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‘Il partigiano tradito’: la storia di Franco Passarella nel racconto della nipote Anna Maria Catano

Ucciso dal fuoco amico, da un tragico errore, ritenuto forse una spia o forse solo per impossessarsi della sua giacca e dei suoi scarponi. E’ la storia di Franco Passarella, giovane cattolico che a soli 18 anni decide, nel giugno 1944, di unirsi ai partigiani, ‘ai ribelli per amore’, per andare a combattere per la liberazione dell’Italia, ma poi scompare in Val Camonica e dopo la Liberazione non farà ritorno a casa; il corpo fu ritrovato solo nel 1946, ma il ragazzo era stato ucciso nel giugno 1944. A ripercorrere la storia di Franco Passarella è il libro ‘Il partigiano tradito’, scritto dalla giornalista Anna Maria Catano, nipote della vittima,

Nella prefazione mons. Domenico Sigalini, vescovo emerito di Palestrina ma di origine bresciana, ha evidenziato che ‘la bellezza della vita da cristiano di Franco e la profonda fede che ha vissuto’, mentre l’autrice ha sottolineato che “Franco Passarella non fu ucciso da orde fasciste, ma perse la vita in un ‘triste dramma partigiano’, che fu torturato e condannato a morte da quelli che avrebbero dovuto essere suoi compagni”. Franco Passarella, nato a Venezia il 25 ottobre 1925 e trasferitosi con la famiglia a Brescia, era un ‘tarcisiano’, ovvero faceva parte dell’associazione cattolica dedicata a san Tarcisio: “Franco partiva per portare il bene, per questo ha perso la vita. Non è partito con la pistola ma per portare il bene”, si legge nella conclusione del libro.

All’autrice abbiamo chiesto di spiegarci il motivo di tale titolo al libro: “Il titolo è stato deciso dalla casa editrice, però è un titolo che corrisponde esattamente alla storia narrata, perché Franco, che era un giovane di fede luminosa e di grandi ideali democratici, a 18 anni parte partigiano per andare in montagna a combattere per la libertà di tutti. Purtroppo, lungo la strada, sarà tradito dai suoi ed anche, in qualche modo, anche dalla Chiesa, perché lui, che era dell’oratorio della ‘Pace’ ed uno dei ‘ribelli per amore’ (come amavano chiamarsi i partigiani cattolici), incontra un sacerdote che avrebbe potuto salvarlo ma non lo fa, probabilmente per paura di quei delinquenti; e soprattutto incontra sulla sua strada quattro partigiani, che non lo sono, ma quattro delinquenti comuni, che lo hanno condannato a morte senza processo e poi lo hanno ucciso”.   

Per quale motivo è stato tradito?

“Questo rimane ancora un mistero: ho cercato di ricostruire la storia, ma cosa sia passato nella testa di questi delinquenti comuni è difficile da stabilire; probabilmente è stata una rapina o l’invidia per questo giovane che aveva un paio di scarponi nuovi ed un giaccone da montagna pesante: probabilmente è stata solo questa la causa”.

Come spiegare la violenza?

“Purtroppo la violenza è difficile da spiegare. Penso a tanti casi di cronaca odierna, in cui si uccidono persone senza sapere il motivo: colpisce quell’episodio dell’uccisione di una donna da parte di una persona che ha dichiarato che aveva voglia di uccidere la prima persona che passava per la strada. In qualche modo anche la storia di Franco è andata così. Però questi erano delinquenti, che hanno ucciso molte persone senza processo, in quanto in Valcamonica ci sono stati parecchi episodi compiuti da pseudo partigiani che hanno commesso atti violenti senza giustificazioni”.

Perché a 18 anni Franco Passarella scelse di essere partigiano?

“Franco Passarella era un ragazzo ‘normale’, cresciuto in una famiglia antifascista con una grande fede cristiana, testimoniata da documenti, perché quando ho iniziato questa ricerca storica dieci anni fa intervistando gli ‘ultimi’ suoi compagni ed i protagonisti viventi, hanno tutti testimoniato la grande fede di questo ragazzo, che credeva davvero di portare il bene, come ha raccontato un ingegnere veneziano, ricordandosi perfettamente di Franco. Egli era un giovane pieno di ideali, che per essi purtroppo è morto ammazzato”.

Cosa significava essere ‘ribelle per amore’?

“I ‘ribelli per amore’ erano i partigiani cattolici dell’oratorio ‘Santa Maria della Pace’, perché nel bresciano l’antifascismo è stato soprattutto cattolico. Quest’oratorio, che esiste ancora, era un luogo di incontro e di fede, gestito dai padri Filippini, che curavano l’educazione religiosa e civile di questi ragazzi; quindi in quegli anni diventa un luogo di impegno civile. Da quest’oratorio partono anche sei padri filippini che andranno come cappellani nelle file partigiane e tanti giovani studenti come Franco. E’ stato una fucina di personalità del mondo cattolico. Brescia ha tanti ‘nobili’ personaggi della Chiesa”.

Per quale ragione ha raccontato questa storia a distanza di 80 anni?

“Franco Passarella era mio zio, perché era il fratello di mia madre. E’ una storia di cui in famiglia ho sentito parlare pochissimo, perché il dolore era talmente grande, che la famiglia è rimasta distrutta. La vita dei miei nonni, genitori di Franco, è stata veramente distrutta dal dolore. Dieci anni fa lo storico più importante del periodo resistenziale, Mimmo Franzinelli, che ha scritto oltre trenta volumi sul tema, ha avuto l’onestà intellettuale di ricostruire la storia di Franco Passarella e di altri partigiani, raccontando quello che è successo davvero nella vallata. Visto che questa storia è stata a lungo negata e di questa morte sono stati accusati per molto tempo i fascisti, da quel momento ho cercato di ricostruire questa storia, affinché potesse essere di esempio ai giovani. L’unico senso della storia di Franco è quella che possa essere un esempio di impegno per le giovani generazioni”.

Cosa vuol dire vivere in famiglia con un ‘partigiano tradito’?

“Quando ero ragazza non ho mai sentito raccontare questa storia, perché era troppo dolorosa per chi l’aveva vissuta, cioè i suoi genitori e sua sorella, che era mia madre. Io sono la terza generazione, che è vissuta nella pace, nella democrazia e nel benessere. Ad un certo momento ho iniziato ad appassionarmi alla storia della morte di questo ragazzo di 18 anni. Mi sono affezionata alla figura di questo ragazzo e delle sue coraggiose scelte, che ha avuto la forza di andare a morire per la libertà di tutti e per garantirci oggi il diritto alla democrazia, che spesso diamo per scontato”.        

Papa Leone XIV: la democrazia è baluardo contro l’abuso di potere

Papa Leone XIV

“Esprimo la mia gratitudine al cardinale Peter Turkson per il suo impegno come cancelliere dell’Accademia. Ringrazio altresì la vostra presidente, suor Helen Alford, per aver scelto il tema: ‘Gli usi del potere: legittimità, democrazia e riscrittura dell’ordine internazionale’. Si tratta di un tema particolarmente attuale, che focalizza la nostra riflessione sull’esercizio del potere, elemento cruciale per la costruzione della pace all’interno e tra le nazioni in questo momento di profondo cambiamento globale”: lo ha scritto papa Leone XIV nel messaggio ai partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

Nel messaggio il papa ha evidenziato il ragionamento sul significato del potere: “La dottrina sociale cattolica considera il potere non come fine a se stesso, ma come mezzo orientato al bene comune. Ciò implica che la legittimità dell’autorità non dipenda dall’accumulo di forza economica o tecnologica, bensì dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata. La saggezza, infatti, ci permette di discernere e perseguire ciò che è vero e buono, piuttosto che i beni apparenti e la vanagloria, nelle circostanze della vita quotidiana”.

