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Vittorio Bachelet: ricordo a Roma di un giurista e servitore dello Stato secondo lo stile cristiano

«Bachelet: uomo del presente, costruttore di futuro. L’impegno civile ed ecclesiale di Vittorio: seme di speranza a 100 anni dalla sua nascita» è il titolo del 46° Convegno dedicato al giurista cattolico e vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura (1976-1980) Vittorio Bachelet (1926-1980) che si terrà oggi e domani a Roma.

La due giorni di studi, che darà avvio alle celebrazioni per il centenario, vedrà la partecipazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e sarà aperta alle ore 15.30 nell’Aula magna dell’Università “La Sapienza” (piazzale Aldo Moro 5), a pochi metri dal luogo in cui, il 12 febbraio 1980, Bachelet venne assassinato al termine di una lezione, da un nucleo armato delle Brigate Rosse sul mezzanino della scalinata che porta alle aule professori della facoltà di Scienze politiche de ‘La Sapienza’. Colpito con sette proiettili calibro 32 Winchester da due noti esponenti della colonna romana dell’organizzazione terroristica [Anna Laura Braghetti (1953-2025) e Bruno Seghetti, membro del Comitato esecutivo delle Brigate Rosse], il giurista morì sul colpo lasciando la moglie e due figlie di 23 e 25 anni.

La relazione conclusiva del convegno, che continuerà sabato mattina (ore 9) alla Domus Mariae (via Aurelia 481), è affidata al presidente nazionale di Azione cattolica Giuseppe Notarstefano, associazione al vertice della quale Bachelet rimase fino al 1973, ricoprendo il suo incarico per ben tre mandati (dal 1964), affiancando però l’impegno ecclesiale con un intenso operato di studio e docenza universitaria, in virtù del quale fu eletto dal Parlamento con larghissima maggioranza come membro “laico” del Csm e nel 1976 ne diverrà vice presidente.

Il Convegno avrà come fine anche la consegna del “Premio Vittorio Bachelet” all’autore della tesi di laurea presentata nel 2025 che meglio ha saputo mettere a fuoco l’attualità del pensiero e della testimonianza del giurista e servitore dello Stato che tra i migliori ha saputo incarnare nel nostro Paese lo stile cristiano. Lo ha riconosciuto, da ultimo, anche papa Francesco che, incontrando in Vaticano il 17 giugno 2014 i componenti del Csm, ebbe a definire il prof. Bachelet «luminosa figura» che «guidò il Consiglio Superiore della Magistratura in tempi di grandi difficoltà e cadde vittima della violenza dei cosiddetti “anni di piombo”».

Sono stati tanti, in effetti, gli innocenti che hanno trovato una morte ingiusta e crudele in quella folle stagione italiana di violenza passata alla storia come “anni di piombo” (1972-1988) e che, per molti aspetti, è “figlia” del Sessantotto. Quello di cui si parlerà oggi e domani a Roma è ancora posto a nostro esempio quale studioso e servitore dello Stato di inimitabile integrità e, contemporaneamente, cattolico dichiarato e coerente. Così come nello stesso torno di tempo meritano di essere ricordati, fra gli altri, il Commissario di polizia Luigi Calabresi (1937-1972), il presidente democristiano della Regione Sicilia Piersanti Mattarella (1935-1980), il giudice Emilio Alessandrini (1942-1979), per finire con lo storico cattolico e senatore Dc Roberto Ruffilli (1937-1988).

In quegli anni per ‘piombo’, però, oltre che quello delle armi, le famigerate P38 utilizzate così di frequente dalle Brigate Rosse, si dovrebbe intendere anche quello che scorreva sotto le rotative dei giornali, delle riviste e dei media ‘fiancheggiatori’. Che hanno preparato il brutale assassinio, il 17 maggio del 1972, data di ‘avvio cruento’ della stagione del terrorismo in Italia, di Luigi Calabresi, il cui ritratto oggi, dopo decenni di calunnie e disinformazione, è ‘un ritratto in piedi’, come ha scritto Marcello Veneziani.

Di questa figura di Italiano, così come di quella di Bachelet e tanti altri, può occuparsi solo una memorialistica e storiografia attenta ai valori dello spirito, quella che Giorgio La Pira soleva chiamare la ‘storiografia del profondo’, in grado di capire il significato e il ruolo che hanno giocato la morte e il ‘martirio’ di questi Cristiani che, grazie alla loro testimonianza e al loro sacrificio, hanno contribuito in modo determinante alla sconfitta morale del terrorismo.

Le reliquie di san Pier Giorgio Frassati alla Domus Mariae di Roma con il card. Parolin

Sabato 17 gennaio, alle ore 18.00, presso la Chiesa della Domus Mariae (via Aurelia, 481 – Roma), si terrà una solenne Celebrazione eucaristica presieduta dal card. Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede. Nel corso della celebrazione, voluta dalla Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italia, saranno esposte alla pubblica venerazione le reliquie di san Pier Giorgio Frassati, canonizzato lo scorso 7 settembre 2025.

A dare la notizia è un comunicato dell’Azione Cattolica Italiana: “La scelta di dedicare questo momento ecclesiale al giovane santo torinese nasce dal profondo legame che da sempre unisce Pier Giorgio all’esperienza dell’Azione Cattolica, di cui fu testimone attivo e convinto, incarnando in modo esemplare la vocazione laicale alla santità nella vita quotidiana”.

L’iniziativa si inserisce nel cammino dell’Azione Cattolica, come segno di affidamento e di rilancio della propria missione educativa e associativa. San Pier Giorgio Frassati continua infatti a rappresentare per l’Associazione un riferimento vivo: testimone di una fede gioiosa e radicale, capace di coniugare l’intimità con Dio, l’impegno ecclesiale, la passione per la giustizia e l’attenzione concreta ai poveri.

Al termine della Celebrazione eucaristica ci sarà la posa del reliquiario presso la Chiesa della Domus Mariae: “Il reliquiario, realizzato in occasione della canonizzazione e presentato per la prima volta in Piazza San Pietro il 7 settembre 2025, custodisce un frammento di indumento appartenuto a san Pier Giorgio Frassati. L’opera, firmata da suor Maria Agar Loche, si ispira al celebre motto ‘Verso l’alto’, sintesi efficace del cammino spirituale e umano del giovane Pier Giorgio”, ha ricordato la presidenza dell’Azione Cattolica Italiana.

“Con la Celebrazione eucaristica, la Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica affida all’intercessione di san Pier Giorgio Frassati il cammino dell’Associazione, rinnovando l’impegno a formare cristiani capaci di abitare il mondo con responsabilità, speranza e fedeltà al Vangelo”, concludono dall’Azione Cattolica Italiana.

Da Riccione l’Azione Cattolica Italiana lancia la sfida educativa

“Egli auspica che esso possa favorire la consapevolezza di quanto sia delicato l’impegno educativo nei confronti di ragazzi, adolescenti e giovani che vanno accompagnati con sapienza e sostenuti con affetto. Ciò richiede una formazione di qualità per coloro che sono chiamati a svolgere questa importante missione: anzitutto la disposizione ad ascoltare e ad empatizzare con gli altri, quale ambito in cui germina e dà frutti l’evangelizzazione”: con un messaggio inviato dal Segretario di Stato di Sua Santità, card. Pietro Parolin, e letto in apertura dei lavori dall’assistente generale, mons. Claudio Giuliodori, alla platea degli oltre 1700 partecipanti al convegno degli educatori dell’Azione Cattolica Italiana, svoltosi nella scorsa settimana a Riccione,.

