Spiritualità
Le tre Epifanie

L’Antifona al Magnificat dell’Epifania canta: “Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l’acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza, alleluia”. La solennità dell’Epifania è la celebrazione delle manifestazioni di Dio nel Cristo. La tradizione ne ha messe in evidenza tre: quella di Cristo-Dio ai Magi, l’altra al Battista e ai testimoni del Battesimo, e quella a tutti i convitati alle nozze di Cana. A Betlemme, i Magi trovano la Santa Famiglia. Al Giordano, la Trinità si rivela come Famiglia d’Amore; a Cana, tutto si svolge all’interno di un banchetto nuziale che costituisce il contesto in cui si rivela il nuovo e più vero rapporto sponsale tra Cristo e la sua Chiesa. Nel suo incontrarsi con gli uomini, Dio segue gli arcani criteri dell’autorivelazione progressiva. Il Creatore si rivela attraverso il creato nell’uomo fatto a sua immagine e somiglianza. Nell’Antico Testamento si manifesta attraverso i grandi eventi storici da Lui compiuti. La piena e integrale teofania si ha poi al culmine dei tempi quando il Verbo, assunta l’umana carne, pianta la sua tenda fra gli uomini (cfr. Gv 1,14). L’umanità di Cristo è il sacramento di Dio. Sacramento che lo manifesta, lo rivela e lo rende presente, in attesa della manifestazione ultima e definitiva quando lo vedremo a faccia a faccia nella visione beatifica. La preghiera colletta dell’Epifania così ci fa pregare: «Conduci… noi che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria».
Stillae temporum
Nella scansione ritmica del tempo, ritorna puntuale il momento in cui l’anno che volge al termine si tuffa nell’immenso oceano delle memorie del passato. Mentre si toglie il vecchio calendario, torna insistente l’eterno interrogativo: “Che cos’è il tempo?”.
Anche sant’Agostino, puntando lo sguardo sul passato, sul presente e sul futuro, nella celebre pagina delle Confessioni, s’interroga: “Che cos’è il tempo? Chi riuscirà a spiegarlo in modo facile e breve? Chi potrà comprenderne il concetto per poterne dire una parola? Eppure, di che cosa possiamo parlare che sia più familiare e più nota del concetto di tempo?… Se nessuno me lo domanda, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, allora non lo so. Tuttavia affermo con sicurezza di sapere che, se non passasse nulla, non esisterebbe il passato; se nulla divenisse, non ci sarebbe futuro; se nulla esistesse, non ci sarebbe presente” (Conf. 11,14).
EROCRAS: l’acrostico di Natale
O Sapientia O Adonai O Radix O Clavis David O Oriens O Rex O Emmanuel
Chi canta “ O”
sta contemplando, con lo sguardo del cuore colmo di stupore,
le meraviglie di Dio nel suo rivelarsi alle sue creature.
Sono sette le Antifone che cantano il Venire – Restare di Dio-con noi.
Questo Mistero oltrepassa la nostra capacità di comprensione.
Il Verbo viene e resta con noi perché ci ama:
ecco la spiegazione, l’esegesi di tutti i misteri!
L’Emmanuele nasce e s’immola
per distruggere tutto ciò che ci disorienta, ci turba e ci separa da Dio.
Ecco perché invochiamo: Vieni, non tardare!
Se leggiamo le sette Antifone iniziando dall’ultima,
si ottiene l’acrostico che canta:
Incarnazione glorificata
Tutta l’esistenza dell’Emmanuele è orientata verso il punto culmine della sua Pasqua di Morte, Risurrezione e Glorificazione. Cristo s’incarna per compiere il volere del Padre. Dall’Incarnazione all’effusione dello Spirito Santo e all’esercizio del suo Sacerdozio eterno nei cieli, Gesù tesse la trama misteriosa dell’arcano disegno prestabilito.
Natale ha il suo senso compiuto nella Pasqua, in cui domina l’aspetto dinamico, attivo e completo dell’umana redenzione. Il Verbo, incarnato nel tempo, ci riscatta offrendo la sua umanità sul patibolo di morte e facendola uscire dal sepolcro, viva e trasfigurata, primizia e tipo dell’uomo redento e glorificato. Il Natale, inizio della Redenzione, trova nella Pasqua il suo pieno compimento. La sua celebrazione liturgica non fa memoria di un mistero isolato ma attualizza e rende sempre presente tutta l’opera di Cristo nella sua pienezza salvifica.
