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Papa Leone XIV invita a vivere la Chiesa

“Soffermandoci oggi su una parte del cap. VII della Costituzione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa, meditiamo su una sua caratteristica qualificante: la dimensione escatologica. La Chiesa, infatti, cammina in questa storia terrena sempre orientata verso la meta finale, che è la patria celeste. Si tratta di una dimensione essenziale che, tuttavia, spesso trascuriamo o minimizziamo, perché siamo troppo concentrati su ciò che è immediatamente visibile e sulle dinamiche più concrete della vita della comunità cristiana”: nell’odierna udienza generale papa Leone XIV ha proseguito il ciclo di catechesi sulla Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II, ‘Lumen gentium’, esaminando la dimensione ‘escatologica’ della Chiesa.

Ed ha ribadito che la Chiesa è il popolo di Dio in cammino: “La Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, che ha come fine di tutto il suo agire il Regno di Dio. Gesù ha dato inizio alla Chiesa proprio annunciando questo Regno di amore, di giustizia e di pace. Siamo pertanto chiamati a considerare la dimensione comunitaria e cosmica della salvezza in Cristo e a volgere lo sguardo a questo orizzonte finale, per misurare e valutare tutto in questa prospettiva”.

Quindi la Chiesa vive in funzione escatologica: “La Chiesa vive nella storia al servizio dell’avvento del Regno di Dio nel mondo. Essa annuncia a tutti e sempre le parole di questa promessa, ne riceve una caparra nella celebrazione dei Sacramenti, in particolare dell’Eucaristia, ne attua e ne sperimenta la logica nelle relazioni di amore e di servizio. Essa, inoltre, sa di essere luogo e mezzo dove l’unione con Cristo si realizza ‘più strettamente’, riconoscendo al contempo che la salvezza può essere donata da Dio nello Spirito Santo anche al di fuori dei suoi confini visibili”.

Ecco il motivo per cui la Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II definisce la Chiesa come ‘sacramento di salvezza’: “A questo proposito, la Costituzione Lumen gentium fa un’affermazione importante: la Chiesa è ‘sacramento universale di salvezza’, cioè segno e strumento di quella pienezza di vita e di pace promessa da Dio. Ciò significa che essa non si identifica perfettamente con il Regno di Dio, ma ne è germe e inizio, perché il compimento verrà donato all’umanità e al cosmo soltanto alla fine”.

Ed i cristiani vivono sulla terra orientati al Regno di Dio: “I credenti in Cristo, perciò, camminano in questa storia terrena, segnata dalla maturazione del bene ma anche da ingiustizie e sofferenze, senza essere né illusi né disperati; essi vivono orientati dalla promessa ricevuta da ‘Colui che fa nuove tutte le cose’. Perciò, la Chiesa realizza la sua missione tra il ‘già’ dell’inizio del Regno di Dio in Gesù, e il ‘non ancora’ del compimento promesso e atteso.

Custode di una speranza che illumina il cammino, essa è anche investita della missione di pronunciare parole chiare per rifiutare tutto ciò che mortifica la vita e ne impedisce lo sviluppo e prendere posizione a favore dei poveri, degli sfruttati, delle vittime della violenza e della guerra e di tutti coloro che soffrono, nel corpo e nello spirito”.

In questo modo la Chiesa annuncia la salvezza: “In questa prospettiva, la Chiesa è chiamata a riconoscere umilmente l’umana fragilità e caducità delle proprie istituzioni, le quali, pur essendo al servizio del Regno di Dio, portano la figura fugace di questo mondo. Nessuna istituzione ecclesiale può essere assolutizzata, anzi, poiché esse vivono nella storia e nel tempo, sono chiamate a una continua conversione, al rinnovamento delle forme e alla riforma delle strutture, alla continua rigenerazione delle relazioni, in modo che possano davvero corrispondere alla loro missione”.

In questo modo si instaura una comunione: “Nell’orizzonte del Regno di Dio deve essere compresa anche la relazione tra i cristiani che stanno compiendo oggi la loro missione e quanti hanno già terminato l’esistenza terrena e sono in uno stadio di purificazione o di beatitudine. Lumen gentium, infatti, afferma che tutti i cristiani formano un’unica Chiesa, che c’è una comunione e una compartecipazione dei beni spirituali fondata sull’unione con Cristo di tutti i credenti, una fraterna sollicitudo tra Chiesa terrena e Chiesa celeste: quella comunione dei santi che si sperimenta in particolare nella liturgia.

Pregando per i defunti e seguendo le orme di coloro che hanno già vissuto come discepoli di Gesù, siamo sostenuti anche noi nel cammino e rafforziamo l’adorazione di Dio: segnati dall’unico Spirito e uniti nell’unica liturgia, insieme a coloro che ci hanno preceduto nella fede lodiamo e diamo gloria alla Santissima Trinità”.

Inoltre nell’udienza di oggi al nunzio a Beirut, mons. Paolo Borgia, papa Leone XIV ha videochiamato una decina di preti delle regioni meridionali del Libano per dare incoraggiamento ed assicurare le preghiere nella speranza della pace.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai seminaristi: il soprannaturale non è fuga dalla realtà

“Il seminario è sempre un segno di speranza per la Chiesa; perciò riunirmi con voi (sia con quanti state percorrendo questa tappa sia con quanti avete la responsabilità di accompagnarla) è per me motivo di vera gioia. Potrei parlare di molti aspetti importanti per la vostra formazione, sui quali ho già avuto modo di scrivere nella lettera che ho inviato al Seminario di San Carlos e San Marcelo a Trujillo, in Perù (istituzione di cui ho fatto parte per diversi anni) e che vi incoraggio a leggere quando ne avrete l’occasione”: oggi, dopo gli esercizi spirituali, papa Leone XIV ha incontrato le comunità di quattro seminari spagnoli, esortando ad ‘avere una prospettiva soprannaturale sulla realtà’.

