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Uno sguardo nuovo sulla disabilità anche grazie alle parrocchie
“Il progetto di vita è un cambiamento culturale che non è ancora ‘passato’, resta una sfida. E per costruirlo, significa che c’è qualcuno accanto a te”: don Gianluca Marchetti, sottosegretario della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha riassunto così la svolta che la riforma delle politiche sulla disabilità vuole promuovere, nella giornata conclusiva del 5° convegno nazionale ‘Noi: comunità e progetto di vita’ svoltosi a Bergamo fino a sabato 21 marzo ed organizzato dal Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei, la cui responsabile, suor Veronica Amata Donatello, ha ricordato la necessità che ‘società civile e mondo ecclesiale lavorino insieme per costruire un noi’.
Il meeting di Bergamo era iniziato a Sotto il Monte, nei luoghi di papa san Giovanni XXIII ed ha unito rappresentanti della Chiesa, della società civile, delle istituzioni sotto la bandiera del ‘Noi’, non in contrapposizione a loro o al voi, ma tutti, come un’unica famiglia che cammina insieme e di cui insieme siamo responsabili, come ha detto nell’introduzione al convegno, suor Veronica Donatello: “Quindi il nostro obiettivo è fare rete, creare una cultura, una mentalità e soprattutto uno stile ed una postura che abbiano il senso del noi. Quando tu appartieni alla comunità, non è solo perché risiedi in un luogo e condividi quel luogo, ma è perché ne fai parte, lo abiti come persona e vieni riconosciuto in quanto persona, a prescindere dai limiti o dalle disabilità acquisite oppure congenite. Inoltre vogliamo ribadire che ogni persona con disabilità può essere artefice del proprio presente e del proprio futuro”.
Dopo la visita ai luoghi di papa san Giovanni XXIII, ‘uomo coraggioso, uomo di pace e di speranza e grande visionario’, il convegno si è aperto con un momento di spiritualità a cui hanno partecipato testimoni di altre religioni e l’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso: “Il tema dell’inclusione è un tema che è nell’agenda di tutte le religioni, un tema che si vive sul piano dell’ecumenismo, come la pace, come la cura per il creato e che vede un impegno comune ma questa è la prima volta che noi viviamo un confronto anche con rappresentanti di altre fedi per aiutarci a cambiare punto di vista, percezione, incontrare gli altri, senza paura e senza barriere. Pensiamo che l’apporto dell’ecumenismo sia fondamentale per capire la disabilità”.
Mentre nella ‘lectio magistralis’ il biblista Luciano Manicardi, monaco della Comunità di Bose, ha esortato ad un cambio di prospettiva: “Un cambiamento di sguardo è forse necessario anche sul piano pastorale nell’accostamento alle persone con disabilità. Spesso il discorso circa la sofferenza
umana, e la disabilità in particolare, necessita, anche nei più generosi ambienti cristiani, di essere evangelizzato… Si tratta di accettare di vedere, ascoltare e incontrare il volto della persona con disabilità (penso in particolare a chi ha disabilità psichiche) rivelandogli il suo valore, la sua importanza, la sua dignità. Per i cristiani occorre liberarsi dallo sguardo mondano e intriso di pregiudizi che a volte ancora li abita, ed assumere lo sguardo di Dio su questi suoi figli e sue creature. Lo sguardo che è stato quello di Gesù come espresso nelle narrazioni evangeliche di incontri con sofferenti”.
Per suor Veronica Donatello la sfida che attende la Chiesa è quella della disabilità: “Ormai l’Italia ha tanti volti ed è necessario pensare la sfida dell’evangelizzazione non per le persone con disabilità, ma con loro. Ci sono tante famiglie che hanno a che fare con anziani o bambini disabili e che nei nostri contesti potrebbero essere luogo di grande testimonianza ed evangelizzazione. La cosa bella del convegno è che abbiamo avuto più di 53 persone con disabilità presenti e moltissimi di loro sono attivi in ambito civile, religioso, politico. Ognuno ha un talento, ognuno ha un dono che può contribuire a costruire comunità. Però solo se guardiamo loro in un’ottica di progettualità e non solamente del prendersi cura, del mangiare, del bere, del dormire, dell’iniziazione cristiana, si può generare questo processo del ‘noi’, di appartenenza. Con nuove vie di evangelizzazione i nostri contesti di vita potrebbero veramente essere quella profezia di fraternità di cui c’è sete, c’è bisogno, tutti, nessuno escluso!”.
In quale modo ci si può relazionare con le persone disabili che frequentano le parrocchie?
“Sicuramente il primo di relazionarsi con le persone disabili è quello di conoscere la persona oltre la diagnosi, perché ognuno può avere un limite; però nessuno è il suo limite; quindi non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Conoscere Marco, che ha la sindrome di down, oppure Francesco, che ha un disturbo di apprendimento. Sicuramente la conoscenza aiuta ad avere un approccio più ‘empatico’ con il ragazzo o la ragazza, permettendo una migliore inclusione nella vita comunitaria. Secondo occorre superare il pregiudizio religioso specialmente se le disabilità sono complesse a volte nella Chiesa non investiamo nelle loro potenzialità attraverso l’affermazione ‘Va bene, ma cosa capisce! E’ un angelo, non ha fatto nulla’.
Invece dobbiamo capire che tutti siamo uomini e donne in cammino e che desideriamo non solo partecipare, ma appartenere a Qualcuno. Penso che la sfida più grande sia quella di un educatore che appartenga veramente ad una comunità cristiana. Terzo aspetto riguarda la conoscenza della famiglia che ha un disabile, facendosi raccontare il suo vissuto, le sue relazioni con il mondo, perché molte volte le famiglie non possono permettersi di uscire di casa e di partecipare ad incontri od a momenti conviviali, in quanto non c’è nessuno che possa offrire un’accoglienza giusta”.
