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‘Custodire voci e volti umani’

“Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro… Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi”: così inizia il messaggio di papa Leone XIV, ‘Custodire voci e volti umani’, scritto in occasione per la XL Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si svolgerà domenica 17 maggio.

Partendo da questo paragrafo iniziale abbiamo chiesto al prof. Andrea Tomasi, docente di Ingegneria dell’Informazione all’Università di Pisa e consigliere nazionale dell’associazione ‘WeCa’ (WebCattolici), al quale chiediamo di spiegarci il motivo per cui il papa invita a ‘custodire voci e volti umani’: “Voci e volti è un’espressione che il Papa usa frequentemente. Lo spiega all’inizio del messaggio: ‘Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro’.

Così definisce nell’omelia in occasione della consegna del pallio nello scorso 29 giugno, la comunione ‘armonia di voci e volti’, e così parla della ‘pace di Cristo risorto che continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni’ nel messaggio per la Giornata della Pace di questo anno. 

La novità pervasiva delle tecnologie digitali e dell’ Intelligenza Artificiale, che viene presentata come motore di una evoluzione della specie umana, può alterare e nascondere le voci e i volti delle persone. Per questo occorre ‘custodire’ le persone, l’essere umano, mettendolo al centro dell’attenzione e dell’azione di governo. Voci e volti da custodire, perché ‘sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza’, ha scritto il papa nel messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali di quest’anno. L’Intelligenza Artificiale non può essere fermata, ma va ‘guidata, consapevoli del suo carattere ambivalente’.

Va compresa e governata, non semplicemente usata e regolata, potremmo dire riecheggiando l’insegnamento di Romano Guardini. L’ ‘ecologia integrale’, che coinvolge la persona, l’ambiente naturale, quello economico e quello culturale, come affermato da papa Francesco nell’enciclica ‘Laudato sì’, vede aggiungersi oggi anche l’elemento dell’ ambiente tecnologico”.

‘La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società’: per quale motivo papa Leone XIV insiste molto sulla ‘sfida’ dell’Intelligenza Artificiale’?

“Molti oggi parlano della sfida tecnologica in atto nella competizione tra Stati Uniti e Cina, o nell’approccio europeo, con l’attenzione a cogliere le opportunità ed evitare i rischi nell’usare le piattaforme digitali. Papa Leone XIV mette in evidenza un aspetto più radicale: l’ Intelligenza Artificiale rappresenta una sfida antropologica. che tocca la stessa identità dell’essere umano.

L’Intelligenza Artificiale è il perno e l’asse portante di una riorganizzazione del lavoro e delle professioni, che ridisegna attività essenziali della persona umana e influisce sul modo di pensare, di fare memoria, di agire, di entrare in relazione. La formazione universitaria e l’esperienza di vita di papa Leone, che conosce bene l’ambiente americano delle aziende produttrici di tecnologie digitali e, come Agostino e Pascal, ha sviluppato una profonda riflessione sulla natura umana, lo rende oggi particolarmente attento e preparato a raccogliere la ‘sfida’ dell’ Intelligenza Artificiale e di tutto ciò che si muove intorno alle piattaforme digitali”.

‘E’ importante educare ed educarsi ad usare l’Intelligenza Artificiale in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso’: quale alfabetizzazione ai media oggi ci è richiesta?

“Oggi è necessaria soprattutto una forte azione educativa, non solo per l’apprendimento delle abilità specifiche per l’uso delle tecnologie digitali ma anche, se non più, per lo sviluppo di attitudini umanistiche e morali, come l’attenzione alla qualità delle informazioni, la ricerca e il rispetto della verità, l’uso di un linguaggio non aggressivo e ostile. Anche quando si ricorre alle piattaforme di I.A. non va abbandonato lo spirito critico e l’esercizio della propria intelligenza, con una accurata impostazione delle domande e una attenta verifica della qualità delle risposte ottenute”.

Come si rapportano i ragazzi con i new media?

“Secondo i rapporti pubblicati annualmente da importanti istituzioni ed enti di ricerca, i ragazzi accedono precocemente ad un ambiente iperconnesso, che diventa la loro principale fonte di informazione e di socializzazione. L’apparente disponibilità di molteplici contatti rischia però di mascherare una sorta di solitudine digitale, in cui la socialità viene sostituita da sollecitazioni emotive o relazioni superficiali”.  

Quali sono le finalità di ‘WeCa’?

“L’ Associazione si propone di essere luogo di confronto tra chi, a vario titolo, svolge un compito di comunicazione digitale nell’ambito delle realtà ecclesiali. Il sito e i canali social di WeCa mettono in circolazione notizi e buone pratiche e diffondono webinar e tutorial sull’uso e sugli effetti delle tecnologie digitali”.

In questa realtà multimediale a quale compito sono chiamati i missionari digitali?

“A dare ‘voci e volti’ alla missione delineata nel Messaggio: esercitare responsabilità, cooperazione ed educazione per comprendere e governare le tecnologie digitali e l’Intelligenza Artificiale, in modo da indirizzarle verso la realizzazione piena della persona umana e lo sviluppo dell’intera umanità e non essere invece strumento di dominio di pochi tecnocrati o mezzo per manipolazioni e condizionamenti. Una missione da svolgere con realismo e competenza, perché la posta in gioco è, veramente, il futuro dell’umanità”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV ed i richiami alla libertà contro gli abusi dei mezzi di comunicazione

Papa Leone XIV

“Nel tempo pasquale, come la Chiesa nascente, ritorniamo a parole di Gesù che sprigionano il loro pieno significato alla luce della sua passione, morte e risurrezione. Quello che prima ai discepoli sfuggiva o provocava turbamento, ora riaffiora alla memoria, scalda il cuore e dona speranza”:  prima della recita del Regina Coeli papa Leone XIV, commentando il Vangelo, ha specificato che il posto preparato da Cristo per ogni uomo nella casa di Dio è un mondo nuovo.

