Tag Archives: Ascolto

Dal Giffoni Film Festival un messaggio: la pace non è utopia, ma un impegno quotidiano

Premio Ercole per Rosario Valastro, presidente della Croce Rossa Italiana, ospite della sezione ‘Impact!’ al Giffoni Film Festival, per ‘il suo instancabile impegno umanitario, testimone di un’Italia che protegge, accoglie e non si arrende’ che nell’incontro con i giffoner ha toccato molti temi (dalla situazione umanitaria a Gaza al cambiamento climatico, passando per l’emigrazione):

“Sono contento di essere qui, davanti a una platea di giovani. I giovani si dice che sono il futuro. Per me è inaccettabile. Perché sì, sono anche il futuro, ma i giovani sono soprattutto il presente. L’errore più grande che noi adulti facciamo è parlare di giovani e non parlare con i giovani… Questo incontro mi ricorda l’assemblea di istituto di oltre 30 anni fa quando nel mio liceo venne la Croce Rossa e io decisi di diventare volontario”.

Diversi i temi oggetto delle domande. Ad iniziare dalla crisi climatica e dal ruolo della Croce Rossa: “Siamo in una fase in cui non ci possiamo preoccupare più solo della prevenzione ma ci dobbiamo occupare della mitigazione, cioè di mitigare gli effetti che i cambiamenti climatici hanno su di noi. Tutto questo anche per via del fatto che troppo spesso qualcuno ha messo in dubbio il cambiamento climatico”.

Al centro del dibattito, anche la criminalizzare delle organizzazioni non governative: “Negli ultimi dieci anni c’è stata una sorta di involuzione nei confronti di chi aiuta gli altri. Aiutare gli altri prima era considerato un atto da lodare, oggi quasi un atto da fessi; chiunque portava aiuto ha iniziato a essere guardato male. Eppure, noi abbiamo cercato di sottolineare davanti ai governi, inutilmente, che il portare aiuto risponde non solo al principio di portare amore alle proprie comunità, ma anche al rispetto delle convinzioni di Ginevra”.

Il riferimento è anche al portare aiuto a chi arriva dal mare, sempre “in base a convenzioni che gli Stati hanno firmato. Parliamo, cioè, di impegni che lo Stato ha preso. Invece, quanto ai migranti, è passata l’idea che chi viene è un fannullone e chi aiuta sta aiutando fannulloni. Niente di più falso”. Valastro ha ricordato che la Croce Rossa Italiana è presente nei porti di diverse città, “a Lampedusa e non solo. Quando arrivano quelle persone, le situazioni di violenza a sconforto che ascoltano volontari e operatori sono tante. Prendersela con chi aiuta è incomprensibile non solo sotto un profilo umano, ma ancora prima sotto un profilo logico”.

Il discorso è arrivato inevitabilmente alla situazione in corso nella Striscia di Gaza: “Non è mai troppo tardi perché qualcuno possiamo salvarlo ma quello che sta succedendo quasi nel silenzio istituzionale è irrazionale… Nella Striscia di Gaza è iniziato qualcosa che va fuori dalle regole. Ovviamente va fuori dalle regole l’attacco di Hamas e il fatto che Hamas abbia torturato e tenga ancora in ostaggio le persone. Ma è fuori dalle regole attaccare la popolazione civile addirittura mentre sta andando a prendere gli aiuti umanitari. E’ fuori dalle regole non consentire alla Croce Rossa di portare aiuti. E’ fuori dalle regole bombardare ospedali: attaccare un ospedale ha come scopo solo creare sofferenza ulteriore”.

Infine ha invitato a non assuefarsi al male: “Non credo che ci possiamo assuefare a una cosa del genere, non credi sia possibile. E se lo credessi dovrei togliermi l’emblema che porto e fare un’altra cosa… Stiamo cercando di spingere il governo israeliano a farci rientrare. Lo stiamo facendo in silenzio”.

Inoltre il tema di #Giffoni55 si è amplificato per una missione capace di costruire un futuro, come sottolineano il presidente onorario Generoso Andria e la direttrice Alfonsina Novellino: “In un tempo in cui tutto corre veloce, fermarsi per ascoltare il silenzio del cuore è un atto rivoluzionario. La fede è luce nei momenti bui, la pace è il dono più grande che possiamo coltivare e trasmettere. Con piccoli gesti, con parole sincere, con la forza dell’ascolto e della speranza, possiamo essere strumenti d’amore.

Che ogni giorno sia occasione per tendere la mano, per scegliere la gentilezza come forma di coraggio. Fondazione Aura crede in un mondo dove la pace non è utopia, ma impegno quotidiano. Un mondo dove la fede diventa azione, e l’amore per l’altro diventa strada da percorrere insieme”.

Infatti nell’ambito di questa finalità sociale, si inserisce il Premio AURA, rappresentate la Nike di Samotracia. Maestosa, protesa in avanti, avvolta dal vento della storia e del destino, la Nike di Samotracia è da secoli simbolo universale di vittoria. Non una vittoria qualunque, ma quella che nasce dal movimento, dalla resistenza, dalla bellezza dell’agire umano in armonia con lo spirito e il tempo. Da questa potente immagine prende forma il Premio AURA, concepito come un riconoscimento autentico e profondo a chi incarna i valori della forza, della costanza, della condivisione e dell’unione.

Ad introdurre l’incontro è stato il fondatore e direttore di Giffoni, Claudio Gubitosi, che ha ricordato il lungo percorso di collaborazione con Fondazione Con il Sud e con l’impresa sociale Con i Bambini, nato con il progetto ‘Sedici modi di dire ciao’: “Abbiamo scelto di lavorare nelle regioni che amiamo di più, quelle che hanno più bisogno di noi. Luoghi che ci riportano alle nostre origini, a una povertà che era dignitosa. Abbiamo fatto tanto e bene. Ringrazio il Dipartimento Progetti Speciali, guidato da Marco Cesaro, per il lavoro svolto in questi anni”.

Ad illustrare il senso e lo spirito della campagna Ortensia Ferrara, responsabile dei Progetti Editoriali e Comunicazione di Con i Bambini: “Non sono emergenza nasce dall’idea che i ragazzi non sono un problema da gestire, ma protagonisti da ascoltare. Abbiamo usato strumenti diversi: una panchina per raccogliere storie, cartoline, pubblicazioni come quello di Carlo Beorchia. Immagini e video per raccontare la loro ricerca di benessere psicologico, è stata la linea dominante della campagna”.