Attesa di speranza
In Avvento s’accende sempre più intenso lo splendore della speranza, la virtù che illumina l’uomo e lo dispone a superarla nel suo compimento dell’eternità. La Redenzione è avvenuta perché il Verbo si è incarnato nel tempo e nella storia assumendoli in sé e orientandoli verso la pienezza escatologica. La trascendenza non fa uscire la Chiesa dal mondo, dalle vicende storiche, dalle esigenze culturali. Come pellegrina, non identificata col mondo, cammina, oltre il tempo, verso il Regno eterno. La spiritualità dell’Avvento non è attesa di vuota speranza ma vigilanza operosa, costanza fiduciosa, tensione gioiosa, desiderio orante, possesso d’amore.
Ambrogio, sobria ebrezza in nobile semplicità
Ambrogio, oltre alla formazione culturale classica e biblica, possiede anche un’eccellente qualità di scrittore, poeta e musico. La conoscenza della metrica e della musica, appresa nell’età giovanile, per il Vescovo Pastore saranno un formidabile strumento di azione pastorale. E’ stato giustamente detto che Ambrogio possiede un’anima eminentemente musicale, tanto da essere considerato il più musicale fra tutti i Padri della Chiesa. Formazione culturale, personalità artistica, sensibilità dolce e forte furono per lui mezzi efficaci per il servizio pastorale alla sua comunità. Da mistico, Ambrogio contempla il Verbo e lo incarna, da teologo si lascia plasmare dalla Luce che lo trasfigura, da pastore trasfonde la sapienza nella catechesi e nell’omelia, da poeta traduce nei suoi inni la “sobria ebbrezza” dell’esperienza mistica, da musico trasforma la parola poetica in canto.
Nei suoi inni, talvolta, risuonano i motivi delle omelie liricamente tradotte in poche e concise melodie. Pur conservando il loro fondamentale valore dogmatico, evita argomenti astratti e difficili alla comprensione dei fedeli. Mettendosi sulla scia dei grandi innografi, armonizza Santa Scrittura e arte, teologia e poesia, parola e musica, ricercando, con nobile semplicità e gusto raffinato, profondità teologica e popolarità artistica. Il Vescovo di Milano ci offre così la grande lezione di stile e di metodo del come accogliere, con amore ineffabile, la Parola incarnata, lasciarsene trasfigurare e poi tradurla in poesia e canto per celebrare il Verbo-Carne che si fa Verbo-Cibo nel suo Corpo-Chiesa. Se Ario, attraverso le sue canzoni, diffondeva eresie in mezzo al popolo, Ambrogio, col canto dei suoi inni, effondeva luce di verità ai suoi fedeli. Alla forza della catechesi e all’energia delle omelie, univa la soavità della Parola trasformata in poesia e in canto.
L’intuizione profetica, unita all’ardore pastorale, sollecitavano il Vescovo Pastore a far celebrare la Parola attraverso due forme musicali: il salmo responsoriale e l’inno.