Il papa ha parlato di una casa aperta a tutti, in cui nessuno è escluso: “Carissimi, nel mondo vecchio in cui ancora siamo in cammino, ad attirare l’attenzione sono i luoghi esclusivi, le esperienze alla portata di pochi, il privilegio di entrare dove nessun altro può. Invece, nel mondo nuovo in cui il Risorto ci porta, ciò che vale di più è alla portata di tutti. Ma non per questo perde attrattiva…  La morte minaccia di cancellare il nome e la memoria, ma in Dio ognuno è finalmente sé stesso. In verità, è questo il posto che cerchiamo per tutta la vita, talvolta disposti a tutto pur di avere un po’ di attenzione e di riconoscimento”.

Ed a conclusione della recita del Regina Coeli il papa ha ricordato la Giornata mondiale della libertà di stampa: “Oggi si celebra la Giornata mondiale della libertà di stampa, patrocinata dall’Unesco. Purtroppo questo diritto è spesso violato, in modo a volte flagrante, a volte nascosto. Ricordiamo i numerosi giornalisti e reporter vittime delle guerre e della violenza”, istituita nel 1993 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite su impulso dell’Unesco.

Nel 2025 sono stati 129 i giornalisti e gli operatori dei media uccisi nell’arco dell’intero anno, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ). Secondo Reporter sans Frontieres oltre la metà degli Stati analizzati si trova in una situazione giudicata ‘difficile’ od addirittura ‘molto grave’: “In 25 anni, il punteggio medio complessivo dei Paesi studiati non è mai stato così basso”, fotografando un contesto internazionale segnato da guerre, pressioni politiche, crisi economiche dell’editoria e violenze contro i cronisti.

Tra i dati che colpiscono di più c’è quello sul posizionamento degli Stati Uniti, definiti in una ‘situazione problematica’: perdono sette posizioni rispetto allo scorso anno e scivolano al 64^ posto, tra Botswana e Panama. Anche l’Italia arretra nella graduatoria: è al 56^ posto, mentre nello scorso anno occupava la 49^ posizione, collocandosi dietro l’Ucraina e davanti ai Caraibi.

Comunque per Rsf ad oggi solo l’1% della popolazione mondiale può vantarsi di vivere in un Paese dove la condizione della stampa è definibile come ‘buona’. Al primo posto dei virtuosi c’è la Norvegia, a cui fanno seguito Paesi Bassi ed Estonia. Al contrario invece nella classifica all’ultimo posto compare l’Eritrea, alla 180^ posizione per il terzo anno di seguito. Sopra lo Stato africano si trovano Corea del Nord (179^ posizione) e Cina (178^).

Inoltre nello scorso anno si è registrata la ‘rimonta’ della Siria post-Assad che nel 2026 ha scalato 36 posizioni sull’anno precedente. Mentre invece il calo più marcato nel 2026 (-37 posizioni) si registra per il Niger (120ª posizione). Il ripetersi dei conflitti non aiuta ed il report ricorda la guerra in Palestina per la quale a Gaza, dall’ottobre 2023, sono stati uccisi da Israele più di 220 giornalisti.

Infine ha salutato l’Associazione ‘Meter’, che da 30 anni “si impegna per difendere i minori dalla piaga degli abusi, coinvolgendo la comunità ecclesiale e quella civile, educando a stare vicino alle vittime e a fare prevenzione. Grazie per il vostro servizio!”

Il Report 2025 dell’Associazione Meter ha evidenziato una trasformazione profonda del fenomeno, sempre più caratterizzato dall’uso di tecnologie avanzate e strumenti difficili da intercettare. Nello scorso anno sono stati identificati 8.213 minori vittime di deepnude, ovvero immagini generate artificialmente in cui i minori vengono denudati o manipolati digitalmente. Questo dato si aggiunge alle 785.072 immagini e ai 1.733.043 video contenenti abusi reali su minori, segnalati nello stesso periodo:

“Le immagini deepnude rappresentano una forma particolarmente grave di abuso, perché colpiscono sempre una vittima reale: il minore la cui immagine viene manipolata senza alcun consenso. L’IA trasforma materiale innocuo in contenuto sessuale, con una violazione profonda dell’identità, dignità e sicurezza del minore.

Queste pratiche alimentano il mercato pedopornografico e le richieste dei circuiti criminali, esponendo le vittime a conseguenze psicologiche serie, tra cui ansia, senso di colpa, isolamento, paura e ricatto. Oltre al danno individuale, queste pratiche hanno un effetto destabilizzante sulla società, perché normalizzano comportamenti criminali e incoraggiano la diffusione di materiale pedopornografico reale, aumentando la pressione sui sistemi di protezione dell’infanzia”.

Infatti grazie all’attività dell’Osservatorio Mondiale Contro la Pedofilia, l’associazione Meter ha individuato 115 gruppi e bot attivi tra Signal e Telegram, utilizzati per la diffusione di contenuti deepnude, per un totale di 8.213 minori vittime, denudati mediante l’impiego dell’IA.

Papa Leone XIV: varcate la soglia delle ‘cose nuove’

“E’ per me una grande gioia rivolgermi a voi in questa Università Cattolica dell’Africa Centrale, luogo di eccellenza per la ricerca, la trasmissione del sapere e la formazione di tanti giovani. Esprimo la mia gratitudine alle Autorità accademiche per la loro calorosa accoglienza e per il loro costante impegno al servizio dell’educazione. E’ motivo di speranza che questa istituzione, fondata nel 1989 dall’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale, sia un faro al servizio della Chiesa e dell’Africa, nella sua ricerca della verità e nella promozione della giustizia e della solidarietà”: .nel pomeriggio papa Leone XIV ha incontrato il mondo universitario nell’ateneo cattolico dell’Africa centrale a Yaoundé, individuando nel continente africano ‘il lato oscuro’ delle devastazioni causate ‘dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare’ per le tecnologie.

