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Papa Leone XIV: il cinema racconti la bellezza della speranza
“Il cinema è un’arte giovane, sognatrice e un po’ irrequieta, anche se ormai centenaria. Proprio in questi giorni compie 130 anni, a far conto da quella prima proiezione pubblica, realizzata dai fratelli Lumière il 28 dicembre 1895 a Parigi. Inizialmente, il cinema appariva come un gioco di luci e di ombre, per divertire e impressionare. Ma ben presto, quegli effetti visivi hanno saputo manifestare realtà ben più profonde, fino a diventare espressione della volontà di contemplare e di comprendere la vita, di raccontarne la grandezza e la fragilità, d’interpretarne la nostalgia d’infinito”: nell’incontro con più di 160 registi, attori e maestranze, papa Leone XIV li ha ringraziati per saper mettere ‘in movimento la speranza’ e promuovere ‘la dignità umana’, non sfruttando il dolore ma accompagnandolo.
Per il papa il cinema sa raccontare l’anima umana ed accendere la speranza: “E’ bello riconoscere che, quando la lanterna magica del cinema si accende nel buio, s’infiamma in simultanea lo sguardo dell’anima, perché il cinema sa associare quello che sembra essere soltanto intrattenimento con la narrazione dell’avventura spirituale dell’essere umano. Uno dei contributi più preziosi del cinema è precisamente quello di aiutare lo spettatore a tornare in sé stesso, a guardare con occhi nuovi la complessità della propria esperienza, a rivedere il mondo come se fosse la prima volta e a riscoprire, in questo esercizio, una porzione di quella speranza senza la quale la nostra esistenza non è piena. Mi conforta pensare che il cinema non è soltanto moving pictures: è mettere in movimento la speranza!”
Nella sala cinematografica lo spettatore assapora la bellezza: “Entrare in una sala cinematografica è come attraversare una soglia. Nel buio e nel silenzio, l’occhio torna attento, il cuore si lascia raggiungere, la mente si apre a ciò che non aveva ancora immaginato. In realtà, voi sapete che la vostra arte richiede concentrazione. Con le vostre opere, voi dialogate con chi cerca leggerezza, ma anche con chi porta dentro il cuore un’inquietudine, una domanda di senso, di giustizia, di bellezza”.
E pone interrogativi: “Oggi, viviamo con gli schermi digitali sempre accesi. Il flusso delle informazioni è costante. Ma il cinema è molto più di un semplice schermo: è un crocevia di desideri, memorie e interrogazioni. E’ una ricerca sensibile dove la luce perfora il buio e la parola incontra il silenzio. Nella trama che si dispiega, lo sguardo si educa, l’immaginazione si dilata e perfino il dolore può trovare un senso”.
Quindi cinema e teatri sono i cuori pulsanti della città: “Strutture culturali come i cinema e i teatri sono dei cuori pulsanti dei nostri territori, perché contribuiscono alla loro umanizzazione. Se una città è viva è anche grazie ai suoi spazi culturali: dobbiamo abitarli, costruirci relazioni, giorno dopo giorno. Ma le sale cinematografiche vivono una preoccupante erosione che le sta sottraendo a città e quartieri. E non sono in pochi a dire che l’arte del cinema e l’esperienza cinematografica sono in pericolo. Invito le istituzioni a non rassegnarsi e a cooperare per affermare il valore sociale e culturale di questa attività”.
Quindi il cinema ‘interpella’ ed accende la speranza: “Nell’anno del Giubileo, in cui la Chiesa invita a camminare verso la speranza, la vostra presenza da tante Nazioni e, soprattutto, il vostro lavoro artistico quotidiano, sono segni luminosi. Perché anche voi, come tanti altri che giungono a Roma da ogni parte del mondo, siete in cammino come pellegrini dell’immaginazione, cercatori di senso, narratori di speranza, messaggeri di umanità.
La strada che voi percorrete non si misura in chilometri ma in immagini, parole, emozioni, ricordi condivisi e desideri collettivi. E’ un pellegrinaggio nel mistero dell’esperienza umana che voi attraversate con lo sguardo penetrante, capace di riconoscere la bellezza anche nelle pieghe del dolore, la speranza dentro le tragedie delle violenze e delle guerre”.
Citando papa san Paolo VI ed il regista David W. Griffith ha invitato i presenti a fare del cinema un’arte dello Spirito: “La nostra epoca ha bisogno di testimoni di speranza, di bellezza, di verità: voi con il vostro lavoro artistico potete esserlo. Recuperare l’autenticità dell’immagine per salvaguardare e promuovere la dignità umana è nel potere del buon cinema e di chi ne è autore e protagonista. Non abbiate paura del confronto con le ferite del mondo. La violenza, la povertà, l’esilio, la solitudine, le dipendenze, le guerre dimenticate sono ferite che chiedono di essere viste e raccontate”.
E’ stato un invito ad indagare nel ‘mistero’ della fragilità: “Il grande cinema non sfrutta il dolore: lo accompagna, lo indaga. Questo hanno fatto tutti i grandi registi. Dare voce ai sentimenti complessi, contraddittori, talvolta oscuri che abitano il cuore dell’essere umano è un atto d’amore. L’arte non deve fuggire il mistero della fragilità: deve ascoltarlo, deve saper sostare davanti ad esso. Il cinema, senza essere didascalico, ha in sé, nelle sue forme autenticamente artistiche, la possibilità di educare lo sguardo”.
Quindi il cinema è un ‘atto comunitario’: “Per concludere, la realizzazione di un film è un atto comunitario, un’opera corale in cui nessuno basta a sé stesso. Tutti conoscono e apprezzano la maestria del regista e la genialità degli attori, ma un’opera sarebbe impossibile senza la dedizione silenziosa di centinaia di altri professionisti: assistenti, runner, trovarobe, elettricisti, fonici, attrezzisti, truccatori, acconciatori, costumisti, location manager, casting director, direttori della fotografia e delle musiche, sceneggiatori, montatori, addetti agli effetti, produttori…
In un’epoca di personalismi esasperati e contrapposti, ci mostrate come per fare un buon film è necessario impegnare i propri talenti. Ma ciascuno può far brillare il suo particolare carisma grazie ai doni e alle qualità di chi lavora accanto, in un clima collaborativo e fraterno. Che il vostro cinema resti sempre un luogo d’incontro, una casa per chi cerca senso, un linguaggio di pace. Che non perda mai la capacità di stupire, continuando a mostrarci anche un solo frammento del mistero di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
Biagio Maimone: ‘Italia Faro del Turismo Religioso e Guida di Bellezza, Cultura e Spiritualità nel Mondo’
Si è tenuto a Roma, città eterna e cuore pulsante della cristianità, il IX Congresso Mondiale del Turismo, dal titolo ‘Il Turismo, Porta dell’Evangelizzazione’, inaugurato lo scorso 16 ottobre. L’evento, di straordinaria solennità e valore simbolico, è stato inserito nel Calendario ufficiale del Giubileo ed è promosso dall’Ufficio Nazionale per la Pastorale del Tempo Libero, del Turismo e dello Sport della CEI, su richiesta del Dicastero per l’Evangelizzazione.
Biagio Maimone, Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso (RMTR) – www.tourismandsocietytt.com/red-mundial-turismo-religioso e Direttore della Comunicazione dell’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, ha affermato che esiste un legame profondo e indissolubile tra turismo ed evangelizzazione, in quanto il viaggio, se vissuto nella luce della fede, diviene un cammino interiore, una scoperta dell’anima e una via di incontro con Dio:
“Il turismo religioso non è soltanto spostamento nello spazio, ma pellegrinaggio dello spirito; è l’uomo che, muovendosi nel mondo, ritrova se stesso alla luce del divino”. In un tempo segnato da guerre, disuguaglianze e smarrimento morale, il turismo religioso si propone come messaggero di fraternità e di pace, ponte tra i popoli e le culture, strumento di riconciliazione universale.
Esso genera dialogo, rispetto, amore per il creato e per l’altro, educando all’incontro e alla comunione. Il turismo religioso trae ispirazione dalla Dottrina Sociale della Chiesa, che illumina l’umanità con i principi del Vangelo incarnati nella vita sociale, culturale e politica.
Papa Leone XIII, nell’enciclica Rerum Novarum (1891), affermava che è dovere della Chiesa difendere la dignità dei poveri e degli umili, poiché la missione evangelizzatrice non è solo predicazione, ma azione concreta di amore, giustizia e custodia del creato.
