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Papa Francesco raccontato da Riccardo Rossi

“E’ stata una grande gioia accogliere in ‘Missione Speranza e Carità’ papa Francesco, il 15 settembre 2018, a pranzo con tutti i poveri. Io ero a poca distanza da lui, al tavolo di fronte con mia moglie Barbara, e mi ha colpito per la sua semplicità nel parlare con tutti i fratelli accolti. Sembrava uno di noi da sempre, non era un papa tra i poveri, ma un padre che amava i suoi figli e li ascoltava tutti con pazienza e gioia”: ad un mese dalla morte di papa Francesco, avvenuta lo scorso 21 aprile, Riccardo Rossi, piccolo figlio della ‘Divina Volontà’ di Palermo ricorda gli incontri con il papa durante la visita nella missione fondata dal francescano laico Biagio Conte.

Ricordi indimenticabili di una visita di papa Francesco nella missione: “Papa Francesco ha emanato talmente tanta gioia che tanti hanno preso coraggio e si sono alzati dal tavolo assegnato per andare ad abbracciarlo in una sala mensa stracolma di gente. E’ stato molto bello quando ha incontrato due sposi, lui Nigeriano e lei italiana, e ha preso in braccio con paterno amore la loro piccola figlia”.

Quindi gli chiediamo di raccontare i suoi ricordi degli incontri con papa Francesco: “Tutti ricordi molto belli. Nel febbraio del 2016 in piazza San Pietro con mia moglie nell’incontro con i neo sposi, abbiamo ‘scoperto’ il papa dell’ascolto, che chiede umilmente di pregare per lui, che in realtà è un pregare per il mondo intero!

Ho avuto la grazia di incontrare papa Francesco anche quest’anno al Giubileo dei giornalisti in sala Nervi in Vaticano; in quest’occasione ci ha donato una grande fede, dicendo a noi giornalisti: ‘Ma tu sei vero? Non solo le cose che tu dici, ma tu nel tuo interiore, nella tua vita sei vero?’ Ci ha detto di essere sempre veri, che vuol dire essere coerenti in quello che scriviamo, diventare persone totalmente vere, portando in noi Cristo, che è l’unico perfetto.

La nostra vita deve profumare di Cristo, non possiamo fare articoli meravigliosi e poi nella nostra vita essere portatori di discordia, di intolleranza, di parole cattive. Non ci può essere una dicotomia tra il nostro lavoro e il nostro comportamento giornaliero, non possiamo essere perfetti fuori ed essere insopportabili a casa con la famiglia e con chi ci sta vicino; e questo vale per tutte le categorie sociali. Papa Francesco nel dolore ha trovato una grande fusione con Gesù e Maria, tale da dare in questi ultimi tempi messaggi di una profondità così grande, che sembrano provenire direttamente dal Cielo.

Papa Francesco ci ha indicato la Via: dobbiamo sempre di più fonderci in Gesù ed essere testimoni di verità. Accogliamo le nuove esagerazioni d’amore del Re Divino, nei 36 volumi di Libro di Cielo, vergati dalla serva di Dio Luisa Piccarreta, per perseguire, fusi in Gesù e Maria, la manifestazione del Regno di Dio su questa terra che porterà alla fine di ogni male e all’acquisizione di tutti i beni”.

Papa Francesco è stato pure a pranzo nella missione ‘Speranza e Carità’ il 15 Settembre 2018: quali gesti ti sono rimasti impressi?

“Innanzitutto devo dire che sembrava uno di noi, un padre che ama i suoi figli. Ha chiesto al Signore di accompagnarci nel cammino della vita, di darci gioia nel cuore e molto amore. E ha ascoltato attentamente fratelli e sorelle di tutte le parti del mondo, cosa poco comune in questi tempi di non ascolto dell’altro”.

Nel messaggio per la prossima Giornata delle Comunicazioni sociali papa Francesco ha invitato a condividere ‘con mitezza la speranza che sta nei vostri cuori’: attraverso quali gesti può avvenire questa condivisione?

“Diventando dei giornalisti che raccontano le buone notizie che edificano la società. Diventando giornalisti che lottano per la pace, per un mondo migliore, ma avendo in ogni articolo lo scopo di dare tutta la Gloria a Dio, la salvezza di tutte le anime e di affrettare il Regno di Dio sulla terra”. 

Per quale motivo invitava a non ‘dimenticare il cuore’ nella comunicazione?

“Il cuore è l’emblema dell’amore. Senza amore non si va da nessuna parte. L’amore vero è portare Gesù Cristo e Mamma Maria agli altri, in ogni parola, in ogni articolo, in ogni intervista”.

Allora come è possibile fare una comunicazione di ‘prossimità’?

“Essendo fusi in Gesù e Maria e portando Speranza con le nuove esagerazioni d’amore del Re Divino che ci vuole di nuovo fusi in Lui, come eravamo al principio, come Adamo ed Eva”.

Nel Giubileo della Comunicazione il papa aveva sottolineato la necessità di raccontare storie di speranza: ‘Quando raccontate il male, lasciate spazio alla possibilità di ricucire ciò che è strappato, al dinamismo di bene che può riparare ciò che è rotto’. In quale modo è possibile? 

“Bisogna raccontare le storie comuni che danno speranza, di chi è una buona madre; di chi fa un lavoro umile e insegna ai suoi figli che Dio ci ama e che noi possiamo ricambiarlo con il Suo amore; di chi fa ogni gesto nella Divina Volontà e ogni giorno con i gesti più semplici aiuta tutta l’umanità, passata, presente e futura.

Per volontà della Madonna, conduco una trasmissione Tv che ha come spunto le parole di papa Francesco della 59^ Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Una trasmissione atta a fare capire che non occorre fare grandi cose, essere potenti, famosi, ma vivere pienamente nella Divina Volontà la realtà della propria famiglia, del proprio lavoro, qualora fosse anche piccolo e insignificante; un nuovo programma televisivo dal titolo ‘Verità di Cielo’ a cura dei Piccoli Figli della Divina Volontà di Palermo, su Maria Vision Italia (canale 255 e in streaming https://www.mariavision.it/),  trasmessa il giovedì sera alle 19,30,  con cadenza quindicinale e che andrà avanti fino alle fine dell’anno 2025. Per chi lo desidera, può trovare le puntate precedenti su https://www.adveniatregnumtuum.it/verita…/verita-di-cielo/  

A tal proposito Gesù ci dice nel volume 33 del Libro di Cielo, 4 Ottobre 1935: Oh se tutti capissero che solo la mia Divina Volontà sa fare le cose grandi, ed ancorché fossero piccole e insignificanti, oh, come sarebbero tutti contenti, e ciascuno amerebbe il posticino, l’ufficio in cui Dio lo ha messo! Ma siccome si fanno padroneggiare dall’umano volere, vorrebbero dare di loro, fare azioni grandi che non possono fare, perciò sono sempre scontenti della condizione o posto in cui la Divina Provvidenza li ha messi per loro bene”.

Papa Leone XIV ai lasalliani sottolinea l’importanza della scuola

“Sono molto contento di ricevervi nel terzo centenario della promulgazione della Bolla ‘In apostolicae dignitatis solio’, con cui papa Benedetto XIII approvò il vostro Istituto e la vostra Regola (26 gennaio 1725). Esso coincide anche con il 75° anniversario della proclamazione, da parte di papa Pio XII, di san Giovanni Battista de La Salle come ‘Patrono celeste di tutti gli educatori’. Dopo tre secoli, è bello constatare come la vostra presenza continui a portare con sé la freschezza di una ricca e vasta realtà educativa, con cui ancora, in varie parti del mondo, con entusiasmo, fedeltà e spirito di sacrificio, vi dedicate alla formazione dei giovani”: con queste parole iniziali papa Leone XIV nell’udienza ai ‘fratelli delle scuole cristiane’ ha richiamato l’importanza di vivere la docenza come ‘ministero e missione’ per aiutare i giovani a dare il meglio di sé secondo il disegno di Dio, trasformando le sfide dell’epoca contemporanea in ‘trampolini di lancio’.

