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Papa Leone XIV chiede accompagnamento nella fede

“Ringrazio Sua Eccellenza mons. Laurent Ulrich, Arcivescovo di Parigi, che ha richiamato l’importanza storica e spirituale del luogo in cui ci troviamo, ricordando anche Frate Lorenzo della Risurrezione, che ha segnato molto il mio percorso di fede con la sua mistica del quotidiano. Ma soprattutto esprimo la mia gratitudine per l’Instrumentum Laboris che mi avete consegnato, espressione di un cammino ecclesiale in cui è stato coinvolto il Popolo di Dio, in uno stile di ascolto reciproco e di sinodalità. Oggi ci accoglie l’Institut Catholique de Paris, un’istituzione situata al crocevia tra scienza e fede, che da secoli contribuisce a formare le menti e i cuori al servizio del Vangelo”: questa mattina papa Francesco ha incontrato i membri dell’Assemblea sinodale provinciale, i Catecumeni e i Neofiti di Francia, esprimendo gioia per quante persone adulte chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana.

Da qui lo stupore per queste conversioni, evitando il pessimismo: “Come voi e insieme a voi sono stupito dal numero di persone che si riaffacciano sulle soglie della fede e da quanti adulti chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Può sembrare paradossale che questo fenomeno, per cui così tante persone riscoprono il Vangelo e abbracciano la fede, si collochi nel contesto di una società come quella francese, segnata da una cultura fortemente secolarizzata. La vostra esperienza e la vostra testimonianza, cari catecumeni e neofiti, sono il segno tangibile dell’opera della grazia di Dio, che va oltre le analisi statistiche e sociologiche. Questo fenomeno, che contraddice ogni atteggiamento disfattista e quello che papa Francesco chiamava ‘pessimismo sterile’, deve essere accolto con spirito di responsabilità”.

Uno stupore che impegna ancor di più nell’annuncio: “Siamo infatti chiamati a rivolgerci ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, riscoprendo lo stile proprio di Dio, fatto di vicinanza, compassione e tenerezza. Con tenerezza pastorale e carità fraterna, dobbiamo riconoscere, accogliere e custodire la piccola fiamma che lo Spirito Santo ha acceso nell’oscurità della notte, il piccolo seme che aspira a crescere anche in mezzo ai rovi.

Lo stupore di fronte a ciò che sta accadendo a tanti nostri fratelli e sorelle non deve chiuderci in una beata ingenuità; al contrario, dobbiamo impegnarci, cercare, porci delle domande e intraprendere azioni pastorali concrete. Questo è lo Spirito che anima la vostra Assemblea sinodale e, più in generale, il cammino della Chiesa in Francia: meravigliati dall’opera imprevedibile di Dio, che cosa dobbiamo fare e dove ci sospinge lo Spirito per accompagnare i catecumeni, i neofiti, i ‘ricomincianti’?”

Un annuncio che chiede accompagnamento nel percorso di fede: “L’iniziazione cristiana nel suo insieme è stata infatti al centro della sollecitudine dei Pastori sin dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Vi erano già allora numerose richieste e il fermento teologico e liturgico di quegli anni contribuì in larga misura al rinnovamento dei percorsi del catecumenato che si realizzò durante il Concilio Vaticano II.

Anche se oggi il contesto è diverso, voi potete riferirvi a questa tradizione pastorale ben radicata circa l’accompagnamento dei catecumeni. Non dimentichiamo, poi, che questa prassi già in atto è stata rinvigorita a partire dal 1996, anno in cui vedono la luce la Lettera ai cattolici di Francia e, al contempo, l’ultima edizione francese del Rito di Iniziazione Cristiana degli Adulti”.

Un accompagnamento che significa prendersi cura, come raccontato nelle testimonianze: “Cari fratelli e sorelle, essere ‘in stato di iniziazione’ significa accogliere i nuovi cercatori di Dio scoprendovi un’opportunità e una missione: l’opportunità sta nel fatto che, grazie a loro, anche la comunità dei credenti rinnovi il proprio cammino di fede e sperimenti in modo nuovo la gioia del Vangelo. La missione, a tal proposito, consiste nel prendersi cura di loro e nel fungere da guida, anche dopo che hanno ricevuto i Sacramenti.

Bisogna accogliere con gioia chi si presenta, partire dalla sua esperienza spirituale, rispettare la sua storia e favorire un annuncio essenziale del kerygma, anche attraverso le formule conosciute nel cammino personale o di comunità. Non dimentichiamo, però, che in molte di queste persone emerge poi la domanda che abbiamo ascoltato nella testimonianza di Marielle: come evitare il vuoto post-battesimale?”

Una cura che si realizza anche nell’approfondimento della fede: “Occorre, dunque, accompagnare e integrare pienamente queste persone nelle nostre comunità e nelle nostre assemblee oranti dopo il Battesimo, offrendo loro uno spazio familiare e una formazione il più possibile integrale, capace di abbracciare i diversi aspetti della vita cristiana e favorire l’unificazione fra la loro fede e la loro vita. I neofiti, infatti, hanno bisogno di approfondire le fondamenta della fede cristiana, di essere adeguatamente formati dal punto di vista biblico e teologico, di scoprire sempre più la ricchezza della dottrina e le diverse dimensioni dell’agire morale cristiano connesso alla professione di fede”.

Una cura che li introduca anche nella vita liturgica della fede: “Non da ultimo, essi hanno anche bisogno di essere iniziati e introdotti nella vita liturgica della Chiesa. Anche nelle testimonianze abbiamo ascoltato di come la celebrazione dei riti liturgici sia stata per alcuni una porta di ingresso al mistero stesso della fede. Si tratta di un ambito fondamentale della vita della Chiesa, che richiede un’attenzione pastorale radicata negli insegnamenti del Concilio Vaticano II”.

