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‘Un Dio violento? La Bibbia tra guerra e pace’: alla Gregoriana un corso online sulle pagine più controverse della Scrittura

Guerre combattute invocando il nome di Dio, conflitti giustificati da motivazioni religiose, fondamentalismi che trovano nei testi sacri un apparente sostegno, linguaggi politici e culturali sempre più permeati da logiche di contrapposizione e violenza. In un tempo segnato da nuove guerre e da crescenti tensioni internazionali, la domanda sul rapporto tra fede, violenza e rivelazione biblica torna ad assumere un’urgenza particolare.

Per affrontare questa sfida, il Dipartimento di Teologia Biblica della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Gregoriana propone il corso online “Un Dio violento? La Bibbia tra guerra e pace” che intende offrire chiavi di lettura pertinenti per comprendere criticamente alcuni dei testi più difficili e controversi della Scrittura.

Il corso nasce dalla consapevolezza che il tema della violenza attribuita a Dio non rappresenta soltanto una questione esegetica, ma tocca direttamente il dibattito contemporaneo sulla pace, sulla convivenza tra i popoli e sul corretto uso del linguaggio religioso nello spazio pubblico. Esso, affidato al prof. Luca Mazzinghi, docente esperto di Antico Testamento, affronterà il problema della violenza divina e della guerra alla luce dei testi biblici.

Il Dio biblico è forse un Dio violento? La Scrittura è davvero un libro di pace? Come interpretare i racconti della conquista della terra promessa, i Salmi imprecatori, i testi sulla collera divina o le immagini di giudizio presenti nelle Scritture fino all’Apocalisse? In che modo, in particolare, leggere quei passi che sembrano collegare la violenza direttamente alla volontà divina?

Attraverso un approccio insieme esegetico e teologico, il corso guiderà i partecipanti nella lettura critica di questi testi, mettendoli in dialogo con il magistero contemporaneo della Chiesa sulla pace, dalla ‘Pacem in Terris’ di Giovanni XXIII in poi, e sulla Bibbia, dalla ‘Dei Verbum’ alla ‘Verbum Domini’ per comprendere come la rivelazione biblica possa essere interpretata oggi senza cadere in letture fondamentaliste o ideologiche.

Calendario primo semestre (ore 16:00 – 17:30): 13, 20, 27 ottobre 2026; 3, 10, 17, 24 novembre 2026; 1, 15 dicembre 2026; 12, 19 gennaio 2027. In un contesto globale nel quale il riferimento a Dio continua a essere utilizzato per legittimare conflitti armati, rivendicazioni identitarie e logiche di esclusione, il corso intende offrire gli strumenti necessari per distinguere tra il messaggio autentico delle tradizioni religiose e le loro possibili strumentalizzazioni.

L’iniziativa si rivolge a insegnanti di ogni ordine e grado, operatori pastorali, religiosi/religiose e laici/laiche interessati/e ad approfondire il rapporto tra Bibbia, storia, guerra e pace attraverso un approccio scientifico, interdisciplinare e accessibile.

Le iscrizioni sono aperte fino 31 ottobre. La partecipazione è riservata agli iscritti e prevede un contributo di € 65. Informazioni e iscrizioni: www.unigre.it – corsiteonline@unigre.it.

Divagazioni bibliche sotto l’ombrellone: intervista ad Anna Porchetti

«Sposarsi e decidere di unire i propri destini è la sfida più grande e avventurosa che un uomo e una donna possano fare insieme».

Lo ha ricordato e spiegato bene la scrittrice e blogger Anna Porchetti nel suo primo libro Amatevi finché morte non vi separi. Il matrimonio: scelta per uomini coraggiosi e donne veramente libere [Effatà Editrice, Cantalupa -Torino 2022, pp. 144, euro 14], dedicato al rapporto di coppia per sempre e tradotto in spagnolo (per Loyola Press) e in polacco (Edizioni San Paolo).

Ora l’autrice, moglie e madre di tre figlie con tante collaborazioni giornalistiche e radiofoniche e un master in Scienza e fede conseguito all’ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, esce con un nuovo libro, Il cristiano è un lavoro duro ma qualcuno lo deve pur fare. Divagazioni bibliche nel secolo XXI [Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, pp. 256, euro 18]. L’abbiamo intervistata mentre ne sta organizzando una presentazione a Roma, della quale vi informeremo tempestivamente sulla nostra testata.

Per tornare un momento al tuo lavoro di debutto, Amatevi finché morte non vi separi, se le statistiche ci dicono che i matrimoni sono sempre più in crisi e aumentano le coppie di fatto, come fai a sostenere che ha ancora senso sposarsi?

Dopo aver pubblicato il libro, sono stata invitata a una serie di corsi per fidanzati. Una delle cose più sorprendenti che ho scoperto è che più della metà delle coppie di questi corsi è costituita da coppie di fatto, conviventi da anni e spesso anche con figli. Sono persone che, in apparenza, hanno già realizzato la loro storia d’amore ma, nella realtà, sentono che manca qualcosa. Il matrimonio sacramentale non è solo una cerimonia più solenne e commovente delle altre, non è solo una tradizione o l’occasione per sfoggiare abiti principeschi ma è il veicolo di una profonda trasformazione.

Con esso i due sposi si appartengono completamente, in modo indissolubile ed eterno. Non si tratta di un incantesimo o di un rito magico, ma della grazia del Sacramento, che Dio ci infonde attraverso lo Spirito Santo. Eternità e indissolubilità sono parole che spaventano solo gli amori piccoli e immaturi. Gli amori grandi sognano di essere davvero indissolubili ed eterni. È per questo che, se ci si ama davvero, prima o poi si comprende che un matrimonio sacramentale non è assolutamente la stessa cosa di una convivenza.

Ed a coloro che sostengono che, comunque, un matrimonio religioso nell’ambito di in una società agnostica e individualista non potrà mai ritornare “di moda” cosa rispondi?

Rispondo che sposarsi non perderà mai di senso e non seguirà mai le mode, perché il Signore ha voluto costruire il matrimonio dotandolo di quello di cui aveva bisogno, ovvero il Sacramento necessario a cementare un amore davvero profondo. Si tratta di un dono immenso e goderne è un privilegio.

Il cristiano è un “lavoro duro”, scrivi, ma che qualcuno deve pur fare. Già, ma come farlo in un Paese nel quale l’appartenenza alla Chiesa è vista come una scelta privatistica che non deve incidere nella società?

Credo che la trappola più insidiosa della modernità stia in questo invito al disimpegno spirituale. La religione viene indicata quasi come fosse un vizio privato, da tenere nascosto, da praticare fra le mura domestiche, nella privacy della propria abitazione. Quasi fosse una droga, una pratica estrema, o un qualcosa a cui non si riesce a rinunciare, ma di cui, sotto sotto, ci si vergogna un po’. E poi, diciamolo, il cristianesimo è davvero una religione controcorrente. Non è una novità, lo diceva già San Paolo, quando scriveva che la croce è scandalo dei giudei e stoltezza dei pagani. Amare il prossimo tuo, dove si è mai sentito? Fare il bene anche di chi ti vuole male, chi altri lo propone? Un cristiano è un personaggio ingombrante e bislacco.