In parrocchia in quale modo è possibile approcciarsi all’altro?
“Innanzitutto è necessario conoscere l’altro e capire da lui le sue esigenze ed i suoi desideri; contemporaneamente preparare la comunità all’accoglienza attraverso anche la creazione di un setting corretto per lui con strumenti compensativi in sinergia: da un lato ci sono Francesco, Marco, Lucia e dall’altro lato ci sono il parroco, i catechisti, l’Azione Cattolica, in modo che compiuto il cammino possa partecipare alla messa domenicale. Però non dobbiamo fissarci solo sullo strumento, che è una possibilità dataci; ma c’è anche il contesto della risorsa ‘compagni’ e ‘comunità’, che sono molto più grandi dello strumento”.
Quindi è necessario un approccio generativo?
“Certo! Rimane la sfida di una generatività di una comunità cristiana: una comunità cristiana si deve preparare ad accogliere tutti. Però quando accogli un figlio in famiglia devi fare spazio ad altro. Devi convertirti, cioè cambiare prospettiva. La sfida è culturale: non dobbiamo modificare solo lo scivolo od abbattere solo fisicamente la barriera architettonica, ma ripensare ad un nuovo modo di relazione”.
Allora in quale modo relazionarsi con l’altro?
“Imparare a conoscere l’altro come si conosce una persona comprendendo il suo linguaggio, il suo stile ed i suoi desideri di conoscere, attraverso domande, dicendo che non si conoscono tutti gli strumenti necessari. In questo modo impariamo a scoprire anche i nostri limiti e l’altro ci può aiutare”.
A questo punto è necessario un cambio di prospettiva?
“E’ necessario, sennò rischiamo di avere un approccio ‘vecchio’, fuori dal mondo. E’ chiaro che siamo in un’epoca nuova e le persone con disabilità hanno una visione diversa dalla nostra”.
Come potrebbe aiutare l’Intelligenza Artificiale?
“L’Intelligenza Artificiale aiuta molto, ma non supplisce la relazione. Dobbiamo renderci conto che l’Intelligenza Artificiale è uno strumento, come lo sono tanti strumenti, che facilitano la partecipazione, ma non sostituisce la relazione e la bellezza di vivere in una comunità”.
Come ‘creare’ una parrocchia ‘accessibile’?
“La Chiesa in Italia già lavora da 30 anni sul tema della partecipazione delle persone con disabilità alla vita liturgica, alla vita sacramentale. E’ una sfida perché, mi viene da dire, a volte è ancora lasciata alla sensibilità individuale. Però devo riconoscere che negli ultimi anni, grazie anche alla coscienza che le stesse persone con disabilità hanno di essere battezzate, sono loro stesse ormai che anche dentro le chiese, dentro le diocesi chiedono non solo diritti, ma l’appartenenza, che è una parola più bella, più piena, più vera. Allora, si cresce perché dall’io al noi si passa attraverso un tu.
Aggiungo che anche il cammino sinodale per molte diocesi è stata una sfida per conoscere il tu dell’altro, oltre alla propria ‘diagnosi’, oltre alla propria realtà. Stiamo lavorando su questo: qualche realtà ha già fatto tanti passi in avanti, ha già messo in atto tantissimi progetti. Ecco, stiamo realizzando piccoli passi possibili. Altre diocesi hanno colto la possibilità del Giubileo … Quando si passa al noi, quando ci si permette di conoscere l’altro, perché altrimenti si fanno solo piani di accessibilità, e non è il criterio del Vangelo.
Per il Vangelo il criterio è l’appartenenza, cioè il ‘fare parte di’. E, come dico sempre, questo sarà vero quando ad una messa ci accorgeremo degli altri, diremo: ‘Ma come mai Marco non viene?’ per dire di uno ragazzo con lo spettro autistico. Oppure ‘come mai Giorgio, che aveva avuto un incidente grave, non è venuto a Messa?’ Ecco, questo è l’appartenere: quando ti rendi conto che a tavola non sono seduti tutti assieme a te”.
(Foto: Santa Sede)
Pubblicato il bando per la selezione del Servizio Civile Universale
La Caritas diocesana di Ugento – S. Maria di Leuca comunica che entro e non oltre le ore 14.00 del 8 Aprile prossimo è possibile inoltrare on-line la domanda di partecipazione per la selezione di giovani da impiegare nell’ambito del Bando volontari in due progetti di Servizio Civile Universale per un totale di 25 posti: 1) ‘Generare la speranza-Caritas Ugento’ 2) ‘Generare processi educativi-Caritas Ugento’.
Il servizio civile presso la Caritas diocesana di Ugento-S. Maria di Leuca ha durata di 12 mesi con 25 ore di impegno settimanali. Ciascun operatore volontario selezionato sarà chiamato a sottoscrivere con il Dipartimento un contratto che fissa l’importo dell’assegno mensile per lo svolgimento del servizio in € 519,47. Per i volontari ammessi, oltre a fare un’esperienza formativa e umana, e che concluderanno il Servizio Civile Universale senza demerito, sarà riservato il 15% dei posti in caso di partecipazione ai concorsi pubblici.
Per il progetto ‘Generare la speranza-Caritas Ugento’ rivolto agli adulti in difficoltà, è possibile candidarsi per quattro sedi e per n. 9 posti: n. 2 giovani presso il Consultorio Familiare della Parrocchia ‘Maria SS Immacolata’ a Montesano Salentino in via Martiri d’Ungheria, 11; n. 2 giovani di cui 1 con difficoltà economica a Tricase, presso la Parrocchia S. Antonio da Padova; n. 3 giovani di cui 1 con difficoltà economica presso il Centro Caritas in Piazza Cappuccini a Tricase, 15; n. 2 giovani di cui 1 con difficoltà economica sempre a Tricase presso la Maior Charitas in Via Galvani, 44.