Nonostante la storicità, tuttavia i ‘Fratelli delle scuole cristiane’ non hanno perso la loro attualità, evidenziando come la capacità di La Salle di rispondere con creatività alle tante difficoltà della sua epoca: “Gli inizi della vostra opera parlano molto di ‘attualità’. San Giovanni Battista de La Salle cominciò rispondendo alla richiesta di aiuto di un laico, Adriano Nyel, che faticava a tenere in piedi le sue ‘scuole dei poveri’. Il vostro fondatore riconobbe nella sua richiesta di aiuto un segno di Dio, accettò la sfida e si mise al lavoro”.

Tali risposte portarono alla creazione di scuole gratuite: “Così, al di là delle sue stesse intenzioni e aspettative, diede vita a un sistema d’insegnamento nuovo: quello delle Scuole cristiane, gratuite e aperte a chiunque. Tra gli elementi innovativi da lui introdotti in questa rivoluzione pedagogica ricordiamo l’insegnamento rivolto alle classi e non più ai singoli alunni; l’adozione, come lingua didattica, al posto del latino, del francese, accessibile a tutti; le lezioni domenicali, a cui potevano partecipare anche i giovani costretti a lavorare nei giorni feriali; il coinvolgimento delle famiglie nei percorsi scolastici, secondo il principio del ‘triangolo educativo’, valido ancora oggi. Così i problemi, man mano che si presentavano, invece di scoraggiarlo, lo hanno stimolato a cercare risposte creative e a inoltrarsi in sentieri nuovi e spesso inesplorati”.

Per questo papa Leone XIV ha chiesto di aiutare oggi i giovani attraverso i nuovi linguaggi attuali: “I giovani del nostro tempo, come quelli di ogni epoca, sono un vulcano di vita, di energie, di sentimenti, di idee. Lo si vede dalle cose meravigliose che sanno fare, in tanti campi. Hanno però anche loro bisogno di aiuto, per far crescere in armonia tanta ricchezza e per superare ciò che, pur in modo diverso rispetto al passato, ne può ancora impedire il sano sviluppo”.

Quindi è necessario l’abbattimento di alcune ‘barriere’: “Se, ad esempio, nel diciassettesimo secolo l’uso della lingua latina era per molti una barriera comunicativa insuperabile, oggi ci sono altri ostacoli da affrontare. Pensiamo all’isolamento che provocano dilaganti modelli relazionali sempre più improntati a superficialità, individualismo e instabilità affettiva; alla diffusione di schemi di pensiero indeboliti dal relativismo; al prevalere di ritmi e stili di vita in cui non c’è abbastanza posto per l’ascolto, la riflessione e il dialogo, a scuola, in famiglia, a volte tra gli stessi coetanei, con la solitudine che ne deriva”.

Certo, sono sfide impegnative, ma necessarie per incoraggiare i giovani: “Si tratta di sfide impegnative, di cui però anche noi, come san Giovanni Battista de La Salle, possiamo fare altrettanti trampolini di lancio per esplorare vie, elaborare strumenti e adottare linguaggi nuovi, con cui continuare a toccare il cuore degli allievi, aiutandoli e spronandoli ad affrontare con coraggio ogni ostacolo per dare nella vita il meglio di sé, secondo i disegni di Dio. È lodevole, in questo senso, l’attenzione che ponete, nelle vostre scuole, alla formazione dei docenti e alla realizzazione di comunità educanti in cui lo sforzo didattico è arricchito dall’apporto di tutti. Vi incoraggio a continuare su queste strade”.

E’ un invito che riprende il discorso sviluppato da papa Francesco in un’udienza concessa loro nel 2022: “Ma vorrei accennare a un altro aspetto della realtà lasalliana che ritengo importante: la docenza vissuta come ministero e missione, come consacrazione nella Chiesa. san Giovanni Battista de La Salle non ha voluto che fra i maestri delle Scuole cristiane ci fossero sacerdoti, ma solo “fratelli”, perché ogni vostro sforzo fosse indirizzato, con l’aiuto di Dio, all’educazione degli alunni.

Amava dire: ‘Il vostro altare è la cattedra’, promuovendo così nella Chiesa del suo tempo una realtà fino ad allora sconosciuta: quella di insegnanti e catechisti laici investiti, nella comunità, di un vero e proprio ‘ministero’, secondo il principio di evangelizzare educando ed educare evangelizzando”.

Il papa ha concluso l’udienza riprendendo la Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ sul valore dell’insegnamento: “Così il carisma della scuola, che voi abbracciate con il quarto voto di insegnamento, oltre che un servizio alla società e una preziosa opera di carità, appare ancora oggi come una delle esplicitazioni più belle ed eloquenti di quel munus sacerdotale, profetico e regale che tutti abbiamo ricevuto nel Battesimo, come sottolineano i documenti del Concilio Vaticano II. Nelle vostre realtà educative, così, i religiosi rendono profeticamente visibile, attraverso la loro consacrazione, la ministerialità battesimale che sprona tutti, ciascuno secondo il suo stato e i suoi compiti, senza differenze”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV per una Chiesa missionaria

Foto ufficiale di Papa Leone XIV

“Considero un dono di Dio il fatto che la prima domenica del mio servizio come Vescovo di Roma sia quella del Buon Pastore, la quarta del tempo di Pasqua. In questa domenica sempre si proclama nella Messa il Vangelo di Giovanni al capitolo decimo, in cui Gesù si rivela come il Pastore vero, che conosce e ama le sue pecore e per loro dà la vita… Oggi, dunque, fratelli e sorelle, ho la gioia di pregare con voi e con tutto il Popolo di Dio per le vocazioni, specialmente per quelle al sacerdozio e alla vita religiosa. La Chiesa ne ha tanto bisogno! Ed è importante che i giovani e le giovani trovino, nelle nostre comunità, accoglienza, ascolto, incoraggiamento nel loro cammino vocazionale, e che possano contare su modelli credibili di dedizione generosa a Dio e ai fratelli”.

Così si è espresso nel primo Regina Caeli papa Leone XIV sottolineando la centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa, mentre subito dopo la sua elezione a papa i vescovi italiani avevano sottolineato il suo richiamo ad essere una ‘Chiesa missionaria’: “Seguendo gli appelli del Suo predecessore, Papa Francesco, ci siamo posti ‘in uscita’ ed ‘in cammino’ con la gioia di chi ha sperimentato la pace di Cristo Risorto. Una pace, come Lei ci ha ricordato, ‘disarmata e disarmante, umile e perseverante’, perché ‘proviene da Dio, che ci ama tutti incondizionatamente’.

In questo tempo, così tumultuoso per i conflitti che affliggono vaste aree del pianeta e i vari cambiamenti sociali e culturali in atto, continuiamo a lavorare ‘per la pace nel mondo’. Le assicuriamo il nostro impegno per costruire ponti di dialogo, per soccorrere l’umanità sofferente, per essere sempre a servizio degli ultimi e dei più bisognosi”.

A questa voce si è aggiunta quella di Biagio Maimone, coordinatore della ‘Rete Mondiale Turismo Religioso’ in Italia: “Pace è la parola maggiormente pronunciata da papa Leone XIV nel suo primo discorso sulla Loggia di san Pietro, dopo la sua elezione a pontefice… L’intera umanità ascolta pervasa dalla speranza che il nuovo Papa prosegua sul percorso intrapreso da papa Francesco e incida, con lo stesso fervore, nella storia della Chiesa Cattolica e nella storia dell’umanità,  che anela a vedere compiuti ulteriori passi avanti verso il processo di umanizzazione della vita umana”.