Sì, in effetti, pochi sono disposti a negare che la dimensione spirituale sia parte integrante di ciascuno di noi, della nostra personalità, del nostro modo di intendere la vita…

Vero, e tenere nascosta la nostra fede o vergognarcene sarebbe un modo di nascondere noi stessi, di essere inautentici. Nel mio ultimo libro parlo di Daniele, un personaggio biblico che rappresenta il primo caso documentato di obiezione di coscienza. Lui lavora, si integra in una società aliena e persino ostile all’Ebraismo. Si fa apprezzare ma non nasconde la sua fede, né è disposto a scendere a compromessi col mondo. Nemmeno quando questa fedeltà rischia di costargli cara. Con la cresima diventiamo soldati di Cristo, ma questo non significa prendere in mano armi o nutrire propositi bellicosi, bensì ricordare che la nostra fede prevede anche una chiamata alla militanza, alla lealtà, alla coerenza, alla difesa dell’essenza del nostro credo e alle connesse convinzioni religiose e spirituali.

Con stile ironico ma allo stesso tempo profondo ci riproponi nel tuo ultimo libro gli insegnamenti della Bibbia a partire dal ricchissimo catalogo di storie nelle quali Dio si è messo in dialogo con uomini e donne, nella quotidianità delle loro vite. Leggere quelle storie così lontane culturalmente e nel tempo può davvero ispirarci anche oggi?

Noi moderni nutriamo verso il passato, la Bibbia in particolare, un pregiudizio ingiustificato. Riteniamo di essere assolutamente diversi da ogni precedente generazione e che quello che capita a noi, non si sia mai verificato nella storia dell’umanità. Il fatto è che le storie e i personaggi della Bibbia non sono affatto lontani da noi! Al contrario, sono vicinissimi, perché la natura umana non è mai cambiata. Al massimo sono cambiati gli outfit e le abitudini. Ma gli uomini e le donne sono rimasti tali e quali, con le loro miserie, le loro paure, la difficoltà a fidarsi di Dio.

Anche ai tempi dell’Antico Testamento esistevano uomini con poca autostima, come Gedeone, mogli rompiscatole, come Rachele, gente brontolona e incontentabile, come il popolo dell’Esodo. E che dire di Raab? Una straniera che riesce a realizzare una perfetta e invidiabile integrazione in una cultura diversa dalla sua. E vogliamo parlare della parabola dei talenti, il primo talent show che la storia ricordi? E il vasaio del libro di Geremia non è un produttore di tupperware ante litteram? Rileggere la Bibbia senza preconcetti, ci aiuta a vederne la straordinaria attualità e a riflettere sulla nostra natura.

Puoi sintetizzare per i nostri lettori la storia biblica che hai ironicamente intitolato Eva e il complottismo?

Certamente.Eva non è forse la prima complottista dell’umanità? Lei pensava che Dio volesse negarle il frutto dell’albero al centro dell’Eden, perché aveva qualcosa di losco da nasconderle. Istigata dal serpente, deve aver pensato: “Dio vuole fregarmi! Meno male che io sono una furba, una che si informa, che cerca fonti indipendenti, non allineate con la vulgata mainstream! Invece, io penso con la mia testa, e me ne frego dei divieti!”. Lei è così convinta che ci sia qualcosa sotto, e che Dio la voglia privare di chissà quale privilegio a cui ha diritto, che fa la cosa più sbagliata che potesse fare. Decide di non fidarsi di Dio, che ha a cuore il suo vero bene, e di dar retta al diavolo, che, come suggerisce il suo nome, è maestro nel dividere, nell’allontanare l’uomo (e la donna) da Dio.

In conclusione, come sostieni nel libro, «fare parte della comunità dei cristiani è immensamente vantaggioso, oggi, come nel passato». Puoi darci degli argomenti comunicativamente efficaci per convincere di ciò le tante persone che considerano i cristiani (per dire il meno) dei frustrati se non dei “deprivati”?

Beh, il vantaggio mi sembra piuttosto evidente. Con la fede, non serve costruire imperi sulla terra, c’è un intero Regno dei Cieli, già fatto e finito. Se ti guadagni un posto lì, non dico una nuvola vista mare, ma anche solo uno sgabello, uno scrannetto, uno strapuntino, hai fatto tombola. Hai un posto fisso in un luogo in cui non si litiga nemmeno alle riunioni di condominio. In paradiso, per chi avrà la fortuna di abitarci, si sta benissimo. Il Padrone di casa è un gran Signore, tratta tutti come figli. Non si paga l’affitto, non c’è il rischio di essere sfrattati. E poi, non fa caldo come all’inferno che, per di più, è un posto davvero mal frequentato. Peggio che certi quartieri degradati di Milano, ma non ditelo al sindaco, lui è convinto che il Signore abbia aperto un franchising del suo Regno qui in città…

Papa Leone XIV: l’Eucarestia insegna lo stile di vita

“Subito dopo aver rievocato l’Ultima Cena di Gesù, la Costituzione sulla Liturgia parla dell’Eucaristia con questi accenti agostiniani. Per i cristiani, prendere parte alla mensa del Signore significa infatti ‘essere formati dalla Parola di Dio, ristorarsi alla mensa del Corpo del Signore, rendere grazie a Dio’. E’ ricevendolo nella sua Parola e nell’Eucaristia che diventiamo ciò che riceviamo. Diventiamo il Corpo di cui il Capo è il Cristo risorto, assiso alla destra del Padre, il quale ci prepara un posto nei cieli: l’Eucaristia è così il sacramento del Regno che viene”: continuando la catechesi nell’udienza generale, dedicata alla Costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’, papa Leone XIV ha riflettuto ancora sulla liturgia.

Ed al centro dell’azione liturgica c’è l’eucarestia: “L’assemblea liturgica offre il Sacrificio ‘non solo per le mani del sacerdote, ma anche unita a lui’. In questa prospettiva, l’Eucaristia è la forma del sacrificio spirituale dei cristiani, in quanto via dell’unione con Dio e dell’unione reciproca. Partecipandovi, essi imparano ‘ad offrire sé stessi e, di giorno in giorno, a essere consumati, per mezzo di Cristo, nell’unità con Dio e tra di loro’.

Così, incorporandoci a Cristo, l’Eucaristia ci insegna ad adottare lo stile di vita del Signore Gesù stesso, contrassegnato dal dono gratuito di sé. Questo dono ci fa entrare, perciò, nella dinamica dell’unità, che offre un potente antidoto ai fermenti di divisione che minano il nostro mondo, le nostre comunità, le nostre famiglie, il nostro cuore”.

