nei poveri e negli stranieri, e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci appartenesse. Che Nostra Signora del Carmelo accompagni coloro che sono arrivati, consoli chi ha perso i propri cari, sostenga quelli che li accolgono e risvegli in tutti noi il coraggio della misericordia”.
E’ stato un invito alla custodia della vita: “E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: con la collaborazione si sconfigge la denatalità
“In quanto rappresentanti dei vostri rispettivi popoli, e in rappresentanza di una pluralità di opinioni politiche all’interno degli Stati membri dell’Unione europea, la vostra attenzione alla questione demografica del continente è certamente opportuna, poiché tale tematica rappresenta una sfida urgente con implicazioni concrete per milioni di persone e le loro famiglie in quello che sta diventando il ‘vecchio continente’, non più per la sua gloriosa storia, ma per l’avanzare dell’età, come ha spesso sottolineato papa Francesco”: ricevendo, prima della presentazione dell’enciclica, i membri dell’Intergruppo sulla demografia del Parlamento europeo, insieme al commissario europeo per il Mediterraneo, al ministro italiano per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità ed al rappresentante speciale dell’OSCE per il cambiamento demografico e la sicurezza, in occasione della Conferenza sulla famiglia e la demografia, papa Leone XIV ha sottolineato che la natalità è una sfida per l’Europa.
Una sfida in quanto la natalità è ostacolata: “I problemi derivanti da una crescita demografica nulla sono molteplici e complessi e includono, non ultimo, la pandemia della solitudine. Inoltre, i dati demografici non sono semplici statistiche, ma parlano di paternità, maternità e figli. Ed i bambini sono il futuro! Eppure, parlare del futuro significa puntare a uno sviluppo integrale e sostenibile, che è seriamente ostacolato dalla mancanza di solidarietà tra le generazioni. Purtroppo, tale solidarietà richiede un equilibrio intergenerazionale che attualmente manca in Europa”.
Per questo papa Francesco aveva delineato che la crescita demografica serviva ad un nuovo pensiero sull’Europa: “Inoltre, negli ultimi decenni, abbiamo constatato che il rifiuto dell’ispirazione cristiana dei padri fondatori delle istituzioni europee ha portato a un periodo di drastica sterilità, non solo perché troppe persone sono state private del diritto di nascere, ma anche perché non è stato possibile trasmettere ai giovani gli strumenti materiali e culturali necessari per affrontare il futuro”.
Da qui papa Leone XIV ha constatato ce molti governi, pur favorevoli alla natalità, ostacolano la maternità: “Di conseguenza, ci troviamo spesso di fronte alle contraddittorie affermazioni di politiche apparentemente favorevoli alla famiglia, che al contempo promuovono la discriminazione nei confronti della maternità, esaltano l’aborto come diritto e minano le fondamenta stesse del desiderio di formare una famiglia. Fortunatamente, oggi esistono meravigliose eccezioni!”
Per questo la demografia deve essere studiata per il ‘bene’ dell’Europa: “Tutte queste problematiche, pertanto, necessitano urgentemente di essere studiate e affrontate in modo coordinato da un’ampia gamma di istituzioni accademiche, politiche e sociali. La sfida demografica rappresenta un momento cruciale per il futuro antropologico, sociale ed economico dell’Europa. Il vostro coinvolgimento, con la sua rappresentanza trasversale ai partiti, può svolgere un ruolo fondamentale ed è un forum ideale per esplorare modalità che generino idee innovative, di cui l’Europa e il mondo hanno disperatamente bisogno. Tale dialogo deve includere non solo le diverse istituzioni e i governi europei, ma anche l’intero tessuto della società civile, di cui i cristiani sono parte integrante”.
Ma alla base di tali ‘sfide’ deve esserci la dignità della persona: “Al centro di queste urgenti sfide, e alla base della ricerca di soluzioni, risiedono la dignità fondamentale di ogni persona e il ruolo della famiglia nella società. Come ci ha ricordato san Giovanni Paolo II, la famiglia è ‘la prima e insostituibile scuola di vita sociale’ e si fonda sul matrimonio tra un uomo e una donna, una realtà che unisce la dimensione personale e quella pubblica. In quest’ottica, le vostre discussioni sono chiamate anche a promuovere la responsabilità condivisa e il ruolo attivo delle famiglie nella vita sociale, politica e culturale. Solo rispettando e valorizzando questo ruolo centrale della famiglia, e applicando il principio di sussidiarietà, è possibile evitare i due estremi dell’eccessivo intervento statale e dell’individualismo”.
Però, al contempo il papa ha invitato a non ‘tornare’ al passato: “Infine, questo approccio non significa tornare ai modelli sociali del passato, ma fornire agli uomini e alle donne del nostro tempo i principi immutabili che possano certamente guidarli nel rispondere alle domande fondamentali che ogni epoca si pone: qual è il significato e il valore della vita umana; cos’è un’autentica società umana; e che tipo di mondo vogliamo lasciare in eredità alle generazioni future. A questo proposito, le politiche nazionali ed europee devono essere sviluppate e formulate in collaborazione con la società civile”.
