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Luigi Testa: un rosario per rendere viva la carne

‘Ti condurrò da mia madre. Parole per un Rosario’ del prof. Luigi Testa, docente di Diritto pubblico comparato all’Università degli Studi dell’Insubria ed all’Università Bocconi di Milano, è un libro piccolo di formato, ma di rara densità spirituale. Quindi è  un testo capace di restituire al rosario una forza affettiva, contemplativa e persino corporea che troppo spesso la devozione abitudinaria finisce per smorzare.

Le sue pagine non ‘commentano’ semplicemente i misteri: li abitano. Li attraversano con uno sguardo innamorato, ferito, tenerissimo. E proprio per questo li rendono vivi. Nel volume, come osserva anche la prefazione, il Rosario diventa ‘un appuntamento d’amore’, mentre le meditazioni si offrono come ‘ceselli di fede e di amore’, attraversati dal Cantico dei Cantici e da una lingua spirituale intensamente personale.

La bellezza più originale del libro sta nella sua capacità di dare voce ad una spiritualità cristiana segnata in modo riconoscibile anche dall’esperienza omosessuale. Non in chiave ideologica, non come rivendicazione esterna al testo, ma come timbro profondo della preghiera, come ha scritto nella prefazione  il vescovo di Avellino, mons. Arturo Aiello, che parla di ‘ceselli di fede e di amore’ e di ‘squarci sul suo cuore di credente ed amante’: “l’autore consegna un libro delicato e audace, devoto e letterariamente raffinato, profondamente ecclesiale e insieme sorprendentemente libero”.

Da dove ha origine questo titolo?

“Il titolo è una suggestione che viene dal Cantico dei Cantici, che in questi anni costituisce lo ‘scenario’ di quasi tutta la mia vita interiore. Lì, ad un certo punto, l’amato e l’amata si dicono: ‘Lo strinsi forte e non lo lascerò, finché non l’abbia condotto nella casa di mia madre’; ed ancora ‘Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre; tu mi inizieresti all’arte dell’amore’.

Si tratta di una promessa densa di intimità di amore: essere condotti alla madre significa entrare nella sfera più intima di familiarità, ma anche accedere ad un’unione sponsale definitiva, tanto che ad un certo punto si parla della ‘stanza di colei che mi ha concepito’. La promessa è, dunque, quella di esser fatti entrare nella stanza degli affetti più intimi, e per restarci sempre insieme: lì lo Sposo ci insegnerà l’arte dell’amore”.

Per quale motivo abbiamo bisogno di essere ‘condotti’ da una madre?

“Le ragioni possono essere diverse, e forse è bene che ciascuno scopra da solo la propria. Quella che le pagine del volume fanno propria è una ragione tutta affettiva, che in fondo appartiene, credo, all’esperienza di ciascuno. Sarà successo a tutti, quando ci si innamora, di desiderare, ad un certo punto del cammino insieme, di conoscere la madre della persona amata; di conoscerne i luoghi dell’infanzia, la cameretta di quand’era bambino, di sentirsi raccontare di quando l’altro era piccolo, di come giocava, di cosa faceva. In fondo, abbiamo bisogno di essere condotti da Sua madre perché Lei, che, come dice il Vangelo, ‘custodiva tutte queste cose nel suo cuore’, ce ne racconti un po’, per farci innamorare ancora di più del figlio”.

Per quale motivo il rosario è ‘un appuntamento d’amore’?

“Cosa si fa in un appuntamento d’amore? Si trascorre del tempo insieme, si conosce l’altro e ci si lascia conoscere, e ci si ripete parole d’amore. Sono esattamente le cose che si fanno quando si prega il rosario. Il tutto, peraltro, in un tono di semplicità e di familiarità che manca in altre forme di preghiera o in altre devozioni private, in cui spesso è facile cedere a tentazioni di efficientismo o protagonismo. Il rosario è invece una preghiera del cuore, in cui lasciarsi andare, lasciarsi cullare, rinunciando a fare noi qualcosa”.

Quale rapporto c’è tra fede e carne?

“Mi piace moltissimo un verso dell’inno che la Liturgia ambrosiana delle ore propone in questo tempo pasquale: ‘Una carne purifica la contagiata carne’. Siamo stati purificati da una carne; siamo stati salvati e siamo amati da una carne. Il rapporto tra fede e carne, nel cristianesimo, è il rapporto più semplice che esista, perché da quando ‘il Verbo si è fatto carne’, tutta l’esperienza umana (dunque anche nella sua corporeità, nella sua fisicità) diventa luogo spirituale. Lasciare la carne (dunque lasciare l’esperienza del nostro corpo, con i suoi desideri, anche con i suoi disordini) al di fuori della preghiera intesa come rapporto vivo con Gesù vivo è cedere alla tentazione del Nemico, che vuole introdurre un’ennesima (e forse fatale) divisione in noi stessi”.

In quale modo ‘abitare i misteri’ del Rosario?

“Ciascuno ha il suo modo di abitare il proprio spazio di preghiera, ed è bene che sia così. Se posso permettermi di suggerire una modalità (ed è in fondo quello che faccio col mio libro, ma che avevo già fatto in ‘Via crucis di un ragazzo gay’), consiglierei di provare a compiere un’esperienza immersiva, attivando soprattutto il ‘sentire’, che significa anzitutto provare a passare per i sensi. Sant’Ignazio di Loyola, nei suoi ‘Esercizi’, consigliava di vedere, di ascoltare quello che si dice, di sentire i profumi della scena che si contempla, addirittura di toccare con il tatto, abbracciare e baciare – lui diceva: i luoghi; ma noi, con consapevolezza, possiamo anche essere un po’ più audaci… E poi lasciarsi andare. Lasciarsi condurre, appunto, anche verso dove non sappiamo”.

(Foto: Edizioni Sempino)

Macellai Confcommercio e Caritas Arezzo: un’amicizia solidale lunga 12 anni

Ogni settimana trenta chili di carne donata alle Mense e alle Accoglienze Caritas dall’Associazione Macellai di Confcommercio; fondamentale anche il loro contributo per l’iniziativa del 6 gennaio scorso promossa dagli scout dell’Arezzo 14 che ha permesso di donare € 1.300 alla Caritas diocesana, perché la solidarietà è un gesto concreto che passa dalla tavola.

Accade ad Arezzo, dove l’Associazione Macellai di Confcommercio, guidata dal presidente Alberto Rossi, continua a sostenere la Mensa della Caritas Diocesana offrendo ogni settimana 30 chili di carne selezionata, ormai dal 2014. Compie 12 anni infatti la collaborazione tra l’Associazione Macellai di Confcommercio e la Caritas diocesana. Una sinergia che ha permesso di raccogliere e donare carne fresca e di alta qualità per i servizi della rete Caritas, in primis le Mense diurne e serali che nel solo 2025 ha erogato circa 25mila pasti. Così, direttamente dai banchi delle macellerie, arrivano specialità e tagli diversi per arricchire la tavola delle tante persone che ogni giorno consumano i pasti nelle Mense, allestita oggi nelle sale della parrocchia di San Domenico, come ha sottolineato il presidente dell’Associazione Macellai di Confcommercio Alberto Rossi:

“Le nostre macellerie sono eredi della grande tradizione alimentare del nostro territorio, che intendiamo onorare e contraccambiare con la semplicità di questo gesto, che ci permette di sostenere la Caritas diocesana, sempre vicina a chi ha bisogno, “sono stati anni molto intensi, ma non abbiamo mai abbandonato la Caritas, con uno sforzo importante di tutta la categoria. Ringraziamo tutti i grossisti e i produttori che ci hanno confermato la stima di sempre aiutandoci a portare avanti il nostro impegno”. 