Una saggezza che deve essere contemperata dalle virtù: “Questa saggezza è inseparabile dalle virtù morali, che rafforzano il nostro desiderio di promuovere il bene comune. In particolare, sappiamo che la giustizia e la fortezza sono indispensabili per un sano processo decisionale e per la sua attuazione. Anche la temperanza si rivela essenziale per il legittimo esercizio dell’autorità, poiché la vera temperanza frena l’eccessiva autoesaltazione e funge da baluardo contro l’abuso di potere”.

Ciò si può sperimentare nella democrazia, riprendendo il pensiero di papa san Giovanni Paolo II: “Questa concezione del potere legittimo trova una delle sue più alte espressioni nell’autentica democrazia. Lungi dall’essere una mera procedura, la democrazia riconosce la dignità di ogni persona e chiama ogni cittadino a partecipare responsabilmente al perseguimento del bene comune… La democrazia, tuttavia, rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento, rischia di trasformarsi in una tirannia maggioritaria o in una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche”.

Nel messaggio il papa ha ragionato anche sui meccanismi della cooperazione come metodo democratico: “Gli stessi principi che guidano l’esercizio dell’autorità all’interno delle nazioni devono ugualmente informare l’ordine internazionale, una verità particolarmente importante da ricordare in un momento in cui rivalità strategiche e alleanze mutevoli stanno rimodellando le relazioni globali. Dobbiamo ricordare che un ordine internazionale giusto e stabile non può nascere dal mero equilibrio di potere o da una logica puramente tecnocratica. La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica dei popoli sia la concordia internazionale”.

Ha concluso il messaggio che occorre sempre ritornare alla carità quale forma politica: “In ultima analisi, quando le potenze terrene minacciano la ‘tranquillitas ordinis’ (la classica definizione agostiniana di pace) dobbiamo trarre speranza dal Regno di Dio, che, pur non essendo di questo mondo, illumina le vicende terrene e ne rivela il significato escatologico. In questa prospettiva di fede, ci viene ricordato che l’onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono; il potere divino non domina, ma guarisce e ristora”.

Quindi la logica della carità deve animare la vita sociale: “E’ proprio questa logica di carità che deve animare la storia, poiché l’attività umana ispirata dalla carità contribuisce a plasmare la ‘città terrena’ nell’unità e nella pace, rendendola (seppur imperfettamente) un’anticipazione ed una prefigurazione della ‘Città di Dio’. Tale fede rafforza la nostra determinazione a costruire una cultura di riconciliazione capace di superare le insidie ​​dell’indifferenza e dell’impotenza”.

Chi comanda?: a Milano il festival dei Diritti Umani

Si terrà da martedì 14 a giovedì 16 aprile al Parco Center di Milano l’undicesima edizione del Festival dei Diritti Umani, dedicata al tema ‘Chi comanda?’: tre giorni di incontri, dibattiti e spettacoli per interrogarsi su dove si concentra oggi il potere, come si esercita e perché viene così raramente messo in discussione.

Nel crepuscolo delle democrazie si fa strada chi vuole comandare. Non governare o dialogare, ma imporre. E’ uno spirito del tempo che attraversa le relazioni internazionali e quelle quotidiane: nelle guerre che si moltiplicano, nelle disuguaglianze che si radicalizzano, nell’ossessione per la sicurezza, nel controllo dei corpi, nella paura del dissenso. Da qui nasce il tema dell’edizione: una domanda diretta, ‘Chi comanda?’, non teorica ma politica e concreta.

Novità di quest’anno è l’organizzazione congiunta di Fondazione Diritti Umani e Fondazione Gariwo, che uniscono competenze e reti per ampliare lo spazio di confronto tra educazione, informazione e partecipazione civica.

Per tre giorni Milano diventa un laboratorio aperto in cui studenti e cittadinanza si confrontano con alcune voci del dibattito pubblico italiano. Al centro anche le scuole: non come pubblico passivo, ma come protagoniste chiamate a rielaborare in modo critico gli stimoli ricevuti sul tema del potere.

Tra gli ospiti, l’attivista Pegah Moshir Pour, simbolo delle battaglie per i diritti delle donne e della libertà in Iran, la giornalista Tonia Mastrobuoni, tra le principali osservatrici delle dinamiche politiche europee, e Matteo Pucciarelli, cronista politico per la Repubblica.

Accanto a loro, Tiziana Ferrario, storica inviata Rai e voce del giornalismo internazionale, Danilo De Biasio, direttore artistico del Festival e già direttore di Radio Popolare, Nicoletta Dentico, analista delle disuguaglianze globali, Alessandro Volpi, studioso del potere finanziario, don Claudio Burgio, fondatore della comunità Kayros, e Giulia De Florio, impegnata nella difesa dei dissidenti.

In programma anche interventi di educatori, attivisti e professionisti dell’informazione, tra cui Paola Barretta, Vittorio Di Trapani, Paolo Maggioni, Giulia Riva, Joshua Evangelista, Luisa Rizzitelli, Simone Ficicchia, Paolo Giulini e Chiara Ronzani.

Il programma intreccia più linguaggi e temi: sicurezza e spazio pubblico, dissenso e attivismo, questione di genere, disuguaglianze economiche e (novità di questa edizione) sport, come luogo in cui si riflettono identità e conflitti sociali. Molti dei temi sono stati suggeriti dagli studenti, a conferma di una partecipazione attiva delle nuove generazioni.

Le mattine sono pensate come uno spazio di dialogo diretto tra ospiti e studenti, seguite da workshop; il pomeriggio e la sera il festival si apre alla città con corsi di formazione per giornalisti, proiezioni e spettacoli teatrali.

Tra gli appuntamenti anche lo spettacolo teatrale ‘I memoriosi’, dedicato alla responsabilità individuale e alla memoria del Bene. Durante il Festival sarà presentata una versione inedita legata al mondo dello sport, che intreccia le storie dei ‘Giusti’ con il linguaggio sportivo e il tema della responsabilità dentro e fuori dal campo.

Nel programma anche la proiezione del documentario ‘Blu. Il colore dell’autismo’, dedicato alla cooperativa ‘Luna Blu’ che si occupa di aiutare nell’inclusione e nell’avvicinamento al lavoro dei ragazzi con neuro-divergenze e che collabora con il Festival da due anni per la parte food.

“Tira una brutta aria: guerre, violazioni dei diritti umani, egoismi. E il cattivo esempio viene dall’alto, da chi comanda. Compito di associazioni come Fondazione Diritti Umani e Fondazione Gariwo è innanzitutto fare rete, proporre pensieri alternativi e dare voce alle nuove generazioni”, dichiara Paolo Bernasconi, presidente della Fondazione ‘Diritti Umani’.

“La democrazia non si perde tutta insieme: si svuota quando le persone rinunciano a interrogarsi su chi esercita il potere e su come lo esercita, aggiunge Gabriele Nissim, presidente Fondazione Gariwo. Per questo oggi è essenziale creare spazi in cui i giovani possano confrontarsi, sviluppare pensiero critico e immaginare alternative. È lì che la democrazia può ancora rigenerarsi”.