Il canto del Salmo responsoriale, dice Ambrogio, è “ammaestramento per chi si accosta alla fede, conferma per chi l’ha già perfetta; servizio degli angeli, milizia celeste, sacrificio spirituale. Al salmo, anche i sassi rispondono; al canto del salmo anche i cuori di sasso s’inteneriscono: noi vediamo piangere i più insensibili, piegarsi anche gli spietati… Gareggia nel salmo la dottrina con la bellezza. Il salmo è cantato per diletto e insieme viene espresso come conoscenza. Infatti, i comandamenti più violenti non durano nell’animo, ma quello che si riceve con soavità, una volta penetrato nell’intimo, non conosce amnesie”. Come i grandi Padri della Chiesa, anche Ambrogio commenta i salmi nella nuova chiave di lettura inaugurata da Cristo stesso. Dall’amore al dolce libro dei salmi, fiorisce nel suo cuore il canto degli inni. Questa esperienza mistica d’amore la esprime, per esempio, attraverso l’originalissimo tema del “bacio”. Nel commento al Salmo 118, 28, così scrive: “La Chiesa, non solo trattiene la Parola nel segreto del suo cuore mediante la preghiera, ma anche la bacia con voci di coro salmodiante, come i baci del suo amore” (cf 7,13; 8,2). Lo stesso tema del bacio lo applica alla Parola che si fa Cibo di Vita nell’Eucaristia: “ Sei venuto verso l’altare, il Signore Gesù ti chiama — sia l’anima tua, sia la Chiesa — e dice: ”Mi baci coi baci della sua bocca”. Vuoi applicare queste parole a Cristo? Niente di più bello. O alla tua anima? Niente di più delizioso” (V, 5). Questa esperienza mistica di comunione d’amore col Mistero, Ambrogio la traduce e la esprime facendo omelia: “Bevi Cristo che è la vite, bevi Cristo che è la fontana di vita, bevi Cristo che è il fiume la cui corrente feconda la città di Dio, bevi Cristo che è la pace, bevi Cristo che è il grembo da cui sgorgano vene d’acqua viva, bevi Cristo per bere il sangue da cui sei stato redento, bevi Cristo per bere il suo discorso! Il suo discorso è l’Antico Testamento, il suo discorso è il Nuovo Testamento. La Scrittura divina si beve, la Scrittura divina si divora, quando il succo della Parola eterna discende nelle vene della mente e nelle energie dell’anima… Bevi dunque presto, perché ti risplenda una grande luce” (I, 33).
Ambrogio, bevendo a grandi sorsate all’inebriante e dissetante fonte della Parola, realizza quell’unione mistica transumanante dell’incontro dell’uomo con il suo Dio. La Parola, diventata poesia e canto, introduce l’assemblea liturgica nell’esperienza del Mistero:
Chistus noster sit cibus
potusque noster sit fides
laeti bibamus sobriam
ebrietam spiritus.
E’ la sesta strofa dell’inno che, da omelia, si trasforma in canto di saporosa mistagogia. L’effetto del nuovo genere di canto — antifonia e innodia — introdotto da Ambrogio, fu così forte e così incisivo che i suoi avversari lo accusarono di avere incantato il popolo con i suoi canti.
Rimane incantato anche sant’Agostino! Questa esperienza pastorale verbo-melodica la troviamo descritta in quella celebre pagina delle Confessioni: “In quei giorni [quelli che seguono la sua conversione] non mi saziavo di considerare con mirabile dolcezza i tuoi profondi disegni sulla salute del genere umano. Quante lacrime versate, ascoltando gli accenti dei tuoi inni e cantici che risuonavano dolcemente nella tua chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandomi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano, mi facevano bene” (Cap. IX, 6-7).
Rimane incantato anche lo stesso Ambrogio! Ascoltando il canto della sua assemblea così commenta: ”E come potrei descrivere compiutamente la bellezza del mare che il Creatore vide? Cos’è il canto del mare se non l’eco dei canti dell’assemblea cristiana? Perciò è molto giusto che la Chiesa sia paragonata al mare: in principio, all’entrare della folla fedele, essa rigurgita da tutti gli ingressi delle sue onde e poi, mentre il popolo prega tutto insieme, scroscia come il flusso di onde spumeggiati, quando il canto degli uomini, delle donne, delle vergini, dei ragazzi fa eco ai responsori dei salmi come l’armonioso fragore delle onde” ( III, 23).
Ambrogio e Agostino, ciascuno a suo modo, percepiscono che, attraverso il canto della Parola, l’”io” personale” viene trasformato nel “noi” della coralità vivente che è magnifica espressione che unisce tutta quanta l’assemblea nel mistero di quel “Corpo d’amore” creato dalla Parola incarnata nel cuore e celebrata nell’in-canto della divina Liturgia.
Si, è lui, Ambrogio, il teologo del canto liturgico, il protettore e il custode di quanti credono che questo canto non è vacuo ornamento esteriore di una gestualità coreografica o ingrediente vagamente mistico-estetico di un culto religioso qualsiasi, ma “incarnazione” della Parola di Dio o delle parole dell’uomo sostanziate dalla Parola di Dio. Cristo è Immagine che si vede, Parola che si ascolta, Pane che si consuma all’interno della comunità ecclesiale che celebra, nella Divina Liturgia in canto, l’incontro salvifico tra l’uomo e il suo Dio.