Inoltre il coordinatore nazionale per l’Italia della ‘Rete Mondiale del Turismo Religioso’ e direttore della comunicazione dell’associazione ‘Bambino Gesù del Cairo Onlus’, il cui Presidente è mons. Yoannis Lazhi Gaid, storico segretario di Papa Francesco, ha sottolineato il valore sinodale che papa Leone XIV ha approfondito nel suo primo saluto:

“La Chiesa è l’intera umanità che deve mettersi in cammino, sorretta dall’obiettivo di comprendere meglio la volontà di Dio e la sua missione nel mondo. La Chiesa sinodale cammina unita cercando di discernere come meglio rispondere alle sfide del nostro tempo. nel mondo. La Chiesa Cattolica, i cattolici e tutti gli esseri umani dovranno prefiggersi il compito di entrare nella storia umana e coglierne le sue esigenze”.

Ha quindi evidenziato lo spirito missionario del novello papa: “Il mondo contemporaneo,  profondamente smarrito e sofferente per aver perduto ormai molte certezze, eleva lo sguardo verso l’infinito, di cui sente il bisogno. La nostalgia di Dio affiora nell’animo  umano, desolato e stanco per le numerose crisi che lo attanagliano, sia materiali, sia morali.

La Chiesa Cattolica sente il bisogno primario di camminare sul percorso di evangelizzazione continua e prendere per mano i più poveri, i più indifesi, i cosiddetti ultimi per condurli là dove  per essi vi sia una dimora accogliente. Ed è  questo l’annuncio, l’anelito espresso da papa Leone XIV, il quale  invita tutto il popolo cattolico a mettersi in cammino per compiere tale immane missione”.

Anche la Comunità di Sant’Egidio si è unita alla gioia della Chiesa per l’elezione di papa Leone XIV: “Eletto in un momento storico attraversato da tanti conflitti e grandi incertezze, la sua prima parola da vescovo di Roma è stata ‘pace’, nel solco di papa Francesco, invitandoci al dialogo e alla costruzione di ponti. Saprà offrire, non solo ai credenti ma a tutti, una voce autorevole e un orientamento prezioso per il futuro dell’umanità.

A papa Prevost, con lunga esperienza di pastore in America Latina e grande conoscenza delle sue periferie, gli auguri più calorosi per il suo servizio al Vangelo, da Roma fino al mondo intero, a guida di una Chiesa che (come ha detto dalla Loggia di San Pietro) ‘cerca sempre la carità’ ed è vicina a coloro che soffrono”.

Ugualmente la Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV ha espresso gioia e speranza per l’elezione di papa Leone XIV: “Le sue prime parole dalla Loggia di San Pietro hanno tracciato un orizzonte chiaro, che tocca il cuore della nostra missione: pace, dialogo, costruzione di ponti, Carità. In un mondo attraversato da conflitti, incertezze e crescenti diseguaglianze, l’appello del Santo Padre risuona come un invito coraggioso a scegliere la fraternità e l’ascolto reciproco”.

La presidente della Federazione nazionale, Paola Da Ros, ha apprezzato il richiamo del papa alla carità: Tra tutte, la parola ‘Carità’, ripetuta due volte da Papa Leone XIV, richiama in modo diretto il cuore dell’azione della Società di San Vincenzo De Paoli: uno stile di prossimità concreta, un impegno quotidiano a favore di chi vive in condizioni di fragilità, di chi ha bisogno di essere visto, ascoltato, sostenuto.

L’appello alla Carità e alla pace, intese non solo come dono, ma come responsabilità condivisa verso il bene comune, rappresenta uno sprone prezioso per le migliaia di soci e volontari della Società di San Vincenzo De Paoli che operano ogni giorno, in tutta Italia e nel mondo, al servizio nella speranza. Persone che condividono l’idea di una Chiesa ‘in uscita’, capace di farsi vicina, che abita le periferie geografiche ed esistenziali, e che si fa strumento di speranza attraverso gesti semplici ma profondi verso gli ultimi”.

Un augurio giunge anche dalla Custodia della Terra Santa, che affida il papa all’intercessione della Vergine Maria, Regina di Terra Santa, e di san Francesco d’Assisi: “In questo giorno di grande festa per la Chiesa universale, desideriamo esprimere al nuovo Pontefice la nostra vicinanza spirituale e la nostra preghiera costante affinché il suo ministero sia fecondo di grazia, di speranza e di pace per tutto il popolo di Dio.

La Custodia di Terra Santa, chiamata da secoli a custodire i Luoghi Santi della Redenzione e a promuovere il dialogo e la riconciliazione tra i popoli della regione, si unisce alle voci dei fedeli di ogni continente nel rendere grazie al Signore per il dono di un Pastore che, con il nome scelto, richiama la memoria di Leone XIII, promotore della dottrina sociale della Chiesa e instancabile artefice di pace e giustizia”.

Papa Leone XIV ai giornalisti: intraprendete una comunicazione di pace

“Buongiorno e grazie per questa bellissima accoglienza! Dicono che quando si applaude all’inizio non vale granché! Se alla fine sarete ancora svegli e vorrete ancora applaudire, grazie mille!”: ha esordito in inglese papa Leone XIV nell’udienza con gli operatori della comunicazione nell’Aula Paolo VI, esortando a ‘non cedere mai alla mediocrità’ ed a promuovere una comunicazione di ‘farci uscire dalla confusione di linguaggi senza amore’, ricevendo in dono una sciarpa in alpaca delle Ande peruviane ed una reliquia di papa Luciani.

Ringraziando i giornalisti per il loro lavoro papa Leone XIV ha proposto la beatitudine di Gesù nel ‘discorso della montagna’: “Nel ‘Discorso della montagna’ Gesù ha proclamato: ‘Beati gli operatori di pace’. Si tratta di una Beatitudine che ci sfida tutti e che vi riguarda da vicino, chiamando ciascuno all’impegno di portare avanti una comunicazione diversa, che non ricerca il consenso a tutti i costi, non si riveste di parole aggressive, non sposa il modello della competizione, non separa mai la ricerca della verità dall’amore con cui umilmente dobbiamo cercarla”.

Quindi è un chiaro segnale che la pace inizia attraverso un accurato utilizzo delle parole: “La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire ‘no’ alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra”.

Per questo subito ha chiesto la liberazione dei giornalisti, che rischiano la vita per raccontare la realtà: “Permettetemi allora di ribadire oggi la solidarietà della Chiesa ai giornalisti incarcerati per aver cercato di raccontare la verità, e con queste parole anche chiederne la liberazione di questi giornalisti incarcerati.

La Chiesa riconosce in questi testimoni (penso a coloro che raccontano la guerra anche a costo della vita) il coraggio di chi difende la dignità, la giustizia e il diritto dei popoli a essere informati, perché solo i popoli informati possono fare scelte libere. La sofferenza di questi giornalisti imprigionati interpella la coscienza delle Nazioni e della comunità internazionale, richiamando tutti noi a custodire il bene prezioso della libertà di espressione e di stampa”.

Il giornalismo è un servizio alla verità: “Voi siete stati a Roma in queste settimane per raccontare la Chiesa, la sua varietà e, insieme, la sua unità. Avete accompagnato i riti della Settimana Santa; avete poi raccontato il dolore per la morte di papa Francesco, avvenuta però nella luce della Pasqua. Quella stessa fede pasquale ci ha introdotti nello spirito del Conclave, che vi ha visti particolarmente impegnati in giornate faticose; e, anche in questa occasione, siete riusciti a narrare la bellezza dell’amore di Cristo che ci unisce tutti e ci fa essere un unico popolo, guidato dal Buon Pastore”.