Però nell’incontro di questa mattina il papa si è concentrato sullo ‘sguardo soprannaturale’, riprendendo una frase dello scrittore Chesterton: “Ma oggi vorrei concentrarmi su una cosa che sostiene silenziosamente tutto il resto e che, proprio per questo, corre il rischio di essere data per scontata senza essere coltivata: l’avere uno sguardo soprannaturale della realtà.

C’è una frase dell’autore Chesterton che può servire da chiave di lettura di tutto quello che vorrei condividere con voi: ‘Togliete il soprannaturale e non troverete il naturale, ma l’innaturale’. L’uomo non è fatto per vivere rinchiuso in sé stesso, ma in rapporto vivo con Dio”.

Quindi se si esclude questo rapporto con Dio inizia il disordine: “Quando questo rapporto si oscura o si indebolisce, la vita inizia a disordinarsi dal di dentro. L’innaturale non è solo ciò che è scandaloso, basta vivere prescindendo da Dio nel quotidiano, lasciandolo al margine dei criteri e delle decisioni con cui si affronta l’esistenza”.

Questo rapporto con Dio deve essere evidente soprattutto nel cammino sacerdotale: “E, se questo è vero per ogni cristiano, lo è in modo particolarmente serio nel cammino di formazione verso il sacerdozio. Che cosa ci potrebbe essere di più innaturale di un seminarista o di un sacerdote che parla di Dio con familiarità, ma vive interiormente come se la sua presenza esistesse solo sul piano delle parole, e non nello spessore della vita? Nulla sarebbe più pericoloso di abituarsi alle cose di Dio senza vivere di Dio. Perciò, in definitiva, tutto inizia (e torna sempre) al rapporto vivo e concreto con Colui che ci ha scelti senza alcun merito nostro”.

Però il soprannaturale non è fuga dalla realtà: “Avere una visione soprannaturale non significa sfuggire dalla realtà, ma imparare a riconoscere l’azione di Dio negli eventi concreti di ogni giorno; uno sguardo che non si improvvisa né si delega, ma che si apprende e si esercita nelle circostanze ordinarie della vita. Proprio per questo, se la visione soprannaturale è così decisiva per la vita cristiana, a maggior ragione lo è per chi agirà in persona Christi , e merita di essere custodita con particolare attenzione già dalla fase formativa, perché è il principio che dà unità a tutto il resto”.

Uno sguardo sulla realtà da credente: “Questo sguardo credente della realtà deve tradursi ogni giorno in opzioni concrete di vita; altrimenti, anche le pratiche intrinsecamente buone (come lo studio, la preghiera, la vita comunitaria) possono svuotarsi interiormente e snaturarsi, diventando mero compimento. Un modo semplice e comprovato per custodire questo sguardo è esercitarsi nella pratica della presenza di Dio, che mantiene il cuore sveglio e la vita costantemente riferita a Lui”.

Quindi la formazione del seminarista consiste nel rimanere con Gesù: “In definitiva, lo sguardo soprannaturale nasce dall’aspetto più semplice e decisivo della vocazione: stare con il Maestro. Gesù ha chiamato coloro che ha scelto affinché ‘stessero con Lui’. E’ questo il fondamento di ogni formazione sacerdotale, rimanere con Lui e lasciarsi formare dal di dentro; vedere Dio agire e riconoscere come Lui opera nella propria vita e in quella del suo popolo”.

Però il papa ha sottolineato che le ‘tecniche’ non possono sostituire lo Spirito Santo:  “Perciò, sebbene i mezzi umani, la psicologia e gli strumenti formativi siano preziosi e necessari, non possono sostituire tale rapporto. Il vero protagonista di questo cammino è lo Spirito Santo, che configura il cuore, insegna a corrispondere alla grazia e prepara una vita feconda al servizio della Chiesa. Tutto inizia ora, nelle cose ordinarie di ogni giorno, dove ognuno decide se rimanere con il Signore o cerca di sostenersi da solo con le proprie forze”.

(Foto: Santa Sede)

Prima domenica di Avvento: si aprano i cieli e piova il Giusto

La liturgia è canto di lode a Dio, che va  eseguito tutti i giorni per tutto l’anno liturgico. La liturgia oggi ci dà l’avvio ad un nuovo anno, che è scandito  da tre feste: Natale (festa del Padre), Pasqua (la festa in onore del Figlio) e la Pentecoste (in onore dello Spirito Santo). Questa prima festa è il Natale, giorno in cui ringraziamo il Padre  che, avendo creato l’uomo a sua immagine, dopo il peccato originale, non lo abbandona ma invia il Figlio per redimere e salvare l’uomo. E il Verbo si fece carne, assunse la natura umana e prese il nome di Gesù, o Salvatore.

Nella Liturgia la festività del Natale è preceduta da quattro domeniche di ‘Avvento’; questo termine significa venuta, ma avvento è anche cammino, pellegrinaggio. L’avvento è l’attesa del Signore: Gesù è colui che viene. Ci muoviamo così verso la prima festività dell’anno liturgico, che ci ricorda la nascita di Gesù avvenuta circa 2000 anni addietro nella Giudea a Betlemme; la memoria della sua nascita ci ricorda che Gesù è venuto a noi, ma noi andiamo verso di Lui: creati da Dio, redenti da Cristo Gesù, siamo ogni giorno in cammino verso la casa del Padre.

