Uno sguardo nuovo sulla disabilità anche grazie alle parrocchie

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“Il progetto di vita è un cambiamento culturale che non è ancora ‘passato’, resta una sfida. E per costruirlo, significa che c’è qualcuno accanto a te”: don Gianluca Marchetti, sottosegretario della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha riassunto così la svolta che la riforma delle politiche sulla disabilità vuole promuovere, nella giornata conclusiva del 5° convegno nazionale ‘Noi: comunità e progetto di vita’ svoltosi a Bergamo fino a sabato 21 marzo ed organizzato dal Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei, la cui responsabile, suor Veronica Amata Donatello, ha ricordato la necessità che ‘società civile e mondo ecclesiale lavorino insieme per costruire un noi’.

Il meeting di Bergamo era iniziato a Sotto il Monte, nei luoghi di papa san Giovanni XXIII ed ha unito rappresentanti della Chiesa, della società civile, delle istituzioni sotto la bandiera del ‘Noi’, non in contrapposizione a loro o al voi, ma tutti, come un’unica famiglia che cammina insieme e di cui insieme siamo responsabili, come ha detto nell’introduzione al convegno, suor Veronica Donatello: “Quindi il nostro obiettivo è fare rete, creare una cultura, una mentalità e soprattutto uno stile ed una postura che abbiano il senso del noi. Quando tu appartieni alla comunità, non è solo perché risiedi in un luogo e condividi quel luogo, ma è perché ne fai parte, lo abiti come persona e vieni riconosciuto in quanto persona, a prescindere dai limiti o dalle disabilità acquisite oppure congenite. Inoltre vogliamo ribadire che ogni persona con disabilità può essere artefice del proprio presente e del proprio futuro”.

Dopo la visita ai luoghi di papa san Giovanni XXIII, ‘uomo coraggioso, uomo di pace e di speranza e grande visionario’, il convegno si è aperto con un momento di spiritualità a cui hanno partecipato testimoni di altre religioni e l’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso: “Il tema dell’inclusione è un tema che è nell’agenda di tutte le religioni, un tema che si vive sul piano dell’ecumenismo, come la pace, come la cura per il creato e che vede un impegno comune ma questa è la prima volta che noi viviamo un confronto anche con rappresentanti di altre fedi per aiutarci a cambiare punto di vista, percezione, incontrare gli altri, senza paura e senza barriere. Pensiamo che l’apporto dell’ecumenismo sia fondamentale per capire la disabilità”.

Mentre  nella ‘lectio magistralis’ il biblista Luciano Manicardi, monaco della Comunità di Bose, ha esortato ad un cambio di prospettiva: “Un cambiamento di sguardo è forse necessario anche sul piano pastorale nell’accostamento alle persone con disabilità. Spesso il discorso circa la sofferenza

umana, e la disabilità in particolare, necessita, anche nei più generosi ambienti cristiani, di essere evangelizzato… Si tratta di accettare di vedere, ascoltare e incontrare il volto della persona con disabilità (penso in particolare a chi ha disabilità psichiche) rivelandogli il suo valore, la sua importanza, la sua dignità. Per i cristiani occorre liberarsi dallo sguardo mondano e intriso di pregiudizi che a volte ancora li abita, ed assumere lo sguardo di Dio su questi suoi figli e sue creature. Lo sguardo che è stato quello di Gesù come espresso nelle narrazioni evangeliche di incontri con sofferenti”.

Per suor Veronica Donatello la sfida che attende la Chiesa è quella della disabilità: “Ormai l’Italia ha tanti volti ed è necessario pensare la sfida dell’evangelizzazione non per le persone con disabilità, ma con loro. Ci sono tante famiglie che hanno a che fare con anziani o bambini disabili e che nei nostri contesti potrebbero essere luogo di grande testimonianza ed evangelizzazione. La cosa bella del convegno è che abbiamo avuto più di 53 persone con disabilità presenti e moltissimi di loro sono attivi in ambito civile, religioso, politico. Ognuno ha un talento, ognuno ha un dono che può contribuire a costruire comunità. Però solo se guardiamo loro in un’ottica di progettualità e non solamente del prendersi cura, del mangiare, del bere, del dormire, dell’iniziazione cristiana, si può generare questo processo del ‘noi’, di appartenenza. Con nuove vie di evangelizzazione i nostri contesti di vita potrebbero veramente essere quella profezia di fraternità di cui c’è sete, c’è bisogno, tutti, nessuno escluso!”.

In quale modo ci si può relazionare con le persone disabili che frequentano le parrocchie?

“Sicuramente il primo di relazionarsi con le persone disabili è quello di conoscere la persona oltre la diagnosi, perché ognuno può avere un limite; però nessuno è il suo limite; quindi non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Conoscere Marco, che ha la sindrome di down, oppure Francesco, che ha un disturbo di apprendimento. Sicuramente la conoscenza aiuta ad avere un approccio più ‘empatico’ con il ragazzo o la ragazza, permettendo una migliore inclusione nella vita comunitaria. Secondo occorre superare il pregiudizio religioso specialmente se le disabilità sono complesse a volte nella Chiesa non investiamo nelle loro potenzialità attraverso l’affermazione ‘Va bene, ma cosa capisce! E’ un angelo, non ha fatto nulla’.