E’ uno sprone per le università a diventare comunità di ricerca: “Oggi più che mai è necessario che le Università, a maggior ragione gli Atenei cattolici, divengano vere e proprie comunità di vita e di ricerca, che introducano studenti e docenti a una fraternità nel sapere, «per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche. Ciò che il Vangelo e la dottrina della Chiesa sono chiamati oggi a promuovere, in generosa e aperta sinergia con tutte le istanze positive che fermentano la crescita della coscienza umana universale, è un’autentica cultura dell’incontro, una cultura anzi, possiamo ben dire, dell’incontro tra tutte le autentiche e vitali culture, grazie al reciproco scambio dei propri rispettivi doni nello spazio di luce dischiuso dall’amore di Dio per tutte le sue creature”.

Citando san Newmann il papa ha esortato il corpo docente universitario ad essere un luogo per l’amicizia: “Difatti, mentre molti nel mondo sembrano perdere i propri punti di riferimento spirituali ed etici, trovandosi imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia, l’Università è per eccellenza un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione. Alle sue origini, nel Medioevo, i suoi iniziatori le diedero come meta la Verità”.

Ed anche l’Africa può contribuire a realizzare questa nuova amicizia: “Carissimi, l’Africa può contribuire in modo fondamentale ad allargare gli orizzonti troppo angusti di un’umanità che fatica a sperare. Nel vostro magnifico Continente la ricerca è particolarmente sfidata ad aprirsi a prospettive interdisciplinari, internazionali e interculturali. Ed oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede all’interno degli scenari culturali e delle sfide attuali, così da farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti, specialmente in quelli più segnati da ingiustizie, diseguaglianze, conflitti, degrado materiale e spirituale”. 

Riprendendo il motto dell’Università il papa ha sottolineato il compito della formazione delle coscienze: “La grandezza di una Nazione non può essere valutata solo in base all’abbondanza delle sue risorse naturali e neppure per la ricchezza materiale delle sue istituzioni. Infatti, nessuna società può prosperare se non si fonda su coscienze rette, educate alla verità. In questo senso, il motto della vostra Università: ‘Al servizio della verità e della giustizia’, vi ricorda che la coscienza umana, intesa come il santuario interiore ove uomini e donne si scoprono interpellati dalla voce di Dio, è il terreno su cui poggiare le fondamenta giuste e stabili per ogni società.

Formare coscienze libere e santamente inquiete è condizione affinché la fede cristiana appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare una ricerca di Dio sempre ulteriore, mai sazia”.

Ecco l’invito a sperimentare ‘cose nuove’ con particolare riferimento ai giovani: “I cristiani, e in modo del tutto speciale i giovani cattolici africani, non devono avere paura delle “cose nuove”. In particolare, la vostra Università può formare pionieri di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale, di cui il continente africano conosce bene non soltanto gli aspetti ammalianti, ma anche il lato oscuro delle devastazioni ambientali e sociali procurate dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare. Non guardate dall’altra parte: è un servizio alla verità e all’intera umanità. Senza questa fatica educativa, l’adattamento passivo alle logiche dominanti verrà scambiato per competenza, e la perdita di libertà per progresso”.

E’ un invito ad essere ‘reali’: “Ciò vale tanto più in rapporto alla diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale, che organizzano sempre più pervasivamente i nostri ambienti mentali e sociali. Come ogni grande trasformazione storica, anche questa richiede non solo competenze tecniche, ma una formazione umanistica capace di rendere visibili le logiche economiche, i pregiudizi incorporati e le forme di potere che modellano la percezione del reale.

Negli ambienti digitali, strutturati per persuadere, l’interazione viene ottimizzata fino a rendere superfluo l’incontro reale, l’alterità delle persone in carne e ossa viene neutralizzata e la relazione ridotta a risposta funzionale. Carissimi, voi invece siete persone reali! Anche la creazione ha un corpo, un respiro, una vita da ascoltare e da custodire. ‘Geme e soffre’ come ognuno di noi”.

E’ un invito particolare a non vivere in una bolla: “Quando la simulazione diventa norma, l’umana capacità di discernimento si atrofizza e i nostri legami sociali si chiudono in circuiti autoreferenziali che non ci espongono più al reale. Viviamo allora come dentro bolle impermeabili le une alle altre, ci sentiamo minacciati da chiunque sia diverso e ci disabituiamo all’incontro e al dialogo. Così dilagano polarizzazione, conflitti, paure, violenza. Non è in gioco un semplice rischio di errore, ma una trasformazione del rapporto stesso con la verità”.

In ciò consiste la responsabilità dell’Università Cattolica: “E’ proprio in quest’ambito che l’Università cattolica ha il dovere di assumere una responsabilità di primo piano. Non si limita, infatti, a trasmettere conoscenze specialistiche, ma forma menti capaci di discernimento e cuori disposti all’amore e al servizio. Prepara soprattutto i futuri dirigenti, i funzionari pubblici, i professionisti e gli altri futuri attori sociali a svolgere con rettitudine gli incarichi che saranno loro affidati, a esercitare le loro responsabilità con probità, a inserire la loro azione in un’etica al servizio del bene comune”.

In questo processo è fondamentale il ruolo degli insegnanti: “Perciò vi incoraggio a incarnare i valori che desiderate trasmettere, anzitutto la giustizia e l’equità, l’integrità, il senso del servizio e della responsabilità. L’Africa e il mondo hanno bisogno di persone che si impegnino a vivere secondo il Vangelo e a mettere le loro competenze al servizio del bene comune. Non tradite questo nobile ideale! Oltre che guide intellettuali, siate modelli il cui rigore scientifico e la cui personale onestà educhino la coscienza dei vostri studenti”.