Visibilmente emozionata la regista Arianna Massimi, ha condiviso la genesi del documentario: “E’ un progetto che nasce da me adolescente. Ho voluto raccontare un mondo interiore fatto di difficoltà che ho vissuto in prima persona. La salute mentale è un tema da affrontare anche in termini collettivi, quasi epidemici. Con questo lavoro ho voluto dare forma alla dimensione condivisa del dolore e della fragilità. Era giusto e necessario che ‘Non sono emergenza’ fosse una campagna online perché doveva utilizzare proprio quegli strumenti che spesso amplificano condizione di disagio”.

A chiudere l’incontro, le parole del fotografo Riccardo Venturi, che ha ideato e partecipato alla campagna con i suoi scatti: “Questi ragazzi sono, oserei dire, la parte sana di una società malata. Hanno il coraggio di metterci la faccia anche per noi. Con le loro testimonianze non hanno solo voluto lanciare un grido di dolore, ma dare uno squillo di tromba, suonare la sveglia ai loro coetanei, a chi vive la loro stessa condizione, il loro stesso disagio ma non lo esprime”.

(Foto: Giffoni Film Festival)

XVI Domenica Tempo Ordinario: Ospitare Dio nella nostra vita!

Oggi il Vangelo ci offre una icona della vera famiglia cristiana: non si tratta di una parabola ma di un fatto concreto. Gesù è ospite di una famiglia di tre persone: le sorelle Marta e Maria e il fratello Lazzaro. Tema della Liturgia è l’ospitalità di Abramo e quella di Marta e Maria. Dio è il vero e significativo ospite dell’anima. Dal racconto evangelico si evince che Marta è tutta presa a preparare il pranzo, addobbare la casa  per l’accoglienza dignitosa di un ospite eccezionale; Maria, la sorella, è come rapita dalla presenza del maestro e se ne sta là, vicino a Gesù, ad ascoltarlo.

L’atteggiamento delle due sorelle è assai diverso ed evidenzia l’uno l’amore per la vita attiva, l’altro l’interesse per la vita contemplativa. Gesù, provocato affettuosamente da Marta, che si sente lasciata sola dalla sorella nelle faccende domestiche: pulizia, addobbo della tavola, preparazione dei pasti, risponde: ‘Marta, Marta, ti preoccupi di molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è veramente bisogno; Maria ha scelto la parte migliore e non le sarà tolta’.

Gesù non intende condannare l’atteggiamento del servizio, ma l’affanno dal quale tante volte si è presi, come se fosse l’unica cosa essenziale. La cosa veramente essenziale è un’altra: ascoltare la parola del Signore. Il Signore in quel momento è proprio lì, nella persona di Gesù. Tutto passerà o ci sarà tolto; ciò che rimane è solo la parola di Dio: parola eterna che dà senso al nostro agire quotidiano. Nessun disprezzo per la vita attiva, tanto meno per l’ospitalità; Ma Gesù evidenzia l’unica cosa veramente necessaria.

La persona, scriveva un giorno papa Benedetto XVI, deve lavorare, impegnarsi nelle occupazioni domestiche e professionali, ma ha bisogno in primis di Dio, che è luce interiore: amore e verità. Senza amore anche le attività più importanti perdono valore e non danno gioia; senza amore  tutto il nostro fare si riduce ad attivismo sterile e disordinato. Siamo invitati dalla pagina del vangelo ad accogliere Dio nella nostra vita: solo lui è il vero ospite dell’anima, della famiglia e del mondo intero.

Accogliere Cristo significa ‘ascoltare la sua parola’. L’ascolto è l’unica azione cultuale richiesta da Dio al suo popolo; l’ascolto è l’unica cosa di cui abbiamo bisogno per adorare il Signore efficacemente; da qui le parole di Gesù: ‘Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta’. La parte migliore è il Vangelo di Cristo Gesù. Tutto passerà o ci sarà tolto, ma la parola di Dio rimane, è eterna e dà senso al nostro agire quotidiano: nessuno disprezzo per la vita attiva,nè tanto meno per l’ospitalità; ma l’unica cosa veramente necessaria è ascoltare la parola di Dio ed attuarla. Dio è sempre accanto a noi; è sempre ospite nella ‘famiglia umana’ perchè la famiglia e nella famiglia si completa l’uomo;  Dio giustamente disse: ‘non è bene che l’uomo sia solo’.

Gesù incarnandosi volle nascere in una famiglia a Betlemme, volle vivere in una famiglia a Nazareth; istituì inoltre la Chiesa come la grande famiglia delle famiglie: la famiglia cristiana è la vera chiesa domestica. La sua presenza in noi si rivela nell’amore e nell’impegno: ‘Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui’.

La vera sapienza sta nel sapere coniugare questi due elementi: la contemplazione e l’azione. Anche le ferie estive servono a riequilibrare attivismo e contemplazione. la Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, ci guidi nell’amore di Dio e del prossimo con le mani di Marta e il cuore e la fede di Maria. La spiritualità cristiana è la sintesi di contemplazione e azione.

Morte di don Matteo Balzano: riflessioni sulla solitudine dei sacerdoti

“Al riguardo, questa Istituzione della Santa Sede, in questo momento di dolore e sgomento, desidera esprimere a Lei, alla comunità diocesana, al presbiterio e alla famiglia del sacerdote, la più sincera vicinanza e partecipazione al cor doglio. Infatti, la morte improvvisa di un chierico, specialmente nelle circostanze dolorose in cui essa è avvenuta, interpella l’intero corpo ecclesiale, richiamando alla responsabilità comune della custodia vicendevole nella carità, nella fraternità e nell’orazione”: nei giorni scorsi il segretario del dicastero del Clero, mons. Andrès Gabriel Ferrada Moreira, ha inviato un messaggio di condoglianze al vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla, per don Matteo Balzano, morto suicida.

Nell’omelia funebre il vescovo di Novara si è interrogato sul suicidio del sacerdote: “Cerchiamo una risposta nelle Letture che il rito ambrosiano propone, facendo rivivere la Passione del Signore. Nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato Gesù dice ai discepoli di seguire un ‘uomo con la brocca’, per trovare la stanza dove consumeranno l’ultima cena. Il luogo dove vivranno la Pasqua”.

