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Milano, Giornata contro discriminazione razziale: a Palazzo Pirelli la conferenza ‘La Parola strumento di Pace, di Verità e di Giustizia’

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, oggi dalle ore 15.00 alle 18.00, si terrà a Milano la conferenza dal titolo ‘La Parola strumento di Pace, di Verità e di Giustizia’, che si svolgerà presso la Sala Ghilardotti di Palazzo Pirelli, sede del Consiglio Regionale della Lombardia, in via Fabio Filzi 22.

L’evento è promosso dal Consigliere regionale Paolo Romano, promotore dell’iniziativa istituzionale, e si avvale del contributo di Héctor Villanueva, CEO e Founder di Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, nonché ideatore e promotore del progetto ‘Milano Siamo Noi’. Villanueva è da anni impegnato nella promozione del dialogo interculturale e nella valorizzazione delle comunità migranti quali attori attivi dello sviluppo territoriale.

Attraverso Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, ha promosso numerose iniziative orientate alla cooperazione tra i popoli, alla diffusione della cultura della solidarietà e alla costruzione di reti tra istituzioni, associazioni e società civile. Il progetto ‘Milano Siamo Noi’ si inserisce in questa visione come piattaforma civica finalizzata a rafforzare il senso di appartenenza condivisa, riconoscendo la pluralità culturale quale elemento costitutivo dell’identità contemporanea della città.

Il tema della conferenza richiama il valore della parola quale dispositivo etico e sociale. In una società caratterizzata da pluralismo culturale e religioso, la qualità del linguaggio pubblico incide direttamente sulla coesione collettiva. La comunicazione, in questa prospettiva, può generare conflitto oppure favorire comprensione, riconoscimento reciproco e integrazione.

La conferenza si aprirà con i saluti istituzionali del Dott. Paolo Romano, Consigliere Regionale della Lombardia e promotore dell’iniziativa, il cui impegno istituzionale ha reso possibile la realizzazione dell’evento presso il Consiglio Regionale, e con i saluti del Dott. Mattia Peradotto, Direttore e Coordinatore dell’UNAR – Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le Pari Opportunità, Ufficio per la promozione della Parità di Trattamento e la Rimozione delle Discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica, figura di riferimento a livello nazionale nelle politiche di contrasto al razzismo e alle discriminazioni.

La conferenza vedrà la partecipazione del giornalista e scrittore Biagio Maimone, direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, il cui presidente è mons. Yoannis Lazhi Gaid, già segretario personale di Sua Santità papa Francesco e coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso. autore del volume ‘La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario’, Maimone è riconosciuto per il suo contributo allo studio del dialogo interreligioso e interculturale, ponendo al centro l’etica della parola.

Secondo Maimone, “la parola non è mai neutra: può dividere o unire, escludere o includere, ferire o guarire”. In una società contemporanea segnata da razzismo, disuguaglianze economiche e discriminazioni, la comunicazione consapevole diventa un atto etico e spirituale: “usare la parola con responsabilità significa riconoscere l’altro nella sua piena umanità e costruire ponti invece di muri”.

“La comunicazione – continua Maimone – è uno strumento di coesione sociale e di trasformazione interiore: ogni parola può avvicinare le persone o allontanarle, può alimentare giustizia e dignità oppure perpetuare esclusione e ingiustizia”. La parola, quindi, assume una dimensione spirituale: non solo veicolo di informazioni, ma pratica concreta di umanesimo, capace di guidare la società verso maggiore inclusione, dialogo e solidarietà.

In questo contesto, il linguaggio etico diventa anche strumento di contrasto al razzismo e alla discriminazione, valorizzando differenze culturali e religiose come risorsa condivisa e promuovendo un rinnovato senso di responsabilità collettiva: ‘comunicare significa prendersi cura della comunità e contribuire alla costruzione di un mondo più giusto’, conclude Maimone.

Seguiranno gli interventi dell’Amb. Juan Carlos Castrillón, Console Generale dell’Ecuador a Milano e Presidente del Gruppo Consolare dell’America Latina e dei Caraibi nel Nord Italia; della Dott.ssa Diana Alessandra De Marchi, Consigliera delegata alle Politiche del Lavoro, Politiche Sociali e Pari Opportunità della Città Metropolitana di Milano; del Dott. Federico Bottelli, Presidente della Commissione Casa e Piano Quartieri del Comune di Milano; della Dott.ssa Giulia Pelucchi, Presidente del Municipio 8 del Comune di Milano; del Dott. Marcello Guadalupi, Milano PerCorsi Srl – Impresa Sociale; di Nabil Bougarech, Movimento Internazionale Sociale ALLATRA / ALLATRA TV Italia; di Maria Cristina Toma, Toma Style; di Indira Acosta, Donne per le Donne; di Susan Simayai, Festival Lo Spirito del Pianeta; di Fabio Nalin, Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese; di Carlos Gamarra, Studio Gamarra e Associati – Consulenza aziendale e migratoria in Consulenza del Lavoro Milano; di Ammr Mohamed AbdelSayed, dottorando presso l’Università di Bologna, ricercatore sui processi di integrazione delle persone con background migratorio, con particolare attenzione alle relazioni con la Pubblica Amministrazione e ai percorsi partecipativi; e di

Graziela Saez, Milano Golden Fashion. Seguiranno ulteriori interventi su prenotazione.

L’iniziativa si propone come spazio di confronto tra istituzioni e società civile, con particolare attenzione al ruolo dei “nuovi italiani” e delle donne nei processi di partecipazione civica. Le comunità migranti vengono riconosciute come componenti strutturali del tessuto urbano, capaci di contribuire allo sviluppo culturale, economico e relazionale del territorio lombardo, in una prospettiva di rinnovato umanesimo inclusivo.

Il richiamo alla parola quale strumento di pace si colloca idealmente nella tradizione di quanti, nel corso della storia, hanno contrastato il razzismo e le discriminazioni attraverso l’impegno civile e morale, da Martin Luther King Jr. a Nelson Mandela, fino alle più recenti prese di posizione di papa Francesco, che ha più volte denunciato la ‘cultura dello scarto’ e ogni forma di esclusione, e di papa Leone XIV, nel cui magistero si richiama con forza il principio della dignità della persona e della giustizia tra i popoli.

La Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, istituita dalle Nazioni Unite nel 1966, si celebra ogni anno il 21 marzo, in memoria del Massacro di Sharpeville.

La ricorrenza richiama l’impegno della comunità internazionale nel contrasto al razzismo e nella promozione dell’uguaglianza e della dignità umana. In tale cornice, la conferenza milanese si configura come un significativo momento di riflessione pubblica sul ruolo della comunicazione e della cooperazione interculturale nella costruzione di una società più inclusiva, consapevole e orientata alla pace.