Per il progetto ‘Generare processi educativi-Caritas Ugento’ rivolto ai minori, è possibile candidarsi per sette sedi e 16 posti: n. 2 giovani di cui 1 con difficoltà economica a Corsano presso la Parrocchia Santa Sofia; n. 2 giovani di cui 1 con difficoltà economica a Presicce – Acquarica presso l’Oratorio della Parrocchia S. Andrea Apostolo; n. 3 giovani di cui 1 con difficoltà economica; a Taurisano presso l’Oratorio della Parrocchia Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo in Via Casarano, 54; n. 2 giovani a Tutino di Tricase presso la Parrocchia Madonna delle Grazie; n. 3 giovani di cui 1 con difficoltà economica a Tricase presso il Centro Caritas in Piazza Cappuccini, 15; n. 2 giovani di cui 1 con difficoltà economica a Specchia presso l’Oratorio della Parrocchia Presentazione Vergine Maria; n. 2 giovani a Gemini frazione di Ugento presso l’ Oratorio della Parrocchia S. Francesco.
Il Servizio Civile è un’opportunità per i giovani di svolgere un anno di volontariato presso le undici sedi accreditate della Caritas diocesana di Ugento-S. Maria di Leuca, contribuendo a progetti sociali; una possibilità per i giovani che desiderano mettersi al servizio degli altri, per acquisire nuove competenze e contribuire alla costruzione di una società più giusta e solidale.
Per l’ammissione alla selezione è richiesto al giovane il possesso dei seguenti requisiti: a)cittadinanza italiana o di uno degli altri Stati membri dell’Unione Europea o immigrato regolarmente soggiornante in Italia;
b) aver compiuto il diciottesimo anno di età e non aver compiuto i ventinove anni (28 anni e 364 giorni)
alla data di presentazione della domanda;
c) Assenza di condanne penali
d) Giovani con minori opportunità economiche – ISEE entro i € 15.000,00.
La domanda di partecipazione alle selezioni deve essere presentata esclusivamente online attraverso la piattaforma DOL all’indirizzo domandaonline.serviziocivile.it. Per una visione completa, si consiglia di verificare sempre le fonti ufficiali- www.diocesiugento.org, www.caritasugentoleuca.it, www.scelgoilserviziocivile.gov.it, www.caritas.it -, in quanto le informazioni potrebbero subire variazioni o rivolgersi al Centro Caritas Ugento-S. Maria di Leuca – Piazza Cappuccini, 15 – Tricase nei seguenti giorni: lunedì e venerdì dalle ore 10,00 alle 12,00 – martedì e giovedì dalle ore 16,00 alle 18,00. Tel. 0833/219865 email: segreteria@cariatsugentoleuca.it.
Messaggio per la Giornata della vita: tutelare la vita dei minori
“L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, ‘riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo’”: con questa frase dell’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ inizia il messaggio della Cei per la 48^ Giornata nazionale per la vita che si celebrerà il 1° febbraio, che si intitola ‘Prima i bambini’.
‘Prima i bambini’ perché Gesù li ha accolti senza remore e senza pregiudizio: “Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli’. Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura”.
Una cura evangelica fatta propria anche dalla cultura giuridica: “A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il ‘superiore interesse del minore’: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta”.
Però il messaggio elenca una serie di situazioni in cui l’infanzia non è tutelata, iniziando dalle situazioni di guerra: “Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi. Pensiamo ai tanti, troppi, bambini ‘vittime collaterali’ delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati. Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come ‘carne da cannone’ nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli ‘a bassa intensità’, di cui quasi nessuno parla”.
Altre situazioni sottolineate dal testo dei vescovi riguardano il non rispetto del ‘diritto’ alla vita dei bambini: “Pensiamo ai bambini ‘fabbricati’ in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.
Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale. Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge”.
Altri diritti negati riguardano il matrimonio, il lavoro ed il ‘commercio’: “Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro. Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai ‘caporali’ di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.
Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica. Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente. Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli”.
Ma un pensiero è riservato anche ai minori costretti alla migrazione od ‘indottrinati’: “Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti. Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere. Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene”.
In tutto ciò, secondo il messaggio dei vescovi italiani, non c’è tutela del minore: “In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole ‘politicamente corrette’ e falsamente altruiste”.
Quindi occorre cambiare prospettiva per continuare ad essere generativi: “A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti (persone e comunità) dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi”.
E’ un richiamo ad un’attenzione ai bambini anche nella società italiana: “Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli.
Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti ‘forti’ fragilità o debolezze”.
E con un pensiero tratto dall’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ i vescovi hanno chiesto anche alle comunità cattoliche maggiori attenzioni nella cura dei bambini per sconfiggere gli abusi: “Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo ‘casa accogliente’ per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria… Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo (‘la nostra comunità ti accoglie’) deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie”.
Quindi dopo aver ricordato l’impegno del mondo associativo a favore dei diritti di bambini e bambine i vescovi esortano le comunità cristiane ad un’apertura culturale generativa, capace di portare un cambiamento: “Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del ‘desiderio di trasmettere la vita’ e di servirla con gioia.
Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli (genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie) dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.
Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo”.