Il tema posto a base dell’incontro dell’Azione Cattolica Italiana verteva sulla sfida educativa, ‘Verso l’Alto. Per una scelta educativa fedele al Vangelo e alla vita’, per proporre una riflessione e fornire strumenti concreti a giovani e adulti sul senso della scelta educativa, che ha rappresentato un’occasione per interrogarsi sul valore, sulle responsabilità e sulle sfide che accompagnano chi si dedica all’educazione, ricordando che questa missione è chiamata a rimanere ‘fedele al Vangelo e alla vita’.

Anche il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, nel video messaggio aveva evidenziato che l’educazione non è protagonismo, come insegna san Piergiorgio Frassati: “Non è un problema prestazionale di protagonismo soggettivo e individualista in cui devo far vedere e devo mostrare chi sono, con anche i fallimenti e delusioni che questo comporta, o come tanti culturismi soggettivi che impediscono poi di costruire la comunità e di pensarsi insieme, di pensarsi in relazione”.

E’ stato un invito ad ‘entrare nelle case’, come ha fatto Gesù che è nato per farsi ‘carne’: “Il Signore entra nella vita, il Natale è il Signore che entra nella storia e che ci fa entrare con Lui nella storia. Ecco, io mi auguro che l’Azione Cattolica continui ad aiutare tanti ad andare verso l’alto, a cercare l’alto per trovare sé stessi e il prossimo”. La prima giornata è proseguita con gli interventi introduttivi dei responsabili nazionali dei settori Adulti e Giovani e dell’Acr e con una veglia di preghiera, ‘Perché la vostra gioia sia piena’, incentrata sulla vocazione del servizio educativo.

Nel giorno successivo i partecipanti hanno dato vita ad incontri sulla cura, ravvivando con la loro gioia ‘colorita’ una città in addobbo per Natale: l’Acr ha continuato la riflessione sui ‘fondamenti’ dell’esperienza educativa, individuando nella fiducia e nella fedeltà le note di stile che caratterizzano l’essere educatore e la relazione educativa tra educatore e ragazzi: quella al servizio educativo è una chiamata esigente e totalizzante, che merita una risposta consapevole e gioiosa.

L’Acg ha rilanciato ciò che ha più a cuore: camminare insieme come educatori che si lasciano educare, come comunità che cresce condividendo il passo, le fatiche e la gioia della cura. Invece il settore degli adulti ha utilizzato come slogan la battuta del film ‘Frankenstein Junior’, ‘Si può fare!’, lasciando spazio a chi sogna e costruisce una formazione possibile per gli adulti, tra visioni nuove, metodi condivisi e percorsi che nascono dal vivere l’associazione come esperienza di comunità.

Mentre nella celebrazione eucaristica conclusiva, che ha aperto la giornata domenicale, mons. Claudio Giuliodori ha sottolineato che l’educazione è la via che conduce alla santità: “A ben vedere, quanto stiamo vivendo è bello e significativo perché in Azione Cattolica tutti educhiamo e tutti siamo educati. E’ il circolo virtuoso dell’essere educati in Cristo e nella Chiesa che ci fa crescere giorno dopo giorno dentro relazioni fraterne di amore e servizio reciproco, via maestra verso la santità”.

E’ stato un invito a tracciare quei percorsi educativi indicati nella lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza: “Possiamo sentirci a pieno titolo una parte significativa e luminosa di quelle costellazioni che nella storia della Chiesa hanno saputo tradurre l’insegnamento evangelico in percorsi educativi per accompagnare la crescita integrale di ogni persona in tutte le stagioni della vita… stiamo lavorando per contribuire con creatività, competenza e lungimiranza, a rinnovare e rilanciare la passione educativa della Chiesa”.

Quindi è stata un’esortazione a percorrere i sentieri ‘educativi’ di san Pier Giorgio Frassati, ribadendo fedeltà alla ‘scelta religiosa’: “Fedeli alla ‘scelta religiosa’, maturata sulla scia del Concilio per essere sempre più profondamente radicati nella missione della Chiesa e liberi da compromissioni improprie, siamo chiamati ancora oggi, soprattutto attraverso il servizio educativo e formativo, in un dialogo aperto e costruttivo con tutti, ad essere fermento di crescita spirituale, di animazione culturale, di testimonianza credibile, personale ed associativa, in tutti gli ambiti della vita umana, dagli affetti alle professioni, dall’economia alla politica, collaborando alla costruzione di un mondo più giusto e solidale, capace di realizzare una pace disarmata e disarmante”.

Infine nel confronto conclusivo, ‘Custodire la vita, generare comunità’ il prof. Domenico Simeone, docente di pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha invitato i partecipanti ad una ‘formazione continua’, interrogandosi continuamente sul modo in cui si utilizza il ‘potere’ educativo, che deve essere speso “perché si sviluppi l’empowerment dell’altro e perché questi rafforzi la sua capacità di camminare in modo autonomo”.

Anche la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei, ha ricordato come la caratteristica dell’ ‘asimmetria’ nella relazione non deve compromettere il ‘rispetto della dignità di ciascuno’: “La prima cosa di cui ha bisogno una persona vittima di qualunque forma di abuso è essere ascoltato. In questo caso occorre mettere in atto un ‘ascolto attivo’, e dunque ci si ferma e si fa sentire l’altro oggetto di attenzione, senza pretendere di identificare subito ciò che si ascolta”.

E sull’importanza del curare la vita comunitaria, e del ‘rigenerare le istituzioni associative esistenti’ ha insistito la conclusione del presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano: “Dobbiamo riempire di senso le nostre espressioni di vita associativa, che non sono un ostacolo all’efficienza e curare le nostre équipe, che esistono in quanto, per tenere gli occhi sulle persone, non si può che lavorare insieme”.

Perché l’Azione Cattolica Italiana punta sull’educazione?

“L’atto educativo è l’azione propria della vita associativa: prendersi cura delle persone significa costruire legami significativi per costruire la vita della comunità. Nell’esperienza associativa abbiamo imparato che l’educazione è uno stile di abitare le relazioni, ma è anche un modo per generare la vita civile e sociale. La sfida educativa ci porta verso l’altro aiutandoci a stare insieme”.

In quale modo l’educazione può essere un aiuto per uno sguardo verso l’alto?

“Il rapporto con l’altro implica anche un atto contemplativo verso l’alto, perché nel Vangelo Gesù ha affermato che Lo possiamo riconoscere nei fratelli. L’evangelizzazione è un’azione educativa; quindi un’autentica azione educativa non può che essere un’azione di annuncio di Vangelo”.

Allora è possibile costruire alleanza tra Azione Cattolica Italiana, Chiesa ed istituzioni civili?