Quindi una liturgia che è l’essenza del cristianesimo: “La liturgia, in effetti, non può essere intesa come una realtà ‘successiva’ alla catechesi, nella quale applicare quanto è stato appreso lungo il percorso. Al contrario, essa manifesta e attualizza il Mistero della Pasqua di Cristo e, pertanto, è un evento capace di dischiudere il senso della Buona Notizia e la vita stessa di Dio. Con i suoi ritmi, i suoi linguaggi e i suoi riti, la liturgia è parte del cammino stesso di conversione e di preparazione ai Sacramenti”.

Per questo il papa ha sottolineato l’importanza della preparazione ‘umana’ di chi ‘accompagna’: “Come ci insegna l’antica tradizione della Chiesa, si tratta di preparare padrini e madrine, espressione della comunità, appositamente formati per iniziare i neofiti. Nel quadro di questa formazione, desidero raccomandare una conoscenza approfondita del Rito di Iniziazione Cristiana degli Adulti. Allo stesso tempo, è necessario che gli operatori pastorali siano formati (non solo sul piano biblico, teologico, liturgico e della vita spirituale, ma anche dal punto di vista delle qualità umane) per saper discernere e accompagnare coloro che hanno percorsi di vita più complessi e meno lineari”.

Da qui il papa ha chiesto vicinanza: “Lo abbiamo ascoltato poco fa: alcuni arrivano con una semplice sete spirituale, una ricerca di senso e un’attrazione nei confronti del Vangelo, mentre altri giungono segnati da esperienze dolorose, da situazioni di solitudine e difficoltà profonde. E’ qui che lo stile della vicinanza, della compassione e della tenerezza assume tutto il suo significato: occorre trovare un sapiente equilibrio per accoglierli, ascoltarli e, allo stesso tempo, incoraggiarli ad affrontare le impegnative sfide della fede.

Si tratta di un cammino in cui è necessario rispettare il ritmo dell’altro, procedendo con gradualità, attenzione e in un accompagnamento fraterno. Si tratta di assumere lo stile del ‘camminare insieme’. Sui sentieri della fede cristiana ci si arricchisce a vicenda, si cresce insieme: preti e laici, padrini, madrine e catecumeni, animatori pastorali e neofiti”.

Da qui l’invito ad essere missionari con un affidamento ai santi: “Guardando voi, cari catecumeni e neofiti, non vedo solo il frutto dello Spirito che vi ha messo in cammino, ma anche una promessa di fecondità per la Chiesa in Francia. A vostra volta, siate missionari del Vangelo in questa società!

Che i grandi testimoni di questa terra amata vi sostengano nel vostro percorso. Penso a santa Teresa di Gesù Bambino che, con la sua ‘piccola via’, ci insegna come la fiducia apra le porte della grazia; penso a san Martino di Tours, figura emblematica della condivisione e della carità fraterna. Insieme a tanti altri santi e sante provenienti da questa terra di Francia, essi ci ricordano che la missione si costruisce oggi, preservando innanzitutto la presenza del Signore nella vita quotidiana”.

Mentre di prima mattina aveva visitato il Centro di accompagnamento ed integrazione sociale ‘Maison Bakhita’, riconoscendo il ruolo delle donne: “Il nome del vostro Centro di accompagnamento e integrazione sociale, che fa riferimento a santa Bakhita, ci stimola a riconoscere il ruolo fondamentale delle donne nella costruzione di una civiltà dell’amore, alternativa alla cultura che disgrega le comunità e rende malate di solitudine le città”.

Per questo ha chiesto il rispetto per la dignità umana: “La storia della Chiesa e dell’umanità, a ben vedere, non è scritta da chi sembra vincere, imponendosi e occupando lo spazio, ma da chi ‘fa spazio’, avvia processi di pace, genera fiducia e incoraggia alla vita. Non si tratta di semplici sentimenti, ma di decisioni e investimenti controcorrente, di cui comprendiamo sempre meglio rilievo pubblico e la promessa di futuro. Santa Bakhita ci impegna a vedere chi non è visto, a riscattare chi oggi l’economia e la cultura rendono schiavo, a onorare la dignità infinita di ogni fratello e sorella, nei quali Gesù stesso bussa alla nostra porta”.

E’ un invito all’apertura all’altro: “Sorelle e fratelli, l’intuizione più importante che ispira il vostro impegno riguarda lo scambio di doni che in ogni incontro si rinnova. Nessuno è così povero da non avere qualcosa da dare; nessuno è così ricco da non avere qualcosa da ricevere. C’è vita in abbondanza dove il limite di ciascuno si apre alla misteriosa presenza degli altri, nei quali è l’Altro per eccellenza, il Dio della vita, a farsi vicino. Questo non nega la fatica che il peccato ha introdotto nella storia, ma ci aiuta a non restarne prigionieri. Noi annunciamo che la redenzione è possibile, è iniziata, è in corso e ci coinvolge, come membra vive del Corpo di Cristo”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad essere esperti delle novità di Dio

“Sono lieto di incontrarvi e di accompagnare anche così i primi passi dell’iniziativa dell’Ordine Agostiniano di promuovere un Centro Studi Internazionale che porta il mio nome. Ne sono particolarmente grato, a motivo dell’importanza dell’attitudine alla riflessione e al pensiero critico nella costruzione di una civiltà dell’amore, a servizio della quale la Dottrina Sociale della Chiesa ha molto da offrire”: nella Sala del Concistoro il papa ha ricevuto circa 50 membri del ‘Centro Studi Internazionale Papa Leone XIV’, ente di ricerca, formazione e produzione culturale nato nell’ottobre 2025 nell’ambito dell’Ordine di Sant’Agostino e dedicato al magistero papale.

E subito ha mostrato apprezzamento per tale iniziativa: “Ho apprezzato, fin dall’inizio, la volontà del Centro di dialogare a tutto campo con università, istituzioni accademiche, enti pubblici, organizzazioni della società civile, realtà ecclesiali e reti associative, promuovendo relazioni di collaborazione e confronto a livello nazionale e internazionale. Di tale propensione è segno la collaborazione con la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale e con il Pontificio Istituto Patristico Augustinianum, richiamata anche nel decreto di erezione del Centro. Il segreto è nel camminare insieme, sempre, senza precludersi l’incontro anche con chi è diverso e sembra pensare, parlare o agire diversamente”.