Il Festival dei Diritti Umani si svolge dal 14 al 16 aprile 2026 al Parco Center di Milano (via Ambrogio Binda 30). L’ingresso è libero fino a esaurimento posti. Il programma completo è disponibile su gariwo.net/festival. Non è un festival per parlare di diritti umani. E’ un festival per capire perché tutti rischiamo di perderli e progettare come evitarlo. Per maggiori informazioni: https://it.gariwo.net

Giornata dei Giusti 2026 per la democrazia: storie di coraggio e responsabilità civile

La Giornata dei Giusti dell’Umanità si celebra ogni anno, nel giorno odierno, per promuovere la memoria del bene e onorare coloro che si sono opposti a genocidi, totalitarismi e discriminazioni, salvando vite umane e difendendo la dignità della persona: “Oggi, più che mai, la Giornata dei Giusti dell’Umanità non è solo un’occasione commemorativa: è una chiamata contro l’inaudita escalation di brutalità in corso nel mondo, e in particolare in Medio Oriente”.

Istituita su iniziativa di Fondazione Gariwo dal Parlamento Europeo nel 2012 e riconosciuta come solennità civile in Italia nel 2017, la Giornata dei Giusti nel 2026 si focalizza sul tema della Democrazia non come astrazione, ma come ultima barriera contro il ritorno dei totalitarismi, delle discriminazioni di stato, delle violazioni dei diritti umani: “In un tempo segnato da populismi violenti, da spinte autoritarie e da conflitti che dilaniano il tessuto umano, la democrazia non è più solo una forma di governo: è l’ultima, fragile custode del valore di ogni persona”.

Per l’occasione il presidente di Fondazione Gariwo, Gabriele Nissim, ha dedicato questa giornata a tutti coloro che difendono la democrazia: “Dedichiamo la Giornata dei Giusti di quest’anno a tutti coloro che nel mondo si battono per la democrazia, per la nonviolenza, per il dialogo. Per questo abbiamo scritto una Carta della democrazia, che vorremmo discutere in tutti i comuni coinvolti nei progetti dei Giardini dei Giusti.

Vogliamo che per celebrazioni della Giornata dei Giusti la società civile scelga i Giardini per dimostrare la propria solidarietà a chi subisce le conseguenze delle guerre e delle polarizzazioni, in risposta a chi vuole imporre la prevaricazione e la legge del più forte. Come ha insegnato Hannah Arendt, è la ricchezza della diversità umana che permette il progresso del pianeta e della nostra società. E i nostri giardini sono una grande ricchezza perché attraverso le scelte dei Giusti e gli incontri si realizza un grande momento di crescita civile e di partecipazione democratica.”

In occasione della Giornata dei Giusti 2026, si terranno decine di iniziative su tutto il territorio nazionale, promosse dai molti Giardini attivi in tutta Italia, la cui rete è in costante crescita. A guidare le celebrazioni saranno inoltre i tre appuntamenti promossi da Fondazione Gariwo, dedicati ai Giusti della democrazia, del dialogo e della nonviolenza.

Il primo appuntamento si svolge oggi pomeriggio alla Camera dei Deputati con lo spettacolo ‘Il Memorioso. Breve guida alla memoria del Bene’, scritto da Paola Bigatto e Massimiliano Speziani ed ispirato ai libri di Gabriele Nissim, con il saluto della vicepresidente della Camera Anna Ascani e l’intervento del presidente di Fondazione Gariwo, Gabriele Nissim, che richiama la figura di Dimitar Peshev, vicepresidente del Parlamento bulgaro che nel 1943 si oppose alla deportazione degli ebrei, quale esempio di responsabilità istituzionale a difesa della vita e della democrazia.

Il secondo appuntamento si terrà lunedì 9 marzo al Giardino dei Giusti di Villa Pamphilj, a Roma, dove verranno dedicati due alberi di ulivo a Viktor Emil Frankl, sopravvissuto alla Shoah e fondatore della logoterapia, ed ad Aleksandra Skochilenko, artista e attivista russa incarcerata per il suo dissenso nonviolento contro la guerra in Ucraina.

Il terzo appuntamento si terrà mercoledì 11 marzo al Giardino dei Giusti di Milano, al Monte Stella, dove saranno onorati come nuovi ‘Giusti’ Piero Calamandrei, padre costituente e difensore della Costituzione; Martin Luther King, simbolo della nonviolenza e dei diritti civili; Vivian Silver, attivista israeliana per il dialogo uccisa negli attacchi del 7 ottobre 2023; Reem Al-Hajajreh, attivista palestinese e fondatrice di ‘Women of the Sun’; Aleksandra Skochilenko, artista ed attivista russa perseguitata per il suo dissenso contro la guerra.

A ribadire il valore universale della Giornata è intervenuto anche Chaloka Beyani, Special Adviser del Segretario Generale dell’Onu, sulla prevenzione del genocidio: “La Giornata europea dei Giusti onora i protettori dell’umanità, coloro che si sono opposti alle maree dell’odio e della violenza. Le loro storie sono un promemoria del ruolo della scelta individuale nel proteggere l’altro come nostra bussola morale ultima e salvaguardia contro il flagello del genocidio. Il percorso verso i crimini di atrocità è lastricato dal silenzio di molti, ma può essere deviato attraverso il coraggio dei Giusti. Il mondo di oggi ha bisogno di loro più che mai”.

Inoltre nel sito della Fondazione Gariwo la lettera di Samah Salaime e dell’Ufficio comunicazione e sviluppo di Neve Shalom-Wahat al Salam, dopo gli attacchi di Stati Uniti, Israele e Iran, ricordando che Neve Shalom-Wahat al Salam è un villaggio cooperativo situato ad ovest di Gerusalemme, dove arabi palestinesi ed ebrei israeliani convivono pacificamente. Dal 10 marzo 2015 è presente all’interno del villaggio un Giardino dei Giusti, dove vengono onorate figure esemplari appartenenti ad entrambi i gruppi etnico-religiosi:

“Ancora una volta, siamo intrappolati in una battaglia di ego smisurati, intransigenza e interessi economici, per pochi. Nonostante le parole altisonanti, ci sono dubbi sul fatto che l’operazione in corso porterà beneficio alla popolazione nella nostra regione, od anche ai cittadini iraniani, già provati e colpiti. Per noi, che ci opponiamo alla violenza, è chiaro che sono i civili innocenti a pagare in ultima istanza il prezzo della guerra. La morte di 148 studentesse in Iran, la morte e il ferimento di civili innocenti a Bet Shemesh sono imperdonabili: non possiamo accettare né nuove uccisioni ‘collaterali’ né l’indifferenza del mondo.

Non abbiamo ancora iniziato a riprenderci dallo shock e dal trauma di oltre due anni di guerra a Gaza: decine di migliaia di gazawi uccisi, milioni di persone sfollate e senza alcuna reale speranza di una soluzione alla loro condizione, ebrei israeliani che ancora cercano di elaborare l’orrore del massacro del 7 ottobre e le condizioni in cui gli ostaggi sono stati trattenuti per lunghi giorni e mesi”.

Questo è il motivo per cui questa ‘guerra’ non suscita entusiasmo: “Perciò perdonateci se non siamo entusiasti sostenitori di una nuova operazione militare -un’operazione che sapevamo, prima ancora che il primo missile cadesse, avrebbe costretto a correre per mettersi al riparo chi ha accesso ai rifugi e, chi invece non ne ha, a cercare protezione come meglio può.

Continuando a distogliere la nostra attenzione verso un nuovo–vecchio teatro di guerra, il nostro governo consente ai coloni ebrei dell’estrema destra di proseguire con espropriazioni e atti di terrorismo contro famiglie palestinesi innocenti, e mette da parte i nostri sogni di vera guarigione, rinascita, pace e tra palestinesi ed ebrei. Allo stesso tempo, ignora i bisogni dei propri cittadini, compresi i cittadini palestinesi-israeliani che vengono uccisi ogni giorno con violenza fuori controllo”.