Per questo Catiuscia Fei, direttore aggiunto della Confcommercio, ha affermato: “Attraverso una categoria importante come i Macellai la nostra associazione conferma la sua vocazione alla solidarietà e all’impegno sociale grazie all’impegno dei nostri macellai possiamo recuperare quella cultura della prossimità che fa parte della nostra storia. Quell’impegno e quella stessa vocazione che nel 1978, grazie all’intuizione di alcuni imprenditori, ha fatto nascere il Calcit (Comitato Autonomo Lotta contro I Tumori), che ancora oggi svolge un ruolo fondamentale per la nostra comunità”.

Mons. Fabrizio Vantini, direttore della Caritas diocesana, ha ribadito che è una bella iniziativa: “Per noi è un’occasione bellissima per dire grazie ai macellai di Confcommercio per quello che hanno fatto in tutti questi lunghi anni e per quello che continueranno a fare. La loro presenza è un segno grande per tutta la diocesi ed è per noi un sostegno fondamentale che ci permette di aiutare un gran numero di persone. Vogliamo vivere questo momento come un’occasione di gratitudine a Dio per averci donato queste persone e una gratitudine a queste persone per tutto quello che fanno”.

Oltre che nelle Mense, la carne viene utilizzata anche nelle Case di Accoglienza per persone in difficoltà, come nella Casa di prima accoglienza ‘San Vincenzo’, che ha una capienza di 26 persone e nella Casa Santa Luisa, che ospita nuclei familiari bisognosi (attualmente 4, per un totale di 16 persone). Un servizio portato avanti con costanza, grazie all’impegno di operatori e volontari della Caritas diocesana e grazie alla generosità e professionalità dei macellai aderenti alla Confcommercio che ha permesso di raccogliere e redistribuire, oltre che ai 30 chili di carne fresca ogni settimana, a necessità impreviste o eventi straordinari.

Va in questa direzione l’iniziativa svoltasi il 6 gennaio scorso, quando grazie all’impegno dei ragazzi del clan e noviziato (i ragazzi tra i 16 e 20 anni) del Gruppo scout Arezzo 14 dell’Agesci è stato organizzato all’interno della basilica di San Domenico, insieme alla parrocchia e alla Caritas diocesana, un pranzo speciale per festeggiare in parrocchia l’Epifania. Un momento di fraternità che ha visto partecipare le persone che solitamente frequentano la Mensa, le famiglie degli scout, parrocchiani, anziani soli, le realtà caritative del territorio parrocchiale con in prima linea l’associazione Federico Bindi e Thevenin e tante persone che hanno voluto condividere un momento comunitario all’insegna della solidarietà.

Nell’occasione sono state messe a tavola quasi 200 persone e sono stati consegnati circa 100 regali ai partecipanti (piccoli giochi, pennarelli, cioccolatini, creme e profumi, magliette, vestiti pesanti, buoni colazione…) offerti dagli esercenti del territorio. Anche in questa occasione i macellai di Confcommercio hanno aggiunto, oltre alle consuete donazioni settimanali, circa 25 chili di fesa di tacchino per questo evento. Un’iniziativa che, tolte le spese, ha permesso di raccogliere 1.300 euro che i ragazzi del clan del Gruppo scout Agesci Arezzo 14, hanno donato alla Caritas diocesana.

In conclusione è stata una festa, ha detto Enrico Neri, maestro dei novizi de del Gruppo Arezzo 14:

“I ragazzi e le ragazze del Clan ‘Sangue Pazzo’ hanno deciso di impegnarsi nell’organizzazione di questo pranzo dove non sentirsi ospiti, ma in famiglia, soprattutto durante il periodo delle festività natalizie, per avere l’opportunità di celebrarle insieme, parlare e scartare regali. Il nostro grazie va alla cittadinanza e alle imprese che si sono mosse con generosità, mettendo a disposizione i prodotti da regalare.

Questa idea nata dai nostri Rover e Scolte (i ragazzi tra i 16 e 20 anni) è la conferma che i giovani hanno a cuore il territorio e le realtà che lo abitano. Il primo contatto è stato con la parrocchia e con la Mensa, in cui i ragazzi svolgono servizio durante la settimana e si è poi allargato alle altre realtà. L’iniziativa, che è stata davvero una festa per tutti, vorrebbe essere l’inizio di una tradizione di convivialità che vorremmo portare avanti, coinvolgendo la parrocchia e le associazioni perché possa diventare un momento atteso, di gioia e condivisione”.

(Diocesi di Arezzo)

Papa Leone XIV: la Chiesa è di natura divina ed umana

“Oggi proseguiamo il nostro approfondimento sulla Costituzione conciliare ‘Lumen gentium’, Costituzione dogmatica sulla Chiesa. Nel primo capitolo, là dove si intende soprattutto rispondere alla domanda su cosa sia la Chiesa, essa viene descritta come ‘una realtà complessa’. Ora ci domandiamo: in che consiste tale complessità? Qualcuno potrebbe rispondere che la Chiesa è complessa in quanto ‘complicata’, e dunque difficile da spiegare; qualcun altro potrebbe pensare che la sua complessità derivi dal fatto di essere un’istituzione carica di duemila anni di storia, con caratteristiche diverse rispetto a ogni altra aggregazione sociale o religiosa”: anche oggi nell’udienza generale papa Leone XIV ha proseguito la catechesi sulla Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II, ‘Lumen gentium’, soffermandosi sulla natura umana e divina della Chiesa..

E si è soffermato ad esaminare l’etimologia della parola ‘complessità’: “Nella lingua latina, però, la parola ‘complessa’ indica piuttosto l’unione ordinata di aspetti o dimensioni diverse all’interno di una medesima realtà. Per questo la ‘Lumen gentium’ può affermare che la Chiesa è un organismo ben compaginato, nel quale convivono la dimensione umana e quella divina, senza separazione e senza confusione”.

Quindi la Chiesa è composta da uomini e donne: “La prima dimensione è subito percepibile, in quanto la Chiesa è una comunità di uomini e donne che condividono la gioia e la fatica di essere cristiani, con i loro pregi e difetti, annunciando il Vangelo e facendosi segno della presenza di Cristo che ci accompagna nel cammino della vita”.

Però anche questa non è una definizione esatta: “Eppure, tale aspetto che si manifesta anche nell’organizzazione istituzionale, non è sufficiente a descrivere la vera natura della Chiesa, perché essa possiede anche una dimensione divina. Quest’ultima non consiste in una perfezione ideale o in una superiorità spirituale dei suoi membri, ma nel fatto che la Chiesa è generata dal disegno d’amore di Dio sull’umanità, realizzato in Cristo”.