Per questo ha chiesto agli africani di liberarsi dalla corruzione: “L’Africa ha infatti bisogno di essere liberata dalla piaga della corruzione. E per un giovane tale consapevolezza deve consolidarsi fin dagli anni della formazione, grazie al rigore morale, al disinteresse e alla coerenza di vita dei propri educatori e insegnanti. Giorno dopo giorno, ponete le fondamenta indispensabili per la costruzione di una coerente identità morale e intellettuale. Testimoniando la verità, specialmente davanti alle illusioni dell’ideologia e delle mode, create un ambiente in cui l’eccellenza accademica si unisce naturalmente alla rettitudine umana”.

(Foto: Santa Sede)

Uno sguardo nuovo sulla disabilità anche grazie alle parrocchie

“Il progetto di vita è un cambiamento culturale che non è ancora ‘passato’, resta una sfida. E per costruirlo, significa che c’è qualcuno accanto a te”: don Gianluca Marchetti, sottosegretario della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha riassunto così la svolta che la riforma delle politiche sulla disabilità vuole promuovere, nella giornata conclusiva del 5° convegno nazionale ‘Noi: comunità e progetto di vita’ svoltosi a Bergamo fino a sabato 21 marzo ed organizzato dal Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei, la cui responsabile, suor Veronica Amata Donatello, ha ricordato la necessità che ‘società civile e mondo ecclesiale lavorino insieme per costruire un noi’.

Il meeting di Bergamo era iniziato a Sotto il Monte, nei luoghi di papa san Giovanni XXIII ed ha unito rappresentanti della Chiesa, della società civile, delle istituzioni sotto la bandiera del ‘Noi’, non in contrapposizione a loro o al voi, ma tutti, come un’unica famiglia che cammina insieme e di cui insieme siamo responsabili, come ha detto nell’introduzione al convegno, suor Veronica Donatello: “Quindi il nostro obiettivo è fare rete, creare una cultura, una mentalità e soprattutto uno stile ed una postura che abbiano il senso del noi. Quando tu appartieni alla comunità, non è solo perché risiedi in un luogo e condividi quel luogo, ma è perché ne fai parte, lo abiti come persona e vieni riconosciuto in quanto persona, a prescindere dai limiti o dalle disabilità acquisite oppure congenite. Inoltre vogliamo ribadire che ogni persona con disabilità può essere artefice del proprio presente e del proprio futuro”.

Dopo la visita ai luoghi di papa san Giovanni XXIII, ‘uomo coraggioso, uomo di pace e di speranza e grande visionario’, il convegno si è aperto con un momento di spiritualità a cui hanno partecipato testimoni di altre religioni e l’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso: “Il tema dell’inclusione è un tema che è nell’agenda di tutte le religioni, un tema che si vive sul piano dell’ecumenismo, come la pace, come la cura per il creato e che vede un impegno comune ma questa è la prima volta che noi viviamo un confronto anche con rappresentanti di altre fedi per aiutarci a cambiare punto di vista, percezione, incontrare gli altri, senza paura e senza barriere. Pensiamo che l’apporto dell’ecumenismo sia fondamentale per capire la disabilità”.

Mentre  nella ‘lectio magistralis’ il biblista Luciano Manicardi, monaco della Comunità di Bose, ha esortato ad un cambio di prospettiva: “Un cambiamento di sguardo è forse necessario anche sul piano pastorale nell’accostamento alle persone con disabilità. Spesso il discorso circa la sofferenza

umana, e la disabilità in particolare, necessita, anche nei più generosi ambienti cristiani, di essere evangelizzato… Si tratta di accettare di vedere, ascoltare e incontrare il volto della persona con disabilità (penso in particolare a chi ha disabilità psichiche) rivelandogli il suo valore, la sua importanza, la sua dignità. Per i cristiani occorre liberarsi dallo sguardo mondano e intriso di pregiudizi che a volte ancora li abita, ed assumere lo sguardo di Dio su questi suoi figli e sue creature. Lo sguardo che è stato quello di Gesù come espresso nelle narrazioni evangeliche di incontri con sofferenti”.

Per suor Veronica Donatello la sfida che attende la Chiesa è quella della disabilità: “Ormai l’Italia ha tanti volti ed è necessario pensare la sfida dell’evangelizzazione non per le persone con disabilità, ma con loro. Ci sono tante famiglie che hanno a che fare con anziani o bambini disabili e che nei nostri contesti potrebbero essere luogo di grande testimonianza ed evangelizzazione. La cosa bella del convegno è che abbiamo avuto più di 53 persone con disabilità presenti e moltissimi di loro sono attivi in ambito civile, religioso, politico. Ognuno ha un talento, ognuno ha un dono che può contribuire a costruire comunità. Però solo se guardiamo loro in un’ottica di progettualità e non solamente del prendersi cura, del mangiare, del bere, del dormire, dell’iniziazione cristiana, si può generare questo processo del ‘noi’, di appartenenza. Con nuove vie di evangelizzazione i nostri contesti di vita potrebbero veramente essere quella profezia di fraternità di cui c’è sete, c’è bisogno, tutti, nessuno escluso!”.

In quale modo ci si può relazionare con le persone disabili che frequentano le parrocchie?

“Sicuramente il primo di relazionarsi con le persone disabili è quello di conoscere la persona oltre la diagnosi, perché ognuno può avere un limite; però nessuno è il suo limite; quindi non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Conoscere Marco, che ha la sindrome di down, oppure Francesco, che ha un disturbo di apprendimento. Sicuramente la conoscenza aiuta ad avere un approccio più ‘empatico’ con il ragazzo o la ragazza, permettendo una migliore inclusione nella vita comunitaria. Secondo occorre superare il pregiudizio religioso specialmente se le disabilità sono complesse a volte nella Chiesa non investiamo nelle loro potenzialità attraverso l’affermazione ‘Va bene, ma cosa capisce! E’ un angelo, non ha fatto nulla’.

