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Papa Leone XIV ha invitato a tessere fili nuovi
“E’ un piacere incontrarvi in questo luogo, uno spazio che non solo ospita attività sportive, artistiche e culturali, ma anche le emozioni più profonde dell’essere umano: la gioia e l’ammirazione, l’entusiasmo e la speranza, così come la tristezza e la frustrazione. In questo splendido Paese è impossibile non ammirare l’impronta di creatività che attraversa la sua storia e ne plasma l’identità”: all’All’incontro conclusivo della seconda giornata spagnole, ‘Tessere reti con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport’ nel Movistar Arena di Madrid, papa Leone XIV ha esortato a non rigettare il valore dell’eternità, caposaldo dell’identità europea, ed a intrecciarlo con il quotidiano.
Tale bellezza è visibile ovunque: “Una bellezza visibile nelle sue città, nelle sue strade e nei suoi monumenti, nelle sue piazze e nei suoi giardini, nelle sue università e chiese, nella musica, nella pittura e nella danza, nella sua gastronomia. Qui si percepisce anche l’anima delle generazioni che hanno trasformato il paesaggio e gli hanno dato un volto proprio, e questo ci rivela in ogni tratto l’intelligenza e la volontà che risiedono nell’anima umana”.
Quindi dopo aver ascoltato gli interventi il papa ha sollecitato a ‘custodire’ l’anima: “Ho ascoltato con grande interesse ciascuno degli interventi dei relatori; sono d’accordo con voi. La nostra società, infatti, possiede una straordinaria capacità di produrre, innovare e comunicare; tuttavia, sembra che abbiamo ancora bisogno di imparare a custodire l’anima di ciò che essa genera.
Altrimenti, corriamo il rischio di essere esperti nei mezzi di comunicazione ed efficaci nella produzione, ma incerti sul perché, a quale scopo, con chi e per chi si produce. In questo contesto, la Chiesa, consapevole sia dei propri successi che dei propri errori nel corso della storia, desidera rimanere in dialogo con il mondo contemporaneo”.
La custodia dell’anima è realizzata solo se si è capaci di essere umani, in quanto la Chiesa è ‘esperta di umanità’: “Nel DNA dell’umanità è radicato il desiderio di bene, di bellezza e di verità; ed è a partire da questa aspirazione profondamente umana e dalla nostra esperienza plurisecolare che la Chiesa propone percorsi per una vita dignitosa e per il bene comune.
A tal proposito, san Paolo VI affermò dinanzi alle Nazioni Unite che, indipendentemente dall’opinione che si possa avere del Pontefice di Roma, la sua missione è ben nota. In quanto ‘esperta in umanità’, la Chiesa non si disinteressa di nulla di veramente umano. Per questo motivo ‘l’attitudine al dialogo è parte integrante della sua vocazione’. Oggi constatiamo come la questione decisiva rimanga la stessa: che cosa significa essere veramente umani?”
Per questo la Chiesa propone Gesù: “La Chiesa condivide con umiltà ma anche con fermezza ciò che ha scoperto nell’esperienza di fede: che Gesù Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e la sua pienezza, già in questo mondo e fino al suo culmine nell’eternità… E quindi, essa non può disinteressarsi della cultura, perché attraverso di essa l’uomo in quanto uomo ‘è’ di più”.
La cultura, quindi, è un richiamo a seminare: “E proprio perché il termine ‘cultura’ evoca il concetto di ‘coltivazione’, come suggerisce la radice etimologica comune a entrambi i termini, siamo chiamati a chiederci cosa stiamo seminando oggi, cosa sta fiorendo e cosa sta appassendo silenziosamente nella nostra società; quali valori stiamo preservando e quali stiamo lasciando morire. Sono domande profonde, necessarie e che non possono essere ignorate”.
Per questo è necessario il dialogo ‘sociale’: “Nei vari ambiti dell’attività umana dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che si utilizza: scritto, orale e, nell’ambiente digitale, anche quello delle immagini; perché la comunicazione non è mai neutra. Ogni espressione comunica, trasmette; può ferire o guarire, distruggere aspettative o aprire nuovi orizzonti, seminare divisione o risvegliare la speranza nella possibilità di costruire insieme qualcosa di genuinamente umano”.
Un dialogo che si confronta sul valore della dignità umana: “Tessere reti è quindi un dialogo tra istituzioni incentrato sulla dignità umana. Ciò implica, ad esempio, che l’università non volti le spalle al mondo del lavoro né rinunci alla verità; che l’attività imprenditoriale non consideri il dipendente come un semplice fattore nell’equazione dei propri interessi; che l’arte non abbia come unico fine le élite; che lo sport non sia ridotto a spettacolo o trasformato in mero business; che il progresso tecnologico tenga conto degli anziani, dei poveri e di coloro che non hanno voce”.
Però è un dialogo che scaturisce dall’amore di Dio: “Il nostro contributo al dialogo, a partire da una visione cristiana della vita, muove dalla consapevolezza che il Creatore ha intessuto l’essere umano con fili d’amore; poiché egli è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, Dio che è amore. Qui risiede il fondamento dell’inalienabile dignità umana, il cui assoluto rispetto è la base del dialogo”.
Quindi la tessitura è anche servizio: “Uno sguardo obiettivo rivela che uomini e donne mossi dalla fede hanno costruito ospedali e scuole, hanno dato vita a iniziative di solidarietà e hanno parlato con un linguaggio che nobilita le persone. Per questo è lecito chiedersi con onestà se il mondo (ed in particolare l’Europa) avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia”.
Da qui la sfida per un’Europa che sta perdendo la fede attraverso l’invito a spalancare le porte a Gesù: “Non si tratta di una provocazione, ma di un invito a riflettere se l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo, possa riconciliarsi con la quotidianità. E’ davvero possibile credere che l’Europa (che tanto amiamo) sarebbe la stessa senza l’impronta della fede? Perché temere che l’eternità permei la quotidianità? E’ ancora vivo il grido dei miei predecessori: Non temete! Spalancate le porte a Cristo! Gesù Cristo non ci toglie nulla e ci dona tutto”.
Ed infine al mondo sportivo, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II: “Permettetemi infine di rivolgere la vostra attenzione a un mondo che, come sapete, non mi è estraneo: quello dello sport. Pensiamo a quanti di noi hanno imparato il rispetto per l’avversario su un campo di gioco piuttosto che ascoltando un discorso. Quanti sportivi ci insegnano a perdere senza odiare, a vincere senza umiliare o a rialzarsi dopo essere caduti”.
Ecco la tessitura di fili nuovi: “Cari amici, vi invito quindi a essere fili nuovi per tessere reti nuove che armonizzino tutti gli ambiti della vita, per intrecciare una società rinnovata in cui il tempo si impregni di eternità, la cultura custodisca la memoria e favorisca il dialogo, l’educazione promuova la ricerca della verità con spirito critico, l’arte susciti stupore e generi emozioni nobili, l’impresa riconosca la dignità della persona e il lavoro continui a essere motore di speranza… Perché in tutto questo è in gioco che, in futuro, continui a risplendere la nostra magnifica umanità”.
Il discorso del papa è stato preceduto dalle testimonianze dell’attore Antonio Banderas, di due atlete, Marín e Perales, del rettore dell’Università Complutense, di rappresentanti del mondo del lavoro, che hanno invocato la difesa della dignità umana nel cambiamento portato dall’Intelligenza artificiale.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la fede non è un museo
“… è con il cuore colmo di gioia che, all’inizio di questo Viaggio in Spagna, presiedo questa Celebrazione nel giorno della Solennità del Corpus Domini. Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte”: la seconda giornata della visita di papa Leone XIV è iniziata con la celebrazione eucaristica del Corpus Domini, in cui si manifesta la presenza fisica di Dio nel mondo.
Nell’omelia il papa ha sottolineato che questa festa è un rinnovo della fedeltà a Dio: “Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio”.
Quindi tale rinnovamento si manifesta attraverso la bellezza, che non è solo estetica: “Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti.
Non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri”.
Per questo la fede è incarnazione: “Così, se nella Celebrazione eucaristica Cristo si dona come alimento, la processione dice che Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglia, speranza per i più fragili, pace per chi soffre”.
E’ incarnazione nei poveri: “Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati. Non è casuale che qui in Spagna, la Chiesa abbia unito per anni la solennità del Corpus Domini con la Giornata della Carità. Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo”.