La Chiesa in questo periodo ci prende quasi per mano e, ad immagine di Maria Santissima., ci fa sperimentare l’attesa gioiosa della venuta del Signore che ci abbraccia con il suo amore che salva e consola. La Liturgia non si stanca di farci ripetere: ‘Vieni, Signore Gesù’, si aprano i cieli e piova il Giusto. L’attesa escatologica, il suo ritorno visibile (quando verrà a giudicare i vivi e i morti, i buoni e i cattivi) è una realtà reale e sicura, anche se sconosciamo il giorno e l’ora.

Nel Vangelo Gesù ci ricorda un episodio biblico: Noè, chiamato da Dio, preparò l’arca che fu la salvezza per lui e tutta la sua famiglia: si mangiava, si beveva, ci si sposava, ognuno faceva quello che voleva: i propri comodi (forse alcuni criticavano e deridevano la realizzazione dell’arca); dominava la logica del ‘come sempre’, si viveva come sempre, fino a quando venne il diluvio universale e si salvarono solo quello dentro l’arca. L’avvento è un invito a vegliare, ad essere svegli, a rompere il ‘come sempre’ e ad iniziare una vita nuova: vegliate, convertitevi; beato chi è pronto ad andare incontro al Signore, beato chi ha la propria valigia ripiena di valori che lo accompagnano e non di cianfrusaglie da spazzatura.         

L’avvento è un invito a compiere questo cammino di fede e di amore perché saremo giudicati da Cristo Gesù sull’amore: ‘Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, amerai il prossimo tuo come te stesso’. E’ necessario ormai abbandonare ciò che è futile, accessorio, secondario per essere fedele a ciò che è necessario ed essenziale. Dio è amore, saremo giudicati sull’amore verso Dio e verso i fratelli. L’avvento è invito ad essere vigilanti: vegliate, dice Gesù, non conoscete il giorno né l’ora.

L’avvento per il cristiano è anche gioia: sappiamo che questa vita finirà, (l’uomo ha oggi inventato anche le armi per autodistruggersi), questo mondo finirà ma il Signore è fedele alle sue promesse, non inganna e non delude; allora ascoltiamo il profeta Isaia: ‘Venite, saliamo sul monte del Signore, camminiamo nella luce del Signore’. Gesù sarà il giudice tra le genti (separerà i buoni dai cattivi come il pastore separa le pecore dalle capre); nel nostro cammino dobbiamo  conservare la gioia, nonostante i dolori, le sofferenze, le pene, le tribolazioni.

L’apostolo Paolo ci esorta ad indossare le armi della luce, il che significa: comportarsi onestamente come in pieno giorno, alla luce del sole: non in ubriachezze e gozzoviglie, non in impurità e licenze, non in contese e gelosie ma rivestiti della luce del Risorto che parla di amore e servizio. Ciò che dà forza è la luce che proviene dal Cristo risorto; la forza che ci permette di camminare bene e sicuri proviene dall’Eucaristia che stiamo celebrando dove Gesù dice: venite a me: siete stanchi, affaticati, oppressi?

Prendete e mangiate: questo è il mio corpo; chi mangia questo pane vivrà in eterno. In Israele era fortissima l’attesa del Messia, ma nessuno avrebbe mai immaginato che il Messia potesse nascere da una ragazza , quale era Maria, promessa sposa a Giuseppe, uomo giusto. Impariamo da Maria, la donna dell’avvento, a vivere i gesti quotidiani con uno spirito nuovo, con i sentimenti di una attesa che solo la venuta di Dio può colmare. Allora. ‘Vieni, Gesù, si aprano i cieli e piova il Giusto’.              

Papa Leone XIV invita a rinnovare l’unità

“…celebriamo questa Santa Messa nella vigilia del giorno in cui la Chiesa ricorda Sant’Andrea, Apostolo e Patrono di questa terra. E nello stesso tempo iniziamo l’Avvento, per prepararci a rivivere, nel Natale, il mistero di Gesù, Figlio di Dio, «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre» (Credo niceno-costantinopolitano), come 1700 anni fa hanno solennemente dichiarato i Padri riuniti in Concilio a Nicea”: con queste parole il papa ha iniziato l’omelia della celebrazione eucaristica nella ‘Volkswagen Arena’ di Istanbul.

Un’omelia incentrata sulla salita al monte: “In questo contesto, la Liturgia ci propone, nella prima Lettura, una delle pagine più belle del libro del profeta Isaia, dove risuona l’invito rivolto a tutti i popoli a salire al monte del Signore, luogo di luce e di pace. Vorrei allora che meditassimo sul nostro essere Chiesa, soffermandoci su alcune immagini contenute in questo testo”.

Un monte a cui tutti  possono salire per assaporare i frutti: “Essa ci ricorda che i frutti dell’agire di Dio nella nostra vita non sono un dono solo per noi, ma per tutti. La bellezza di Sion, città sul monte, simbolo di una comunità rinata nella fedeltà che diventa segno di luce per uomini e donne di ogni provenienza, ci rammenta che la gioia del bene è contagiosa.

Ne troviamo conferma nella vita di molti santi. San Pietro incontra Gesù grazie all’entusiasmo di suo fratello Andrea, che a sua volta, assieme a Giovanni apostolo, è condotto al Signore dallo zelo di Giovanni il Battista. sant’Agostino, secoli dopo, giunge a Cristo grazie alla predicazione calorosa di sant’Ambrogio, e così molti altri”.