Per questo è stato istituito il Lezionario: “Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha chiesto di aprire più largamente i tesori della Bibbia, perché venga offerta ai fedeli con maggiore abbondanza la mensa della Parola di Dio. La riforma liturgica ha tradotto questa richiesta in quel tesoro che è il Lezionario, cioè il libro che raccoglie tutte le Letture bibliche per le celebrazioni liturgiche. Tale ampiezza è stata attinta alla fonte più pura della Tradizione vivente, che coniuga la fedeltà alla tradizione con l’apertura a un legittimo progresso. L’inizio del capitolo II della Costituzione sulla Liturgia è intessuto di riferimenti al grande fiume della Tradizione, che va dai Padri della Chiesa fino a noi”.

Precedentemente il papa ha ricevuto autori e autrici, in occasione del centenario della nascita della Libreria Editrice Vaticana, ripetendo le parole di Paolo VI agli artisti: “Scrivere, nel modo in cui voi lo fate, è un atto di verità, di svelamento. Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo. In questa tensione al vero sentiamo come la verità sia discreta, si offra a noi nel dialogo interiore con Dio e nel dialogo aperto e rispettoso con il prossimo. ‘La verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere’. Non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a ‘conquistarci’. Per questo vi auguro di essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti”.

Quindi la scrittura è un gesto di umanità: “Nel vostro scrivere storie e nel delineare i vostri personaggi voi vi immedesimate in essi, ne cogliete i punti di vista, le emozioni, i sentimenti, gli atteggiamenti… In questo sta la grande palestra di umanità che voi fate sperimentare ai lettori, perché chi legge, in un certo senso, vive tante vite oltre alla propria. E questo ci aiuta a scoprire le diversità di vedute, a non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera”.

Ma avvicina anche a Dio: “Infine, scrivere ha a che fare con Dio. Può sembrare azzardato dire questo, ma diversi teologi hanno riflettuto e scritto sulla consonanza tra la forma dello scrivere e la rivelazione del Dio biblico…

Quando andiamo al fondo della nostra umanità, non siamo distanti da Dio: è lì, nel mezzo di storie molto umane, che Dio si rivela. Il Dio della Bibbia si manifesta nella liberazione dalla schiavitù, nella nascita ormai insperata di un figlio, nell’amore misericordioso e fedele. Parla attraverso fatti e incontri, volti e storie”.

In conclusione il riferimento a papa san Paolo VI: “Per questo ripeto a voi, scrittori e scrittrici, ciò che san Paolo VI disse a tutti gli artisti: Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione, della vostra fantasia narrativa, della vostra vivacità di pensiero. Ne abbiamo bisogno per creare spazi di libertà e di autenticità, dentro i quali la grazia divina possa far risuonare una promessa di consolazione e di pace”.

(Foto: Santa Sede)

Il beato Gabriele Maria Allegra e la ‘Bibbia di Natale’ in cinese

In questo anno, ottavo centenario del Transito di san Francesco, lunedì 26 gennaio è ricorso il 50^ anniversario della morte del beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), frate minore e missionario in Cina; per l’occasione il ministro generale dell’Ordine dei frati minori, fra Massimo Fusarelli, ha scritto una lettera per ricordare l’apostolo della Parola di Dio in una cultura millenaria, intitolata ‘Spegnere per ascoltare. Dal silenzio alla Parola nell’era digitale’:

“Questa felice coincidenza mi dà l’occasione di ricordarne con gratitudine la persona e l’opera. La sua vita è una testimonianza profetica che illumina la sfida dell’ascolto biblico nell’era digitale. Non solo ricordiamo ciò che ha fatto (la traduzione integrale della Bibbia in cinese dopo 26 anni di lavoro intenso), ma vogliamo metterci in ascolto del suo metodo e del suo spirito, che continuano a parlare con forza particolare”.

Primogenito di 8 figli, ad 11 anni entrò tra i frati minori nel convento di san Biagio di Acireale, in Sicilia. Completati gli studi, si recò a Roma venendo ordinato sacerdote il 20 luglio 1930, per prepararsi alla vita missionaria in Cina, dove arrivò nel 1931 all’età di 24 anni. Qui tradusse la Bibbia in cinese con l’aiuto di mons. Raffaelangelo Palazzi. E’ stato beatificato nel 2012.

Dal 1939 al 1944 lavorò alacremente alla traduzione dell’Antico Testamento in lingua cinese. Fondò a Pechino, nel 1945, uno studio biblico, annesso alla locale Università cattolica, che poi fu costretto a chiudere nel 1948 con l’avanzata dell’esercito di Mao.

Si trasferì allora definitivamente ad Hong Kong nel 1950, dove continuò la traduzione delle parti restanti dell’Antico Testamento e iniziò la traduzione del Nuovo Testamento. La traduzione dell’intera Bibbia fu ultimata con l’aiuto di diversi collaboratori nel 1961. Pubblicò in lingua cinese anche la traduzione dei più noti documenti pontifici di papa Leone XIII e papa san Paolo VI. Morì ad Hong Kong il 26 gennaio 1976 a causa di un aggravamento delle condizioni di salute generale.

Con anticipo sui ‘tempi conciliari’ il beato Allegra ha annunciato sempre ed in ogni luogo la Parola di Dio, si legge nella lettera del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori: “E’ questo incontro che il beato Allegra ha promosso senza mai stancarsi, per avvicinare la Parola di Dio a quel popolo con il quale aveva scelto di vivere e con i mezzi di cui disponeva”.

Il suo amore per il popolo cinese e per la Parola di Dio lo porta a tradurre in cinese la Bibbia: “Nel 1930, appena ordinato sacerdote, Fra Gabriele Maria parte per la Cina con un sogno impossibile: tradurre l’intera Bibbia in cinese. Gli dicono che è folle; la lingua cinese non ha alfabeto ma ideogrammi, è ‘impossibile’ tradurre le Scritture. Impara il cinese in quattro mesi. Ma capisce subito che non è sufficiente conoscere la lingua; bisogna anche ‘pensare come un cinese’. Così inizia un cammino di 26 anni di immersione totale nella cultura cinese, sempre con la Bibbia in una mano e la preghiera nell’altra”.

Anche la ‘profezia francescana’ è stato utilizzata dal beato Allegra per annunciare la Parola di Dio ai cinesi: “La ‘Bibbia di Natale’ (così la chiamano) continua a portare a milioni di cinesi la Parola di Dio: secondo le sue parole, questa è ‘il tesoro affidatole da Cristo’…

Il suo metodo (silenzio, immersione culturale, tempo, comunità, umiltà) non è affatto superato, ma rappresenta una chiave per l’oggi digitale. Il beato Allegra ha tradotto la Parola senza tradire né la Scrittura né la cultura cinese; anche noi siamo chiamati a far risuonare la Parola di Dio anche nel mondo digitale di oggi”.