E’ stato un invito ad abbandonare ogni nostalgia: “Perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro.
In questa ottica va compreso l’invito a ‘ricordare’ che abbiamo ascoltato nella prima lettura: ‘Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto’, ricordati di come quando avevi fame ti ha nutrito con la manna; si tratta di ‘ricordare’ proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia”.
Per questo la fede non può essere ‘museale’, ma una presenza di Dio nella società: “Ecco pertanto una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune”.
Per questo ha ricordato san Manuel González: “Fratelli e sorelle, desidero qui ricordare San Manuel González, il vescovo spagnolo dei tabernacoli abbandonati. La sua vita ricorda che l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno; ma vorrei ricordare anche i versi poetici di san Giovanni della Croce: ‘Ben conosco quella fonte che scorre e zampilla, anche se fonda è la notte’.
Nella prigione conventuale di Toledo, dove era incarcerato in condizioni durissime, proprio a ridosso del Corpus Domini del 1578, egli riconosce dalla notte di quella prigione la presenza nascosta del Signore, da cui sgorga una luce che non conosce tramonto e sgorga una vita che non si esaurisce. Gesù Eucaristico è ‘quell’eterna fonte nascosta’: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare”.
Ha concluso l’omelia con l’invito ad aprire il cuore a Dio: “Torniamo a Lui con amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia.
Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita i giovani ad essere umani come Gesù
La prima giornata papale in Spagna si è chiusa con una veglia a Plaza de Lima a Madrid insieme a circa 600.000 fedeli, rispondendo a domande poste da ragazze e ragazzi, proprio sull’importanza di sant’Agostino e sul suo periodo missionario in Perù, a cui ha risposto chiedendo la testimonianza di una fede piena di speranza: “Grazie per essere qui e grazie per aver condiviso la fede con tutta Madrid e con tutta la Spagna. Per quanto riguarda la prima domanda sui santi che sono stati per me modelli di riferimento durante l’infanzia e la giovinezza, ma anche come vescovo e come Papa”.
Però il papa ha sottolineato l’importanza anche un Padre della Chiesa orientale: “Avete già menzionato Sant’Agostino (e tutti sappiamo che sant’Agostino è una figura molto importante per tutta la Chiesa) ma ho pensato anche a uno dei Padri della Chiesa Orientale, san Giovanni Crisostomo. Il suo nome significa ‘dalla bocca d’oro’, un titolo che questo Padre della Chiesa meritava per la sua straordinaria eloquenza. Prima del suo battesimo, avvenuto nel 368 d.C., studiò filosofia. In seguito, si dedicò all’esegesi delle Sacre Scritture, insieme ad altri giovani di Antiochia, sua città natale. Dopo un periodo da eremita, si dedicò al servizio della Chiesa come sacerdote e poi come vescovo”.
Per questo il papa ha esortato i giovani a non temere la vocazione sacerdotale: “E colgo l’occasione per dirvi: non abbiate mai timore di considerare una vocazione al sacerdozio, alla vita religiosa o ad altri servizi nella Chiesa! Giovanni Crisostomo, che portava nel cuore questo amore per la Parola di Dio, dopo essere stato sacerdote e vescovo, diede una testimonianza potente, soprattutto attraverso la coerenza della sua vita. Se predicava, era perché viveva quel messaggio.
Personalmente sono rimasto particolarmente colpito dalla sua catechesi, dai suoi sermoni, dalle sue omelie e dai suoi scritti, che uniscono l’amore per la verità alla rettitudine della sua vita. Ma possedeva anche un grande coraggio. Non aveva paura di parlare davanti all’imperatore, di dire cose a favore della giustizia e non solo per compiacere gli altri. Era un uomo di parola”.
Dopo questo santo orientale il papa è tornato a ‘giocare in casa’ con un altro santo agostiniano, denominato ‘vescovo dei poveri’: “Un altro santo a cui ho pensato è San Tommaso da Villanova, un frate agostiniano, chiamato anch’egli al ministero pastorale. Era spagnolo. Studiò all’Università di Alcalá e, grazie alla sua saggezza, si guadagnò la stima dell’imperatore Carlo V. Nominato vescovo di Valencia, intraprese un’intensa opera di riforma della Chiesa, in particolare del clero, esortando i suoi confratelli a perseverare nella preghiera, in una vita di castità e nell’obbedienza. Grazie alla sua fervente carità, è ancora oggi conosciuto come ‘il vescovo dei poveri’. Questa carità mi ha incoraggiato nei momenti di prova e nel servizio”.
Un ulteriore santo è stato importante nella sua formazione: “Un altro compagno di viaggio è san Toribio de Mogrovejo, anch’egli spagnolo. Nel XVI secolo fu missionario in Perù, dove si dedicò con grande zelo all’evangelizzazione, studiando le lingue locali. San Toribio unì un’intensa vita di preghiera a un impegno per la giustizia, soprattutto di fronte agli abusi e alla corruzione del suo tempo. Perciò, per me, egli è un modello di dedizione al popolo, specialmente ai più poveri, nel nome di Cristo”.
Riguardo al suo periodo in Perù ha ricordato la fede di quel popolo: “Quanto agli anni trascorsi in Perù, prima come missionario e poi come vescovo, ricordo soprattutto la testimonianza di fede del popolo, segnata da molte difficoltà, ma piena di speranza. E’ stato proprio l’incontro con le ferite e anche con le gioie della gente che mi ha fatto crescere nel cammino di seguire Gesù.
Annunciandolo, anch’io sono stato trasformato dal Vangelo, trasformato dalla vita e dalla fede di queste persone, spesso materialmente molto povere, ma ricche di fede. E sperimentando questa fede nella parola del Signore, ho visto come la Parola di Dio può trasformare il conflitto in pace. Può essere fonte di riconciliazione, pace e giustizia”.
Altre due coppie di domanda vertevano sulla conoscenza di Dio e sulla bellezza della fede: “Per riconoscere la voce di Dio, il silenzio può esserci di aiuto soprattutto. Credo sia molto importante che ognuno di noi cerchi di sviluppare la capacità di stare in silenzio. Molte volte andiamo in giro con le cuffie, con la musica, con distrazioni, e non sappiamo come stare in silenzio. Credo che molte volte sia proprio in questa esperienza di silenzio che Dio può parlarci o dove possiamo discernere la Sua voce”.
E’ stato un invito a non lasciarsi ingabbiare dalle ideologie mondane: “Quando cerchiamo il silenzio, decidiamo cosa non ascoltare e quali rumori non lasciarci distrarre. Liberandoci dal clamore di mille voci, riconosciamo che alcune ingannano i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, altre ancora parlano per interesse personale. Nel silenzio comprendiamo che le ideologie svaniscono, mentre la verità rimane. Anche qui, vorrei sottolineare l’importanza di ricercare la verità, perché molte voci e molti contenuti sui social media ci ingannano e ci raccontano menzogne. Cercate sempre la verità! Dio è verità! Se qualcosa vi allontana da Dio, non è verità! Non dimenticatelo!”
Inoltre Dio conosce la nostra voce: “In secondo luogo, siate certi che Dio conosce bene la vostra voce: vi ascolta e vi risponderà. Non abbiate paura di esprimere ciò che sentite nel vostro cuore. C’è un Salmo che dice: ‘Colui che ha fatto l’orecchio, non ode forse?’ Il nostro dialogo interiore diventa preghiera, lode e supplica quando lo affidiamo all’unico che può ascoltarlo. La preghiera è una voce libera proprio perché non parla per rendere conto, per dimostrare di essere preparati o per sentirsi importanti. Quando noi stessi diventiamo preghiera, il Signore ci risponde con la sua Parola, che si è fatto uomo per noi, affermando di amarci con tutto il suo essere”.
Inoltre è importante ascoltare la Parola di Dio: “In terzo luogo, per riconoscere la voce di Dio, è necessario ascoltare la Parola. La Parola di Dio è viva perché è Cristo, la cui voce continua a risuonare nella Chiesa, che è il suo Corpo. Egli adempie tutte le Scritture, quell’Antico e Nuovo Testamento donato all’umanità come promessa di salvezza. L’adorazione eucaristica, che condividiamo questa sera, è proprio il luogo giusto per stare in silenzio, per liberare i nostri cuori ed essere veramente davanti al Signore, dialogando con lui affinché il suo amore, fatto cibo per tutta l’umanità, diventi eloquente”.