Eppoi dal monte il richiamo alla pace: “Quanto sentiamo urgente, oggi, questo richiamo! Quanto bisogno di pace, di unità e di riconciliazione c’è attorno a noi, e anche in noi e tra noi! Come possiamo contribuire a rispondere a tale domanda?

Ci facciamo aiutare, per capirlo, dal ‘logo’ di questo viaggio, in cui uno dei simboli scelti è quello del ponte. Tale immagine può farci pensare anche al famoso grande viadotto che in questa città, attraversando lo stretto del Bosforo, unisce due continenti: Asia ed Europa”.

Una pace che deve essere perseguita a tutti i livelli: “Tre grandi strutture di comunicazione, di scambio, di incontro: imponenti a vedersi, eppure tanto piccole e fragili, se paragonate agli immensi territori che collegano. Il loro triplice stendersi attraverso lo Stretto ci fa pensare all’importanza dei nostri sforzi comuni per l’unità a tre livelli: dentro la comunità, nei rapporti ecumenici con i membri delle altre Confessioni cristiane e nell’incontro con i fratelli e le sorelle appartenenti ad altre religioni. Prenderci cura di questi tre ponti, rafforzandoli e ampliandoli in tutti i modi possibili, è parte della nostra vocazione ad essere città costruita sul monte”.

Quindi la pace si ritrova nell’unità, che è dono di Dio: “L’unità che si cementa attorno all’Altare è dono di Dio, e come tale è forte e invincibile, perché è opera della sua grazia. Al tempo stesso, però, la sua realizzazione nella storia è affidata a noi, ai nostri sforzi. Per questo, come i ponti sul Bosforo, ha bisogno di cura, di attenzione, di ‘manutenzione’, perché il tempo e le vicissitudini non ne indeboliscano le strutture e perché le fondamenta restino salde”.

Dono di Dio che necessità del nostro impegno: “Con gli occhi rivolti al monte della promessa, immagine della Gerusalemme del Cielo, che è nostra meta e madre, mettiamo allora ogni impegno a favorire e rafforzare i legami che ci uniscono, per arricchirci reciprocamente ed essere davanti al mondo segno credibile dell’amore universale e infinito del Signore”.

L’altro legame è quello comunionale: “La stessa fede nel Salvatore, infatti, ci unisce non solo tra noi, ma con tutti i fratelli e le sorelle appartenenti ad altre Chiese e Comunità cristiane. Lo abbiamo sperimentato ieri, nella preghiera a İznik. Anche questa è una via lungo la quale da tempo camminiamo insieme, e di cui fu grande promotore e testimone san Giovanni XXIII, legato a questa terra da vincoli intensi di affetto reciproco”.

Un ultimo legame riguarda il cammino: “Un terzo legame a cui ci richiama la Parola di Dio è quello con gli appartenenti a comunità non cristiane… Perciò vogliamo camminare insieme, valorizzando ciò che ci unisce, demolendo i muri del preconcetto e della sfiducia, favorendo la conoscenza e la stima reciproca, per dare a tutti un forte messaggio di speranza e un invito a farsi operatori di pace”.

In mattinata Bartolomeo I e papa Leone XIV si sono incontrati nel Palazzo del Patriarcato per la firma di una dichiarazione congiunta: “La commemorazione del 1700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico di Nicea, celebrata alla vigilia del nostro incontro, è stata uno straordinario momento di grazia. Il Concilio di Nicea, tenutosi nel 325 d.C., fu un evento provvidenziale di unità.

Lo scopo di commemorare questo evento, tuttavia, non è semplicemente quello di ricordare l’importanza storica del Concilio, ma di spronarci ad essere costantemente aperti allo stesso Spirito Santo che parlò attraverso Nicea, mentre affrontiamo le numerose sfide del nostro tempo. Siamo profondamente grati a tutti i leader e i delegati di altre Chiese e Comunità ecclesiali che hanno voluto partecipare a questo evento”.

L’occasione è stata la commemorazione della ‘Dichiarazione’ congiunta tra papa Paolo VI e il Patriarca ecumenico Atenagora: “Rendiamo grazie a Dio perché questo gesto profetico ha spinto le nostre Chiese a perseguire ‘in uno spirito di fiducia, di stima e di carità reciproche, il dialogo che le condurrà, con l’aiuto di Dio, a vivere nuovamente, per il maggior bene delle anime e la venuta del Regno di Dio, nella piena comunione di fede, di concordia fraterna e di vita sacramentale che esisteva tra loro nel corso del primo millennio della vita della Chiesa’. Nello stesso tempo, esortiamo quanti sono ancora titubanti verso qualsiasi forma di dialogo, ad ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese, spingendoci, nelle attuali circostanze della storia, a presentare al mondo una rinnovata testimonianza di pace, riconciliazione e unità”.

E  l’unità è fondamentale per la pace: “L’obiettivo dell’unità dei cristiani include il fine di contribuire in modo fondamentale e vivificante alla pace tra tutti i popoli. Insieme alziamo fervidamente le nostre voci invocando il dono divino della pace sul nostro mondo. Tragicamente, in molte sue regioni, conflitti e violenza continuano a distruggere la vita di tante persone. Ci appelliamo a coloro che hanno responsabilità civili e politiche affinché facciano tutto il possibile per garantire che la tragedia della guerra cessi immediatamente, e chiediamo a tutte le persone di buona volontà di sostenere la nostra supplica”.

