Tag Archives: Confessione

Un’Indulgenza plenaria per l’Anno Francescano

“Mentre sono ancora attuali ed efficaci i frutti di grazia del Giubileo Ordinario dell’anno 2025 appena conclusosi, nel quale siamo stati tutti spronati a renderci pellegrini di questa speranza che non delude, ecco aggiungersi a esso quale ideale prosecuzione una nuova occasione di giubilo e di santificazione: l’ottavo centenario del felice transito di san Francesco d’Assisi dalla vita terrena alla patria celeste (3 ottobre 1226)”: in occasione dell’ottavo centenario della morte del Santo d’Assisi un Decreto della Penitenzieria Apostolica annuncia che saranno concesse le indulgenze plenarie fino al 10 gennaio 2027.

Nel Decreto si sottolinea l’importanza dei precedenti giubilei francescani, che hanno culmine in quello di quest’anno: “In questi ultimi anni, altri importanti giubilei hanno riguardato la figura e le opere del Santo d’Assisi: l’ottavo centenario della creazione del primo Presepe a Greccio, della composizione del Cantico delle Creature, inno alla bellezza santa del creato e quello della impressione delle Sacre Stimmate, avvenuta sul Monte della Verna, quasi un nuovo Calvario, due anni prima della sua morte. Il 2026 segnerà il culmine e il compimento di tutti i precedenti festeggiamenti: esso sarà infatti Anno di san Francesco e tutti saremo chiamati a farci santi nella contemporaneità sull’esempio del Serafico Patriarca”.

Inoltre si evidenzia che san Francesco è stato un ‘alter Christus’: “Se è mirabilmente vero che ‘non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini’ all’infuori di Gesù Cristo, Redentore dell’umanità, è altrettanto straordinariamente vero che tra dodicesimo e tredicesimo secolo, in epoca di guerre cosiddette sante, rilassatezza di costumi, malinteso fervore religioso, ‘nacque al mondo un sole’: Francesco, che, da figlio di un ricco mercante, si fece povero e umile, vero alter Christus in terra, fornendo al mondo tangibili esempi di vita evangelica e reale immagine di perfezione cristiana”.

Come in quel periodo il santo di Assisi seppe proporre a modello la carità cristiana anche oggi essa è necessaria: “Il nostro tempo non è molto dissimile da quello in cui visse Francesco, e proprio alla luce di questo il suo insegnamento è forse oggi ancor più valido e comprensibile. Quando la carità cristiana langue, l’ignoranza dilaga come il malcostume e chi esalta la concordia tra i popoli lo fa più per egoismo che per sincero spirito cristiano”.

E’ un invito a non ‘vanificare’ l’Anno santo appena concluso per una carità più ‘attiva’: “…quando il virtuale prende il sopravvento sul reale, dissidi e violenze sociali fanno parte della quotidianità e la pace diventa ogni giorno più insicura e lontana, questo Anno di san Francesco sproni tutti noi, ciascuno secondo le proprie possibilità, ad imitare il poverello d’Assisi, a formarci per quanto possibile sul modello di Cristo, a non vanificare i propositi dell’Anno Santo appena trascorso: la speranza che ci ha visti pellegrini si trasformi ora in zelo e fervore di fattiva carità”.

Con alcune parole di san Francesco ad un ministro (‘E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede’) il Decreto sottolinea il valore della misericordia francescana: “Con queste straordinarie parole, riportate nella nota Epistola ad quendam ministrum, san Francesco allo stesso tempo non solo dispensa consolazione e consigli a un anonimo confratello, ma soprattutto delinea e sottolinea il concetto fondamentale di misericordia, cui è indissolubilmente legato quello di perdono e di indulgenza”.

Una misericordia che si apre al perdono: “Ed è proprio un perdono, il noto ‘Perdono d’Assisi’ o ‘Indulgenza della Porziuncola’, che Papa Onorio III per eccezionale privilegio concesse direttamente a Francesco per coloro che, confessati e comunicati, visitassero il 2 agosto un’antica chiesetta presso Assisi, eretta 800 anni prima su una ‘piccola porzione di terra’ (da cui il nome Porziuncola)”.

Ed ecco a chi si applica l’indulgenza plenaria: “ai membri: delle Famiglie Francescane del Primo, del Secondo e del Terz’Ordine Regolare e Secolare; degli Istituti di vita consacrata, delle Società di vita apostolica e delle Associazioni pubbliche o private di fedeli, maschili e femminili, che osservino la Regola di san Francesco o siano ispirati alla sua spiritualità o in qualsiasi forma ne perpetuino il carisma”.

Però l’indulgenza plenaria è concessa a tutti coloro secondo tali condizioni: “a tutti i fedeli indistintamente che, con l’animo distaccato dal peccato, parteciperanno all’Anno di San Francesco visitando in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana, o luogo di culto in ogni parte del mondo intitolato a san Francesco o ad esso collegato per qualsivoglia motivo, e lì seguiranno devotamente i riti giubilari o trascorreranno almeno un congruo periodo di tempo in pie meditazioni e innalzeranno a Dio preghiere affinché, sull’esempio di san Francesco, nei cuori scaturiscano sentimenti di carità cristiana verso il prossimo e autentici voti di concordia e pace tra i popoli, concludendo con il Padre Nostro, il Credo ed invocazioni alla Beata Vergine Maria, a San Francesco d’Assisi, a Santa Chiara e a tutti i Santi della Famiglia Francescana”.