(Foto: CEI)
Papa Leone XIV: la speranza salva
“Quando il Natale è alle porte, possiamo dire: il Signore è vicino! Senza Gesù, questa affermazione, il Signore è vicino, potrebbe suonare quasi come una minaccia. In Gesù, invece, noi scopriamo che, come avevano intuito i profeti, Dio è un grembo di misericordia. Gesù Bambino ci rivela che Dio ha viscere di misericordia, attraverso le quali genera sempre. In Lui non c’è minaccia, ma perdono”: nell’ultima udienza giubilare papa Leone XIV ha sottolineato che molti potenti non ascoltano il grido della creazione.
Prendendo spunto dalla lettera ai romani dell’apostolo Paolo in cui afferma che la speranza salva, il papa ha sottolineato che la speranza è generativa: “Senza speranza, siamo morti; con la speranza, veniamo alla luce. La speranza è generativa. Infatti è una virtù teologale, cioè una forza di Dio, e come tale genera, non uccide ma fa nascere e rinascere. Questa è vera forza. Quella che minaccia e uccide non è forza: è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente. La forza di Dio fa nascere. Per questo vorrei dirvi infine: sperare è generare”.
Da qui l’invito ad ascoltare il grido degli ‘ultimi’: “E’ un’immagine molto forte. Ci aiuta ad ascoltare e a portare in preghiera il grido della terra e il grido dei poveri. ‘Tutta insieme’ la creazione è un grido. Ma molti potenti non ascoltano questo grido: la ricchezza della terra è nelle mani di pochi, pochissimi, sempre più concentrata (ingiustamente) nelle mani di chi spesso non vuole ascoltare il gemito della terra e dei poveri”.
Ma la terra è di tutti: “Dio ha destinato a tutti i beni del creato, perché tutti ne partecipino. Il nostro compito è generare, non derubare. Eppure, nella fede il dolore della terra e dei poveri è quello di un parto. Dio genera sempre, Dio crea ancora, e noi possiamo generare con Lui, nella speranza. La storia è nelle mani di Dio e di chi spera in Lui. Non c’è solo chi ruba, c’è soprattutto chi genera”.
Solo se si è generativa è possibile assomigliare alla Madre di Dio: “Sorelle e fratelli, se la preghiera cristiana è così profondamente mariana, è perché in Maria di Nazaret vediamo una di noi che genera. Dio l’ha resa feconda e ci è venuto incontro coi suoi tratti, come ogni figlio somiglia alla madre. È Madre di Dio e nostra.
‘Speranza nostra’, diciamo nella Salve Regina. Somiglia al Figlio e il Figlio somiglia a lei. E noi somigliamo a questa Madre che ha dato volto, corpo, voce alla Parola di Dio. Le somigliamo, perché possiamo generare la Parola di Dio quaggiù, trasformare il grido che ascoltiamo in un parto. Gesù vuole nascere ancora: possiamo dargli corpo e voce. Ecco il parto che la creazione attende”.
Quindi la speranza è poter vedere questo mondo come ‘giardino di Dio’: “Sperare è generare. Sperare è vedere che questo mondo diventa il mondo di Dio: il mondo in cui Dio, gli esseri umani e tutte le creature passeggiano di nuovo insieme, nella città-giardino, la Gerusalemme nuova. Maria, speranza nostra, accompagni sempre il nostro pellegrinaggio di fede e di speranza”.
Inoltre oggi è stato ufficializzato che il papa ha convocato il primo Concistoro straordinario dopo l’Epifania, nei giorni 7 e 8 gennaio, e sarà caratterizzato da momenti di comunione e di fraternità, nonché da tempi dedicati alla riflessione, alla condivisione ed alla preghiera per favorire un discernimento comune e ad offrire sostegno e consiglio al papa nell’esercizio del governo della Chiesa per adempiere alla missione della Chiesa,
(Foto: Santa Sede)
I francescani ricordano Isabella di Francia: sulle orme di san Francesco
“Nel 2025 ricorre l’ottavo centenario della nascita della beata Isabella di Francia. Contemporanea di santa Chiara, fondò a Longchamp un monastero di ‘Sorores Minores’ per cui scrisse una regola. Nei secoli successivi confluirono nell’ ‘Ordo sanctae Clarae’, ossia le clarisse che pertanto ha una poligenesi benché abbiano santa Chiara d’Assisi come eponimo in quanto fondatrice. Per l’occasione il Ministro generale dell’ordine dei Frati Minori ha pubblicato una lettera che illustra anche la forza d’attualità della beata Isabella di Francia”.
Questo è l’inizio della lettera del ministro generale dei frati minori, fra Massimo Fusarelli, in occasione dell’ottocentesimo anniversario di Isabella di Francia, figlia del re Luigi VIII e di santa Bianca di Castiglia, sorella di san Luigi IX, che nel 1521 papa Leone X la dichiarò beata, una delle prime sante clarisse. La Chiesa cattolica l’ha ricordata sabato 22 febbraio come recita il Martirologio Romano:
“A Longchamp nella periferia di Parigi in Francia, beata Isabella, vergine, che, sorella del re san Luigi IX, avendo rinunciato a nozze regali e ai piaceri del mondo, fondò il convento delle Suore Minori, con le quali servì Dio in umiltà e povertà”.
Nella lettera il ministro generale ha sottolineato l’importanza di questa ricorrenza: “L’ottocentesimo anniversario della sua nascita arricchisce le diverse memorie dei centenari francescani che stiamo celebrando perché la riscoperta delle pagine del suo percorso di vita e di fede, poco conosciute fino a pochi decenni fa, colorano di nuove sfumature l’eredità francescana dei primi secoli…
Inserendosi a pieno titolo nei primi passi del francescanesimo femminile, Isabella di Francia porta in luce una visione e una recezione libera, consapevole, dinamica e ragionata del francescanesimo; una volontà di seguire Cristo e di rendersi strumento della sua grazia permanendo ‘con modestia’ nel proprio stato di vita, quello della nobiltà regale, abbracciando i valori di Francesco d’Assisi; una capacità di porsi in dialogo con il mondo dell’Ordine francescano maschile e con la curia papale fino ad ottenere l’approvazione di una nuova Regola che racchiude una comprensione della spiritualità mendicante francescana, diffusasi poi in Europa attraverso i monasteri che l’abbracciarono”.