Il turismo religioso traduce tali principi in esperienze di bellezza e fraternità, promuovendo la dignità umana, la solidarietà tra i popoli, la sussidiarietà e la cura della casa comune. E’ una forma viva di evangelizzazione che rende visibile la luce del Vangelo nel quotidiano, testimoniando come la fede, vissuta nella cultura e nella bellezza, diventi forza trasformante del mondo.
Il turismo religioso può essere definito Turismo dell’Anima, perché è incontro tra lo spirito umano e la bellezza divina riflessa nella natura, nell’arte e nella cultura. Papa Francesco, nell’enciclica Laudato Si’, ricorda che “l’incontro con la natura è momento altamente spirituale, capace di cogliere in essa la presenza di Dio”.
In questa prospettiva, ogni paesaggio, ogni santuario, ogni opera d’arte diventa segno visibile della sapienza divina e invito alla contemplazione. Il Turismo dell’Anima non si limita a visitare i luoghi sacri, ma eleva l’uomo, lo rigenera interiormente e lo apre al mistero. È esperienza estetica e mistica insieme, dove la bellezza diventa via di conoscenza del divino e linguaggio universale della fede. Come ha affermato Mons. Rino Fisichella, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione: “La bellezza del creato e il patrimonio culturale educano a leggere i segni della sapienza di Dio.”
L’Italia, più di ogni altro Paese al mondo, è sintesi perfetta tra fede, arte e civiltà. Le sue città, i suoi borghi, i suoi santuari e le sue cattedrali costituiscono un ininterrotto dialogo tra cielo e terra, dove la bellezza diventa preghiera scolpita nella pietra, affresco di fede e canto dell’anima.
Da Assisi a Roma, da Loreto a San Giovanni Rotondo, dai cammini di san Francesco e san Benedetto fino ai santuari mariani e ai percorsi di pellegrinaggio che attraversano il Paese, l’Italia rappresenta il cuore spirituale e artistico del mondo cristiano. Ogni città italiana è un tempio di cultura e di spiritualità: le chiese, gli affreschi, le sculture, i mosaici e le opere letterarie (come quelle di Alessandro Manzoni e Dante Alighieri) sono testimonianza viva di un popolo che ha saputo tradurre la fede in arte e la bellezza in evangelizzazione.
La Cultura della Bellezza, nata in Italia, è una cultura dell’anima, perché la bellezza autentica è riflesso di Dio. Essa parla al cuore dell’uomo, lo educa alla speranza, alla comunione e al rispetto per la vita. In questo senso, l’Italia è la ‘terra della luce’, dove l’arte e la fede si abbracciano per dare forma visibile al mistero dell’infinito. L’Italia non è soltanto un luogo geografico, ma un’anima universale, una guida morale e culturale che ispira il mondo con il suo esempio di bellezza, umanità e spiritualità.
Promuovere il turismo religioso significa promuovere l’essenza stessa dell’Italia: la sua vocazione alla pace, la sua missione di accoglienza e la sua tradizione millenaria di fede e cultura. Il Turismo dell’Anima trova nella nostra nazione la sua più alta espressione, poiché l’Italia sa unire il sacro e il bello, la contemplazione e la creatività, l’arte e la preghiera.
Ogni pellegrino che giunge nel nostro Paese sperimenta un incontro con la spiritualità incarnata nella bellezza, un’esperienza che riconcilia il cuore con Dio e con il mondo: “L’Italia è chiamata ad essere non solo culla della cristianità, ma faro spirituale dell’umanità. In essa la bellezza diventa preghiera, la cultura diventa via al divino, e il turismo religioso si trasforma in pellegrinaggio dell’anima verso la luce di Dio”.
In un’epoca segnata dall’indifferenza e dalla frammentazione, l’Italia si erge come simbolo vivente di armonia tra fede, cultura e bellezza. E’ chiamata a guidare, con la sua luce, il cammino spirituale e culturale dei popoli, offrendo al mondo un messaggio di pace, fraternità e speranza. L’Italia è, e resterà sempre, il faro del turismo religioso mondiale, la guida della cultura della bellezza, il cuore della spiritualità che illumina la Terra.
Papa Leone XIV: Cristo risorto fonte di acqua viva
“Nelle catechesi dell’Anno giubilare, fino a questo momento, abbiamo ripercorso la vita di Gesù seguendo i Vangeli, dalla nascita alla morte e risurrezione. Così facendo, il nostro pellegrinaggio nella speranza ha trovato il suo fondamento saldo, la sua via sicura. Ora, nell’ultima parte del cammino, lasceremo che il mistero di Cristo, culminante nella Risurrezione, sprigioni la sua luce di salvezza a contatto con la realtà umana e storica attuale, con le sue domande e le sue sfide”: oltre 60.000 fedeli per ascoltare in piazza san Pietro l’udienza generale di papa Leone XIV che nella sua catechesi indica ‘Gesù morto e risorto’ come Colui che si fa ‘compagno di viaggio’ nel ‘faticoso, doloroso, misterioso’ cammino della vita.
Nell’odierna udienza generale il papa ha iniziato l’ultima parte del ciclo giubilare ‘Gesù Cristo nostra speranza’ con la riflessione ‘Il Risorto, fonte viva della speranza umana’: “La nostra vita è scandita da innumerevoli accadimenti, colmi di sfumature e di vissuti differenti. A volte ci sentiamo gioiosi, altre volte tristi, altre ancora appagati, oppure stressati, gratificati o demotivati. Viviamo indaffarati, ci concentriamo per raggiungere risultati, arriviamo a conseguire traguardi anche alti, prestigiosi.
Viceversa, restiamo sospesi, precari, in attesa di successi e riconoscimenti che tardano ad arrivare o non arrivano affatto. Insomma, ci troviamo a sperimentare una situazione paradossale: vorremmo essere felici, eppure è molto difficile riuscire a esserlo in modo continuativo e senza ombre. Facciamo i conti con il nostro limite e, allo stesso tempo, con l’insopprimibile spinta a tentare di superarlo. Sentiamo nel profondo che ci manca sempre qualcosa. In verità, non siamo stati creati per la mancanza, ma per la pienezza, per gioire della vita e della vita in abbondanza, secondo l’espressione di Gesù nel Vangelo di Giovanni”.
Ciò è un desiderio illuminato dalla speranza: “Questo desiderio abissale del nostro cuore può trovare la sua risposta ultima non nei ruoli, non nel potere, non nell’avere, ma nella certezza che c’è qualcuno che si fa garante di questo slancio costitutivo della nostra umanità; nella consapevolezza che questa attesa non sarà delusa o vanificata. Tale certezza coincide con la speranza. Ciò non vuol dire pensare in modo ottimistico: spesso l’ottimismo ci delude, vede implodere le nostre attese, mentre la speranza promette e mantiene”.
Tale speranza è incarnata nella resurrezione di Gesù: “Sorelle e fratelli, Gesù Risorto è la garanzia di questo approdo! E’ Lui la fonte che soddisfa la nostra arsura, l’infinita sete di pienezza che lo Spirito Santo infonde nel nostro cuore. La Risurrezione di Cristo, infatti, non è un semplice accadimento della storia umana, ma l’evento che l’ha trasformata dall’interno”.
Ed ha portato l’esempio della fonte d’acqua: “Pensiamo a una fonte d’acqua. Quali sono le sue caratteristiche? Disseta e rinfresca le creature, irrora la terra, le piante, rende fertile e vivo ciò che altrimenti resterebbe arido. Dà ristoro al viandante stanco offrendogli la gioia di un’oasi di freschezza. Una fonte appare come un dono gratuito per la natura, per le creature, per gli esseri umani. Senza acqua non si può vivere”.
Così Gesù è per l’umanità come ha sottolineato da sant’Agostino: “Il Risorto è la fonte viva che non inaridisce e non subisce alterazioni. Resta sempre pura e pronta per chiunque abbia sete. E tanto più gustiamo il mistero di Dio, tanto più ne siamo attratti, senza mai restare completamente saziati. Sant’Agostino, nel decimo Libro delle Confessioni, coglie proprio questo inesauribile anelito del nostro cuore e lo esprime nel celebre Inno alla bellezza”.
Però anche la Resurrezione pone alcuni interrogativi: “Gesù, con la sua Risurrezione, ci ha assicurato una permanente fonte di vita: Egli è il Vivente, l’amante della vita, il vittorioso su ogni morte. Perciò è in grado di offrirci ristoro nel cammino terreno e assicurarci la quiete perfetta nell’eternità. Solo Gesù morto e risorto risponde alle domande più profonde del nostro cuore: c’è davvero un punto di arrivo per noi? Ha senso la nostra esistenza? E la sofferenza di tanti innocenti, come potrà essere riscattata?”