Perciò ha elogiato la scelta della città di Firenze come sede: “La scelta di Firenze come sede di questa nuova realtà è molto evocativa: è un invito, infatti, a lasciarsi ispirare dai valori dell’Umanesimo, una visione aperta al Creatore e per ciò stesso costruttrice di relazioni fraterne. Non le guerre, ma la tessitura della pace e di giusti equilibri produce civiltà, con l’attiva partecipazione di tutte le componenti sociali e culturali di una società aperta… Possa il vostro Centro Studi favorire tale esercizio, che necessita di pionieri e di facilitatori, specialmente quando rischiano di prevalere forme di sfiducia e di rassegnazione”.

E’ stato un invito alla formazione alla ‘vita pubblica’ secondo l’insegnamento di sant’Agostino: “A costo di avanzare controcorrente, la vostra missione di speranza consista nel promuovere, in Italia e nel mondo, una formazione alla vita pubblica e politica intesa come servizio al bene comune, responsabilità verso la comunità e costruzione di relazioni fondate sulla solidarietà, sulla giustizia e sulla pace. Dunque, il contrario della rassegnazione!.. La riflessione agostiniana, alla base della vostra iniziativa, ha in tal senso molto da offrire nell’odierno orizzonte internazionale, per una comprensione dell’amore come principio di rinnovamento della vita personale, economica e politica. L’amore lega per liberare, unisce per generare, impegna per costruire”.

Ecco, infine, l’invito ad essere portatori di novità: “Sì, siate esperti delle novità di Dio: non quelle che abbagliano per velocità ed efficienza, ma quelle che Egli opera silenziosamente, liberando il mondo vecchio dai suoi vicoli ciechi e inaugurando sentieri sui quali avanzare insieme, verso la sua città”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV all’ordinariato militare: difendere i deboli

“Inter Arma Caritas: ‘per portare Cristo nelle vene dell’umanità, rinnovando e condividendo la missione apostolica, guardando al domani con serenità, compiendo scelte coraggiose’. Queste sono le parole che stanno orientando il cammino del Centenario dell’Ordinariato Militare per l’Italia, un evento che custodisce memoria, attualità e profezia”: riprendendo le sue parole ai vescovi italiani dello scorso giugno papa Leone XIV ha incontrato i cappellani e gli officiali dell’Ordinariato Militare per l’Italia in occasione del Centenario di fondazione, ricordando che il loro servizio ‘è un atto d’amore, verso il Paese, verso i territori, soprattutto verso le persone’.

Nel discorso il papa ha sottolineato il valore della memoria, che è legata alla ‘coscienza’: “Viviamo in una società che rischia di smarrire il senso della memoria. La nostra epoca possiede una capacità straordinaria di trasmettere informazioni, ma una sempre più debole capacità di interiorizzarle. La memoria è spesso ‘esternalizzata’ e disponibile, ma non sempre fatta propria e attivata.

Per la Chiesa, invece, essa è coscienza viva: non accumulo di dati, ma costante appello alla responsabilità; non nostalgia, ma radice che genera profezia. Per i cristiani la memoria ha un carattere unico: è celebrazione di Dio che entra nella storia, perché la fede cristiana si fonda su un fatto storico e la salvezza non è un’idea, ma la persona vivente del Signore Gesù Cristo”.

Perciò in questo centenario è necessario non dimenticare l’insegnamento di papa san Paolo VI: “In tale orizzonte, risuona attuale l’insegnamento del Papa San Paolo VI, il quale affermava che la storia non è una realtà da subire, ma un luogo di grazia in cui costruire la civiltà dell’amore. I

l Centenario che celebrate desidera far riecheggiare proprio questo messaggio, alla luce del comandamento del Signore:’Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi’. Il vostro servizio è un atto d’amore (verso il Paese, verso i territori, soprattutto verso le persone), che si traduce in prossimità concreta, specialmente nei luoghi e nelle circostanze in cui maggiori sono le fragilità”.

Richiamando il pensiero di sant’Agostino a vivere il ministero come un servizio di amore il papa ha evidenziato l’azione del cappellano militare: “L’azione del Cappellano Militare si svolge spesso nel silenzio, nei luoghi di pace e in quelli di conflitto, nei sedimi militari e nei contesti operativi, nelle cappelle e nelle tende da campo.

E’ lì che la cura del gregge del Signore si manifesta attraverso la testimonianza della vita, l’annuncio del Vangelo, la celebrazione dell’Eucaristia e dei Sacramenti, l’ascolto paziente e l’accompagnamento spirituale. In tal senso, un particolare rilievo assumono i contesti formativi, le Accademie, le Scuole, gli Istituti di formazione, i luoghi in cui si plasmano le coscienze.

In una società segnata dalla mobilità umana e dalla pluralità culturale, il Cappellano si pone anche al servizio del dialogo tra i popoli, le culture e le religioni, testimoniando una Chiesa che si fa strumento di unità. La sua azione spirituale contribuisce così alla promozione del bene comune e della pace sociale, frutto (come ricordava papa Francesco) di un paziente lavoro artigianale, che richiede formazione, giustizia e carità”.

La missione del militare cristiano si può collocare nella definizione della costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’: “In questo orizzonte si colloca la missione del militare cristiano. Difendere i deboli, tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e ristabilire l’ordine. Tutto questo non può ridursi a mera professione: è una vocazione, risposta a una chiamata che interpella la coscienza.

L’identità del militare è forgiata da generosità, spirito di servizio, alte aspirazioni e profondi sentimenti. Ma tali valori esigono un fondamento, un dono di Grazia capace di alimentare la carità fino alla dedizione totale di sé. Occorre, pertanto, ispirare con la linfa del Vangelo i codici, le norme e le missioni della vita militare perché, nel servizio alla sicurezza e alla pace, il bene comune dei popoli sia sempre al primo posto”.