Però occorre interrogarsi su come vivere la Pasqua: “Ecco, vivere la Pasqua del Signore è il senso profondo del ministero del prete. Pasqua significa ‘passaggio’. Nei momenti più bui e difficili che sperimentiamo, ricordiamoci che questo ‘passaggio’ lo viviamo sempre accanto al Signore. Per farlo dobbiamo imparare a non nasconderci di fronte alle nostre paure e fatiche. Dobbiamo imparare ad ascoltarci. Ed a trovare, nei nostri rapporti fraterni, linguaggi e parole di accoglienza e comunione”.

Ed ha raccontato anche la reazione dei giovani davanti a questa morte: “Domenica scorsa ho incontrato il gruppo di ragazze e ragazzi dell’oratorio di Cannobio, affranti dal dolore. Anche le parole che mi hanno rivolto echeggiavano in qualche modo le parole di Gesù in croce: ‘Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ Li incontrerò ancora per parlare con loro. Ma intanto ho chiesto di scrivere quello che stanno vivendo, di raccontare il loro rapporto con don Matteo”.

Davanti alla domanda ‘Cosa dice a voi questo dramma?’, ecco la risposta di Alessia: “Caro don Matteo sei stato più del nostro ‘don’, più del nostro confessore e più della nostra guida. Sei stato un nostro amico sincero. Non dimenticheremo mai il tempo speso insieme, durante i gruppi in oratorio. Affrontando temi seri e importanti per le nostre vite. Ma anche quelli più leggeri. Il nostro rapporto con te non è finito. Si è solo trasformato. Perché sappiamo che tu sarai sempre con noi”.

Riprendendo la parola per continuare l’omelia mons. Brambilla ha rivolto un pensiero alla città: “Dice dell’importanza e dell’urgenza di rimettere al centro la cura dell’anima. Perché nelle nostre vite siamo troppo spesso distratti da altre priorità, da cose superficiali che ci distraggono da quelle importanti. L’affetto e il dolore per don Matteo, che così in tanti hanno manifestato in questi giorni e che oggi ci unisce, potrà forse indicarci la strada per rispondere a queste domande”.

Nel Quaderno 4152 di Civiltà Cattolica p. Giovanni Ciucci ha posto la riflessione sulla solitudine del sacerdote, che non può essere disgiunta dalla solitudine della famiglia, evidenziando alcune cause: “Tra esse emerge soprattutto il burnout, anche se gran parte di loro non ha usato questo termine e spesso neppure lo conosce; si rilevano piuttosto delle precise cause esterne (molteplicità degli impegni, complessità delle problematiche, la sensazione di essere dei «funzionari del sacro», che erogano servizi asettici a fedeli indifferenti).

Altri lamentano la scarsa cura della vita interiore e un conseguente vuoto affettivo, che porta a considerare il celibato come un peso. La formazione ricevuta è un’altra causa di burnout: si è insistito in modo esasperato sull’aiuto ad altri e sul dono di sé, a scapito della cura personale e del creare un clima di comunione e amicizia nel seminario e in seguito con i presbiteri”.

 Per questo il gesuita raccomanda l’accompagnamento spirituale: “Un altro aiuto da sempre raccomandato nella storia della Chiesa è l’accompagnamento spirituale, la rilettura della propria vita di fede compiuta con l’aiuto di una persona saggia e degna di fiducia. Nel momento della crisi questa figura è particolarmente preziosa: in tale occasione è infatti forte il rischio di identificare sé stessi e il ministero con il proprio problema, non riuscendo a notare altri aspetti, ugualmente presenti, che possono dare un peso differente e più realistico a quanto sta capitando.

Senza spiritualizzare il problema, ma anche senza caricarlo di significati più grandi che attingono alla propria storia personale. Rimane comunque indispensabile, alla luce di quanto detto sinora, che il tema della fragilità venga trattato in sede di formazione, e di formazione permanente, servendosi anche dell’apporto delle scienze umane, la cui importanza è stata più volte ribadita dal magistero, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II”.

(Foto: Diocesi di Novara)

XV Domenica  del Tempo Ordinario: chi è il prossimo d’amare?

Gesù annuncia la grande notizia: l’uomo è creato per la vita eterna. Un dottore della Legge chiede a Gesù: ‘Cosa fare per ereditare la vita eterna?’; qual’é il fine ultimo e la strada per realizzarlo? Gesù invita il dottore della legge a riflettere: tu hai la ragione e la coscienza; conosci la Sacra Scrittura, che è parola di Dio. Nella vita bisogna riflettere da uomo; il cristianesimo non si oppone alla coscienza ma la perfeziona e la completa perché la verità é una ed è sempre la stessa sia che la scopri con l‘intelligenza sia che la cogli con la rivelazione, che è parola di Dio.

Al dottore della Legge Gesù risponde con la Bibbia: “Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore; amerai il prossimo tuo come te stesso”. Amare Dio è chiaro e semplice; chi è il prossimo che bisogna anche amare? Per l’ebreo il prossimo era l’altro ebreo; da escludere certamente il samaritano, considerato come un falso ebreo, e un pagano, un adoratore degli dei falsi e bugiardi. Nella parabola Gesù evidenzia che il ‘prossimo’ è l’uomo che ha bisogno, prossimo non è tanto il parente o il connazionale ma ogni uomo che è nel bisogno.

Con la parabola del ‘buon samaritano’ Gesù scardina la vecchia mentalità ed evidenzia la vera logica della carità, che non è un concetto astratto ma un impegno concreto. Prossimo è chiunque si trova nel bisogno; Gesù risponde allora con un breve racconto dove protagonista è un ‘samaritano’. I Giudei disprezzavano i samaritani considerandoli estranei al popolo di Dio anche se abitavano nella Palestina. Nella parabola un uomo va da Gerusalemme a Gerico, s’imbatte in ladri che lo derubano, lo feriscono e lo lasciano sanguinante a terra.

Sulla stessa strada passano un sacerdote e un levita, che passano, guardano e vanno subito via: i due religiosi della parabola giustificano la loro indifferenza davanti a chi soffre con la ubbidienza alla legge: il Religioso sempre a contatto con il sacro non può permettersi di imbrattarsi le mani di sangue. Passa invece  un Samaritano: si fa avanti, si fa carico dello sconosciuto, lava le ferite, lo trasporta in ospedale e si fa carico anche delle spese. Gesù propone come modello il samaritano, colui che ufficialmente era ritenuto dagli ebrei ‘uomo senza fede’.