Per quanto riguarda la bellezza della fede il papa ha invitato i giovani ad essere coerenti nella vita: “Inoltre, cari giovani, per accompagnare gli altri nella scoperta della bellezza della nostra fede, ricordate che nessuno di noi è nato maestro e che, davanti al Signore, siamo tutti discepoli. Condividete, dunque, il vostro cammino spirituale, testimoniandolo con coerenza di vita: la volontà di seguire Gesù vi rinnoverà continuamente, soprattutto nei momenti di stanchezza. In questo, è importante vedere che nessuno è solo nel credere in Gesù. Guardate quanti siete qui!
E così anche nella comunità, nei gruppi giovanili, in famiglia, possiamo tutti imparare la bellezza della nostra fede. Perché condividendo il vostro cammino spirituale, la volontà di seguire Gesù vi rinnoverà costantemente. Egli cammina al nostro fianco e illumina il nostro cammino. Seguendo l’esempio del Maestro: così vi invito ad agire, come pastori, educatori, amici. Se pregate con amore, i giovani comprenderanno l’importanza della preghiera. Se ardete di fede, trasmetterete il suo fuoco vivo. Cercate questo fuoco dell’amore di Dio nei vostri cuori! Perché lì è la presenza di Gesù, e la presenza vicina di Gesù si sente anche nei momenti di difficoltà, perché Gesù non ci abbandona.
Anche quando diventiamo una mano tesa, un abbraccio fraterno, quando cerchiamo opportunità per servire gli altri e quando cerchiamo modi per toccare la vita degli altri con le loro ferite, la loro tristezza, le loro difficoltà. Lì, la fede in Gesù Cristo si fa viva, ed è lì che Gesù ci aiuterà a sostenerci a vicenda nel cammino”.
Alle ultime due domande, riguardanti lo stare nella società, il papa ha proposto la ‘Lettera a Diogneto’, ribadendo che anche il matrimonio è una vocazione: “Questo è il nostro modo di vivere: i discepoli di Gesù sono sempre contemporanei, ma mai prigionieri del tempo che passa. Siamo liberi in Cristo! E Cristo ci ha liberati con il suo amore. Grazie a questo amore, siamo sempre liberi da ogni coercizione e inganno. Siamo liberi dalle mode passeggere perché siamo discepoli della verità; siamo aperti al futuro perché sappiamo che la morte non ci attende.
Al contrario, il senso della storia culmina nell’eterna comunione di vita che Dio prepara per tutti. In quest’ottica, voi giovani, soprattutto, siete chiamati a dare una nuova direzione alla società, diventando agenti di cambiamento attraverso le vostre relazioni quotidiane: le esperienze che vivete in famiglia, all’università e sul lavoro. Vedervi, cari giovani, pieni di questo entusiasmo motivato dalla fede, mi riempie di speranza nella vostra capacità di testimoniare Cristo nel mondo, anche in quello digitale, di comunicare i valori e la bellezza del Vangelo”.
Ed ecco l’invito ad essere sale della terra e luce del mondo: “Per vivere in questo modo, è necessario innanzitutto interpretare la società odierna, vivendo con saggezza, per poi trasformarla come testimoni del Vangelo. Il giovane cristiano, infatti, risplende sia nella gioia che nella prova, dando sapore alla realtà perché la abita come chi gode della vita dall’interno, senza aspettarsi che quel sapore provenga dalla ricchezza, dal piacere o dal potere.
Questa è la nostra libertà, che ha la sua fonte nella fede, capace di illuminare e dare buon sapore a ogni società, a ogni esperienza umana. Al contrario, quando la vita non ha sapore, è come se ci venisse sottratta: non la sentiamo più nostra. Di fronte al vuoto dell’indifferenza e del conformismo, di fronte alla violenza della guerra e della menzogna, siate voi stessi una scintilla di una nuova umanità”.
Solo così si può essere umani: “E così, voglio affidare a tutti voi una missione: essere umani. Sì, essere umani!: uomini e donne di carne e ossa. Non apparenze, ma volti autentici. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come hanno fame del pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta perché fanno volentieri per gli altri ciò che vorrebbero che gli altri facessero per loro”.
Umani come Gesù: “Siate umani come Cristo, l’uomo perfetto, il Risorto che condivide la storia con noi in ogni epoca. Coltivando questo impegno, guardate agli Apostoli, i primi cristiani, abitanti di un mondo pagano. Seguendo il loro esempio, siate missionari del Vangelo di fronte alla povertà materiale e spirituale del nostro tempo, ben sapendo che la nostra fede è uno stile di vita che si compie nella carità. Questa, cari giovani, è la virtù che più di ogni altra cambia la storia. Voi potete cambiare la storia! Fatelo con amore!”
(Foto: Santa Sede)
Claudia Manenti ed Andrea Dall’Asta raccontano l’arte sacra nelle chiese
Si intitola ‘Arte sacra nelle chiese. Criteri di intesa tra committenza e artisti’ il libro scritto dall’architetto p. Andrea Dall’Asta, direttore della ‘Galleria San Fedele di Milano’ e della ‘Raccolta Lercaro’ di Bologna, e dall’architetto Claudia Manenti, docente di ‘Introduzione all’architettura liturgica’ al Pontificio Seminario Regionale di Bologna e direttore del Centro studi per l’architettura sacra della fondazione ‘Cardinale Giacomo Lercaro’. Il volume ricorda che nel Novecento l’alleanza antica che avvicinava gli artisti alla committenza ecclesiale è venuta a mancare e spesso alle straordinarie immagini della tradizione si sono sostituiti dilettanteschi lavori di artigianato o immagini prodotte serialmente.
Quindi la prof.ssa Claudia Manenti ha raccontato quale è stato il bisogno di scrivere un libro sull’arte sacra nelle chiese: “Attraverso queste pagine io e Andrea Dall’Asta comunichiamo le riflessioni maturate nell’ambito della proposta dei ‘percorsi di riavvicinamento: artisti contemporanei a confronto con il mistero cristiano’ nella quale abbiamo lavorato con gli artisti cercando di consentir loro una appropriazione del ‘sentire’ artistico e spirituale della Chiesa cattolica”.
Ancora esistono criteri d’intesa tra committenza ‘cristiana’ ed artisti?
“Purtroppo oggi la relazione tra mondo dell’arte e comunità ecclesiale è quasi inesistente. Gli artisti di talento non conoscono i cardini su cui si fonda il ‘credo’ cristiano, mentre sacerdoti non sono più i massimi esperti di arte e sia loro, sia le comunità non sono più, come invece era in passato, i principali committenti del mondo artistico. Oggi la cristianità si rifugia in immagini standardizzate in vetroresina o in melense statuine che nulla hanno dell’intensità profonda dell’arte. L’arte vera, infatti, scava, disturba, interpreta con sentire universale la forza dell’Amore crocifisso e risorto”.
La Chiesa ha ‘rinunciato’ alla riflessione su come annunciare la bellezza dei misteri della fede?
“Trovare una nuova intesa con gli artisti come auspicato da papa san Paolo VI e poi dai successivi pontefici necessita di azioni che impegnino a un nuovo dialogo. Sono percorsi difficili, che richiedono preparazione e impegno, ma sono fattibili e vitali. Nel momento nel quale si fa conoscere agli artisti la profondità della spiritualità cristiana, questi ne avvertono la portata e sanno interpretarla facendo passare il loro vissuto per quella ‘porta stretta’. Questo non vuol assolutamente dire che bisogna imporre e stravolgere il linguaggio con il quale ciascun artista di esprime, ma semplicemente offrire a chi lo desidera una via di contatto con la spiritualità cristiana, lasciando poi massima libertà nel quando e come ogni artista si rapporta e si rapporterà alla fede nel Risorto”.
Di quali simboli della contemporaneità l’arte deve tenere conto per comunicare la fede?