Invece dobbiamo capire che tutti siamo uomini e donne in cammino e che desideriamo non solo partecipare, ma appartenere a Qualcuno. Penso che la sfida più grande sia quella di un educatore che appartenga veramente ad una comunità cristiana. Terzo aspetto riguarda la conoscenza della famiglia che ha un disabile, facendosi raccontare il suo vissuto, le sue relazioni con il mondo, perché molte volte le famiglie non possono permettersi di uscire di casa e di partecipare ad incontri od a momenti conviviali, in quanto non c’è nessuno che possa offrire un’accoglienza giusta”.

In parrocchia in quale modo è possibile approcciarsi all’altro?

“Innanzitutto è necessario conoscere l’altro e capire da lui le sue esigenze ed i suoi desideri; contemporaneamente preparare la comunità all’accoglienza attraverso anche la creazione di un setting corretto per lui con strumenti compensativi in sinergia: da un lato ci sono Francesco, Marco, Lucia e dall’altro lato ci sono il parroco, i catechisti, l’Azione Cattolica, in modo che compiuto il cammino possa partecipare alla messa domenicale. Però non dobbiamo fissarci solo sullo strumento, che è una possibilità dataci; ma c’è anche il contesto della risorsa ‘compagni’ e ‘comunità’, che sono molto più grandi dello strumento”.

 Quindi è necessario un approccio generativo?

“Certo! Rimane la sfida di una generatività di una comunità cristiana: una comunità cristiana si deve preparare ad accogliere tutti. Però quando accogli un figlio in famiglia devi fare spazio ad altro. Devi convertirti, cioè cambiare prospettiva. La sfida è culturale: non dobbiamo modificare solo lo scivolo od abbattere solo fisicamente la barriera architettonica, ma ripensare ad un nuovo modo di relazione”.

Allora in quale modo relazionarsi con l’altro?

“Imparare a conoscere l’altro come si conosce una persona comprendendo il suo linguaggio, il suo stile ed i suoi desideri di conoscere, attraverso domande, dicendo che non si conoscono tutti gli strumenti necessari. In questo modo impariamo a scoprire anche i nostri limiti e l’altro ci può aiutare”.

A questo punto è necessario un cambio di prospettiva?

“E’ necessario, sennò rischiamo di avere un approccio ‘vecchio’, fuori dal mondo. E’ chiaro che siamo in un’epoca nuova e le persone con disabilità hanno una visione diversa dalla nostra”.

Come potrebbe aiutare l’Intelligenza Artificiale?

“L’Intelligenza Artificiale aiuta molto, ma non supplisce la relazione. Dobbiamo renderci conto che l’Intelligenza Artificiale è uno strumento, come lo sono tanti strumenti, che facilitano la partecipazione, ma non sostituisce la relazione e la bellezza di vivere in una comunità”.

Come ‘creare’ una parrocchia ‘accessibile’?

“La Chiesa in Italia già lavora da 30 anni sul tema della partecipazione delle persone con disabilità alla vita liturgica, alla vita sacramentale. E’ una sfida perché, mi viene da dire, a volte è ancora lasciata alla sensibilità individuale. Però devo riconoscere che negli ultimi anni, grazie anche alla coscienza che le stesse persone con disabilità hanno di essere battezzate, sono loro stesse ormai che anche dentro le chiese, dentro le diocesi chiedono non solo diritti, ma l’appartenenza, che è una parola più bella, più piena, più vera. Allora, si cresce perché dall’io al noi si passa attraverso un tu.

Aggiungo che anche il cammino sinodale per molte diocesi è stata una sfida per conoscere il tu dell’altro, oltre alla propria ‘diagnosi’, oltre alla propria realtà. Stiamo lavorando su questo: qualche realtà ha già fatto tanti passi in avanti, ha già messo in atto tantissimi progetti. Ecco, stiamo realizzando piccoli passi possibili. Altre diocesi hanno colto la possibilità del Giubileo … Quando si passa al noi, quando ci si permette di conoscere l’altro, perché altrimenti si fanno solo piani di accessibilità, e non è il criterio del Vangelo.

Per il Vangelo il criterio è l’appartenenza, cioè il ‘fare parte di’. E, come dico sempre, questo sarà vero quando ad una messa ci accorgeremo degli altri, diremo: ‘Ma come mai Marco non viene?’ per dire di uno ragazzo con lo spettro autistico. Oppure ‘come mai Giorgio, che aveva avuto un incidente grave, non è venuto a Messa?’ Ecco, questo è l’appartenere: quando ti rendi conto che a tavola non sono seduti tutti assieme a te”.

(Foto: Santa Sede)

Commissione Teologica: la relazione è il futuro dell’umanità

“La recente accelerazione dello sviluppo tecnologico e i progressi della scienza hanno riattivato lo stupore di fronte alle grandi potenzialità dell’umanità e la percezione della sua grandezza. Eppure, non diminuisce lo sconcerto di fronte alla sua fragilità, soggetta alla morte e alla malattia, come ha dimostrato la pandemia del Covid-19, ma anche tentata dalla rassegnazione al male, che sembra inevitabile, delle guerre e dei conflitti, delle diseguaglianze e dell’indifferenza. Permane, dunque, l’ambivalenza di grandezza e fragilità, che non può essere negata”: così inizia il documento della Commissione Teologica Internazionale, ‘Quo vadis, humanitas?’, che riflette sulla ‘sfida epocale’ dell’antropologia cristiana nell’era dell’Intelligenza Artificiale, approvato da papa Leone XIV..