Ed ecco la risposta di Gesù che cammina con l’umanità: “Gesù Risorto non fa calare una risposta ‘dall’alto’, ma si fa nostro compagno in questo viaggio spesso faticoso, doloroso, misterioso. Solo Lui può riempire la nostra borraccia vuota, quando la sete si fa insopportabile. Ed Egli è anche il punto di arrivo del nostro andare. Senza il suo amore, il viaggio della vita diventerebbe un errare senza meta, un tragico errore con una destinazione mancata”.
Cammina insieme per ricondurre ‘a casa’ chi intraprende un viaggio: “Siamo creature fragili. L’errore fa parte della nostra umanità, è la ferita del peccato che ci fa cadere, rinunciare, disperare. Risorgere significa invece rialzarsi e mettersi in piedi. Il Risorto garantisce l’approdo, ci conduce a casa, dove siamo attesi, amati, salvati. Fare il viaggio con Lui accanto significa sperimentare di essere sorretti nonostante tutto, dissetati e rinfrancati nelle prove e nelle fatiche che, come pietre pesanti, minacciano di bloccare o deviare la nostra storia. Carissimi, dalla Risurrezione di Cristo sgorga la speranza che ci fa pregustare, nonostante la fatica del vivere, una quiete profonda e gioiosa: quella pace che Lui solo ci potrà donare alla fine, senza fine”.
In precedenza il papa aveva accolto le suore agostiniane recollette della federazione del Messico: “Questo amore non è qualcosa che si conquista con la fatica, ma si riceve come dono… Il nostro cammino si concretizza così a partire dal cuore… Care sorelle, invochiamo la materna protezione della Madre del Buon Consiglio e l’intercessione di san Tommaso da Villanova, che tanto amò la missione in America, per percorrere con pazienza e coraggio questo cammino di perfezione fino alla fine”.
(Foto: Santa Sede)
A Torino il festival della missione: il Volto Prossimo
Ottobre è mese di missione e quest’anno soffia nello stesso vento del giubileo della Speranza; e nonostante il contesto di guerra e crisi, essa resta seme di fiducia: un invito ad essere, come dice san Paolo, ‘lieti nella speranza’, attraverso una storia che parla ancora e che ha un nome preciso: p. Ezechiele Ramin, che da missionario comboniano, arrivò in Brasile negli anni ’80 per difendere i diritti degli indios Surui e dei contadini senza terra. Il 24 luglio 1985 fu ucciso durante una missione di pace, quando non aveva ancora compiuto 33 anni.
P. Ramin amava disegnare, tantoché nei suoi taccuini trovavano posto volti, mani, alberi, parabole: quei disegni sono diventati la mostra ‘Passione Amazzonia’, ospitata al Sermig di Torino, inaugurata lo scorso 19 settembre in apertura del pre-festival, sul tema ‘Conquistare la pace e organizzare la speranza’.
Dodici pannelli, dodici stazioni: la Passione di Cristo raccontata attraverso la passione dei popoli amazzonici. Una via crucis che non finisce nel dolore, ma si apre alla speranza di una terra che rinasce. La mostra è un invito ad andare oltre, a cogliere la trasfigurazione della realtà e il suo significato più profondo, che solo uno sguardo e un’esperienza di fede rendono accessibile.
Il terzo festival della Missione , intitolato ‘Il Volto Prossimo’, è in programma a Torino da oggi fino a domenica 12 ottobre, promosso dalla Conferenza Episcopale Piemonte-Valle d’Aosta (CEP), da CIMI (Conferenza Istituti Missionari in Italia) e Fondazione ‘MISSIO’ Italia con la direzione artistica della giornalista Lucia Capuzzi e di Alessandro Galassi, regista e documentarista, a cui abbiamo chiesto di spiegarci il motivo di un festival della missione:
“Perché la missione non è un capitolo a margine della vita ecclesiale, ma la sua ragione stessa. Non riguarda soltanto ‘alcuni inviati lontano’, ma interpella ogni battezzato e ogni comunità, chiamati a vivere la gioia del Vangelo nel cuore del mondo. Un Festival diventa allora spazio di incontro, piazza aperta in cui credenti e non credenti, uomini e donne di culture e religioni diverse possono confrontarsi sulle grandi domande del presente: giustizia, pace, ecologia, dialogo. E’ un tempo per ridare voce a chi non ha voce, per portare al centro della città e del dibattito ciò che di solito resta ai margini”.
Per quale motivo ‘Il Volto Prossimo’?
“In continuità con l’ispirazione tematica del Festival della Missione 2022 ‘Vivere perdono’, alla luce del Giubileo ‘Pellegrini di speranza’ proposto da papa Francesco e facendo tesoro delle ‘Piste tematiche’ suggerite dalla Commissione Scientifica per il Festival della Missione 2025, la direzione generale e la direzione artistica hanno scelto come tema ‘il VoltoProssimo’. A chi mi faccio prossimo? Difficile definire cosa si intenda per missione. L’interrogativo, posto dallo stesso Gesù ad ogni donna e uomo del suo e di tutti i tempi, indica, però, l’orizzonte ai discepoli-missionari. La domanda assume drammatica urgenza nel presente spezzato dai muri, ferito dalla terza guerra mondiale a pezzi, minacciato dal riscaldamento globale.
Ma prossimo indica anche l’estrema affinità, l’identità di sostanza fra le creature, le quali racchiudono un frammento del Creatore. Tutti, in questo senso, siamo prossimi. Una consapevolezza che, però, si acquisisce nel movimento di ‘farsi più vicini’ a quanti sarebbero da tenere a distanza, geografica ed esistenziale. Proprio come al sacerdote e al levita, le ‘buone’ ragioni non mancano per discriminare gli esseri umani in base a categorie di censo, passaporto, genere, condizione esistenziale. Il Samaritano, però, le ribalta con il più semplice e il più missionario dei gesti: l’approssimarsi a chi trova per la strada. Un volto tumefatto nelle cui fattezze sfigurate riesce a scorgere il Volto”.
Ma qual è ‘il Volto Prossimo’?
“E’ il tema scelto per questa edizione, che raccoglie il mandato evangelico di farsi vicini. Non un concetto astratto, ma un gesto concreto: accorciare le distanze, guardare nel volto dell’altro e riconoscervi un frammento di Dio. Prossimo è chi ci vive accanto, ma anche chi il mondo considera lontano, diverso, scomodo. Farsi prossimi significa ribaltare categorie di potere, di esclusione e di indifferenza, come fece il Samaritano di fronte all’uomo ferito. In ogni volto incontrato brilla la possibilità di un’umanità nuova”.
In quale modo la missione può conquistare la pace?
“Non con le armi né con la forza, ma con la vicinanza e il dialogo. I missionari e le missionarie percorrono i sentieri del mondo non come conquistatori, ma come artigiani di fraternità. Ogni volta che curano una ferita, condividono un pasto, difendono i diritti di una comunità, si oppongono alle logiche di guerra e di sfruttamento, generano pace. E’ la pace del Vangelo, che nasce dall’incontro e non dall’imposizione, dal coraggio di sedersi accanto e di restare anche quando tutto invita a fuggire.
Non è un caso che il Festival ricordi p. Ezechiele Ramin, missionario comboniano ucciso in Brasile nel 1985 mentre difendeva i senza terra e le popolazioni indigene. La sua vita, spezzata a soli 32 anni, continua a parlare di un Vangelo incarnato fino in fondo, vissuto come dono e responsabilità verso i più poveri”.
Papa Francesco ha scritto nel messaggio per la Giornata mondiale Missionaria, ‘Missionari di speranza tra le genti’: “Esso richiama ai singoli cristiani e alla Chiesa, comunità dei battezzati, la vocazione fondamentale di essere, sulle orme di Cristo, messaggeri e costruttori della speranza… e desidero ricordare alcuni aspetti rilevanti dell’identità missionaria cristiana, affinché possiamo lasciarci guidare dallo Spirito di Dio e ardere di santo zelo per una nuova stagione evangelizzatrice della Chiesa, inviata a rianimare la speranza in un mondo su cui gravano ombre oscure’. Come essere oggi missionari di speranza tra le genti?