“Bisogna costruire alleanze educative, in quanto è necessario educare insieme: ci vuole un villaggio. Così bisogna costruire reti associative ed avere una visione organica dell’educazione, in modo d tenere in conto tutte le situazioni della persona, perché essa possa aver accesso ad un percorso di crescita culturale, spirituale e fisica”.

(Tratto da Aci Stampa)

Dall’Azione Cattolica Italiana un invito a tenere ‘alta’ l’attenzione sul Venezuela

‘Avvoltoi vestiti da prete’: così il ministro dell’Interno venezuelano Diosdado Cabello alcuni mesi aveva attaccato i vescovi del Venezuela, colpevoli di aver chiesto la liberazione dei detenuti politici in vista delle canonizzazioni di madre Carmen Rendiles e il dottor José Gregorio Hernández. Ma dietro l’insulto si nasconde una verità scomoda: in Venezuela, la Chiesa cattolica è diventata l’ultimo baluardo di resistenza contro un regime che non tollera più neppure la preghiera. Infatti, mentre il mondo celebra María Corina Machado, premio Nobel per la Pace 2025, i vescovi venezuelani pagano il prezzo della loro scelta di campo: stare dalla parte degli ultimi, dei perseguitati, di chi chiede giustizia.

In Venezuela, la Conferenza episcopale non ha mai nascosto la sua posizione: il Paese è in mano a un’autocrazia che getta i cittadini nella paura, tra arresti arbitrari, crisi economica e declino democratico. I vescovi, da anni, denunciano le violazioni dei diritti umani, le elezioni truccate, la persecuzione dei dissidenti. La Chiesa cattolica venezuelana non è nuova a questo ruolo. Già sotto Hugo Chávez, i vescovi avevano denunciato la deriva autoritaria.

Nel frattempo al card. Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo emerito di Caracas e presidente della ‘Fondazione Azione Cattolica Scuola di Santità Pio XI’, in viaggio dall’aeroporto internazionale di Maiquetía verso Madrid per adempiere ad alcuni impegni ecclesiastici, è stato ritirato il documento di viaggio ed è stato costretto a tornare a Caracas. I vescovi venezuelani, ribadendo al cardinale la solidarietà di tutta la Chiesa locale, hanno chiesto alle autorità di aprire un’indagine approfondita per far luce sull’accaduto.

In una lettera aperta indirizzata proprio a tutto l’episcopato venezuelano con la quale è stata raccontata la vicenda, il cardinale ha voluto esprimere il suo dolore ed il suo rincrescimento ma anche ricordare la speranza del Natale: “La forza risiede nella vulnerabilità del presepe, nella fragilità della verità che si costruisce nella pace, senza violenza e senza soprusi. La speranza nasce dal lavoro continuo per il bene di tutti, soprattutto degli esclusi”.

Ed in Italia è stata l’Azione Cattolica Italiana ad  esprimere solidarietà al card. Baltazar Enrique Porras Cardozo, per quanto accaduto nei giorni scorsi in Venezuela; al porporato è stato infatti impedito dalle autorità del governo Maduro di lasciare il Paese per recarsi in Spagna e partecipare ad alcuni impegni ecclesiali già programmati, con rientro previsto per il 21 dicembre. Un viaggio ordinario, legato al suo servizio pastorale e alle responsabilità che svolge da anni nella Chiesa venezuelana e universale:

“Il fermo del passaporto, avvenuto senza una motivazione giuridicamente chiara, è stato giustificato con presunti ‘problemi’ nel documento. Una spiegazione di carattere burocratico che, nei fatti, si traduce in una limitazione della libertà di movimento e in una violazione di diritti fondamentali riconosciuti dal diritto internazionale.

‘Qualcosa che fa male – ha dichiarato lo stesso cardinale Porras – perché viola i diritti che abbiamo come cittadini’. Un fatto avvenuto peraltro il 10 dicembre, Giornata internazionale dei diritti umani. In una lettera aperta ai vescovi del Venezuela, il cardinale ha ricordato come senza uguaglianza di diritti e senza accesso all’informazione non possano esistere giustizia ed equità. Parole misurate ma nette, che richiamano l’attenzione sulle difficoltà di chi vive in contesti in cui la legalità è spesso negata e il dissenso viene vietato”.

Per questo la presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana ha ritenuto il fermo del passaporto al card. Porras Cardozo un fatto grave “quanto accaduto a un pastore stimato e riconosciuto per il suo impegno nel dialogo e nella riconciliazione. Un episodio che colpisce non solo una persona, ma l’intera comunità ecclesiale venezuelana e quanti operano a favore della giustizia, della pace e della promozione umana”.

Inoltre la presidenza ha evidenziato anche la situazione in cui si trova Alberto Trentini: “Non possiamo inoltre non richiamare la situazione dolorosa di Alberto Trentini, nostro connazionale detenuto ingiustamente in Venezuela. La sua vicenda rappresenta una ferita aperta, un’altra testimonianza della drammatica condizione di un paese in cui il potere politico sembra aver smarrito ogni briciolo di senso del diritto, del limite e della responsabilità. Ricordare Alberto e chiedere che la sua situazione venga finalmente chiarita e risolta è un dovere di coscienza, oltre che un impegno di umanità”.

Dopo questi evento l’Azione Cattolica Italiana ha invitato la comunità internazionale “a mantenere alta l’attenzione su quanto accade in Venezuela. Ogni atto di prevaricazione, ogni violazione della libertà personale o religiosa, ogni intimidazione nei confronti di cittadini, pastori o operatori sociali rappresenta un passo ulteriore verso l’isolamento e l’ingiustizia, e allontana la possibilità di un futuro di pace e democrazia per milioni di venezuelani costretti a vivere in condizioni sempre più difficili. Nel rinnovare al cardinale Porras la nostra vicinanza e il nostro sostegno, ci uniamo alla Chiesa del Venezuela e a tutti coloro che continuano ad essere testimoni di speranza verità e libertà”.

(Foto: Instagram)

Tra la gente dell’Azione Cattolica per la Canonizzazione di Piergiorgio Frassati

“Buongiorno a tutti! Buona domenica e benvenuti! Grazie! Fratelli e sorelle, oggi è una festa bellissima per tutta l’Italia, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo! E prima di cominciare la solenne celebrazione della Canonizzazione, volevo dire un saluto e una parola a tutti voi, perché, se da una parte la celebrazione è molto solenne, è anche un giorno di molta gioia! E volevo salutare soprattutto tanti giovani, ragazzi, che sono venuti per questa santa Messa! Veramente una benedizione del Signore: trovarci insieme con tutti voi che siete venuti da diversi Paesi”: a queste parole di papa Leone XIV pronunciate prima della celebrazione eucaristica per la canonizzazione di Pier Giorgio Frassati e di Carlo Acutis gli 80.000 fedeli, un po’ ancora assonnati ed un po’ sorpresi, lo hanno accolto con un lungo e caloroso applauso.