Vincenzo Varagona: da Torino un’informazione per la pace

Il congresso nazionale dell’Ucsi, che si è svolto al Sermig di Torino nelle scorse settimane, ha eletto Vincenzo Varagona nel suo secondo mandato da presidente dell’Unione cattolica stampa italiana. Accanto a lui i tre vicepresidenti dell’associazione Domenico Interdonato, Antonello Riccelli, Maria Luisa Sgobba. Inoltre della nuova giunta fanno parte anche Paola Springhetti (segretaria), Alessandro Zorco (amministratore), Giuseppe Delle Cave, Paolo Lambruschi, Alberto Lazzarini, Luisa Pozzar.

Mentre il congresso ha eletto anche il nuovo Consiglio nazionale dell’associazione: Claudio Baccarin (Veneto), Giustino Basso (Trentino – Alto Adige), Elisa Battista (Piemonte), Sara Bessi (Toscana), Rita D’Addona (Molise), Danijel Devetak (Friuli Venezia Giulia), Francesca Di Palma (Liguria), Giuseppe Longo (Basilicata), Elena Lovascio (Umbria), Andrea Pala (Sardegna), Mariangela Parisi (Campania), Francesco Pira (Sicilia), Laura Simoncini (Sicilia), Angela Trentini (Abruzzo), Daniela Verlicchi (Emilia Romagna).

Infine nel Collegio dei Garanti ci saranno invece Giovanni Bucchi (Emilia Romagna), Antonio Foti (Sicilia), Giulia Pigliucci (Lazio). Il Collegio dei Revisori dei Conti è composto da Salvatore Catapano (Puglia), Giovanni Corso (Sicilia), Flaminia Vittoria Marinaro (Lazio), Piero Chinellato (Marche), Eugenio Montesano (Basilicata).

A conclusione del congresso è stato approvato il documento conclusivo del Congresso, che ha espresso un giudizio positivo sul quadriennio trascorso ed ha invitato a proseguire con continuità, con particolare attenzione al coinvolgimento dei giovani e agli investimenti nella comunicazione digitale e nell’intelligenza artificiale, da utilizzare con responsabilità e sempre dichiarandone l’impiego, ribadendo l’identità professionale ed ecclesiale dell’Ucsi, il valore del lavoro in rete, la centralità della formazione e dell’advocacy, delineando un’Ucsi chiamata a essere presenza culturale e segno di speranza nella comunità:

“Il Congresso conferma la lunga tradizione di lavoro e ricerca nel campo del servizio pubblico radiotelevisivo, del diritto dei giornalisti di informare e della gente di essere informata: diritti e doveri compromessi dalla prevalenza di poteri forti, a livello nazionale e internazionale, che mettono a serio rischio l’informazione libera e la stessa democrazia.

Il congresso ribadisce il primato di quei percorsi che possono incoraggiare la solidarietà e la condivisione anche tra soggetti provenienti da storie, culture e ambiti diversi. Dall’esperienza al Sermig esce la profonda esigenza di conversione degli stili di vita con l’uso di ‘parole disarmate e disarmanti’, invito che ci arriva direttamente da papa Leone XIV”.

Al riconfermato presidente dell’UCSI, Vincenzo Varagona, chiediamo innanzitutto per quale motivo l’UCSI ha scelto il Sermig per parlare di informazione e di comunicazione: “Già prima del Covid Ucsi aveva in mente di celebrare il suo congresso al Sermig. La pandemia ce lo ha impedito. Oggi scegliere l’Arsenale della pace è stato un imperativo, più che un’opzione. L’Ucsi non contribuirà a silenziare l’impegno per la pace e chi non si stanca (come papa Francesco e papa Leone XIV) di dire, ma direi urlare, che non esiste guerra che porti alla pace”.

In quale modo l’UCSI è presenza viva nelle Chiese locali?

“Anche nella Chiesa stessa c’è un significativo problema di comunicazioni, sia interna, sia esterna. Molto spesso tra gli stessi soggetti incaricati di lavorare per la comunicazione (uffici comunicazione sociale, media diocesani) c’è difficoltà di comunicazione. All’esterno, non so quanto le ingenti risorse investite (in flessione, comunque) ottengono i risultati sperati. Occorre, quindi, animare una piccola rivoluzione. Noi la stiamo suggerendo, facendo cambiare pelle alla stessa Ucsi, speriamo che in giro si faccia altrettanto”.

More request, more sources (Più domande, più fonti); More time (Più tempo per approfondire); More languages, more points of view (Più linguaggi, più punti di vista); More legal protections, rights, freedom (Più tutele, diritti e libertà); More humanity (Più umanità) è l’obiettivo dell’UCSI: in cosa consistono queste ‘5M’?

“E’ un brand. In realtà niente di rivoluzionario, anche se diventa rivoluzionario in relazione a quanto sta accendo. L’informazione è evidentemente in crisi e cerca strade per uscirne. Le 5W non bastano più e allora abbiamo rovesciato la W che diventa una M che sta per l’inglese ‘more’, indicando cosa manca per ristabilire quel rapporto di fiducia e credibilità fra mondo dell’informazione ed opinione pubblica: più diritti, più tempo, più linguaggi, più fonti, soprattutto più umanità. Papa Francesco per anni ci ha suggerito più empatia, più ascolto con l’orecchio del cuore, più assenza di giudizio. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda”.

L’informazione può essere azione culturale?

“Abbiamo percorso in questi anni l’Italia in lungo e in largo proponendo momenti di formazione che costituiscono naturalmente azione culturale. Ci siamo connessi con il Constructive Network che propone uno stile diverso nel fare informazione, con lo sforzo di disegnare un contesto accanto al tema affrontato, verificando le soluzioni possibili al problema e indicando anche quelle che non hanno funzionato. Abbiamo anche indicato la strada del counseling, disciplina che lavora sulle relazioni umane e sulle consapevolezze, sia personali che professionali. Organizziamo incontri nelle scuole, con studenti e giornalisti. Ci sono, ovunque, risposte molto interessanti”.

L’informazione è capace di custodire voci e volti umani?

“Oggi, non lo so. Basta leggere alcuni giornali, vedere alcuni telegiornali, davvero non lo so. Può esserlo? Credo proprio di sì. Cambiando pelle, però. L’Ucsi lo sta facendo. C’è chi si è stupito, a Torino, nel vedere molti giovani e molte donne. C’è chi è rimasto un pò frastornato dal nuovo logo, decisamente moderno, che indica sostanzialmente due cose: Ucsi non è solo stampa cattolica, ma è formata da giornalisti e comunicatori cattolici che lavorano in tutti i media esistenti. Inoltre la U di Ucsi è proposta in modo tale da identificare l’aspirazione a una nuova relazione fra mondo dell’informazione. Ci crediamo molto”.