Invece dobbiamo capire che tutti siamo uomini e donne in cammino e che desideriamo non solo partecipare, ma appartenere a Qualcuno. Penso che la sfida più grande sia quella di un educatore che appartenga veramente ad una comunità cristiana. Terzo aspetto riguarda la conoscenza della famiglia che ha un disabile, facendosi raccontare il suo vissuto, le sue relazioni con il mondo, perché molte volte le famiglie non possono permettersi di uscire di casa e di partecipare ad incontri od a momenti conviviali, in quanto non c’è nessuno che possa offrire un’accoglienza giusta”.

In parrocchia in quale modo è possibile approcciarsi all’altro?

“Innanzitutto è necessario conoscere l’altro e capire da lui le sue esigenze ed i suoi desideri; contemporaneamente preparare la comunità all’accoglienza attraverso anche la creazione di un setting corretto per lui con strumenti compensativi in sinergia: da un lato ci sono Francesco, Marco, Lucia e dall’altro lato ci sono il parroco, i catechisti, l’Azione Cattolica, in modo che compiuto il cammino possa partecipare alla messa domenicale. Però non dobbiamo fissarci solo sullo strumento, che è una possibilità dataci; ma c’è anche il contesto della risorsa ‘compagni’ e ‘comunità’, che sono molto più grandi dello strumento”.

 Quindi è necessario un approccio generativo?

“Certo! Rimane la sfida di una generatività di una comunità cristiana: una comunità cristiana si deve preparare ad accogliere tutti. Però quando accogli un figlio in famiglia devi fare spazio ad altro. Devi convertirti, cioè cambiare prospettiva. La sfida è culturale: non dobbiamo modificare solo lo scivolo od abbattere solo fisicamente la barriera architettonica, ma ripensare ad un nuovo modo di relazione”.

Allora in quale modo relazionarsi con l’altro?

“Imparare a conoscere l’altro come si conosce una persona comprendendo il suo linguaggio, il suo stile ed i suoi desideri di conoscere, attraverso domande, dicendo che non si conoscono tutti gli strumenti necessari. In questo modo impariamo a scoprire anche i nostri limiti e l’altro ci può aiutare”.

A questo punto è necessario un cambio di prospettiva?

“E’ necessario, sennò rischiamo di avere un approccio ‘vecchio’, fuori dal mondo. E’ chiaro che siamo in un’epoca nuova e le persone con disabilità hanno una visione diversa dalla nostra”.

Come potrebbe aiutare l’Intelligenza Artificiale?

“L’Intelligenza Artificiale aiuta molto, ma non supplisce la relazione. Dobbiamo renderci conto che l’Intelligenza Artificiale è uno strumento, come lo sono tanti strumenti, che facilitano la partecipazione, ma non sostituisce la relazione e la bellezza di vivere in una comunità”.

Come ‘creare’ una parrocchia ‘accessibile’?

“La Chiesa in Italia già lavora da 30 anni sul tema della partecipazione delle persone con disabilità alla vita liturgica, alla vita sacramentale. E’ una sfida perché, mi viene da dire, a volte è ancora lasciata alla sensibilità individuale. Però devo riconoscere che negli ultimi anni, grazie anche alla coscienza che le stesse persone con disabilità hanno di essere battezzate, sono loro stesse ormai che anche dentro le chiese, dentro le diocesi chiedono non solo diritti, ma l’appartenenza, che è una parola più bella, più piena, più vera. Allora, si cresce perché dall’io al noi si passa attraverso un tu.

Aggiungo che anche il cammino sinodale per molte diocesi è stata una sfida per conoscere il tu dell’altro, oltre alla propria ‘diagnosi’, oltre alla propria realtà. Stiamo lavorando su questo: qualche realtà ha già fatto tanti passi in avanti, ha già messo in atto tantissimi progetti. Ecco, stiamo realizzando piccoli passi possibili. Altre diocesi hanno colto la possibilità del Giubileo … Quando si passa al noi, quando ci si permette di conoscere l’altro, perché altrimenti si fanno solo piani di accessibilità, e non è il criterio del Vangelo.

Per il Vangelo il criterio è l’appartenenza, cioè il ‘fare parte di’. E, come dico sempre, questo sarà vero quando ad una messa ci accorgeremo degli altri, diremo: ‘Ma come mai Marco non viene?’ per dire di uno ragazzo con lo spettro autistico. Oppure ‘come mai Giorgio, che aveva avuto un incidente grave, non è venuto a Messa?’ Ecco, questo è l’appartenere: quando ti rendi conto che a tavola non sono seduti tutti assieme a te”.

(Foto: Santa Sede)

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