Ecco una definizione di Chiesa nel momento in cui il divino si integra con l’umano: “La Chiesa, perciò, è allo stesso tempo comunità terrena e corpo mistico di Cristo, assemblea visibile e mistero spirituale, realtà presente nella storia e popolo pellegrinante verso il cielo. La dimensione umana e quella divina si integrano armoniosamente, senza che l’una si sovrapponga all’altra; così la Chiesa vive in questo paradosso: è una realtà insieme umana e divina, che accoglie l’uomo peccatore e lo conduce a Dio”.

Quindi la Chiesa è imitazione di Gesù: “Per illuminare tale condizione ecclesiale, la ‘Lumen gentium’ rimanda alla vita di Cristo. Infatti, chi incontrava Gesù lungo le strade della Palestina, faceva esperienza della sua umanità, dei suoi occhi, delle sue mani, del suono della sua voce.

Chi decideva di seguirlo era spinto proprio dall’esperienza del suo sguardo ospitale, dal tocco delle sue mani benedicenti, dalle sue parole di liberazione e di guarigione. Allo stesso tempo, però, andando dietro a quell’Uomo, i discepoli si aprivano all’incontro con Dio. La carne di Cristo, infatti, il suo volto, i suoi gesti e le sue parole manifestano in modo visibile il Dio invisibile”.

E come Gesù anche la Chiesa è umana e divina: “Alla luce della realtà di Gesù, possiamo adesso tornare alla Chiesa: quando la guardiamo da vicino, vi scopriamo una dimensione umana fatta di persone concrete, che a volte manifestano la bellezza del Vangelo e altre volte faticano e sbagliano come tutti. Tuttavia, proprio attraverso i suoi membri e i suoi limitati aspetti terreni, si manifestano la presenza di Cristo e la sua azione di salvezza.

Come diceva Benedetto XVI, non c’è opposizione tra Vangelo e istituzione, anzi, le strutture della Chiesa servono proprio alla ‘realizzazione e concretizzazione del Vangelo nel nostro tempo’. Non esiste una Chiesa ideale e pura, separata dalla terra, ma solo l’unica Chiesa di Cristo, incarnata nella storia”.

Questa è la santità della Chiesa, citando papa Francesco: “In questo consiste la santità della Chiesa: nel fatto che Cristo la abita e continua a donarsi attraverso la piccolezza e fragilità dei suoi membri. Contemplando questo perenne miracolo che avviene in lei, comprendiamo il ‘metodo di Dio’: Egli si rende visibile attraverso la debolezza delle creature, continuando a manifestarsi e ad agire…

Questo ci rende capaci ancora oggi di edificare la Chiesa: non soltanto organizzando le sue forme visibili, ma costruendo quell’edificio spirituale che è il corpo di Cristo, attraverso la comunione e la carità tra di noi. La carità, infatti, genera costantemente la presenza del Risorto”.

Mentre ieri sera da Castelgandolfo il papa ancora una volta ha invitato ad operare e pregare per la pace: “Pregare per la pace, lavorare per la pace, meno odio. Sempre sta aumentando l’odio nel mondo”, con l’invito a ‘cercare veramente di promuovere il dialogo’ e ‘cercare soluzioni, senza le armi, per risolvere i problemi’.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: il battesimo è la porta del cielo

“Il mio pensiero si rivolge a quanto sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente, in particolare in Iran e in Siria, dove persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone. Auspico e prego che si coltivi con pazienza il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società. In Ucraina nuovi attacchi, particolarmente gravi, indirizzati soprattutto a infrastrutture energetiche, proprio mentre il freddo si fa più duro, colpiscono pesantemente la popolazione civile. Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace”: al termine della recita dell’Angelus della domenica del battesimo di Gesù papa Leone XIV ha invitato a pregare per la pace in Medio Oriente, soprattutto per Siria ed Iran, e per la popolazione ucraina.

Ed ha riferito che ha battezzato alcuni neonati dei dipendenti della Santa Sede, estendendo la sua benedizione a tutti i bambini: “Ora vorrei estendere la mia benedizione a tutti i bambini che hanno ricevuto o riceveranno il Battesimo in questi giorni, a Roma e nel mondo intero, affidandoli alla materna protezione della Vergine Maria. In modo particolare prego per i bimbi nati in condizioni più difficili, sia di salute sia per i pericoli esterni. La grazia del Battesimo, che li unisce al mistero pasquale di Cristo, agisca efficacemente in loro e nei loro familiari”.

Prima della recita dell’Angelus il papa ha sottolineato il motivo per cui Dio si è fatto uomo: “Carissimi, Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese! Egli viene in mezzo a noi con la sapienza del suo Verbo fatto carne, coinvolgendoci in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità”.

Il battesimo di Gesù mostra la misericordia di Dio: “Sì, nella sua santità il Signore si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio. Il Figlio Unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene infatti per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare. Egli è il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna”.

E’ stato un invito a ricordare il giorno del proprio battesimo: “Il sacramento del Battesimo realizza quest’evento in ogni tempo e in ogni luogo, introducendo ciascuno di noi nella Chiesa, che è il popolo di Dio, formato da uomini e donne di ogni nazione e cultura, rigenerati dal suo Spirito. Dedichiamo allora questo giorno a fare memoria del grande dono ricevuto, impegnandoci a testimoniarlo con gioia e con coerenza…

Il primo dei Sacramenti è un segno sacro, che ci accompagna per sempre. Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo”.

Anche nell’omelia per la festa del battesimo di Gesù il papa ha sottolineato che il battesimo trasforma in ‘creature’ nuove: “I figli, che ora tenete in braccio, sono trasformati in creature nuove. Come da voi genitori hanno ricevuto la vita, così ora ricevono il senso per viverla: la fede. Quando sappiamo che un bene è essenziale, subito lo cerchiamo per coloro che amiamo. Chi di noi, infatti, lascerebbe i neonati senza vestiti o senza nutrimento, nell’attesa che scelgano da grandi come vestirsi e che cosa mangiare? Carissimi, se il cibo e il vestito sono necessari per vivere, la fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza”.

Nella breve  omelia il papa ha detto che il battesimo ci fa partecipe della Chiesa: “Il suo amore provvidente si manifesta in terra attraverso di voi, mamme e papà che chiedete la fede per i vostri figli. Certo, verrà il giorno in cui diventeranno pesanti da tenere in braccio; e verrà anche il giorno in cui saranno loro a sostenere voi. Il Battesimo, che ci unisce nell’unica famiglia della Chiesa, santifichi in ogni tempo tutte le vostre famiglie, donando forza e costanza all’affetto che vi unisce”.

Ed i gesti battesimali sono testimonianza della bellezza della vita nella Chiesa: “I gesti che tra poco compiremo ne sono bellissime testimonianze: l’acqua del fonte è il lavacro nello Spirito, che purifica da ogni peccato; la veste bianca è l’abito nuovo, che Dio Padre ci dona per l’eterna festa del suo Regno; la candela accesa al cero pasquale è la luce di Cristo risorto, che illumina il nostro cammino. Vi auguro di continuarlo con gioia lungo l’anno appena iniziato e per tutta la vita, certi che il Signore accompagnerà sempre i vostri passi”.