Nel messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali, ‘Custodire voci e volti umani, papa Leone XIV ha invitato a non rinunciare al proprio pensiero: quale compito ci attende?

“ Papa Francesco ci invitava a modificare l’ordine delle notizie, per dare voce a chi non ha voce. Papa Leone XIV ci invita a non rinunciare al nostro pensiero. Ebbene chiarire innanzitutto quale sia il nostro pensiero. Credo che una delle priorità, in questo momento della storia, sia relativa alla pace. Uno dei disastri informativi negli ultimi tempi sia stato il silenziamento dei due papi e di chiunque osasse dire che la guerra non è certo organizzata allo sviluppo del pianeta. Per andare contro corrente occorre coraggio, anche perché c’è non il rischio, ma la certezza di essere travolti dalla ‘bestia’ della propaganda. Non è un caso che gli unici giornali che hanno deciso di opporsi sono cresciuti proprio in termini di fiducia e credibilità. La strada è questa”.

(Tratto da Aci Stampa)

Carcere, lavoro e dignità a Milano: ‘La comunicazione come diritto umano fondamentale’

Lunedì 12 gennaio si è svolto presso la Sala Turismo della sede di Confcommercio a Milano il convegno nazionale ‘Comunicazione, dignità e lavoro nel carcere: il ruolo dei commercialisti nel percorso di recupero umano, spirituale e sociale’, promosso da Milano PerCorsi. L’iniziativa ha coinvolto istituzioni, professioni, imprese, terzo settore e mondo dell’informazione, diventando uno dei principali momenti di confronto pubblico del 2026 sul sistema penitenziario italiano.

Al centro del dibattito c’è stata la funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, e la necessità di ripensare il carcere come spazio di recupero umano, sociale e lavorativo, capace di restituire dignità, responsabilità e prospettive future alle persone detenute.

Il convegno nasceva da una emergenza nazionale: il sistema penitenziario italiano versa in crisi estrema. I dati su suicidi, tentativi di suicidio e atti di autolesionismo descrivono una realtà drammatica e inaccettabile. Il sovraffollamento cronico rende le condizioni di vita dei detenuti insostenibili, trasformando le carceri in luoghi di emergenza permanente. E’ emersa la necessità di un intervento urgente da parte dello Stato, questione di responsabilità istituzionale, giuridica e morale.

La comunicazione è stata analizzata come dimensione centrale del recupero umano. Non come semplice strumento informativo, ma come relazione, ascolto, riconoscimento e presenza qualificata. L’assenza di dialogo, la solitudine istituzionale e la carenza di figure professionalmente formate contribuiscono in modo determinante al disagio psicologico delle persone detenute, aumentando il rischio di gesti estremi. Una comunicazione fondata sul rispetto della dignità umana e sulla costruzione di legami autentici rappresenta una delle più efficaci forme di prevenzione del suicidio e di umanizzazione della pena.

Tra gli interventi di maggiore rilievo si è collocato quello di Biagio Maimone, giornalista e scrittore, che ha evidenziato il ruolo della comunicazione come diritto umano fondamentale nei contesti di privazione della libertà, spiegando come la parola sia spazio di riconoscimento dell’identità, strumento di relazione e condizione essenziale per la sopravvivenza psicologica della persona detenuta. L’impossibilità di comunicare il proprio disagio e di essere riconosciuti come esseri umani è una delle principali cause di isolamento, crollo emotivo e, in casi estremi, di suicidio in carcere.

Ha proposto un modello innovativo con la presenza qualificata di professionisti della comunicazione e del giornalismo all’interno delle carceri, capaci di creare spazi di ascolto e di restituzione pubblica della realtà detentiva. Dare voce a chi non ce l’ha restituisce dignità, riattiva il senso di responsabilità personale e consente alla persona detenuta di percepirsi nuovamente parte della comunità.

Maimone ha richiamato anche la visione cristiana del perdono, secondo cui nessuna persona è definitivamente perduta se sceglie la conversione, intesa come consapevolezza dell’errore e volontà concreta di non reiterarlo. In questa prospettiva, la colpa non annulla la dignità e il carcere non può limitarsi a un percorso di riabilitazione esclusivamente sociale e lavorativa, ma deve includere anche una dimensione spirituale ed esistenziale del recupero.

Secondo Maimone, se il cristianesimo afferma che Dio perdona chi si converte, anche la società è chiamata a fare altrettanto. Questo interpella in modo particolare i cristiani, chiamati non al giudizio ma a farsi promotori del cambiamento, accompagnando le persone detenute in un autentico percorso di recupero umano, sociale e spirituale. Il perdono non indebolisce la giustizia: la rende umana, perché riconosce la possibilità di rinascita dell’essere umano e rende concretamente possibile il reinserimento e la riconciliazione con la comunità.

Biagio Maimone è Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, che opera nei contesti di maggiore fragilità sociale e umana. Il suo intervento si è collegato ai Diritti Umani universali, alle Regole Mandela e all’articolo 27 della Costituzione, riaffermando che la pena, per essere legittima, deve preservare la dignità della persona.

Accanto alla comunicazione, il convegno ha posto con forza il tema del lavoro, non come semplice opportunità occupazionale, ma come elemento strutturale del percorso di recupero umano e sociale. Il lavoro restituisce responsabilità, autonomia e riconoscimento sociale, rafforza il senso di appartenenza alla comunità e riduce concretamente il rischio di recidiva. In questa prospettiva, il ruolo dei commercialisti, delle professioni economiche e giuridiche, delle imprese e del terzo settore assume un valore strategico nella costruzione di percorsi di formazione, inserimento e accompagnamento al lavoro delle persone detenute ed ex detenute.

Il confronto ha coinvolto rappresentanti delle istituzioni, delle professioni, del giornalismo, del mondo imprenditoriale e del terzo settore. Dopo i saluti istituzionali di Elbano De Nuccio, Presidente Nazionale dei Dottori Commercialisti, Francesco Caroprese, Vicepresidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Antonio Uricchio, Presidente ANVUR, Massimo Molla, Presidente di Italia Professioni, Edoardo Ginevra, Presidente Nazionale AIDC, e Marcello Guadalupi, Presidente di Milano PerCorsi Srl – Impresa Sociale, i lavori sono entrati nel vivo con interventi significativi.

Il tema della sicurezza e della gestione penitenziaria è stato affrontato da Amerigo Fusco, Primo Dirigente del Corpo di Polizia Penitenziaria, che ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà operative quotidiane e sull’importanza di affiancare alla funzione custodiale un autentico progetto rieducativo, a tutela sia del personale sia delle persone detenute.