Il documento è un invito a leggere la complessità della contemporaneità senza ridurre alla semplificazione la realtà: “Occorre evitare ogni tentativo di semplificare questa ambivalenza, scegliendo una delle due parti: non si può censurare la fragilità e il limite naturali, esaltando solo la grandezza e la forza, magari affidandosi ciecamente ai risultati della ricerca tecnologica e delle scoperte scientifiche; ma non ci si deve neppure rassegnare a tutti i limiti e fragilità della vita, dimenticando le potenzialità inscritte nella nostra natura intelligente e spirituale. Proprio il compito, affidato a ciascuno, di plasmare con responsabilità la propria identità esige di non semplificare l’umano”.

Quindi l’essere umano è un dono, che si rinnova: “Essere una persona umana, con una dignità infinita, non è qualcosa che noi abbiamo costruito o acquistato, ma è frutto di un regalo gratuito che ci precede. E non è un dono che semplicemente si è ricevuto in passato, ma qualcosa che sussiste come dono in ogni circostanza della nostra esistenza, per sempre, diventando un compito intrasferibile.poveri,Appropriarsi di questo dono, dando forma alla propria identità, è l’avventura della vita, un compito da assumere in libertà e all’interno delle relazioni nelle quali conosciamo noi stessi, gli altri e la realtà e così possiamo dare il nostro contributo originale ed unnico alla storia umana, corrispondendo alla nostra vocazione. Il dono viene accolto all’interno di un ‘noi’, di una comunità a cui ciascuna persona appartiene e in cui si cresce”.

Questa dignità trova il culmine nella Pasqua: “L’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio… Questo paradosso riceve luce definitiva dal mistero pasquale di Gesù Cristo, ove il limite, la finitezza e la caducità, ma anche il disordine introdotto dal peccato, sono superati dall’opera della grazia col dono della figliolanza divina, che ci rende partecipi della vita del Risorto, secondo il disegno del Padre e grazie al rinnovamento di tutte le cose nello Spirito”.

Il primo dei quattro capitoli del testo è dedicato allo sviluppo, caratterizzato da due poli: il transumanesimo e il postumanesimo. Il primo racchiude la volontà di migliorare concretamente, attraverso la scienza e la tecnologia, le condizioni di vita dei popoli, superando i loro limiti fisici e biologici. Il secondo vive il ‘sogno’ di sostituire addirittura l’umano, enfatizzando il cyborg, ovvero l’ibrido che rende fluido il confine tra l’uomo e la macchina. Tra questi due poli, si pone la fede cristiana che ‘spinge a cercare una sintesi’ delle tensioni umane in Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, morto e risorto.

Dopo un rapido excursus sul rapporto tra sviluppo e tecnologia nel magistero più recente (da papa san Giovanni XXIII a papa Francesco), il documento si sofferma in particolare sulla tecnologia digitale, alla luce delle riflessioni di papa Leone XIV: “Il discernimento magisteriale riguardo allo sviluppo e alle sue ambivalenze riconosce anzitutto il valore positivo delle innovazioni tecnologiche che, ben usate, costituiscono una grande risorsa per l’umanità in tanti aspetti della civiltà e della cultura. Sembra perciò a molti che basterebbe distinguere tra applicazioni buone e positive e applicazioni nocive e pericolose, sul presupposto che la tecnologia non sia altro che uno strumento nelle nostre mani”.

Quindi la tecnologia coinvolge la vita: “Poiché si tratta di strumenti più connessi alla nostra autocomprensione, che vengono utilizzati per esprimere sé stessi nelle varie forme della comunicazione sociale, per plasmare le identità personali o collettive, per coltivare le relazioni con altri, ne deriva una più intima trasformazione. La tecnologia digitale non è più solo uno strumento, ma costituisce un vero e proprio ambiente di vita, con un suo modo di strutturare le attività umane e le relazioni… L’era digitale inaugura un nuovo orizzonte di senso in cui ci pensiamo e comunichiamo. Cambia pure la nozione di ciò che è universale, che rimanda meno all’idea di una natura comune quanto piuttosto a ciò che è condiviso nella connessione globale”.

Tale ‘rivoluzione’ informatica cambia anche la conoscenza: “La rivoluzione dell’informazione (‘infosfera’) cambia il modo di esercitare la conoscenza: non si tratta più di elaborare teorie per interpretare i dati e trovare soluzioni ai problemi, quanto piuttosto di stabilire correlazioni tra i dati e calcolare la percentuale di successo. Il rischio è che, in questo modo, si tenda a superare il sapere critico, mentre la delega di alcune operazioni come il calcolo, il ragionamento, la traduzione, potrebbe diminuire l’agilità mentale e la creatività del singolo”.

Per questo il documento mette in guardia dal possibile ‘potere’ dell’Intelligenza Artificiale: “Ma il pericolo maggiore è quello di ridurre l’orizzonte della conoscenza umana, delimitandola a quelle forme di sapere che corrispondono a ciò che l’IA può elaborare, con una forte ricaduta sull’ambiente educativo (nelle scuole e nelle università). Possono essere escluse, come non pertinenti, domande di senso e questioni etiche, ma anche questioni filosofiche (ontologiche) e teologiche. Così l’IA potrebbe decidere di fatto ciò che è consentito di sapere, relegando le altre questioni all’ambito soggettivo o a questioni di gusto”.

Ma è anche un’opportunità per la fede: “Le tecnologie digitali offrono molte opportunità alle religioni che mobilitano le risorse della comunicazione digitale a servizio della loro missione. La rete è oggi un ‘luogo’ dove si possono trovare molte proposte positive di vita religiosa e di vita cristiana, che facilitano conoscenza e informazione in modalità inimmaginabili fino a poco fa”.