Per questo la dichiarazione congiunta ha ribadito che la religione non serve a giustificare la violenza: “In particolare, rifiutiamo qualsiasi uso della religione e del Nome di Dio per giustificare la violenza. Crediamo che un autentico dialogo interreligioso, lungi dall’essere causa di sincretismo e confusione, sia essenziale per la convivenza di popoli appartenenti a tradizioni e culture diverse. Memori del 60° anniversario della dichiarazione ‘Nostra Aetate’, esortiamo tutti gli uomini e le donne di buona volontà a lavorare insieme per costruire un mondo più giusto e solidale e a prendersi cura del creato, che Dio ci ha affidato. Solo così la famiglia umana potrà superare l’indifferenza, il desiderio di dominio, l’avidità di profitto e la xenofobia”.

Mentre in apertura di giornata nella doxologia papa Leone XIV ha ricordato il cammino verso la comunione tra i cristiani: “Ricordando quell’evento così significativo e ispirati dalla preghiera di Gesù perché tutti i suoi discepoli siano una cosa sola, siamo incoraggiati nel nostro impegno a ricercare il ripristino della piena comunione tra tutti i Cristiani, compito che intraprendiamo con l’aiuto di Dio. Spinti da questo desiderio di unità, ci prepariamo anche a celebrare la memoria dell’Apostolo Andrea, Patrono del Patriarcato Ecumenico. Nella preghiera di questa sera, il diacono ha rivolto a Dio la supplica ‘per la stabilità delle Sante Chiese e per l’unità di tutti’. Questa stessa invocazione risuonerà anche nella Divina Liturgia di domani”.

(Foto: Santa Sede)

Turismo Religioso, Maimone: I miracoli eucaristici sono il segno vivo dell’incontro con Dio

In un’epoca segnata da velocità, distrazione e frammentazione, si fa strada un richiamo silenzioso ma profondo, che invita l’uomo a ritrovare la propria anima e la sua originaria vocazione alla trascendenza. E’ in questo contesto che nasce il progetto ‘Voucher – Il Turismo dell’Anima’, ideato e promosso da Biagio Maimone, Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso (RMTR), in collaborazione con l’agenzia Ventisetteviaggi di Anna Di Maria e con il conduttore televisivo Paky Arcella.

Questo itinerario si propone come un’esperienza spirituale, culturale e rigenerativa, in cui il viaggio diviene atto contemplativo, incontro con il Mistero, ma anche strumento di crescita economica, sostenibilità e valorizzazione dei territori. E’ un modello di turismo innovativo ed esperienziale, che supera la logica del consumo per riscoprire il viaggio come via di conoscenza, di preghiera e di comunione.Ogni percorso è pensato per risvegliare la coscienza, per unire fede e cultura, arte e natura, memoria e futuro — nel segno di una spiritualità viva e incarnata.

L’iniziativa trae ispirazione dai miracoli eucaristici, straordinari segni della Presenza reale di Cristo nel Sacramento dell’altare. Essi costituiscono la testimonianza più viva dell’amore di Dio che si fa carne e rimane tra gli uomini per donar loro la grazia della Sua vicinanza. Attualmente, i miracoli eucaristici riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa sono ventidue, ma recenti studi condotti in Italia (nell’ambito della ricerca teologica, storica e antropologica) ne documentano circa quaranta, diffusi in tutto il Paese, in luoghi che rappresentano un tesoro spirituale di fede e di bellezza.

Tra i più celebri si annoverano: Lanciano (Abruzzo), Bolsena-Orvieto (Umbria), Siena (Toscana),  Cascia (Umbria), Alatri (Lazio), Trani (Puglia), Offida (Marche), Firenze, Turin e Macerata. Ogni miracolo rappresenta un segno di alleanza tra cielo e terra, un evento che parla non solo ai credenti ma all’intera umanità, perché restituisce senso, speranza e stupore al cuore dell’uomo.

Maimone ha sottolineato: “Il progetto ‘Voucher – Il Turismo dell’Anima’ nasce come un segno che richiama alla sorgente stessa del nostro essere. I miracoli eucaristici non sono reliquie di un passato remoto, ma manifestazioni viventi della Grazia, centri di energia spirituale che continuano a parlare al cuore del mondo. Attraverso questo itinerario vogliamo proporre un turismo che sia incontro, non evasione: un incontro con Dio, con l’altro, con il creato e con la propria interiorità.

E’ un cammino che rigenera: rigenera i luoghi, le comunità, il senso della vita. Qui la bellezza diventa sacramento, l’arte diventa preghiera, e il viaggio si trasforma in un atto d’amore e di lode. Chi intraprende questo cammino impara a camminare con il silenzio nel cuore, perché nel silenzio risuona la voce che parla oltre le parole, e in quella voce si riconosce la misericordia che tutto abbraccia”.

‘Voucher – Il Turismo dell’Anima’ non si limita a promuovere la devozione o la conoscenza dei luoghi sacri: esso aspira a trasformare il modo stesso di intendere il turismo. Propone una nuova visione integrale, dove la fede incontra la responsabilità sociale e l’economia si trasfigura in etica e comunione. Il turismo, in questa prospettiva, diventa via di fraternità, sviluppo e sostenibilità, capace di unire l’uomo alla sua terra, la comunità al proprio destino spirituale, la cultura al Mistero che la fonda.

Ogni tappa di questo viaggio sarà concepita come esperienza immersiva, dove il pellegrino sarà invitato a vivere il luogo, non solo a visitarlo: a respirarlo, ascoltarlo, contemplarlo. E’ un turismo che non si misura in chilometri percorsi, ma in profondità di sguardo; non accumula immagini, ma trasforma il cuore. E’ un’economia dello spirito, dove la bellezza non si consuma ma si condivide, e la crescita diventa sinfonia tra creato e creatura. In questa visione si inscrive la luminosa figura di san Carlo Acutis, giovane beato, innamorato dell’Eucaristia e testimone di una fede capace di coniugare spiritualità e modernità.