Gesù chiede al dottore della legge: ‘Chi è stato prossimo a quel povero uomo?’; certamente non i due religiosi ma chi ha avuto compassione, cioè il samaritano.  Gesù passa così dalla legge antica al Vangelo; la parabola mira a trasformare così la vecchia mentalità nella logica di Cristo Gesù: la logica dell’amore. Rendere il vero culto a Dio significa servire i fratelli con amore sincero e profondo. Amare è dare e non ricevere: essere disposti anche a spendere il proprio  io e a ‘spandersi’ per gli altri in nome di Dio.

II buon samaritano è immagine di Dio che nella persona del suo Figlio Gesù si piega sulla natura umana stanca e ferita dal peccato e ci insegna: ‘Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? non fanno così anche i pagani?’; se siete veri figli di Dio, imitate Dio che fa sorgere il sole per i buoni e i cattivi; imitate Gesù che muore in croce per tutti. Bisogna farsi vicino al prossimo ‘a fatti’ e non ‘a parole’.

La carità è vera quando è concreta; si concretizza con rapporti cordiali di concretezza e solidarietà. L’amore vero supera l’io , il soggetto , e si apre nell’interesse e alle necessità dell’altro. Andare verso il prossimo significa promuovere una carità di condivisione ed equa spartizione dei beni. La Madonna, madre misericordiosa, ci aiuti a riscoprirci veri fratelli e amici di Cristo Gesù con una carità viva, incisiva e concreta.

26 Giugno: Giornata Mondiale contro le Droghe

In occasione della Giornata Mondiale contro le Droghe, sentiamo il bisogno di fermarci. Di rallentare per un momento, respirare, e provare a guardare la realtà con uno sguardo nuovo. Uno sguardo più umano. Siamo abituati a parlare dei giovani elencando ciò che non funziona: dipendenze, comportamenti a rischio, numeri che spaventano.

Ma ci chiediamo mai davvero cosa cercano? Cosa li muove? Cosa – o chi – manca nella loro vita? Quando un giovane si rifugia in una sostanza, in un gesto estremo, raramente è un capriccio. Spesso è un grido. Un bisogno di essere visto, ascoltato, accolto. È un modo – forse l’unico che conosce – per dire che qualcosa fa male. E che, da solo, non ce la fa più. Viviamo un tempo complesso, che non risparmia nessuno, ma che pesa in modo particolare su chi è giovane.

Si cresce in fretta – troppo in fretta – in un mondo che cambia continuamente: il digitale amplifica emozioni e solitudini, la pandemia ha lasciato ferite profonde, la crisi climatica genera paure, il lavoro promette poco e spesso toglie molto.

Ma chi c’è davvero per questi ragazzi? Trovano adulti capaci di ascoltare senza giudicare, di esserci senza invadere? Oppure solo regole, distanze, silenzi? È tempo di cambiare sguardo. Vogliamo essere custodi di regole o testimoni di speranza? Vogliamo parlare dei giovani come un problema o con i giovani, come parte di un progetto comune? Nelle comunità che accolgono ragazzi con dipendenze, incontriamo adolescenti sempre più giovani – a volte di appena 12 o 13 anni – segnati da traumi, solitudini, assenze.

Eppure, quando trovano un adulto autentico, capace di guardarli senza pregiudizi e accompagnarli con rispetto, qualcosa cambia: restano, si fidano, ripartono. Perché la differenza non la fa la tecnica. La fa la relazione. Non è più tempo di aspettare che siano loro a bussare ai nostri servizi: dobbiamo essere noi ad andare verso di loro, nei luoghi in cui vivono, anche quelli più difficili.

Servono servizi che accolgano, non solo che curino. Spazi di esistenza, non solo di assistenza. Luoghi flessibili, dove la relazione venga prima della prestazione. Serve un nuovo patto educativo: autentico, coraggioso, condiviso. Abbiamo bisogno di una società che non lasci soli i propri giovani, che sappia entrare nei loro spazi – fisici e digitali – con umiltà e fiducia.

Una rete educativa che investa in cultura, sport, arte, bellezza. Perché sì, la bellezza salva. I ragazzi hanno bisogno di luoghi in cui potersi esprimere, sbagliare senza perdersi, sentirsi accolti senza dover dimostrare nulla. Un giovane ascoltato oggi sarà un adulto capace di costruire domani. Per questo serve un’alleanza vera: tra adulti, giovani, famiglie, scuole, istituzioni. Perché nessuno cresce da solo. Il nostro compito è esserci. Con una presenza concreta, quotidiana, che dica con amore: ogni giovane può fiorire, nonostante tutto.

L’amicizia ha tutti i colori del mondo

In ‘Il colore dell’amicizia’, film del 2000 diretto da Kevin Hooks, Piper Dellum, un’adoloscente afro-americana che vive in America, nel 1979 chiede ai suoi genitori di ospitare una studentessa africana  per uno scambio culturale. Suo padre, un membro del Congresso che si batte contro l’apartheid, acconsente e a loro viene assegnata Mahree Bok.

Appena giunta in America, Mahree conosce la famiglia ospitante e sia lei che i Dellum rimangono molto sorpresi: lei non si aspettava che si trattasse di una famiglia afro-americana e loro non si aspettavano che arrivasse una sudafricana bianca.

Mahree è molto confusa e non sa cosa fare. Preconcetti e giudizi affrettati minacciano di rovinare lo scambio prima ancora che incominci. A Mahree infatti è stato insegnato a considerare i neri nel suo paese come inferiori, mentre i Dellum hanno finito per vedere tutti i bianchi sud-africani come oppressori. All’inizio le due si parlano a malapena ma poi, dopo una giornata trascorsa insieme, diventano amiche. Passano le settimane e Piper e Mahree diventano inseparabili.

Tuttavia, un giorno, alcuni uomini bianchi dell’ambasciata sudafricana portano via Mahree dalla casa dei Dellum. La povera ragazza resta sconcertata perché non capisce le ragioni di quest’allontanamento e del forzato rimpatrio. Nonostante chieda ripetutamente delle delucidazioni, nessuno le dà una spiegazione valida. Riceve invece l’ordine di prenotare telefonicamente un volo per il Sudafrica e di partire il prima possibile.