Ma per raccontare la verità occorre non ‘cedere’ alla mediocrità, citando un discorso di sant’Agostino: “Viviamo tempi difficili da percorrere e da raccontare, che rappresentano una sfida per tutti noi e che non dobbiamo fuggire. Al contrario, essi chiedono a ciascuno, nei nostri diversi ruoli e servizi, di non cedere mai alla mediocrità. La Chiesa deve accettare la sfida del tempo e, allo stesso modo, non possono esistere una comunicazione e un giornalismo fuori dal tempo e dalla storia.

Come ci ricorda sant’Agostino, che diceva: ‘Viviamo bene e i tempi saranno buoni’. Noi siamo i tempi. Grazie, dunque, di quanto avete fatto per uscire dagli stereotipi e dai luoghi comuni, attraverso i quali leggiamo spesso la vita cristiana e la stessa vita della Chiesa. Grazie, perché siete riusciti a cogliere l’essenziale di quel che siamo, e a trasmetterlo con ogni mezzo al mondo intero”.

Papa Leone XIV ha invitato ad usare bene le parole: “Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla ‘torre di Babele’ in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi. Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante”.

Infatti anche la comunicazione crea cultura: “La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto. E guardando all’evoluzione tecnologica, questa missione diventa ancora più necessaria. Penso, in particolare, all’intelligenza artificiale col suo potenziale immenso, che richiede, però, responsabilità e discernimento per orientare gli strumenti al bene di tutti, così che possano produrre benefici per l’umanità. E questa responsabilità riguarda tutti, in proporzione all’età e ai ruoli sociali”.

Per questo ha ripreso le parole di papa Francesco a ‘disarmare le parole’, come ha scritto nel messaggio per la prossima giornata delle Comunicazioni Sociali: “Per questo ripeto a voi oggi l’invito fatto da papa Francesco nel suo ultimo messaggio per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività. Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce”.

Ed ha concluso il discorso invitando i giornalisti ad intraprendere una ‘comunicazione di pace’: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana. Voi siete in prima linea nel narrare i conflitti e le speranze di pace, le situazioni di ingiustizia e di povertà, e il lavoro silenzioso di tanti per un mondo migliore. Per questo vi chiedo di scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace”.

(Foto: Santa Sede)

Dall’Assemblea sinodale uno stimolo a camminare insieme

“L’Assemblea di martedì mattina e le moltissime proposte di emendamento avanzate dai 28 gruppi richiedono un ripensamento globale del testo e non solo l’aggiustamento di alcune sue parti”: lo ha detto mons. Erio Castellucci, presidente del Comitato nazionale del Cammino sinodale, concludendo i lavori della seconda Assemblea sinodale delle Chiese in Italia. Ed ha ringraziato i partecipanti a questa seconda assemblea per il lavoro svolto:

“I gruppi, in queste due mezze giornate, hanno lavorato molto bene, intensamente e creativamente, ritrovando nel testo talvolta anche ricchezze che non emergevano a una prima lettura, e hanno integrato e corretto il testo; che tuttavia non si presenta ancora maturo. Ora vi verranno restituiti i lavori svolti nei gruppi e poi verrà avanzata una mozione da votare, per impostare il seguito del Cammino sinodale”.

Questa Assemblea Sinodale delle Chiese in Italia, riunita a Roma fino al 3 aprile, nel solco del cammino compiuto in questi anni guidato dall’ascolto della Parola e dallo Spirito, continua a cogliere i segni dell’azione di Dio nel ‘cambiamento d’epoca’ con il proposito di rilanciare e orientare il percorso ecclesiale di conversione missionaria. Ugualmente sperimenta l’ascolto reciproco, che caratterizza l’intero percorso sinodale, valutando la situazione delle comunità ecclesiali inserite nei vari territori del Paese. In queste giornate assembleari sono emerse sottolineature, esperienze, criticità e risorse che segnano la vita e la vitalità delle Chiese in Italia, con uno sguardo partecipe e responsabile.

Inoltre questa Assemblea ha stabilito che il testo delle Proposizioni, dal titolo ‘Perché la gioia sia piena’, venga affidato alla Presidenza del Comitato Nazionale del Cammino sinodale perché, con il supporto del Comitato e dei facilitatori dei gruppi di studio, provveda alla redazione finale accogliendo emendamenti, priorità e contributi emersi. Al tempo stesso, l’Assemblea fissa un nuovo appuntamento per la votazione del Documento contenente le Proposizioni per sabato 25 ottobre, in occasione del Giubileo delle équipe sinodali e degli Organismi di partecipazione.

Inoltre mons. Castellucci ha sottolineato che tale Assemblea ha seguito il solco di un ‘Concilio’: “Non è inutile ricordare che il nostro Cammino sinodale si è mosso liberamente rispetto ai canoni di un Sinodo vero e proprio o di un Concilio. Abbiamo percorso in questi anni tre tappe (narrativa, sapienziale e ora profetica) che si sono precisate un po’ alla volta, con scelte ispirate dalla realtà che si stava snodando, non solo riguardo ai contenuti (ad esempio all’inizio non sapevamo quali argomenti sarebbero stati prioritari), ma anche riguardo alle modalità (ad esempio, all’inizio avevamo previsto una sola Assemblea sinodale finale e poi ne sono nate due… e in questi giorni ne è stata proposta una terza)”.

Ed ha ribadito che questo Sinodo è sviluppato attraverso processi: “E’ importane anche ribadire che non stiamo semplicemente celebrando degli eventi, ma dei processi, e che per questo il peso dei documenti prodotti è da misurare sul cambiamento degli stili ecclesiali. Come ci è stato ricordato in quest’Aula, la profezia non sta tanto nelle carte e nemmeno la si può attribuire a se stessi, ma si verifica negli eventi e nelle esperienze. Un libro può esprimere e incentivare l’auspicata conversione comunitaria, ma non la può surrogare”.

Un cammino che è novità per la Chiesa italiana: “Questo processo sinodale rappresenta una novità per le Chiese del nostro Paese. Certo, i cinque decenni post-conciliari precedenti, più volte rammentati nei testi di questi anni, erano esperienze di coinvolgimento e partecipazione. Ma il metodo è stato cambiato, proprio sulla spinta della visione di sinodalità introdotta da papa Francesco…

In questo decennio, invece, siamo partiti dalla consultazione aperta all’intero Popolo di Dio e poi, fase dopo fase, siamo arrivati alle Assemblee sinodali di metà decennio, per fissare alcune priorità e rilanciare orientamenti pastorali che nei prossimi anni dovranno essere recepiti: non più, però, come testi elaborati per così dire dagli esperti e consegnati a tutti, ma elaborati da tutti (ovviamente con le necessarie e inevitabili mediazioni) e consegnati a tutti. Non è un cambiamento da poco”.

Tale variazione di data da maggio ad ottobre è stata spiegata dal card. Zuppi: “I gruppi hanno lavorato intensamente, considerate le difficoltà emerse nell’assemblea è stato necessario avere un tempo sufficiente di sedimentazione del testo, per poi poter arrivare a decisioni. E’ quindi parso opportuno avere un tempo congruo di maturazione. Prima bisognerà approvare il testo dell’assemblea sinodale, poi l’assemblea generale potrà esaminarlo ma bisogna essere consapevoli che non esiste un testo perfetto”.

Inoltre ha spiegato il cammino compiuto dalla Chiesa italiana: “A differenza dei tedeschi non abbiamo voluto fare un sinodo, noi abbiamo fatto un cammino sinodale con un coinvolgimento grande e diffuso, e non solo interno, con la necessità di camminare insieme a tanti compagni di strada. Le regole sono venute strada facendo. La novità è che il cammino ci cambia, la novità è che ci accorgiamo quanto è decisiva la sinodalità.