Applauso che si è ripreso al termine della messa, mentre il papa sulla ‘papamobile’ passava a salutare i presenti ed ad accarezzare i bambini, che i genitori mettevano nelle braccia del papa per ricevere una benedizione, tra l’entusiasmo dei giovani che, urlando, continuavano a chiamarlo con gli stessi slogan usati un mese prima a Tor Vergata, come ha detto Giulio, proveniente dalla Sicilia: “E’ stato un momento bellissimo. Frassati ci insegna che la vita deve essere vissuta interamente e non a pezzi… Vivere e non vivacchiare”.

A poca distanza di metri dalle bandiere dell’Azione Cattolica uno striscione ha evidenziato una richiesta dei giovani: ‘Rendici Acuti (s) come Te’, tantoché Sara, da Milano, ha specificato: “La strada percorsa da Carlo Acutis è molto intricante per noi. Ci invita ad accostarci a Gesù con costanza ed a vivere con autenticità”.

Percorrendo via della Conciliazione trovo molti giovani che allegramente stanno esprimendo con canti e bans, propri dei ragazzi dell’Azione Cattolica, sentimenti di gioia per festeggiare un ‘tipo losco’, come dice Giorgio con accento romano: “Pier Giorgio non è il santo da figurina ingiallita, ma un ‘tipo losco’, nel quale rivedo me ed i miei amici: imperfetto, con le proprie incoerenze, ma così capace di far spazio a Dio”.

Però non solo giovani, ma anche genitori come Aldo da Perugia: “Sembrano ragazzi della porta accanto. Vedere santi così giovani mi ricorda che tutti, nel quotidiano,possiamo esserlo. Da papà, mi fa impressione che avessero 15 e 24 anni: nei loro occhi vedo i miei figli”.

Però la festa per san Pier Giorgio Frassati si era aperta il giorno precedente con il convegno alla Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) con il convegno ‘Dentro la vita, dentro la storia’, a cui è seguita la veglia di preghiera nella basilica di san Giovanni Battista dei Fiorentini, presieduta da mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana e dell’Università Cattolica ‘Sacro Cuore’ di Milano, che ha ripreso la definizione di san Giovanni Paolo II, ‘L’uomo delle otto beatitudini’: “Pier Giorgio Frassati parla ancora agli uomini e alle donne di questo tempo: l’amicizia, la carità, la gioia. Temi che non appartengono solo alla sua biografia, ma che attraversano anche il vissuto dei nostri giorni, segnati da conflitti, solitudini e diseguaglianze.

 La canonizzazione, ormai imminente, di Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati ci fa comprendere quanto tutto questo sia vero e come i santi siano i grandi compagni di viaggio di tutti coloro che affrontano il cammino della vita facendo proprio l’invito di san Paolo… Questo non significa che i santi rifuggano dalla vita terrena o siano estranei all’agone del vivere umano, tutt’altro. Sono esattamente coloro che vivendo in Cristo sanno trasformare l’ordinario in straordinario”.

Però tutte le sue attività non avrebbero avuto senso senza la preghiera: “Ma tutto questo sarebbe stato impossibile se non avesse vissuto in modo particolarmente intenso la prima delle beatitudini: ‘Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli’. La centralità della vita spirituale, l’assiduità nella preghiera, l’Eucaristia quotidiana e il Rosario, ci dicono quanto avesse interiorizzato la necessità di affidarsi totalmente al Signore e di volersi sempre più conformare a Lui”.

Il convegno pomeridiano era stato aperto dal presidente nazionale dell’Azione Cattolica, Giuseppe Notarstefano: “La canonizzazione di Pier Giorgio rappresenta un momento significativo per tutta l’Azione Cattolica Italiana e la sua figura è un esempio per generazioni di laici giovani ed adulti impegnati nella Chiesa e nel mondo. Per l’Ac è un momento di grazia e di gratitudine profonda. Al cuore della sua esistenza, attraverso esperienze di servizio ai poveri, di legami fraterni di amicizia, di impegno sociale e politico, c’è una profonda spiritualità che connette e tiene insieme tutto, cercando una sintesi che prende sempre una forma evangelica, gioiosa e appassionata”.

Mentre  il prefetto del Dicastero delle cause dei santi, card. Marcello Semeraro, ha tratteggiato i lineamenti di questo ‘alpinista dello spirito’: “I santi, come Pier Giorgio sono anzitutto donne e uomini di comunione. Di vere relazioni. Sono in comunione con Dio e con le cose sante di Dio, in comunione tra di loro, che sono stati conquistati da Cristo, ed in comunione con noi. Ci pare che questa consegna sia troppo importante per essere data per scontata. I santi, come Pier Giorgio, sono donne e uomini interi, che hanno preso seriamente in considerazione la propria umanità. Per questo continuano a parlare alle generazioni che li hanno seguiti”.

Roberto Falciola, vicepostulatore della causa di canonizzazione, ha ricordato come l’amicizia fosse per Frassati non solo un legame umano, ma un luogo privilegiato di evangelizzazione e sostegno reciproco e per questo aveva dato vita alla Compagnia dei ‘Tipi loschi’: “Fidandosi totalmente delle parole di Gesù, vede nel prossimo la presenza di Dio, si considera ‘povero come tutti i poveri’: si prodiga in parole e gesti di carità fraterna, sia da solo che nella forma organizzata delle Conferenze di San Vincenzo, per le strade di Torino, nei quartieri poveri, al Cottolengo. Nelle forti tensioni del primo dopoguerra è impegnato in un apostolato sociale, che lo vede presente anche nelle fabbriche”.

Insomma essere cristiani è possibile, solo se si vive con umorismo e serietà: “Il messaggio che la figura di Frassati diffonde nel mondo è che essere giovani cristiani non solo è possibile, ma che è anche il modo di vivere la propria età in pienezza e in totale armonia, godendone fino in fondo. Emerge da Pier Giorgio una santità adatta al nostro mondo ed al nostro tempo, avendo egli vissuto tutte le dimensioni che sono proprie della vita dei giovani di oggi ed attraversato con coraggio e lucidità un tempo difficile, duro e provocatorio, testimoniando la fede e seminando speranza”.

Inoltre Luca Liverani, giornalista di Avvenire, ha raccontato un ‘curioso’ episodio familiare del padre, mentre Rosanna Tabasso, presidente del Sermig, ha riflettuto sul desiderio di pace che lo animava, raccontando l’accoglienza offerta dal Sermig ai poveri. Infine Tatiana Giannone, rappresentante di Libera, ed Irene Ioffredo, rappresentante del Dicastero per lo Sviluppo umano e integrale, hanno ribadito come la sete di giustizia di Frassati resti attualissima.  

(Tratto da Aci Stampa)

L’Ucraina nel racconto del presidente dell’Azione Cattolica di Bologna Daniele Magliozzi

Da Bologna e Vicenza i giovani dell’Azione Cattolica Italiana nei mesi scorsi hanno visitato i giovani ucraini per ‘coltivare la speranza’ in un tempo in cui la guerra continua incessante, colpendo soprattutto i civili, grazie ad un gemellaggio, nato 2 anni fa, fra l’Azione Cattolica di Bologna e la chiesa greco cattolica ucraina; al ritorno in Italia hanno raccontato la loro esperienza: “L’idea del viaggio nasce dall’Azione Cattolica di Bologna, che (su iniziativa della Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana) in questi anni ha ospitato molte volte gruppi di giovani ucraini. Un viaggio che ha toccato le città di Lviv, Ternopil, Bucha e Kiev, ed abbracciato la Chiesa greco-cattolica ed i suoi giovani che in questi anni non hanno mai perso di vista il bene, pur sperimentando l’orrore della guerra”.