Però c’è anche il rischio che la fede diventi slegata dalla realtà e molto emotiva: “Si può anche dubitare del carattere autenticamente ecclesiale di certa comunicazione cristiana nei social network, specie quando impiegata per alimentare polemiche, creare divisioni e persino distruggere la buona fama di altre persone. Inoltre, alcune di queste nuove pratiche spirituali online finiscono col produrre una metamorfosi nel modo di credere, poiché la tecnologia digitale ha una presa molto forte sull’immaginario religioso.

Non di rado, il risultato è un nuovo paradigma che ridefinisce le identità religiose: la tecnologia funge essa stessa anche da guida spirituale e mediatrice del sacro. In effetti, i devoti di varie religioni e i ricercatori spirituali spesso ripongono una fiducia indiscriminata nei motori di ricerca online, rendendo superflue le mediazioni umane del sacro, sostituite dal digitale. I casi estremi arrivano alle richieste di benedizioni e di esorcismi virtuali, allo spiritismo digitale e alle ‘false religioni’ tridimensionali”.

Ed ecco, in conclusione l’affidamento alla Madre di Dio: “Infatti, in Maria la Chiesa contempla ciò che tutti speriamo di essere: l’immagine di un essere umano nella sua pienezza. Nelle circostanze della sua vita, Maria realizza una sintesi che unisce la chiamata d’amore e la risposta libera; la vocazione personale e la missione sociale; l’identità filiale e la comunione fraterna; l’annuncio di Dio e il servizio agli altri esseri umani; l’obbedienza responsabile e il servizio generoso; l’accoglienza del dono e il donarsi gratuitamente; la gioia del canto e la serena meditazione sulla vita, l’appartenenza al proprio popolo e l’apertura a tutte le generazioni; l’accettazione dei propri limiti e la felicità della fede; il ‘sì’ affinché si compia la volontà di Dio e la sollecitudine affinché tutti facciano ciò che Gesù dirà loro. Maria ha accolto la sua vita come vocazione e così ha realizzato la propria identità personale nell’adempimento della missione affidatale, affinché si compisse il disegno d’amore di Dio Trinità per l’intera umanità”.

L’altra conclusione riguarda i poveri: “L’inarrestabile sviluppo tecnologico che prendiamo in considerazione in questo testo e che favorisce soprattutto quelli che hanno già molto potere, sfida a dirigere lo sguardo ai più poveri. Se questo sviluppo, come abbiamo visto, insieme alle ideologie che lo accompagnano, implica seri rischi, questi saranno ancora maggiori per i più deboli e indifesi, cioè per quelli che non contano nulla perché non servono agli ingranaggi dei più potenti.

Essi corrono il rischio di diventare materia di scarto, ‘danni collaterali’, spazzati via senza pietà… Da ciò scaturisce il dovere di stare particolarmente attenti (come umili sentinelle) alle conseguenze che possono avere i nuovi sviluppi della società per la vita degli ultimi. Nondimeno, a reagire con una parola profetica e un generoso coinvolgimento. Si gioca così l’autenticità della nostra fede e il valore umano della nostra vita”.

Avvenga di me quello che hai detto. Un viaggio visivo e sonoro nel mistero dell’Annunciazione

Un’esperienza immersiva tra fede, arte e comunicazione contemporanea: fino a domenica 15 marzo il Bastione Sangallo di Loreto ospita ‘Avvenga di me quello che hai detto. Un viaggio visivo e sonoro nel mistero dell’Annunciazione’, a cura della prof.ssa Francesca Coltrinari con la regia di Francesco De Melis, che, pensato a conclusione dell’anno giubilare, propone un percorso multimediale dedicato all’Annunciazione, l’evento fondante della storia cristiana, esplorato attraverso i capolavori della storia dell’arte.

Realizzato con la consulenza scientifica della prof.ssa Francesca Coltrinari, storica dell’arte dell’Università di Macerata e con la regia dell’antropologo e musicologo Francesco De Melis, l’evento accompagna i visitatori in un viaggio digitale spettacolare attraverso alcune delle Annunciazioni più celebri dell’arte, grazie a sistemi multimediali avanzati e a letture visive sviluppate anche tramite intelligenza artificiale: colori, gesti, simboli e dettagli prendono vita per svelare la complessità narrativa e teologica di uno dei temi più rappresentati della storia dell’arte.

Tra le ‘Annunciazioni’ più significative presenti nel video, ci sono opere di Carlo Crivelli, Giambattista Tiepolo, El Greco, Sandro Botticelli, Antonello da Messina, Guido Reni, Pieter de Witte ed altri grandi artisti, ma è anche occasione per valorizzare le ‘Annunciazioni’ conservate nelle Marche, promuovendo itinerari culturali e spirituali tra chiese, musei e città d’arte, come quelle di Pietro Alamanno e Guido Reni conservate nella Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno, l’arazzo su cartone di Rogier van der Weyden nei Musei Civici di Fermo, il capolavoro di Lorenzo Lotto e l’affresco strappato di Olivuccio di Ciccarello nei Musei Civici di Recanati, l’opera di Bernardino di Mariotto nella Pinacoteca Civica di San Severino Marche, l’Annunciazione di Sperimento di Giovanni Angelo di Antonio a Camerino, gli affreschi strappati del Maestro di Campodonico nella Pinacoteca Civica di Fabriano, le opere di Lotto nella Pinacoteca Civica di Jesi, le Annunciazioni di Pietro Perugino a Senigallia e di Guido Reni a Fano, oltre a diverse Annunciazioni nella Galleria Nazionale delle Marche di Urbino.

Il video è accompagnato da una lettura dal ‘Vangelo secondo Luca’, per raccontare la realtà luminosa del mistero in un fluire di tinte, musiche, parole e figure, secondo il commento di Francesco De Melis: “La semplicità delle parole di Luca nel suo racconto evangelico dell’evento premonitore per antonomasia del ‘regno che non avrà fine’ è disarmante e sconcertante a un tempo, nel senso ossimorico di una luminosità del mistero. Questa semplicità misteriosa è alla base dell’ispirazione pittorica sul tema dell’Annunciazione attraverso i secoli, nel senso, sempre ossimorico, della naturale sprezzatura che sgorga dai capolavori. Il passo del Vangelo di Luca, nella sua chiarezza lampante e scura, è dunque il testo che fa testo in quanto alla luminosa semplicità dell’Annunciazione”.