Fr. Fusarelli ha sottolineato la ‘generatività’ del santo assisiate: “In questi anni, poi, in cui si celebrano vari centenari francescani, la sua figura ci mostra che realmente in san Francesco vediamo avverarsi le parole di Gesù per cui chi segue le sue orme porta frutto e un frutto che rimane: Isabella si pone nella posterità dell’Assisiate, ma nello stesso tempo dà origine a ‘cose nuove’, una comunità di donne e un movimento di persone che si sono espanse anche oltre i confini della Francia.
Nella sterilità che attualmente caratterizza la società e vari Paesi, la sua generatività, fedele e insieme creativa, è d’incentivo per ciascuno di noi a collaborare con lo Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, per comprendere e fare nostra la sua stessa fecondità”.
Dopo aver ripercorso la storia della sua vita nella lettera si evidenzia che essa era ispirata al Vangelo: “Con la liturgia possiamo affermare che la beata Isabella con il suo esempio ci rafforza, con i suoi insegnamenti ci ammaestra e con la sua intercessione ci protegge. A quest’ultima affidiamo tutti noi mentre cerchiamo di cogliere dalla sua vita alcune indicazioni che possano aiutarci nel cammino personale e comunitario. La vita di Isabella è scuola di sequela evangelica dietro i passi del Maestro che invita a imparare da Lui la mitezza e l’umiltà del cuore”.
Questa umiltà è caratteristica fondamentale di questa beata: “La custodia della propria piccolezza, nonostante la condizione e l’ambiente di vita tutt’altro che tale, fu il segreto che rese Isabella aperta alla ricerca di ciò che davvero vale e che forgiò in lei ogni altra virtù. La certezza di non bastare a se stessa non assunse la forma della passività e della debolezza di pensiero, ma si coniugò pienamente in lei con l’apertura alla novità e all’impegno; la dolcezza e la nobiltà di cuore non la resero accomodante o ripiegata sul suo interesse.
Isabella ci ricorda che è possibile vincere la preoccupazione principale che irrigidisce il cuore dell’uomo, quella dell’apparire, del dimostrare, del trattenere, del difendere, e che le eredità che l’umiltà e la mitezza consegnano sono quelle della misericordia, della fraternità e dell’essere portatori non della propria luce, ma della salvezza che viene solo da Dio”.
Fu lei che a Parigi si ‘scagliò’ contro le divisioni interne alla Chiesa: “Nella metà del Duecento i frati Minori, soprattutto a Parigi, erano coinvolti in una crescente conflittualità con il clero secolare e, a volte, con la volontà di presentare il carisma francescano ne assolutizzavano qualche aspetto, in modo particolare la povertà, facendone oggetto d’una apologia che giungeva a sfociare in retorica. Isabella focalizzò, invece, quanto fosse centrale la minorità, tanto da impegnare tutte le sue forze perché la comunità da lei fondata fosse intitolata all’umiltà di Maria e i membri fossero denominate sorelle minori”.
Quindi le divisioni si possono superare con l’umiltà: “Se si vuole non solo che le armi tacciano ma soprattutto che parli la concordia, sono necessarie disposizioni che favoriscano la pace con opere, parole e intenzioni simili a quelle compiute da Isabella di Francia. L’affezione di Isabella fu totalizzante, rivolta non a un’idea, nemmeno di minorità, ma a Colui che per noi si è fatto ultimo e piccolo, il Signore Gesù, e ciò coinvolse, secondo il dettato biblico, mente, cuore e forze; così nel momento in cui stese la Regola consultò vari teologi, tra cui san Bonaventura.
Ciò è una indicazione precisa a superare tante polarizzazioni e unilateralità, che vanno dal razionalismo al primato dell’emotività, e a optare, invece, per una formazione integrale e integrata che coinvolga mente e cuore, fede e ragione, pensiero e vita”.
La lettera si conclude con un’esortazione: “Possa la memoria viva della sua vita di donna, che ha interpretato in modo originale l’intuizione di Francesco e di Chiara d’Assisi, continuare a ispirarci in questo tempo nel quale continua a essere possibile vivere il Vangelo del Signore”.
Trasmettere la vita è speranza per il mondo. A colloquio con Marina Casini
“Come nutrire speranza dinanzi ai tanti bambini che perdono la vita nei teatri di guerra, a quelli che muoiono nei tragitti delle migrazioni per mare o per terra, a quanti sono vittime delle malattie o della fame nei Paesi più poveri della terra, a quelli cui è impedito di nascere? Questa grande ‘strage degli innocenti’, che non può trovare alcuna giustificazione razionale o etica, non solo lascia uno strascico infinito di dolore e di odio, ma induce molti (soprattutto i giovani) a guardare al futuro con preoccupazione, fino a pensare che non valga la pena impegnarsi per rendere il mondo migliore e sia meglio evitare di mettere al mondo dei figli”.
Dall’inizio del messaggio dei vescovi italiani per la 47^ Giornata Nazionale per la Vita, che si celebra domenica 2 febbraio sul tema ‘Trasmettere la vita, speranza per il mondo: Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita’, tratto dal libro della Sapienza, prendiamo spunto per un colloquio con la presidente del Movimento per la Vita, prof.ssa Marina Casini, docente di ‘Bioetica e Biodiritto’ presso la sezione di Bioetica e Medical Humanities dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Roma: perché la vita è segno di speranza?