Un ruolo centrale è stato attribuito al mondo dell’informazione. Marco Scotti, Direttore di Affaritaliani.it, Gianni Todini, Direttore dell’Agenzia Askanews, Nicola Saldutti, Caporedattore Economia del Corriere della Sera, Antonetta Carrabs, giornalista e direttore responsabile editoriale di Oltre i Confini Magazine, e Fulvio Fulvi, giornalista di Avvenire e scrittore, hanno sottolineato come il carcere sia rimasto troppo spesso ai margini del racconto pubblico, alimentando invisibilità e disinformazione, e come sia necessario un giornalismo capace di restituire responsabilità sociale.

Ampio spazio è stato dedicato anche al tema del lavoro e del reinserimento sociale. Gianmarco Invernizzi, commercialista, Pietro Latella, consulente del lavoro, ed Enea Trevisan, fondatore di Ealixir Inc., hanno evidenziato come il lavoro rappresenti uno dei pilastri fondamentali per ridurre la recidiva, restituire dignità e favorire un reale percorso di autonomia per le persone detenute ed ex detenute. Sul versante dell’impegno sociale e imprenditoriale, Hector Villanueva, CEO e Founder dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, e Massimiliano Fantini, dell’Associazione Seconda Chance – Lombardia, hanno portato esperienze concrete di collaborazione tra imprese, terzo settore e sistema penitenziario, dimostrando come l’inclusione lavorativa sia possibile quando istituzioni e società civile operano in sinergia.

Al termine dei lavori, Milano PerCorsi ha predisposto un documento di raccomandazioni operative da sottoporre alle istituzioni, al mondo imprenditoriale e al terzo settore, con l’obiettivo di promuovere politiche efficaci di comunicazione, prevenzione, inclusione e reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute ed ex detenute, contribuendo alla costruzione di un modello di sistema penitenziario orientato al recupero umano, educativo e sociale, riaffermando che senza dignità non può esserci sicurezza, senza lavoro non può esserci reinserimento, senza comunicazione non può esserci umanità.

Max Paiella: per san Francesco d’Assisi l’umorismo rende felice

Nell’ultimo weekend di ottobre Tolentino è stata il palcoscenico di ‘Biennale Off’, una kermesse di due giorni con spettacoli, talk, visite guidate e molto altro nel segno del sorriso e del buonumore, nell’ambito della 33^ Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte, concorso a premi organizzato dal comune di Tolentino iniziata nel 1961 grazie all’intuizione del sindaco, dott. Luigi Mari, il cui tema di questa edizione è ‘La comicità involontaria’, ovvero tutte quelle gaffe, errori, lapsus, azioni maldestre che inavvertitamente diventano comici, a volte ridicoli o grotteschi, ma sempre esilaranti. La reazione di chi vi assiste è la risata, pura e sadica, come ha specificato il direttore artistico, Enrico Maria Davòli, docente di Storia dell’Arte Contemporanea e Storia del Design all’Accademia di Belle Arti di Bologna:

“L’umorismo, se opportunamente veicolato, può diventare anche una forma di arte, in quanto esiste una capacità, che l’umorismo possiede, di tenere insieme la nostra esistenza quotidiana con un’espressione intenzionale artistica, che si ottiene coltivando determinate attitudini, che possono contemplare anche il tema dell’umorismo e della comicità. L’umorismo ha la capacità di mettere a contatto le persone con la realtà. In questa esposizione il tema della convivenza tra le culture incontra molto quello dell’umorismo. L’umorismo è un buon termometro delle relazioni. L’umorismo ci costringe a ripartire ed a comprendere che un momento di crisi può diventare una buona ripartenza davanti  ad avvenimenti che ci frastornano”.

La Biennale si articola in due sezioni, una dedicata all’arte umoristica, l’altro alla caricatura di personaggi illustri; in tutto hanno partecipato 460 artisti da tutto il mondo in rappresentanza di 59 nazioni, per un totale di 1.472 opere inedite e potrà essere visitata fino al 6 gennaio 2026, al Castello della Rancia, inaugurata dal conduttore del programma radiofonico ‘Il Ruggito del Coniglio’ ed autore di ‘Umorismo felice’, Max Paiella a cui è stato conferito il riconoscimento ‘Accademia dell’Umorismo 2025’, che nelle edizioni precedenti è stato attribuito a Mordillo, Tullio Altan, Oreste Del Buono, Emilio Giannelli, Jean Michel Folon, Michele Serra, Ronald Searle, Bruno Bozzetto, Pablo Echaurren, Ro Marcenaro, Arturo Brachetti e Luca Beatrice.

Innanzitutto quale atmosfera ha vissuto a Tolentino?

“E’ stata un’atmosfera molto bella, perché uno spettacolo all’aperto con il pubblico è sempre coinvolgente, ma qui c’è il Castello della Rancia, che è il castello del grano. Ho ritrovato lo stesso nome in altre zone italiane, ad esempio in Basilicata, dove c’è il parco della Grancìa. Sempre si parla dei depositi del grano. Quindi è fondamentale recuperare questo rapporto con la terra e con le nostre radici, perché questo periodo che stiamo vivendo è dispersivo:  rischiamo di essere come alberi sradicati.

Però, più che recupero storico, è importante recuperare la nostra ‘verità’, come diceva Pier Paolo Pasolini; in questo senso è fondamentale anche il recupero dei dialetti. Inoltre ho ricevuto anche il premio accademico legato all’umorismo, che è molto importante nella vita, in quanto lo humor è la lente più importante per guardare la realtà. In qualche maniera l’umorismo è la capacità di ridere sulle azioni compiute dall’essere umano, senza emettere un giudizio, ma volendogli bene. Il senso dell’umorismo è in qualche maniera un messaggio molto serio, anche se si serve della comicità e dello sberleffo”.

Ma non è un paradosso affermare che l’umorismo è serio?

“No! E’ un messaggio molto serio al tal punto che mi fa pensare a san Francesco d’Assisi ed alla sua modalità di comunicare con le persone. E’ stato un santo che si serviva del gesto teatrale con la capacità di riunire enormi folle. Quindi grazie ad una voce molto potente riusciva a radunare folle maestose. Però il suo modo di comunicare non era ieratico o ‘colpevolistico’, tanto che a volte uno si immagina che possa avere una figura spirituale. Invece il messaggio di san Francesco era legato alla potenza del sorriso e dell’umorismo, come modo per arrivare a Dio, perché l’umorismo è anche un modo per arrivare a Dio, come il canto, in quanto è il modo più realistico per guardarsi dentro e guardare l’uomo”.

Tornando al tema del concorso quanto è involontario l’umorismo?