“Significa non arrendersi al cinismo e alla rassegnazione. Significa raccontare che un altro mondo è possibile e già germoglia nei piccoli segni di solidarietà, nelle esperienze di comunità che accolgono migranti, che custodiscono la terra, che difendono i diritti violati. La speranza non è illusione, ma forza che si traduce in gesti quotidiani di cura, in alleanze trasversali, in scelte concrete di sobrietà e di giustizia.
Le comunità cristiane, in questo orizzonte, possono essere segni di nuova umanità. Non spazi chiusi o autoreferenziali, ma luoghi di fraternità e di apertura, di ascolto e di dialogo. Comunità che non temono di sporcarsi le mani, che accolgono senza etichette, che testimoniano la bellezza del Vangelo nella gioia e nella condivisione. Una Chiesa che si fa tenda, casa aperta, ospedale da campo: così il Volto di Cristo si riflette nei volti di ogni donna e uomo, e la missione diventa cammino comune verso un futuro di pace”.
Programma sul sito: https://www.festivaldellamissione.it/programma/festival-2025
Giuseppe Falanga: la liturgia nutre la speranza
Nel mese di agosto la 75^ Settimana Liturgica Nazionale è stata ospitata dall’arcidiocesi di Napoli con il titolo ‘Tu sei la nostra speranza. Liturgia: dalla contemplazione all’azione’, a cui hanno partecipato quasi 500 studiosi e religiosi, aperta dai Vespri presieduti dal card. Mimmo Battaglia, mentre il segretario di Stato vaticano, il card. Pietro Parolin, ha fatto la prolusione dal titolo: ‘La liturgia nutre e vivifica la speranza’, in quanto la contemplazione ‘è l’atteggiamento di colui che riconosce il dono di Dio nella liturgia, ossia il Mistero pasquale di Cristo. Ne riconosce la presenza nei sacramenti, in particolare nel sacrificio eucaristico, nella parola, nel ministro, nell’assemblea”.
Nell’omelia che ha iniziato la Settimana Liturgica il card. Mimmo Battaglia aveva sottolineato che il fulcro della liturgia è il silenzio: “Quanto è importante il silenzio, quel silenzio che come un varco misterioso si apre ogni volta che come popolo di Dio ci raduniamo, ogni volta che celebriamo, ogni volta che il tempo dell’uomo si lascia attraversare dalla bellezza dell’Eterno.
Una bellezza che resta dentro, che trasforma il cuore, che si traduce in gesti interiori ed esteriori capaci di dar vigore alla speranza. Quella vera. Quella che non delude. Si, se oggi siamo qui, nel cuore di questo giubileo della Speranza, è proprio perché crediamo che anche la Liturgia è e può esser sempre più culla di speranza! E questo perché la Liturgia non è un orpello antico, non roba da iniziati, non è un rito freddo. Anzi, è un incendio”.
Quindi la Settimana Liturgica ha messo al centro della vita liturgica la speranza, nutrita da essa; a distanza di un mese dalla conclusione di questa settimana ed a pochi mesi dalla conclusione del giubileo abbiamo chiesto al teologo Giuseppe Falanga, consigliere nazionale del CAL (Centro di Azione Liturgica), direttore responsabile della Rivista di Teologia ‘Asprenas’ e docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma di raccontarci il motivo per cui la Settimana Liturgica ha riflettuto sulla speranza:
“La Settimana Liturgica Nazionale si è celebrata in quest’Anno Giubilare, e non poteva non trattare della speranza. Il tema, infatti, riprendeva l’espressione dell’antico inno ‘Te Deum’, che proclama ‘Cristo nostra speranza’. Così, lodando Gesù Cristo, riconosciamo che solo in lui ‘non saremo confusi in eterno’. Mi colpisce sempre questo passaggio conclusivo dell’inno, perché ci permette di comprendere che l’opposto della speranza non è la ‘disperazione’, come si potrebbe immaginare, ma la ‘confusione’. Sì, la confusione (ed il conseguente disorientamento) è il vero dramma, perché rappresenta la tendenza insidiosa a ritenere importanti e valevoli stili, atteggiamenti e comportamenti che non sono oggettivamente autentici; purtroppo, anche nelle azioni liturgiche!”
Allora, perché la liturgia ‘nutre’ la speranza?
“Noi cristiani crediamo che la liturgia è e può essere sempre più culla di speranza. E questo perché, come ha detto il mio arcivescovo, il card. Battaglia, all’omelia dei Vespri che hanno aperto i lavori, ‘la liturgia non è un orpello antico, non un rito freddo. Anzi, è un incendio. E’ la memoria viva di un Amore che ha attraversato la morte, che l’ha vinta, e che ogni giorno continua a risorgere nei frammenti della nostra vita’. Sì, la liturgia è il grembo in cui si genera la fede, la mensa su cui si nutre la carità, la casa dove abita la speranza”.
Quanto è importante la liturgia nella vita ecclesiale?
“Semplicemente si tratta di ricomprendere la liturgia come luogo in cui Dio dà forma al cristiano, mantenendo cioè salda la fede nella presenza, manifestazione e comunicazione di Dio nel rito e attraverso il rito. Senza questa fede radicale ogni discorso resterebbe su un piano meramente antropologico e, pur nella sua validità di sapere umano, ben poco aggiungerebbe alla nostra esperienza celebrativa”.
In quale modo la liturgia si fa vita?
“Partecipare alla liturgia significa partecipare alla vita, alla morte e alla risurrezione di Gesù, morire e risorgere veramente con lui, donare veramente la nostra vita. Partecipare significa lasciare che lo Spirito di Dio operi in noi per completare l’opera di Cristo sulla terra. Partecipare significa vivere la vita di Gesù: donarci completamente agli ultimi e ai sofferenti. Partecipare significa ‘non vivere più per noi stessi ma per Dio’. Altrimenti, come potremmo dire ‘Amen’ ad una preghiera?”
Come è possibile passare dalla contemplazione all’azione attraverso la liturgia?
“Il segreto è essere contempl-attivi, come amava dire don Tonino Bello. Il ‘contemplattivo’ unisce la preghiera all’azione e fa dell’azione la sua preghiera. Riesce a equilibrare le parti, perché è mosso dallo Spirito che tutto porta all’unità. Il dramma di oggi è fare sintesi: troppa analisi, poca sintesi personale e di gruppo”.
In quale modo si realizza una Chiesa eucaristica?
“La liturgia cristiana è scandita da parole fortemente orientate all’impegno: ‘Andate ed annunciate il Vangelo’, ‘Glorificate il Signore con la vostra vita’. Il ‘mandatum’ conclusivo della Messa non è un congedo, ma un invio missionario, perché l’Eucaristia plasma comunità di carità attiva. Dunque, la Celebrazione eucaristica, se vissuta autenticamente, educa alla carità effettiva verso tutti, specialmente verso i poveri, quelli che soffrono la fame nel mondo, i prigionieri, i carcerati e gli infermi”.
(Foto: CAL)
Nelle Marche la mostra diffusa ‘Immagini di Maternità. La bellezza della vita che nasce’
E’ dedicata alle ‘Immagini di Maternità. La bellezza della vita che nasce’ la mostra diffusa nelle 13 diocesi delle Marche che fino al 30 novembre aiuterà i visitatori a scoprire uno straordinario patrimonio d’arte e di fede, per cui il vescovo delegato per i Beni culturali della Conferenza Episcopale Marchigiana, mons. Francesco Massara, arcivescovo dell’arcidiocesi di Camerino-San Severino Marche e vescovo della diocesi di Fabriano-Matelica, nel presentare l’iniziativa ha affermato: “Nel cammino verso il Giubileo del 2025, alla luce della bolla papale ‘Spes non confundit’, anche le Chiese delle Marche desiderano offrire un segno concreto di speranza e bellezza”.
Per questo, secondo la Chiesa marchigiana, “La maternità di Maria non è solo un tema devozionale, ma un ponte tra arte, fede e storia. Attraverso le tre opere selezionate in ciascun dei tredici musei coinvolti, emergerà la forza evocativa di immagini che parlano di cura, protezione e speranza. Si racconterà come, nella tradizione cristiana, l’incarnazione abbia compiuto la salvezza dell’umanità proprio attraverso il grembo di Maria.
Ospitare una mostra diffusa in una Regione che custodisce a Loreto il Santuario dell’Incarnazione significa moltiplicare il senso del pellegrinaggio: spirituale, perché riafferma il legame profondo con il mistero dell’Incarnazione; culturale, perché valorizza capolavori spesso poco accessibili, aprendoli a un pubblico più vasto”.