Inoltre dall’indulgenza plenaria non sono esclusi gli “anziani, gli infermi e quanti se ne prendono cura e tutti coloro che per grave motivo siano impossibilitati a uscire di casa, potranno ugualmente conseguire l’Indulgenza Plenaria, premesso il distaccamento da qualsiasi peccato e l’intenzione di adempiere appena possibile le tre consuete condizioni, se si uniranno spiritualmente alle celebrazioni giubilari dell’Anno di San Francesco, offrendo a Dio Misericordioso le loro preghiere, i dolori o le sofferenze della propria vita”.

A Tolentino il Perdono di san Nicola è una festa

Il 10 settembre a Tolentino si festeggia san Nicola ed il sabato successivo alla festa del Santo chi si reca nel Cappellone del Santuario può ‘prendere’ l’indulgenza plenaria concessa da papa Bonifacio IX con la Bolla papale ‘Splendor paternae gloriae’ del 1 gennaio 1390.

Lo riportano le cronache di Gaetano Moroni nel ‘Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica: da S. Pietro sino ai nostri giorni’, edito nel 1856: “Bonifacio IX con una bolla, concesse l’indulgenza plenaria nella domenica dentro l’ottava della festa del santo (dunque si celebrava prima della canonizzazione di Eugenio IV), indulgenza che veniva anche accordata a chi visitava la Porziuncola, onore confermato anche da altri Papi”.

Egli nacque nel 1245 a Sant’Angelo in Pontano (provincia di Macerata). La sua vita rappresentata da un ignoto pittore giottesco detto Maestro della Cappella di San Nicola, narra come i suoi genitori, ormai anziani, si fossero recati a Bari, su consiglio di un angelo, in pellegrinaggio sulla tomba di san Nicola di Mira, per avere la grazia di un figlio. Ritornati a Sant’Angelo in Pontano la grazia fu esaudita e chiamarono il figlio con il nome del santo. Nel 1269 fu ordinato sacerdote nell’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino. Dopo la sua ordinazione, predicò soprattutto a Tolentino, dove fu trasferito intorno al 1275 vivendoci fino alla sua morte, avvenuta il 10 settembre 1305. Il processo di canonizzazione iniziò nel 1325 con papa Giovanni XXII, ma si concluse soltanto nel 1446 con papa Eugenio IV. Tuttavia già fin dalla metà del 1300 era raffigurato con l’aureola.

Dal priore della basilica di san Nicola, p. Massimo Giustozzo ci ci siamo fatti raccontare il motivo per cui il perdono è una festa: “E’ una festa, perché ha una radice biblica, in quanto la parabola evangelica del Padre misericordioso evidenzia che il ritorno a casa del figlio minore corrisponde ad un amore smisurato nel cuore del Padre, che decide di fare festa con tutto quello che ne consegue come usanza nelle feste di nozze”.

Il perdono è preceduto dal sacramento della confessione e san Nicola passava molte ore nel confessionale: per quale motivo?

“Il perdono di san Nicola è un invito a confessarsi per tutti i battezzati, perché nella confessione si riceve la misericordia di Dio e in questi due giorni ‘particolari’ della festa del Perdono il tesoro della Chiesa, ad immagine della festa del Padre, si apre anche a favore delle persone ‘lontane’, in quanto è un dono smisurato. Non solo nelle confessioni ‘normali’ non siamo più colpevoli davanti a Dio, pur rimanendo la pena dei nostri peccati; invece nel perdono, attraverso l’indulgenza, si ha anche la remissione della pena.

Quindi la Chiesa vuole quasi significare concretamente questo perdono che oltrepassa le aspettative umane: non solo Dio non si ricorda più della colpa del penitente, ma ha un amore così grande che, in occasione delle feste come quelle di san Nicola da Tolentino o san Francesco d’Assisi od ad altri santi, che nella vita hanno fatto penitenza a favore dei fedeli, apre il ‘tesoro’ della misericordia di Dio per tutti i fedeli.

Ecco il motivo per cui in queste feste ci si confessa molto: non è solo una confessione ‘esteriore’, ma soprattutto interiore, che aiuta a comprendere che in quel momento è la Chiesa che abbraccia il fedele e consegna questo dono grande dell’amore di Dio attraverso la vita ed i meriti del Santo: quello che il Santo ha fatto a favore di tutti i fedeli (naturalmente Gesù attraverso il Santo) si riverbera nei giorni della festa del perdono di san Nicola”.

In quel periodo la nostra città era molto turbolenta: in quale modo san Nicola riusciva a riappacificare le persone?

“San Nicola non faceva gesti particolari, ma metteva in atto uno stile di vita: era considerato un paciere, in quanto conosceva le famiglie di Tolentino. Cercava di porre ‘rimedio’ nelle famiglie in lite, andandole a visitare: i testi del ‘processo’ di canonizzazione dicono che frequentava settimanalmente molte famiglie; quindi o in confessione o andando nelle case san Nicola conosceva molto bene la città, così da proporre alcuni gesti per la riappacificazione. Inoltre, visto che era un valente oratore, ci immaginiamo che attraverso le omelie riusciva a far riappacificare le persone.