Per queste motivazioni l’Ordinariato militare rientra nell’annuncio della pace della Chiesa: “La Chiesa, nel solco del magistero del Concilio Vaticano II, e delle Esortazioni apostoliche Evangelii nuntiandi ed Evangelii gaudium, proclama il Vangelo della pace, pronta a collaborare con tutti per custodire questo bene universale. In essa, l’Ordinariato Militare per l’Italia, attraverso la cura spirituale, vuol essere un laboratorio efficace dell’agire di Dio in favore dell’uomo, uno spazio di formazione per il passaggio dall’amor sui all’amor Dei, fondamento di quella Civitas Dei in cui la legge fondamentale è la carità e dove la pace non è soltanto assenza di conflitto, ma pienezza di giustizia, di verità e di amore”.

(Foto: Santa Sede)

Morte di don Matteo Balzano: riflessioni sulla solitudine dei sacerdoti

“Al riguardo, questa Istituzione della Santa Sede, in questo momento di dolore e sgomento, desidera esprimere a Lei, alla comunità diocesana, al presbiterio e alla famiglia del sacerdote, la più sincera vicinanza e partecipazione al cor doglio. Infatti, la morte improvvisa di un chierico, specialmente nelle circostanze dolorose in cui essa è avvenuta, interpella l’intero corpo ecclesiale, richiamando alla responsabilità comune della custodia vicendevole nella carità, nella fraternità e nell’orazione”: nei giorni scorsi il segretario del dicastero del Clero, mons. Andrès Gabriel Ferrada Moreira, ha inviato un messaggio di condoglianze al vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla, per don Matteo Balzano, morto suicida.

Nell’omelia funebre il vescovo di Novara si è interrogato sul suicidio del sacerdote: “Cerchiamo una risposta nelle Letture che il rito ambrosiano propone, facendo rivivere la Passione del Signore. Nel brano del Vangelo che abbiamo ascoltato Gesù dice ai discepoli di seguire un ‘uomo con la brocca’, per trovare la stanza dove consumeranno l’ultima cena. Il luogo dove vivranno la Pasqua”.

Però occorre interrogarsi su come vivere la Pasqua: “Ecco, vivere la Pasqua del Signore è il senso profondo del ministero del prete. Pasqua significa ‘passaggio’. Nei momenti più bui e difficili che sperimentiamo, ricordiamoci che questo ‘passaggio’ lo viviamo sempre accanto al Signore. Per farlo dobbiamo imparare a non nasconderci di fronte alle nostre paure e fatiche. Dobbiamo imparare ad ascoltarci. Ed a trovare, nei nostri rapporti fraterni, linguaggi e parole di accoglienza e comunione”.

Ed ha raccontato anche la reazione dei giovani davanti a questa morte: “Domenica scorsa ho incontrato il gruppo di ragazze e ragazzi dell’oratorio di Cannobio, affranti dal dolore. Anche le parole che mi hanno rivolto echeggiavano in qualche modo le parole di Gesù in croce: ‘Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ Li incontrerò ancora per parlare con loro. Ma intanto ho chiesto di scrivere quello che stanno vivendo, di raccontare il loro rapporto con don Matteo”.

Davanti alla domanda ‘Cosa dice a voi questo dramma?’, ecco la risposta di Alessia: “Caro don Matteo sei stato più del nostro ‘don’, più del nostro confessore e più della nostra guida. Sei stato un nostro amico sincero. Non dimenticheremo mai il tempo speso insieme, durante i gruppi in oratorio. Affrontando temi seri e importanti per le nostre vite. Ma anche quelli più leggeri. Il nostro rapporto con te non è finito. Si è solo trasformato. Perché sappiamo che tu sarai sempre con noi”.

Riprendendo la parola per continuare l’omelia mons. Brambilla ha rivolto un pensiero alla città: “Dice dell’importanza e dell’urgenza di rimettere al centro la cura dell’anima. Perché nelle nostre vite siamo troppo spesso distratti da altre priorità, da cose superficiali che ci distraggono da quelle importanti. L’affetto e il dolore per don Matteo, che così in tanti hanno manifestato in questi giorni e che oggi ci unisce, potrà forse indicarci la strada per rispondere a queste domande”.

Nel Quaderno 4152 di Civiltà Cattolica p. Giovanni Ciucci ha posto la riflessione sulla solitudine del sacerdote, che non può essere disgiunta dalla solitudine della famiglia, evidenziando alcune cause: “Tra esse emerge soprattutto il burnout, anche se gran parte di loro non ha usato questo termine e spesso neppure lo conosce; si rilevano piuttosto delle precise cause esterne (molteplicità degli impegni, complessità delle problematiche, la sensazione di essere dei «funzionari del sacro», che erogano servizi asettici a fedeli indifferenti).

Altri lamentano la scarsa cura della vita interiore e un conseguente vuoto affettivo, che porta a considerare il celibato come un peso. La formazione ricevuta è un’altra causa di burnout: si è insistito in modo esasperato sull’aiuto ad altri e sul dono di sé, a scapito della cura personale e del creare un clima di comunione e amicizia nel seminario e in seguito con i presbiteri”.

 Per questo il gesuita raccomanda l’accompagnamento spirituale: “Un altro aiuto da sempre raccomandato nella storia della Chiesa è l’accompagnamento spirituale, la rilettura della propria vita di fede compiuta con l’aiuto di una persona saggia e degna di fiducia. Nel momento della crisi questa figura è particolarmente preziosa: in tale occasione è infatti forte il rischio di identificare sé stessi e il ministero con il proprio problema, non riuscendo a notare altri aspetti, ugualmente presenti, che possono dare un peso differente e più realistico a quanto sta capitando.

Senza spiritualizzare il problema, ma anche senza caricarlo di significati più grandi che attingono alla propria storia personale. Rimane comunque indispensabile, alla luce di quanto detto sinora, che il tema della fragilità venga trattato in sede di formazione, e di formazione permanente, servendosi anche dell’apporto delle scienze umane, la cui importanza è stata più volte ribadita dal magistero, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II”.