Vincenzo Varagona: da Torino un’informazione per la pace

Il congresso nazionale dell’Ucsi, che si è svolto al Sermig di Torino nelle scorse settimane, ha eletto Vincenzo Varagona nel suo secondo mandato da presidente dell’Unione cattolica stampa italiana. Accanto a lui i tre vicepresidenti dell’associazione Domenico Interdonato, Antonello Riccelli, Maria Luisa Sgobba. Inoltre della nuova giunta fanno parte anche Paola Springhetti (segretaria), Alessandro Zorco (amministratore), Giuseppe Delle Cave, Paolo Lambruschi, Alberto Lazzarini, Luisa Pozzar.

Mentre il congresso ha eletto anche il nuovo Consiglio nazionale dell’associazione: Claudio Baccarin (Veneto), Giustino Basso (Trentino – Alto Adige), Elisa Battista (Piemonte), Sara Bessi (Toscana), Rita D’Addona (Molise), Danijel Devetak (Friuli Venezia Giulia), Francesca Di Palma (Liguria), Giuseppe Longo (Basilicata), Elena Lovascio (Umbria), Andrea Pala (Sardegna), Mariangela Parisi (Campania), Francesco Pira (Sicilia), Laura Simoncini (Sicilia), Angela Trentini (Abruzzo), Daniela Verlicchi (Emilia Romagna).

Infine nel Collegio dei Garanti ci saranno invece Giovanni Bucchi (Emilia Romagna), Antonio Foti (Sicilia), Giulia Pigliucci (Lazio). Il Collegio dei Revisori dei Conti è composto da Salvatore Catapano (Puglia), Giovanni Corso (Sicilia), Flaminia Vittoria Marinaro (Lazio), Piero Chinellato (Marche), Eugenio Montesano (Basilicata).

A conclusione del congresso è stato approvato il documento conclusivo del Congresso, che ha espresso un giudizio positivo sul quadriennio trascorso ed ha invitato a proseguire con continuità, con particolare attenzione al coinvolgimento dei giovani e agli investimenti nella comunicazione digitale e nell’intelligenza artificiale, da utilizzare con responsabilità e sempre dichiarandone l’impiego, ribadendo l’identità professionale ed ecclesiale dell’Ucsi, il valore del lavoro in rete, la centralità della formazione e dell’advocacy, delineando un’Ucsi chiamata a essere presenza culturale e segno di speranza nella comunità:

“Il Congresso conferma la lunga tradizione di lavoro e ricerca nel campo del servizio pubblico radiotelevisivo, del diritto dei giornalisti di informare e della gente di essere informata: diritti e doveri compromessi dalla prevalenza di poteri forti, a livello nazionale e internazionale, che mettono a serio rischio l’informazione libera e la stessa democrazia.

Il congresso ribadisce il primato di quei percorsi che possono incoraggiare la solidarietà e la condivisione anche tra soggetti provenienti da storie, culture e ambiti diversi. Dall’esperienza al Sermig esce la profonda esigenza di conversione degli stili di vita con l’uso di ‘parole disarmate e disarmanti’, invito che ci arriva direttamente da papa Leone XIV”.

Al riconfermato presidente dell’UCSI, Vincenzo Varagona, chiediamo innanzitutto per quale motivo l’UCSI ha scelto il Sermig per parlare di informazione e di comunicazione: “Già prima del Covid Ucsi aveva in mente di celebrare il suo congresso al Sermig. La pandemia ce lo ha impedito. Oggi scegliere l’Arsenale della pace è stato un imperativo, più che un’opzione. L’Ucsi non contribuirà a silenziare l’impegno per la pace e chi non si stanca (come papa Francesco e papa Leone XIV) di dire, ma direi urlare, che non esiste guerra che porti alla pace”.

In quale modo l’UCSI è presenza viva nelle Chiese locali?

“Anche nella Chiesa stessa c’è un significativo problema di comunicazioni, sia interna, sia esterna. Molto spesso tra gli stessi soggetti incaricati di lavorare per la comunicazione (uffici comunicazione sociale, media diocesani) c’è difficoltà di comunicazione. All’esterno, non so quanto le ingenti risorse investite (in flessione, comunque) ottengono i risultati sperati. Occorre, quindi, animare una piccola rivoluzione. Noi la stiamo suggerendo, facendo cambiare pelle alla stessa Ucsi, speriamo che in giro si faccia altrettanto”.

More request, more sources (Più domande, più fonti); More time (Più tempo per approfondire); More languages, more points of view (Più linguaggi, più punti di vista); More legal protections, rights, freedom (Più tutele, diritti e libertà); More humanity (Più umanità) è l’obiettivo dell’UCSI: in cosa consistono queste ‘5M’?

“E’ un brand. In realtà niente di rivoluzionario, anche se diventa rivoluzionario in relazione a quanto sta accendo. L’informazione è evidentemente in crisi e cerca strade per uscirne. Le 5W non bastano più e allora abbiamo rovesciato la W che diventa una M che sta per l’inglese ‘more’, indicando cosa manca per ristabilire quel rapporto di fiducia e credibilità fra mondo dell’informazione ed opinione pubblica: più diritti, più tempo, più linguaggi, più fonti, soprattutto più umanità. Papa Francesco per anni ci ha suggerito più empatia, più ascolto con l’orecchio del cuore, più assenza di giudizio. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda”.

L’informazione può essere azione culturale?

“Abbiamo percorso in questi anni l’Italia in lungo e in largo proponendo momenti di formazione che costituiscono naturalmente azione culturale. Ci siamo connessi con il Constructive Network che propone uno stile diverso nel fare informazione, con lo sforzo di disegnare un contesto accanto al tema affrontato, verificando le soluzioni possibili al problema e indicando anche quelle che non hanno funzionato. Abbiamo anche indicato la strada del counseling, disciplina che lavora sulle relazioni umane e sulle consapevolezze, sia personali che professionali. Organizziamo incontri nelle scuole, con studenti e giornalisti. Ci sono, ovunque, risposte molto interessanti”.

L’informazione è capace di custodire voci e volti umani?

“Oggi, non lo so. Basta leggere alcuni giornali, vedere alcuni telegiornali, davvero non lo so. Può esserlo? Credo proprio di sì. Cambiando pelle, però. L’Ucsi lo sta facendo. C’è chi si è stupito, a Torino, nel vedere molti giovani e molte donne. C’è chi è rimasto un pò frastornato dal nuovo logo, decisamente moderno, che indica sostanzialmente due cose: Ucsi non è solo stampa cattolica, ma è formata da giornalisti e comunicatori cattolici che lavorano in tutti i media esistenti. Inoltre la U di Ucsi è proposta in modo tale da identificare l’aspirazione a una nuova relazione fra mondo dell’informazione. Ci crediamo molto”.

Nel messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali, ‘Custodire voci e volti umani, papa Leone XIV ha invitato a non rinunciare al proprio pensiero: quale compito ci attende?

“ Papa Francesco ci invitava a modificare l’ordine delle notizie, per dare voce a chi non ha voce. Papa Leone XIV ci invita a non rinunciare al nostro pensiero. Ebbene chiarire innanzitutto quale sia il nostro pensiero. Credo che una delle priorità, in questo momento della storia, sia relativa alla pace. Uno dei disastri informativi negli ultimi tempi sia stato il silenziamento dei due papi e di chiunque osasse dire che la guerra non è certo organizzata allo sviluppo del pianeta. Per andare contro corrente occorre coraggio, anche perché c’è non il rischio, ma la certezza di essere travolti dalla ‘bestia’ della propaganda. Non è un caso che gli unici giornali che hanno deciso di opporsi sono cresciuti proprio in termini di fiducia e credibilità. La strada è questa”.