“I duemila anni di cristianesimo sono ricchissimi di simboli che son ancora oggi attuali, ma il punto di partenza nel comunicare la fede non deve essere il simbolo, quanto il credere che l’interpretazione artistica autentica e di valore sia quella che parla della vita e della morte in termini concreti e sinceri, che parla, quindi, del Dio che si è fatto uomo. L’arte non è un veicolo attraverso cui parlare delle verità cristiane. Questo lo può fare qualsiasi immaginetta dei santini. L’arte è essa stessa manifestazione. Se intrisa di umanità e di tensione al divino l’arte stessa manifesta la forza del Risorto”.
Quali segni di speranza può trasmettere l’arte?
“L’arte non ‘trasmette speranza’. L’arte manifesta una realtà che è quella dell’esperienza di incontro con il Cristo. Realtà personale e universale. Se l’artista ha percepito anche solo brevemente la potenza dell’incontro con Cristo, o anche solo il senso di dolore, di amore, di gioia, di vita di cui parlano le pagine della Scrittura, la sua opera non può non essere intrisa del desiderio che quell’incontro ha generato”.
L’arte può essere ‘censurata’?
“Ci sono espressioni pseudoartistiche che andrebbero eliminate dalle nostre chiese perché trasmettono l’idea che il cristianesimo sia un’esperienza facile, banale, inutile. Ci sono immagini che andrebbero eliminate perché, anche se fatte bene dal punto di vista tecnico, comunicano messaggi antitetici a quelli cristiani. Ci sono immagini facilmente decifrabili che vengono scambiate per arte da un clero spesso con poca o nulla preparazione in fatto di arte. Guardando al passato, le opere che ci hanno tramandato chi ha vissuto l’esperienza cristiana prima di noi e che sono ancora riconosciute come capolavori sono opere forti, intense, profondamente intrise dell’amore e del dolore di Cristo. A queste dobbiamo guardare e, possibilmente ritornare con i linguaggi e le espressioni della contemporaneità”.
(Tratto da Aci Stampa)
Nasce l’Oasi Santa Rita, dove la vacanza è un diritto per tutti
Un luogo in cui la vacanza diventa diritto per persone con disabilità, una rivoluzione per promuovere libertà, partecipazione e dignità. È questa la visione da cui nasce l’Oasi Santa Rita, il progetto del Monastero Santa Rita da Cascia, promosso e sostenuto dalla Fondazione Santa Rita da Cascia Ente Filantropico Ets – creata dalle monache nel 2012 – che punta a trasformare un immobile fronte mare a Porto Recanati, nelle Marche, in una struttura ricettiva non-profit dedicata a persone con disabilità e a chi si prende cura di loro.
Non solo una riqualificazione edilizia, ma una sfida culturale, sociale e umana in tema di disabilità, per generare un cambio di paradigma fondamentale, dall’assistenzialismo alla piena partecipazione, dall’accessibilità al design universale: creare un modello innovativo di accoglienza attraverso uno spazio garanzia di autonomia e vita piena, dove la dignità della persona è al centro e il tempo libero, la bellezza, il benessere, le relazioni, che sempre più spesso mancano a chi vive la disabilità, non siano più privilegio ma parte integrante dell’esistenza.
Con l’obiettivo di avviare le prime fasi del progetto, il cui fabbisogno finanziario per la ristrutturazione dell’edificio ha un valore stimato di € 2.400.000, e di sostenere tutti i progetti attivi in Italia e nel mondo per i più fragili, è attiva la campagna di raccolta fondi e sensibilizzazione, lanciata dalla Fondazione per la Festa di Santa Rita, del 22 maggio prossimo. ‘Il cuore di Santa Rita batte insieme al tuo’ è lo slogan che invita a sposare la missione, nel nome della santa, simbolo universale di speranza, accoglienza e umanità. Chi contribuirà, con una donazione minima di 16 euro, riceverà il bracciale della Festa di Santa Rita, segno del proprio impegno. Per sostenere la raccolta fondi festadisantarita.org
Un nuovo modello di accoglienza e umanità – Oasi Santa Rita sorgerà a Porto Recanati (Macerata), attraverso la riqualificazione di un immobile fronte mare, di proprietà del Monastero agostiniano di Cascia, attualmente inutilizzato. La struttura, di circa 1200 metri quadrati, sarà progettata secondo il design universale per rispondere a ogni bisogno, prima di tutto quello di un’inclusione e partecipazione vera, con 8 appartamenti, una sala polivalente e una spiaggia attrezzata.
Pensata per accogliere persone con diverse tipologie di disabilità, insieme a familiari e caregiver, e fasce fragili della società, grazie anche alla presenza di personale qualificato, la struttura offrirà un ambiente sicuro, inclusivo e orientato al benessere globale della persona. Elemento centrale, insieme alla spiaggia che garantirà pieno godimento del mare e della sua bellezza, sarà la sala polivalente, spazio di relazione, cultura e svago. Il progetto si inserisce in un percorso pluriennale che prevede la progettazione nel 2026, l’avvio dei lavori nel 2027, il completamento nel 2028 e l’apertura nel 2029. L’Oasi Santa Rita potrà ospitare oltre 500 persone all’anno, offrendo non solo accoglienza, ma un’esperienza di autonomia, dignità e qualità della vita.
“Noi monache abbiamo pensato a un nome che abbracciasse i valori che Santa Rita ha vissuto e ciò che oggi rappresenta: ristoro, spiritualità, respiro, pace. Questo desideriamo offrire all’Oasi Santa Rita: uno spazio dove ogni persona possa sentirsi accolta, custodita e libera, nel corpo e nell’animo. Un luogo pensato e costruito per essere all’altezza delle persone che lo faranno rivivere” – afferma Madre Maria Grazia Cossu, Presidente della Fondazione Santa Rita da Cascia e Badessa del Monastero ritiano di Cascia.
Rivoluzione culturale sul diritto alla vacanza – Il progetto nasce in un contesto sociale in cui la disabilità è ancora fortemente legata a condizioni di esclusione. In Italia, i dati più recenti evidenziano un quadro di crescente fragilità, che parla di povertà, difficoltà lavorative e inclusive e carenza di servizi adeguati. Situazioni che si amplificano quando si parla di dimensioni oltre aspetti medici – tempo libero, relazioni, spazio per respirare e ricaricarsi – non sufficientemente percepite come essenziali per chi vive direttamente o indirettamente la disabilità. Le disuguaglianze si riflettono anche nell’accesso ai servizi turistici: le strutture realmente accessibili sono solo il 9% in Europa, come sottolineato al World Summit on Accessible Tourism, a Torino lo scorso ottobre.
Ed, in Italia meno dell’1% dei comuni (65 su quasi 8000) è Bandiera Lilla, riconoscimento di località accessibili. Un’offerta ancora limitata, dunque, e spesso economicamente non sostenibile. In generale, la disabilità fatica ad essere riconosciuta come dimensione da valorizzare, con conseguenze pesanti sulla qualità della vita. A 20 anni dalla convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che ha sancito il passaggio da un approccio assistenziale a uno fondato su diritti e inclusione, resta centrale la necessità di tradurre tali principi in esperienze concrete. In questo scenario, l’Oasi Santa Rita si propone come risposta viva e innovativa, capace di coniugare accessibilità architettonica ed economica, promuovendo un’idea di vacanza a 360°. Non solo turismo accessibile, ma un diritto universale per la vita.
“Vogliamo contribuire a generare benessere accessibile a tutti, sottolinea Monica Guarriello, Direttrice Generale della Fondazione Santa Rita da Cascia. Lo stare bene è un bisogno fondamentale, fatto di ristoro fisico e mentale, bellezza, respiro e socialità. Ciò che ci permette di affrontare il quotidiano con forza e serenità. Spesso si dimentica che anche le persone con disabilità, e chi si prende cura di loro, condividono questi stessi bisogni, le stesse emozioni, la stessa urgenza di vivere esperienze che nutrono la vita e ci rendono umani.
Si tratta di andare oltre l’accessibilità fisica, oltre all’assistenza medica, che devono essere garantite, ma senza tralasciare anche quel diritto a una vita piena, che passa anche per la vacanza, non limitata o vissuta in un ambiente simile a una camera di ospedale. Oasi Santa Rita nasce come luogo di vita, relazione e libertà, dove la bellezza è parte integrante dell’accoglienza. Perché stare bene è ciò che ognuno cerca e dev’essere davvero alla portata di tutti”.