Mentre il presidente della Conferenza episcopale marchigiana, mons. Nazzareno Marconi, vescovo della diocesi di Macerata, ha invitato a visitare questi tesori marchigiani: “Percorrere le Marche alla scoperta di questi capolavori d’arte, di fede, di bellezza e di tradizione è un’esperienza unica… La bellezza della maternità divina ci ricorda che la salvezza si è compiuta nel dono di un Figlio. Non lasciamo che questo tesoro resti nascosto, ma viviamo insieme un pellegrinaggio di speranza e di grazia”.
Inoltre l’arcivescovo metropolita di Ancona-Osimo, mons. Angelo Spina, ha valorizzato il museo come un luogo ‘vivo’: “Un Museo non è semplicemente un luogo dove vengono esposti oggetti importanti, ma è uno scrigno di bellezza, di fede, è un luogo vivo che, pur presentando segni ‘antichi’, mai porta i segni della vecchiaia. La bellezza dell’arte che comunica speranza è quanto mai necessaria all’uomo del nostro tempo.
Percorrere le Marche alla ricerca di capolavori d’arte, di fede, di bellezza e di tradizione è oggi un vero pellegrinaggio giubilare alla scoperta della ‘bellezza che ci salva’. La Regione Marche e la Conferenza Episcopale Marchigiana possono così meglio contribuire alla crescita sociale, culturale e turistica della nostra regione”.
Nell’arcidiocesi di Urbino Urbania e Sant’Angelo in Vado mons. Sandro Salvucci ha proposto il poema di Charles Péguy, ‘Il Portico del Mistero della Seconda Virtù’, per descrivere la maternità come una forza che guarda al futuro: “Nella maternità, tra Madre e Figlio si svela altissima la speranza, che si concretizza nella divina ostensione di Cristo, il ‘Dio con noi’. Le donne sono storicamente portatrici di speranza e agiscono in forza della vita e per la vita, danno la vita, accompagnano i bisogni degli altri con generosità e gesti di tenerezza.
Le donne sono coloro che portano il peso, ma anche coloro che permettono alla Chiesa di stare diritta. Anche nei momenti di buio, la visione di Maria con Gesù Bambino, ricorda che Dio non abbandona il suo popolo, ma viene a portare protezione, luce e salvezza”.
Quindi da mons. Francesco Massara ci facciamo spiegare il motivo di una mostra sulla maternità: “La maternità è un tema universale che parla a tutte le culture, i tempi e le generazioni. Scegliere la maternità come filo conduttore per una mostra diffusa in occasione del Giubileo significa mettere al centro il valore della vita, dell’accoglienza, della tenerezza e dell’amore incondizionato.
In particolare, la maternità di Maria è simbolo di speranza, fiducia in Dio e dono totale, e nell’arte sacra ha da sempre rappresentato un’immagine potente di protezione e intercessione. In un tempo segnato da crisi e incertezze, tornare a contemplare queste immagini è un invito a riscoprire ciò che dà origine alla vita e al senso profondo dell’esistenza”.
La bellezza della vita quale segno di speranza è?
“La bellezza della vita, specialmente nella sua origine (la nascita) è un segno forte di speranza perché testimonia che, nonostante le difficoltà, il bene continua a fiorire. La vita che nasce è promessa di futuro, rinnovamento e continuità. L’arte che raffigura la maternità, come la Madonna con Bambino, ci ricorda che ogni nuova vita è preziosa e sacra. In questo senso, la mostra è anche un messaggio sociale e spirituale: valorizzare la vita significa promuovere la pace, l’accoglienza e la solidarietà”.
In quale modo la maternità di Maria è un ponte tra arte, fede e storia?
“Maria, madre di Gesù, è una delle figure più rappresentate nella storia dell’arte. La sua immagine ha attraversato secoli di cultura visiva, divenendo non solo simbolo religioso, ma anche emblema di grazia, umanità e misericordia. La maternità di Maria è un ponte tra arte, perché ha ispirato generazioni di artisti; fede, perché è icona della fiducia nel disegno divino; e storia, perché le sue raffigurazioni raccontano i cambiamenti estetici e culturali delle epoche. Contemplare queste opere ci connette al patrimonio spirituale e artistico delle nostre radici”.
Cosa significa aver dato vita ad una mostra diffusa?
“Una mostra diffusa è un’esposizione articolata in più sedi, in questo caso nei musei delle 13 diocesi marchigiane. E’ un modo innovativo per valorizzare il patrimonio locale, coinvolgere più territori e promuovere una fruizione culturale partecipata. Ogni museo ospita tre opere legate al tema della maternità, ma tutte le mostre condividono un’immagine coordinata: stessi colori, pannelli grafici, strumenti didattici e comunicativi. In questo modo, pur nella diversità dei luoghi, si crea un percorso coerente, armonico e accessibile”.
Quali opere si possono ammirare?
“Nei 13 musei saranno esposte tre tipologie di opere per ciascuna sede: Madonne con Bambino: raffigurazioni della Vergine che tiene in braccio Gesù, espressione di tenerezza, amore materno e sacralità.
Madonne del Latte: immagini della Vergine che allatta il Bambino, simbolo di nutrimento, umanità e dono della vita.
Madonne della Misericordia: opere in cui Maria accoglie sotto il suo manto i fedeli, rappresentando protezione, intercessione e rifugio.Queste opere provengono dal ricco patrimonio ecclesiastico marchigiano e coprono diversi stili e periodi artistici, offrendo un viaggio visivo e spirituale attraverso i secoli”.
Le opere saranno visibili presso i Musei diocesani secondo le modalità e gli orari previsti per ogni museo.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ai giovani: vivete la vita come Pier Giorgio e Carlo
“In questo clima, è bello ricordare che ieri la Chiesa si è arricchita anche di due nuovi Beati. A Tallinn, capitale dell’Estonia, è stato beatificato l’Arcivescovo gesuita Edoardo Profittlich, ucciso nel 1942 durante la persecuzione del regime sovietico contro la Chiesa. E a Verszprém, in Ungheria, è stata beatificata Maria Maddalena Bódi, giovane laica, uccisa nel 1945 perché resistette a dei soldati che volevano farle violenza. Lodiamo il Signore per questi due martiri, testimoni coraggiosi della bellezza del Vangelo!” : al termine della celebrazione eucaristica di canonizzazione di Frassati ed Acutis papa Leone XIV ha ricordato la Messa di canonizzazione di Frassati e Acutis, il Papa ha ricordato le due beatificazioni di ieri in Estonia e in Ungheria del gesuita Profittlich e della giovane Maria Maddalena Bódi.
Inoltre ha rivolto un pensiero alle ‘terre insanguinate’ dalle guerre, chiedendo ai governanti di ascoltare ‘la voce della coscienza’: “All’intercessione dei Santi e della Vergine Maria affidiamo la nostra incessante preghiera per la pace, specialmente in Terra Santa e in Ucraina, e in ogni altra terra insanguinata dalla guerra. Ai governanti ripeto: ascoltate la voce della coscienza! Le apparenti vittorie ottenute con le armi, seminando morte e distruzione, sono in realtà delle sconfitte e non portano mai pace e sicurezza! Dio non vuole la guerra, vuole la pace, e sostiene chi si impegna a uscire dalla spirale dell’odio e a percorrere la via del dialogo”.
Mentre prima di officiare la celebrazione eucaristica di canonizzazione papa Leone XIV ha salutato le 80.000 persone in piazza san Pietro: “Fratelli e sorelle, oggi è una festa bellissima per tutta l’Italia, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo! E prima di cominciare la solenne celebrazione della canonizzazione, volevo dire un saluto e una parola a tutti voi, perché, se da una parte la celebrazione è molto solenne, è anche un giorno di molta gioia!
E volevo salutare soprattutto tanti giovani, ragazzi, che sono venuti per questa santa Messa! Veramente una benedizione del Signore: trovarci insieme con tutti voi che siete venuti da diversi Paesi. E’ veramente un dono di fede che vogliamo condividere… Saluto i familiari dei due Beati quasi Santi, le Delegazioni ufficiali, tanti Vescovi e sacerdoti che sono venuti. Un applauso per tutti loro, grazie anche a voi per essere qui! Religiosi e religiose, l’Azione Cattolica!”