E’ importate la visione del Papa di una chiesa che deve imparare a camminare insieme. Avremmo preferito rispettare il calendario, ma non basta fissare il calendario. Una certa delusione c’è, ma non verso l’assemblea, non abbiamo perso la gioia, nè la consapevolezza, c’è stata grande libertà e grande senso ecclesiale. Siamo una chiesa viva”.

Questa seconda assemblea sinodale si è conclusa con un messaggio dei partecipanti al papa: “Santità, la Sua vicinanza e il Suo sostegno ci confermano e ci rafforzano: continuiamo a camminare con quella gioia nel cuore di cui parlava la Prima Lettera di Giovanni, una gioia che vuole essere piena, a disposizione di tutti e frutto di una vita vissuta alla luce del Vangelo.

Abbiamo vissuto giorni di discussione aperta e di studio approfondito delle Proposizioni, elaborate nel corso degli ultimi mesi: si tratta del risultato del lavoro delle Diocesi italiane, che si sono messe in gioco per rinnovarsi. Oggi possiamo dire che già questo processo è stato una palestra di sinodalità, che ci ha insegnato uno stile da mantenere anche in futuro.

Abbiamo assunto decisioni importanti, che sono emerse dall’ascolto obbediente dello Spirito e dal dialogo franco tra di noi. La Chiesa non è un parlamento, ma una comunità di fratelli riuniti nell’unica fede nel Signore, Crocifisso e Risorto: ciascuno ha portato e ha proposto quindi il suo bagaglio di fede, speranza e carità”.

(Foto: Cei)

Papa Francesco ai Missionari della Misericordia’: attenti ad ascoltare

“Cari fratelli, avrei voluto incontrarvi in occasione del vostro pellegrinaggio giubilare ed esprimere di persona a voi, Missionari della Misericordia, la mia gratitudine e il mio incoraggiamento”: ancora a riposo papa Francesco ha inviato un messaggio ai ‘Missionari della Misericordia’ che fino a domani vivono il loro Giubileo, letto da mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, che ha presieduto la preghiera del Rosario presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani.

Nel messaggio il papa ha espresso rammarico per non aver potuto incontrare personalmente i missionari, esortandoli a testimoniare il volto di Dio: “Vi ringrazio, perché con il vostro servizio date testimonianza del volto paterno di Dio, infinitamente grande nell’amore, che chiama tutti alla conversione e ci rinnova sempre con il suo perdono”.

Ed ha sottolineato due aspetti: “Conversione e perdono sono le due carezze con le quali il Signore terge ogni lacrima dai nostri occhi; sono le mani con le quali la Chiesa abbraccia noi peccatori; sono i piedi sui quali camminare nel nostro pellegrinaggio terreno. Gesù, il Salvatore del mondo, apre per noi la strada che percorriamo insieme, seguendolo con la forza del suo Spirito di pace”.

Inoltre il papa li ha incoraggiati all’ascolto: “Vi incoraggio perciò, nel vostro ministero di confessori, ad essere attenti nell’ascoltare, pronti nell’accogliere e costanti nell’accompagnare coloro che desiderano rinnovare la propria vita e ritornano al Signore. Con la sua misericordia, infatti, Dio ci trasforma interiormente, cambia il nostro cuore: il perdono del Signore è fonte di speranza, perché possiamo sempre contare su di Lui, in qualunque situazione. Dio si è fatto uomo per rivelare al mondo che non ci abbandona mai!”

Mentre ai fedeli pellegrini della Cechia ha ricordato i santi Adalberto, Cirillo e Metodio: “Essi portarono la luce del Vangelo con coraggio e pazienza, anche in luoghi dove sembrava impossibile. Il loro esempio ci insegna che la missione cristiana non si basa sui risultati visibili, ma sulla fedeltà a Dio… Il nostro compito è seminare e annaffiare con amore e perseveranza, senza scoraggiarci”.

Sono ‘esempi da seguire ricordando che Dio opera nel mondo: “Dio ci chiede di offrire il poco che siamo e che abbiamo. Pensiamo a quei cinque pani e due pesci: nelle mani di Gesù diventarono nutrimento abbondante per una moltitudine. Così avviene anche con il nostro impegno nella fede: se lo affidiamo al Signore con cuore generoso, sarà Lui a moltiplicarlo e a farlo fruttificare in modi che non possiamo nemmeno immaginare.

Per questo, non dobbiamo mai perdere la fiducia. Dio opera anche quando non ne vediamo subito gli effetti. La storia dei vostri santi ce lo insegna: pensiamo alla perseveranza di Giovanni Nepomuceno e di tanti altri testimoni della fede della vostra terra. La loro vita ci mostra che chi confida in Dio non è mai abbandonato, anche nei momenti di prova, come quelli della persecuzione”.

E’ stato un invito a camminare nella fede: “Camminiamo insieme, pastori e popolo, su questa bella strada della fede. Sosteniamoci gli uni gli altri e diventiamo, con la nostra vita, testimoni di pace e di speranza in un mondo che ne ha tanto bisogno, anche in Europa. La nostra fede non è solo per noi, ma è dono da condividere con gioia”.

Infine nel messaggio A Sua Beatitudine Joan, arcivescovo ortodosso di Tirana, Durazzo e di tutta l’Albania, il papa ha indicato come modello il suo predecessore, Anastas, scomparso ad Atene il 25 gennaio scorso e testimone di uno zelo apostolico: “Sono certo che Vostra Beatitudine, seguendo l’esempio del Suo predecessore, continuerà a promuovere il dialogo come mezzo per superare le divisioni e promuovere la ricerca della piena comunione tra tutti i discepoli di Cristo. Infatti, in questi tempi difficili segnati dalla guerra e dalla violenza, è sempre più urgente che i cristiani diano una testimonianza credibile di unità, affinché il mondo possa accogliere pienamente il messaggio evangelico di solidarietà fraterna e di pace. Abbiamo quindi la responsabilità di procedere insieme per manifestare in modo sempre più visibile la comunione reale, anche se ahimè non ancora completa, che già ci unisce”.

E’ stato un invito a mantenere vive le relazioni tra le due Chiese: “E’ mio vivo auspicio, pertanto, che sotto la Sua guida paterna, le relazioni tra la Chiesa d’Albania e la Chiesa cattolica si sviluppino ulteriormente, cercando nuove forme di fruttuosa cooperazione nell’annuncio del Vangelo, nel servizio ai più bisognosi e nel rinnovamento del nostro impegno per risolvere le questioni che ancora ci separano attraverso il dialogo della carità e della verità”.

A colloquio con Giulia Merelli, che ha sviluppato un monologo teatrale sulla Madre di Dio

“Così sono nato; così sono stato fatto figlio. Allora io, e non solo io, ma tutti, i giovani che incontro, con cui medito o meditiamo sul dolore, perché il dolore non sia più isolante come dicevi tu prima, perché non sia più un fatto sul quale si può anche essere tentati di compiacimento ma diventi un fatto liberante, credo e crediamo d’aver capito che il dolore deve portarti, deve condurti sempre, non una volta, magari una volta per tutte, ma quando si dice una volta per tutte, vuol dire per tutti i giorni, per tutte le ore; deve portarti, dicevo, a sentirti figlio del Padre che è Dio e figlio del padre terreno che è il padre carnale d’ognuno di noi”.