La delegazione dell’Azione Cattolica di Bologna e dell’Azione Cattolica nazionale era composta dal presidente diocesano felsineo, Daniele Magliozzi, dall’assistente diocesano, don Stefano Bendazzoli, da Nicola Fava e Andrea Alberoni, rappresentanti del settore giovani dell’Azione Cattolica diocesana, e da Emanuela Gitto, vice presidente nazionale del settore giovani dell’associazione. Quindi abbiamo chiesto al presidente dell’Azione Cattolica della diocesi di Bologna, Daniele Magliozzi, di raccontare alcune impressioni:

“Tutte le associazioni laicali giovanili ucraine, anche le più piccole, si sono attivate per creare dei luoghi accoglienti di cura per tutti, a partire dai più piccoli. La Chiesa locale di Ternopil è vivissima e super impegnata, come i suoi giovani. Tutti, sin dal primo momento, hanno supportato le attività legate all’emergenza. Alcuni dei loro soci sono al fronte, ci hanno raccontato, quasi tutti hanno parenti stretti o amici in combattimento.

Superata la fase critica dei primi mesi di guerra, oggi servono la propria comunità con rinnovato slancio: c’è chi promuove attività estive per i figli dei militari, chi si è mosso per raccogliere fondi per sostenere le necessità urgenti delle famiglie, e chi continua ad accompagnare le domande di vita dei giovani. A Kyiv abbiamo incontrato i giovani della diocesi accolti lo scorso anno dall’Ac di Bologna. Non senza emozione, ci troviamo nei sotterranei della Cattedrale della Risurrezione, per chi è in presenza. Molti altri infatti si collegano su zoom, perché nelle loro città sono in corso allarmi aerei, e per questo non ci hanno potuto raggiungere. Siamo stati anche al santuario di Zarvanitsya per pregare e affidare alla Madonna una preghiera per la pace”.

Cosa avete sperimentato a Kiev?

“Nella visita abbiamo potuto constatare di persona i danni che la guerra sta facendo e l’opera fondamentale e straordinaria che la Chiesa cattolica ucraina sta compiendo; un lavoro enorme di supporto del tessuto sociale colpito da lutti, sofferenze fisiche e psicologiche. Abbiamo visitato molte città piene di manifesti di ragazzi giovani caduti in guerra, abbiamo incontrato gruppi giovanili che, nonostante le ferite enormi nei loro occhi e nei loro volti, hanno l’entusiasmo, la voglia di ripartire e di sognare. Siamo andati a Buča vicino Kyiv e abbiamo potuto vedere gli orrori e i massacri della guerra.

Arrivati in Ucraina siamo stati accolti da p. Roman Demush vice presidente della Commissione patriarcale per gli affari giovanili della Chiesa Cattolica ucraina, che ci ha ringraziato per la visita: ‘Questa visita di solidarietà è una prova molto preziosa del sostegno degli ucraini, della nostra Chiesa e, in particolare, dei giovani.

Quando i giovani ucraini dei territori più colpiti dalle ostilità hanno partecipato alle varie iniziative del progetto ‘Gli abbracci guariscono’, gli amici italiani hanno assicurato loro che li avrebbero ricordati nelle preghiere e che sarebbero venuti in visita in Ucraina. Questa visita è stata un mantenere la promessa fatta. Durante i nostri incontri con vari gruppi di giovani, ho ringraziato i rappresentanti dell’Azione Cattolica per la loro coraggiosa testimonianza di vicinanza. Dopotutto, venire in Ucraina ora è una decisione coraggiosa che ha stupito i nostri giovani’. Abbiamo anche incontrato il nunzio apostolico, mons. Visvaldas Kulbokas”.  

Cosa significa aver visitato Bucha?

“Il desiderio di ricostruire è forte, come ha raccontato Veronika Diakovych, la responsabile della ‘National Ukrainian Youth Association’ (Numo), che è in dialogo con le istituzioni per contribuire alla formulazione di una legge per le politiche giovanili. La loro missione è quella di creare ambienti sicuri, dove ragazzi e giovani possano crescere in serenità. Insieme a lei abbiamo visitato Bucha, la città martire nota per il massacro di civili durante l’occupazione russa.

Entrando, ci siamo subito accorti che i segni di distruzione stanno lasciando il posto a case di nuova costruzione. Qui ricostruire è segno di speranza, significa allontanare da sé le ferite di quei giorni di follia omicida. La Chiesa ortodossa al centro della città ha ancora segni dei colpi di mortaio e di mitragliatrice. Alle sue spalle, la stele con i nomi di tutti coloro che persero la vita nella strage e un elenco dei dispersi, come ci ha raccontato p. Roman: Bucha è diventata luogo di pellegrinaggio”.

In quale modo alimenterete questa amicizia con gli ucraini?

“Capire che siete qui mi dà la speranza che non siamo sole, ci ha detto una delle ragazze.

L’obiettivo che ci siamo dati come Azione Cattolica diocesana è quello di non dimenticarci mai di loro nella preghiera e di continuare in questo gemellaggio importante cercando di programmare alcune attività di accoglienza che possano aiutare i giovani ucraini a vivere più serenamente gli anni della loro vita”.

(Tratto da Aci Stampa)

Luca Diotallevi spiega perché la Messa è sbiadita

“In questo tempo non una piccola porzione di cristiani, ma una larga maggioranza è consapevole che ‘il tempo si è fatto breve’… Oggi possiamo vederlo ancora più chiaramente questo kairos della fede, a condizione di saper affrontare con onestà la domanda con cui il Gesù del quarto Vangelo mise con le spalle al muro i discepoli inviatigli dal Battista, forse ancora un po’ appannati da un entusiasmo che ancora non sapevano essere nel loro interesse dismettere. ‘Cosa cercate?’ gli chiese Gesù poco prima delle quattro di quel pomeriggio”.

Così iniziava la prolusione dell’inaugurazione dell’anno accademico della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna del prof. Luca Diotallevi, docente di Sociologia all’Università Roma Tre, autore del volume ‘La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019’, incontrato a Macerata, invitato dall’Azione Cattolica diocesana.

Durante l’incontro il prof. Luca Diotallevi, presidente diocesano dell’Azione Cattolica di Terni, ha sottolineato le possibili ‘cause’ della diminuzione della partecipazione dei fedeli alla messa domenicale: “Oltre a calare di volume ed a perdere di rilevanza extra-religiosa, l’appartenenza ecclesiale risente di una elevatissima e crescente frammentazione. A cause storiche ben note, di recente se ne è aggiunta una nuova.

Un vero e proprio consumismo religioso non solo è dilagato, ma è stato assecondato dall’azione pastorale. Dalle risposte raccolte l’arcipelago di gruppi, movimenti, santuari, feste patronali, modalità e luoghi di culto i più vari, viene giudicato un fattore di frammentazione del tessuto ecclesiale e una minaccia al regime di comunione. I criteri di discernimento delle aggregazioni ecclesiali che la Conferenza Episcopale Italiana aveva formulato negli anni ’90 sembrano essere ignorati, sino al punto di venire rimossi o tranquillamente contraddetti”.