E’ stato un invito alla collaborazione con altri organismi della società civile: “Vorrei sottolineare che la cooperazione dell’Intergruppo con la Federazione delle Associazioni Familiari Cattoliche in Europa (FAFCE) e con la Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) offre un eccellente esempio di come diverse entità (ciascuna con la propria area di competenza) possano lavorare insieme per garantire un cambiamento efficace che migliori la qualità della vita di tutti.
Questo è l’impulso che i cristiani apportano al progetto europeo, affinché le politiche guardino alla persona umana nella sua interezza e promuovano sempre la dignità dell’essere umano. In questo modo, si può aprire una strada autenticamente umana per risolvere la crisi demografica, orientata al bene comune e al benessere delle generazioni future. Solo una nuova primavera per la famiglia può trasformare il gelo invernale delle nostre popolazioni che invecchiano!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ai membri di Catholic Charities americane: soluzioni a situazioni disumane
“Sono lieto di darvi il benvenuto, membri del Consiglio di Amministrazione di Catholic Charities USA, durante la vostra visita a Roma e in Vaticano. Prego affinché il tempo che trascorrerete qui, nel cuore della Chiesa universale, non solo rafforzi il vostro legame con il Successore di Pietro, ma vi aiuti anche ad avvicinarvi al cuore di Cristo, nel cui amore siamo tutti invitati a partecipare”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i responsabili delle 170 agenzie di Catholic Charities negli Stati Uniti d’America esprimendo gratitudine per ‘la disponibilità a proseguire il ministero di compassione verso i più piccoli’.
Riprendendo i brani evangelici del tempo pasquale il papa ha sottolineato anche la difficoltà da parte degli Apostoli di curare i bisognosi: “Come accadde per gli Apostoli e per la Chiesa primitiva, l’annuncio del Vangelo attraverso la cura dei poveri e dei più bisognosi presenta sempre delle difficoltà, sia a livello personale che istituzionale. Tra queste, la ricerca di risorse sufficienti, la dimostrazione agli altri che questo tipo di servizio è parte integrante di un’autentica vita cristiana e il non cedere allo scoraggiamento, soprattutto quando incontriamo persone che non possiamo aiutare come vorremmo”.
Questo accade ancora oggi senza la presenza di Gesù: “Sono pienamente consapevole che le agenzie di Catholic Charities negli Stati Uniti d’America non sono affatto immuni da queste sfide, che continuano a manifestarsi anche ai giorni nostri. Eppure è proprio quando ci troviamo di fronte a tali ostacoli che dobbiamo imparare ad ascoltare la voce di Gesù che ci dice ancora una volta: Io sono con voi sempre!’ Anche oggi Cristo si avvicina per accompagnare i suoi discepoli, specialmente nei momenti di frustrazione e dubbio, come fece con san Tommaso apostolo, con i discepoli sulla via di Emmaus”.
Ed ecco l’incoraggiamento per soluzioni per chi è in difficoltà con carità cristiana: “Per questo vi incoraggio ed esprimo la mia gratitudine per la vostra disponibilità a portare avanti il ministero di compassione del Signore, specialmente verso i più piccoli. Così facendo, cercate di trovare soluzioni a situazioni disumane, di alleviare le sofferenze di individui e famiglie e di dare sollievo a coloro che sono oppressi dalle difficoltà e dalle avversità.
In tutte queste circostanze, deve essere la carità di Cristo a guidarvi nel vostro lavoro quotidiano. Ovvero, il desiderio di portare agli altri un aiuto materiale con l’amore del cuore di Gesù, perché è in questo amore che troveranno un vero riposo e la loro dignità sarà rispettata”.
Però l’amore al prossimo implica un amore verso Dio: “Tuttavia, amare autenticamente il prossimo significa anche offrirgli la possibilità di un vero incontro con Dio. Il vostro lavoro con i meno fortunati continua ad offrirvi un’opportunità privilegiata per condividere la gioia della Risurrezione, e vi ringrazio per questa sincera testimonianza di fede”.
Questa è la sperimentazione dell’Amore di Dio: “L’aiuto concreto che voi e le vostre organizzazioni partner offrite ai bisognosi permette loro di sperimentare l’amore di Dio attraverso di voi e apre loro la strada per entrare in una relazione duratura con Lui. Allo stesso tempo, vi permette di entrare in contatto con la carne di Cristo, cercando di vederlo e servirlo nei nostri fratelli e sorelle. In questo modo, le vostre opere di carità diventano un incontro reciproco con il Signore che è presente in mezzo a noi”.
(Foto: Santa Sede)



