“Ogni gesto comico parte dall’involontarietà, perché abbiamo molti difetti, ed anche dal nostro narcisismo. Da ciò nasce il gesto che fa ridere gli altri; nasce quello che involontariamente ci fa diventare comici; il comico, in qualche maniera, capta il disagio e lo mette a ‘servizio’ del pubblico. Il vero umorista è colui che prima destruttura se stesso eppoi destruttura gli altri, perché, oltre a metterti a nudo, devi sapere ridere di te stesso eppoi poter ridere delle piccolezze degli altri”.      

Quindi l’umorismo rende ‘felice’?

“Un dato statistico di qualche anno fa ha sottolineato che si nasce ridendo; quindi quando ti approcci alla vita sorridi e vuoi bene al mondo. Però la tristezza è una chiave di volta, in quanto il sorriso non può esistere se non c’è una parte della vita malinconica. Collaborando con ‘Frate Indovino’ ho iniziato a conoscere meglio la vita di san Francesco di Assisi, che era un grande comunicatore senza compromessi. Il suo modo di comunicare non era triste, ma raggiante e giocoso (anche se la sua vita non è stata facile).

Quando parlava usava il gesto fisico e coinvolgeva la gente per lanciare messaggi importanti; lo si può notare nella realizzazione del presepio di Greccio, in cui mette il bue e l’asinello e nella mangiatoia mette anche il pane ed il vino, utilizzando una metafora. Eppoi nel Cantico delle Creature scrive che la morte è una sorella, invitando a non avere paura di essa. Questa è una frase rivoluzionaria, perché la morte, vista sempre come una disgrazia, è una sorella, con cui convivere con serenità”. 

(Foto: Comune di Tolentino)

Lotta al bullismo e al cyberbullismo, la proposta al Governo: nuova materia scolastica ispirata alle parole di papa Francesco

La disciplina ‘Comunicazione e Linguaggio’ trae origine dalle parole contenute nella pergamena di Benedizione Apostolica concessa da papa Francesco al libro ‘La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario’. Con queste parole il Santo Padre sottolinea l’importanza etica e pedagogica della comunicazione: ‘La società, così come la Chiesa, si avvalgano di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità’.

Questa esortazione evidenzia la necessità di un’educazione alla parola come fondamento della vita civile e sociale. Oggi, tuttavia, la parola rischia di trasformarsi in strumento di violenza, manipolazione e isolamento a causa dell’uso improprio dei social network e dei media, che amplificano linguaggi aggressivi e fomentano divisione, emarginazione e disinformazione.

In questo contesto, Biagio Maimone propone al Governo Italiano e al Ministero dell’Istruzione e del Merito l’istituzione della materia ‘Comunicazione e Linguaggio’ fin dalla scuola primaria, come strumento educativo per educare i giovani al rispetto, al dialogo, alla verità e alla responsabilità nell’uso della parola. La disciplina intende contrastare bullismo, cyberbullismo, istigazione all’odio e la frammentazione relazionale generata dai nuovi media, promuovendo la comunicazione etica come base della convivenza civile.

I dati recenti evidenziano la gravità della situazione: 529 suicidi tra i 15 e i 34 anni (Rapporto Giovani 2024 – Istituto Toniolo), 47% di adolescenti vittime di cyberbullismo e 32% autori di violenza online (Rapporto ESPAD Italia 2024 – CNR-Ifc), 54% dei minori vittime di bullismo e 31% di cyberbullismo (HBSC-ISS). Questi numeri rendono urgente un intervento educativo strutturato e capillare.

Papa Francesco sottolinea come “la parola è dono e responsabilità, può costruire ponti o innalzare muri”, mentre Papa Leone XIV, nella sua riflessione sulla comunicazione sociale, ricordava:

“Vorrei ripetere l’invito a raccontare storie di speranza, e a disarmare la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo. Condividiamo uno sguardo diverso sul mondo con una comunicazione disarmata e disarmante”. Ed aggiungeva: “C’è una grande responsabilità nell’usare correttamente le reti sociali e la comunicazione, perché sono strumenti che possono essere opportunità, ma anche rischio. Un uso improprio può danneggiare la comunione e la coesione sociale”.

Queste indicazioni pongono la comunicazione al centro della formazione etica dei giovani, rendendo urgente la creazione di una materia scolastica capace di sviluppare competenze linguistiche, relazionali e digitali.

Educare alla parola significa formare cittadini capaci di usare il linguaggio per costruire relazioni positive, sostenere la verità e promuovere la pace. La disciplina mira a far comprendere ai giovani che la parola non è un mero strumento comunicativo, ma un atto morale e pedagogico, capace di contrastare bullismo, cyberbullismo, odio sociale e disgregazione relazionale.

“La parola crea o distrugge, afferma Maimone, e oggi viene spesso utilizzata come arma. E’ urgente insegnare ai giovani a usarla come dono, come strumento di pace e bene comune.” La materia non è tecnica, ma di coscienza: gli studenti impareranno a discernere tra comunicazione costruttiva e distruttiva, tra informazione autentica e manipolazione, e a utilizzare le nuove tecnologie in modo consapevole e responsabile, prevenendo fenomeni di esclusione e aggressione online.

La disciplina si colloca all’incrocio tra riflessione filosofica, pedagogia e comunicazione, integrando una prospettiva laica con i valori cristiani. La sua costruzione teorica si ispira a grandi pensatori del linguaggio e della comunicazione: Hans-Georg Gadamer, con la sua ermeneutica, sottolinea l’importanza dell’ascolto e del dialogo nella comprensione reciproca; Marshall McLuhan evidenzia come la forma dei media plasmi la società e le relazioni interpersonali; Jürgen Habermas dimostra come la parola possa essere strumento di consenso razionale e costruzione sociale.

Questi approcci filosofici e comunicativi si integrano con l’educazione cristiana proposta da Papa Francesco e con i principi etici delineati da Papa Leone XIV, rendendo la parola un ponte tra culture, religioni e individui, strumento di coesione sociale e antidoto ai linguaggi aggressivi e divisivi dei media e dei social.

Il ruolo di Biagio Maimone, giornalista e direttore della comunicazione dell’Associazione Bambino Gesù del Cairo, è centrale anche nella promozione del dialogo interreligioso e interculturale. Attraverso il suo lavoro giornalistico, Maimone ha contribuito a diffondere la cultura del dialogo, della tolleranza e della comprensione reciproca tra diverse fedi e comunità, dimostrando come la parola possa essere ponte e non barriera.

Nell’era di Internet e dell’intelligenza artificiale, la formazione dei giovani deve comprendere l’alfabetizzazione digitale etica, affinché essi sappiano difendersi dai linguaggi aggressivi e manipolativi, e usare le nuove tecnologie come strumenti di conoscenza, comunicazione e partecipazione responsabile. La presenza di insegnanti formati diventa essenziale per guidare gli studenti nella pratica di una comunicazione consapevole, equilibrata e rispettosa, promuovendo relazioni autentiche e prevenendo fenomeni di isolamento sociale e violenza verbale.