Fu proprio lui a creare la celebre mostra digitale sui miracoli eucaristici del mondo, oggi tradotta in decine di lingue e diffusa in oltre cento Paesi. San Carlo, con la sua purezza di cuore e la sua intelligenza profetica, ha saputo mostrare come la tecnologia possa divenire strumento di evangelizzazione e di comunione, unendo i popoli nel segno dell’Eucaristia. Il suo esempio ispira ‘Voucher – Il Turismo dell’Anima’, che vuole accompagnare ogni viaggiatore in un cammino di luce, dove la fede si rinnova, la cultura si apre al divino e la vita diventa preghiera.

Questo progetto, attualmente in fase di strutturazione, rappresenta un nuovo paradigma di turismo religioso e culturale, in cui arte, fede, storia e sostenibilità si fondono in un’unica sinfonia spirituale.

Esso invita l’uomo del nostro tempo a riscoprire il senso del pellegrinaggio come atto di bellezza e di fraternità universale, e a riconoscere in ogni luogo visitato la presenza viva di Dio che abita il mondo:

“Quando il viaggio si trasforma in miracolo, conclude Maimone, ogni passo diventa luce, ogni incontro diventa grazia, e ogni anima ritrova se stessa nel respiro dell’Eterno. Il turismo dell’anima è la via nuova di un’umanità che vuole tornare a vedere il mondo come sacramento di Dio e la terra come dimora dell’infinito”.

60 anni di Sinodo. Ne parliamo con padre Fabio Nardelli

Lo scorso 25 ottobre a Roma è stato votato dalla terza assemblea sinodale il documento di sintesi del Cammino sinodale, preparato sulla base degli emendamenti emersi durante la seconda Assemblea sinodale, svoltosi tra lo scorso fine marzo ed inizio aprile, attraverso un lavoro della Presidenza CEI, del Comitato del Cammino sinodale, del Consiglio Permanente, degli Organismi della CEI (Commissioni Episcopali, Uffici e Servizi della Segreteria Generale) e delle Regioni ecclesiastiche, come ha sottolineato il presidente del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, monsignor Erio Castellucci:

“Pur tra tante fatiche, riporta la realtà di oltre 200 Chiese locali, con tutte le loro articolazioni, impegnate a vivere e trasmettere speranza e pace: spesso senza farsi notare, senza ‘fare notizia’, ma sempre con tenacia e cura evangelica. Le nostre comunità cristiane non sono allo sbando: benché provate da tante situazioni faticose e tentate a volte dallo sviluppo, vivono come ‘piccolo lievito’ di fraternità, attenta soprattutto alle persone rimaste o lasciate ai margini”. 

Inoltre lo scorso settembre il Sinodo ha compiuto 60 anni, come ha ricordato papa Leone XIV al termine della recita dell’Angelus di domenica 14 settembre: “Domani ricorre il 60° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, un’intuizione profetica di san Paolo VI, affinché i Vescovi possano ancora di più e meglio esercitare la comunione con il successore di Pietro. Auspico che questa ricorrenza susciti un rinnovato impegno per l’unità, per la sinodalità e per la missione della Chiesa”.

Prendendo spunto da queste sollecitazioni, in questo sessantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, ricordiamo le origini, le motivazioni, le finalità di questo organismo ecclesiastico per coglierne le evoluzioni e, soprattutto, la chiamata per la Chiesa, ad uno stile sempre più sinodale e missionario, con l’aiuto di padre  Fabio Nardelli , docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum ed all’Istituto Teologico di Assisi: quale è stata l’intuizione di papa san Paolo VI per dare vita al Sinodo dei vescovi?

“Il Sinodo dei vescovi viene istituito da papa Paolo VI il 15 settembre 1965, con il Motu proprio ‘Apostolica Sollicitudo’, per dare una risposta in merito all’esigenza della ‘collegialità episcopale’, tanto dibattuta al Concilio Vaticano II. Esso nasce, principalmente, per rafforzare la comunione tra i vescovi e il Romano Pontefice per una più efficace collaborazione nel governo della Chiesa universale. L’importante organismo sinodale può essere, chiaramente, considerato come uno dei frutti dell’ecclesiologia di comunione”.

Quindi il Sinodo dei vescovi è stato un ‘segno dei tempi’?

“Nel contesto del grande rinnovamento conciliare, il Sinodo dei vescovi intendeva promuovere lo scambio di idee ed esperienze all’interno della Chiesa; e, tuttora, permette alla Chiesa intera di camminare insieme nell’ascolto, nella reciproca comprensione e soprattutto nella decisione coraggiosa ed evangelica. Tale forma può essere considerata particolarmente fruttuosa e può rappresentare, davvero, un punto di convergenza di questo dinamismo di ascolto condotto a tutti i livelli della vita ecclesiale”.

 Quale apporto possono offrire i laici?

“Nella Chiesa la sinodalità richiama la necessità della comunità cristiana di ascoltare lo Spirito e di farlo con l’apporto di tutti. L’ascolto dello Spirito non è una qualità che appartiene ad alcuni cristiani, ma è una qualità propria di tutti i battezzati. Il dono divino del sensus fidei (cfr. LG 12) investe la ‘totalità dei fedeli’ ed attribuisce al gregge un ‘fiuto’ per discernere le nuove vie che il Signore dischiude alla Chiesa. La sinodalità, pertanto, diviene l’unico modo possibile per valorizzare il ‘senso di fede’ di tutti i battezzati: tutti soggetti, infatti, ognuno con il suo dono”. 