Il Canto dell’ Avvento

“Dalle colline deserte ai pascoli in fiore, tu conduci l’uomo smarrito, o Risurrezione delle genti” (Tropario di Natale, dalla Liturgia bizantina).
Il Verbo Eterno non nasce, ma s’incarna nel tempo della storia, affascinante e drammatica, dell’uomo. Nell’assumere l’umana fragilità creaturale, viene ad abitare in mezzo in noi. “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37), afferma con decisione l’angelo Gabriele nell’annunzio a Maria. “E il Verbo si fece Carne” (Gv 1,14), canta Giovanni nel Prologo del suo Vangelo. E così, il Natale di Gesù celebra la Festa nuziale tra Dio e l’umanità. Avvento! Avventura di Dio con l’uomo. Natale! Avventura dell’uomo con Dio.
Il desiderio di Dio degli “slanciati” di cuore
“O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua (Sal 62, 2). Nell’uomo esiste una pressante forza originaria che gli sgorga dal profondo del suo essere: il desiderio e la ricerca di Dio.
Un uomo, piccolo di statura e ricco di beni, si arrampica su un sicomoro perché arde dal desiderio di vedere Gesù. Il suo nome è Zaccheo, che vuol dire “Dio ricorda”, e Dio realmente si sta ricordando di lui. L’evangelista Luca così dipinge il personaggio e l’avventura della sua conversione (Cf Lc 19, 1, 10).
Zaccheo non è un pubblicano qualsiasi ma il capo della corporazione dei peccatori pubblici, comunemente scomunicati. Era malvisto sia per la complicità con l’occupante romano nella riscossione delle tasse, sia per la tendenza ad arricchirsi a spese del contribuente. Certo, non è una scena consueta quella di vedere un uomo ricco, piccolo di statura, con un ruolo notevole, arrampicato, come una scimmia, su un albero di sicomoro! Perché questo gesto inconsueto?
La cordialità come forma d’intelligenza
Ci sono parole molto semplici che hanno, però, un valore grandissimo soprattutto quando sono pronunciate con convinzione, senza gentile fariseismo o pura formalità, perché sono parole che sgorgano dal cuore. Una di queste parole è “grazie”: espressione comunissima di chi riconosce un dono ricevuto e sa apprezzarlo. Questa parola breve ma elegante e densa di significato, è capace di pronunciarla soltanto chi possiede quella spiccata sensibilità che non solo fa accogliere il dono ricevuto, ma, innanzitutto, sa vedere in quel dono la persona che lo offre e si comunica attraverso di esso. Nella società dell’avere e del ricevere, è difficile dire “grazie” o agire gratuitamente nella libertà di cuore. Si pretende, si esige, s’impone; talvolta si ferisce, si schernisce, addirittura si annulla come se tutto fosse dovuto, senza riconoscere né meriti né sacrifici. E’ chiaro che ogni lavoro ecclesiale abbia come fine la gloria di Dio e l’edificazione del suo popolo. Il grazie detto a Dio con cuore riconoscente ci dispone ad accogliere la grazia della salvezza, la sola di cui abbiamo veramente bisogno.
Concordia e Pace
Concordia, dal latino concordia, concors ordis, designa conformità di sentimenti, di voleri, di opinioni fra due o più persone, non disgiunta da reciproco affetto o armonia spirituale. Gradiamo anche la derivazione da cum cordis, cioè, armonia di cuori che è il distintivo caratteristico dei poveri in spirito, dei miti, dei costruttori di pace.
Orazio, in Epistole I,12,19, scrive un verso che suona così: quid velit et possit rerum concordia discors (quale sia il significato e il potere dell’armonia discorde delle cose). Il poeta si riferisce alle teorie di Empedocle che concepiva l’universo come perpetua lotta fra due principi contrari: Amore e Discordia. L’espressione, ormai, è usata per significare un’armonia che risulta da una positiva diversità di pareri, d’idee o di sentimenti; armonia che non elimina le differenze, omologando tutto e rendendo tutti uguali, ma polifonia delle differenze che, alimentate dalla concordia, costruisce la civiltà dell’amore.




