Nell’omelia il papa ha ripreso la lettura del libro della Sapienza, attribuita al re Salomone: “L’abbiamo sentita dopo che due giovani Beati, Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, sono stati proclamati Santi, e ciò è provvidenziale. Questa domanda, infatti, nel Libro della Sapienza, è attribuita proprio a un giovane come loro: il re Salomone. Egli, alla morte di Davide, suo padre, si era reso conto di disporre di tante cose: il potere, la ricchezza, la salute, la giovinezza, la bellezza, il regno.
Ma proprio questa grande abbondanza di mezzi gli aveva fatto sorgere nel cuore una domanda: ‘Cosa devo fare perché nulla vada perduto?’ E aveva capito che l’unica via per trovare una risposta era quella di chiedere a Dio un dono ancora più grande: la sua Sapienza, per conoscere i suoi progetti e aderirvi fedelmente. Si era reso conto, infatti, che solo così ogni cosa avrebbe trovato il suo posto nel grande disegno del Signore. Sì, perché il rischio più grande della vita è quello di sprecarla al di fuori del progetto di Dio”.
E’ stato un progetto di vita ripreso dai due giovani canonizzati: “Ci chiama, cioè, a buttarci senza esitazioni nell’avventura che Lui ci propone, con l’intelligenza e la forza che vengono dal suo Spirito e che possiamo accogliere nella misura in cui ci spogliamo di noi stessi, delle cose e delle idee a cui siamo attaccati, per metterci in ascolto della sua parola”.
Un progetto di vita che ha attratto san Francesco: “Tanti giovani, nel corso dei secoli, hanno dovuto affrontare questo bivio nella vita. Pensiamo a San Francesco d’Assisi: come Salomone, anche lui era giovane e ricco, assetato di gloria e di fama. Per questo era partito per la guerra, sperando di essere investito “cavaliere” e di coprirsi di onori. Ma Gesù gli era apparso lungo il cammino e lo aveva fatto riflettere su ciò che stava facendo.
Rientrato in sé, aveva rivolto a Dio una semplice domanda: ‘Signore, che vuoi che io faccia? E da lì, tornando sui suoi passi, aveva cominciato a scrivere una storia diversa: la meravigliosa storia di santità che tutti conosciamo, spogliandosi di tutto per seguire il Signore , vivendo in povertà e preferendo all’oro, all’argento e alle stoffe preziose di suo padre l’amore per i fratelli, specialmente i più deboli e i più piccoli”.
Questi due nuovi santi sono stati attratti dall’amore per Dio, riversato nella quotidianità: “Entrambi, Pier Giorgio e Carlo, hanno coltivato l’amore per Dio e per i fratelli attraverso mezzi semplici, alla portata di tutti: la santa Messa quotidiana, la preghiera, specialmente l’Adorazione eucaristica. Carlo diceva: ‘Davanti al sole ci si abbronza. Davanti all’Eucaristia si diventa santi!’, ed ancora: ‘La tristezza è lo sguardo rivolto verso sé stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio. La conversione non è altro che spostare lo sguardo dal basso verso l’Alto, basta un semplice movimento degli occhi’.
Un’altra cosa essenziale per loro era la Confessione frequente. Carlo ha scritto: ‘L’unica cosa che dobbiamo temere veramente è il peccato’; e si meravigliava perché (sono sempre parole sue) ‘gli uomini si preoccupano tanto della bellezza del proprio corpo e non si preoccupano della bellezza della propria anima’. Tutti e due, infine, avevano una grande devozione per i Santi e per la Vergine Maria, e praticavano generosamente la carità. Pier Giorgio diceva: ‘Intorno ai poveri e agli ammalati io vedo una luce che noi non abbiamo’. Chiamava la carità ‘il fondamento della nostra religione’ e, come Carlo, la esercitava soprattutto attraverso piccoli gesti concreti, spesso nascosti”.
Questi sono gli inviti rivolti ai giovani, chiedendo di ‘viverli’: “Carissimi, i santi Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis sono un invito rivolto a tutti noi, soprattutto ai giovani, a non sciupare la vita, ma a orientarla verso l’alto e a farne un capolavoro. Ci incoraggiano con le loro parole: ‘Non io, ma Dio’, diceva Carlo. E Pier Giorgio: ‘Se avrai Dio per centro di ogni tua azione, allora arriverai fino alla fine’. Questa è la formula semplice, ma vincente, della loro santità. Ed è pure la testimonianza che siamo chiamati a seguire, per gustare la vita fino in fondo e andare incontro al Signore nella festa del Cielo”.
(Foto: Santa Sede)
Convegno dell’Azione Cattolica Italiana: Frassati, un santo capace di una ‘scelta religiosa’
L’Azione Cattolica Italiana, per la canonizzazione di Pier Giorgio Frassati, prevede un afflusso di 20.000 aderenti all’associazione, come è stato sottolineato durante la conferenza stampa di presentazione delle iniziative in vista di domenica prossima, quando Papa Leone XIV canonizzerà Pier Giorgio Frassati insieme a Carlo Acutis. In piazza san Pietro sarà esposto il reliquiario di Pier Giorgio Frassati: si tratta di uno scrigno che contiene un frammento di indumento da lui usato.
‘Verso l’alto’ è la sintesi della sua vita e filo conduttore dell’iconografia del reliquario, mentre la corona del rosario segna il cammino in cordata verso il Cristo eucaristia sulla sommità della montagna dove Frassati precede e conduce i suoi amici e i suoi poveri. La costante presenza di Maria nella sua vita è raffigurata con l’immagine della Madonna di Oropa, santuario frequentemente visitato per lunghe soste di preghiera.
Inoltre sono presenti le lettere di san Paolo che egli portava con sé come suo prezioso vademecum per ricavarne luce e forza. Otto pietre di lapislazzulo lo ricordano come ‘l’uomo delle 8 beatitudini’, secondo la definizione data dal card. Karol Wojtyla nel 1977. L’alabastro della base e della teca intarsiata a stelle alpine, contenente la reliquia, ricorda le cime innevate e il suo amore per la bellezza della montagna; l’opera è stata eseguita da suor Maria Agar Loche, appartenente alla congregazione delle Pie Discepole del Divin Maestro.
Mentre sabato 6 settembre alle ore 17.00 nell’Aula magna della Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa) si svolgerà il convegno ‘Dentro la vita, dentro la storia. La santità di Pier Giorgio Frassati’ con la partecipazione del card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei santi; del vicepostulatore Roberto Falciola, del giornalista Luca Liverani, della presidente del Sermig Rosanna Tabasso, di Tatiana Giannone, componente dell’ufficio di presidenza di Libera, moderati dal giornalista Gennaro Ferrara, dopo l’introduzione del presidente nazionale di Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano. La giornata si concluderà con la Veglia di preghiera in preparazione alla canonizzazione, presieduta alle 20.30 dal vescovo Giuliodori nella basilica romana di San Giovanni Battista dei Fiorentini.
Introducendo la conferenza di presentazione della giornata di studio il presidente Notarstefano ha sottolineato la bellezza della sua vita: “C’è una straordinaria attualità nella bellezza di Frassati che, possiamo dire, ha vissuto una vita santa ‘a tutto tondo’. Il giovane torinese ha dimostrato che ci si può prendere cura delle amicizie, fare sport e divertirsi insieme, ma allo stesso tempo immergersi nella preghiera in profondità e dedicarsi ai più poveri, facendolo in maniera nascosta, con dedizione ecclesiale…
Frassati è entrato in profondità nella sua vita di cristiano, sapendo che da lì si anima ogni altra parte dell’esistenza, dall’impegno sociale alla professione, alle relazioni e questo per noi è il senso della ‘scelta religiosa’. La Chiesa con la sua canonizzazione ci dice che questa è la santità di cui il mondo ha bisogno oggi”.
Mentre il card. Marcello Semeraro ha definito Piergiorgio Frassati ‘un alpinista dello spirito’, che ha ispirato anche Giovan Battista Montini, “il quale pur non avendolo conosciuto direttamente lo aveva studiato e poi definito così: ‘E’ un forte’, rimandando alla radice del termine latino ‘vir’, che indica l’uomo…
E poi Pier Giorgio è un santo laico, che ci fa vedere come nell’ordinarietà della vita è possibile essere cristiani, senza ulteriori aggettivi. Fu un vero profeta del Concilio Vaticano II e papa Francesco era entusiasta di Frassati, perché suo padre, quando abitava a Torino, lo aveva conosciuto, anche se erano in due parrocchie diverse. Prima di emigrare in Argentina, volle andare a pregare sulla sua tomba. Otto giorni prima che morisse con papa Francesco abbiamo ancora parlato di Frassati”.