Infatti i testi del processo di canonizzazione dicono che chi ascoltava le sue omelie rimaneva ‘edificato’ e non si voleva ‘allontanarne’. Eppoi san Nicola faceva quello che a volte i fedeli non riuscivano a fare attraverso le preghiere, le testimonianze, i digiuni e le penitenze, che erano a favore di tutti i penitenti, che non riuscivano a compiere un cammino di riconciliazione. Quindi aveva una compassione per tante famiglie che si combattevano tra loro: lui chiedeva a Dio di ascoltare la sua preghiera e supplicava Dio a posto loro, che non riuscivano. Pregava, così come alcuni secoli dopo ha fatto santa Rita”.

Per quale motivo fu affascinato da sant’Agostino?

“Sant’Agostino era uno dei Padri della Chiesa. Non sappiamo quale tipo di influenza poteva aver avuto quando san Nicola era bambino. Più che i testi di sant’Agostino, che immaginiamo abbia letto, quando già era entrato nel convento, rimase affascinato dalla vita di alcuni eremiti agostiniani religiosi, conosciuti nella sua città natale che era Sant’Angelo in Pontano. Quindi da bambino ha conosciuto alcuni testimoni che facevano vita agostiniana come eremiti.

Subito era rimasto affascinato per la concordia tra loro e la sobrietà di vita condotta, così dicono i testi. Poi nella formazione accademica ha conosciuto anche i testi agostiniani, però è entrato nell’Ordine agostiniano non per il motivo che conosceva i testi, ma per aver frequentato gli Eremiti di sant’Agostino. Ci immaginiamo che avrà conosciuto quello stile di vita comunitaria, che come eremiti, dovevano avere”.      

C’è un insegnamento che si può trarre per la nostra vita dall’amore del santo tolentinate a Dio ed agli uomini?

“Amava i poveri e li nutriva con la parola e con la fede; procurava per loro vestiti e cibi. Accoglieva volentieri i frati ospiti, come se fossero angeli di Dio. Era letizia ai tristi, consolazione degli afflitti, pace dei divisi, refrigerio degli affaticati, sussidio ai poveri, rimedio singolare per i prigionieri. San Nicola non è voluto mai apparire, lavorando di nascosto per il Signore e per la comunità.

Ha fatto molto bene nascondendosi sempre dietro a Dio. Quindi oggi ci può insegnare a non pretendere di mettere sempre la firma sul nostro lavoro ed a lavorare con una grandissima fiducia in Dio, che vede ogni cosa e scruta le viscere dell’uomo. Eppoi il grande amore verso l’Eucarestia,  che per lui era la sorgente di ogni attività. Ancora oggi questo esempio è valido per noi”.

(Tratto da Aci Stampa)

Dal Giubileo dei giovani si leva un grido di pace

A meno di due giorni dall’incontro dei giovani con papa Leone XIV a Tor Vergata i giovani italiani sono stati accolti in piazza san Pietro dal presidente della CEI, card. Matteo Zuppi, con l’invito a disarmare i cuori, presiedendo il momento di preghiera della ‘Confessio fidei’ in cui ‘rinnoviamo il nostro impegno per una vita buona secondo il Vangelo’.

Prima di questo momento c’è stato l’ascolto delle ‘voci di speranza’, come quella di Laura Lucchin, la madre di Sammy Basso, che ha ripercorso ‘la sua fede sentita e ricercata quotidianamente’ in un racconto che ha mostrato la vera ‘forza’ di questo giovane che non si è mai arreso davanti agli ostacoli: “Mai avrei voluto imparare da mio figlio, perché non si dovrebbe mai sopravvivere a un figlio, ma succede, e quando questo accade è devastante. Ma anche in questo delicato e doloroso momento Sammy mi ha insegnato che questa vita altro non è che il passaggio che ognuno di noi deve compiere per arrivare alla vita vera, al cospetto di Colui dal quale tutto ha inizio, il Signore nostro”.

 Oppure quella di Nicolò Govoni, scrittore e fondatore di ‘Still I Rise’, organizzazione umanitaria in prima linea per l’educazione di bambini profughi e vulnerabili in Grecia, Siria, Kenya, Congo, Yemen e Colombia: “Fallivo in tutto: pluribocciato, problemi interpersonali, quasi arrestato. Ma poi ho incontrato una prof. ‘Credo in te’, mi ha detto. E’ grazie a lei che ho trovato il coraggio di partire per l’India come volontario”.

Ed ha raccontato la storia di Idris: “Viveva in un sottoscala. Inalava la colla e come tutti quelli che si fanno di colla poteva avere una aspettativa di vita di cinque anni. E’ venuto a scuola da noi. Alcune persone che lavoravano con me mi hanno chiesto: hai già in mente che futuro avrà Idris quando sarà espulso dalla scuola? A quel punto, sono stato io a espellere queste persone. Adesso Idris ha 15 anni. E’ un ragazzo molto brillante, secondo tutti non poteva farcela, invece è diventato un leader naturale. Noi non lo abbiamo mai trattato stigmatizzandolo. Lo abbiamo trattato come gli altri”.

Nel discorso ai giovani il presidente della Cei ha invitato i giovani a stare nella Chiesa: “Questa nostra madre Chiesa grande, senza confini ci è affidata e noi lo siamo a Lei. Prendiamola con noi e amiamola… E la Chiesa è sotto la croce con gli occhi pieni di lacrime e il cuore ferito per tanta enorme sofferenza, insopportabile per una madre come deve esserlo sempre per l’umanità tutta”.