Per conoscere meglio il beato Allegra abbiamo intervistato la prof.ssa  Raissa De Gruttola, ricercatrice all’Università Ca’ Foscari di Venezia, chiedendo il motivo per cui andò in Cina: “Il beato Gabriele Maria Allegra si recò in Cina nel 1931, in risposta a una vocazione missionaria maturata da giovane e preparata durante gli anni di formazione”.

Perché tradusse la Bibbia in cinese?

“Venuto a conoscenza della mancanza di una versione completa e ufficiale della Bibbia cattolica in lingua cinese, decise di chiedere ai superiori di recarsi in Cina come missionario e con il compito specifico di dedicarsi alla traduzione delle Scritture”.

Con quale ‘spirito’ si mise in ascolto del popolo cinese?

“Il beato Allegra si mise in ascolto del popolo cinese con uno spirito caratterizzato da rigorosa umiltà intellettuale, rispetto per la tradizione locale e disponibilità all’apprendimento, dedicandosi allo studio sistematico della lingua e dei testi classici, nonché alla comprensione delle dinamiche religiose e culturali del contesto. Tale atteggiamento lo condusse alla preparazione del progetto di traduzione della Bibbia, con la convinzione che l’accesso diretto alla Sacra Scrittura costituisse un elemento imprescindibile per lo sviluppo di una comunità cristiana matura e realmente autoctona”.

Perché diede vita ad uno ‘Studio biblico’?

“Questo progetto di traduzione integrale della Bibbia in lingua cinese era inteso non come semplice operazione linguistica, ma come atto teologico ed ecclesiologico di primaria importanza, finalizzato a donare ai cristiani di lingua cinese le Scritture nella loro lingua. L’opera di traduzione, condotta direttamente dai testi originali ebraici e greci secondo criteri filologici rigorosi, fu lunga e meticolosa. Intrapreso individualmente nel 1935 con la traduzione dell’Antico Testamento, il progetto di traduzione conobbe una svolta importante il 2 agosto 1945, data di fondazione dello Studio Biblico Francescano Cinese.

Dopo aver ultimato la traduzione dell’Antico Testamento, infatti, p. Allegra, consapevole della complessità scientifica del lavoro e della necessità di garantirne continuità e autorevolezza, nonché della difficoltà della lingua cinese, decise di formare un gruppo di esperti per lavorare alla traduzione e all’apostolato biblico in Cina. Nel 1945 fondò lo ‘Studio Biblico’ a Pechino selezionando come primi membri cinque francescani cinesi che, già esperti in lingua e letteratura cinese, avrebbero studiato le lingue bibliche ed esegesi del testo sacro.

Il gruppo si occupò della pubblicazione dell’Antico Testamento in otto volumi e poi alla traduzione e pubblicazione del Nuovo Testamento in 3 volumi. L’opera fu completa nel 1961, quando già lo Studio Biblico, concepito come centro stabile e duraturo di ricerca esegetica e traduttiva, era stato trasferito a Hong Kong (1948), dove tutt’oggi opera”.

Per quale motivo fu chiamata ‘Bibbia di Natale’?

“Per offrire ai cattolici di lingua cinese uno strumento più agile degli undici volumi pubblicati tra il 1945 e il 1961, il team dello Studio Biblico intraprese l’ulteriore progetto di lavorare a un volume unico della Bibbia. Il lungo lavoro di revisione ed adattamento delle note e delle appendici culminò nella pubblicazione della cosiddetta ‘Bibbia di Natale’, il 25 dicembre 1968, data significativa in quanto evocativa dell’incarnazione della Parola di Dio nella lingua e nella cultura cinese”.

A 50 anni dalla sua morte e dopo l’accordo provvisorio tra Santa Sede e Cina quale è l’attualità del beato Allegra?

“A 50 anni dalla sua morte, la figura del beato Allegra conserva una rilevante attualità: il suo approccio, fondato su competenza scientifica, pazienza storica e rispetto delle mediazioni culturali, offre ancora oggi un paradigma significativo per comprendere le possibilità di dialogo tra la Chiesa cattolica e la Cina, indicando una via che privilegia il lungo periodo, la conoscenza e l’ascolto reciproci e la centralità della Parola come spazio condiviso di incontro”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV sollecita ad una più accurata formazione biblica

“La proposta formativa a cui partecipate corrisponde alla duplice missione del Pontificio Istituto Liturgico. Come auspicava il Santo Padre Benedetto XVI, esso prosegue con slancio il suo servizio alla Chiesa, nella piena fedeltà alla tradizione liturgica e alla riforma voluta dal Concilio Vaticano II, secondo le linee maestre della ‘Sacrosanctum Concilium’ e dei pronunciamenti del Magistero. Dall’altra parte, iniziative come questa danno attuazione ai compiti formativi enunciati nella Costituzione apostolica ‘Veritatis gaudium’, come quello di formare ministri e fedeli per prepararli al loro servizio nella pastorale e nella liturgia”: inizio settimana intenso per papa Leone XIV, che oggi ha incontrato la Federazione Biblica Cattolica, esortando a diventare ‘lettera vivente scritta non con inchiostro’ ma con lo Spirito di Dio, dando così testimonianza in un mondo in cui il Vangelo spesso non viene contemplato.

Ed ha sottolineato la necessità di una formazione biblica: “In effetti, nelle diocesi e nelle parrocchie c’è bisogno di tale formazione ed è importante, laddove non vi siano, iniziare percorsi biblici e liturgici. Il Pontificio Istituto Liturgico potrebbe qualificarli, per aiutare le Chiese particolari e le comunità parrocchiali a lasciarsi formare dalla Parola di Dio, spiegando i testi del Lezionario feriale e festivo, e anche per proseguire una iniziazione cristiana e liturgica che aiuti i fedeli a comprendere, per mezzo dei riti, delle preghiere e dei segni sensibili, il mistero di fede che si celebra”.

Formazione soprattutto per chi ha il compito di proclamare le letture: “A proposito della formazione biblica unita a quella liturgica, raccomando alla cura dei direttori degli uffici di pastorale liturgica la particolare attenzione verso coloro che proclamano la Parola di Dio. Assicurate una preparazione approfondita dei lettori istituiti e di quanti leggono le Scritture in modo stabile nelle celebrazioni. Le competenze bibliche di base, una dizione chiara, la capacità di cantare il salmo responsoriale, come pure di comporre le preghiere dei fedeli per la comunità sono aspetti importanti che attuano la riforma liturgica e fanno crescere il cammino del Popolo di Dio”.

Infatti la formazione liturgica è molto importante e non può essere trascurata: “Sappiamo bene che la formazione liturgica è uno dei temi principali di tutto il percorso conciliare e post-conciliare. Si sono compiuti tanti passi in avanti, ma c’è ancora molta strada da percorrere. Non ci stanchiamo: riprendiamo con slancio le buone iniziative suscitate dalla riforma e al tempo stesso ricerchiamo nuove vie e nuovi metodi.