(Foto: Santa Sede)

Epifania del Signore: la manifestazione al mondo

Il termine ‘Epifania’, nome di origine greco, significa manifestazione, rivelazione. Le prime tre manifestazioni della divinità di Gesù, che la Liturgia ci ricorda, sono quella ai pastori di Betlemme, quella ai Magi, venuti dall’Oriente, e poi alle nozze di Cana quando trasformò l’acqua in vino.  Sotto le sembianze di un bambino appena nato nessuno avrebbe potuto scorgere il Messia atteso da secoli; il Bambino preannunziato da Dio, dopo il peccato originale: ‘Metterò inimicizia tra te e la donna, disse Dio a satana, tra il seme tuo e il seme di Lei’.

Nella pienezza dei tempi ‘Il Verbo si fece carne’, Gesù viene sulla terra, assume a sé la natura umana, nasce in mezzo al popolo che Dio stesso si era prescelto. I profeti nei secoli lo avevano preannunciato significando anche il luogo di nascita ‘Betlemme’ ed anche la stirpe ‘figlio di David’. La sua nascita è contrassegnata da una luce: la luce che la notte di natale è brillata a Betlemme illuminando la grotta; gli Angeli splendenti che annunziarono i pastori, e questi subito accorsero per adorare il Bambino; anche una luce, una stella compare in oriente per annunciare ai popoli il neonato Messia.

Gesù infatti non si era incarnato solo per il popolo eletto ma per salvare tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Dio parla sempre un linguaggio assai chiaro, adeguato all’interlocutore. Ai pastori, figli del popolo eletto, parla attraverso gli Angeli, al mondo attraverso una stella: l’astronomia era la grande scienza dell’umanità; una stella, che è un messaggio che fa riflettere, che guida l’uomo alla ricerca di Dio; i Magi, uomini di cultura, interpretano il messaggio e partono alla ricerca nel neonato Bambino divino.

L’Epifania è sempre un mistero di luce, significata oggi dalla stella, che guida i popoli a Cristo. Misterioso disegno divino: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre. Oggi è la festa dell’Epifania: i Magi non si arrestarono davanti alle difficoltà sopravvenuti: usano  tutte le risorse umane, chiedono, affrontano un lungo e difficoltoso viaggio anche quando scompare la stella, si informano, cercano e Dio premia la loro fede e la loro costanza. Arrivano a Gerusalemme, la capitale del regno, vengono inviati a Betlemme e, ricomparsa la stella, sono  guidati dove si trova Gesù con Maria e Giuseppe.

Sono uomini dalla fede profonda e non si prostituiscono al potere politico; Erode, il re, stupito, meravigliato del loro arrivo, interroga i sacerdoti e gli scribi, si informa sul tempo in cui era comparsa la stella e li invia a Betlemme: ‘Andate, cercate il Bambino e, trovatolo, fatemelo sapere perché io venga ad adorarlo’; nel suo cuore già aveva deciso di eliminarlo. Erode, gli scribi, i sacerdoti erano gente che alla luce preferivano le tenebre perché nel loro cuore non c’era fede ma malvagità, egoismo, cattiveria e la tenebra che oscura il cuore e la mente.

I Magi partono da Gerusalemme e la luce ancora una volta si fa viva, la luce si ferma là dove c’era la sorgente della luce: Cristo Gesù. I Magi entrano, ascoltano Maria, adorano il divino Bambino e si inebriano della vera luce. Misterioso disegno divino è la luce, ma gli uomini spesso preferiscono le tenebre. Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre perché Dio è l’amore; così gli angeli cantano: gloria a Dio e pace agli uomini e, purtroppo l’umanità pensa solo alle armi, alla guerra, all’odio, alla distruzione; questo uomo ha già creato le armi per autodistruggersi e, dopo due mila anni di cristianesimo la armi ancora oggi seminano distruzione e morte.

Ma Gesù è venuto per salvare l’uomo e a chi risponde alla sua chiamata, ha assicurato un posto nel regno dei cieli. La festa di oggi è il grande mistero della chiamata di Dio, la chiamata dei popoli alla fede, alla luce, alla fratellanza, all’amore. Il mistero dell’Epifania è un movimento di irradiazione verso l’esterno (la chiamata dei popoli alla conversione); è un movimento di attrazione verso il centro, verso la Gerusalemme celeste, alla ricerca del messia predetto dai profeti. Non esiste ormai più l’ebreo ed il pagano, ma esiste l’uomo chiamato alla salvezza.

I Magi adorarono il Bambino Gesù tra le braccia di Maria e alla sorgente della vera luce offrirono i loro doni: oro (per adorare la regalità di Cristo), incenso (per adorare la sua divinità) e mirra (per riconoscere la sua umanità, l’essere divenuto nostro fratello per vincere la morte, frutto del peccato).

La festa dell’Epifania è la festa della Chiesa alla quale Gesù affida ancora oggi la missione: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi: andate, fate miei discepoli tutta la gente’; è la festa della Chiesa chiamata ad estendere la luce di Cristo a tutte le genti e a continuare l’Epifania del Signore. La tua luce, Signore, ci accompagni sempre, in ogni luogo, in ogni momento. Aiutato da Maria e Giuseppe, Gesù fu costretto a fuggire in Egitto; noi, aiutati da  Cristo Gesù, che è morto e risorto, sorretti dalla santa madre di Dio e madre nostra, con fede, con fiducia grande e amore profondo irradiamo la luce di Cristo nel cuore, nella famiglia e in mezzo al popolo santo di Dio.     

Da Riccione l’Azione Cattolica Italiana lancia la sfida educativa

“Egli auspica che esso possa favorire la consapevolezza di quanto sia delicato l’impegno educativo nei confronti di ragazzi, adolescenti e giovani che vanno accompagnati con sapienza e sostenuti con affetto. Ciò richiede una formazione di qualità per coloro che sono chiamati a svolgere questa importante missione: anzitutto la disposizione ad ascoltare e ad empatizzare con gli altri, quale ambito in cui germina e dà frutti l’evangelizzazione”: con un messaggio inviato dal Segretario di Stato di Sua Santità, card. Pietro Parolin, e letto in apertura dei lavori dall’assistente generale, mons. Claudio Giuliodori, alla platea degli oltre 1700 partecipanti al convegno degli educatori dell’Azione Cattolica Italiana, svoltosi nella scorsa settimana a Riccione,.

Il tema posto a base dell’incontro dell’Azione Cattolica Italiana verteva sulla sfida educativa, ‘Verso l’Alto. Per una scelta educativa fedele al Vangelo e alla vita’, per proporre una riflessione e fornire strumenti concreti a giovani e adulti sul senso della scelta educativa, che ha rappresentato un’occasione per interrogarsi sul valore, sulle responsabilità e sulle sfide che accompagnano chi si dedica all’educazione, ricordando che questa missione è chiamata a rimanere ‘fedele al Vangelo e alla vita’.

Anche il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, nel video messaggio aveva evidenziato che l’educazione non è protagonismo, come insegna san Piergiorgio Frassati: “Non è un problema prestazionale di protagonismo soggettivo e individualista in cui devo far vedere e devo mostrare chi sono, con anche i fallimenti e delusioni che questo comporta, o come tanti culturismi soggettivi che impediscono poi di costruire la comunità e di pensarsi insieme, di pensarsi in relazione”.