A sostenere l’ambiziosa missione della Fondazione, ci pensa anche l’evento nazionale di raccolta fondi e sensibilizzazione delle Rose di Santa Rita, che compie 10 anni di impegno a sostegno dei più fragili. Sono oltre 400 i punti di distribuzione, presenti in tutte le regioni e nelle principali città italiane – tra cui Milano, Torino, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Palermo e Cagliari – che vedranno le speciali piantine di rose fiorire sabato 16 e domenica 17 maggio. A dare forza all’evento sono i volontari della Fondazione Santa Rita, che mettono a disposizione tempo ed energie con autentico spirito solidale. Per la mappa coi punti di distribuzione o per ordinare online le piantine si può visitare il sito rosedisantarita.org
La Fondazione Santa Rita da Cascia nasce nel 2012 per volere delle monache agostiniane custodi dei valori e del messaggio della santa degli impossibili, per rendere la loro storica propensione alla carità più strutturata ed efficace. In quattordici anni di attività, la Fondazione ha sviluppato e sostenuto tanti progetti in Italia e nel mondo a favore delle persone più fragili, con particolare attenzione ad infanzia, salute e inclusione sociale. Ha chiuso il 2025 contando 27 progetti attivi ed € 1.500.000 erogati. In Europa e in Italia, sostiene progetti specialistici ad alta intensità di risorse per bisogni complessi (disabilità e infanzia).
In Africa, Asia e America Latina è attiva verso interventi significativi principalmente in materia di nutrizione/sicurezza alimentare, formazione, salute, istruzione. Ovunque, il suo impegno si fonda sull’idea che la speranza sia una responsabilità condivisa, un percorso da costruire attraverso gesti concreti. In questa prospettiva si inserisce anche l’Oasi Santa Rita, che rappresenta un’evoluzione della missione della Fondazione: un progetto ambizioso che trasforma i valori di accoglienza e cura in uno spazio concreto di vita, relazione e inclusione.
A Napoli il Bicentenario dell’Incoronazione dell’Immacolata di Don Placido
Nel cuore del centro storico di Napoli, la Basilica Santuario del Gesù Vecchio venerdì 1^ maggio ha vissuto un momento di profonda spiritualità e cultura, perché in occasione del secondo centenario dell’Incoronazione dell’Immacolata di Don Placido, si è svolto il convegno mariologico ‘Tota pulchra’ per onorare una delle immagini più care alla devozione napoletana, ripercorrendo il legame indissolubile tra la città e la figura della Vergine, nel solco dell’eredità spirituale lasciata dal venerabile Placido Baccher.
Il convegno è stato introdotto dal Rettore della basilica, mons. Pasquale Di Luca, a cui sono seguiti tre interventi di alto profilo accademico e pastorale: ‘La bellezza e la regalità di Maria’, a cura del prof. Francesco Asti, preside della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale; ‘Devoti dell’Immacolata, innamorati di Cristo’, grazie ad una riflessione di mons. Raffaele Galdiero, incaricato dell’arcidiocesi di Napoli per la pietà popolare; ‘La Vergine Madre… per riscoprire la nostra bellezza’, con un approfondimento del prof. Giuseppe Falanga, docente presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma. Le conclusioni sono state affidate al card. Crescenzio Sepe, arcivescovo emerito di Napoli, che ha anche inaugurato la mostra ‘Corona Aurea’.
L’Incoronazione dell’Immacolata di Don Placido Baccher (1781-1851), avvenuta due secoli fa, non fu solo un atto formale, ma il riconoscimento di un amore viscerale del popolo napoletano verso Maria. La sua missione sacerdotale alla Basilica del Gesù Vecchio nacque da un voto: durante la rivoluzione del 1799, imprigionato a Castel Capuano e prossimo alla condanna a morte, don Placido sognò la Vergine che gli promise la libertà.
Divenuto primo Rettore della Basilica nel 1806, impiegò tutte le sue sostanze nel restauro dell’antico tempio, che rischiava di essere trasformato in un teatro. Scorgendo però nella chiesa «una reggia senza la Regina», fece realizzare dall’artista Nicola Ingaldi la statua dell’Immacolata esattamente come gli era apparsa in sogno durante la prigionia.
La devozione per la ‘Madonnina di Don Placido’ divenne rapidamente un fenomeno cittadino, coinvolgendo ogni strato sociale, dai sovrani al popolo minuto. Il culmine di questo amore fu la solenne Incoronazione del 30 dicembre 1826, concessa da papa Leone XII.
Con l’aiuto del prof. Giuseppe Falanga abbiamo rivolto alcune domande ai relatori del convegno, in attesa della visita pastorale di papa Leone XIV a Napoli, iniziando dal Rettore della Basilica del Santuario del Gesù Vecchio, mons. Pasquale Di Luca, a cui abbiamo chiesto di spiegarci quale significato riveste questo bicentenario per una Basilica che è un ‘faro di fede’ per Napoli: “Questo anniversario non è una semplice ricorrenza, ma la conferma di un’appartenenza che si rinnova.
Come diceva don Placido Baccher, il rettore che rifondò questo tempio, esso era come ‘una reggia senza Regina’, finché non fece realizzare la venerata immagine dell’Immacolata. Le corone che ammiriamo sul capo di Gesù e della Madre non sono solo dei gioielli: esse sono state forgiate dai sacrifici e dalle speranze dei nostri avi, dal popolo minuto e dai sovrani. Celebrare questo bicentenario significa riaffermare che Napoli ha bisogno della bellezza e della protezione di Maria per affrontare le sfide attuali”.
Mentre al prof. Francesco Asti, preside della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, abbiamo chiesto di spiegarci in quale modo la bellezza e la regalità di Maria possono parlare all’uomo contemporaneo: “Maria è la ‘Tota pulchra’, perché in lei lo splendore di Dio non è mai disgiunto dall’umiltà. La sua regalità non è esercizio di potere, ma servizio assoluto. Alle donne e agli uomini, che spesso sono smarriti tra modelli estetici effimeri, Maria propone l’ideale di una bellezza che non appassisce: quella della verità e della coerenza. Come abbiamo sottolineato durante i lavori del convegno, contemplare Maria come Regina significa scorgere la dignità di ogni creatura, chiamata a riflettere la luce divina nella propria vita quotidiana. La sua figura parla di un’armonia possibile tra gli uomini e il progetto di Dio”.
Invece all’incaricato dell’arcidiocesi di Napoli per la Pietà Popolare, mons. Raffaele Galdiero, abbiamo domandato se oggi ha ancora senso valorizzare la pietà popolare: “A Napoli la teologia si fa preghiera corale. La pietà popolare è il battito perenne di cuori innamorati: lo testimoniano le ben sedici parrocchie dedicate all’Immacolata nella nostra arcidiocesi e la processione che, a Torre del Greco, scioglie ogni anno un voto fatto per una scampata eruzione. Questa devozione non è un retaggio del passato, ma qualcosa di fecondo che ci conduce dritti al Cuore di Cristo”.
Come si prepara la città all’incontro con papa Leone XIV?
“Prepararsi alla visita del papa significa proprio questo: mostrare una Chiesa in cammino, capace di invocare e di gioire, riconoscendo nel Successore di Pietro la guida che viene a confermare questa nostra fede viscerale; un itinerario che troverà il suo momento culminante venerdì 8 maggio, quando la sacra effige dell’Immacolata sarà portata in piazza del Plebiscito. Lì papa Leone XIV
terrà il solenne Atto di affidamento alla Vergine, rinnovando un affetto che attraversa i secoli”.
Il convegno ha trattato anche la riscoperta della ‘nostra bellezza’ attraverso la Madonna. Il prof. Giuseppe Falanga, docente alla Pontificia Università della Santa Croce, ha spiegato in quale senso la Vergine Madre ci aiuta nel percorso della riscoperta della nostra vocazione: “Guardando Maria, riscopriamo la nostra vocazione originaria. Lei è lo specchio di quella bellezza che il Cristo e la Madre sua, e nostra, vogliono incastonare nelle loro corone come gemme vive: non siamo semplici spettatori, ma siamo noi stessi il tesoro che il Signore desidera valorizzare. In un mondo che troppo spesso ci imbruttisce con l’indifferenza, la Vergine ci restituisce il senso profondo della nostra dignità umana. Abbiamo ricordato, durante i lavori, che parlare di Maria in questo tempo significa aiutare le nuove generazioni a scorgere in ogni vita un capolavoro custodito dalle mani di Dio, un ideale di perfezione che non schiaccia, ma eleva e nobilita l’esistenza”.