L’ufficio per la pastorale liturgica è responsabile in ogni diocesi della formazione liturgica permanente del clero e dei fedeli, della preparazione ai ministeri, della cura dei gruppi liturgici parrocchiali, dei ministranti, dei lettori, dei cantori. Si tratta di favorire una fruttuosa partecipazione del Popolo di Dio, come pure una liturgia decorosa, attenta alle diverse sensibilità e sobria nella sua solennità”.

Inoltre il papa ha invitato a non trascurare i momenti di preghiera a cui la Chiesa richiama sempre: “Tra gli aspetti legati al vostro servizio di direttori, desidero richiamare la promozione della Liturgia delle Ore, la cura per la pietà popolare, l’attenzione alla dimensione celebrativa nella costruzione delle nuove chiese e nell’adeguamento di quelle già esistenti. Sono temi che affronterete durante il corso e con cui vi cimentate ogni giorno”.

Eppoi i gruppi liturgici parrocchiali devono avere un consenso da parte della diocesi: “In molte parrocchie, poi, sono anche presenti i gruppi liturgici, che devono lavorare in sinergia con la commissione diocesana. L’esperienza di un gruppo, anche piccolo ma ben motivato, che si occupa della preparazione della liturgia è espressione di una comunità che cura le sue celebrazioni, le prepara, le vive in pienezza, in accordo con il parroco. In questo modo si evita di delegare a lui tutto e di lasciare solo a pochi la responsabilità del canto, della proclamazione della Parola, dell’ornamento della chiesa”.

Quindi ha invitato a rendere di nuovo ‘attraente’ la liturgia: “Col tempo, purtroppo, alcuni di questi gruppi si sono assottigliati fino a sparire, quasi avessero smarrito la loro identità; occorre allora impegnarsi perché questo ambito della vita della Chiesa torni a essere attraente, capace di coinvolgere persone competenti o almeno inclini a questo tipo di servizio”.

Mentre alla Federazione Biblica Cattolica il papa ha ripreso la Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione, ‘Dei Verbum’, di cui ricorre il 60^ anniversario: “In questi giorni di riflessione, vi incoraggio a riesaminare la vostra fedeltà personale ed ecclesiale a questo mandato, che non è altro che la proclamazione del kerygma, il mistero salvifico di nostro Signore Gesù Cristo. Infatti, la vostra missione e la vostra visione dovrebbero sempre essere ispirate dalla convinzione che la Chiesa non trae vita da se stessa, ma dal Vangelo…

Allo stesso tempo, è essenziale garantire un facile accesso alla Sacra Scrittura a tutti i fedeli, affinché tutti possano incontrare il Dio che parla, condivide il suo amore e ci introduce nella pienezza della vita. A questo proposito, le traduzioni delle Scritture rimangono indispensabili e vi ringrazio per il vostro impegno nel promuovere la lectio divina e ogni iniziativa che incoraggi la lettura frequente della Bibbia”.

Inoltre è necessario comprendere il modo di comunicare la Parola di Dio alle nuove generazioni: “Tuttavia, oggi le nuove generazioni vivono in nuovi ambienti digitali dove la Parola di Dio viene facilmente messa in ombra. Le nuove comunità si trovano spesso in spazi culturali in cui il Vangelo è sconosciuto o distorto da interessi particolari. Dobbiamo quindi chiederci: cosa significa ‘facile accesso alla Sacra Scrittura’ nel nostro tempo? Come possiamo facilitare questo incontro per coloro che non hanno mai ascoltato la Parola di Dio o le cui culture rimangono estranee al Vangelo?..

In definitiva, la vostra missione è quella di diventare ‘lettere vive… scritte non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente’, testimoniando il primato della Parola di Dio sulle molteplici voci che riempiono il nostro mondo”.

Infine ai partecipanti al seminario di etica nella gestione sanitaria, organizzata dalla Pontificia Accademia per la Vita, il papa ha messo in guardia dalle manipolazioni: “Strumenti efficaci come l’intelligenza artificiale possono essere manipolati, addestrati e diretti in modo tale che, per ragioni di opportunità o di interesse personale (siano essi economici, politici o di altro tipo) si generi un pregiudizio, a volte impercettibile, nell’informazione, nella gestione e nel modo in cui ci presentiamo o ci approcciamo agli altri”.

Quindi l’esortazione è quella di cambiare la prospettiva di veduta: “Le persone cadranno così in una manipolazione perversa che le classificherà in base alle cure di cui hanno bisogno e al loro costo, alla natura delle loro malattie, trasformandole in oggetti, dati, statistiche. Credo che il modo per evitare questo stia nel cambiare prospettiva, nel percepire il valore del bene con una visione ampia, nel vedere, se vogliamo, come vede Dio, per non concentrarci sul profitto immediato, ma su ciò che sarà meglio per tutti, sapendo essere pazienti, generosi e solidali, creando legami e costruendo ponti, lavorando in modo collaborativo, ottimizzando le risorse, affinché tutti possano sentirsi protagonisti e beneficiari dell’opera comune”.

(Foto: Santa Sede)  

Jean Louis Ska: la Bibbia non è il libro delle risposte

Sacra Bibbia antica

Il biblista, gesuita belga, in un’intervista parla delle potenzialità e contraddizioni presenti nel rinnovato interesse per il testo sacro, che tuttavia oggi per molti rimane un ‘Great Unknown Book’, un grande libro sconosciuto.

Oggi appare diffuso il desiderio di conoscere e approfondire la Bibbia, uno dei testi fondamentali all’origine della tradizione culturale occidentale. Ma la Bibbia per molti è anche un ‘Great Unknown Book’, un grande libro sconosciuto. Le sue pagine non danno risposte, piuttosto contengono domande essenziali e stimolano percorsi di vita.

Potenzialità e contraddizioni di queste dinamiche sono messe in evidenza dal biblista Jean Louis Ska (gesuita belga, emerito di Esegesi dell’Antico Testamento al Pontificio Istituto Biblico di Roma, attualmente direttore dell’Associazione ex alunni), nell’intervista rilasciata in occasione della sua presenza a Padova, dove ha tenuto una lezione alle studentesse e agli studenti della Facoltà teologica del Triveneto, e pubblicata sul sito www.fttr.it.

“La Bibbia fa parte del patrimonio culturale del nostro mondo, in particolare del mondo occidentale, ma non solo – spiega Ska –. Lì dove sono presenti membri del popolo ebraico o è stato diffuso il cristianesimo, la Bibbia è entrata nella cultura”.

Il fascino della Bibbia è dovuto anche in parte alla secolarizzazione e alla scristianizzazione del nostro mondo occidentale, secondo il gesuita: “Per questo motivo, la Bibbia è diventata per molte persone un GUB, per usare una espressione di Umberto Eco, un Great Unknown Book, ‘un grande libro sconosciuto’. E’ diventato un libro misterioso, che ha avuto un grande influsso, oggi spesso dimenticato. Da lì alcune domande sulla sua natura, sul suo contenuto e sul suo significato”. Perché ha avuto tanto influsso e perché non ce l’ha più? ‘La Bibbia incuriosisce come tanti elementi o tanti personaggi del passato che riscopriamo oggi.