Per il sociologo le iniziative proposte non offrono continuità e soffrono di frammentazione: “Cammini, gruppi, tecniche, movimenti, uffici pastorali, ed una quantità di iniziative e di eventi sui quali si investe nella speranza di trovarvi la soluzione al problema della nuova evangelizzazione o ‘primo annuncio’, nella larga maggioranza dei casi non favoriscono lo sviluppo di una maturità umana e cristiana, ecclesiale e civile.

Essi non appaiono in grado di garantire quello che per tanto tempo aveva garantito l’associazionismo ecclesiale e che ancora, seppur tra ostacoli e difficoltà anche pastorali, è capace di offrire (in particolare di Azione Cattolica secondo la definizione del punto 20 della decreto conciliare sull’apostolato dei laici Apostolicam actuositatem”.

Ed il crollo della partecipazione alla messa domenicale è evidente: si è passati dal 37,3% della popolazione adulta nel 1993 al 23,7% del 2019. I giovani che dichiarano di frequentare sono l’8% e gli adolescenti il 12%. Nel 2019 le donne maggiorenni che dichiarano una pratica almeno settimanale sono ancora più degli uomini: il 28,7% delle prime contro il 18,3% dei secondi. Tuttavia il dato da evidenziare è che nel caso delle donne si è perso quasi il 40% del valore registrato nel 1993 e nel caso degli uomini poco più del 30%:

“Il declino alla frequenza al rito domenicale è dunque più veloce tra le donne che tra gli uomini, ed è evidente che questo gender factor ha consistenti e crescenti effetti tanto religiosi quanto extrareligiosi, e questo fattore nuovo produrrà ulteriori e profonde trasformazioni. La vita ordinaria delle parrocchie italiane è infatti composta prevalentemente da donne così come l’educazione religiosa dei figli nelle famiglie”.

Al termine dell’incontro abbiamo chiesto se a 25 anni dall’invito ai giovani, presenti a Roma nella Giornata Mondiale della Gioventù, a guardare in alto di san Giovanni Paolo II può considerarsi ancora valido: “E’ valido nel senso evangelico del termine, cioè dobbiamo saper porre una discontinuità nel nostro modo di fare le cose,fidandoci del Signore e cominciando a farle in modo diverso”.

Lei ha scritto il volume ‘La messa è sbiadita’: perché si è sbiadita?

“Probabilmente è diventata più uno spettacolo che una liturgia. Gli spettacoli sono anche gradevoli, ma dopo i quali la vita continua come prima; mentre la liturgia consiste nell’iniziare a vivere in un altro modo. Le nostre messe sono spettacoli, di cui ne fruiamo individualmente”.

Ma cosa sta succedendo?

“I processi religiosi, a differenza di quelli finanziari, hanno una forte inerzia: se cresce l’inflazione ce ne accorgiamo il giorno dopo, se cala la partecipazione alla messa occorrono decine di anni per osservare gli effetti. Il punto di rottura sono gli anni Sessanta, ma il calo lo abbiamo iniziato a vedere quando le generazioni di allora e quelle successive hanno iniziato a prendere la scena. Non è un caso, poi, che all’inizio degli anni Ottanta inizi a crescere anche l’età media del primo figlio e dell’ordinazione presbiterale. Tutti elementi che certificano il classico esempio di ritardo del passaggio all’età adulta da parte di coloro che hanno ‘fatto’ il Sessantotto”.

In questi anni come è cambiato il sentimento del popolo cattolico verso la fede?

“Ci si è convinti che ognuno si fa la fede sua. Le Sacre Scritture, il Magistero della Chiesa, la Tradizione non contano: entro in chiesa allo stesso modo in cui entro in un supermarket. Compro qualcosa e lascio qualcos’altro”.

Nel libro evidenzia che il calo dei laici è superiore alla crisi vocazionale dei sacerdoti:  da cosa dipende?

“Il carico di lavoro del prete è calato, i sacerdoti ordinati sono il 62% di quelli ordinati negli anni ‘90 ma non c’è paragone con i laici che si recano in chiesa scesi al 23,7%. Dunque, magari bisogna riorganizzare le strutture e ottimizzare le parrocchie in base al numero di abitanti ma i preti ancora ci sono, di meno ma ci sono. Ciò invece cui andiamo incontro è una forte riduzione della platea dei praticanti, soprattutto perché una parte significativa di quelli attuali è costituita da persone anziane”.

In un capitolo lei mette in confronto la partecipazione alla vita sociale della città con la partecipazione alla messa: esiste un rapporto?

“La partecipazione è in crisi in ogni ambito della società e non solo nell’ambito ecclesiale, in quanto siamo abituati a prendere i ‘prodotti’ finiti e non a partecipare alla loro costruzione. Non facciamo politica, non partecipiamo al sindacato, non mangiamo insieme ed anche alla messa prendiamo quello che serve. Quindi non sappiamo più partecipare”.

La sua indagine mostra che la partecipazione era ‘scarsa’ anche prima dell’effetto del Covid 19: per quale motivo non si è avuto il coraggio di riconoscere prima le dinamiche?

“Non si sono volute riconoscere prima queste dinamiche, perché se riconosco che una cosa non funziona sono costretto ad escogitare qualcosa per cercare di cambiare. Il Covid è riuscito a rilevare questo problema, fornendoci un grande alibi… Però dopo il Covid continua quello che c’era prima”.

Come poter fare comprendere che la messa è una verità ‘sinfonica’?

“Attraverso la partecipazione a quei gesti senza mettersi nascosti in un angolo, prendendo quello che serve. La messa, come tutte le prassi, è qualcosa che va capito ed approfondito. Non è una cosa semplice. Banalizzare serve solo a sbiadire”.

In tale contesto quale è il compito dell’Azione Cattolica?

“Formare il più possibile la coscienza, la volontà, l’intelletto e sperimentare l’amicizia nella Chiesa con grande libertà”.   

(Tratto da Aci Stampa)

Teresio Olivelli: un giovane meraviglioso,  la persona forse più intelligente che io abbia mai conosciuto

Il 25 dicembre 1944, giorno di Natale, nel lager di Hersbruck non si lavora. Vitto abbondante: ben cinque piccole patate, che Teresio divide tra i compagni. Proprio il giorno di Natale, come racconta un compagno di prigionia: ‘Teresio venne in infermeria ad augurarci buone feste, sollevando il nostro spirito depresso con parole di vivissima fede. Per noi fu una visione del cielo. Ma egli era entrato in infermeria arbitrariamente allo scopo di sollevare le nostre anime. Era proibito a tutti entrare. Ma a Teresio importava consolare i compagni di sventura. Nell’uscire fu picchiato, schiaffeggiato, preso a calci’.