(Tratto da Aci Stampa)

Giorno della Memoria: è avvenuto, quindi può accadere di nuovo

“Oggi, Giornata della Memoria vorrei ricordare che la Chiesa rimane fedele alla posizione ferma della Dichiarazione Nostra Aetate contro tutte le forme di antisemitismo e respinge qualsiasi discriminazione o molestia per motivi etnici, di lingua, nazionalità o religione”: in occasione del Giorno della memoria, papa Leone XIV, con un post su X, ha ribadito la fedeltà alla posizione espressa nella dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’ e la condanna contro ogni discriminazione o molestia per motivi di lingua, nazionalità o religione, unendosi al pensiero dei precedenti papi, a partire da papa Pio XII che nel radio messaggio natalizio del 1942 denunciò che milioni di persone ‘solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte’.

La Giornata della Memoria è una ricorrenza internazionale, che si celebra il 27 gennaio di ogni anno come giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto, come designata dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, perché in quella data nel 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nell’operazione Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Nella commemorazione ufficiale il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha sottolineato la mostruosità dei campi di concentramento: “Ogni volta che ci accostiamo al tema della Giornata della Memoria, ogni volta che assistiamo alla rievocazione di quell’inferno sulla terra, ogni volta che sentiamo narrare le storie delle vittime e dei loro aguzzini, veniamo colti, nonostante i tanti decenni che ormai ci separano da quella tragica catena di mostruosità, da angoscioso sbigottimento”.

Tale mostruosità è frutto di una menzogna: “Una menzogna che si sviluppa lungo la storia e di cui la Shoah è stata la conseguenza più grave e mostruosa. La menzogna che vi possano essere disuguaglianze, graduatorie, classificazioni di superiorità e inferiorità, tra gli esseri umani. Che la vita, la dignità, i diritti, inviolabili e inalienabili, di ciascuno di essi possano essere posti in dubbio, negati, calpestati, nel turpe nome di una supremazia razziale o biologica”.

Una menzogna diffusasi attraverso una propaganda manipolatoria: “Ma la grande menzogna della Shoah, nata nel chiuso dei circoli fascisti e nazisti, nelle menti perverse di ideologi e di gerarchi, si diffuse e si sparse attraverso una infìda ma efficace campagna di propaganda e di manipolazione, che sfruttava l’antico pregiudizio antiebraico presente in larghi strati della popolazione europea.

Fu così che la pretesa inferiorità razziale, teorizzata, proclamata, insegnata e, infine, tradotta in legge, portò ineluttabilmente all’individuazione degli ebrei, una minoranza assai ridotta dal punto di vista numerico, come il pericolo per la sopravvivenza del popolo, della nazione”.

Però solo attraverso il ricordo si conserva la democrazia: “Far memoria della Shoah oggi, ricordare quegli orrori indicibili e le vittime innocenti, non è soltanto un dovere: significa rinnovare con forza il nostro patto civile che si fonda su fratellanza, rispetto, convivenza; significa ribadire con fermezza che non permetteremo mai più che indifferenza, paura, complicità possano aprire nuovamente le porte a quello o ad altro abisso”.

Mentre Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia, ha sottolineato il possibile pericolo d nuovi campi di concentramento secondo l’ammonimento di Primo Levi: “Invito tutte e tutti a ricordare ed a rammentare, a richiamare al cuore e alla mente, l’avvertimento ancora attuale di quella tragedia. Non un atto di memoria che guarda solo, e doverosamente, al passato. Anche un atto di memoria che, con le parole di Levi, si proietta sul nostro presente sollecitando quello che ciascuna e ciascuno di noi, a sua misura, può fare per contrastare le violazioni dei diritti umani.

Come fece Raphael Lemkin (1900-1959), avvocato ebreo polacco sopravvissuto alla Shoah, in cui invece trovarono la morte quarantanove dei suoi familiari. Consulente al processo di Norimberga, dedicò il resto della sua vita a definire il concetto di genocidio e a costruire attorno ad esso il consenso della comunità internazionale: se oggi disponiamo della Convenzione conto il genocidio, lo dobbiamo in gran parte a lui”.

Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ai giovani: siate coraggiosi

“Care concittadine e cari concittadini, si chiude un anno non facile. Tutti ne abbiamo ben presenti le ragioni e, come sempre, speriamo di incontrare un tempo migliore. La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace. Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte”.

Il discorso di fine anno del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha un inizio che ricorda che l’anno appena terminato è stato terribile per le molte guerre divampate nel mondo, ripetendo la linea del Magistero della Chiesa, che hanno descritto sia papa Francesco che papa Leone XIV.

Infatti ha richiamato il messaggio per la giornata mondiale della pace di papa Leone XIV, che ha invitato a ‘disarmare le parole’: “La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio”.

A distanza di giorni è opportuno tornare a riflettere sulle parole del presidente della Repubblica italiana per cambiare mentalità, come aveva sottolineato a Natale papa Leone XIV: “Il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana. Riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, a ogni comunità, piccola o grande. Per ogni popolo inizia dalla sua dimensione nazionale… Ha richiamato alla necessità di disarmare le parole”.

L’invito del Presidente della Repubblica è quello di meditare le parole papali per ritornare alla propria responsabilità di cittadini: “Se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi.

Di fronte all’interrogativo: ‘cosa posso fare io?’ dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimere ciascuno. L’affermazione della libertà, la costruzione della pace sono nell’atto fondativo della nostra Repubblica, che esprime la volontà di realizzare il futuro insieme, attraverso il dialogo. Raffigura la responsabilità di essere cittadini”.

Per ricordare quest’anniversario il presidente Mattarella ha scelto il voto delle donne come uno dei fondamenti della Repubblica italiana: “Il primo fotogramma del nostro viaggio è rappresentato dalle donne. Il segno dell’unità di popolo, infatti, fu simbolicamente impresso dal voto delle donne, per la prima volta chiamate finalmente alle urne. Quel segno diede alla Repubblica un carattere democratico indelebile, avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità.

L’altro fotogramma riguarda il dialogo: “Di mattina i costituenti discutevano (e si contrapponevano) sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale. La Costituzione italiana, che ha ispirato e guidato il Paese per tutti questi decenni. La Repubblica è uno spartiacque nella nostra storia. Non uno Stato che sovrasta i cittadini ma uno Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone, le autonomie della comunità”.

Un altro fotogramma riguardano le riforme, la cultura (spesso ‘maltrattata’) e lo sport che hanno permesso ai cittadini di sentirsi italiani e sconfiggere il terrorismo: “Fondamentale alla crescita della identità nazionale è stato (e rimane) il contributo della cultura, dell’arte, del cinema, della letteratura, della musica. Il ruolo del servizio pubblico affidato alla Rai, a garanzia del pluralismo, presupposto essenziale di un largo coinvolgimento popolare attorno alle istituzioni della Repubblica…

Le stragi. Il terrorismo. Ricordiamo i volti e i nomi delle vittime. Magistrati, giornalisti, uomini delle istituzioni, esponenti delle forze dell’ordine. E poi tanti, troppi giovani che cadono per mano di ideologie che fanno della violenza il loro unico strumento. Verrà definita la notte della Repubblica. Ma l’Italia prevale. Le istituzioni si dimostrano più forti del terrore. E lo sono grazie all’unità delle forze politiche e sociali, capaci di difendere i principi fondativi della Repubblica”.

Tra questi nomi il presidente della Repubblica italiana ha ricordato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: “Due volti che non possiamo dimenticare: quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, simboli della legalità e della lunga lotta contro la mafia. Protagonisti anche dopo il loro assassinio: il loro esempio continua a ispirare, non soltanto in Italia, le nuove generazioni e tutti coloro che non si rassegnano alla prepotenza della criminalità”.