Eppure, il testo sacro è interpellato da tanti uomini e donne in cerca di risposte: “La Bibbia non dà risposta alle domande di oggi, così come non ha dato risposte alle domande di ieri – afferma il biblista –. Sono sicuro che sorprende assai la mia asserzione. Però sono convinto di quello che dico. La Bibbia, invece, contiene un bel numero di domande essenziali che il popolo d’Israele prima e poi le prime comunità cristiane si sono poste nelle diverse circostanze della loro storia.

E la Scrittura descrive alcuni percorsi di persone o di gruppi che hanno cercato di rispondere alle domande esistenziali della loro epoca. Non abbiamo soluzioni, abbiamo percorsi di vita che siamo invitati a rifare in compagnia dei grandi personaggi biblici, in situazioni analoghe”.

Sul rischio di un uso “funzionale” o parcellizzato – per non dire manipolato e strumentalizzato – del testo biblico Ska risponde: “I testi biblici, isolati dal loro contesto, servono a suffragare le opinioni avanzate in una molteplicità di circostanze e di contesti. Si enuncia l’idea e poi si cita il testo che la conferma. Il punto di partenza non è la Scrittura, bensì una verità dogmatica, una verità di fede, o un insegnamento morale. La Bibbia ‘serve’ a illustrare o a convalidare quanto proposto. In questo modo, si perde un elemento essenziale della Scrittura che – ribadisce – offre non soluzioni, bensì percorsi da fare per arrivare alle proprie risposte”.

Ogni lettore che percorre il testo rivive, a modo suo, l’esperienza descritta nel racconto. La rivive con la sua intelligenza, sensibilità e immaginazione, a patto però “di ‘spaesarsi’, cioè di lasciare il mondo della propria esperienza per entrare nel mondo delle esperienze altrui”, di lasciare parlare il racconto, «di scoprire nuovi paesaggi, nuovi territori dell’esperienza umana senza ridurre immediatamente quello che scopre a quello che conosce già”.

Una lettura ‘gratuita e disinteressata’ mette dunque al riparo dal rischio di ‘usare’ la Bibbia, invece di “interpretare” la Bibbia, così come la lettura comunitaria: “Non siamo soli nella lettura della Bibbia e non siamo i primi a leggerla – ricorda Ska –. Si legge la Bibbia in famiglia o in comunità, e spesso nella comunità ecclesiale o, più semplicemente, nella comunità dei lettori della Bibbia. Generazioni di lettori prima di noi hanno anche lasciato vestigia delle loro letture e, nel dialogo con altri lettori, è possibile correggere, migliorare, approfondire e arricchire la lettura personale”.

L’intervista integrale è pubblicata qui: https://www.fttr.it/jean-louis-ska-la-bibbia-non-e-il-libro-delle-risposte/

Papa Leone XIV ha ricordato i nuovi martiri

“Le parole dell’apostolo Paolo, presso la cui tomba siamo riuniti, ci introducono alla commemorazione dei martiri e dei testimoni della fede del XXI secolo, nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Ai piedi della Croce di Cristo, nostra salvezza, descritta come la ‘speranza dei cristiani’ e la ‘gloria dei martiri’, saluto i Rappresentanti delle Chiese Ortodosse, delle Antiche Chiese Orientali, delle Comunioni cristiane e delle Organizzazioni ecumeniche, che ringrazio per aver accettato il mio invito a questa celebrazione. A tutti voi qui presenti rivolgo il mio abbraccio di pace!”

Con queste parole iniziali nella Basilica di san Paolo papa Leone XIV ha ricordato i nuovi martiri a 25 anni di distanza dalla celebrazione presieduta da san Giovanni Paolo II nella memoria di quanti testimoniano ‘la fede senza mai usare le armi della forza e della violenza, ma abbracciando la debole e mite forza del Vangelo’ insieme ai rappresentanti delle altre Chiese e Comunioni Cristiane, tra cui per il Patriarcato Ecumenico l’Arcivescovo Elia di Helsinki, per il Patriarcato di Mosca il Metropolita Antonij, per la Comunione Anglicana il Reverendo Anthony Ball, Direttore dell’Anglican Centre di Roma, per il Consiglio Metodista Mondiale il Reverendo Reynaldo Ferreira Leão Neto, Segretario Generale.

Nell’omelia il papa ha sottolineato il significato di ‘martyria’, ricordando la commemorazione dei testimoni della fede del XX secolo dell’Anno santo del 2000: “Siamo convinti che la martyria fino alla morte è ‘la comunione più vera che ci sia con Cristo che effonde il suo sangue e, in questo sacrificio, fa diventare vicini coloro che un tempo erano lontani’. Anche oggi possiamo affermare con Giovanni Paolo II che, laddove l’odio sembrava permeare ogni aspetto della vita, questi audaci servitori del Vangelo e martiri della fede hanno dimostrato in modo evidente che ‘l’amore è più forte della morte’.

Ricordiamo questi nostri fratelli e sorelle con lo sguardo rivolto al Crocifisso. Con la sua croce Gesù ci ha manifestato il vero volto di Dio, la sua infinita compassione per l’umanità; ha preso su di sé l’odio e la violenza del mondo, per condividere la sorte di tutti coloro che sono umiliati e oppressi”.

Per questo ha ricordato i molti martiri uccisi per la testimonianza di fede: “Tanti fratelli e sorelle, anche oggi, a causa della loro testimonianza di fede in situazioni difficili e contesti ostili, portano la stessa croce del Signore: come Lui sono perseguitati, condannati, uccisi… Sono donne e uomini, religiose e religiosi, laici e sacerdoti, che pagano con la vita la fedeltà al Vangelo, l’impegno per la giustizia, la lotta per la libertà religiosa laddove è ancora violata, la solidarietà con i più poveri”.

Ed la sottolineatura della speranza di chi è stato martirizzato per la loro fede: “Secondo i criteri del mondo essi sono stati “sconfitti”… Fratelli e sorelle, nel corso dell’Anno giubilare, celebriamo la speranza di questi coraggiosi testimoni della fede. E’ una speranza piena d’immortalità, perché il loro martirio continua a diffondere il Vangelo in un mondo segnato dall’odio, dalla violenza e dalla guerra; è una speranza piena d’immortalità, perché, pur essendo stati uccisi nel corpo, nessuno potrà spegnere la loro voce o cancellare l’amore che hanno donato; è una speranza piena d’immortalità, perché la loro testimonianza rimane come profezia della vittoria del bene sul male”.