Iniziamo dal dialogo tra il drammaturgo Giovanni Testori e mons. Luigi Giussani, ‘Il senso della nascita’ per iniziare un dialogo con Giulia Merelli, insegnante ed attrice, che ha sviluppato un monologo teatrale, scritto e diretto, in cinque atti/clip sulla Madre di Dio, ‘Maria’, quando ha scoperto di essere la Madre di Dio che presto verrà alla luce, come un uomo:

“La realtà è drammatica. Dramma significa azione, quindi la realtà è fatta di azione, non di teoria. Per questo amo il teatro, luogo dove la parola agisce. Con questo, il teatro è necessario alla vita. C’è forse un’esigenza radicale nell’uomo del farsi spettatore di se stesso: vedendo in scena l’azione, comprende che può agire in vista di un orizzonte di senso. E tutto questo è drammatico, non tragico. Se fosse tragico, avremmo un fato che non ci considera, che non si apre alla bellezza delle nostre azioni. Le azioni belle non sono semplici affermazioni esistenziali (soliloqui) ma sono risposte ad altre azioni (dialoghi), ad incontri che hanno in sé la caratteristica del possibile”.

Perché un monologo su Maria?

“Ho scritto un monologo su ‘Maria’ qualche anno fa, o meglio otto anni fa. Come vedi, il tempo cronologico diventa relativo quando tocchiamo temi spirituali che riguardano il cuore, un luogo senza orologi dove alcune riflessioni valgono continuamente. Ho scritto il monologo mentre ero in una tournée teatrale e sentivo la necessità di prendermi momenti di quiete, occasioni di creatività come dimora per il mio sentire profondo.

In quel periodo leggevo gli scritti teatrali e i saggi di Giovanni Testori, drammaturgo milanese convertitosi al cattolicesimo. ‘Il senso della nascita’, dialogo tra Testori e Giussani, mi ha particolarmente toccata, rivelando l’importanza della nostra presenza nel mondo come evento voluto, non casuale. Poi, ho preso i suoi monologhi sulla nascita, da ‘Factum est’ ad ‘Interrogatorio a Maria’. Quest’ultimo scritto rivela la bellezza semplice di una donna che si apre alla realtà.

Penso che il fatto di cercare Maria, in un momento per me estraniante dove ero chiamata a relazioni continue, quindi ad affacciarmi continuamente verso richiami esterni, mi abbia permesso di rintracciare, in me stessa, quella semplice disposizione d’animo con la quale lei stessa si è disposta di fronte agli avvenimenti della sua esistenza. Maria è una donna che avrebbe potuto dire no e ha detto sì, avanzando con un sentimento intimo e senza sprecare parole, senza disperdersi, senza cercare rassicurazioni o condizionamenti altrove. In sostanza, penso che instaurare un dialogo con questa donna significhi dare fiducia alla propria autocoscienza”.

Quale significato ha il fatto che il ‘Verbo si è fatto carne’?

“Se ci pensiamo, il nostro modo di conoscere in alcuni casi procede attraverso le dimostrazioni scientifiche. E più diventiamo adulti più rischiamo di affidarci esclusivamente al procedimento razionale pensando che sia solo la dimostrazione immediata garante di conoscenza. Tuttavia, se volgiamo lo sguardo verso un bambino, scopriremo che la sua intuizione precede persino l’abilità di nominare il mondo circostante.

Un esempio lampante è quando un bambino riesce a discernere se l’adulto che lo guarda lo fa con sincera lealtà o con banale superficialità. Chi ha illuminato la mente del bambino riguardo l’esistenza di rapporti autentici? Cosa permette a un bambino di comprendere la serietà con cui l’adulto si rapporta a lui? Non di certo lo studio, né tantomeno l’esperienza che è ancora iniziale.

Ecco allora che risulta sensato soffermarci a considerare la maternità di Maria non solo come un evento biologico, ma come manifestazione di un’intuitiva capacità di conoscenza. Maria, nel momento in cui accoglie il mistero di Dio che le si propone, sta accogliendo la possibilità di amare la realtà cioè di accogliere la realtà anche quando sfugge al controllo. Esistono interpretazioni dell’arte sacra che riconoscono nella forma dell’orecchio una versione in miniatura dell’utero: l’ascolto può diventare un atto generativo di vita”.

Quindi l’ascolto apre all’incontro?

“Di fatto, ogni volta che ci disponiamo di fronte all’altro in un sincero ascolto e non anteponiamo all’ascolto le nostre affermazioni o certezze, scopriamo sempre e in ogni volta che accade un fatto non previsto prima. Se anche l’altro che si consegna al nostro ascolto, apre sé stesso con sincerità sta permettendo che avvenga l’incontro.

Ho menzionato i bambini perché essi, non ancora difesi dalla razionalità con cui, spesso, gli adulti stabiliscono che il mondo è il colpevole delle loro offese subite, sono sinceramente aperti e disposti all’incontro. Vorrebbero semplicemente essere amati, guardati, insomma essere accompagnati come esseri umani pieni di valore nella realtà, per diventare grandi (capaci di aiutare sé stessi e gli altri).

Ecco che, invece crescendo, spesso accadono le offese, i torti, si subiscono oltraggi e se arrecano ad altri, ciascuno usurpa l’altro, si usurpano i figli, i genitori, le  persone amate, gli amici, i troni, i poteri, perché forse ci si vuole rivalere di un rapporto o più rapporti di fiducia spezzati. Quindi la razionalità diventa lo schema che io antepongo alla vita prima ancora che la vita, nel suo procedere, possa davvero sorprendermi, proponendomi incontri che non rientrano minimamente in quanto io avevo già pianificato”.

In quale modo il Verbo diventa esperienza d’amore?

“Il Verbo fatto carne è l’esperienza di amore divino che entra nell’umano per confortarlo delle offese subite, per ravvivare la coscienza che non tutto è perduto ma si può ancora vivere una vita felice. Il cristiano crede che gli incontri fra gli uomini possano generare un fatto d’amore che trascende le loro stesse volontà per cui se ci si dispone ad accogliere la realtà stessa dell’incontro come qualcosa da accudire, non da gestire, e con sincera apertura, è inevitabile che accada qualcosa di bello, fosse anche perché semplicemente di non premeditato.

Il verbo è un’azione, come spiega l’etimo, ma è anche una parola, infatti se io dico: ‘ti amo’, sto penetrando la coscienza dell’altro formando anche la sua identità, contribuendo a lenire le sue ferite di non amore. Il verbo può agire come un balsamo per le ferite dell’anima, ma può anche trasformarsi in un frastuono vacuo, chiacchiere, in cui il sacro mistero si dissolve e la comprensione diventa un’illusione. In questa moderna era, riabbracciare la fedeltà alla propria esperienza, dove la parola pronunciata risuona in perfetta armonia con le azioni intraprese o accolte, diventa un’impresa ardua.

Per questo si cerca spazio nel divino: sorge un bambino, un inizio di vita, che sfida la nostra consapevolezza limitata e la nostra mancanza di sincerità con noi stessi. Egli emerge come un promemoria vivente, un monito che la vera essenza della nostra esistenza risiede nella nostra capacità di accogliere con umiltà e apertura il dono dell’amore incondizionato”.

Il Verbo si fa carne: è possibile raccontarlo in teatro?

“Certamente. L’arte è un modo creativo di conoscere, pertanto quando io creo devo necessariamente aprirmi come una madre si apre alla vita. L’immagine della madre è l’immagine di ogni essere vivente che decide ancora di essere generatore di altro. Il teatro, luogo dove le relazioni umane vengono messe in scena e quindi dove tutti gli inghippi e le soluzioni di queste relazioni sono sottolineate davanti allo sguardo degli spettatori, l’esperienza dell’amore che supera il conflitto e genera nuove possibilità di vita è certamente un orizzonte ideale a cui tendere quando si scrive un testo drammaturgo. Questo non deve diventare una pretesa moralizzante verso chi guarda, ma appunto costituire un orizzonte, un traguardo che potrebbe non essere raggiunto.