Quindi come si è ‘evoluto’ in questi anni il Sinodo?

“La Costituzione ‘Episcopalis communio’, promulgata il 15 settembre 2018 da papa Francesco, non intende mettere in luce solo un cambiamento ‘procedurale’ ma vuole considerare il Sinodo come un vero e proprio ‘cammino’, costituito da diverse tappe di attuazione. L’evoluzione ed i differenti cambiamenti di natura metodologica mirano a un maggiore coinvolgimento della base ed ad un movimento sinodale effettivo che permetta a tutti di parlare con parresia e di ascoltare con umiltà”.

 Ma oggi il Sinodo è capace di mantenere vivo lo spirito del Concilio Vaticano II?

“La riflessione sulla sinodalità non può essere considerata solo come un dibattito temporaneo per ‘democratizzare’ la Chiesa, oppure esaurirsi nella celebrazione di assemblee o eventi occasionali, ma è una vera sfida nel ‘camminare insieme’. Certamente il cammino sinodale, in continuità con la riflessione conciliare, ha evidenziato come l’unità e la differenza nella Chiesa sono due elementi preziosi, che vanno tenuti insieme anche attraverso la lettura carismatica della comunità, dove vi sono diversi ministeri e carismi, ma unità di missione”. 

Un cammino sinodale che nel frattempo è diventato anche ‘lievito di unità’?

“Nell’omelia per l’inizio del suo ministero petrino, papa Leone XIV ha invitato a costruire ‘una Chiesa fondata sull’amore di Dio e che sia segno di unità; una Chiesa missionaria, che apra le braccia al mondo, che annuncia la Parola, che si lasci inquietare dalla storia, e che diventi lievito di concordia per l’umanità’. L’immagine evangelica del lievito viene utilizzata come icona della Chiesa sinodale-missionaria che, rimanendo nel mondo, annuncia la presenza del Risorto nella storia e diviene segno di novità e testimonianza credibile del Vangelo vissuto La sfida del ‘cammino sinodale’ oggi è quella di una crescita nelle ‘relazioni’ perché divengano sempre più opportunità di incontro e, al contemporaneo, di una particolare attenzione alla formazione in chiave sinodale di tutti i battezzati, in quanto discepoli-missionari”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV ricorda alle scalabriniane le loro radici

“Appartenete a due Congregazioni nate, pur in circostanze diverse, dallo stesso amore per i poveri: verso le giovani in condizioni di disagio, da parte di Santa Claudine Thévenet e delle Religiose di Gesù-Maria; verso i migranti, da parte di san Giovanni Battista Scalabrini, della Beata Assunta Marchetti e del Venerabile don Giuseppe Marchetti, fondatori delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo, Scalabriniane”: con queste parole ieri papa Leone XIV ha ricevuto circa 100 partecipanti ai Capitoli Generali delle Religiose di Gesù-Maria e delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo, le Scalabriniane.

Il papa ha incentrato l’intervento sui temi dei rispettivi Capitoli: “I temi-guida che avete scelto per i vostri rispettivi Capitoli (‘Gesù in persona si avvicinò’ e ‘Dove andrai tu, andrò anch’io’) sono complementari nell’esprimere le dinamiche delle vostre fondazioni. In essi infatti, sono accostate l’iniziativa di Dio e la risposta dell’uomo. In San Luca vediamo Gesù che si affianca ai discepoli di Emmaus e cammina con loro, per portarli a riconoscerlo nello Spezzare il Pane e fare di loro degli apostoli della sua Risurrezione; nel Libro di Rut vediamo la giovane moabita che, pur potendolo fare, non abbandona la vecchia suocera Noemi, rimasta sola, ma la segue in terra straniera, per assisterla fino alla fine”.

Quindi ha ricordato le loro ‘origini’: “Le circostanze dei vostri inizi non sono state facili. Pensiamo al dramma della Rivoluzione Francese per santa Claudine e alla tragedia dell’emigrazione di massa per mons. Scalabrini, don Giuseppe e Madre Assunta. Nessuno di loro, però, si è tirato indietro, né si è scoraggiato, anche di fronte alle difficoltà sorte dopo le fondazioni. E il segreto di tanta fedeltà è da ricercare proprio nell’incontro con Gesù Risorto. Da lì tutto è cominciato per loro e anche per voi. Da lì si comincia e da lì si riparte, quando necessario, per continuare con coraggio e tenacia a spendersi nella carità”.

Inoltre un invito a pregare: “E se questo è vero sempre, lo è in modo del tutto speciale nel corso del Capitolo Generale, dove Gesù vi si affianca e cammina con voi per aiutarvi a rileggere, nella luce della sua Pasqua, la vostra storia. In questi giorni, Lui sia sempre al centro: date molto spazio alla preghiera e al silenzio, nel corso di tutto l’iter dei vostri lavori. In un Capitolo le illuminazioni più importanti si colgono ‘in ginocchio’, e ciò che matura nelle aule capitolari ha bisogno di essere seminato e vagliato davanti al Tabernacolo e nell’ascolto della Parola. E’ solo ascoltando il Signore che si impara ad ascoltarsi veramente a vicenda”.