Il suo intervento è incentrato sulla pace, invitando i giovani a non abituarsi alla violenza: “Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta?.. Sentiamo la chiamata e la forza umanissima e possibile di essere discepoli di Gesù, operatori di pace in un mondo come questo, per difendere la vita sempre dal suo inizio alla fine, di tutti, senza distinzioni, rivestendo la persona sempre di dignità e cura”.

Però tutto scaturisce da una professione di fede attraverso “la gioia di potere confessare oggi la nostra fede insieme a Pietro. Credo che tu sei la salvezza perché la vita non finisce e Tu ci prepari un posto nella tua casa del cielo. Credo che la vita con Te, Signore, è gioia perché piena di amore e perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere… in un mondo nel quale la notte della rassegnazione riempie di felicità individuali, spegne i sogni. Grazie Gesù, amore mio e nostro, che non ti rassegni e continui ad avere fiducia in noi”.

Nella conclusione l’arcivescovo di Bologna ha invitato i giovani a rinnovare il proprio credo: “Io credo, Signore. Credo perché ho ascoltato la Tua parola, vivo la Tua presenza, vedo il Tuo amore senza paura di smettere di aspettare sempre pensando di dovere avere tutte le risposte, perché la sicurezza sei Tu, le risposte le trovo vivendo e l’amore urge nel mio cuore… Le nostre comunità anche le più piccole sono grandi se dentro c’è il Signore con la forza della fraternità. Dobbiamo essere pietre per costruire un edificio spirituale, contro la tentazione del diavolo, e solo con il Signore diventiamo attori della vita vera”.

Poco prima nel video messaggio il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha raccontato ai giovani la situazione in Terra Santa: “Stiamo vivendo, qui in Terra Santa, un momento molto difficile: le morti non si contano, manca il cibo, mancano i medicinali. La fame non è una teoria, è una realtà concreta che colpisce migliaia di persone… Non possiamo negare il dolore ma non possiamo nemmeno fermarci ad esso. Abbiamo bisogno di uno sguardo nuovo, che veda i punti di luce dentro la notte”.

E quei punti di luce sono rappresentati da chi, ogni giorno, “a Gaza, in Israele, in tutta la Terra Santa, rischia la vita per aiutare l’altro, per non arrendersi alla logica dell’io e nessun altro, ma scommettere sul noi insieme”.

Il videomessaggio ha offerto una testimonianza viva di come la speranza prende forma concreta: “Le persone che danno la vita rendono concreta la presenza di Dio. Sono sacerdoti, volontari, uomini e donne di ogni fede che non smettono di credere nella pace… La pace non è solo un augurio, è vita vissuta. Qui è ancora possibile, e sono certo che lo sia anche in Italia, basta volerlo, basta crederci e mettersi in gioco”.

Un invito per la Chiesa: “Come i primi Apostoli, dobbiamo essere capaci di portare una parola che costruisce, un linguaggio che apre orizzonti, accompagnato da gesti concreti di amore e vicinanza, bagnati dalla grazia di Dio… Questo Risorto oggi lo vediamo nelle tante persone che ancora credono che la pace non sia un miraggio o solo uno slogan, ma qualcosa di concreto che si può costruire. Tutti insieme, ciascuno nel proprio contesto, dobbiamo diventare operatori di pace, capaci di dire con il Risorto: la pace sia con voi. Una pace che non è solo un augurio, ma è vita vissuta e sperimentata.

Qui è ancora possibile, sono certo che lo sia in Italia o ovunque, basta volerlo, basta crederci e mettersi in gioco, come tanti uomini e donne di ogni tempo e ovunque, anche in Terra Santa. Grazie per quello che state facendo, per la vostra vicinanza che abbiamo sentito molto concreta e molto tangibile. Vi attendiamo, speriamo che presto questa guerra finisca, i pellegrinaggi possano riprendere e che possiamo rincontrarci e abbracciarci a Gerusalemme”.

Mentre nella mattinata si erano svolte le catechesi nelle parrocchie, come quella nella parrocchia ‘San Gregorio VII’ con il vescovo di Lucca, mons. Paolo Giulietti sul tema ‘La famiglia educa a varcare la soglia dell’alterità’: “La soglia è il simbolo dell’incontro, cioè è il luogo che è possibile varcare per incontrare l’altro, per ospitarlo in casa propria…

La famiglia continua ad essere oggi un’esperienza fondamentale che educa all’alterità, perché è il luogo in cui si impara subito a fare i conti con l’altro. E non è una competenza semplice fare i conti con l’altro, perché spesso l’altro non è stato scelto da noi ma che dobbiamo imparare ad accettare in tutta la sua diversità da noi. Oggi assistiamo purtroppo a questo montare la conflittualità anche nelle piccole cose”.

(Foto: Vatican Media)

Don Ponticelli: il sacramento della penitenza per scoprire che la speranza non delude

“Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé. L’imprevedibilità del futuro, tuttavia, fa sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio. Incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità. Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza. La Parola di Dio ci aiuta a trovarne le ragioni. Lasciamoci condurre da quanto l’apostolo Paolo scrive proprio ai cristiani di Roma”.