Da papa Leone XII a papa Leone XIV: quale l’attesa di questa città e di questa Chiesa?
“Sì, in effetti c’è un filo provvidenziale che lega questo 2026 al 1826. Duecento anni fa fu papa Leone XII a concedere l’Incoronazione dell’Immacolata di Don Placido, sigillando il patto mistico tra Napoli e la sua Protettrice. Oggi, l’attesa per papa Leone XIV carica questo anniversario di un valore profetico. La città, la nostra amata Chiesa di Napoli, non attendono solo un ospite illustre, ma il Vicario di Cristo che viene, come gli ultimi suoi tre predecessori, a consolidare un solco di fede secolare. Il sentimento che si respira è quello di una vigilia orante: siamo pronti a mostrare al papa il volto di una comunità che, per intercessione di Maria, ha saputo custodire la propria identità, trasformando la cronaca di un evento nella storia di una salvezza che continua”.
Concludiamo chiedendo all’arcivescovo emerito di Napoli, card. Crescenzio Sepe, di dirci il messaggio che ha lasciato questo convegno: “Esso è un inno di gratitudine dei napoletani che continua nella mostra ‘Corona Aurea’, in cui è possibile ammirare la storia d’amore di questa città verso la sua Regina. Questo convegno ha ancora una volta ricordato alla mente, ma direi soprattutto al cuore, che dobbiamo elevare il nostro sguardo al Cielo. Il messaggio è chiaro per tutti: non abbiate paura di puntare alle mete alte! Con la benedizione che ci porterà il Santo Padre tra pochi giorni, Napoli deve sentirsi incoronata dalla speranza, consapevole che, sotto il manto dell’Immacolata, nessuna fatica va mai perduta”.
(Tratto da Aci Stampa)
Napoli celebra l’Immacolata di Don Placido: al Gesù Vecchio un Convegno mariologico per il bicentenario dell’Incoronazione
Nel cuore pulsante del centro storico di Napoli, la Basilica Santuario del Gesù Vecchio si appresta a vivere un momento di profonda spiritualità e cultura. In occasione del secondo centenario dell’Incoronazione dell’Immacolata di Don Placido, si terrà il Convegno mariologico dal titolo ‘Tota pulchra’. L’evento, previsto per venerdì 1° maggio 2026 alle ore 18.00, intende onorare una delle immagini più care alla devozione napoletana, ripercorrendo il legame indissolubile tra la città e la figura della Vergine, nel solco dell’eredità spirituale lasciata dal Venerabile Placido Baccher.
I lavori saranno introdotti dai saluti di Mons. Pasquale Di Luca, Rettore della Basilica, che farà gli onori di casa in un luogo che da secoli rappresenta un faro di fede per la comunità. Il dibattito entrerà nel vivo con tre interventi di alto profilo accademico e pastorale: La bellezza e la regalità di Maria: a cura del Prof. Francesco Asti, Preside della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale.
Devoti dell’Immacolata, innamorati di Cristo: una riflessione di Mons. Raffaele Galdiero, Incaricato dell’Arcidiocesi di Napoli per la Pietà Popolare.
La Vergine Madre… per riscoprire la nostra bellezza: un approfondimento del Prof. Giuseppe Falanga, docente presso la Pontificia Università della Santa Croce in Roma.
Le conclusioni saranno affidate al Card. Crescenzio Sepe, Arcivescovo Emerito di Napoli, la cui presenza sottolinea l’importanza dell’evento per l’intera Chiesa locale. Al termine, il porporato inaugurerà la mostra ‘Corona Aurea’, allestita presso il Salone della Basilica.
L’Incoronazione dell’Immacolata di Don Placido, avvenuta due secoli fa, non fu solo un atto formale, ma il riconoscimento di un amore viscerale del popolo napoletano verso Maria. Questo Convegno si propone non solo come celebrazione storica, ma come occasione per riscoprire l’attualità del messaggio mariano nella società contemporanea.
In questo solco di fede, il Convegno del 1° maggio rappresenta anche un ideale momento di preparazione spirituale per la comunità che, appena una settimana dopo, l’8 maggio, vivrà lo storico incontro con Papa Leone XIV in visita alla città.
E’ proprio nel cuore del centro storico, però, il vero fulcro di questa devozione: la Basilica del Gesù Vecchio. Qui la ‘gran Signora’ (come amava chiamarla Don Placido Baccher) continua ad accogliere migliaia di pellegrini ogni 11 del mese e nel ‘sabato privilegiato’, ovvero quello successivo al 30 dicembre, anniversario dell’Incoronazione della venerata immagine avvenuta nel 1826 su mandato del Capitolo Vaticano. L’appuntamento nasce proprio dalla volontà di valorizzare la pietà popolare come un fenomeno vivo, da riscoprire e considerare in una luce sempre più positiva.
Il Convegno celebra un rapporto viscerale tra Napoli e l’Immacolata del Venerabile Placido Baccher (1781-1851). La sua missione sacerdotale alla Basilica del Gesù Vecchio nacque da un voto: durante la rivoluzione del 1799, imprigionato a Castel Capuano e prossimo alla condanna a morte, Don Placido sognò la Vergine che gli promise la libertà.
Divenuto primo Rettore della Basilica nel 1806, impiegò tutte le sue sostanze nel restauro dell’antico tempio, che rischiava di essere trasformato in un teatro. Scorgendo però nella chiesa «una reggia senza la Regina», fece realizzare dall’artista Nicola Ingaldi la statua dell’Immacolata esattamente come gli era apparsa in sogno durante la prigionia.
La devozione per la ‘Madonnina di Don Placido’ divenne rapidamente un fenomeno cittadino, coinvolgendo ogni strato sociale, dai sovrani al popolo minuto. Il culmine di questo amore fu la solenne Incoronazione del 30 dicembre 1826, concessa da papa Leone XII. A duecento anni da quello storico evento, il Convegno ‘Tota pulchra’, inserito tra le celebrazioni programmate dalla Basilica, intende onorare l’eredità spirituale di un uomo che ha trasformato il Gesù Vecchio in un centro mariano ed eucaristico di rilievo internazionale.
Papa Leone XIV ai giovani africani: guardate al futuro
“Chi ha paura della pioggia? Chi vuole la benedizione di Dio? Grazie per essere qui! Continuiamo a far festa! La Chiesa ha bisogno dell’entusiasmo di tutti voi! Cari fratelli e sorelle, con grande gioia vi saluto e ringrazio il Vescovo per le parole che mi ha rivolto. Ringrazio e tutti voi per la calorosa accoglienza e per il vostro entusiasmo che manifesta la gioia della vostra fede”: nel penultimo incontro pubblico in Africa, sotto la pioggia papa Leone XIV ha ascoltato le testimonianze dei giovani nello stadio di Bata, dalla sfida delle donne nel mondo del lavoro a quella posta dal percorso matrimoniale ‘che cresce nella libertà’.
Dopo aver ascoltato le testimonianze dei giovani il papa ha ripreso il motto del viaggio apostolico nel Paese africano: “E’ un richiamo al motto di questo viaggio (‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’). Però, trova conferma nella presenza qui di tutti voi! La luce più splendente, qui, è quella dei vostri occhi, dei vostri volti, del vostro sorriso, dei canti, dei balli, in cui tutto è testimonianza che Cristo è gioia, senso, ispirazione e bellezza per la nostra vita”.
Quindi ha invitato i giovani a non far tramontare le tradizioni, ma con uno sguardo al futuro:”Il vostro Paese, la Guinea Equatoriale è un Paese ricco di storia e di tradizioni. Lo abbiamo visto poco fa, nelle danze, nei costumi e nei simboli con cui ciascun gruppo ha espresso la propria identità, rendendo ancora più evidente e toccante il nostro stare insieme.
Avete portato degli oggetti semplici e quotidiani (un bastone, una rete, la riproduzione di un’isola, una barca, uno strumento musicale) che parlano della vostra vita e dei valori antichi e nobili che la animano, come il servizio, l’unità, l’accoglienza, la fiducia, la festa. È l’eredità luminosa e impegnativa di cui voi, cari giovani, siete chiamati a essere, nella fede, il fondamento del futuro vostro e di questa Terra. Il futuro è vostro!”