(Foto: Diocesi di Novara)

Attilio Momi è il nuovo Presidente del Consiglio Centrale di Vittorio Veneto – Società di San Vincenzo De Paoli ODV

Cambio al vertice per il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto Società di San Vincenzo De Paoli ODV. Attilio Momi è stato ufficialmente nominato nuovo Presidente, assumendo un incarico di grande responsabilità all’interno di un’organizzazione che, da anni, opera silenziosamente a fianco delle persone più fragili del territorio.

Nel suo primo intervento da neo eletto, il Presidente Momi ha voluto esprimere un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno riposto in lui fiducia e sostegno: “Sono ottimista e carico per il lavoro che ci apprestiamo a fare insieme ai membri dell’Ufficio di Presidenza e alle Conferenze della nostra Diocesi. Si tratta di un impegno prezioso, rivolto alle famiglie e alle persone in difficoltà, con una visione che considera l’aiuto non come semplice assistenza, ma come accompagnamento in un percorso di miglioramento e crescita”.

Parole che delineano chiaramente l’approccio che il nuovo Presidente intende promuovere in linea con il carisma della Società di San Vincenzo De Paoli: non solo fornire aiuti materiali, ma costruire relazioni di vicinanza e percorsi di rinascita per chi si trova in situazioni di disagio. Durante la cerimonia di nomina, Attilio Momi ha voluto rivolgere un ringraziamento particolare anche alla Presidente Nazionale dell’Associazione, Paola Da Ros, e al Consigliere Spirituale, Don Andrea Forest, entrambi presenti.

“La loro presenza è stata per tutti noi un forte segno di comunione e sostegno”, ha sottolineato, evidenziando l’importanza della collaborazione tra i vari livelli dell’organizzazione e del sostegno spirituale che accompagna il servizio quotidiano dei volontari vincenziani. Con la nomina di Attilio Momi, il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto si appresta dunque a intraprendere un nuovo inizio, nel solco dei valori dell’Associazione e con lo sguardo rivolto al futuro per continuare a essere un punto di riferimento concreto e umano per chi vive situazioni di solitudine, povertà o emarginazione e non solo.

Si intende contribuire alla costruzione di un tessuto sociale più giusto e inclusivo con progetti mirati che agiscono su diversi fronti. Spiccano due iniziative di particolare rilievo: il progetto sulla legalità nelle scuole ‘ScegliAmo Bene –Giornata per la legalità e per una comunità responsabile’ ed il corso di italiano per mamme straniere, ‘Italiano in Movimento’.

“Intendiamo abbracciare il progetto ‘ScegliAmo Bene – Giornata per la legalità e per una comunità responsabile’ promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli in collaborazione con il Settore Carcere e Devianze”, confida Attilio Momi. L’iniziativa è rivolta alle scuole italiane e attraverso incontri, dibattiti elaboratori, accompagna i giovani nella costruzione della propria identità civica, stimolandoli a riflettere sull’importanza delle scelte consapevoli, del rispetto delle regole e del bene comune.

“In un contesto sociale segnato da frammentazione e perdita di punti di riferimento, questa azione educativa rappresenta un seme di speranza per costruire una comunità più responsabile e coesa” ha specificato il Presidente Momi. Il progetto ‘Italiano in Movimento’ è stato avviato dalla Conferenza di Oderzo. Si tratta di un corso di lingua italiana rivolto a mamme straniere e rappresenta un importante strumento di integrazione, di sostegno concreto e personalizzato alle donne assistite. Il corso favorisce l’incontro tra culture diverse e sostiene le partecipanti nell’acquisizione di competenze linguistiche fondamentali per la vita quotidiana e l’inserimento sociale.

“Accanto ai progetti culturali ed educativi – dichiara Attilio Momi – il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto intende proseguire nella valorizzazione del patrimonio costruito nel tempo insieme alle singole Conferenze. L’attenzione alla persona, nelle sue molteplici dimensioni e necessità, continuerà a rappresentare la nostra priorità. A tal fine verrà mantenuta una stretta collaborazione con le amministrazioni comunali, i benefattori locali e le realtà del volontariato.

Saranno inoltre promosse nuove iniziative rivolte in particolare alle giovani generazioni, come borse di studio e contributi per il trasporto scolastico, con l’obiettivo di sostenere concretamente il diritto allo studio e accompagnare i ragazzi nel loro percorso di crescita personale e formativa”, conclude.

Un insieme di azioni e progetti che mettono in luce la varietà e la profondità dell’impegno quotidiano del Consiglio Centrale che opera nel segno di una solidarietà concreta. L’Ufficio di Presidenza e tutte le Conferenze della Diocesi guardano con fiducia al nuovo corso, certi che sotto la guida del neo Presidente si proseguirà nel cammino di servizio e dedizione che da sempre caratterizza questa storica realtà.

(Foto: Società San Vincenzo  de’ Paoli)

La Vigna di Rachele festeggia 15 anni vicino alla sofferenza  dei genitori

L’apostolato internazionale ‘La Vigna di Rachele’compie 15 anni di attività in Italia offrendo a Bologna, luogo della sua nascita, un ritiro spirituale rivolto a chi porta ancora la dolorosa esperienza dell’interruzione di gravidanza. Donne, uomini e coppie sono caldamente invitati a ritrovare la Speranza e a fare esperienza della Misericordia attraverso un percorso progettato per l’elaborazione del lutto che conduce alla guarigione interiore attraverso un incontro in questo fine settimana.

Come avviene da anni, anche quest’appuntamento verrà guidato da un’equipe che comprende la presenza continua sia di un sacerdote sia di collaboratrici che hanno fatto il proprio percorso per risanare le stesse ferite. In questa piccola comunità di fiducia si vive un intenso percorso per elaborare il lutto collegato alla perdita di uno o più figli con l’aborto volontario o terapeutico. Chi ha partecipato in passato racconta l’aver vissuto non solo un’esperienza di riconciliazione, ma della Chiesa in ascolto: “E’ stata un’esperienza unica e profonda. La Chiesa non ti volta le spalle. L’ho sempre considerata un po’ ‘bacchettona’, invece mi sbagliavo. C’è molta fratellanza e vicinanza tra tutti i partecipanti”.