Mentre Mahree si trova all’ambasciata, comincia a seguire un notiziario che parla del suicidio dell’attivista sudafricano di colore Stephen Biko, considerato un criminale dal governo sudafricano.  Nel frattempo, a casa dei Dellum, Piper è molto triste per via della partenza della sua amica e decide di chiamare suo padre per fermarla e farla tornare da loro. Il senatore riesce a far proseguire lo scambio.

Appena tornata dai Delium, Mahree va subito da Piper e le racconta tutto, compreso il notiziario che aveva visto, aggiungendo il dettaglio che Biko era un criminale. Questa informazione le era stata fornita dal padre, molto soddisfatto di averlo arrestato. Piper però ribatte che, in realtà, l’uomo lottava per i diritti della popolazione di colore in modo non-violento. La verità era che la polizia sudafricana lo aveva picchiato a sangue, dichiarando poi che Biko si era suicidato. Fra le due ragazze scoppia un litigio, calmato dall’intervento del senatore Dellum.

Dopo il semestre a casa dei Dellum, Mahree capisce quali sono i diritti dei sudafricani neri. E’ ancora più convinta che la sua migliore amica sudafricana sia Flora, la loro domestica di colore, che aveva nascosto la bandiera dei ribelli trovata dal fratellino di Mahree in modo da non farlo sgridare dai genitori. Così, appena tornata a casa, Mahree le mostra quella stessa bandiera cucita dentro la sua giacca e poi libera l’uccellino che suo fratello aveva catturato e messo in gabbia, perché capisce che la libertà è un diritto importante e deve essere concesso a tutti gli esseri viventi.

Analizzando la trama, si possono riscontrare alcuni temi fondamentali sparsi lungo tutta la storia e ben riassunti nel finale. Essi sono: l’uguaglianza al di là della diversità, l’ascolto aperto alla fiducia, il credo religioso, la libertà, le paure e i pregiudizi.

Flora spiega a Mahree e a suo fratello che gli uccelli tessitori, come quello che lui ha catturato, creano tanti nidi e vivono in comunità senza curarsi dei diversi colori delle loro piume, tra cui anche il nero. Inizialmente, Mahree non comprende la conclusione del discorso, ovvero sarebbe bello che anche gli umani si comportassero così. Grazie allo scambio, scoprirà la verità e sarà proprio lei a raccontarla al senatore.

Durante la permanenza negli Stati Uniti, Mahree accetta di confrontarsi con idee diverse dalle sue, leggendo libri proibiti in Sudafrica in quanto denunciavano i maltrattamenti subiti dai neri e dialogando su questi argomenti con il senatore. Lui ha punti di vista differenti dai suoi, ma riesce a colmare le lacune lasciate dai genitori di lei nella loro versione dei fatti, non sempre corretta.

Durante la festa che la comunità nera del luogo dà in onore del Sudafrica prima della partenza di Mahree alla conclusione dello scambio, il senatore riprende un discorso di Lincoln, nel quale egli auspicava che nel futuro ci fosse la possibilità per ognuno di credere “nel Dio che si è scelto”. Si tratta di un aspetto della libertà individuale, che nel film è strettamente collegata con quello dell’uguaglianza.

Sempre durante quella festa si fa riferimento anche alla libertà dalla paura. Il film mette in luce come molto spesso i timori siano generati dai pregiudizi. E’ bello vedere come la storia riesca a rappresentare i preconcetti di entrambe le parti in causa. Sottolinea efficacemente le lacune che tutti i personaggi hanno a causa delle idee scorrette che si sono fatti col tempo.. Nonostante questo, riescono a superare le paure e le diffidenze, scoprendo le verità che erano state loro nascoste.

In conclusione, qual è il colore dell’amicizia? Tutti i colori del mondo.

(Foto: Disney Plus)

6^ domenica di Pasqua: in ascolto dello Spirito Santo

Alla vigilia della sua passione e morte Gesù assicura ai suoi la sua presenza nella storia della Chiesa. Sembra una mamma che alla vigilia della sua partenza tranquillizza i figli con amore materno. Il brano del vangelo evidenzia tre momenti: una raccomandazione, un dono e un incoraggiamento materno. A) Un monito o raccomandazione: il segno del vostro vero amore per me  si manifesta osservando la mia parola, che è parola del Padre mio; così non sarete mai soli. B) Un dono: Gesù promette ai suoi il dono dello Spirito Santo; questi vi insegnerà a comprendere pienamente il Vangelo, quanto Gesù ha insegnato, a rendere vivo ed operante il Vangelo attraverso la testimonianza.

Lo Spirito Santo non vi lascerà mai soli, da Lui sarete fortificati ed aiutati a comprendere tutti gli insegnamenti di Gesù. Il segno chiaro della sua presenza sarà ‘la pace interiore’; la pace di Cristo Gesù non è quella che si conquista con le armi o con i soldi, ma la pace vera che proviene dalla vittoria sul peccato, sull’egoismo ed aiuta ad amarci come fratelli. La Pentecoste o la discesa dello Spirito Santo segna la continuazione  della pasqua cristiana: Gesù si sottrae dai suoi fisicamente per rimanere con essi spiritualmente; così essi dovranno sentirsi sempre responsabili personalmente e in prima persona, sempre fermamente sicuri di non essere soli o abbandonati.

Il dono dello Spirito deve essere accolto con gioia perché ci rassicura; accogliere questo dono è evidenziare il nostro amore e gratitudine verso Gesù che afferma: ‘Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà’. Nella parabola del Buon pastore Gesù aggiunge: ‘Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco, esse mi seguono’.

La parola di Cristo Gesù è una sola: ‘Amare come Cristo ci ha amato’. Ciò che importa al cristiano è la carità, che ha come motore lo Spirito Santo e ci permette di scoprire che tutti costituiamo la famiglia salvata da Cristo Gesù  e destinata alla vita eterna. 

Per il vero cristiano non ci sono buoni e cattivi ma fratelli e sorelle con le loro debolezze e fragilità per le quali Gesù dirà a Pietro: ‘Li perdonerai settanta volte sette se sbagliano e sono pentiti’. Quando Gesù dice: ‘Se uno mi ama…’ con queste parole non impone nulla, rispetta la libertà di ciascuno, chiede ed invita solo ad aprire la porta del cuore ed instaurare con lui un rapporto di amore. Dio è là dove  l’amore  non rimane un semplice sentimento vago ma una realtà concreta che permea tutta l’esistenza dell’individuo.