Ma ha ricordato anche un massacro, dimenticato dalla maggioranza degli italiani, di soldati impegnati nella pace: “L’Italia è un attore di grande rilievo sulla scena internazionale, anche grazie al contributo che i nostri militari hanno dato e danno alla costruzione della sicurezza e della pace. Anche qui un cammino con alti prezzi, a partire dal sacrificio dei nostri aviatori in missione umanitaria a Kindu, in Congo, nel 1961. L’Italia della Repubblica è una storia di successo nel mondo. Possiamo e dobbiamo esserne orgogliosi”.

Insomma il discorso del presidente Mattarella è stato un percorso della democrazia italiana, ma anche un incoraggiamento per i giovani: “Abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi, accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale che attraversiamo… Ma nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia. Desidero ricordarlo a tutti noi e rivolgermi, particolarmente, ai più giovani. Qualcuno, che vi giudica senza conoscervi davvero, vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi. Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna”.

Papa Leone XIV all’Intelligence italiana: garantire la tutela dei diritti

“Desidero anzitutto manifestare il mio apprezzamento per il lavoro che svolgete, che richiede competenza, trasparenza e insieme riservatezza. Esso vi investe della grave responsabilità di monitorare costantemente i pericoli che potrebbero affacciarsi sulla vita della Nazione, per contribuire soprattutto alla tutela della pace. Si tratta di un lavoro impegnativo, che anche per la sua riservatezza spesso corre il rischio di essere strumentalizzato, ma che è di grande importanza per cogliere in anticipo eventuali scenari pericolosi per la vita della società”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto dirigenti e funzionari del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica italiana, ringraziandoli per il lavoro svolto con riservatezza.

Nell’udienza il papa ha ricordato la strada percorsa in questi 100 anni per garantire la sicurezza: “Nel corso di questi cento anni tante cose sono cambiate, le capacità e gli strumenti si sono molto raffinati, così come sono aumentate e si sono diversificate le sfide che le nostre società sono chiamate ad affrontare”.

Però, nello stesso tempo, ha chiesto di svolgere tale lavoro nel rispetto della dignità umana: “A questo proposito, vorrei esortarvi a svolgere il vostro lavoro, oltre che con professionalità, anche con uno sguardo etico che tenga conto almeno di due aspetti imprescindibili: il rispetto della dignità della persona umana e l’etica della comunicazione”.

Infatti tale rispetto è imprescindibile in ogni democrazia: “Anzitutto, il rispetto della dignità della persona umana. L’attività di sicurezza non deve mai perdere di vista questa dimensione fondante e mai può venir meno al rispetto della dignità e dei diritti di ciascuno. In certe circostanze difficili, quando il bene comune da perseguire ci sembra più necessario di tutto il resto, si può correre il rischio di dimenticare questa esigenza etica e, perciò, non è sempre facile trovare un equilibrio”.

Ecco il motivo per cui è necessario porre limiti per la tutela dei diritti nel rispetto delle leggi: “E’ necessario allora che vi siano dei limiti stabiliti, secondo il criterio della dignità della persona, e che si resti vigilanti sulle tentazioni a cui un lavoro come il vostro vi espone. Fate in modo che le vostre azioni siano sempre proporzionate rispetto al bene comune da perseguire e che la tutela della sicurezza nazionale garantisca sempre e comunque i diritti delle persone, la loro vita privata e familiare, la libertà di coscienza e di informazioni, il diritto al giusto processo.

In questo senso, occorre che le attività dei Servizi siano disciplinate dalle leggi, debitamente promulgate e pubblicate, che vengano sottoposte al controllo e alla vigilanza della magistratura e che i bilanci siano sottoposti a controlli pubblici e trasparenti”.

L’altro aspetto sottolineato riguarda la comunicazione: “Il mondo delle comunicazioni è notevolmente cambiato negli ultimi decenni ed oggi la rivoluzione digitale è qualcosa che semplicemente fa parte della nostra vita e del nostro modo di scambiarci informazioni e di relazionarci. Inoltre, l’avvento di nuove e sempre più avanzate tecnologie ci offre maggiori possibilità ma, al tempo stesso, ci espone a continui pericoli.

Lo scambio massiccio e continuo di informazioni chiede di vigilare con coscienza critica su alcune questioni di vitale importanza: la distinzione tra la verità e le fake news, l’esposizione indebita della vita privata, la manipolazione dei più fragili, la logica del ricatto, l’incitamento all’odio e alla violenza”.

Davanti a questo ‘progresso’ occorre ‘vigilare’ affinché le informazioni non siano usate contro qualcuno, come sta succedendo anche a chi professa la fede cattolica: “Occorre vigilare con rigore affinché le informazioni riservate non siano usate per intimidire, manipolare, ricattare, screditare il servizio di politici, giornalisti o altri attori della società civile. Tutto ciò vale anche per l’ambito ecclesiale. Infatti, in diversi Paesi la Chiesa è vittima di servizi di intelligence che agiscono per fini non buoni opprimendone la libertà. Questi rischi vanno sempre valutati ed esigono un’alta statura morale in chi si prepara a svolgere un lavoro come il vostro e in chi lo svolge da tempo”.

Ricordando chi è deceduto nel lavoro il papa ha, infine, ringraziato l’Intelligence italiana: “A questo proposito, vorrei anche ricordare quei vostri colleghi che hanno perso la vita in missioni delicate, svolte in contesti difficili. La loro dedizione non è consegnata forse ai titoli dei giornali, ma è viva nelle persone che hanno aiutato e nelle crisi che hanno contribuito a risolvere.

Infine, vorrei esprimere la mia riconoscenza per gli sforzi dei Servizi di intelligence italiani anche nel garantire la sicurezza della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. E qui vorrei esprimere una parola di gratitudine per la collaborazione con la Gendarmeria, con il Vaticano, la Santa Sede, in tanti servizi, dove veramente questa capacità e possibilità di servire gli altri si fa realtà grazie alla buona collaborazione con voi”.

Poi ha inviato un ai sacerdoti, religiosi e seminaristi latinoamericani che studiano a Roma, riuniti per una conferenza su Maria: “Allo stesso tempo, il Vangelo ci esorta a essere consapevoli dell’impegno che comporta rispondere a questa vocazione. Esso parla di alcune esigenze che possiamo identificare nella chiamata fallita del giovane ricco: l’esigenza del primato assoluto di Dio, l’unico buono; l’esigenza impellente della conoscenza teorica e pratica della legge divina; e l’esigenza del distacco da ogni sicurezza umana, con la conseguente offerta di tutto ciò che siamo e di tutto ciò che abbiamo”.

Quindi Gesù chiama ad una nuova vita: “Sant’Ambrogio, nella sua esegesi del sorprendente brano del giovane a cui Gesù non permette di seppellire il padre, parte dal presupposto che in questa richiesta di lasciare tutto (anche le cose giuste in sé) il Signore non intenda sottrarsi ai doveri naturali, sanciti dalla legge di Dio, ma piuttosto aprirci gli occhi a una vita nuova. In questa vita nuova, nulla può essere anteposto a Dio, nemmeno ciò che prima conoscevamo come bene, e ciò comporta la morte al peccato e al vecchio io mondano…

Per Ambrogio, questa indispensabile unione con Gesù, lungi dal separarci dai nostri fratelli e sorelle, conduce alla comunione con gli altri. Non camminiamo in solitudine; siamo parte di una comunità. Non siamo legati da vincoli di simpatia, interessi comuni o convenienza reciproca, ma dall’appartenenza al popolo che il Signore ha acquistato a prezzo del suo Sangue”.