Quindi ha ricordato alcuni nomi: “Penso alla forza evangelica di suor Dorothy Stang, impegnata per i senza terra in Amazzonia: a chi si apprestava a ucciderla chiedendole un’arma, lei mostrò la Bibbia rispondendo: ‘Ecco la mia unica arma’. Penso a p. Ragheed Ganni, prete caldeo di Mosul in Iraq, che ha rinunciato a combattere per testimoniare come si comporta un vero cristiano. Penso a fratel Francis Tofi, anglicano e membro della Melanesian Brotherhood, che ha dato la vita per la pace nelle Isole Salomone. Gli esempi sarebbero tanti, perché purtroppo, nonostante la fine delle grandi dittature del Novecento, ancora oggi non è finita la persecuzione dei cristiani, anzi, in alcune parti del mondo è aumentata”.

Questi sono motivi per non dimenticare: “Cari fratelli e sorelle, non possiamo, non vogliamo dimenticare. Vogliamo ricordare. Lo facciamo, certi che, come nei primi secoli, anche nel terzo millennio ‘il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani’. Vogliamo preservare la memoria insieme ai nostri fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunioni cristiane. Desidero quindi ribadire l’impegno della Chiesa Cattolica a custodire la memoria dei testimoni della fede di tutte le tradizioni cristiane. La Commissione per i Nuovi Martiri, presso il Dicastero per le Cause dei Santi, adempie a tale compito, collaborando con il Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Ha concluso l’omelia con la citazione di un bambino pakistano, che apre al coraggio della fede: “Possa il sangue di tanti testimoni avvicinare il giorno beato in cui berremo allo stesso calice di salvezza!.. Carissimi, un bambino pakistano, Abish Masih, ucciso in un attentato contro la Chiesa cattolica, aveva scritto sul proprio quaderno: ‘Rendere il mondo un posto migliore’. Il sogno di questo bambino ci sproni a testimoniare con coraggio la nostra fede, per essere insieme lievito di un’umanità pacifica e fraterna”.

A conclusione dell’omelia sono stati citati in diverse lingue alcuni martiri di questo tempo come suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata, uccisa in ‘odium fidei’ a Mogadiscio in Somalia il 17 settembre 2006 davanti all’ospedale pediatrico dove lavorava. E’ stata beatificata il 26 maggio 2018,  giorno in cui ricevette il sacramento della Confermazione a Piacenza, la sua terra d’origine.

Inoltre sono stati ricordati anche i cristiani evangelici assassinati dai terroristi nella missione di Silgadji, il 29 aprile 2019, in Burkina Faso, primo attacco ai fedeli raccolti in un luogo di culto del Paese. Un pensiero anche ai ventuno copti ortodossi uccisi in Libia il 15 febbraio 2015, si trattava di 20 egiziani e un ghanese, vennero sgozzati sulla spiaggia di Sirte dove si trovavano per lavoro perché non rinnegarono la propria fede. Ad ucciderli gli uomini del sedicente Stato islamico. I loro corpi furono poi ritrovati nel 2017 in una fossa comune.

Papa Francesco li ha inseriti anche nel Martirologio Romano ‘come segno della comunione spirituale’ che unisce la Chiesa cattolica e quella copta ortodossa. Nel fare memoria della loro storia sono state accese diverse lampade, poste ai piedi della croce, perché la luce della fede non muore mai come non muore l’amore di Cristo per chi lo segue.

Al termine di questa Commemorazione papa Leone XIV ha salutato i rappresentanti delle altre Chiese e Comunioni Cristiane nella sagrestia e, successivamente, si è trattenuto con i cardinali e le altre personalità presenti nella Sala della Pinacoteca, dove il decano del Collegio Cardinalizio, il card. Giovanni Battista Re, gli ha rivolto alcune parole di augurio per il suo compleanno.

(Foto: Santa Sede)

‘Padre Matteo La Grua. Nulla è impossibile a Dio’: il libro di Maria Lo Presti ripercorre la vita e il carisma del frate minore conventuale

 

E’ in uscita nelle librerie per i tipi delle Edizioni Messaggero Padova ‘Padre Matteo La Grua. Nulla è impossibile a Dio, biografia di Matteo La Grua’, frate minore conventuale, noto esorcista della Chiesa di Palermo, conosciuto anche per una molteplicità di guarigioni attribuite alla sua preghiera di intercessione. A scriverla è la biblista siciliana Maria Lo Presti, vicepostulatrice della causa di beatificazione.

La figura di Matteo La Grua (Castelbuono, 15 febbraio 1914 – Palermo, 15 gennaio 2012) è particolarmente nota non solo nella sua Sicilia, spesso riferita alla sua fama di esorcista e ai segni straordinari a lui attribuiti. Tanto che a oggi, a 13 anni dalla morte, la sua tomba è meta di tanti che lo ricordano o che cercano consolazione. Religioso di particolare rilievo per il suo Ordine e per la Chiesa di Palermo, persona colta e rigorosa, di profonda spiritualità, ha ricoperto una molteplicità di incarichi delicati.

A segnare una svolta nella sua vita fu la richiesta, nel 1975 all’età di sessant’anni, del card. Salvatore Pappalardo di prendersi cura del Rinnovamento nello Spirito già presente a Palermo. Dal giorno della preghiera di effusione, ricevuta a Roma, iniziò qualcosa di totalmente nuovo. Naturalmente schivo e riservato, il frate divenne il comunicatore potente dell’amore del Padre per i suoi figli. Subito si cominciarono a verificare segni straordinari e la sua fama si diffuse rapidamente, tanto che alla sua porta accorsero sempre molte persone e devoti.

L’autrice racconta con dovizia di particolari tanti avvenimenti di cui è stata testimone come collaboratrice di p. La Grua. Per una più completa conoscenza della spiritualità del francescano, Lo Presti rimanda più volte alla lettura dei libri scritti dallo stesso sulla preghiera di guarigione, di liberazione e di consolazione, poiché attraverso di essi è possibile cogliere più facilmente la natura dell’uomo a partire dal dato biblico. Al termine di ogni capitolo si può leggere una delle tante composizioni poetiche di p. Matteo adeguata al tema trattato, che oltre a rendere la lettura più scorrevole rivela la personalità poliedrica e, in questo caso, anche la capacità di esprimere il suo sentire in versi.

Antropologia, Bibbia, Religioni: un approccio multidisciplinare (ABRAM)

Un corso di perfezionamento – in una inedita partnership fra Università di Padova e Facoltà teologica del Triveneto – si propone come un luogo di pensiero per interpretare la complessità del presente, nel contesto di pluralismo religioso, a partire dalla Bibbia.

Si intitola Antropologia, Bibbia, Religioni: un approccio multidisciplinare (ABRAM) ed è frutto di una partnership inedita fra l’Università di Padova e la Facoltà teologica del Triveneto: il corso di perfezionamento, messo a catalogo dall’Ateneo per l’anno accademico 2025/2026, esplorerà la ricchezza culturale biblica e le tradizioni ebraica, cristiana e musulmana, lette con la lente del tema scelto per quest’anno: La pace contesa.