E’ stato un invito ad ‘entrare nelle case’, come ha fatto Gesù che è nato per farsi ‘carne’: “Il Signore entra nella vita, il Natale è il Signore che entra nella storia e che ci fa entrare con Lui nella storia. Ecco, io mi auguro che l’Azione Cattolica continui ad aiutare tanti ad andare verso l’alto, a cercare l’alto per trovare sé stessi e il prossimo”. La prima giornata è proseguita con gli interventi introduttivi dei responsabili nazionali dei settori Adulti e Giovani e dell’Acr e con una veglia di preghiera, ‘Perché la vostra gioia sia piena’, incentrata sulla vocazione del servizio educativo.

Nel giorno successivo i partecipanti hanno dato vita ad incontri sulla cura, ravvivando con la loro gioia ‘colorita’ una città in addobbo per Natale: l’Acr ha continuato la riflessione sui ‘fondamenti’ dell’esperienza educativa, individuando nella fiducia e nella fedeltà le note di stile che caratterizzano l’essere educatore e la relazione educativa tra educatore e ragazzi: quella al servizio educativo è una chiamata esigente e totalizzante, che merita una risposta consapevole e gioiosa.

L’Acg ha rilanciato ciò che ha più a cuore: camminare insieme come educatori che si lasciano educare, come comunità che cresce condividendo il passo, le fatiche e la gioia della cura. Invece il settore degli adulti ha utilizzato come slogan la battuta del film ‘Frankenstein Junior’, ‘Si può fare!’, lasciando spazio a chi sogna e costruisce una formazione possibile per gli adulti, tra visioni nuove, metodi condivisi e percorsi che nascono dal vivere l’associazione come esperienza di comunità.

Mentre nella celebrazione eucaristica conclusiva, che ha aperto la giornata domenicale, mons. Claudio Giuliodori ha sottolineato che l’educazione è la via che conduce alla santità: “A ben vedere, quanto stiamo vivendo è bello e significativo perché in Azione Cattolica tutti educhiamo e tutti siamo educati. E’ il circolo virtuoso dell’essere educati in Cristo e nella Chiesa che ci fa crescere giorno dopo giorno dentro relazioni fraterne di amore e servizio reciproco, via maestra verso la santità”.

E’ stato un invito a tracciare quei percorsi educativi indicati nella lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza: “Possiamo sentirci a pieno titolo una parte significativa e luminosa di quelle costellazioni che nella storia della Chiesa hanno saputo tradurre l’insegnamento evangelico in percorsi educativi per accompagnare la crescita integrale di ogni persona in tutte le stagioni della vita… stiamo lavorando per contribuire con creatività, competenza e lungimiranza, a rinnovare e rilanciare la passione educativa della Chiesa”.

Quindi è stata un’esortazione a percorrere i sentieri ‘educativi’ di san Pier Giorgio Frassati, ribadendo fedeltà alla ‘scelta religiosa’: “Fedeli alla ‘scelta religiosa’, maturata sulla scia del Concilio per essere sempre più profondamente radicati nella missione della Chiesa e liberi da compromissioni improprie, siamo chiamati ancora oggi, soprattutto attraverso il servizio educativo e formativo, in un dialogo aperto e costruttivo con tutti, ad essere fermento di crescita spirituale, di animazione culturale, di testimonianza credibile, personale ed associativa, in tutti gli ambiti della vita umana, dagli affetti alle professioni, dall’economia alla politica, collaborando alla costruzione di un mondo più giusto e solidale, capace di realizzare una pace disarmata e disarmante”.

Infine nel confronto conclusivo, ‘Custodire la vita, generare comunità’ il prof. Domenico Simeone, docente di pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha invitato i partecipanti ad una ‘formazione continua’, interrogandosi continuamente sul modo in cui si utilizza il ‘potere’ educativo, che deve essere speso “perché si sviluppi l’empowerment dell’altro e perché questi rafforzi la sua capacità di camminare in modo autonomo”.

Anche la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei, ha ricordato come la caratteristica dell’ ‘asimmetria’ nella relazione non deve compromettere il ‘rispetto della dignità di ciascuno’: “La prima cosa di cui ha bisogno una persona vittima di qualunque forma di abuso è essere ascoltato. In questo caso occorre mettere in atto un ‘ascolto attivo’, e dunque ci si ferma e si fa sentire l’altro oggetto di attenzione, senza pretendere di identificare subito ciò che si ascolta”.

E sull’importanza del curare la vita comunitaria, e del ‘rigenerare le istituzioni associative esistenti’ ha insistito la conclusione del presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano: “Dobbiamo riempire di senso le nostre espressioni di vita associativa, che non sono un ostacolo all’efficienza e curare le nostre équipe, che esistono in quanto, per tenere gli occhi sulle persone, non si può che lavorare insieme”.

Perché l’Azione Cattolica Italiana punta sull’educazione?

“L’atto educativo è l’azione propria della vita associativa: prendersi cura delle persone significa costruire legami significativi per costruire la vita della comunità. Nell’esperienza associativa abbiamo imparato che l’educazione è uno stile di abitare le relazioni, ma è anche un modo per generare la vita civile e sociale. La sfida educativa ci porta verso l’altro aiutandoci a stare insieme”.

In quale modo l’educazione può essere un aiuto per uno sguardo verso l’alto?

“Il rapporto con l’altro implica anche un atto contemplativo verso l’alto, perché nel Vangelo Gesù ha affermato che Lo possiamo riconoscere nei fratelli. L’evangelizzazione è un’azione educativa; quindi un’autentica azione educativa non può che essere un’azione di annuncio di Vangelo”.

Allora è possibile costruire alleanza tra Azione Cattolica Italiana, Chiesa ed istituzioni civili?

“Bisogna costruire alleanze educative, in quanto è necessario educare insieme: ci vuole un villaggio. Così bisogna costruire reti associative ed avere una visione organica dell’educazione, in modo d tenere in conto tutte le situazioni della persona, perché essa possa aver accesso ad un percorso di crescita culturale, spirituale e fisica”.

(Tratto da Aci Stampa)

E’ Natale: Il Verbo si fece carne!

Il Natale è la prima festa dell’anno liturgico alla quale ci siamo preparati con le quattro domeniche di ‘Avvento’. Questo Natale trova purtroppo oggi l’umanità in grande apprensione, in una situazione dove ogni giorno si distrugge,  si uccide, si muore, dove una furia incontrollata si è abbattuta su uomini e cose e non risparmia piccoli e grandi. Eppure Gesù è venuto ad annunciare la pace: ‘Gloria a Dio, cantarono gli angeli, nell’alto dei cieli e pace agli uomini amati dal Signore’.

Gesù storico è il Verbo del Padre, il Figlio di Dio, la Speranza eterna che si è fatta uomo per additare a tutti la via del cielo. Per salvare l’uomo e riportarlo alla dignità di figlio di Dio Gesù ha umiliato se stesso assumendo la divisa  di un neonato che ha bisogno di cure; Gesù si rivela veramente l’amore del Padre e ci insegna ad amare; un amore che è condivisione, partecipazione,  comunione, servizio e dono; diventa uomo per donare quella pace alla quale aspiriamo tutti.