“A me ha colpito molto l’attenzione alla singola persona, la delicatezza del linguaggio, la cura dell’ambiente e dei dettagli. Tutto questo mette al centro la singola persona che, sentendosi amata, si apre all’Amore”. “Ho potuto vedere la fragilità di mio marito e tutto il suo dolore. Lui mi ha chiesto scusa. Non riesco più a condannarlo”.

La fondatrice della ‘Vigna di Rachele’ in Italia, Monika Rodman Montanaro, collabora sin dal 1997 con l’opera ormai presente in più di 50 Paesi del mondo: “Il weekend di ritiro offre l’opportunità di allontanarsi per 3 giorni dalle pressioni quotidiane per rivedere un capitolo della propria vita forse mai esaminato, una vicenda spesso messa nel dimenticatoio che però torna a galla e può manifestare conseguenze di lunga durata. Spesso le persone cercano un aiuto solo anni o persino decenni dopo, avendo rimosso tutto oppure sofferto in silenzio. Nella Vigna si trova un ambiente accogliente e compassionevole, e un percorso strutturato che infonde il coraggio e dà la forza per rivedere tutto attraverso gli occhi misericordiosi del Buon Gesù”.

Il programma è molto efficace per coloro che hanno difficoltà a perdonare sé stessi ed altri. Questo non solo grazie agli esercizi proposti, ma perché mette Cristo al centro del percorso. Il ritiro include la condivisione delle storie personali, meditazioni ed esercizi con le Scritture, la celebrazione dei Sacramenti ed una Funzione Commemorativa. ‘La Vigna di Rachele’ esprime concretamente la pastorale della misericordia che accompagna la proclamazione del Vangelo della Vita. Anche il nuovo sussidio sulla pastorale della vita umana, pubblicato a Marzo 2025 dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, considera un elemento importante l’accompagnamento e la cura di chi ha vissuto l’esperienza dell’aborto.

Sono stati il card. Elio Sgreccia e il card. Carlo Caffarra ad aver compreso, nel 2010, l’importanza dell’associazione. Quest’ultimo ha offerto, ben presto, la collaborazione del suo Ufficio della pastorale familiare. Anche l’attuale vescovo di Bologna, Sua Eminenza Cardinale Matteo Maria Zuppi, ha incoraggiato la continuazione dell’opera.

La ‘Vigna di Rachele’ opera in piena comunione con la Chiesa universalee rappresenta una risposta autenticamente cristiana alla piaga dell’aborto, prendendo ispirazione da San Giovanni Paolo II, che già 30 anni fa, nella sua enciclica ‘Evangelium vitae’, ha implorato coloro che hanno abortito a non abbandonare la speranza, ad interpretare quest’esperienza nella sua verità, e ad aprirsi “con umiltà e fiducia al pentimento”.

Papa Francesco ha ribadito lo stesso incoraggiamento con la decisione di espandere a tutto il clero del mondo la facoltà di togliere ogni eventuale scomunica in cui la singola persona può essere incorsa con il peccato dell’aborto.

Route Nazionale Agesci: educare alla bellezza della vita

“Siete capi! E questo termine è libero da confronti, competizioni, perché come deve essere è di solo Servizio. Senza di voi non cammina il popolo scout… per poter dare la possibilità di conoscere e seguire il miglior Maestro della Vita, quel vero pellegrino che è Gesù che ama, che insegna ad amare se stessi e ad amare il prossimo e cammina nelle nostre strade e apre quella del cielo”: con queste parole dell’omelia il presidente della Cei, card. Matteo Maria Zuppi, ha concluso a Verona la route nazionale di Arena24 per celebrare il 50^ dell’Agesci.

Il card. Zuppi ha richiamato la memoria all’assemblea di Sichem: “Viviamo a Verona quella grande assemblea di Sichem di cui abbiamo ascoltato, con motivi simili a quelli che avevano spinto Giosuè a convocare il popolo. Giosuè avvertiva il rischio che prevalessero l’identità di ogni tribù e di ogni clan familiare, di una frammentazione che enfatizzasse l’io ma relativizzasse il noi”.

Sichem è un richiamo all’esodo del popolo ebraico: “A Sichem fecero memoria di quanto avevano vissuto nei lunghi anni dell’esodo e dell’amore provvidente di Dio che li aveva accompagnati sempre, anche quando erano inconsapevoli. Il loro cuore era rivolto al futuro, al tempo e alla sfida che li attendeva”.

E’ stato un richiamo ad essere un popolo: “Non siamo turisti, ma esploratori! Ci accompagnano anche i tanti che in questi cinquanta anni hanno camminato con voi e adesso, magari, camminano con difficoltà con le gambe ma certamente lo fanno ancora di più col cuore, con la preghiera, con la solidarietà. Davvero ‘per sempre’. Siete un popolo. Solo l’io può scegliere, ma solo il noi può aiutare quell’io a camminare”.

Ed ha sottolineato il valore della parola ‘capo’: “Senza di voi il popolo scout non cammina. Siete tanti, ma quanti altri ne servirebbero per potere dare la possibilità di conoscere e seguire il miglior maestro della vita che è Gesù, che ama e insegna ad amare sé stessi e ad amare il prossimo, che cammina per strada e apre quella del cielo.

Tu hai parole di vita eterna, parole di vita e non di morte, parli di quello che non finisce e che la vita la rende piena di bellezza umana e spirituale già oggi, luce nel buio, giustizia nei disequilibri, pace nelle divisioni, mitezza in un mondo con cuori e menti armati. L’io isolato soffre, non sta bene! L’io in una vita ridotta a laboratorio diventa solo più fragile. Sappiamo quanti ragazzi e ragazze chiudono il mondo in una stanza (senza cielo però!), catturati e ingannati dallo schermo che confonde reale e virtuale e fa credere di essere quello che non si è”.