Attraverso un costante dialogo tra relatori provenienti da ambiti diversi delle due realtà accademiche – teologi, filosofi, sociologi, antropologi, psicologi – e appartenenti alle tradizioni delle tre religioni abramitiche, il corso offrirà una prospettiva unica e integrata sulle tematiche antropologiche presenti nel testo biblico e legate al rapporto tra violenza e conflitto (modulo 1), giustizia e perdono (modulo 2), speranza e futuro (modulo 3).

“L’esperienza del conflitto riveste un’importanza fondamentale dal punto di vista antropologico – spiega Simone Grigoletto, docente dell’Università di Padova e direttore del corso. Il confronto con ciò che è diverso da te, che la pensa in maniera diversa, che crede in cose diverse e potenzialmente non compatibili con le tue. Questo è l’umano. Ciò che rileviamo è che certamente il conflitto può avere un esito costruttivo, creativo, di convivenza, ma anche, sempre più spesso, un esito violento. La violenza quindi è solo una delle possibilità per vivere il conflitto.

Si tratta di esplorare tutte le altre. Il corso di perfezionamento si vuole occupare proprio di questo: scardinare le false credenze rispetto al tema del conflitto esplorando le alternative alla violenza. E lo vuole fare a partire dal testo biblico”.

“La Bibbia è un codice culturale di fondo – sottolinea Rolando Covi, docente della Facoltà teologica, che ha partecipato alla costruzione del corso insieme al direttore – e, a partire dalla prospettiva teologico-cristiana, riconosciamo ponti di dialogo con la lettura ebraica e musulmana. Offriamo dunque un luogo di pensiero, che aiuti a interpretare con profondità la complessità del presente, fornendo strumenti adeguati per un dialogo che sia all’altezza della ricchezza del testo sacro”.

“La presenza della violenza – aggiunge Giulio Osto, docente della stessa Facoltà, esperto di questioni interreligiose e che sarà fra i relatori del corso – è una conferma che ogni esperienza religiosa è esposta a degenerazioni e strumentalizzazioni dall’esterno, da un lato, ma che è sempre in cammino perché imperfetta nella sua forma storica, dall’altro, perché l’autentica esperienza religiosa di ebrei, cristiani e musulmani dovrebbe dare forma a una convivenza pacifica e rispettosa, in coerenza con le proprie dottrine, ma tutto questo è affidato alla libertà e alla responsabilità delle persone”.

L’obiettivo del corso di perfezionamento è quindi di fornire strumenti per un giudizio critico sulle questioni culturali contemporanee, con un approccio interdisciplinare finalizzato a formare professionisti capaci di operare con sensibilità culturale in contesi di pluralismo religioso. La proposta si rivolge a insegnanti, educatori, operatori sociali e sociosanitari, mediatori familiari e interculturali, operatori turistici e museali, avvocati, giornalisti e comunicatori.

Informazioni e iscrizioni sul sito Unipd.it alla pagina: https://uel.unipd.it/master-e-corsi/abram-antropologia-bibbia-e-religioni-un-approccio-multidisciplinare/?

Antropologia, Bibbia, Religioni: un approccio multidisciplinare (ABRAM)

Un corso di perfezionamento – in una inedita partnership fra Università di Padova e Facoltà teologica del Triveneto – si propone come un luogo di pensiero per interpretare la complessità del presente, nel contesto di pluralismo religioso, a partire dalla Bibbia. 

Si intitola ‘Antropologia, Bibbia, Religioni: un approccio multidisciplinare (ABRAM)’ ed è frutto di una partnership inedita fra l’Università di Padova e la Facoltà teologica del Triveneto: il corso di perfezionamento, messo a catalogo dall’Ateneo per l’anno accademico 2025/2026, esplorerà la ricchezza culturale biblica e le tradizioni ebraica, cristiana e musulmana, lette con la lente del tema scelto per quest’anno: ‘La pace contesa’.

Attraverso un costante dialogo tra relatori provenienti da ambiti diversi delle due realtà accademiche (teologi, filosofi, sociologi, antropologi, psicologi) e appartenenti alle tradizioni delle tre religioni abramitiche, il corso offrirà una prospettiva unica e integrata sulle tematiche antropologiche presenti nel testo biblico e legate al rapporto tra violenza e conflitto (modulo 1), giustizia e perdono (modulo 2), speranza e futuro (modulo 3).

“L’esperienza del conflitto riveste un’importanza fondamentale dal punto di vista antropologico – spiega Simone Grigoletto, docente dell’Università di Padova e direttore del corso. Il confronto con ciò che è diverso da te, che la pensa in maniera diversa, che crede in cose diverse e potenzialmente non compatibili con le tue. Questo è l’umano. Ciò che rileviamo è che certamente il conflitto può avere un esito costruttivo, creativo, di convivenza, ma anche, sempre più spesso, un esito violento. La violenza quindi è solo una delle possibilità per vivere il conflitto. Si tratta di esplorare tutte le altre. Il corso di perfezionamento si vuole occupare proprio di questo: scardinare le false credenze rispetto al tema del conflitto esplorando le alternative alla violenza. E lo vuole fare a partire dal testo biblico”.

“La Bibbia è un codice culturale di fondo – sottolinea Rolando Covi, docente della Facoltà teologica, che ha partecipato alla costruzione del corso insieme al direttore – e, a partire dalla prospettiva teologico-cristiana, riconosciamo ponti di dialogo con la lettura ebraica e musulmana. Offriamo dunque un luogo di pensiero, che aiuti a interpretare con profondità la complessità del presente, fornendo strumenti adeguati per un dialogo che sia all’altezza della ricchezza del testo sacro”.

“La presenza della violenza – aggiunge Giulio Osto, docente della stessa Facoltà, esperto di questioni interreligiose e che sarà fra i relatori del corso – è una conferma che ogni esperienza religiosa è esposta a degenerazioni e strumentalizzazioni dall’esterno, da un lato, ma che è sempre in cammino perché imperfetta nella sua forma storica, dall’altro, perché l’autentica esperienza religiosa di ebrei, cristiani e musulmani dovrebbe dare forma a una convivenza pacifica e rispettosa, in coerenza con le proprie dottrine, ma tutto questo è affidato alla libertà e alla responsabilità delle persone”.

L’obiettivo del corso di perfezionamento è quindi di fornire strumenti per un giudizio critico sulle questioni culturali contemporanee, con un approccio interdisciplinare finalizzato a formare professionisti capaci di operare con sensibilità culturale in contesi di pluralismo religioso. La proposta si rivolge a insegnanti, educatori, operatori sociali e sociosanitari, mediatori familiari e interculturali, operatori turistici e museali, avvocati, giornalisti e comunicatori.

Informazioni e iscrizioni sul sito Unipd.it alla pagina: https://uel.unipd.it/master-e-corsi/abram-antropologia-bibbia-e-religioni-un-approccio-multidisciplinare/

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