Rispondendo alle domande il papa ha sottolineato l’importanza della famiglia: “Carissimi, siete venuti a questo incontro con le vostre famiglie. Esse sono il terreno fertile in cui l’albero fresco e fragile della vostra crescita umana e cristiana affonda le sue radici… Molti di voi vi state preparando al sacramento del Matrimonio.
Essere sposi e genitori è una missione entusiasmante, un’alleanza da vivere giorno per giorno, in cui ci si ritrova sempre nuovi l’uno per l’altra, fautori, insieme a Dio, del miracolo della vita e costruttori di felicità, per voi e per i vostri figli. Preparatevi a vivere questa chiamata come un cammino di vero amore, che cresce nella libertà, un cammino di speranza che nasce dalla consapevolezza che Dio non vi abbandona, un cammino di santità che cerca sempre il bene e la felicità dell’altro”.
Infine ha invitato tutti a lasciarsi incantare dalla bellezza: “Carissimi giovani, genitori, e tutti voi, qui presenti, lasciamoci entusiasmare dalla bellezza dell’amore, facciamoci testimoni dell’amore che Gesù ci ha lasciato e insegnato! Testimoniamo ogni giorno che amare è bello, che le gioie più grandi, in tutti gli ambienti, vengono dal saper donare e dal donarsi, specialmente quando ci si china su chi è più bisognoso”.
E la carità trasforma il mondo, come affermava sempre papa Francesco: “La luce della carità, coltivata nelle case e vissuta nella fede, può davvero trasformare il mondo, anche nelle sue strutture e istituzioni, perché ogni persona vi trovi rispetto e nessuno sia dimenticato. Sorelle e fratelli, Facciamo insieme, di questo, un proposito fermo, un impegno gioioso, perché Cristo, Crocifisso e Risorto, luce della Guinea Equatoriale, dell’Africa e del mondo intero, possa guidarci tutti verso un futuro di speranza”.
Prima di questo incontro il papa ha visitato il carcere che ospita uomini e donne che scontano una pena o sono in stato di custodia cautelare: “Oggi sono qui per dirvi qualcosa di molto semplice: nessuno è escluso dall’amore di Dio! Ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore. Possiamo dirlo con certezza, perché Gesù ci ha rivelato questo in ogni incontro, in ogni gesto e in ogni parola. Persino arrestato, condannato e messo a morte senza alcuna colpa, Lui ci ha amato sino alla fine, mostrando di credere nella possibilità che l’amore cambi anche il cuore più indurito”.
Il discorso del papa è stato un invito alla riconciliazione: “Anche voi fate parte di questo Paese. L’amministrazione della giustizia ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona. Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male. Non c’è giustizia senza riconciliazione. E’ un lavoro immenso, di cui una parte può avvenire dentro la prigione e un’altra parte, ancora maggiore, deve coinvolgere tutta la comunità nazionale, per prevenire e riparare le ferite provocate dall’ingiustizia”.
Quindi il carcere può diventare ujn luogo di cambiamento: “Anche se il carcere appare un luogo di solitudine e desolazione, questo tempo (come è stato detto) può diventare un tempo di riflessione, di riconciliazione e di crescita personale. Si faccia di tutto, ad esempio, perché vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità. La vita non è definita solo dagli errori commessi, esito in genere di circostanze pesanti e complesse: c’è sempre l’opportunità di rialzarsi, di imparare e di diventare una persona nuova”.
Li ha incoraggiati a non disperare: “Fratelli e sorelle, non siete soli. Le vostre famiglie vi amano e vi aspettano, e molti, al di fuori di queste mura, pregano per voi. E se anche qualcuno temesse di essere stato abbandonato da tutti, Dio non vi abbandonerà mai e la Chiesa sarà al vostro fianco. Pensate anche al vostro Paese, ai giovani della Guinea Equatoriale che hanno bisogno di esempi di perseveranza, responsabilità e fede. Ogni sforzo di riconciliazione, ogni gesto di bontà, può diventare una fiammella di speranza per gli altri”.
Infine ha ringraziato coloro che svolgono il loro lavoro nel penitenziario: “Desidero ringraziare anche coloro che lavorano in questo centro penitenziario: il Direttore, gli Agenti e il Cappellano. Il loro servizio è fondamentale quando coniuga sicurezza, rispetto e umanità, garantendo l’ordine necessario ad accompagnare i detenuti in un percorso di reinserimento e di ricostruzione della propria vita.
Cari fratelli e sorelle, Dio non si stanca mai di perdonare. Egli apre sempre una nuova porta a chi riconosce i propri errori e desidera cambiare. Non permettete che il passato vi rubi la speranza nel futuro. Ogni giorno può essere un nuovo inizio”.
(Foto: Santa Sede)
Rodolfo Papa, presidente dell’Accademia Urbana delle Arti racconta coma ha rappresentato Papa Leone XIV
Nella Basilica di San Paolo fuori le Mura è stato posato il ritratto di Papa Leone XIV nella sequenza dei ritratti musivi della cronotassi dei pontefici. Un dipinto ad olio è stato realizzato nelle stesse dimensioni del mosaico, in poche settimane nel mese di luglio, dal pittore e filosofo dell’arte, Rodolfo Papa, presidente dell’Accademia Urbana delle Arti, dopo un attento studio degli antichi ritratti custoditi dalla Fabbrica di San Pietro.
Le tessere sono state realizzate sia con l’antica tecnica romana del mosaico tagliato che con quella del filato. Le prime, della dimensione di circa 1×2 cm, sono ottenute sezionando tramite la martellina una piastra di smalto, costituita da vetro, ossidi metallici e altre sostanze chimiche che generano il colore.
I dettagli più minuti, come i capelli, sono invece ottenuti ricorrendo alla tecnica del mosaico filato: in questo caso le tessere di piccolissime dimensioni derivano da sottilissime bacchette di smalto create a temperature molto elevate nella fornace presente nello Studio Vaticano, tagliate con una lima a base di polvere di diamante. Una tipologia ancora diversa è quella delle tessere dorate dello sfondo, realizzate secondo le antiche metodologie medievali: “Sono così brillanti per la loro struttura particolare, ‘a sandwich’ una sottilissima lamina d’oro è contenuta all’interno di due strati di vetro”.
L’artista ha sottolineato come abbia studiato papa Leone XIV in numerose fotografie e soprattutto filmati, per cogliere la specificità delle sue espressioni, finendo per concentrarsi su un aspetto che lo aveva colpito fin dal giorno dell’elezione: l’affabilità del sorriso. Inoltre ha studiato il contesto in cui il tondo è stato collocato che è molto peculiare: si tratta dell’ultimo clipeo sulla parete esterna della navata destra, alla sinistra il ritratto di papa Francesco, ed alla destra la parete ortogonale con i tondi ancora vuoti per i prossimi pontefici.
Per quale motivo un mosaico dedicato a papa Leone XIV?
“A partire dal 1823, dopo il grande incendio della Basilica di San Paolo fuori le Mura, durante la lunga ricostruzione si decise di ripristinare la cronotassi dei pontefici andata perduta. In seguito, Pio IX decise che i ritratti dei pontefici fossero in mosaico e quindi furono commissionati ai più grandi pittori dell’epoca dipinti ad olio dai quali poi trarre l’intera cronotassi musiva che oggi assomma 267 ritratti.
E dunque, da quella data, ogni volta che viene eletto un nuovo Pontefice viene affidato a un artista il compito di elaborare il ritratto pittorico, che viene poi conservato nella Galleria dei Ritratti presso la Fabbrica di San Pietro, da cui gli abili mosaicisti dello Studio del Mosaico Vaticano traggono il ritratto musivo che viene appunto esposto nella Basilica di San Paolo. Il ritratto musivo di papa Leone XIV è collocato in fondo alla navata destra ed è stato inaugurato domenica 25 gennaio, nella memoria della Conversione di san Paolo, con la celebrazione dei Vespri Solenni da parte di papa Leone XIV stesso”.
Come è nata l’idea dell’immagine del Papa del bozzetto pittorico?