Allo stesso modo, nel caso della recitazione è possibile fare l’esperienza del Verbo che si fa carne: talvolta accade che un attore si senta amato e compreso dal personaggio che interpreta, come se la parola scritta prendesse vita attraverso di lui. Questo fenomeno di immedesimazione rende il teatro un mezzo potentissimo per raccontare il mistero dell’incarnazione. Quando un attore riesce a incarnare il Verbo, trasmette al pubblico non solo la storia di un personaggio, ma anche una verità universale che risuona con l’essenza umana.

Questo incontro tra il divino e l’umano sul palcoscenico diventa un momento di rivelazione, che trascende ogni barriera. In questo modo, il teatro non solo rappresenta la vita, ma diventa esso stesso un atto di creazione e di amore, un luogo dove il mistero della vita si svela e si rinnova continuamente”.

Come è possibile vivere il mistero della vita in un grembo?

“Trovo questa domanda molto delicata. Io non ho fatto nessuna esperienza di maternità biologica, non sono una madre però sono una figlia, un’insegnante ed un’attrice che scrive per il teatro. Mi capita, quando tocco la pancia appena gravida di un’amica o, come accaduto di recente, di mia sorella, che pianga istantaneamente. Il pianto è una commozione immediata per la vita che si sta formando nel grembo che, in pochissimi mesi, si sviluppa e ha già un cuore.

Il fatto che si formi dentro a una donna un altro individuo che avrà una sua identità, con un suo carattere, con desideri e aspirazioni proprie, talenti… è un mistero da onorare e guardare senza tentativi manipolatori. Penso che questo mistero possa essere vissuto come quando si sta di fronte a un fiore bellissimo, vorremmo farlo nostro, ma il fiore è un’entità a sé stante e possiamo solo contemplarlo.

Sostare di fronte a una vita che si forma è cominciare a rispettare l’altro come diverso da sé. Nel mio piccolo, provo a fare questa esperienza con gli studenti e con le cose che scrivo. Con gli studenti perché, seppure sia spesso tentata nel definirli secondo schemi preconfezionati, sento nel contempo la necessità di aprirmi al loro peculiare modo di conoscere, come a un fatto nuovo. Nel secondo caso, ricordo una piacevolissima sensazione quando, scrivendo un testo drammaturgo, sospesi il giudizio per lasciare liberi i personaggi di essere loro stessi, seguendoli per vedere dove sarebbero andati…”.

Allora perchè fidarsi di una Voce?

“Nel profondo di noi, risiede un battito cardiaco originario (è lo stesso della prima volta), un sussurro silente che articola la verità ineludibile: non siamo gli autori della nostra esistenza. Chi ha infuso in noi quel primo scintillio vitale? Se siamo disposti ad accettare che la nostra esistenza non è un prodotto auto-generato, se ci concediamo di ascoltare con attenzione, potremmo percepire la nostra unicità. Se tale percezione risulta difficile, si può iniziare esplorando le nostre passioni, quegli ambiti creativi in cui ci sentiamo autenticamente noi stessi.

Se uno non avesse passioni, può cercare questa possibilità nei rapporti autentici, infatti anche gli altri possono aiutarci ad ascoltare noi stessi (se ci vogliono bene). Fidarsi di quei contesti in cui ci sentiamo veramente liberi, è un percorso per iniziare a realizzare il nostro destino. Dare ascolto a questa voce interiore vale la pena, poiché ci permette di raggiungere la nostra felicità senza cadere vittime di costrizioni esterne che possono ostacolare questo processo”.

‘Una particolare espressione di fiducia nel futuro è la trasmissione della vita, senza la quale nessuna forma di organizzazione sociale o comunitaria può avere un domani’: hanno scritto i vescovi in occasione della 47^ Giornata nazionale per la Vita. Cosa significa trasmettere vita?

“Significa rendere felici sé stessi e di conseguenza gli altri. Più prendo sul serio questo mio desiderio e mi gioco nella realtà tenendo questa asticella alta, senza accontentarmi, tanto più posso aiutare chi mi sta intorno. Il desiderio di felicità dovrebbe essere un respiro quotidiano, una molla che ti risveglia come un bambino impaziente di correre lungo il sentiero di campagna alla ricerca di daini. Spesso, al mattino, mi trovo oppressa, afflitta da antiche ferite, ma non scelgo di restare sottomessa al male, non cedo al ricatto del passato, piuttosto mi muovo a fatica e chiedo la speranza… Sono sempre gli incontri che mi fanno sentire accolta, a prevalere. Più si fa spazio a questo, più la vita ha la meglio sulla depressione”.

Quali sono i riferimenti di questo monologo?

“Molteplici sono stati i testi da cui ho attinto per la costruzione del monologo: ‘Il senso della nascita’, un dialogo tra Giovanni Testori e don Luigi Giussani; ‘Interrogatorio a Maria’ di Giovanni Testori; ‘Lettera a un bambino mai nato’ di Oriana Fallaci; ‘Per una nascita senza violenza’ di Frederick Leboyer; ‘L’arte di amare’ di Erich Fromm; la poesia ‘Supplica a mia madre’ ed il film ‘Vangelo secondo Matteo’ di Pier Paolo Pasolini ed il brano musicale ‘Ave Maria’ di Fabrizio De André. Per chi abbia voglia di visionare il monologo ecco i cinque link a disposizione: https://youtu.be/Pz7UMtrto-Y?si=GHoYbYXP0nEwkWMp;

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco: sentinelle per promuovere protezione ai minori

Papa Francesco saluta

“Cari fratelli e sorelle, vi mando di cuore il mio saluto e alcune indicazioni per il vostro prezioso servizio. Esso, infatti, è come ‘ossigeno’ per le Chiese locali e le comunità religiose, perché dove c’è un bambino o una persona vulnerabile al sicuro, lì si serve e si onora Cristo. Nella trama quotidiana del vostro operato (soprattutto negli ambiti più disagiati), si concretizza una verità profetica: la prevenzione degli abusi non è una coperta da stendere sulle emergenze, ma una delle fondamenta su cui edificare comunità fedeli al Vangelo. Per questo vi esprimo la mia gratitudine”.

Ancora convalescente papa Francesco ha inviato un messaggio ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, ricordando che le pratiche di prevenzione sono la promessa e l’impegno di un ambiente sicuro per ogni bambino e per ogni persona vulnerabile, con la sottolineatura delle caratteristiche di questo ‘lavoro’:

“Il vostro lavoro non si riduce a protocolli da applicare, ma promuove presidi di protezione: una formazione che educa, dei controlli che prevengono, un ascolto che restituisce dignità. Quando impiantate pratiche di prevenzione, persino nelle comunità più remote, state scrivendo una promessa: che ogni bambino, ogni persona vulnerabile, troverà nella comunità ecclesiale un ambiente sicuro. Questo è il motore di quella che dovrebbe essere per noi una conversione integrale”.

Ed ecco gli ‘impegni’ a cui tale Commissione è chiamata: “Crescere nel lavoro comune con i Dicasteri della Curia romana. Offrire alle vittime e ai sopravvissuti ospitalità e cura per le ferite dell’anima, nello stile del buon samaritano. Ascoltare con l’orecchio del cuore, così che ogni testimonianza trovi non registri da compilare, ma viscere di misericordia da cui rinascere. Costruire alleanze con realtà extra-ecclesiali (autorità civili, esperti, associazioni), perché la tutela diventi linguaggio universale”.