Questo episodio ci illustra bene come Teresio Olivelli nel lager sia stato pienamente un ‘uomo per gli altri’, per usare un’immagine cara al grande martire di Flossenbürg, Dietrich Bonhoeffer. Il Dio di Gesù Cristo, nel lager è pienamente anche per Olivelli, come lo era per Bonhoeffer, è il Dio dell’essere ‘per gli altri’, che cammina sulle strade degli uomini, che aiuta e serve, che condivide, che si schiera con i più svantaggiati e oltraggiati. Il Dio dunque che di fronte alle aberrazioni della storia non può non schierarsi dalla parte delle vittime.

Il 31 dicembre 1944, mentre tenta di difendere un giovane picchiato ferocemente da un kapò, Olivelli riceve un bestiale calcio allo stomaco. Su suo corpo martoriato, questa ennesima violenza produce un effetto devastante. Trasportato in infermeria, vi trascorre due settimane in agonia. Muore il 17 gennaio 1945. Aveva solo 29 anni.  

Il corpo di Teresio Olivelli finisce nel forno crematorio, poi le sue ceneri sono disperse. Di lui non c’è dunque nessuna tomba, nessuna stele che indichi il luogo del suo martirio, nessuna pietra sepolcrale, nessuna scritta che ricordi il suo sacrificio. Lo stesso destino di milioni di altre persone.

Il lager di Hersbruck è stato la tappa finale di un cammino di maturazione e di crescita: cresciuto in Azione cattolica, nella Fuci e nella San Vincenzo, il giovane Olivelli abbracciò il fascismo, nell’ingenua convinzione che fosse possibile una sua coniugazione con il cristianesimo, e partecipò alla seconda guerra mondiale sul fronte russo con gli alpini, dove comprese la follia della politica del regime.  

Tornato in Italia, nella frequentazione dell’Oratorio della Pace di Brescia maturò la sua definitiva fuoriuscita dal fascismo e dopo l’8 settembre 1943 divenne esponente di primo piano della Resistenza nelle file delle Fiamme Verdi, con il compito di tenere i contatti fra i vari gruppi e di contribuire alla realizzazione e diffusione della stampa clandestina, soprattutto del foglio ‘Il Ribelle’.

Arrestato a Milano il 27 aprile 1944 a seguito di una soffiata, Olivelli nei lager in cui si trovò detenuto giunse alla completa offerta di sé, vittima sacrificale della barbarie nazista, agnello immolato per i propri compagni di prigionia e, più in generale, per tutti coloro che si trovavano coinvolti nel dramma della guerra.

Teresio Olivelli, indicato da padre David Maria Turoldo come ‘una persona meravigliosa, uno degli uomini più intelligenti che io abbia mai conosciuto’, il 3 febbraio 2018 a Vigevano è stato beatificato. La Chiesa lo indica così come modello da imitare, come persona che nel sacrificio supremo ha compiuto il senso della sua vita, immolandosi per gli altri. La testimonianza di Teresio Olivelli è dunque quanto mai preziosa anche oggi, in un tempo in cui pare risuonare solamente il rumore assordante delle armi.

Dall’Azione Cattolica Italiana un invito ad essere ‘pellegrini di speranza’

“I punti di riferimento essenziali per l’Azione Cattolica si riscontrano nel magistero della Chiesa, nella storia e nell’oggi associativo, nella rinnovata capacità di ‘leggere i segni dei tempi’. Consapevoli che il momento storico presente mostra elementi di forte complessità. Quando pensiamo alla pace, alla democrazia, allo sviluppo integrale della persona e alla cura della casa comune, ai diritti umani e alle disuguaglianze: abbiamo però innanzi, allo stesso tempo, un periodo favorevole a costruire nuovi cammini di fede e nuovi percorsi di santità popolare”.

Con queste parole il presidente nazionale dell’A.C.I, prof. Giuseppe Notarstefano, ha chiuso a Sacrofano i lavori del Convegno nazionale dei presidenti e assistenti unitari diocesani e delle Delegazioni regionali di Azione cattolica, invitando i presidenti diocesani a guardare a questo inizio di triennio associativo come ‘Pellegrini di Speranza’:

“Il che vuol dire essere donne e uomini che sanno accogliere con speranza questo tempo attraversato da guerre, contrapposizioni violente e insopportabili disuguaglianze economiche e sociali. Impegnandosi a dare spazio a una credibile e generativa ‘cultura dell’abbraccio’, che si rigenera nella fraternità e nella condivisione. E pone in atto gesti e segni di autentica e credibile vita comunitaria.

Persone dunque capaci di animare in profondità la vita. Suscitando e accompagnando i fratelli e le sorelle con uno stile evangelico, di testimonianza e di impegno, che si mette in gioco in modo ordinario e quotidiano, nei diversi ambienti e condizioni di vita”.

Quella presente a Sacrofano è anche un’Ac che ricorda a sé stessa ciò che è, attraverso le voci dei presidenti diocesani e i delegati regionali: un’associazione di persone che sanno misurarsi con le grandi questioni del tempo sì, ma che sanno fare tesoro anche delle piccole relazioni tessute dal basso. Insomma, un’associazione che costudisce la democrazia ad ogni livello della sua struttura organizzativa, come ha sottolineato il presidente nazionale:

“L’Azione cattolica, il suo essere, il suo cammino, è paradigma perfetto del Cammino sinodale. Il cammino di una Chiesa che si interroga sul suo stare nel mondo… Le ‘traiettorie sinodali’ di cui si discute in questi giorni, sono le traiettorie di impegno dell’Ac da sempre, dalla sua nascita. Non lo diciamo per vanto, ma per dire ancora una volta che noi siamo nella Chiesa e per la Chiesa. Consapevoli che la strada intrapresa dal Sinodo è solo all’inizio. L’inizio di una scala in salita. Che noi intendiamo percorre tutta con fiducia e speranza”.

E all’apertura dei lavori l’assistente generale Ac, mons. Claudio Giuliodori, aveva richiamato nell’omelia le parole di Francesco, pronunciate nello scorso aprile con la citazione di san Giovanni della Croce a non inorgoglirsi: “Anche gli apostoli hanno pensato che il regno di cui parlava il Signore aprisse le porte a ruoli di comando e di potere per cui cercavano di accaparrarsi quelli migliori e di maggiore prestigio, alla destra e alla sinistra del Re. Ma la regalità a cui il Signore fa riferimento è radicalmente diversa da quella che gli apostoli potevano immaginare. L’insegnamento di Gesù e i suoi gesti non lasciano margini per interpretazioni diverse o addomesticate”.

Ed è stato molto evidente il collegamento del tema triennale con il messaggio della Giornata missionaria: “Uniti a lui, tutto diventa possibile, anche affrontare i momenti più di difficili e le prove più grandi… Confidando nel Signore e nella sua grazia potremo certamente rispondere in modo efficace al suo invito che abbiamo scelto come prospettiva sfidante per il triennio: ‘Voi stessi date loro da magiare’.

Non l’avevamo previsto, ma è una concomitanza provvidenziale che oggi si celebri la Giornata Missionaria Mondiale, il cui tema è: ‘Andate e invitate al banchetto tutti’. Evidente e significativo il collegamento tra il tema del triennio, oggetto di questo Convegno, e quello della Giornata. I due temi si illuminano e si chiariscono reciprocamente. Concludo pertanto con l’invito a leggere il Messaggio come parte integrante delle riflessioni di questi giorni”.