Per la docente di storia dell’arte moderna all’Università di Macerata e curatrice della mostra, Francesca Coltrinari, è importante lo sguardo con cui gli artisti hanno rappresentato l’Annunciazione: “Gli artisti di ogni epoca lo hanno raccontato con soluzioni diverse, in cui ogni dettaglio parla: il gesto dell’angelo, la sorpresa o l’umiltà di Maria, la luce che irrompe dall’alto, il fiore, il libro, il silenzio sospeso di un istante che cambia la storia. Al centro di tutto c’è la casa: la Casa di Nazareth, luogo reale della vita di Maria e dell’Annuncio. A Loreto questa meditazione si fa ancora più viva, perché la Santa Casa custodita qui è il segno concreto di quel luogo originario. Il nostro percorso invita a rileggere l’Annunciazione con occhi nuovi, attraverso alcune delle più straordinarie opere dell’arte, per rivivere il momento in cui l’Eterno entrò nel tempo e la storia cambiò per sempre”.

Perché un mostra multimediale sull’Annunciazione? 

“La mostra intendeva valorizzare l’evento sacro che ha avuto luogo nella Casa di Nazareth conservata, secondo la tradizione cristiana, nella Basilica di Loreto, mostrando come questa semplice casa, in cui ancora oggi pellegrini e visitatori possono entrare, sia stata interpretata dagli artisti nei modi più diversi, spesso come un meraviglioso palazzo ricchissimo di oggetti, altre volte come una abitazione borghese, oppure come un luogo semplice e umile, nobilitato dalla luce del miracolo divino. L’uso del multimediale ha avuto due ragioni: poter mostrare alcuni capolavori dell’arte altrimenti difficilmente spostabili ed i loro straordinari dettagli e offrire un racconto artistico, una narrazione a sé, potremo dire, in cui immagini e testi sacri si fondessero”.

Cosa rappresenta questo progetto ‘immersivo’? 

“Un modo suggestivo ed evocativo di accompagnare il visitatore dentro alcuni capolavori dell’arte, alla scoperta di dettagli e particolari che spesso nemmeno la visione diretta permette di cogliere”.

Per quale motivi gli artisti hanno raffigurato l’Annunciazione? 

“Perché è uno dei più importanti (se non il più importante) misteri del Cristianesimo: è il momento in cui avviene l’incarnazione di Gesù che si fa uomo nel seno di Maria: da quel giorno, fissato al 25 marzo, inizia una nuova era, quella cristiana ‘della grazia’. Si pensi che in numerosi stati italiani, come a Venezia e Firenze, fra Medioevo ed età moderna l’anno iniziava proprio il 25 marzo. L’Annunciazione è poi raccontata nel Vangelo di Luca come una vera e propria azione teatrale, dove l’Angelo e la Vergine si parlano e dove vengono descritti diversi stati d’animo di Maria, la cui rappresentazione ha rappresentato uno stimolo per gli artisti che li hanno restituiti con estrema sensibilità e varietà dagli artisti”.

La mostra si avvale di sistemi multimediali avanzati, tra cui anche l’Intelligenza Artificiale: quanto questi sistemi possono rendere ‘appetibili’ le opere d’arte?  

“Il video di Loreto ha posto molta attenzione a un uso consapevole dell’Intelligenza artificiale, usandola per animare una sola opera d’arte, la ‘Traslazione della Santa Casa’ di Giovanni Battista Tiepolo, che fa da introduzione al video, realizzato invece con sistemi cinematografici ‘più tradizionali’. Sia io che Francesco de Melis, il regista autore del video, crediamo infatti che sia importante non proporre manipolazioni e forzature dei dipinti del passato, opere in sé perfette e che offrono una possibilità di osservazione e contemplazione alternativa al mondo delle immagini in movimento. Certamente l’Intelligenza Artificiale offre opportunità incredibili dal punto di vista della ricostruzione di contesti perduti oppure di opere frammentarie”.

Una mostra con una particolare attenzione ai giovani: in quale modo l’arte può raccontare loro la bellezza della fede? 

“Il medium tecnologico può di per sé attirare i giovani che sono costantemente immersi in immagini, spesso consumate in fretta e passivamente. Questa esperienza vuole essere un invito a guardare senza correre, a permettere a queste immagini di entrare nella mente. L’arte resta un veicolo fondamentale per trasmettere, oltre che la bellezza, dei significati profondi”.

Le Marche posseggono un patrimonio di opere d’arte, spesso sconosciuto: in quale modo si potrebbero valorizzare?

“Valorizzare vuol dire riconoscere il valore… spesso questo valore non è neppure visto perché manca un’accessibilità fisica ai luoghi e alle opere (pensiamo per le Marche al dramma del terremoto del 2016 che ha danneggiato o resto inagibili moltissimi edifici). Quindi, per prima cosa, sarebbe necessario aprire e gestire il più possibile chiese, musei, palazzi…

Ma poi c’è necessità di render accessibili le opere d’arte dal punto di vista del loro significato e della loro storia. E questa è una sfida che aprirebbe molte opportunità: perché per rendere accessibili le opere, specie del passato, è necessario conoscerle, studiarle e poi divulgarle con linguaggi accessibili a tutti, comprensibili e che si avvalgano anche di mezzi comunicativi odierni. In questo senso, il video di Loreto, in cui sono inserite anche opere marchigiane, può essere un piccolo contributo”.

(Tratto da Aci Stampa)

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