E’ un invito ad essere ‘sentinelle’: “In questi dieci anni avete fatto crescere nella Chiesa una rete di sicurezza. Andate avanti! Continuate a essere sentinelle che vegliano mentre il mondo dorme. Che lo Spirito Santo, maestro della memoria viva, ci preservi dalla tentazione di archiviare il dolore invece di sanarlo”.

Mentre in occasione del XXX° Anniversario della Lettera enciclica ‘Evangelium vitae’ di san Giovanni Paolo II il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha pubblicato un sussidio su come avviare processi ecclesiali per promuovere una Pastorale della Vita umana al fine di difenderla, custodirla e promuoverla nei vari contesti geografici e culturali, in questo tempo di gravissime violazioni della dignità dell’essere umano, intitolato ‘La Vita è sempre un bene. Avviare processi per una Pastorale della Vita umana’, come scrive nell’introduzione il prefetto del Dicastero, card. Kevin Farrell:

“In un tempo di gravissime violazioni della dignità dell’essere umano, in tanti Paesi tormentati da guerre e da ogni genere di violenza (specialmente su donne, bambini prima e dopo la nascita, adolescenti, persone con disabilità, anziani, poveri, migranti) è necessario dare forma ad una vera e propria Pastorale della Vita umana, per mettere in pratica quanto ribadito anche dalla recente Dichiarazione Dignitas infinita del Dicastero per la Dottrina della Fede… La vita di ogni uomo e di ogni donna va, pertanto, sempre rispettata, custodita, difesa. Questo principio, riconoscibile anche dalla sola ragione, va attuato in ogni Paese, in ogni villaggio, in ogni casa”.

Tale sussidio è stato realizzato grazie anche al contributo dei vescovi: “Al servizio di questo processo, il sussidio è una proposta che suggerisce, altresì, come applicare il metodo sinodale del discernimento nello Spirito riguardo ai numerosi temi legati alla vita umana e alle modalità per difenderla, custodirla e promuoverla nei vari contesti geografici e culturali”.

Il volume è disponibile gratuitamente sul sito del Dicasteri e propone un metodo aggiornato per animare la pastorale della vita in maniera capillare nelle diverse diocesi del mondo.  A tal fine, il Dicastero auspica che “ogni vescovo, sacerdote, religioso, religiosa e laico leggano il Sussidio e si adoperino per sviluppare una Pastorale della Vita umana organica e strutturata, che possa formare in modo adeguato operatori, educatori, insegnanti, genitori, giovani e bambini al rispetto del valore di ogni vita umana”.

Il Sinodo apre con un nuovo cammino

Lo scorso 11 marzo scorso papa Francesco dal policlinico Gemelli ha approvato il processo di accompagnamento e valutazione della fase attuativa del Sinodo, intitolato ‘Per una Chiesa sinodale. Comunione, partecipazione, missione’, come ha scritto in una lettera il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, un itinerario che culminerà in un’Assemblea ecclesiale che si terrà nell’ottobre 2028 in Vaticano e che sarà scandito da alcune precise tappe, con un appuntamento a fine ottobre con il Giubileo delle équipe sinodali e degli organismi di partecipazione.

Riprendendo la nota del documento conclusivo del Sinodo il card. Grech ha evidenziato il carattere processuale del cammino: “Alla luce di queste indicazioni, perciò, la fase attuativa del Sinodo va intesa non come una semplice ‘applicazione’ di direttive provenienti dall’alto, ma piuttosto come un processo di ‘recezione’ degli orientamenti espressi dal Documento finale in maniera adeguata alle culture locali e ai bisogni delle comunità. Al contempo, è necessario procedere insieme come Chiesa tutta, armonizzando la recezione nei diversi contesti ecclesiali. Questo è il motivo del processo di accompagnamento e valutazione, che nulla toglie alla responsabilità di ogni Chiesa”.

Tale percorso permetterà di ‘tastare’ la creatività delle chiese locali: “Il percorso costituirà, inoltre, un’occasione per valutare insieme le scelte effettuate a livello locale e riconoscere i progressi compiuti in termini di sinodalità. Grazie a questo percorso, il Santo Padre potrà ascoltare e confermare gli orientamenti ritenuti validi per la Chiesa tutta. Infine, questo processo costituisce la cornice al cui interno situare le molte e diverse iniziative di attuazione degli orientamenti del Sinodo, in particolare i risultati dei lavori dei Gruppi di Studio e i contributi della Commissione canonistica”.

La lettera è anche un invito ad ampliare il coinvolgimento delle persone: “E’ di fondamentale importanza assicurare che la fase attuativa sia l’occasione per coinvolgere nuovamente le persone che hanno dato il loro contributo e restituire i frutti dell’ascolto di tutte le Chiese e del discernimento dei Pastori nell’Assemblea sinodale: proseguirà così il dialogo già avviato nella fase dell’ascolto… Questo processo offrirà anche alle Diocesi che finora hanno investito meno sul cammino sinodale un’opportunità di recuperare i passi non ancora compiuti e di formare a loro volta équipe sinodali”.

Quindi ecco il calendario delle prossime tappe sinodali fino all’Assemblea sinodale del 2028: “marzo 2025: annuncio del percorso di accompagnamento e valutazione;  maggio 2025: pubblicazione del Documento di sostegno per la fase attuativa con le indicazioni per il suo svolgimento;  giugno 2025 – dicembre 2026: percorsi di attuazione nelle Chiese locali e loro raggruppamenti;  24-26 ottobre 2025: Giubileo delle équipe sinodali e degli organismi di partecipazione;  primo semestre 2027: Assemblee di valutazione nelle Diocesi ed Eparchie; secondo semestre 2027: Assemblee di valutazione nelle Conferenze episcopali nazionali e internazionali, nelle Strutture gerarchiche orientali e in altri raggruppamenti di Chiese; primo semestre 2028: Assemblee continentali di valutazione; giugno 2028: pubblicazione dell’Instrumentum laboris per i lavori dell’Assemblea ecclesiale di ottobre 2028; ottobre 2028: celebrazione dell’Assemblea ecclesiale in Vaticano”.

Infatti in un’intervista a Vatican News a cura di Andrea Tornielli il card. Grech ha spiegato lo scopo del percorso: “L’obiettivo è che l’attuazione non avvenga in modo isolato, come se ogni diocesi o eparchia fosse un’entità a sé stante, ma che si rafforzino i legami tra le Chiese a livello nazionale, regionale e continentale.

Allo stesso tempo, questi momenti di confronto permetteranno un autentico ‘camminare insieme’, offrendo l’opportunità di valutare, in uno spirito di corresponsabilità, le scelte compiute… L’attuazione e la valutazione devono procedere insieme, intrecciandosi in un processo dinamico e condiviso: è proprio questa la cultura del rendiconto evocata dal Documento finale”.

Inoltre ha ricordato il pellegrinaggio sinodale del prossimo ottobre: “Il Giubileo è strettamente associato al pellegrinaggio. La Chiesa sinodale è Chiesa pellegrina, che si rende evidente nel ‘camminare insieme’ del Popolo di Dio verso il compimento del Regno. Il giubileo delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione (perché anche queste strutture offrono spazi di vita sinodale nelle Chiese locali) vuol essere il momento celebrativo nel quale questa dimensione sinodale della Chiesa si rende manifesta nel cammino del Popolo di Dio alla tomba di Pietro, raccogliendosi al contempo intorno al Successore di Pietro, principio della comunione di tutti i battezzati, di tutte le Chiese, di tutti i vescovi.

Anche in questo caso, in pellegrinaggio dovrebbe esserci tutta la Chiesa. Abbiamo pensato di convocare le équipe sinodali, perché sono formate da persone che hanno messo il loro tempo e le loro energie a servizio del processo sinodale. Abbiamo chiesto la loro riattivazione perché saranno ‘punta avanzata’ in questo percorso di attuazione”.

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