Mentre mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico dell’Azione Cattolica Italiana e dell’Università Cattolica, ha ribadito la sua capacità di ‘leggere’ il proprio tempo: “Pier Giorgio ha saputo leggere in profondità i suoi tempi, diventando un’icona significativa per ogni tempo”, sottolineando come Frassati eserciti ancora un grande fascino sui giovani, come si è potuto constatare anche durante il recente Giubileo dei giovani, quando il corpo di Frassati è stato esposto nella basilica di Santa Maria sopra Minerva.
La causa di canonizzazione è durata decenni, ma tre anni fa è arrivata la notizia del miracolo che ha accelerato il processo, come ha spiegato la dott.ssa Silvia Correale, postulatrice della causa: “Si tratta di una grazia avvenuta negli Stati Uniti ad un seminarista che si era rotto il tendine. Ha pregato il Signore per intercessione di Frassati ed, a metà della novena, ha sentito calore attorno alla gamba. Poi ha iniziato a camminare senza sentire più dolore. A novembre 2024 poi, con nostra grande gioia, papa Francesco ha autorizzato la canonizzazione che all’inizio doveva essere durante il Giubileo dei giovani”.
Inoltre da un’idea del CAI (Club Alpino Italiano) sono stati dedicati alla sua memoria i ‘Sentieri Frassati’, che sono 22 itinerari alpini di particolare interesse naturalistico, storico e religioso in ogni regione e provincia autonoma italiana, inaugurati a partire dalla beatificazione, che risale al 1990. Ora, per iniziativa dell’Azione cattolica ambrosiana, nasce anche un ‘Sentiero Frassati’ virtuale per far conoscere la sua vicenda personale, umana e cristiana. Aprendo la pagina web (https://sentierofrassati.coopindialogo.it/), sul sito dell’associazione ‘In dialogo’ si possono attivare gli audio per seguire “una sorta di dialogo fra Pier Giorgio e le altre persone del suo tempo o del nostro, che trasmettono il suo stile e le sue attività, il suo pensiero e le sue scelte, la sua umanità e la sua santità.
Un’opportunità nuova per conoscere Pier Giorgio a partire dalle fonti scritte e rivisitate nella forma di un racconto, corredato anche da alcune foto”. Con questo lavoro, l’Azione cattolica ambrosiana contribuisce allo sforzo “non solo interno alla propria associazione e alla chiesa, di diffusione del profilo del giovane Pier Giorgio Frassati, anche a nome delle altre associazioni di cui è stato parte attiva: società di San Vincenzo, Club alpino italiano e Federazione universitaria cattolica italiana”.
Infine proprio per dare un segno concreto dell’impegno di Frassati nella carità, come detto da mons. Giuliodori oggi saranno consegnate al card. Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa, 500 kit per l’igiene personale, per altrettanti uomini e donne in condizioni di fragilità. Sul letto di morte, Pier Giorgio scriveva su un biglietto il suo ‘testamento’: “Ecco le iniezioni di Converso, la polizza è di Sappa. L’ho dimenticata, rinnovala a mio conto”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
In cammino con sant’Antonio da Padova per scoprire la bellezza dell’annuncio cristiano
Sono partiti domenica 29 giugno da Brive-la-Gaillarde, in Nuova Aquitania, i pellegrini italiani e francesi che stanno percorrendo a piedi ‘En Route con sant’Antonio’, un cammino dalla Francia a Padova lungo le orme percorse da frate Antonio 800 anni fa. Promosso dai frati conventuali della Provincia Italiana di S. Antonio di Padova insieme alla Custodia dei frati minori conventuali di Francia e Belgio per quest’estate giubilare, questo evento è organizzato dal progetto Antonio800 ed ha ottenuto il patrocinio dell’intera famiglia francescana d’Italia e di Francia ed il patrocinio ufficiale del Giubileo, unico cammino ad averlo ottenuto, per la ‘particolare attenzione all’evangelizzazione, invitando i giovani a farsi reali ‘Pellegrini di Speranza’, come ha scritto mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione. Il cammino riprenderà da Lyon lunedì 11 agosto, dopo la pausa giubilare che ha consentito ai giovani pellegrini di essere presenti a Roma con gli altri giovani del mondo.
Si tratta di 1.306 chilometri che sono percorsi a staffetta per giungere in Basilica del Santo a Padova domenica 21 settembre. Sessanta le tappe (le principali Limoges, Clermont-Ferrand, Montbrison, Lyon, Chambery, Moncenisio, Torino, Vercelli, Milano, Brescia e Verona), con una media di 21,8 chilometri ogni tratta. Oltre 2.000.000 di passi; 5 regioni attraversate (2 francesi e 3 italiane); 20 diocesi incontrate (8 francesi e 12 italiane); 60 tappe; 80 giorni di impegno. Un cammino che si può anche seguire virtualmente attraverso il sito ufficiale www.antonio800.org e i relativi social Youtube e Facebook, alcune emittenti televisive locali del Nord Italia, l’emittente nazionale francese KTO, mediapartner di ‘En Route con sant’Antonio’ insieme al ‘Messaggero di sant’Antonio’, edizioni italiana e francese. Inoltre una sua reliquia ex ossibus ‘camminerà’ sulle spalle di un frate pellegrino, e sarà consegnata di volta in volta alle comunità cristiane incontrate lungo le 60 tappe fino alla ripartenza del giorno successivo.
Per conoscere meglio questo ‘cammino’ abbiamo parlato con il dott. Alberto Friso, project event manager di ‘Antonio800’ ed egli stesso pellegrino lungo le orme di sant’Antonio, dalla Francia a Padova: per quale motivo è proposto il cammino ‘En Route con sant’Antonio’?
“Antonio800, una delle realtà della Provincia Italiana di Sant’Antonio di Padova dei Frati Minori Conventuali, equivalente in buona sostanza al nord Italia, è il contenitore delle iniziative legate agli ottocentenari antoniani e francescani. Ottocento anni fa, dal 1224 alla fine del 1227, frate Antonio di Padova (ma da Lisbona) fu annunciatore del Vangelo, predicatore e organizzatore del neonato Ordine francescano nel centro e sud della Francia, e poi nel nord Italia (1227-1231). In occasione del Giubileo della Speranza, con il cammino ‘En Route con sant’Antonio’ abbiamo voluto interrogare la figura di sant’Antonio pellegrino e annunciatore, ricalcandone a piedi i suoi stessi passi, in un cammino fisico ma anche, e soprattutto, spirituale. Abbiamo voluto tornare sulle strade da lui percorse, affidando a Dio i nostri passi”.
Perché sant’Antonio percorse questo cammino?
“Frate Antonio visse e annunciò il Vangelo per quasi quattro anni in Francia (1224-1227), in particolare venne inviato come missionario per convertire gli eretici catari e albigesi, per poi rientrare in Italia per assumere il provincialato dell’Italia settentrionale, ruolo che ebbe dal 1227 al 1230. Ad 800 anni di distanza, incrociando geografia e storia, abbiamo pensato di ripercorrere a piedi i passi del santo francescano partendo da Brive-la-Gaillarde, località antoniana dove il Santo dimorò nelle grotte che portano il suo nome, e arrivando a Padova, luogo dove visse gli ultimi anni della sua vita e morì. Non siamo in grado di dire che sant’Antonio abbia scelto precisamente queste strade per passare dall’Italia alla Francia andata e ritorno, ma di certo la sua presenza è attestata in alcuni dei luoghi che tocchiamo: oltre a Brive-la-Gaillarde, Solignac, Limoges, Vercelli, Milano, Verona ed, ovviamente, Padova”.
Per quale motivo è un cammino ‘povero’ e di ‘popolo’?
“Il nostro è un cammino partecipativo di fraternità, aperto a chiunque voglia farne parte. Si cammina insieme agli altri. Chiunque può partecipare, non serve iscriversi, non serve motivare la propria scelta, basta il desiderio di camminare insieme per quanti chilometri si possono fare, sia uno, che dieci o cento, presentandosi al via di ogni singola tappa. L’appuntamento è alla partenza di ogni tappa all’orario stabilito, chiunque abbia voglia di camminare insieme con noi è benvenuto. E’ importante consultare sul sito www.antonio800.org il programma con altimetria e grado di difficoltà del percorso (diviso in facile, medio, impegnativo, molto impegnativo). Logistica, vitto e alloggio restano a carico del singolo. Un altro modo per partecipare è presentarsi agli eventi religiosi e culturali di fine tappa, nessuno dei quali è a numero chiuso, o nelle giornate di sosta”.