A poche settimane dall’apertura della Porta Santa, prendiamo spunto dall’incipit della Bolla di indizione del Giubileo, ‘Spes non confundit’ per colloquiare con don Raffaele (Lello) Ponticelli, docente di psicologia nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, psicologo e psicoterapeuta per farci raccontare il motivo per cui ‘la speranza non delude’:

“La speranza non delude   perché ha le sue radici ‘in alto’, nella Risurrezione di Cristo dai morti. Già papa Benedetto XVI  lo aveva ricordato parlando della ‘Grande speranza’ nell’enciclica ‘Spe Salvi’, distinta  da quelle piccole, molto belle e importanti, che sostengono dinanzi alle difficoltà e alle prove, ma non reggono dinanzi all’enigma della morte. Insomma,  la fede nella Risurrezione di Cristo, cuore dell’annuncio cristiano,  fa la differenza”.

In quale modo la Chiesa riesce a dare una parola di speranza?

“Annunciando con umile fierezza  il Vangelo di Gesù, la sua morte in Croce per amore e la sua Risurrezione. Questo annuncio, però, è credibile se accompagnato (anzi, talvolta preceduto) dalla testimonianza di donne e di uomini che sono essi stessi segni  di speranza come operatori di pace e giustizia, amanti della vita dal suo sbocciare fino al suo naturale tramonto; donne e uomini  che esprimono agli ammalati, ai detenuti, ai migranti, agli esuli e ai profughi, ai poveri e agli indigenti,  vicinanza, tenerezza e compassione, secondo lo stile stesso di Dio. La Chiesa, poi,  dona  speranza quando accompagna con discrezione i giovani, li incoraggia, ne valorizza e ne custodisce i sogni, favorendo la conoscenza e l’incontro con Cristo”. 

Davanti al dolore quale speranza?

“Quella innanzitutto di trovare sollievo,  di  non essere  lasciati soli,  di ricevere , per esempio,  le cure mediche necessarie, fino a sempre più  efficaci  terapie  del dolore e ad un  accompagnamento affettivo, psicologico e spirituale pure nell’ora del morire. E’ importante donare una speranza che non nasconda la drammaticità del dolore e neanche la sfida che, soprattutto quello innocente,  pone alla fede.

C’è bisogno di una speranza che educhi ad accostarsi al dolore altrui con discrezione e verità, senza favorire il vittimismo, ma, anzi, sapendone sdoganare, assumere e rispettare  i momenti di rabbia e protesta, sconcerto e delusione, silenzio e disperazione, offrendo vie per trovare un senso e non per favorire forme di fuga. A nessuno è consentito discettare con supponenza o con parole di circostanza su questo; ma ai cristiani è chiesto soprattutto di seguire l’esempio di Cristo che passò  facendo del bene, ma soprattutto condividendo  il dolore  e trasformandolo in occasione di salvezza con il dono di sé”.

In quale modo i cristiani possono essere pellegrini di speranza?

“A quanto detto aggiungerei che è importante pregare come poveri e mendicanti per chiedere a Dio  il dono della speranza per sé e per gli altri. Si diventa pellegrini di speranza imparando dai quei cristiani che sono in condizioni di minoranza od, addirittura, sono  perseguitati, emarginati, lasciati soli eppure continuano a  sorridere ed a ‘vedere la spiga dove gli occhi di carne vedono solo un seme che marcisce’, come diceva don Primo Mazzolari. Ma c’è tanto da imparare anche da donne e uomini  di altre culture e fedi religiose che spesso custodiscono e vivono l’essenziale della speranza, animati segretamente dallo Spirito Santo”.  

Nella Bolla di indizione del Giubileo papa Francesco ha sottolineato l’importanza del sacramento della penitenza: come riscoprire la bellezza di questo sacramento?

“Chiedendo a Dio di poter cercare e incontrare confessori buoni e saggi, ‘ladroni graziati’ anche essi, ma felici della misericordia di cui fanno esperienza e di cui diventano servi, non padroni; dispensatori e non censori o doganieri. Si riscopre il Sacramento della penitenza, guardando al Crocifisso e sperimentando si sentirsi amati e perdonati da Lui a prescindere, con la certezza che  ci perdona sempre, sempre, sempre.

Ho visto persone che hanno scoperto la bellezza di questo Sacramento abbandonando un’immagine distorta di Dio e di se stessi a partire dal Vangelo  e si sono accostate alla Confessione anche dopo tanti anni, accettandone con coraggio il rischio. Sperimentare l’abbraccio di Dio che è pronto a far festa per ogni figlia e figlio che torna: c’è qualcosa di più bello?”  

(Tratto da Aci Stampa)

Il papa ai penitenzieri: far riscoprire Gesù

Oggi nella Sala del Concistoro papa Francesco ha incontrato i componenti del Collegio dei Penitenzieri Vaticani in occasione del 250° anniversario dell’affidamento ai Frati Minori Conventuali del ministero delle Confessioni nella Basilica di San Pietro, istituito da papa Clemente XIV nel 1774, ricordandone sia la storia che la fede del luogo:

“Ogni giorno la Basilica di San Pietro è visitata da più di quarantamila persone, ogni giorno! Molte arrivano da lontano e affrontano viaggi, spese e lunghe code per potervi giungere; altri vengono per turismo, la maggioranza. Ma tra loro tantissimi vengono a pregare sulla tomba del Primo degli Apostoli, per confermare la loro fede e la loro comunione con la Chiesa e affidare al Signore intenzioni care, o per sciogliere voti che hanno fatto.