“Non potrebbe essere diversamente! Lo dicono bene i vescovi nel messaggio per la 47^ giornata per la vita: ‘abbandonare uno sguardo di speranza, capace di sostenere la difesa della vita e la tutela dei deboli, cedendo a logiche ispirate all’utilità immediata, alla difesa di interessi di parte o all’imposizione della legge del più forte, conduce inevitabilmente a uno scenario di morte’. Il legame tra la vita umana e la speranza è profondo, forte e inscindibile. Una delle frasi che hanno segnato la storia del Movimento per la Vita, e che ancora oggi ci accompagna, è ‘per ritrovare speranza bisogna avere il coraggio di dire la verità: la vita di ogni uomo è sacra’.
E’ la frase che scrissero i vescovi italiani all’indomani dell’approvazione della legge 194 sull’aborto. Che vita e speranza sono collegati risulta anche dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la quale nel preambolo pone a fondamento della libertà, della giustizia e della pace il riconoscimento della dignità (inerente e uguale) di ogni essere umano. In altri termini: se vogliamo la pace, la giustizia e la libertà dobbiamo riconoscere il valore (dignità) di ogni vita umana. La speranza di un futuro migliore è legata al rispetto della vita”.
Quindi i figli sono speranza per il futuro?
“Infatti, sempre nel messaggio dei vescovi italiani per la Giornata per la vita di quest’anno c’è scritto che ‘tutti condividiamo la gioia serena che i bambini infondono nel cuore e il senso di ottimismo dinanzi all’energia delle nuove generazioni. Ogni nuova vita è speranza fatta carne’. I figli sono veramente frecce di speranza lanciate nel futuro. Mio padre (Carlo Casini, ndr.) diceva che ‘Ogni figlio è l’istintiva speranza che il bene alla fine supererà il male, che il futuro potrà essere migliore del passato’ e che ‘per difendere la vita bisogna essere testimoni della speranza e che perciò, il volto rattristato, le visioni cupe, il dito accusatore non hanno base. Siamo ammiratori del miracolo, testimoni dello stupore, seminatori certi della vittoria finale. Progettiamo la ricomposizione, non la divisione’. Segno di speranza è l’intero popolo della vita, sono i bambini nati con il sostegno dei CAV nel 2023 (5.940); le gestanti aiutate (8.234); donne assistite (14.216), la serenità e il sorriso di una mamma che fidandosi dice ‘sì’ alla vita del figlio che culla in grembo.
Ovviamente tutto questo non significa affatto che si debbano fare figli a tutti i costi, perché i figli non sono oggetti da pretendere, ma persone da accogliere sin dal concepimento. A riguardo, nel messaggio dei vescovi c’è un passaggio importante: ‘Va infine considerato un altro fenomeno sempre più frequente, quello del desiderio di diventare genitori a qualsiasi costo, che interessa coppie o single, cui le tecniche di riproduzione assistita offrono la possibilità di superare qualsiasi limitazione biologica, per ottenere comunque un figlio, al di là di ogni valutazione morale.
Osserviamo innanzitutto che il desiderio di trasmettere la vita rimane misteriosamente presente nel cuore degli uomini e delle donne di oggi. Le persone che avvertono la mancanza di figli vanno accompagnate a una generatività e a una genitorialità non limitate alla procreazione, ma capaci di esprimersi nel prendersi cura degli altri e nell’accogliere soprattutto i piccoli che vengono rifiutati, sono orfani o migranti non accompagnati’”.
Per quale motivo si è rinunciato di generare?
“La risposta richiederebbe un esame di cause che sono complesse. C’è infatti un concorso di fattori che si intrecciano e che hanno a che fare con situazioni personali e sociali insieme. Si parla di industrializzazione e società dei consumi, di rinvio di matrimonio e figli, di precedenza all’affermazione professionale, di problemi a livello occupazionale e abitativo, di crisi economica. Ma tra tutte le cause a cui va posto rimedio c’è sicuramente quella più profonda: la mancanza di speranza, di fiducia nel futuro, di scommettere in un noi che spezza le catene di un individualismo che fa ripiegare su se stessi.
Papa Francesco ha detto: ‘La sfida della natalità è questione di speranza. Ma attenzione, la speranza non è, come spesso si pensa, ottimismo, non è un vago sentimento positivo sull’avvenire… No, la speranza è un’altra cosa. Non è un’illusione o un’emozione che tu senti, no; è una virtù concreta, un atteggiamento di vita. E ha a che fare con scelte concrete. La speranza si nutre dell’impegno per il bene da parte di ciascuno, cresce quando ci sentiamo partecipi e coinvolti nel dare senso alla vita nostra e degli altri.
Alimentare la speranza è dunque un’azione sociale, intellettuale, artistica, politica nel senso più alto della parola; è mettere le proprie capacità e risorse al servizio del bene comune, è seminare futuro. La speranza genera cambiamento e migliora l’avvenire’; ‘Quando non c’è generatività viene la tristezza. E’ un malessere brutto, grigio’; ‘La nascita dei figli, infatti, è l’indicatore principale per misurare la speranza di un popolo. Se ne nascono pochi vuol dire che c’è poca speranza’. Dovremmo riflettere su queste parole”.
‘Il riconoscimento del ‘diritto all’aborto’ è davvero indice di civiltà ed espressione di libertà?’, domandano i vescovi: perché nel messaggio dei vescovi è sottolineato che l’aborto non è un diritto?