La scuola diventa così il luogo in cui umiltà nell’ascoltare, sincerità nel parlare e carità nel comunicare costituiscono i pilastri di una nuova pedagogia della pace. La materia “Comunicazione e Linguaggio” non solo sviluppa competenze comunicative, ma forma cittadini eticamente responsabili, capaci di usare la parola come strumento di costruzione sociale, dialogo e solidarietà.

“La scuola deve tornare a insegnare il valore della parola – conclude Maimone – come strumento di dialogo, responsabilità e amore. Solo così potremo fermare l’odio, la violenza verbale, il bullismo e il cyberbullismo, restituendo ai giovani la bellezza di un linguaggio che unisce, che rispetta e che salva”.

Dialogo, verità e bellezza: a Roma la Conferenza sulla responsabilità della comunicazione

Nella prestigiosa Sala Guglielmo Marconi si è svolta la conferenza ‘La Parola strumento di Pace, di Verità e di Giustizia’, promossa in occasione della presentazione del volume di Biagio Maimone, giornalista e scrittore, ‘La comunicazione creativa per lo sviluppo socio-umanitario’, edito da Tracceperlameta.

Un appuntamento che ha assunto il carattere di un vero e proprio laboratorio culturale e spirituale, dedicato alla riflessione sul ruolo fondativo della parola nella costruzione della pace, della giustizia e della verità, e sulla responsabilità etica che accompagna oggi ogni atto comunicativo.

Maimone ha esposto le linee portanti del proprio pensiero, profondamente radicato nella dottrina sociale della Chiesa e ispirato alla visione della ‘Chiesa del dialogo’ propugnata da papa Francesco. Il giornalista ha richiamato l’urgenza di una comunicazione che sappia farsi ponte tra i popoli e strumento di sviluppo umano integrale, specie in un’epoca segnata da conflitti, polarizzazione e crisi relazionali.

Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso e Direttore della Comunicazione dell’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, presieduta da mons. Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco, Maimone ha sottolineato l’importanza di un linguaggio capace di restituire dignità, ascolto e verità.

A introdurre i lavori è stato il conduttore televisivo Paky Arcella, che ha dato voce a una serie di interventi di alto profilo, componendo un mosaico interdisciplinare sul ruolo della comunicazione. Gianni Todini, Direttore dell’Agenzia Askanews, ha richiamato la centralità del giornalismo nell’epoca della transizione digitale, rimarcando la necessità di coniugare professionalità, rapidità e verificabilità dell’informazione.

Collegato in remoto, il giornalista ed editorialista dell’agenzia Italpress Claudio Brachino ha offerto una riflessione sulla categoria della bellezza come nucleo filosofico dell’agire comunicativo, citando la tradizione estetica kantiana e il suo valore civile.

Enea Trevisan, fondatore di Ealixir Inc. ed esperto di reputazione digitale, ha analizzato l’impatto delle narrazioni online nella costruzione dell’identità pubblica e nel modellare la qualità del dibattito democratico. Héctor Villanueva, CEO dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, ha posto l’accento sul valore della cooperazione internazionale, riconoscendo nella comunicazione un vettore di coesione tra culture e comunità.

La filosofa della comunicazione Maria Maimone ha affrontato il tema della parola come strumento educativo e formativo, capace di orientare le coscienze e generare crescita personale e sociale. La giornalista Gaia Simonetti ha esplorato il rapporto tra linguaggio sportivo e cultura della gentilezza, indicando lo sport come laboratorio etico per l’inclusione e la responsabilità. Infine, Valentina Faloni, docente e ricercatrice di Comunicazione e Ricerca Sociale, ha approfondito l’arte del comunicare quale sintesi di rigore, sensibilità e consapevolezza relazionale.

Tra i momenti più intensi della giornata, la testimonianza artistica di Joseph Lu, celebrato internazionalmente come ‘il pianista dei sogni’, titolo che dà nome anche al suo volume Il pianista dei sogni. La proiezione del video musicale del brano ‘Kiev’lingu ha offerto una parentesi di autentica epifania estetica: una musica concepita come linguaggio universale, capace di generare risonanza emotiva e di valicare i limiti del linguaggio verbale.

L’esecuzione ha rivelato la musica come atto comunicativo relazionale, in grado di esprimere istanze etiche e spirituali laddove la parola non riesce a giungere, proponendosi come invocazione di fraternità tra i popoli. L’intero dibattito si è sviluppato alla luce dell’ispirazione proveniente dalla Benedizione Apostolica di papa Francesco, che accompagna il volume di Maimone e ne costituisce la matrice spirituale.

Nel suo messaggio il Pontefice sottolinea: “La società, così come la Chiesa, si avvalgano di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità”. Una indicazione che ha guidato la Conferenza nella riscoperta della parola come atto relazionale e strumento di comunione, recuperandone la dimensione morale, educativa e spirituale.

Dal confronto è emersa con forza la necessità di riumanizzare il linguaggio, sottraendolo alla retorica dell’ostilità, della superficialità e della manipolazione. Maimone ha denunciato la degenerazione verbale che caratterizza una parte significativa della comunicazione contemporanea, invocando una responsabilità condivisa nell’edificare una “comunicazione redentrice”, capace di generare vita, unione e speranza.

Il libro presentato ha raccolto particolare interesse negli ambienti accademici ed ecclesiali, grazie alla visione di una comunicazione intesa come strumento di emancipazione morale e sociale, fondata su verità, bellezza e solidarietà. Elemento centrale del pensiero dell’autore è la ‘comunicazione solidale’, indicata come via privilegiata per lo sviluppo socio-umanitario. Come afferma Maimone: “La parola è vita, perché deve generare vita nelle sue espressioni più nobili e spirituali. Umanizzare il linguaggio significa arricchire l’animo umano e contrastare ogni uso nocivo della parola”.

La Conferenza si è conclusa con un appello a credere nel potere rigeneratore della comunicazione autentica: una comunicazione che unisce, costruisce ponti e apre la strada a un nuovo umanesimo della parola, fondato sull’amore, sulla verità e sulla speranza.

Diego Mecenero racconta san Francesco nella ‘Terra dei Fioretti’

‘Francesco il cantastorie’ è una narrazione con Diego Mecenero, che cura anche la regia, accompagnato dal complesso di musica medioevale ‘Verba et soni’, composto da Stefano Savi e Roberto Gatta, e dall’attrice Corinna Barboni, offrendo uno sguardo inedito sul santo assisiate, raccontato da otto brevi scene teatrali e musica dal vivo.