Il Vangelo narra che Maria e Giuseppe si erano dovuti recare a Betlemme per il censimento, per obbedire all’editto di Cesare Augusto; pensavano di trovare ospitalità presso amici o parenti o in qualche trattoria pubblica ma dovettero adattarsi in una grotta di campagna e il Bambino Gesù, il Figlio di Dio trovò come culla solo una mangiatoia. Dio parla all’uomo attraverso il linguaggio della debolezza, è la festa dell’umiliazione di Dio, come scrive l’apostolo Paolo, Dio si svuotò, si privò della gloria e magnificenza divina, accettò la povertà per farsi vero maestro con l’esempio e la parola.

Sulla grotta di Betlemme cantarono gli angeli e la Chiesa oggi, facendo eco agli angeli, annuncia che il Natale di Gesù è la festa della gioia, la festa della nostra salvezza. ‘Verbum caro factum est’, il Verbo, la Sapienza eterna, il Figlio è nato per noi, in mezzo a noi; vero uomo e vero Dio, Egli è l’Emmanuele ‘il Dio con noi’; non è più uno sconosciuto, questo è un messaggio sempre nuovo, sorprende perché sorpassa ogni nostra aspettativa e umana speranza.

Non è solo un annuncio, è un avvenimento, un accadimento, che testimoni credibili hanno veduto con gli occhi, creduto, toccato nella persona di Cristo Gesù; ascoltando poi le sue parole hanno riconosciuto in Gesù il Messia atteso; con la sua morte e risurrezione hanno avuto la certezza assoluta che Egli è veramente il Santo di Dio, il Figlio unigenito del Padre.  Con la nascita di Gesù si mettono basi granitiche alla Chiesa nascente. Tutto ciò è possibile?, si chiede qualcuno; la forza dell’amore realizza le cose umanamente impossibili. Dio è amore e tutta l’opera divina è espressione di amore: Dio amando crea e creando ama; Dio aveva detto a Mosè: ‘Io sono colui che sono; se sono non cambio mai’.

Egli è amore da sempre e per sempre: la creazione è atto di amore; la redenzione operata da Gesù e voluta dal Padre è espressione di amore e misericordia; la vita che, nascendo in mezzo a noi, oggi ci dona, è luce per tutti gli uomini ed illumina ogni vita  assicurando gioia, speranza e un futuro sicuro. Egli stesso si fa viandante assieme a noi per salvarci ed indicare il cammino da compiere. Ma bisogna accogliere Cristo con fede e con amore: così avvenne con i pastori avvisati dagli angeli: ‘Andate in una grotta troverete l’atteso Messia’; questi vanno, trovano il Bambino e Maria, sua madre, ed offrono i loro doni.

Così avviene con i Maggi che affrontano con fede un lungo viaggio, seguono una ‘luce’, la stella che li guida sino a Betlemme dove si trovava Gesù tra le braccia di Maria, adorano il Bambino, porgono i loro doni. Amore e fede sono un binomio inscindibile: quando con fede viva apriamo il cuore all’amore siamo avvolti dalla luce di Natale; così non fu certamente per il popolo che non offrì a Gesù una casa o un letto per nascere; così non fu per Erode che, informato dai Magi, operò la strage degli innocenti.

Ma il Padre vegliava sul divino Bambino e un Angelo avvisò Giuseppe a lasciare Betlemme e fuggire in Egitto. L’amore porta Gesù a nascere in una famiglia, che diventa vera icona di tutte le famiglie cristiane. La nascita di Gesù apre prospettive di pace, così cantarono gli Angeli: ‘Gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore’. La luce di Natale risplenda oggi in quella terra dove Gesù è nato ed ispiri ad Ebrei e Palestinesi sentimenti di pace nella ricerca di una convivenza giusta, pacifica, duratura.

La luce del Natale, che promana dalla grotta di Betlemme, operi prospettive di pace duratura nella martoriata Ucraina, dove ogni giorno è distruzione, rovina e morte. Il Natale rechi gioia e serenità in tutte le famiglie, in tutti i cuori perché il messaggio di Betlemme trovi vera concretezza in ogni parte del mondo assicurando pace, amore, stabilità e comunione. Allora e solo allora è Natale. Questo è l’augurio di cuore che formulo per tutti e per ciascuno.

Ogni vero cristiano si senta impegnato a tutti i livelli per costruire amore, giustizia e pace. Maria, la santa madre di Dio, presentò Gesù ai pastori e ai Magi e tornarono a casa pieni di gioia; Maria, Vergine Immacolata, madre della Chiesa, rivolgi a noi i tuoi occhi misericordiosi, presenta il tuo e nostro Gesù al mondo intero perché, trasformata dal suo amore, l’umanità diventi il “vero popolo di Dio”.

Fra Valenzisi racconta la Parola di Dio in ‘carne ed ossa’

Che cosa significa incontrare davvero Cristo? Non un’idea, non un ricordo, non un concetto astratto, ma un’esperienza che tocca la vita ‘in carne e ossa’ (acquistabile solo su Amazon: https://amzn.eu/d/4PnJ6go): è questa la sfida che fra Manuel Valenzisi, frate dell’Ordine dei Frati Minori, raccoglie nelle pagine del suo nuovo libro ‘In carne e ossa: Le virtù teologali e i consigli evangelici vissuti da chi ha incontrato Cristo’, nato da un corso di esercizi spirituali ed ora consegnato al pubblico come invito concreto a riscoprire il Vangelo come evento vivo.

Il testo parte da una constatazione semplice ma decisiva: le virtù teologali ed i consigli evangelici non sono categorie da manuale, ma vie di vita. Per mostrarlo, l’autore ci conduce accanto a personaggi del Vangelo (Maria, Giuseppe, la Cananea, la vedova povera, la peccatrice perdonata, la Samaritana) e lascia che siano loro a insegnarci cosa significa credere, sperare, amare. In loro la fede diventa obbedienza, la speranza si intreccia con la povertà, la carità si illumina nella castità. Non teorie, ma carne viva, come l’Incarnazione di cui sono trasparenza.

Chi legge si accorge presto che la Parola di Dio non è semplicemente spiegata, ma quasi ‘cucinata’, come nota p. Serafino Tognetti nella prefazione: strizzata, impastata, ricomposta, fino a diventare piatto nutriente e profumato. Un testo che non si consuma in fretta: chiede pause, riletture, tempo di assimilazione.

Quindi il libro è una piccola scuola di Vangelo vissuto: non un commento esegetico, non un trattato spirituale, ma una testimonianza che mostra come la Parola di Dio, quando la si lascia entrare, diventa vita che cambia la vita.

A lui chiediamo di spiegarci cosa significa incontrare Cristo ‘in carne ed ossa’: “Incontrare Cristo in carne ed ossa significa riconoscere che Dio si è fatto Uomo, uno di noi, nella storia concreta. Ogni scelta, incontro e gesto di Gesù ha un senso: è lì per parlarci oggi. Fermarsi sulla Parola significa non trattarla come teoria, ma come storia viva. La sequela di Gesù passa attraverso persone reali: Maria, Giuseppe, i discepoli, e chiunque ha incontrato. La Chiesa stessa è parte costitutiva di questa Incarnazione.