“Perché è una semplice ed elementare verità. Può essere considerato un ‘diritto’ l’uccisione di un essere umano realizzata, per giunta, con il sostegno dello Stato, delle strutture pubbliche, con l’alleanza della medicina e il consenso sociale? Il diritto dovrebbe essere il forte difensore dei deboli, non l’oppressore dei deboli; il diritto esiste perché esistono le relazioni tra gli uomini (‘ubi societas ibi ius, ubi ius ibi societas’ – dove c’è la società c’è il diritto, dove c’è il diritto c’è la società), relazioni da tutelare, custodire, proteggere.
La primissima relazione è quella della mamma e del figlio che vive e cresce dentro di lei. Spezzare con la forza della legge quella relazione significa negare il diritto o trasformarlo in uno strumento di sopraffazione. La moderna teoria dei diritti dell’uomo si basa esattamente sull’atto umile della mente che riconosce il valore dell’altro (il riconoscimento dell’uguale dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana) e non su un atto di arroganza sull’altro.
Ecco perché giustamente si domandano i vescovi: ‘Il riconoscimento del ‘diritto all’aborto’ è davvero indice di civiltà ed espressione di libertà? Quando una donna interrompe la gravidanza per problemi economici o sociali (le statistiche dicono che sono le lavoratrici, le single e le immigrate a fare maggior ricorso all’IVG) esprime una scelta veramente libera, o non è piuttosto costretta a una decisione drammatica da circostanze che sarebbe giusto e ‘civile’ rimuovere?’ Rinunciare alla vita impedendo a un figlio di nascere, non può essere mai considerato un ‘diritto’. Mai.
E’ una pretesa ideologica: nessun indice di civiltà e progresso, nessuna autentica manifestazione di libertà. Il preteso ‘diritto di aborto’ è in realtà l’aborto del diritto. Nel punto 5 del messaggio, i vescovi richiamando la dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede, ‘Dignitas infinita’ (‘la difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano.
Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo’), denunciano l’idea dell’aborto come diritto e l’inapplicazione della legge 194 che dovrebbero dissuadere dall’aborto e soprattutto ringraziano e incoraggiano scrivono: Quanti si adoperano ‘per rimuovere le cause che porterebbero all’interruzione volontaria di gravidanza […] offrendo gli aiuti necessari sia durante la gravidanza che dopo il parto’ (L. 194/78, art. 5), come i Centri di Aiuto alla Vita, che in 50 anni di attività in Italia hanno aiutato a far nascere oltre 280.000 bambini”.
In quale modo la medicina può essere al servizio della vita?
“Quante cose ci sarebbero da dire! In estrema sintesi, la base, il fulcro, il senso della medicina è (in una logica di servizio e non di potere) prendersi cura di ogni essere umano, cioè per ogni persona dal concepimento alla morte, senza distinguo, senza discriminazioni. La medicina è chiamata ad accettare la morte non a cagionarla. In questo discorso rientra il rifiuto dell’aborto, dell’eutanasia, del suicidio assistito, della distruzione di esseri umani allo stadio embrionale cosa che può avvenire con le tecniche di fecondazione artificiale, ma anche cosiddetto accanimento terapeutico come dell’abbandono del paziente.
Si apre tutto il vasto spazio della responsabilità e della presa in carico, dell’assistenza globale, dell’implementazione della medicina palliativa, della medicina perinatale, dell’umanizzazione della medicina in generale. Merita di essere letta e meditata ancora oggi l’enciclica ‘Evangelium Vitae’, ma anche la lettera ‘Samaritanus Bonus’ e la Nuova Carta degli Operatori Sanitari. Va da sé che nella prospettiva di una medicina a servizio della vita l’obiezione di coscienza all’aborto ha un ruolo fondamentale: non si tratta di ‘astensione da’, ma di ‘promozione di’ ovvero del valore della vita e della autentica tutela sociale della maternità”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il ruolo della scuola cattolica nel cammino sinodale della Chiesa cattolica in Italia
“Le Linee Guida per la fase sapienziale del Cammino Sinodale delle Chiese in Italia invitano a ricercare le ‘condizioni di possibilità’ per una conversione pastorale e missionaria delle nostre Chiese, focalizzandosi non su che cosa il mondo deve cambiare per avvicinarsi alla Chiesa, ma su come la Chiesa debba cambiare per favorire l’incontro del Vangelo con il mondo… Il ‘camminare insieme’, infatti, sta sempre più caratterizzando la vita delle scuole cattoliche e dei loro organismi, come dimostra il lavoro stesso del Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, improntato a reciproca stima e collaborazione e promotore a sua volta di un ampio discernimento sul futuro della Scuola cattolica e della Formazione professionale di ispirazione cristiana in Italia”: così inizia il ‘contributo per il Cammino Sinodale della Chiesa in Italia’ del Consiglio nazionale della scuola cattolica (Cnsc), inviato al Comitato del Cammino sinodale della Chiesa italiana quale contributo alla seconda fase del percorso sinodale, che riguarda il cammino ‘sapienziale’.
Da tale inizio abbiamo iniziato un colloquio con il prof. Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della CEI e segretario della Giunta del Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, chiedendo di spiegare quale contributo offre la scuola cattolica al cammino sinodale: “Il cammino sinodale della Chiesa in Italia ha come primo obiettivo quello di rinvigorire la missione ecclesiale ‘secondo lo stile della prossimità’. Le scuole cattoliche si collocano proprio al fianco delle famiglie, per sostenere il loro compito educativo, e accanto ai ragazzi, con un’offerta formativa ispirata ai valori del Vangelo. In questo modo, mostrano il volto di una Chiesa vicina alle persone nella quotidianità, attenta alle loro fatiche e speranze.
Ci sono anche altri modi in cui la scuola cattolica può essere una risorsa importante per il cammino sinodale: penso alle sue competenze culturali, alle alleanze educative, a quell’esperienza di sinergia e collaborazione che sta crescendo fra le stesse scuole cattoliche: sono segnali importanti che vanno nella direzione della sostenibilità e della corresponsabilità”.