Per questo è importante l’esempio di Rut: “Ed è solo così che, sull’esempio di Rut, si diventa sempre più capaci di ‘cercare il volto di Dio nel fratello e nella sorella bisognosi’, anzi, di vedere in loro ‘una promessa, una speranza, un’epifania della presenza divina, un gesto di Dio di cui l’uomo vivente è la gloria’. Ciò richiede coraggio, per lasciarsi provocare dalla presenza di chi soffre, senza temere di abbandonare le proprie sicurezze, avventurandosi, se il Signore lo chiede, in sentieri nuovi.

Inoltre papa Leone XIV ha concesso la conferma all’elezione canonica di Sua Beatitudine Claudiu-Lucian Pop, che succede al card. Lucian Muresan, morto lo scorso 25 settembre: “Sono lieto di esprimerLe fraterne felicitazioni in Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Dio. Prego affinché, seguendo l’esempio dei Suoi venerati predecessori, Vostra Beatitudine, in qualità di Padre e Capo di codesta amata Chiesa sui iuris, sia Pastore che, secondo il Cuore di Cristo, si prende cura del gregge affidatoLe.

Lo Spirito Santo La guidi nel ministero al quale il Signore L’ha chiamata per promuovere la comunione e la missione della Chiesa Greco-Cattolica Romena, perché possa crescere e prosperare, memore dei numerosi martiri e confessori che hanno scritto con la testimonianza della vita pagine indelebili e gloriose di fede”.

(Foto: Santa Sede)

Il vino era finito, hanno ritrovato gioia in Cristo come a Cana. Storia di due sposi

C’è un brano che, sicuramente, se siamo cristiani e lettori della Bibbia, avremo letto e ascoltato tante volte: quello delle Nozze di Cana. I significati e i risvolti contenuti in questo testo sono, tuttavia, molteplici. Tanto ha da dire agli sposi di oggi questo passaggio del Vangelo di Giovanni. Lo testimoniano due coniugi che avevano finito il vino, ma hanno ritrovato in Cristo la gioia di stare insieme e amarsi ogni giorno più del precedente.

Dal Vangelo secondo Giovanni (2,1-11): Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: ‘Non hanno più vino’. E Gesù rispose: ‘Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora’. La madre dice ai servi: ‘Fate quello che vi dirà’. Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili.

E Gesù disse loro: ‘Riempite d’acqua le giare’ e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: ‘Ora attingete e portatene al maestro di tavola’. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: ‘Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono’. Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Il brano sopra riportato suscita negli sposi alcune domande. Perché Gesù compie proprio questo miracolo? Cosa rappresenta il vino? Perché l’evangelista mette l’accento sul vino buono che viene servito alla fine e non all’inizio?E poi: cosa significa per noi oggi? D’altronde, a nessun matrimonio abbiamo visto fisicamente Gesù trasformare l’acqua in vino.

Una prima riflessione che possiamo fare è che Gesù non è una sorta di mago. Questo brano ci parla di un’azione di grazia che Egli continua a compiere in ogni matrimonio, se gli permettiamo di prendere realmente parte della nostra vita coniugale, soprattutto quando ‘finisce il vino’ (la gioia di stare insieme, la capacità di perdono, la capacità di comprendersi, l’impegno di amarsi…).

Noi diamo l’acqua (la nostra parte dobbiamo farla: la grazia non è magia, appunto!), ma lui ci aiuta, col Suo amore. noi riempiamo le giare finché non sono colme. Mettiamo tutto: volontà, impegno, lavoro su noi stessi, preghiera, confronto con altre coppie, cammino in una comunità. E Gesù sana le nostre ferite, supplice alle nostre mancanze, ci dona pace ed entusiasmo quando vengono a mancare, trasforma la sofferenza in gioia. Per rendere concrete queste parole, prendiamo una coppia che aveva finito il vino (come a Cana) e lo ha ritrovato grazie a Gesù. Sono Alfonso ed Elisabetta, separati e poi ricongiunti.

Si sono sposati entusiasti e innamorati, dopo tre anni di relazione. Il matrimonio in Chiesa era bello, ai loro occhi, ma non ne avevano colto il significato. Lo hanno fatto più per tradizione che per fede.

I figli hanno portato gioie, ma anche fatiche e la necessità di trovare un nuovo modo per stare insieme, ma non sono riusciti a trovarlo. E così, hanno iniziato a vivere due vite separate, dedicandosi al lavoro, allo sport, al culto del corpo. Dopo ventitré anni di matrimonio e una serie problemi mai affrontati, sono stati costretti a guardare in faccia la crisi. ‘Betti, mi ami più?’, ‘No’.

Dopo quella risposta, data con assoluta freddezza, inizia l’iter per il divorzio. Nove mesi dopo, il giorno della sentenza, si accorgono che qualcosa è cambiato. Ciascuno, infatti, in quel tempo di solitudine, aveva gridato a Dio e ripreso un cammino di fede personale, accanto a degli amici. Persone speciali che hanno preso per mano lui e lei, in luoghi diversi, ma con un unico sguardo rivolto a Gesù. Sono stati un po’ come quei servi delle nozze a Cana, che hanno fatto ciò che Gesù comandava loro.

Il giorno della sentenza di divorzio, Elisabetta e Alfonso, hanno deciso di riprovarci, ma col Signore. Era il 2009. Da allora, il rapporto ha preso tutta un’altra luce. Testimoniano appena ne hanno occasione la potenza del sacramento del matrimonio e la bontà di Dio. Oggi il loro obiettivo è amarsi ogni giorno più del precedente, restando nella grazia del Signore. Hanno scoperto il valore del Sacramento del matrimonio, che rinnova ogni volta l’amore e trasforma la loro acqua in vino buono. 

Il video con la testimonianza: La storia di Betti e Alfonso, prima separati e poi ricongiunti

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