Dio ci ama, l’uomo è l’unico essere per il quale il Figlio di Dio non disdegnò di assumere la natura umana per aprire all’uomo le porte del regno dei Cieli. Dio oggi ci chiede di instaurare con Lui un rapporto di amore così come Egli ci ama. Per questo motivo Gesù istituisce l’Eucaristia: ‘Prendete e mangiate, questo è il mio corpo’: Gesù si fa compagno del nostro viaggio; chi ama non è mai solo: Gesù è sempre accanto a te perché ti conosce, ti pensa e ti ama. 

Da qui il terzo momento: C) L’incoraggiamento di Gesù: ‘Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore’. Lo Spirito Santo infatti è dono ma è anche gioia vera. La gioia è qualcosa di divino: non è il piacere, che è solo terreno, effimero ed epidermico; la gioia che Dio conferisce non conosce tramonto, non teme intrighi ed angherie, ma è gioia vera e sicura.

Nella vita potrai incontrare ricchi disperati, sposi tristi, giovani nauseati della vita che ricorrono al suicidio, ma non troverai mai un santo, un amico di Dio triste o disperato. Amico, invoca Maria, madre della Chiesa e nostra, causa della nostra gioia, e lei ti condurrà a Cristo Gesù, frutto benedetto del suo seno.

Il monito di papa Francesco a coloro che comunicano, alla società e alla Chiesa di avvalersi di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare

Il saggio di Biagio Maimone intitolato ‘La Comunicazione Creativa per lo Sviluppo Socio-Umanitario’, edito dalla Casa Editrice Tracceperlameta, ha ricevuto lo scorso anno la Benedizione Apostolica di Sua Santità Papa Francesco e l’apprezzamento del Segretario di Stato della Santa Sede, Cardinale Pietro Parolin, del Presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura, Cardinale Gianfranco Ravasi,  e dell’Imam Nader Akkad della Grande Moschea di Roma.

Il libro è stato presentato nell’Istituto Italiano di Cultura di New York, e , in Italia, nella Camera dei Deputati e nel Senato. Citiamo le parole di Sua Santità Papa Francesco, contenute nella pergamena, in cui è impartita la Benedizione Apostolica: “Sua Santità assicura un ricordo nella preghiera e, mentre auspica che la società, così come la Chiesa, si avvalgano di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità, invoca l’intercessione della Santa Vergine Maria e di cuore imparte la Benedizione Apostolica, con l’augurio di ogni bene nel Signore”.

Comunicare per Papa Francesco significava avere l’umiltà di ascoltare e porre la parresia come principio-guida del parlare. Dire la verità, dunque, fonda il senso della comunicazione per Papa Francesco, a cui è imprescindibile  uniformarsi per essere valore indiscutibile. Il saggio di Biagio Maimone, definito il “giornalista dei poveri”, propone la necessità di un nuovo modello comunicativo che ponga al centro la relazione umana ed, ancor più, l’emancipazione morale della società odierna.

Sulla scorta della constatazione delle innumerevoli comunicazioni distorte,  veicolate dai media e da molti mezzi di comunicazione, compresi i social ed alcuni contesti del mondo politico,  foriere di sottocultura, che non può essere consentita in quanto impoverisce la società civile deteriorando le relazioni umane, Biagio Maimone ritiene che non sia più rimandabile la necessità di far vivere un linguaggio scevro da menzogne, da offese e dal turpiloquio.

La violenza, il cyberbullismo e l’incitazione all’odio non devono essere avvolti dal silenzio, ma combattuti da un sano impegno che disciplini l’uso della parola in modo che essa non divenga strumento di violenza facendo degenerare l’intera società verso l’involuzione morale. Nell’ambito della vita politica,  ultimamente, si fa strada sempre più l’uso di toni molto violenti ed anche l’utilizzo dell’insulto per esprimere il proprio dissenso. Ciò avviene anche nell’ambito della politica internazionale.

Si evidenzia come la modalità  aggressiva sia considerata da parte di molti esponenti del mondo politico quella più appropriata per esporre il proprio punto di vista. Ma è certo anche che si vuole far vivere unicamente una forma di  comunicazione che veicoli aggressività per creare paura del potere, ingenerando un processo comunicativo tipico del politicamente scorretto.

“Nel mio libro invito a riscoprire il  linguaggio sorretto dalla parola gentile, che è  il modo più evoluto di comunicare il proprio pensiero affinché si instauri un processo di confronto e di dialogo, che apra le porte all’inclusione e non all’esclusione, che ha lo scopo di  riscattare la necessità di far vivere la molteplicità delle idee,  per evitare che si affermi il  pensiero unico.

La classe politica dovrebbe dirigersi verso una nuova modalità di comunicare più orientata a fare in modo che il linguaggio sia sorretto dalla riflessione profonda, tale in quanto genera contenuti e non insulti, al fine di coinvolgere i cittadini e stimolare il loro il bisogno di  partecipazione alla vita sociale, politica ed economica, da cui sembrano volersi allontanare sempre più, sconvolti dalla rozzezza dei modi di chi si occupa della cosa pubblica, che lancia frecce avvelenate verso chi è ritenuto avversario.

Pensare, riflettere, approfondire, leggere in profondità è una necessità non più rimandabile, che viene offuscata da chi non ha contenuti capaci di interpretare i bisogni umani, a cui occorre fornire risposte adeguate, ed utilizza l’inganno della parola violenta, sorretta dalla menzogna, per rivolgersi a chi, invece, è tenuto a donare  solo verità e impegno per realizzare lo sviluppo socio-umanitario” ha affermato l’autore Biagio Maimone . “La Comunicazione diventa futuro” è lo slogan che identifica l’impegno di Biagio Maimone.

Egli ritiene, infatti, che il futuro per essere finalizzato al progresso umano debba far propria una nuova modalità di comunicare che veicoli la pedagogia della vita, della pace, della fratellanza umana, della parola vitale che educa le coscienze dei singoli affinché essi si dirigano sulla strada della vera emancipazione umana, oltre l’impoverimento morale ed anche materiale.