E’ possibile educare nel cambiamento?
“Non solo è possibile ma è necessario, come ripete spesso papa Francesco ricordando che ogni cambiamento ha bisogno di educazione. Educare, infatti, non significa solo evidenziare i legami con il passato, ma ancor più attrezzarsi davanti alle sfide del presente e immaginare un futuro da costruire insieme. Certo le difficoltà non mancano, ma non ci sono mai stati tempi facili per l’educazione. Il cambiamento d’epoca a cui richiama il papa provoca a una responsabilità e un investimento educativo diffuso e concorde. In questo, il pluralismo culturale non è necessariamente un ostacolo, a patto che si stringa un patto comune sui valori fondamentali e ci si impegni a testimoniarli, ognuno nel proprio campo”.
In quale modo la scuola cattolica può generare responsabilità nei giovani?
“In primo luogo, aiutandoli a vivere il percorso scolastico in modo attivo e non passivo. Da protagonisti. Nel progetto educativo della scuola cattolica si parla da sempre di personalizzazione dell’insegnamento e dell’apprendimento. Non è solo un modo diverso di impostare gli obiettivi e le lezioni da parte dei docenti, ma anche un modo nuovo di vivere la scuola da parte degli alunni, che in essa hanno l’occasione di conoscersi e mettersi alla prova, di imparare a superare gli ostacoli, di mettere a frutto (e a servizio di tutti) i propri talenti, scoprendo così anche la propria vocazione nella vita”.
Con quale linguaggio la scuola cattolica può comunicare la sua proposta formativa?
“Fin dai suoi primi discorsi, papa Francesco ha indicato agli educatori, non solo cattolici, la necessità di usare un triplice linguaggio: quello della testa, del cuore e delle mani. Il messaggio è chiaro: occorre rivolgersi a tutta la persona, non solo a una sua parte. Ecco perché, nella scuola, si deve curare la formazione intellettuale senza trascurare quella degli affetti e dei sentimenti, della volontà e del desiderio. Considerando, inoltre, che la dimensione trascendente è connaturata alla persona, che è sempre in ricerca di senso, ovvero di ragioni di vita e di speranza. In questo campo, decisivi sono gli insegnanti, maestri di sapere e di saper fare e, non di meno, di saper essere”.
In quale modo la scuola cattolica si inserisce nel ‘Patto educativo globale’?
“Per prima cosa direi: non chiudendosi in se stessa. Non considerandosi autosufficiente o esclusiva. La scuola cattolica deve sentire la vocazione a richiamare tutta la comunità in cui vive, sia quella ecclesiale che quella sociale, a impegnarsi per rendere quel territorio un luogo favorevole all’educazione, ossia alla crescita armoniosa ed equilibrata dei più piccoli. E stringere ‘alleanze’ all’interno e all’esterno della comunità cristiana: con le istituzioni e con le forze del mondo del lavoro, delle arti, della salute, del volontariato, dello sport, dei media”.
(Tratto da Aci Stampa)
Da Marsiglia papa Francesco invita ad un sussulto
Il potere trasformante dell’amore materno: Maid
Ci sono tanti bellissimi film o serial che esaltano gli effetti positivi della maternità: per la donna che è diventata madre, per il figlio o la figlia che sono nati e per le persone che stanno loro vicino. E’ il caso di MAID, un serial del 2021 disponibile sulla piattaforma Netflix. Si racconta di una ragazza, Alex, poco più che ventenne che convive con un ragazzo, Sean, assieme alla loro figlia Maddy di due anni in una modesta abitazione in mezzo ai boschi.
Lui è un barista e lei ha dovuto rinunciare al suo sogno, che era quello di andare al college, per accudire la figlia. Una sera, però, prende la bimba e scappa di casa. Non sopporta più che Sean torni spesso ubriaco e la minacci urlando. Alex, che non può contare sull’aiuto del padre che ha abbandonato da tempo la famiglia, né della madre, che è psicologicamente instabile, inizia la sua lotta per la sopravvivenza, cercando asilo in strutture sociali, trascorrendo notti sulla panchina di una stazione, vivendo di sussidi statali e lavori sottopagati.
Eppure, sa che ha un compito da assolvere e un sogno da realizzare: prendersi cura della sua magnifica bimba e iscriversi al college universitario. I due obiettivi non sono in contrasto ma piuttosto in sinergia. Perché in sinergia?
Perché lei sa che non è più una nullità, uno scarto della società, ma vale, anzi vale molto. Vede nel suo essere madre dignità e pienezza, la figlia diventa il motore per realizzare sé stessa: dalla figlia trarrà la forza di iscriversi all’università. Alla fine ci riuscirà davvero e sarà proprio lei a scrivere questa bella storia che è ora diventata un serial.
Le recensioni di questi film sono disponibili su www.familycinematv.it
Se state cercando uno strumento per conoscere meglio le potenzialità educative delle serie tv, per selezionare film da vedere coi ragazzi in base al tema di interesse (adolescenza, genitori-figli, inizio vita, fine vita ecc), consigliamo il libro ‘Occhio al film’, di Franco Olearo e Cecilia Galatolo.
Papa Francesco: la vocazione è missione
Oggi, IV Domenica di Pasqua, si celebra la 60^ Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, istituita nel 1964 da san Paolo VI, sul tema ‘Vocazione: grazia e missione’; per l’occasione papa Francesco ha inviato ai vescovi, ai sacerdoti, ai consacrati un messaggio, in cui ha spiegato il significato della Giornata:





