E’ stato un invito a ‘fare’ il meglio: “Fare il meglio perché abbiamo davvero capito che se non lasciamo il mondo migliore sarà peggiore, segnato da ingiustizie inaccettabili, alle quali non vogliamo abituarci. Siete diventati grandi facendo diventare grandi non perché sopra gli altri, ma insieme e nel servizio. Il più grande aiuta il più piccolo. Sempre. Quando ognuno finisce per essere regola a sé stesso si finisce per cercare una felicità individuale e non trovarla mai”.

In questo modo è possibile ‘vivere felice’, per cercare di cambiare il mondo: “Voi dimostrate che è possibile vivere una vita felice, non perché senza problemi, ma perché con un amore più forte delle avversità. Questo era il sogno di Baden-Powell (un uomo segnato dalla terribile esperienza della guerra) e questo rimane e si conferma il sogno che anche voi, qui a Verona, volete rinnovare.

Non siete per niente ‘anime belle’, ma belle e forti anime in un mondo che la trova poco! Non siete ingenui, ma (proprio perché sapete come va il mondo) lo volete cambiare! Non siete diventati cinici osservatori, turisti, ma sempre esploratori. Generate tanta felicità”.

E’ stato un invito a  vivere tenendo presente testimoni come don Peppe Diana: “Viviamo un tempo in cui nel nostro Paese è ancora forte e insidiosa la pratica dell’illegalità e delle scorciatoie compiacenti in nome della convenienza personale. In questo anno in cui celebriamo i trent’anni dell’omicidio di don Peppe Diana, parroco di Casal di Principe e Assistente ecclesiastico dell’Agesci, continuate ad essere testimoni e educatori di legalità e di giustizia, senza compromessi e senza impegni a spot o per i sondaggi, come condizione essenziale per costruire il bene comune e insegnare ad amarlo e difenderlo tutti i giorni”.

E non poteva mancare un richiamo a don Giovanni Minzoni: “Viviamo in un tempo in cui si evitano le scelte perché sembra intollerabile rinunciare a qualcuna delle infinite esperienze volatili e a poco prezzo che ci vengono offerte. Seguendo la testimonianza di don Giovanni Minzoni, sappiate scegliere e educare alla vera libertà, affrontando ogni fascismo, totalitarismo e violenza come le Aquile Randagie, senza paura di rinunciare per scegliere e trovare ciò che è buono e bello, ciò che Cristo e la coscienza ci indicano come giusto”.

Insomma, è stato un invito a vivere la bellezza cristiana della vita: “Viviamo in un tempo in cui l’esperienza religiosa e la fede sono relegate al privato e sono ritenute lontane dalla vita, restrittive della coscienza personale e limitative dell’io: siate testimoni di una vita cristiana che favorisce la bellezza di ogni espressione dell’umano, che non ha paura di legarsi per amore e non per possedere, sentendosi a casa nella Chiesa e amandola non perché sia una realtà perfetta, ma perché famiglia di peccatori perdonati che seguono colui che insegna ad amare, parola di vita eterna”.

Anche papa Francesco nel messaggio ha messo in evidenza la sfida educativa dell’accompagnamento: “Le pagine del Vangelo ci permettono di vedere come Gesù sapeva rendersi presente o assente, sapeva qual era il momento di correggere o quello di elogiare, di accompagnare o l’occasione per inviare e lasciare che gli Apostoli affrontassero la sfida missionaria. E’ in mezzo a questi, che potremmo chiamare, ‘interventi formativi’ di Cristo che Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni e il resto dei chiamati, configurarono, poco a poco, la loro vita a quella del Signore”.

Ed ha sottolineato che si educa con la vita: “I formatori educano in primis con la loro vita, più che con le parole. La vita del formatore, la sua costante crescita umana e spirituale come discepolo di Cristo, sostenuto dalla grazia di Dio, è un fattore fondamentale di cui dispone per conferire efficienza al suo servizio alle giovani generazioni. Di fatto, la sua stessa vita testimonia quello che le sue parole e i suoi gesti cercano di trasmettere nel dialogo e nell’accompagnamento formativo”.

Ma come si fa ad educare alla pace in un mondo pieno di conflitti? Lo ha spiegato Shinkuba Sharizan, psicologa sociale e insegnante nella scuola ‘World House’, cuore dell’organizzazione Rondine Cittadella della Pace: ‘L’importante è seminare’, raccontando la sua esperienza di incontro con altri ragazzi di paesi in conflitto con il suo e della difficoltà di accogliere il dolore che insieme provano per trasformarlo in un frutto di pace in entrambi. Kakalashvili Tornike, giornalista e studente della stessa scuola, ha invece ricordato che i modi per arrivare alla pace sono non aver paura di fare un passo avanti, dialogare, ‘esplorare le persone’ ed ascoltarle attivamente.

Rosario Valastro, presidente di Croce Rossa Italiana, impegnata in prima linea nei paesi in conflitto, ha proseguito la riflessione sottolineando che educare alla pace significa educare al fatto che la dignità umana non sopporta eccezioni, nemmeno in tempo di guerra e che aiutare chi ha bisogno, stando dalla parte di chi soffre è un mezzo per costruire la pace.

Marialuisa De Pietro, già incaricata Nazionale – Branca E/G, ha invece raccontato la sua esperienza personale di educazione alla pace, nella vita di tutti i giorni da insegnante, parlando di alcuni bambini nelle sue classi e di come, coinvolgendo i compagni di classe, abbia visto un cambiamento in tutti, un miglioramento basato sul rispetto di chi è in difficoltà, perché diverso non è inferiore; educare alla pace significa anche capire che non è necessario essere d’accordo, ma con il rispetto, anche il conflitto può diventare qualcosa di costruttivo e nel disaccordo si può stare bene insieme.

(Foto: Agesci)

Papa Francesco invita ad avere compassione per chi soffre

Oggi papa Francesco ha ricevuto in udienza i membri della fondazione ‘Sant’Angela Merici’ di Siracusa, in occasione dei 50 anni di fondazione, che continua l’impegno di mons. Gozzo a servizio delle persone più fragili: “La vostra storia, e tutto ciò che nei diversi Centri operativi portate avanti con tanta generosità, si radica in quell’evento che ha segnato la città di Siracusa quando, nel 1953, un quadretto raffigurante la Madonna iniziò a lacrimare nella casa dei coniugi Iannuso”.