Altri, anche di fedi diverse, vi entrano ‘da turisti’, attratti dalla bellezza, dalla storia, dal fascino dell’arte. Ma in tutti c’è, consapevole o inconsapevole, un’unica grande ricerca: la ricerca di Dio, Bellezza e Bontà eterna, il cui desiderio vive e pulsa in ogni cuore d’uomo e di donna che vive in questo mondo. Il desiderio di Dio”.

Per questo è importante la presenza dei confessori: “Per i fedeli e i pellegrini, perché permette loro di incontrare il Signore della misericordia nel Sacramento della Riconciliazione. Carissimi, perdonare tutto, tutto, tutto. Fatelo sempre: perdonare tutto! Noi siamo per perdonare, qualcun altro sarà per litigare! E per tutti gli altri, perché testimonia loro che la Chiesa li accoglie prima di tutto come comunità di salvati, di perdonati, che credono, sperano e amano nella luce e con la forza della tenerezza di Dio. Fermiamoci perciò un momento a riflettere sul ministero che svolgete, sottolineandone tre aspetti particolari: l’umiltà, l’ascolto e la misericordia”.

Il primo aspetto importante è l’umiltà: “Ce la insegna l’Apostolo Pietro, discepolo perdonato, che arriva a versare il suo sangue nel martirio solo dopo aver pianto umilmente per i propri peccati. Egli ci ricorda che ogni Apostolo, ed ogni Penitenziere, porta il tesoro di grazia che dispensa in un vaso di creta, ‘affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi’. Perciò, cari fratelli, per essere buoni confessori, facciamoci ‘noi per primi penitenti in cerca di perdono’, diffondendo sotto le volte imponenti della Basilica Vaticana il profumo di una preghiera umile, che implora e impetra pietà”.

Il secondo aspetto da non trascurare è l’ascolto: “E’ la testimonianza di Pietro pastore, che cammina in mezzo al suo gregge e che cresce nell’ascolto dello Spirito attraverso la voce dei fratelli. Ascoltare non è infatti solo stare a sentire ciò che le persone dicono, ma prima di tutto accogliere le loro parole come dono di Dio per la propria conversione, docilmente, come argilla nelle mani del vasaio”.

Quindi il papa ha chiesto un ascolto per la riscoperta di un ‘contatto’ con Gesù: “Ascoltare, non tanto domandare; non fare lo psichiatra, per favore: ascoltare, ascoltare sempre, con mitezza. E quando vedi che c’è un penitente che comincia ad avere un po’ di difficoltà, perché si vergogna, dire ‘ho capito’; non ho capito nulla, ma ho capito; Dio ha capito e quello è importante. Questo me lo ha insegnato un grande Cardinale penitenziere: ‘Ho capito’, il Signore ha capito. Ma per favore non fare lo psichiatra, quanto meno parli meglio è: ascolta, consola e perdona. Tu stai lì per perdonare!”

Ed infine ha chiesto di essere pieni di misericordia, secondo l’insegnamento di san Leopoldo Mandic: “Come dispensatori del perdono di Dio, è importante essere ‘uomini di misericordia’, uomini solari, generosi, pronti a comprendere e a consolare, nelle parole e negli atteggiamenti. Anche qui Pietro ci è di esempio, con i suoi discorsi intrisi di perdono. Il confessore (vaso di argilla, come abbiamo detto) ha un’unica medicina da versare sulle piaghe dei fratelli: la misericordia di Dio. Quei tre aspetti di Dio: vicinanza, misericordia e compassione. Il confessore deve essere vicino, misericordioso e compassionevole. Quando un confessore comincia a chiedere… No, stai facendo lo psichiatra, fermati, per favore”.

(Foto: Santa Sede)

La storia di Sophia

Sophia è morta di tumore cerebrale all’età di 8 anni. I genitori non si aspettavano una cosa del genere. Prima pensavano si trattasse di una influenza perché, appena si svegliava e si sedeva sul letto, la bambina vomitava sempre. La sua malattia toglieva i sentimenti dal cuore, a detta della madre, Maria. Dopo aver affrontato diversi ricoveri all’ospedale Bambin Gesù di Roma, i medici avevano prospettato una possibile cefalea infantile.

Papa Francesco: il perdono è vita nuova

La ‘24 Ore per il Signore’, iniziativa quaresimale di preghiera e riconciliazione voluta da papa Francesco, è giunta alla 11^ edizione, confessando alcuni penitenti nella parrocchia di san Pio V a Roma, promossa dal Dicastero per l’Evangelizzazione, che ogni anno si celebra nelle diocesi di tutto il mondo, alla vigilia della IV Domenica di Quaresima, ‘Domenica in Laetare’ alla presenza di 600 fedeli:

“E’ la vita che nasce dal Battesimo, il quale ci immerge nella morte e nella risurrezione di Gesù e ci fa per sempre figli di Dio, figli della risurrezione destinati alla vita eterna, orientati alle cose di lassù. E’ la vita che ci porta avanti nella nostra identità più vera, quella di essere figli amati del Padre, così che ogni tristezza e ostacolo, ogni fatica e tribolazione non possano prevalere su questa meravigliosa realtà che ci fonda: siamo figli del Dio buono”.