Ecco il motivo per cui è necessario annunciare il Vangelo: “Fratelli e sorelle, poiché viviamo in una società dal rumore confuso, oggi più che mai abbiamo bisogno di servi e discepoli che proclamino il primato assoluto di Cristo e che ascoltino chiaramente la sua voce nelle orecchie e nel cuore. Questa conoscenza teorica e pratica della Legge divina si raggiunge soprattutto attraverso la lettura delle Sacre Scritture, la meditazione nel silenzio della preghiera profonda, l’ascolto riverente della voce dei legittimi pastori e lo studio attento dei molteplici tesori di sapienza che la Chiesa ci offre.

In mezzo alle gioie e in mezzo alle difficoltà, il nostro motto deve essere: se Cristo ha attraversato questo, è anche nostro dovere vivere ciò che Lui ha vissuto. Non dobbiamo aggrapparci agli applausi perché il loro eco è passeggero, né è sano soffermarci solo sul ricordo del giorno di crisi o dei momenti di cocente delusione. Piuttosto, consideriamo tutto questo parte della nostra formazione e diciamo: se Dio lo ha voluto per me, lo voglio anch’io”.

(Foto: Santa Sede)

Da Milano un invito a prendersi cura della democrazia

“Che cosa vi dice oggi Ambrogio, cosa dice a voi e a coloro che vengono a Milano da ogni parte del mondo?”: questa domanda iniziale è stata al centro del Pontificale nella solennità di Sant’Ambrogio, patrono della diocesi, celebrata oggi da mons. Mario Delpini, concelebrata insieme all’abate della chiesa, mons. Carlo Faccendini, dall’arciprete del Duomo, mons. Gianantonio Borgonovo e dai Canonici dei due Capitoli.

Il ‘cuore’ dell’omelia è la Chiesa di Milano che Ambrogio volle con quella esemplarità capace di amare i deboli e i poveri e di confrontarsi con imperatori e potenti senza paure: “Ci sono quelli che provengono da altrove, che sono fuori dal gruppo dei discepoli devoti, quelli che si trovano in una condizione spirituale diversa da quella delle pecore, conoscono me così come io conosco il Padre.

Tra quelli che provengono da altri recinti ci sono, io credo, persone ostili. Ostili sono quelli che fanno guerra al Buon Pastore, che in nome di Dio mettono a morte il figlio di Dio. Ostili sono quelli che trovano insopportabile di essere amati, di essere chiamati a formare un solo gregge con un solo pastore; quelli che trovano insopportabile dover riconoscere che vivono di una vita ricevuta”.

Proseguendo l’omelia mons. Delpini ha delineato alcune ‘categorie’, tra cui gli ‘estranei’: “Estranei sono quelli che non hanno niente a che fare con Gesù, che sono indifferenti, vivendo con i loro pensieri, i loro affari, le loro feste e le loro tragedie. Estranei sono quelli che non hanno bisogno di niente, che trovano bizzarro l’insegnamento di Gesù e improbabile la sua storia, incomprensibile la sua risurrezione”.

E gli smarriti: “Smarriti sono quelli che non sanno dove andare e si sentono perduti, quelli che hanno perso la strada e per i quali la vita è un enigma. Quelli che sono confusi tra le molte parole, notizie e proposte e non sanno più che cosa sia vero e che cosa sia falso; che hanno nostalgia di tempi migliori, quando si sentivano al sicuro dentro il gregge e si fidavano. Erano ingenui, forse, ma sereni. Adesso che sono tanto sapienti e avveduti sono persi e infelici”.

Davanti a tali ‘categorie’ l’arcivescovo ha ‘saggiato’ la reazione dei cristiani ed indicato il pensiero dei Gesù: “Saremo arrabbiati verso coloro che sono ostili senza motivo, che sono estranei senza disponibilità, che sono smarriti e chiedono quello che noi non siamo capaci di dare?.. Gesù chiama a tutti a formare un solo gregge. Gesù conosce la parola che tutti ascoltano”.

Da qui il richiamo a sant’Ambrogio, che indica la missione cristiana: “Le parole e il ministero di Ambrogio suggeriscono ai cristiani la via da percorrere: non possiamo rispondere all’ostilità con l’ostilità e la violenza, non possiamo rassegnarci a vivere da estranei. Un’immagine suggestiva della missione cristiana, nei testi di Ambrogio, è quella del profumo: come un profumo discreto e attraente, così è l’anima che accoglie Gesù e se ne lascia tutta trasformare”.

Una missione capace di espandere profumo, grazie all’apporto di ciascuno: “Anche tu, se desideri la grazia, accresci l’amore; versa sul corpo di Gesù la fede nella risurrezione, il profumo della Chiesa, l’unguento della comune carità. Un buon profumo che può attirare l’attenzione degli indifferenti, convincere gli smarriti al cammino, rasserenare gli animi ostili… Ciascuno deve realizzare la sua vocazione, ma tutti insieme abbiamo la responsabilità di una testimonianza che renda attraente seguire Gesù”. 

Mentre nel discorso alla città mons. Delpini ha riflettuto sul ‘futuro’ di Milano: “L’impressione del crollo imminente della civiltà, della rovina disastrosa della città segna non raramente anche la storia di Milano. Possiamo anche oggi riconoscere segni preoccupanti e minacce di crollo e possiamo domandarci: veramente il declino della nostra civiltà è un destino segnato? Ci sarà una reazione, una volontà di aggiustare il mondo, un farsi avanti di uomini e donne capaci di sognare, di impegnarsi, di contribuire a una vita migliore per la casa comune?”

Infatti oggi ci sono alcuni ‘allarmi’, che sono ignorati: “Ci sono minacce che insidiano la casa comune. Il rischio non è che ne venga un qualche danno che poi si possa riparare, ma di essere tutti travolti da un crollo rovinoso che lascia solo macerie. Il sistema nel suo complesso sembra minacciato di crollo: non intendo fare diagnosi ma, senza pretesa di completezza, solo rilevare i segnali che più mi impressionano.

Si raccolgono segnali allarmanti sul futuro di paesi e città che sembrano destinati al declino per il ridursi del numero degli abitanti e l’innalzarsi dell’età. La crisi demografica è cronica e sembra irrimediabile. In qualche caso la preoccupazione più sentita riguarda il proprio benessere: ‘Chi lavorerà per pagare la mia pensione?’ Dobbiamo forse riconoscere che non siamo stati bravi maestri.

La generazione adulta deve riconoscere che nello stile di vita e nel tono dei discorsi non trasmette ai giovani buone ragioni per desiderare di diventare adulti, di fare scelte definitive, di formare una famiglia e di avere figli”.

Di fronte a questi ‘allarmi’ l’arcivescovo ha richiamato alla responsabilità: “Di fronte alle crepe che minacciano la stabilità della casa comune, si fanno avanti quelli che dichiarano di voler mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo. Si fanno avanti coloro che riconoscono nella fede cristiana un fondamento necessario per la speranza e una motivazione decisiva per l’impegno.

Si fanno avanti coloro che sono animati da una passione per il bene comune e avvertono la vocazione alla solidarietà come fattore irrinunciabile per la loro coscienza. Si fanno avanti coloro che custodiscono principi di giustizia, pensieri di saggezza, consapevolezza delle proprie responsabilità, e che non sarebbero in pace con se stessi se si accomodassero nell’indifferenza. Si fanno avanti: non sono perfetti, non si ritengono superiori. Ma si fanno avanti ogni mattina. Non fanno grandi discorsi, ma io credo di poterne indovinare l’animo”.