Egli, pertanto, pone in risalto l’importanza della cultura umana da riversare nel contesto della comunicazione ampiamente intesa,  affinché si pongano le fondamenta di un nuova e migliorativa modalità di trasmettere informazioni affinché esse possano arricchire , sempre più, l’universo interiore di coloro che le recepiscono, alimentandolo con verità e valori morali e spirituali, senza i quali l’essere umano viene deprivato di quei contenuti che ne fanno un soggetto pensante capace di costruire un mondo accogliente in cui viva la legalità, la fratellanza umana e quella bellezza che sgorga dall’animo di chi si è nutrito di cultura umana, unica cultura che consente il miglioramento delle relazioni umane e lo sviluppo socio-umanitario.

Per Biagio Maimone occorre superare  gli stereotipi che sorreggono la comunicazione, sia quella giornalistica, sia quella di ogni altro media, nonché quella istituzionale e politica , necessariamente legata ai vari ambiti della vita umana e sociale, al fine di creare un nuovo modello comunicativo che prenda le mosse dai suoni, dai colori e dalle voci legati al sentimento, scaturenti dall’interiorità e dalla spiritualità umana.

Dare voce agli infiniti linguaggi depositati nell’intimo di ognuno egli ritiene debba essere l’intento del nuovo comunicatore, animato dalla finalità primaria di educare all’apprendimento di un linguaggio che fondi le sue radici nei valori insiti nell’animo umano. Il linguaggio dovrà divenire, pertanto, vettore di valori e non di offese ed insulti, come sovente si verifica.

Partendo dal linguaggio, ripulito dal desiderio di ferire e ridimensionare l’altro, si potrà anche ricreare la relazione umana, rendendola scevra da conflitti lesivi della dignità dell’interlocutore per orientarla all’ascolto autentico, che è creativo di benefici reciproci.

Biagio Maimone definisce tale processo comunicativo “Comunicazione creativa della dimensione socio-umanitaria”, che potrà essere utilizzato dagli operatori degli Uffici Stampa, dai giornalisti e da chiunque si prefigga l’obiettivo di  rendere la comunicazione una professione di elevato valore morale e sociale.

Altisonante ed indicativa di un preciso  impegno concreto è la sua affermazione: “La Bellezza – non vi è dubbio – tornerà ad essere il volto magnifico della vita. La forza prorompente della Bellezza, che la Parola ha il dovere di trasmettere, sconfigge ogni male!

È scritto nel Vangelo, è scritto nel cuore degli uomini di Buona Volontà ed è scritto nelle trame vitali dell’esistenza, che nessuno potrà mai distruggere perché esse appartengono alla Vita e la Vita è la ragione stessa dell’esistere umano”. Partendo da tali principi, riportati nel quarto di copertina del suo libro, Biagio Maimone si accinge a divulgare i contenuti della nuova corrente filosofica a cui egli ha voluto dar vita, denominata “Comunicazione socio-umanitaria”.

Il messaggio del libro è universale,  finalizzato all’affermazione di una nuova cultura della comunicazione, tale in quanto tesa a rivedere l’uso del linguaggio e, più precisamente, della parola, alla luce delle nuove sfide dell’epoca contemporanea, permeata da nuove esigenze e, tra queste, l’esigenza di riconsegnare alla persona la sua centralità nel contesto della vita umana, che appare essere percorsa da continue frammentazioni. Rilievo centrale riveste il tema della comunicazione che trasmette l’importanza della solidarietà, presupposto ineludibile da cui prendere le mosse per dirigersi verso lo sviluppo socio-umanitario.

Biagio Maimone, in veste di Direttore della Comunicazione dell’Associazione “Bambino Gesù del Cairo”, fondata da Monsignor Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di Papa Francesco, ha richiamato, mediante il giornalismo, alla necessità di far vivere il dialogo interreligioso e il dialogo interculturale, la pace e la solidarietà, attraverso le iniziative dell’Associazione, che si qualifica nei termini di attività di comunicazione giornalistica a favore dei bambini poveri ed ammalati dell’Egitto. L’Associazione è stata fondata in seguito alla sottoscrizione del Documento sulla “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune” da parte di  Sua Santità Papa Francesco e da parte del Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, in data 4 febbraio 2019..

Il suddetto Documento ha dato vita a numerosi frutti, tra i quali la  realizzazione della Casa della Famiglia Abramitica, edificata nella città di Abu Dhabi, che è uno tra i progetti più rilevanti in quanto pone le basi del dialogo interreligioso creando uno spazio fisico, un territorio comune su cui sono stati edificati tre luoghi di culto diversi (una Chiesa, una Sinagoga e una Moschea), posti l’uno accanto all’altro, in ciascuno dei quali si praticano religioni diverse, le quali si interfacciano reciprocamente per dialogare su ogni tema della vita religiosa ed umana.

Gli altri progetti seguiti dal giornalista Maimone sono stati l’Orfanotrofio ‘Oasi della Pietà’, che è stato inaugurato il 5 maggio 2024 nella città Il Cairo, le Cliniche Mobili itineranti, l’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù del Cairo”, che è il primo Ospedale del Papa fuori dall’Italia, la “Scuola della Fratellanza Umana” per le persone portatrici  di disabilità, la “Catena dei Ristoranti della Fraternità Umana”, denominata  ‘Fratello’, che offre pasti gratuiti alle famiglie bisognose egiziane.

“Nel mio testo, si rimarca che la parola è vita in quanto deve generare la vita nelle sue espressioni più nobili e spirituali, perchè essa penetri nelle coscienze individuali e collettive e, se è sorretta dalla violenza e dalla menzogna, crea una coscienza umana che è guidata da disvalori che impoveriscono i singoli individui e, conseguentemente, l’intera collettività ed il contesto sociale” ha dichiarato Maimone, il quale ha aggiunto: “Umanizzare il linguaggio affinché sia veicolo della ‘Pedagogia della Vita’ definisce il significato autentico del mio impegno giornalistico, che sono certo possa essere condiviso da chi fa della comunicazione lo strumento mediante cui giungere al mondo interiore di chi ascolta, al fine di arricchirlo e non impoverirlo attraverso un uso distorto e, pertanto, nocivo del linguaggio”.