Come farsi ‘toccare’ dalla bellezza dell’annuncio cristiano?
“Camminare da cristiani significa anche tornare all’essenzialità dell’annuncio, alla sua radice, a fare i conti con la gratuità dell’amore di Dio. Direi che ‘farsi toccare’ è questione esperienziale, bisogna mettersi nella condizione di fare esperienza dell’amore. La sete d’infinito, la fame d’immortalità che alberga nel cuore di ciascuno chiede di poter riposare nel Dio svelatoci da Gesù Cristo. Chi ha fatto esperienza della sua misericordia sa che nessun altro ha parole di vita eterna risolutive per una vita buona. Il cammino aiuta a ritrovare questa autenticità. Ed a sera, come i due di Emmaus, viene da ripensare: ‘Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via’?”
Quali sono i motivi che spingono i pellegrini a intraprendere il cammino?
“Sui motivi c’è ampia varietà. C’è chi parte con una domanda di senso, esistenziale. Chi con un dolore da affrontare. Chi con un’intenzione di preghiera nel cuore. Me è ben accetto anche solo il curioso, se aperto al cambiamento e rispettoso di quanto un pellegrinaggio può offrire. La motivazione di fede, in tutto ciò, è decisamente importante. Personalmente, chiedo al cammino la conferma del bene che so esserci e che a volte sembra appannata.
Inevitabile poi è crearsi delle aspettative, che per lo più vengono ribaltate da quanto accade durante il cammino stesso, perché mettersi per strada significa esporsi all’imprevisto, all’inedito, all’incontro con l’altro, con l’Altro, e pure con una parte di sé poco conosciuta. Di certo, il sentirsi ‘più vivi’ coinvolge tutti i sensi. L’ascolto è forse il più sollecitato. Ecco che qualsiasi sia la motivazione di partenza, trovarsi camminando ‘più ascoltanti’, più ricettivi, anche alle piccole cose, alle sfumature, ai refoli di vento, rende possibile l’incontro autentico con Dio, nell’accoglienza della propria vocazione”.
Quali sono le impressioni dei pellegrini di questo cammino?
“Sono colpiti dalla fraternità che si crea tra loro; dall’accoglienza lieta delle persone, che si fanno in quattro per soddisfare le esigenze del pellegrino (il letto per dormire, la doccia, la cena, la preghiera comune…). La preghiera alla partenza, durante il cammino, all’arrivo acquistano un valore speciale. Dovendo scegliere un momento, il più evocativo sembra essere quello della preghiera ritmata dai passi. Può essere l’ascolto delle lodi (dall’app CEI), oppure un canto, o la recita del rosario. Farlo insieme, ad alta voce, nella natura, camminando, è un’altra cosa.
Altro elemento che colpisce e rende grato il cuore è il contatto con la natura, nelle sue diverse espressioni. Certo il bosco, le montagne, un albero maestoso, il fluire dell’acqua di un torrente, ma poi anche la natura ‘addomesticata’ dall’uomo, con la bellezza dei campi di grano, degli animali al pascolo, di un sentiero che sapientemente sale il crinale”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: la resurrezione è fonte di speranza davanti alla morte
Stamattina ho ricevuto la triste notizia di un tuo compagno che viaggia con te in pellegrinaggio, il tuo compagno pellegrino, tua sorella che è morta inaspettatamente ieri sera credo. E, naturalmente, la tristezza che la morte porta a tutti noi è qualcosa di molto umano e molto comprensibile, soprattutto essendo così lontani da casa e in un’occasione come questa quando ci riuniamo davvero per celebrare la nostra fede con gioia. E poi all’improvviso, ci viene ricordato in modo molto potente, che la nostra vita non è superficiale, né abbiamo il controllo sulla nostra vita, né sappiamo come dice Gesù stesso, né il giorno né l’ora in cui per qualche ragione la nostra vita terrena finisce.
Ma mentre impariamo anche nel Vangelo, ciò che Marta e Maria scoprirono quando il loro fratello Lazzaro era morto, e quando Gesù non era con loro all’inizio, ma poi venne diversi giorni dopo la sua morte, e la loro comprensione era che Gesù è la vita e la risurrezione”: con queste parole papa Leone XIV ha incontrato i pellegrini compagni di viaggio della giovane egiziana Pascale Rafic, morta la notte scorsa mentre partecipava al Giubileo dei Giovani.
Disposti in cerchio i giovani hanno ascoltato il papa che ha accanto mons. Jean-Marie Chami, titolare di Tarso e ausiliare della Chiesa Patriarcale di Antiochia dei Greco-Melkiti per l’Egitto, il Sudan e il Sud Sudan, che guida il loro pellegrinaggio, il significato della fede: “E così in un certo modo, mentre celebriamo questo anno giubilare di speranza, ci viene ricordato in modo molto potente quanto la nostra fede in Gesù Cristo abbia bisogno di essere parte di ciò che siamo, di come viviamo, di come ci rendiamo conto l’un l’altro, e specialmente di come continuiamo ad andare avanti nonostante tali esperienze così dolorose.
Sant’Agostino ci dice che quando qualcuno muore, naturalmente, è molto umano e molto naturale piangere, sentire quel dolore, sentire la perdita di qualcuno che ci è caro, eppure dice anche, non piangete come fanno i pagani, perché anche noi abbiamo visto Gesù Cristo morire sulla croce e risorgere dai morti”.
Per questo sant’Agostino invita ad avere speranza nella resurrezione: “Ed è la nostra speranza nella risurrezione, che è la fonte ultima della nostra speranza, e parliamo di un Anno Giubilare della Speranza, la nostra speranza è in Gesù Cristo che è risorto. E chiama tutti noi a rinnovare la nostra fede, chiama tutti noi ad essere amici, fratelli e sorelle gli uni degli altri, a sostenerci gli uni gli altri, e dice che anche voi dovete essere testimoni di quel messaggio evangelico. E per tutti voi ha toccato la vostra vita in modo molto personale e diretto oggi”.
Però la preghiera può essere un modo per rafforzare la fede: “Così, abbiamo pensato almeno, in mezzo a questo dolore, che tutti voi sperimentate per la perdita della vostra amica, che almeno per avere questa opportunità di riunirci per pregare, rinnovare la nostra fede, e di chiedere a Dio sia il riposo eterno di nostra sorella ma anche per il rafforzamento e la consolazione, il rafforzamento della nostra fede e di essere rinnovati nella speranza e come Chiesa, come fratelli e sorelle, ci siamo quindi riuniti per questo motivo”.
Ed ecco la preghiera conclusiva come richiesta per la presenza del Signore: “Perciò chiediamo al Signore di essere con noi, di essere con tutti voi, mentre vivete questi giorni del pellegrinaggio dell’Anno Giubilare della Speranza e che sarete tutti protetti anche con l’amore di Dio e la grazia di Dio. Il Signore sia con voi. Possa la benedizione di Dio onnipotente venire su tutti voi nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Che Dio sia con voi e donate la pace ai vostri cuori”.
In precedenza aveva incontrato gli artisti che animeranno la serata di questa sera a Tor Vergata: “Ho voluto avere questo piccolo incontro, diciamo famigliare, con voi proprio questa mattina, sapendo della bellezza, dell’arte, della musica, di tutti i vostri talenti che offrite a questo grande pubblico che abbiamo a Roma in questi giorni. Più di mezzo milione, dicono, forse un milione di giovani che sono venuti da tanti Paesi del mondo”.
Tale incontro con i giovani è stato definito dal papa un privilegio: “Per me è un privilegio, è una benedizione poter partecipare in questa missione, in questo servizio, come Vescovo di Roma, come Santo Padre, conoscendo soprattutto la fede, l’entusiasmo e la gioia che condividiamo e che dà voce a quello che abbiamo nel nostro cuore, e che è soprattutto il desiderio di trovare la felicità, la gioia, l’amore; di sperimentare la fede anche con i doni che il Signore ci ha dato: la musica, il ballo e tante forme artistiche che voi condividerete questo pomeriggio con i giovani.
E’ veramente un dono per noi tutti e per tutta la Chiesa, e vi ringrazio sinceramente. Grazie a voi per questo momento e chiedo a Dio che vi benedica e vi aiuti ad accompagnare questi giovani che hanno anche tanto bisogno di trovare la vera gioia, la vera felicità che troviamo tutti in Gesù Cristo”.
(Foto: Santa Sede)




