Solo un impegno comune può essere salvezza della ‘casa comune’: “La casa non cade perché ci sono persone che si fanno avanti per aggiustarla e renderla abitabile. Il Signore Gesù ha pronunciato la parola sulla quale si può costruire la casa che non teme i venti tempestosi, neppure i venti di questo nostro tempo. Il Signore Gesù è lui stesso la pietra angolare: infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno”.

La casa non cade perché c’è responsabilità, che mantiene la democrazia: “La responsabilità personale è il fascino e il rischio della democrazia, della vita in questa terra che amiamo, della continuità di una civiltà di cui siamo fieri.

Nel nostro contesto culturale contemporaneo, detto post-moderno, chi assume responsabilità avverte di essere circondato da uno scetticismo che si esprime in vari modi: l’afasia sul senso della vita, la convinzione della inutilità di ogni condivisa fiducia, la professione di agnosticismo come sintomo di intelligenza. Ma la casa non cade perché ci siete voi, responsabili delle istituzioni, sindaci, forze dell’ordine, magistrati, imprenditori, medici, educatori, donne e uomini, anziani, adulti e giovani, voi tutti che vi fate avanti ogni giorno e mettete mano all’impresa di aggiustare il mondo”.

Il motivo della casa resiste consiste nelle persone: “La casa non cade perché ci siete voi, convinti che vale la pena di considerare la vita come vocazione a servire, piuttosto che come pretesa di essere serviti. Non cade perché ci siete voi, uomini e donne pensosi, appassionati al cammino dell’umanità e al destino di questa città e di questa terra, fiduciosi nelle risorse delle persone oneste.

Ci siete voi, fieri di fare il bene, che trovate insopportabile il malaffare e l’indifferenza, l’egoismo e la rassegnazione. Ci siete voi, uomini e donne di fede che sapete pregare per non cadere in tentazione. Ci siete voi, uomini e donne di ogni credo e di ogni appartenenza che sapete percorrere con tenacia e perseveranza le vie del bene. Ci siete voi, uomini e donne abitati dalla gioia di essere vivi, di essere insieme, di essere in cammino verso il desiderabile futuro”.

(Foto: Arcidiocesi di Milano)

Cosa resta dell’ultimo anno di pontificato di Papa Francesco: l’appello alla 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia

Il discorso pronunciato da Papa Francesco (1936-2025) a conclusione della 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia (3-7 luglio 2024), sia per il tema scelto per tale edizione dai Vescovi e dal laicato nazionale, “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”, sia per gli sviluppi che tale Magistero ha determinato (la Rete di Trieste), rimane un seme prezioso per tutti coloro che sono impegnati in politica e in generale in attività e associazioni al servizio del bene comune.

All’ultima edizione della Settimana sociale (la 51ª non è stata infatti ancora programmata) hanno preso parte 1200 delegati giunti da ogni parte dell’Italia, incontrati dal Pontefice prima della chiusura dei lavori nel “Generali Convention Center” di Trieste nella mattina di domenica 7 luglio. In tale circostanza Papa Bergoglio, dopo aver salutato il presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) card. Matteo Maria Zuppi e il presidente della Commissione CEI “per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace” arcivescovo Luigi Renna, ha rivolto ai partecipanti un discorso appassionato, che ha preso spunto dalle origini e dall’ispirazione originaria delle Settimane sociali dei cattolici in Italia, promosse come notonel 1907 dal sociologo ed economista Giuseppe Toniolo (1845-1918), beatificato da Benedetto XVI il 29 aprile 2012.

«La storia delle “Settimane” – ha esordito il Pontefice – si intreccia con la storia dell’Italia, e questo dice già molto: dice di una Chiesa sensibile alle trasformazioni della società e protesa a contribuire al bene comune. […] Il Beato Giuseppe Toniolo, che ha dato avvio a questa iniziativa nel 1907, affermava che la democrazia si può definire quell’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori” (Giuseppe Toniolo, Democrazia cristiana. Concetti e indirizzi, I, Città del Vaticano 1949, p. 29). Così diceva Toniolo. Alla luce di questa definizione, è evidente che nel mondo di oggi la democrazia, diciamo la verità, non gode di buona salute» (Papa Francesco, Partecipazione e passione civile per risanare il cuore della democrazia, L’Osservatore Romano, 8 luglio 2024, pp. 2-3).

L’attuale crisi della democrazia, determinata dal connubio perverso tra frammentazione sociale e predominio dei giganti Big Tech, ovvero di quel gruppo di grandi aziende tecnologiche che dominano il settore dell’informatica, dei media e della tecnologia, «ci interessa e ci preoccupa», afferma Papa Francesco, «perché è in gioco il bene dell’uomo, e niente di ciò che è umano può esserci estraneo».

«In Italia – continua il Santo Padre – è maturato l’ordinamento democratico dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia, sulla quale ha inciso pure l’esperienza delle Settimane Sociali; e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento per assumere la responsabilità di costruire qualcosa di buono nel nostro tempo».

A questo punto il Pontefice arriva al “cuore” dell’appello ai laici italiani, che si articola in «due riflessioni per alimentare il per corso futuro».

Nella prima raccomanda di contribuire a combattere e invertire ogni fattore o circostanza «che limita la partecipazione» dei cittadini e delle famiglie alla vita civica e politica della propria comunità. Questo perché «l’indifferenza è un cancro della democrazia, un non partecipare».

La seconda riflessione tocca un argomento piuttosto inedito nel Magistero sociale di Papa Francesco, ovvero l’assistenzialismo, considerato in tale contesto un «nemico della democrazia» perché, in generale, «nemico dell’amore al prossimo». Certe forme di assistenzialismo, infatti, «non riconoscono la dignità delle persone [e] sono ipocrisia sociale».

In definitiva, conclude il Santo Padre, «il cuore della politica è fare partecipe. E queste sono le cose che fa la partecipazione, un prendersi cura del tutto; non solo la beneficenza, prendersi cura di questo [o quello]…, no: del tutto!».

A raccogliere questo appello di Bergoglio vi è stata una iniziativa concreta, la Rete di Trieste, un’esperienza di confronto tra amministratori locali, partita spontaneamente appunto a seguito della 50° Settimana Sociale dei Cattolici di Trieste.

Un “non partito” che punta a essere (perfino) più di un partito. La Rete di Trieste, infatti, è divenuta ormai un nutrito network di amministratori pubblici di ispirazione cattolica che punta a riproporre il contributo della Dottrina Sociale della Chiesa «alla vita del Paese». Per questo si definisce «più di un partito, partito dal basso e dal di dentro», fondato su cinque punti di confronto, che sono stati presentati e verranno presentati ancora in tutta Italia questa estate.

Dalla partecipazione democratica dei cittadini alle politiche giovanili, dal welfare territoriale alla necessità di rilanciare la tutela del territorio e lo sviluppo delle aree interne. Costituita nel febbraio 2025, la Rete di Trieste conta più di mille fra amministratori e operatori sociali che hanno in comune l’ambizione, come precisa il portavoce nazionale Francesco Russo, vicepresidente del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia di «provare a rilanciare la partecipazione, cambiando il modo stesso di far politica». In poche parole: «Una politica che ascolta e non urla, che dialoga e non polarizza».

Ad un anno dalla visita di Papa Francesco, come vediamo, le sue parole continuano ad illuminare la strada di chi prova a tracciare un nuovo modo di vivere e animare la nostra democrazia.

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Della stessa serie “Cosa resta dell’ultimo anno di pontificato di Papa Francesco” e dello stesso autore segnaliamo nel trigesimo della morte di Bergoglio i precedenti articoli:

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