La vita nuova è un cammino, che non conosce la ‘pensione’, ha sottolineato il papa: “Abbiamo sentito che San Paolo associa alla vita nuova un verbo: camminare. Dunque la vita nuova, iniziata nel Battesimo, è un cammino. E non c’è pensione, in questo! Nessuno in questo cammino va in pensione, si va sempre avanti.

E dopo tanti passi nel cammino, forse abbiamo perso di vista la vita santa che scorre dentro di noi: giorno dopo giorno, immersi in un ritmo ripetitivo, presi da mille cose, frastornati da tanti messaggi, cerchiamo ovunque soddisfazioni e novità, stimoli e sensazioni positive, ma dimentichiamo che c’è già una vita nuova che scorre dentro di noi e che, come brace sotto la cenere, attende di divampare e fare luce a tutto quanto”.

E’ stato un invito a pensare allo Spirito Santo: “Quando noi siamo indaffarati in tante cose, pensiamo allo Spirito Santo che è dentro di noi e ci porta? A me succede tante volte di non pensarci, ed è brutto. Essere così, presi da tanti travagli, ci fa dimenticare il vero cammino che stiamo facendo nella vita nuova”.

E’ stato un invito a vedere i nostri peccati: “C’è una brutta abitudine: quella di trasformare i nostri compagni di cammino in avversari. E tante volte lo facciamo. I difetti del prossimo ci paiono esagerati e i loro pregi nascosti; quante volte siamo inflessibili con gli altri e indulgenti con noi stessi!

Avvertiamo una forza inarrestabile a compiere il male che vorremmo evitare. Un problema di tutti, se persino San Paolo scrive, sempre alla comunità di Roma: ‘Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio’. Anche lui era un peccatore, e anche noi tante volte facciamo il male che non vogliamo”.

E’ stato un invito a restare fermi nel proseguire il cammino: “Insomma, annebbiato il volto di Dio, offuscati quelli dei fratelli, sfocata la grandezza che ci portiamo dentro, restiamo in cammino, ma abbiamo bisogno di una segnaletica nuova, abbiamo bisogno di un cambio di passo, di una direzione che ci aiuti a ritrovare la via del Battesimo, cioè a rinnovare la nostra bellezza originaria che è lì sotto le ceneri, rinnovare il senso di andare avanti. E quante volte ci stanchiamo di camminare e perdiamo il senso di andare avanti? Restiamo tranquilli, o nemmeno tranquilli, ma fermi”.

Il cammino permette di rinnovare la vita: “Ed il perdono divino fa proprio questo: ci rimette a nuovo, come appena battezzati. Ci ripulisce dentro, facendoci tornare alla condizione della rinascita battesimale: fa scorrere di nuovo le fresche acque della grazia nel cuore, inaridito dalla tristezza e impolverato dai peccati. Il Signore toglie la cenere dalla brace dell’anima, deterge quelle macchie interiori che impediscono di confidare in Dio, di abbracciare i fratelli, di amare noi stessi”.

La certezza è che Dio perdona, ma con il nostro aiuto: “Si vede Dio solo se il cuore viene purificato: purificare il cuore per vedere Dio. Ma chi può fare questa purificazione? Il nostro impegno è necessario, ma non basta; non basta, siamo deboli, non possiamo; solo Dio conosce e guarisce il cuore. Mettetevi questo bene nella mente: solo Dio è capace di conoscere e guarire il cuore, solo Lui può liberarlo dal male. Perché ciò avvenga occorre portargli il nostro cuore aperto e contrito”.

Se c’è tale desiderio di un rinnovamento non bisogna rinviare: “Il Signore vuole questo, perché ci desidera rinnovati, liberi, leggeri dentro, felici e in cammino, non parcheggiati sulle strade della vita. Lui sa quanto è facile per noi inciampare, cadere e rimanere a terra, e vuole rialzarci. Ho visto un bel dipinto, dove c’è il Signore che si china per rialzare noi. E questo fa il Signore ogni volta che noi ci accostiamo alla Confessione.

Non rattristiamolo, non rimandiamo l’incontro con il suo perdono, perché solo se rimessi in piedi da Lui possiamo riprendere il cammino e vedere la sconfitta del nostro peccato, cancellato per sempre. Perché il peccato sempre è una sconfitta, ma Lui vince il peccato, Lui è la vittoria… E questa è la ripartenza della vita nuova: cominciata nel Battesimo, riparte dal perdono”.

E’ un invito a non rinunciare a questa speranza: “Non rinunciamo al perdono di Dio, al sacramento della Riconciliazione: non è una pratica di devozione, ma il fondamento dell’esistenza cristiana; non è questione di saper dire bene i peccati, ma di riconoscerci peccatori e di buttarci tra le braccia di Gesù crocifisso per essere liberati; non è un gesto moralistico, ma la risurrezione del cuore.

Il Signore risorto ci risuscita, tutti noi. Andiamo dunque a ricevere il perdono di Dio e noi, che lo amministriamo, sentiamoci dispensatori della gioia del Padre che ritrova il figlio smarrito; sentiamo che le nostre mani, poste sul capo dei fedeli, sono quelle forate di misericordia di Gesù, che trasforma le piaghe del peccato in canali di misericordia”.

Però è anche un invito per i sacerdoti a perdonare: “E noi che facciamo da confessori, sentiamo che ‘il perdono e la pace’ che proclamiamo sono la carezza dello Spirito Santo sul cuore dei fedeli. Cari fratelli, perdoniamo! Cari fratelli sacerdoti, perdoniamo, perdoniamo sempre come Dio che non si stanca di perdonare, e ritroveremo noi stessi.