Si tratta di un viaggio teatrale e musicale che restituisce al pubblico il ‘san Francesco che non ti aspetti’: poetico, ironico, radicale e profondamente umano. In scena otto quadri narrativi con musiche medievali eseguite dal vivo, per raccontare con intensità e originalità episodi poco noti della vita del Santo, legati anche al territorio marchigiano, la ‘Terra dei Fioretti’.

Il testo si basa fedelmente sulle Fonti Francescane, ma riesce ad attualizzare la figura del patrono d’Italia attraverso episodi di grande portata, ma poco conosciuti, ironici, intensi e umanissimi. Il pubblico scopre così un santo che si rifiuta di scrivere una Regola, che prima di morire compie un gesto insolito, che reagisce alle maldicenze in modo spiazzante, che si innamora di Madonna Povertà e la ‘sposa’, che va in Terra Santa per un preciso motivo che pochi ancora sanno. Lo spettacolo racconta anche il volto di santa Chiara, giovane coraggiosa ed appassionata, la bellezza delle cose che rallegravano Francesco, il suo sguardo poetico sul mondo e sul dolore, il suo linguaggio rivoluzionario fatto di gesti e simboli.

Lo spettacolo ha anche un forte legame con le Marche, in quanto questa regione è la ‘Terra dei Fioretti di san Francesco’, ovvero il territorio in cui sono ambientati molti degli episodi narrati nel libro francescano più letto al mondo, scritto da un frate marchigiano, Ugolino di Montegiorgio: la pecorella di Osimo, il fraticino di Sarnano, i bagolari di Sirolo, il contadino di Camporege, la fonte miracolosa di Staffolo, i miracoli di Apiro, la porta di Forano, i muratori di Pontelatrave, il cavaliere di San Ginesio, le ciaule di Roccabruna, il re dei versi di Lisciano, il mostro di Fratte Rosa.

Al termine di una di queste rappresentazioni dello spettacolo abbiamo chiesto a Diego Mecenero di raccontarci la nascita dello spettacolo: “Lo spettacolo nasce innanzitutto dalla mia grande passione per questo santo, che lo sento molto vicino, perché ho studiato teologia con i francescani con tesi sulla simpatia che i giovani hanno per san Francesco. Inoltre, quando dal Veneto sono arrivato nelle Marche, sapevo che questi luoghi erano stati importantissimi nella vita di san Francesco, ma mi pareva che nessuno li conoscesse. Quindi questa narrazione vuole esprimere qualcosa di profondo, ma che possa anche portare a conoscenza luoghi dove il Santo assisate è passato, perché siano valorizzati come in altre zone d’Italia. Nelle Marche abbiamo la ‘Terra dei Fioretti’ e non la conosciamo”.

Forse per il motivo per cui san Francesco annunciava la povertà?

“E’ vero! Non era certo uno che annunciava se stesso con il suono delle trombe, perché era molto umile, anche se aveva a volte un certo ‘caratterino’. Però già quando era in vita il popolo lo proclamava santo; infatti in poco tempo è stato portato agli onori degli altari; infatti, vivente, molti giovani entravano nell’Ordine da tutta Italia e anche oltre, senza i mezzi di comunicazione di adesso.

Si era definito ‘disutile vermine’, ma noi che lo conosciamo abbiamo il dovere di ricordare il suo messaggio, che è estremamente attuale in un mondo in cui chi è ricco è sempre più ricco e chi è povero è sempre più povero; in un mondo in cui non si dialoga tra religioni e culture diverse. Uno che è in armonia con se stesso, con gli altri e con la natura e fa fare la pace tra i cittadini di Gubbio ed il lupo ha molto da dire a noi oggi”.

A proposito del lupo di Gubbio ha sviluppato anche un progetto?

“Sì, esiste un progetto che lega le Marche all’Umbria e si chiama ‘Lupo bullo’, con il coinvolgimento delle scuole di Gubbio e con il supporto della diocesi, del comune eugubino e delle forze dell’ordine, perché san Francesco è stato a Gubbio due volte: la prima volta ha subìto ‘bullismo’ (per così dire), in quanto è stato percosso dai briganti che l’hanno anche preso in giro e lui ha reagito in modo ‘francescano’. Quindi c’è un modo ‘francescano’ di reagire, quando sei vittima di bullismo,

E poi c’è anche un modo ‘francescano’ di risolvere il bullismo, perché quel famoso lupo è praticamente un ‘bullo’, che tiene sotto scacco la città, perché tutti ne hanno paura. Partendo da questo episodio c’è un progetto che pensa di fare di Gubbio la ‘capitale nazionale francescana del contrasto al bullismo’. Nella grande battaglia contro il bullismo vorremmo portare una voce nuova ed uno stile nuovo nel combattere il bullismo in chiave francescana, perché san Francesco ha reagito al bullismo e dinanzi al bullo in un modo tutto suo che è carico di un’inedita sapienza e pedagogia francescana”.

Come sono stati scelti questi otto episodi, narrati nello spettacolo?

“Questi episodi sono stati scelti, partendo dalla nascita fino alla morte in ordine cronologico della vita di Francesco con i momenti più importanti: la conversione, la fondazione dell’Ordine, la regola di santa Chiara /lui ha fondato anche un ordine femminile), fino alla morte. Il terzo di questi otto momenti è sempre interscambiabile e racconta la presenza francescana nel luogo in cui si allestisce lo spettacolo. Questo è lo stile dello spettacolo che narra un ‘Francesco che non ti aspetti’ ma – badate bene – non perché si scelgono episodi sconosciuti e nascosti della sua vita, ma al contrario fatti centrali della sua esperienza. Centrali, importanti, eppure non li conosciamo”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: stare nella quotidianità della storia

“E’ per me un piacere darvi il benvenuto in Vaticano in occasione del vostro convegno sul tema ‘Rifugiati e migranti nella nostra casa comune’. Ringrazio coloro che hanno organizzato queste giornate di discussione, riflessione e collaborazione, nonché ciascuno di voi per la vostra presenza e per il contributo che apportate a questa iniziativa”: con queste parole papa Leone XIV ha accolto i partecipanti al convegno ‘Refugees and Migrants in our Common Home’, preparazione al giubileo di domenica prossima.

Riprendendo il discorso di papa Francesco pronunciato nel 2022, papa Leone XIV ha sottolineato la validità delle risposte alla migrazione: “Il vostro tempo insieme segna l’inizio di un progetto triennale con l’obiettivo di creare ‘piani d’azione’ incentrati su quattro pilastri fondamentali: insegnamento, ricerca, servizio e advocacy. In questo modo, state rispondendo all’appello di papa Francesco affinché le comunità accademiche contribuiscano a soddisfare i bisogni dei nostri fratelli e sorelle sfollati, concentrandosi sulle aree di vostra competenza”.