Per questo mons. Angelo Spinillo, vescovo di Aversa e presidente della Commissione Cei per il laicato, ha richiamato agli associati la necessità di vivere da laici: “La vocazione genera e propone, chiama ad un legame vivo, alla comunione che si genera e cresce per la vocazione, per la continua e sempre nuova apertura alla presenza dell’altro… La consapevolezza di essere dei chiamati ci libererà da ogni paura, e ci suggerirà al momento, in ogni occasione ed in ogni situazione del tempo degli uomini ‘ciò che bisogna dire’ e cosa o come poter fare per annunziare il Cristo, per condividere con i fratelli la carità, la grazia della vocazione.

Perciò, non abbiamo timore. Viviamo intensamente la consapevolezza di essere chiamati dal Signore a conoscere e vivere la sua misericordia e, come spezziamo e condividiamo il pane della vita, così il nostro vero apostolato sia il testimoniare e donare al mondo, ad ogni uomo e donna di questo tempo, la fiducia nella presenza del Dio che chiama a vivere con Lui”.

(Foto: Azione Cattolica Italiana)

Sinodo e Azione Cattolica italiana, ne parla il presidente nazionale Giuseppe Notarstefano

A metà settembre alla ‘Casa San Girolamo’ di Spello si sono svolte le ‘Conversazioni di Spello’ con il prof. Luigi Alici, docente emerito di ‘Filosofia morale’ e già presidente nazionale dell’Azione Cattolica, Lorenzo Zardi, vicepresidente nazionale per il settore Giovani di Azione Cattolica, la prof.ssa Pina De Simone, ordinaria di ‘Filosofia della religione’ e direttrice di ‘Dialoghi’, con gli intermezzi musicali del violinista Stefano Rimoldi, sul tema ‘Per una cultura del noi. Alle radici del fare cultura e del senso di comunità’, introdotti dal presidente nazionale di Azione Cattolica Italiana, prof. Giuseppe Notarstefano.

Durante l’incontro il prof. Alici ha invitato ad aprire gli ‘orizzonti relazionali’: “Il laico cristiano riconosce e testimonia che in ogni relazione filtra una luce infinita: c’è una mistica anche della vita attiva, che cerca l’unità nelle giunture, la comunione nelle differenze, la prossimità nella distanza; che incontra Dio anche nel cuore dell’uomo e dell’umanità, alla radice degli spazi vissuti e oltre le distanze temporali. Riconoscere e aprire infinitamente questi orizzonti relazionali disegna lo spazio di incontro e dialogo tra credenti e non credenti”.

Al termine dell’incontro con il prof. Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione Cattolica, abbiamo riflettuto sulla necessità della cultura del ‘noi’: “Viviamo in un tempo in cui prevale un senso di individualismo, spesso portato fino all’eccesso, dovuto da tanti fattori, non ultimo da una cultura economicista, che ha pervaso la vita sociale con l’enfatizzazione dei valori dell’utilità e della competizione e mettendo in ombra i valori della cooperazione e dell’amicizia sociale.

Quindi quello della ricostruzione e del legame comunitario è un tema importante; però il ‘noi’ non può essere una chiusura nel gruppo, ma deve essere qualcosa di inclusivo ed aperto. In questo cammino aiuta l’esperienza ecclesiale, che ci fa vivere la comunità non come qualcosa di esclusivo e di chiusura, ma che cresce attraverso il dialogo con l’altro e nell’esperienza dell’accoglienza dell’altro. Questo è un’esperienza che si può vedere nella Chiesa sinodale e nel magistero di papa Francesco. Come associazione crediamo che occorre dare anche una mediazione culturale a quest’esperienza”.

Quindi quanta ‘sinodalità’ si sta sviluppando nella Chiesa?

“E’ un cammino. Credo che il Sinodo abbia introdotto stili e pratiche che, dal basso, stanno animando una  conversione pastorale: penso allo stile della conversione spirituale, che è un modo di ripensare il nostro incontrarci a partire da un ascolto sincero dell’altro. Dobbiamo imparare a costruire insieme le decisioni: questa è la sfida che abbiamo davanti; guardiamo con grande fiducia al cammino dei vescovi, ma guardiamo anche con grande fiducia al cammino delle Chiese italiane, perché le assemblee dei vescovi, che si terranno nel prossimo novembre ed a maggio del prossimo anno possano essere un’esperienza, dove tutti concorrono a scegliere insieme quelle questioni cruciali che riguardano la vita della Chiesa. E’ una sfida che deve essere affrontata con grande speranza, senza dimenticare il monito di papa Francesco, che afferma che questa deve essere soprattutto un’esperienza spirituale: insieme sotto la guida dello Spirito Santo”.

Secondo papa Francesco il processo sinodale è una delle ‘più preziose’ eredità del Concilio Vaticano II: c’è continuità tra queste due esperienze?

“Abbiamo da un lato una partecipazione al Sinodo dei vescovi che ha una prospettiva universale, una dinamica di coinvolgimento che prevede un ascolto dal basso e che mette a tema la Sinodalità come postura essenziale del cammino della Chiesa. Dall’altro tutto ciò si intreccia con il cammino voluto dallo stesso papa Francesco quando, al convegno di Firenze, ha chiesto a tutti di mettersi a servizio nella Chiesa italiana secondo quella conversione pastorale che aveva descritto in quel potentissimo strumento che è l’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ di papa Francesco, debitore dell’esortazione apostolica ‘Evangelii nuntiandi’ di papa san Paolo VI e che qualcuno ha definito una specie di ‘software di installazione’ del Concilio Vaticano II.

I punti di contatto tra la stagione del Sinodo e quella del Concilio sono molteplici: anzitutto direi la pastoralità voluta da papa san Giovanni XXIII, che aveva in mente un Concilio che non fosse soltanto dogmatico bensì un gesto di amore verso il Signore e verso l’uomo. L’altro aspetto è quello dell’universalità: un progetto ampio, che ci offre il senso di una Chiesa come un popolo che cammina nella storia e che ha una grande diffusione in tutte le parti del pianeta, con intensità e realtà diverse, e una comune dimensione universale”.

Ed in questo ‘tempo’ quali saranno le linee guida dell’Azione Cattolica Italiana?

“L’Azione Cattolica Italiana ha messo a tema per questo triennio la speranza, che è soprattutto giubilare. Quindi vorremmo sviluppare alcune linee di lavoro che riguardano un’associazione, che deve essere capace di aiutare le persone a rimettere al centro della propria vita l’esperienza cristiana attraverso uno stile sinodale. Questo stile si traduce anche nella vita sociale attraverso la costruzione di reti per perseguire impegni per il bene comune.

Abbiamo il desiderio di accompagnare le persone nelle sfide quotidiane, lavorando nel dialogo intergenerazionale e di prenderci cura degli ambienti di vita, quale l’università od il mondo del lavoro e delle professioni, che sono spazi in cui l’associazione è presente con i propri movimenti, che vogliamo rilanciare attraverso proposte per la formazione culturale e spirituale”.

(Tratto da Aci Stampa)

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