Inizia con Maria e con tutte le persone che Gesù ha voluto coinvolgere nella sua vita terrena. Tutte le persone che incontriamo nel Nuovo Testamento sono come il seme di una pianta: contengono tutti gli elementi della Chiesa e tutte le indicazioni per i cristiani che vogliono vivere la sequela di Gesù si trovano proprio in queste persone, che costituiscono la compagnia di Gesù. Incontrare Cristo vuol dire entrare in relazione con Lui attraverso queste persone, lasciandosi toccare e interrogare dalla loro esperienza”.

In quale modo la Parola di Dio può essere ‘cucinata’?

“La Parola diventa ‘cucinata’ quando viene meditata, scomposta e ricomposta in modo che possa nutrire. Come segnala p. Serafino Tognetti nella prefazione del libro, la Parola di Dio può essere ‘strizzata, sminuzzata, impastata e ricomposta’ per offrirla in un piatto fumante, digeribile e nutriente. Solo così, ‘inghiottendo’ la Parola di Dio, come fece Ezechiele con il rotolo, il cristiano lascia che essa diventi carne e ossa nella propria vita, producendo stupore, fecondità e trasformazione interiore”.

Allora, cosa significa credere in ‘obbedienza’?

“Credere in obbedienza significa prima di tutto rispondere fiduciosamente a Dio. L’obbedienza è Dio che si fida di me, e io che gli dico di sì. E’ innanzitutto lo sguardo fiducioso di Dio su di me: è Lui che si fida per primo, che affida qualcosa (una parola, una missione, un dono) ed io gli rispondo: ‘Sì, ci sto. Questo dono lo accolgo e lo custodisco’. Obbedire significa entrare in questo movimento di fiducia ricevuta e restituita, dove il primo a esporsi è Dio. Giuseppe accoglie il mistero di Cristo, custodendo e proteggendo il Figlio di Dio, mostrando che l’obbedienza permette al Signore di operare nella storia e di realizzare il suo progetto attraverso di noi”.

Questo è stato il motivo per cui tra tante donne nel libro è stato inserito Giuseppe?

“Infatti. La scelta non era quella di inserire un uomo tra le donne, ma Giuseppe mi è parsa la persona più adatta a parlare del tema dell’obbedienza. La predominanza di figure femminili nel libro invita a riflettere: nel Vangelo le donne spesso mostrano con particolare intensità apertura, fiducia e accoglienza della grazia, esprimendo un ruolo significativo nel cammino spirituale. Il loro esempio ci ricorda che ogni persona è chiamata a rispondere con fiducia alla proposta di Dio e a custodire il mistero della sua volontà nella propria vita”.

In cosa consiste la forma intensiva della vita cristiana?

“I consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza) non sono un ‘di più’ riservato a pochi, ma la forma intensiva della vita cristiana, che custodisce e rende concreta la donazione a Dio. Nel corso della storia, soprattutto durante il Medioevo, si è talvolta distinto tra due perfezioni: quella dei precetti e quella dei consigli, rischiando di porre una distinzione non solo sui mezzi, ma anche sul fine da raggiungere. Allo stesso modo, riguardo alla chiamata alla santità, è stata fatta una distinzione tra le forme di vita, con i religiosi che apparivano come uno stato privilegiato.

Oggi, la riflessione biblico-teologica, sviluppata prima e subito dopo il Concilio Vaticano II, ha chiarito che non è così: né a partire dall’amore dell’uomo per Dio, né dall’amore di Dio che elegge l’uomo si possono derivare forme di vita ecclesiali privilegiate, perché l’invito all’amore perfetto è rivolto a tutti. Nell’amore non c’è distinzione tra dovere e volere: ciò che deve, l’amore lo vuole. Gesù non ha mai voluto dividere i suoi discepoli in due categorie ben distinte.

Le vocazioni paradigmatiche (celibato e matrimonio) in ogni condizione di vita esprimono i consigli evangelici in modi complementari. Attraverso figure bibliche come Maria, Giuseppe, la donna cananea o la vedova povera, possiamo entrare intimamente nella logica della vita cristiana: seguire, donarsi, custodire il mistero di Dio nel quotidiano, lasciandoci accompagnare dalla sua compagnia”.

(Tratto da Aci Stampa)

‘Una Caro’: il matrimonio è promessa di infinito

“Questo è un testo per la Chiesa universale, che può tuttavia essere preso in giusta considerazione in ogni luogo di fronte alle sfide culturali locali. Il documento, infatti, prende sul serio l’attuale contesto globale di sviluppo del potere tecnologico, nel quale l’essere umano è tentato di pensare a sé stesso come ad una creatura senza limiti, che può ottenere tutto ciò che immagina. In questo modo, viene facilmente offuscato il valore di un amore esclusivo, riservato a una sola persona, cosa che di per sé implica la rinuncia libera a molte altre possibilità”: così si legge nell’introduzione, firmata dal prefetto del Dicastero della Dottrina per la fede, card. Víctor Manuel Fernández, alla Nota dottrinale ‘Una Caro. Elogio della monogamia – Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca’, che approfondisce il valore del matrimonio come ‘unione esclusiva e appartenenza reciproca’.

Nella presentazione il prefetto ha specificato il motivo fondamentale della Nota, che vuole essere ‘propositivo’: “In verità, l’intenzione di questa Nota è fondamentalmente propositiva: estrarre dalle Sacre Scritture, dalla storia del pensiero cristiano, dalla filosofia e persino dalla poesia, ragioni e motivazioni che spingano a scegliere un’unione d’amore unica ed esclusiva, un’appartenenza reciproca ricca e totalizzante. Si tratta di uno sforzo che permetterà di arricchire la riflessione e l’insegnamento sul matrimonio con un aspetto finora non molto sviluppato. Allo stesso tempo, potrà costituire per i movimenti e gruppi matrimoniali un materiale vario e utile per lo studio e il dialogo”.

 L’introduzione, quindi, specifica il valore del matrimonio nella Bibbia: “Una sola carne è il modo in cui la Bibbia esprime l’unità matrimoniale. Nel linguaggio comune, invece, ‘noi due’ è un’espressione che compare quando in un matrimonio c’è un forte sentimento di reciprocità, ovvero la percezione della bellezza di un amore esclusivo, di un’alleanza tra due che condividono la vita nella sua interezza, con tutte le sue lotte e le sue speranze. ‘Noi due’ lo dice una persona quando si riferisce ai desideri, alle sofferenze, alle idee e ai sogni condivisi: in una parola, quando si riferisce alle storie che solo i coniugi hanno vissuto. Questa è una manifestazione verbale di qualcosa di più profondo: una convinzione e una decisione di appartenersi mutuamente, di essere ‘una sola carne’, di percorrere insieme il cammino della vita”.

Infatti ‘una sola carne’ è l’invito di Gesù: “Questa dichiarazione di Gesù riguardo al matrimonio traduce la bellezza dell’amore, un cemento che ‘dà solidità a questa comunità di vita, e lo slancio che la trascina verso una pienezza sempre più perfetta’. Istituito ‘al principio’ già al momento della Creazione, il matrimonio appare come un patto coniugale voluto da Dio, quale ‘sacramento del Creatore dell’universo, iscritto quindi proprio nell’essere umano stesso, che è orientato verso questo cammino, nel quale l’uomo abbandona i genitori e si unisce alla sua donna per formare una sola carne, perché i due diventino un’unica esistenza’… D’altra parte, se dal punto di vista fattuale e normativo la monogamia non ha solide basi nell’Antico Testamento, invece i suoi fondamenti teologici si sviluppano in profondità, e questa è la via feconda che verrà percorsa nelle seguenti riflessioni”.