Concediamo sempre il perdono a chi lo domanda e aiutiamo chi prova timore ad accostarsi con fiducia al sacramento della guarigione e della gioia. Rimettiamo il perdono di Dio al centro della Chiesa! E voi, cari fratelli sacerdoti, non domandate troppo: che dicano, e tu perdona tutto. Non andare a indagare, no”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco sottolinea l’importanza dell’Atto di dolore

Oggi papa Francesco, ricevendo i partecipanti al 34^ Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica, ha citato sant’Alfonso Maria de’ Liguori, autore del testo dell’atto di dolore, sottolineando che usa un linguaggio semplice, ma allo stesso tempo ricco: “Nonostante il linguaggio un po’ antico, che potrebbe anche essere frainteso in alcune sue espressioni, questa preghiera conserva tutta la sua validità, sia pastorale che teologica. Del resto ne è autore il grande sant’Alfonso Maria de’ Liguori, maestro della teologia morale, pastore vicino alla gente e uomo di grande equilibrio, lontano sia dal rigorismo sia dal lassismo”.

E si è soffermato su tre atteggiamenti espressi nell’Atto di dolore, di cui il primo è il pentimento: “Esso non è il frutto di un’autoanalisi né di un senso psichico di colpa, ma sgorga tutto dalla consapevolezza della nostra miseria di fronte all’amore infinito di Dio, alla sua misericordia senza limiti. E’ questa esperienza infatti a muovere il nostro animo a chiedergli perdono, fiduciosi nella sua paternità, come recita la preghiera.. In realtà, nella persona, il senso del peccato è proporzionale proprio alla percezione dell’infinito amore di Dio: più sentiamo la sua tenerezza, più desideriamo di essere in piena comunione con Lui e più ci si mostra evidente la bruttezza del male nella nostra vita.

Ed è proprio questa consapevolezza, descritta come ‘pentimento’ e ‘dolore’, che ci spinge a riflettere su noi stessi e sui nostri atti e a convertirci. Ricordiamoci che Dio non si stanca mai di perdonarci, e da parte nostra non stanchiamoci mai di chiedergli perdono!”

Il secondo aspetto riguarda la fiducia: “Nell’Atto di dolore Dio è descritto come ‘infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa’. E’ bello sentire, sulle labbra di un penitente, il riconoscimento dell’infinita bontà di Dio e del primato, nella propria vita, dell’amore per Lui.

Amare ‘sopra ogni cosa’, significa infatti mettere Dio al centro di tutto, come luce nel cammino e fondamento di ogni ordine di valori, affidandogli ogni cosa. Ed è un primato, questo, che anima ogni altro amore: per gli uomini e per il creato, perché chi ama Dio ama il fratello e cerca il suo bene, sempre, nella giustizia e nella pace”.

Il terzo aspetto consiste nel proposito: “Esso esprime la volontà del penitente di non ricadere più nel peccato commesso, e permette l’importante passaggio dall’attrizione alla contrizione, dal dolore imperfetto a quello perfetto. Noi manifestiamo questo atteggiamento dicendo: ‘Propongo, con il tuo santo aiuto, di non offenderti mai più’. Queste parole esprimono un proposito, non una promessa.

Infatti, nessuno di noi può promettere a Dio di non peccare più, e ciò che è richiesto per ricevere il perdono non è una garanzia di impeccabilità, ma un proposito attuale, fatto con retta intenzione nel momento della confessione”.

Ed infine la chiusura della preghiera: “Qui i termini ‘Signore’ e ‘misericordia’ appaiono come sinonimi, e questo è decisivo! Dio è misericordia, la misericordia è il suo nome, il suo volto. Ci fa bene ricordarlo, sempre: in ogni atto di misericordia, in ogni atto d’amore, traspare il volto di Dio”.

(Foto: Santa Sede)

Dottrina della Fede: le madri single possono accedere ai sacramenti

Nelle settimane scorse è stato posto un quesito al Dicastero per la Dottrina della Fede da parte di mons. Ramón Alfredo de la Cruz Baldera, vescovo di San Francisco de Macorís, nella Repubblica Dominicana, in cui è richiesto un parere sul problema delle ragazze single che ‘si astengono dalla comunione per la paura del rigorismo del clero e dei responsabili della comunità’, in quanto in alcuni Paesi sia sacerdoti che alcuni laici ‘impediscono, di fatto, alle madri che hanno avuto un figlio fuori dal matrimonio di accedere ai sacramenti e persino di battezzare i loro figli’.

‘Noi dell’ultima ora’, una riflessione sull’Avvento e il Natale di Padre Giuseppe Scalella

“Riflettevo su ciò che sta accadendo. Vedo sempre di più una mancanza di intelligenza, ma non dell’intelligenza in quanto tale ma dell’intelligenza della realtà. È come se fossimo davanti a uno spartito musicale che non sappiamo leggere perché non conosciamo la musica. Siamo stati privati, e lo siamo sempre di più, del metodo per leggere la realtà: il cuore, la coscienza. Non ci colpisce più niente, non siamo provocati e accesi da niente. Eppure la realtà continua a provocare e oggi sempre di più”.

151.11.48.50