“Ho elaborato vari bozzetti, studiando accuratamente il volto e le espressioni del nuovo Pontefice, le diverse possibilità di paramenti e anche le possibili diverse posizioni del volto e delle spalle. In modo particolare ho valutato la posizione angolare del ritratto, che è appunto in fondo alla navata destra, dunque l’ultimo prima dell’angolo.
I numerosi bozzetti sono stati poi ridotti a quattro, in accordo con Paolo Di Buono, direttore dello Studio Vaticano del Mosaico, e infine è stato lo stesso pontefice a scegliere quello che lui preferiva e da quello ho eseguito il quadro, olio su tela, delle stesse dimensioni del mosaico, ovvero una circonferenza con diametro di 137 cm. Penso sia da sottolineare che ho rappresentato papa Leone XIV frontalmente come del resto già era stato rappresentato papa Leone XIII, ed è stata una scelta voluta per creare una relazione diretta tra i due pontefici”.
In quale modo l’arte può raccontare la fede oggi?
“Le arti possono raccontare la fede oggi come sempre, ovvero testimoniando la fede stessa. L’arte sacra è testimone di quanto crediamo. Nella ‘Difesa delle immagini sacre’ san Giovanni Damasceno ricordava che ‘il pittore con la figura insegna in misura maggiore’ In particolare la pittura ha il compito di narrare ai contemporanei le verità evangeliche e di inserirsi nella storia della iconografia, sapientemente interpretando e innovando. Credo che l’arte mediante la bellezza possa realmente contribuire in modo eccellente a quella missione per attrazione, di cui papa Francesco ha sempre sottolineato l’importanza”.
(Tratto da Aci Stampa)
Tour dei Miracoli Eucaristici: a Lanciano con il sostegno della Rete Mondiale del Turismo Religioso
L’Italia costituisce, nella storia della civiltà europea e mediterranea, uno spazio privilegiato di convergenza tra fede, arte, pensiero e bellezza. E’ una terra in cui il sacro ha assunto nel tempo una forma culturale, simbolica e antropologica, incidendo profondamente sulla coscienza collettiva e sull’identità dei territori. Tra chiese millenarie, abbazie silenziose e santuari spesso appartati, il patrimonio religioso italiano custodisce segni che attraversano i secoli e continuano a interrogare l’uomo contemporaneo, generando contemplazione, ricerca e senso.
In questo orizzonte nasce ‘Voucher – Il Turismo dell’Anima’, progetto promosso da Ventisetteviaggi, ideato da Anna Di Maria con il contributo di Biagio Maimone, Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso, e del conduttore televisivo Paky Arcella. L’iniziativa si colloca all’interno della visione e dell’azione della Rete Mondiale del Turismo Religioso, realtà internazionale presente in 18 Paesi, impegnata nella valorizzazione del patrimonio religioso e culturale come risorsa viva per lo sviluppo umano, sociale ed economico delle comunità.
La Rete Mondiale del Turismo Religioso promuove un modello di turismo che supera la logica del consumo per assumere una dimensione sostenibile, spirituale e generativa, capace di tutelare i luoghi sacri, rispettarne l’identità profonda e favorire una crescita armonica dei territori. In questa prospettiva, il turismo religioso diventa strumento di educazione alla bellezza, alla responsabilità e al dialogo interculturale, contribuendo a rafforzare il legame tra memoria storica, spiritualità e sviluppo locale. L’Italia, con il suo straordinario patrimonio religioso e artistico, assume in tale contesto un ruolo centrale come laboratorio internazionale di buone pratiche.
La prima tappa del Tour dei Miracoli Eucaristici, in programma dal 20 al 22 marzo, è dedicata a Lanciano, luogo che custodisce il più antico Miracolo Eucaristico riconosciuto dalla Chiesa. Qui, nell’VIII secolo, durante la celebrazione della Santa Messa, un monaco basiliano, attraversato dal dubbio circa la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia, fu testimone di un evento che ha segnato in modo indelebile la storia della fede cristiana: l’ostia si trasformò in carne e il vino in sangue.
Un evento che, nei secoli, è stato oggetto di approfondite indagini storiche e scientifiche, le quali hanno attestato che la carne è tessuto miocardico umano e il sangue appartiene al gruppo AB, rimasti integri per oltre tredici secoli. Lanciano emerge così come luogo emblematico di dialogo tra fede e ragione, in cui il Mistero sacramentale si manifesta come segno vivo e interpellante.
Il viaggio, organizzato da Ventisetteviaggi, prevede uno spostamento in bus Gran Turismo, con partenza da Milano e sosta a Rimini per il pranzo. Nel pomeriggio è prevista una visita alla Cantina Frentana, in provincia di Chieti, con degustazione, prima di proseguire verso Lanciano per la sistemazione in hotel, la cena e il pernottamento, favorendo un clima di raccoglimento e preparazione interiore.
Il secondo giorno è dedicato al cuore spirituale dell’itinerario: la visita al Santuario del Miracolo Eucaristico e al Santuario della Madonna del Ponte, luoghi in cui la dimensione sacramentale e la devozione popolare si intrecciano in una sintesi teologica di grande profondità. Il percorso prosegue verso Fossacesia, con la visita all’Abbazia di San Giovanni in Venere, esempio emblematico di armonia tra architettura sacra e paesaggio naturale, e il pranzo su un trabocco, simbolo di un rapporto rispettoso tra l’uomo, il lavoro e il creato. Nel pomeriggio, lungo la Costa dei Trabocchi, il gruppo raggiunge Ortona per la visita alla Cattedrale di San Tommaso Apostolo, custode delle reliquie dell’Apostolo, prima del rientro a Lanciano.
Il terzo giorno conduce i partecipanti al Santuario del Volto Santo di Manoppello, dove l’immagine ritenuta non dipinta da mano umana invita alla contemplazione del volto di Cristo come rivelazione di un Dio che si fa prossimo, e alla Cattedrale di San Giustino a Chieti. Dopo il pranzo in un ristorante tipico, il rientro verso Milano conclude il percorso, lasciando nei partecipanti un’esperienza che si configura come memoria spirituale duratura e trasformativa.
Il progetto si inserisce in un itinerario più ampio che comprende i 22 miracoli eucaristici riconosciuti in Italia, tra cui Bolsena, Siena, Cascia, Alatri e altri luoghi di elevato valore spirituale, storico e artistico. Ogni tappa è concepita come occasione di studio, contemplazione e crescita interiore, contribuendo al tempo stesso alla valorizzazione culturale e alla vitalità dei territori coinvolti.
Come afferma Anna Di Maria: “Il turismo religioso è esperienza relazionale e trasformativa: mette in dialogo l’uomo con i luoghi, con la memoria e con il divino. E’ un viaggio che educa all’ascolto, genera armonia interiore e favorisce una consapevolezza spirituale autentica”.
Biagio Maimone, Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso e Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, definita il testamento d’amore di papa Francesco, offre una lettura che intreccia teologia, antropologia e dialogo interreligioso:
“Voucher – Il Turismo dell’Anima nasce come risposta a una domanda profonda di senso che attraversa l’uomo contemporaneo. I miracoli eucaristici non appartengono a una dimensione museale della fede, ma sono segni vivi che parlano alla coscienza e invitano a una relazione autentica con il Divino.
Nel dialogo interreligioso ho imparato che il sacro, quando è autentico, non divide ma unisce, non esclude ma apre all’incontro. Questo progetto intende promuovere un turismo che sia esperienza di pace interiore, di fraternità e di responsabilità verso i luoghi e le comunità. La bellezza diventa qui linguaggio universale, l’arte si fa preghiera silenziosa e il viaggio si trasforma in pellegrinaggio dell’anima. Rigenerare i territori significa rigenerare le coscienze. E’ in questa profondità che l’uomo riscopre la propria vocazione alla trascendenza e al dialogo”.
‘Voucher – Il Turismo dell’Anima’ propone una visione del turismo in cui spiritualità, cultura, sostenibilità e crescita territoriale convergono in un’esperienza consapevole e responsabile. Un cammino che invita a riconoscere il viaggio come atto di gratitudine, custodia del creato e ricerca di senso, nella convinzione che ogni luogo possa diventare spazio di rivelazione. Quando il viaggio si fa ricerca di senso, ogni passo diventa luce, ogni incontro diventa grazia e l’anima ritrova la propria dimora interiore.



