Papa Leone XIV invita ad ascoltare la Parola di Dio

“E’ sempre più preoccupante e dolorosa la situazione nella Striscia di Gaza. Rinnovo il mio appello accorato a consentire l’ingresso di dignitosi aiuti umanitari e a porre fine alle ostilità, il cui prezzo straziante è pagato dai bambini, dagli anziani, dalle persone malate”: al termine della sua prima udienza generale papa Leone XIV ha lanciato un appello per la situazione che sta vivendo la popolazione di Gaza, territorio divenuto ormai da un anno e mezzo sinonimo di morte, violenza, distruzione, fame, enclave attualmente assediata e devastata dai ‘Carri di Gedeone’, la massiccia operazione militare israeliana in corso.

Mentre nella prima udienza generale in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha proseguito il ciclo giubilare iniziato da papa Francesco su ‘Gesù Cristo Nostra Speranza’, sviluppando la catechesi sulla parabola del seminatore: “Continuiamo oggi a meditare sulle parabole di Gesù, che ci aiutano a ritrovare la speranza, perché ci mostrano come Dio opera nella storia. Oggi vorrei fermarmi su una parabola un po’ particolare, perché si tratta di una specie di introduzione a tutte le parabole. Mi riferisco a quella del seminatore. In un certo senso, in questo racconto possiamo riconoscere il modo di comunicare di Gesù, che ha tanto da insegnarci per l’annuncio del Vangelo oggi”.

Quindi ha spiegato che la parabola è una ‘piccola’ storia’ presa dalla realtà: “Ogni parabola racconta una storia che è presa dalla vita di tutti i giorni, eppure vuole dirci qualcosa in più, ci rimanda a un significato più profondo. La parabola fa nascere in noi delle domande, ci invita a non fermarci all’apparenza. Davanti alla storia che viene raccontata o all’immagine che mi viene consegnata, posso chiedermi: dove sono io in questa storia? Cosa dice questa immagine alla mia vita? Il termine parabola viene infatti dal verbo greco paraballein, che vuol dire gettare innanzi. La parabola mi getta davanti una parola che mi provoca e mi spinge a interrogarmi”.

Infatti questa parabola introduce alla dinamica dell’opera della Parola di Dio nella vita personale: “La parabola del seminatore parla proprio della dinamica della parola di Dio e degli effetti che essa produce. Infatti, ogni parola del Vangelo è come un seme che viene gettato nel terreno della nostra vita. Molte volte Gesù utilizza l’immagine del seme, con diversi significati. Nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo, la parabola del seminatore introduce una serie di altre piccole parabole, alcune delle quali parlano proprio di ciò che avviene nel terreno: il grano e la zizzania, il granellino di senape, il tesoro nascosto nel campo. Cos’è dunque questo terreno? E’ il nostro cuore, ma è anche il mondo, la comunità, la Chiesa. La parola di Dio, infatti, feconda e provoca ogni realtà”.

Papa Leone XIV ha, perciò, invitato ad ascoltare la Parola di Dio: “All’inizio, vediamo Gesù che esce di casa e intorno a Lui si raduna una grande folla. La sua parola affascina e incuriosisce. Tra la gente ci sono ovviamente tante situazioni differenti. La parola di Gesù è per tutti, ma opera in ciascuno in modo diverso. Questo contesto ci permette di capire meglio il senso della parabola. Un seminatore, alquanto originale, esce a seminare, ma non si preoccupa di dove cade il seme. Getta i semi anche là dove è improbabile che portino frutto: sulla strada, tra i sassi, in mezzo ai rovi. Questo atteggiamento stupisce chi ascolta e induce a domandarsi: come mai?”

Quindi la Parola che Dio offre a tutti senza nessun calcolo di ‘guadagno’: “Noi siamo abituati a calcolare le cose (e a volte è necessario), ma questo non vale nell’amore! Il modo in cui questo seminatore ‘sprecone’ getta il seme è un’immagine del modo in cui Dio ci ama. E’ vero infatti che il destino del seme dipende anche dal modo in cui il terreno lo accoglie e dalla situazione in cui si trova, ma anzitutto in questa parabola Gesù ci dice che Dio getta il seme della sua parola su ogni tipo di terreno, cioè in qualunque nostra situazione: a volte siamo più superficiali e distratti, a volte ci lasciamo prendere dall’entusiasmo, a volte siamo oppressi dalle preoccupazioni della vita, ma ci sono anche i momenti in cui siamo disponibili e accoglienti”.

In questo modo Dio mostra la propria misericordia: “Dio è fiducioso e spera che prima o poi il seme fiorisca. Egli ci ama così: non aspetta che diventiamo il terreno migliore, ci dona sempre generosamente la sua parola. Forse proprio vedendo che Lui si fida di noi, nascerà in noi il desiderio di essere un terreno migliore. Questa è la speranza, fondata sulla roccia della generosità e della misericordia di Dio”.
Dio ha offerto Gesù come Parola, che muore per donare vita: “Raccontando il modo in cui il seme porta frutto, Gesù sta parlando anche della sua vita. Gesù è la Parola, è il Seme. E il seme, per portare frutto, deve morire. Allora, questa parabola ci dice che Dio è pronto a ‘sprecare’ per noi e che Gesù è disposto a morire per trasformare la nostra vita”.

Papa Leone XIV, quindi, ha offerto l’immagine di un dipinto del pittore fiammingo Van Gogh, che offre speranza: “Ho in mente quel bellissimo dipinto di Van Gogh: ‘Il seminatore al tramonto’. Quell’immagine del seminatore sotto il sole cocente mi parla anche della fatica del contadino. E mi colpisce che, alle spalle del seminatore, Van Gogh ha rappresentato il grano già maturo. Mi sembra proprio un’immagine di speranza: in un modo o nell’altro, il seme ha portato frutto.

Non sappiamo bene come, ma è così. Al centro della scena, però, non c’è il seminatore, che sta di lato, ma tutto il dipinto è dominato dall’immagine del sole, forse per ricordarci che è Dio a muovere la storia, anche se talvolta ci sembra assente o distante. E’ il sole che scalda le zolle della terra e fa maturare il seme”.

Ed ha concluso la prima udienza con l’invito a meditare i frutti che la Parola di Dio offre a ciascuno: “Cari fratelli e sorelle, in quale situazione della vita oggi la parola di Dio ci sta raggiungendo? Chiediamo al Signore la grazia di accogliere sempre questo seme che è la sua parola. E se ci accorgessimo di non essere un terreno fecondo, non scoraggiamoci, ma chiediamo a Lui di lavorarci ancora per farci diventare un terreno migliore”.
(Foto: Santa Sede)

151.11.48.50