Ed ha ricordato la storia di tale miracolo: “Sono le lacrime di Maria, la nostra Madre celeste, per le sofferenze e le pene dei suoi figli. Maria piange per i suoi figli che soffrono. Sono lacrime che ci parlano della compassione di Dio per tutti noi. Dobbiamo pensare a questo: la compassione di Dio. Egli, infatti, ha donato a tutti noi la sua Madre, che piange le nostre stesse lacrime per non farci sentire soli nei momenti difficili. Allo stesso tempo, attraverso le lacrime della Vergine Santa, il Signore vuole sciogliere i nostri cuori che a volte si sono inariditi nell’indifferenza e induriti nell’egoismo; vuole rendere sensibile la nostra coscienza, perché ci lasciamo toccare dal dolore dei fratelli e ci muoviamo a compassione per loro, impegnandoci a sollevarli, rialzarli, accompagnarli”.

Questa è la ‘ricchezza’ che deriva dal Vangelo: “Questa è la ricchezza della vostra storia, queste sono le radici che non dovete smarrire e, soprattutto, questo è il significato della vostra opera. La Fondazione, infatti, portando avanti un lavoro quotidiano dove si mescolano professionalità e spirito di sacrificio, esiste per esprimere in gesti concreti le lacrime versate dalla Vergine Maria e nello stesso tempo il suo desiderio materno di asciugare il pianto dei suoi figli”.

E’ stato un invito ad ‘asciugare’ le lacrime di chi soffre: “E voi, fratelli e sorelle, cercate di fare proprio questo: asciugare le lacrime di chi soffre, accompagnare chi è nel dolore, affiancare i più deboli della società, prendersi cura dei più vulnerabili, accogliere e ospitare chi vive particolari situazioni di fragilità. Fratelli e sorelle, il servizio che rendete è prezioso, e vorrei dirvi questo: la fonte della vostra opera è il Vangelo, rimanete attaccati a questa fonte!”

Inoltre ha indicato il Vangelo come fonte di compassione: “Allo stesso tempo, voi siete testimonianza viva di questo Vangelo, della compassione di Gesù, quando vi adoperate per accompagnare chi è nel dolore, proprio come il Signore ha comandato ai suoi discepoli di fare dinanzi alle folle affamate, sfinite e oppresse. Gesù infatti ci chiede di non separare mai l’amore per Dio da quello per il prossimo, in particolare per i più poveri”.

Questo è un incoraggiamento a proseguire il cammino con un invito alla commozione: “E chiedo per voi una grazia, che è la più importante di tutte: la grazia di sapersi commuovere, la capacità di piangere con chi piange. L’indifferenza, l’individualismo che ci chiude alle sorti di chi ci sta accanto, e quella anestesia del cuore che non ci fa più commuovere davanti ai drammi della vita quotidiana, queste tre cose sono i mali peggiori della nostra società. Per favore, non vergognatevi di piangere, di provare commozione per chi soffre; non risparmiatevi nell’esercitare compassione con chi è fragile, perché in queste persone è presente Gesù”.

Infine un invito a rendere grazie per questo gesto di volontariato, che fa germogliare la vita: “Andate avanti! E non scoraggiatevi, anzi, ringraziate se il vostro lavoro rimane nascosto ed esige un sacrificio silenzioso e quotidiano: il bene fatto a chi non può ricambiare si espande in modo sorprendente e inatteso, come un piccolo seme nascosto nel terreno che prima o poi fa germogliare una vita nuova”.

In seguito ha incontrato i volontari della Croce Rossa in occasione del 160^ anniversario della fondazione: “Il vostro impegno, ispirato ai principi di umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontariato, unità e universalità, è anche segno visibile che la fraternità è possibile. Se si mette al centro la persona, si può dialogare, lavorare insieme per il bene comune, andando oltre le divisioni, abbattendo i muri dell’inimicizia, superando le logiche dell’interesse e del potere che accecano e rendono l’altro un nemico. Per il credente ogni persona è sacra”.

E’ stato un ringraziamento per la difesa dei soggetti vulnerabili: “Ogni creatura umana è amata da Dio e, per questo, portatrice di diritti inalienabili. Animate da questa convinzione, tante persone di buona volontà si incontrano, riconoscendo il valore supremo della vita e, quindi, la necessità di difendere soprattutto i più vulnerabili. Su questa realtà dei più vulnerabili vorrei dirvi una cosa: sono i bambini. Qui in Italia sono arrivati tanti bambini a causa della guerra in Ucraina. Sapete una cosa? Che questi bambini non sorridono, hanno dimenticato la capacità di sorridere. E’ brutto questo per un bambino”.

Inoltre ha ricordato l’importanza del loro slogan: “Nel ringraziarvi per il vostro servizio insostituibile nelle aree di conflitto e nelle zone colpite da disastri ambientali, nell’ambito della formazione e della salute, così come per quello che fate a favore dei migranti, degli ultimi e dei più vulnerabili, voglio incoraggiarvi a proseguire in questa grande opera di carità che abbraccia l’Italia e il mondo.

Possa la Croce Rossa restare sempre simbolo eloquente di un amore per i fratelli che non ha confini, né geografici, né culturali, sociali, economici o religiosi. Non a caso, lo slogan che avete scelto per celebrare il 160° anniversario è ‘Ovunque per chiunque’. E’ una cosa universale. Si tratta di un’espressione che, mentre racconta un impegno, descrive anche uno stile, un modo di essere e di esserci”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: CHARIS è una ‘corrente di grazia’

Con un’udienza di papa Francesco si è concluso l’evento dal titolo ‘Chiamati, trasformati ed inviati’ organizzato da Charis per ‘riflettere su diverse tematiche al centro dell’attualità della Chiesa’, in un incontro a cui hanno partecipato 2.000 persone provenienti da tutto il mondo con relatori quali il card. Raniero Cantalamessa, assistente ecclesiastico di Charis, ed il card. Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici la Famiglia e la Vita.

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