Suddiviso in sette capitoli, più le conclusioni, il testo ribadisce che la monogamia non è una limitazione, ma la possibilità di un amore che si apre all’eterno, facendo esplicito riferimento all’educazione: “La risposta si trova nell’educazione. Non basta denunciare i fallimenti; partendo dai valori che l’immaginario popolare ancora conserva, occorre preparare le generazioni ad accogliere l’esperienza amorosa come mistero antropologico. L’universo dei social network, dove il pudore svanisce e proliferano le violenze simboliche e sessuali, mostra l’urgenza di una nuova pedagogia”.

Quindi la monogamia può essere considerata una ‘profezia’: “L’amore non può ridursi a pulsione: esso convoca sempre la responsabilità e la capacità di speranza di tutta la persona. Il fidanzamento, inteso nel suo senso tradizionale, incarna questo tempo di prova e di maturazione, in cui l’altro viene accolto come promessa d’infinito. Così, l’educazione alla monogamia non costituisce una costrizione morale, ma un’iniziazione alla grandezza di un amore che trascende l’immediatezza. Essa orienta l’energia erotica verso una saggezza della durata e verso un’apertura al divino. La monogamia non è arcaismo, ma profezia: essa rivela che l’amore umano, vissuto nella sua pienezza, anticipa in qualche modo il mistero stesso di Dio”.

In questo senso l’amore monogamico è anelito verso l’eternità: “Allora l’amore dei coniugi diventa epifania della destinazione trascendente ed eterna della persona umana. Perché solo un amore che sia in grado di trascendere l’amore umano, un Amore eterno ed infinito, può rispondere a quel desiderio di amore ‘per sempre’ e ‘senza fine’ che suscita l’amore coniugale. Ed ecco perché l’esperienza di quella particolare e acuta prossimità, offerta dal legame coniugale, è ultimamente destinata a dischiudere al cuore di ogni uomo e ogni donna il desiderio di quella ineguagliabile prossimità che solo Dio può offrire in modo pieno e definitivo. E Dio stesso, facendosi uomo, inizia a rispondere a tale desiderio, anche conferendo alla prossimità che nasce dal legame matrimoniale il sigillo dell’unicità, che è precisamente segno e caparra della comunione di Dio con ciascuno di noi in un’alleanza d’amore senza fine”.

Per questo il matrimonio è un’unità non chiusa in se stessa, ma relazionale: “In definitiva, sebbene ciascuna unione sponsale sia una realtà unica, incarnata nei limiti umani, ogni matrimonio autentico è un’unità composta da due singoli, che richiede una relazione così intima e totalizzante da non poter essere condivisa con altri. Allo stesso tempo, poiché è un’unione tra due persone che hanno esattamente la stessa dignità e gli stessi diritti, essa esige quell’esclusività che impedisce all’altro di essere relativizzato nel suo valore unico e di essere usato solo come mezzo tra gli altri per soddisfare dei bisogni.

Questa è la verità della monogamia che la Chiesa legge nella Scrittura, quando afferma che da due diventano ‘una sola carne’. E’ la prima caratteristica essenziale e inalienabile di quell’amicizia così peculiare che è il matrimonio, e che richiede come manifestazione esistenziale una relazione totalizzante (spirituale e corporea) che matura e cresce sempre più verso un’unione che rifletta la bellezza della comunione trinitaria e dell’unione tra Cristo e il suo amato Popolo”.

XXXI Domenica del Tempo Ordinario: Signore, dona la pace a chi confida in te!

La Chiesa oggi, dopo la celebrazione ieri della festa i tutti i santi, ci invita a ricordare nella Messa tutti i defunti. Dove sono costoro? Oggi sono qui, accanto a noi; il loro corpo riposa al Cimitero, che per noi è ‘Camposanto’; la loro anima è in cielo. Nessuno di noi può pensare che essi sono assenti: quel corpo infatti , che nella vita aveva subito tante trasformazioni (piccolo, appena nato, adolescente, maturo per l’età), oggi riposa al Cimitero, per noi ‘Camposanto’, il luogo dove i santi di Dio aspettano la risurrezione finale perché figli di Dio.

Gesù infatti ebbe a dire: vado a prepararvi un posto: come Gesù è in cielo anima e corpo, come la Madonna è stata assunta in cielo, così noi diciamo: ‘Credo nella risurrezione della carne’.  La vita terrena è infatti un cammino verso il cielo; in questa vita terrena dobbiamo seminare bene per raccogliere a pieni mani, come ci ha ricordato il Cristo.

I defunti, che oggi ricordiamo e per i quali preghiamo esprimendo il nostro affetto cristiano, sono fratelli e sorelle nostre, entrati ormai nel secondo stadio della vita: la vita eterna. Da qui la necessità di ritrovarci oggi davanti a Dio per testimoniare il nostro amore.     

Le loro anime, infatti, sono in cielo in attesa di riprendere il loro corpo. Il cielo non è un luogo lontano, ad esempio: sopra le stelle; dire ‘in cielo’ significa che non si vedono e non si toccano non perchè sono lontano ma perché sono entrate nella dimensione dello spirito; esse sono accanto a Dio, che è presente in ogni luogo.       

Noi preghiamo per essi; essi non possono essere lontano: tutti siamo davanti a Dio, che è in ogni luogo. La Chiesa oggi ci invita a pregare Dio, Padre di tutti, perchè sia sempre vero padre, ricco di misericordia e perdono. Il Signore, amici carissimi, che leggete o ascoltate, è la risurrezione e la vita; Cristo è la speranza che non delude, il Signore è veramente luce che vince le tenebre del peccato e della morte. 

Come famiglia di Dio oggi ciascuno di noi non deve pensare solo ai propri defunti ma a tutti i morti perché sono nostri fratelli e sorelle. Ciò che sostiene la nostra preghiera ed infonde in noi serenità è la nostra fede; la certezza, perché ‘Parola di Dio’, che con la morte la vita non è tolta ma trasformata. Dall’assemblea eucaristica oggi deve emergere un grido di speranza: la morte cede alla vita; Cristo è morto e risuscitato  e prepara per noi un posto nel regno dei cieli. Siamo confortati, amici carissimi,dalla presenza della Santissima Vergine Maria, madre di Gesù e madre nostra. 

Il primo miracolo operato da Gesù fu alla nozze di Cana per  intercessione di Maria.  Invochiamola di cuore: rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi; santa Maria, madre di Dio e nostra, prega per noi. siamo peccatori, ma figli tuoi, a Te consegnati da Cristo Gesù morente in croce. I nostri fratelli e sorelle defunti ci hanno solo preceduti; ma Gesù ci ricorda oggi l’amore: amatevi come io vi ho amato. Seminare bene nel Vangelo, parola di Dio, è amare in nome di Dio, che invochiamo: ‘Padre nostro, che sei nei cieli’.

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