Ed ha auspicato che tali incontri possano sensibilizzare la gente per la dignità delle persone: “Questi pilastri fanno parte della stessa missione: riunire voci autorevoli in diverse discipline per rispondere alle attuali urgenti sfide poste dal crescente numero di persone, stimato in oltre 100.000.000, colpite da migrazioni e sfollamenti.

Prego affinché i vostri sforzi possano portare a nuove idee e approcci in questo senso, cercando sempre di porre la dignità di ogni persona umana al centro di ogni soluzione. Mentre proseguite il vostro incontro, vorrei suggerirvi due temi che potreste considerare di integrare nei vostri piani d’azione: riconciliazione e speranza”.

Sempre riprendendo il pensiero di papa Leone XIV è importante combattere l’indifferenza: “Uno degli ostacoli che spesso si incontrano quando si affrontano difficoltà di così grande portata è un atteggiamento di indifferenza da parte sia delle istituzioni che dei singoli individui. Il mio venerato predecessore parlava di ‘globalizzazione dell’indifferenza’, per cui ci abituiamo alle sofferenze altrui e non cerchiamo più di alleviarle. Questo può portare a quella che ho precedentemente definito una ‘globalizzazione dell’impotenza’, in cui rischiamo di diventare immobili, silenziosi, forse tristi, pensando che non si possa fare nulla di fronte a sofferenze innocenti”.

Per questo ha incoraggiato ad approfondire una cultura dell’incontro: “Proprio come papa Francesco ha parlato della cultura dell’incontro come antidoto alla globalizzazione dell’indifferenza, dobbiamo impegnarci per affrontare la globalizzazione dell’impotenza promuovendo una cultura della riconciliazione… Ciò richiede pazienza, disponibilità all’ascolto, capacità di immedesimarsi nel dolore altrui e il riconoscimento di condividere gli stessi sogni e le stesse speranze”.

Con un incoraggiamento: “Vi incoraggio, pertanto, a proporre modalità concrete per promuovere gesti e politiche di riconciliazione, in particolare in terre dove sono presenti ferite profonde dovute a conflitti di lunga data. Non è un compito facile, ma affinché gli sforzi per operare un cambiamento duraturo abbiano successo, devono includere modalità che tocchino i cuori e le menti”.

Riprendendo il messaggio per l’imminente giornata mondiale del rifugiato e del migrante papa Leone XIV ha ricordato che i migranti sono portatori di speranza: “Spesso mantengono la loro forza mentre cercano un futuro migliore, nonostante gli ostacoli che incontrano. Mentre ci prepariamo a celebrare i Giubilei dei Migranti e delle Missioni in questo santo anno giubilare, vi incoraggio a suscitare tali esempi di speranza nelle comunità di coloro che servite. In questo modo, possono essere di ispirazione per gli altri e aiutare a sviluppare modi per affrontare le sfide che hanno incontrato nella loro vita”.

Ugualmente ai membri della Confederazione Medica Latino-Iberoamericana e dei Caraibi (CONFEMEL), ha sottolineato che dialogo e presenza fisica sono fondamentali per la cura nel giorno della festa degli Angeli Custodi: “Questa memoria può aiutarci a riflettere sulla relazione medico-paziente, che si basa sul contatto personale e sulla cura della salute, si potrebbe dire, proprio come gli angeli che vegliano e ci proteggono nel cammino della vita. Questo tema mi ricorda anche alcune parole di sant’Agostino, in cui si riferiva a Cristo come a un medico e a una medicina. E’ medico perché è parola, e medicina perché è parola fatta carne”.

Nel ricordo del beato José Gregorio Hernández il papa ha sottolineato l’importanza del rapporto tra medico e paziente: “Alla luce di queste riflessioni, vi invito a continuare ad approfondire l’importanza della relazione medico-paziente. Una relazione tra due persone, con il loro corpo e la loro interiorità, con la loro storia. Questa convinzione ci aiuta anche a far luce sul posto dell’intelligenza artificiale in medicina: essa può e deve essere di grande aiuto per migliorare l’assistenza clinica, ma non potrà mai sostituirsi al medico, perché voi ‘siete, come ha detto papa Benedetto XVI, serbatoi di amore, che portano serenità e speranza a quanti soffrono’. Un algoritmo non potrà mai sostituire un gesto di vicinanza o una parola di conforto”.

Ad inizio giornata alle suore Figlie di San Paolo che hanno celebrato il loro Capitolo Generale e che hanno appena eletto la nuova Madre Generale, suor Mari Lucia Kim: il papa ha sottolineato la necessità di guardare ‘in alto’: “Guardare in alto, perché possiate essere spinte dallo Spirito Santo. La vostra vocazione e la vostra missione vengono dal Signore, non dimentichiamolo. Perciò, l’impegno personale, i carismi che mettiamo in circolo, lo zelo dell’apostolato e gli strumenti che utilizziamo non devono mai farci cadere nell’illusione e nella presunzione dell’autosufficienza”.

Da qui l’invito a stare nelle situazioni della vita quotidiana: “Il secondo atteggiamento che vi raccomando è quello di immergervi dentro, dentro le situazioni, perché lo sguardo rivolto verso l’alto non è una fuga ma, al contrario, ci deve aiutare ad avere la stessa condiscendenza di Cristo, che si è spogliato per noi, è disceso nella nostra carne, si è abbassato per entrare negli abissi dell’umanità ferita e portarvi l’amore del Padre”.

Essere nella vita significa ‘abitare la cultura’: “Così, spinte dallo Spirito, siete chiamate anche voi a immergervi nella storia, proprio in ascolto dell’umanità di oggi; si tratta di abitare la cultura attuale e incarnarvi nella vita reale delle persone che incontrate. La vostra presenza, l’annuncio della Parola, i mezzi che utilizzate (in particolare ricordare l’editoria che curate con tanta dedizione), tutto ciò deve essere un grembo ospitale per le sofferenze e le speranze delle donne e degli uomini a cui siete inviate”.

L’importante è non scoraggiarsi: “Ma non ci lasciamo scoraggiare! Perciò vi invito a riflettere su come mantenere vivo il carisma, anche se ciò dovesse richiedere scelte coraggiose e impegnative. C’è bisogno infatti di un attento discernimento sulle opere legate all’apostolato, su come vengono portate avanti e sulla necessità di rinnovarle con una visione equilibrata, che sappia tenere insieme la ricchezza della storia passata con le risorse e i doni attuali di ciascuna di voi, in una feconda alleanza tra le diverse generazioni”.

(Foto: Santa Sede)

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