Dal Giubileo dei giovani si leva un grido di pace

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A meno di due giorni dall’incontro dei giovani con papa Leone XIV a Tor Vergata i giovani italiani sono stati accolti in piazza san Pietro dal presidente della CEI, card. Matteo Zuppi, con l’invito a disarmare i cuori, presiedendo il momento di preghiera della ‘Confessio fidei’ in cui ‘rinnoviamo il nostro impegno per una vita buona secondo il Vangelo’.

Prima di questo momento c’è stato l’ascolto delle ‘voci di speranza’, come quella di Laura Lucchin, la madre di Sammy Basso, che ha ripercorso ‘la sua fede sentita e ricercata quotidianamente’ in un racconto che ha mostrato la vera ‘forza’ di questo giovane che non si è mai arreso davanti agli ostacoli: “Mai avrei voluto imparare da mio figlio, perché non si dovrebbe mai sopravvivere a un figlio, ma succede, e quando questo accade è devastante. Ma anche in questo delicato e doloroso momento Sammy mi ha insegnato che questa vita altro non è che il passaggio che ognuno di noi deve compiere per arrivare alla vita vera, al cospetto di Colui dal quale tutto ha inizio, il Signore nostro”.

 Oppure quella di Nicolò Govoni, scrittore e fondatore di ‘Still I Rise’, organizzazione umanitaria in prima linea per l’educazione di bambini profughi e vulnerabili in Grecia, Siria, Kenya, Congo, Yemen e Colombia: “Fallivo in tutto: pluribocciato, problemi interpersonali, quasi arrestato. Ma poi ho incontrato una prof. ‘Credo in te’, mi ha detto. E’ grazie a lei che ho trovato il coraggio di partire per l’India come volontario”.

Ed ha raccontato la storia di Idris: “Viveva in un sottoscala. Inalava la colla e come tutti quelli che si fanno di colla poteva avere una aspettativa di vita di cinque anni. E’ venuto a scuola da noi. Alcune persone che lavoravano con me mi hanno chiesto: hai già in mente che futuro avrà Idris quando sarà espulso dalla scuola? A quel punto, sono stato io a espellere queste persone. Adesso Idris ha 15 anni. E’ un ragazzo molto brillante, secondo tutti non poteva farcela, invece è diventato un leader naturale. Noi non lo abbiamo mai trattato stigmatizzandolo. Lo abbiamo trattato come gli altri”.

Nel discorso ai giovani il presidente della Cei ha invitato i giovani a stare nella Chiesa: “Questa nostra madre Chiesa grande, senza confini ci è affidata e noi lo siamo a Lei. Prendiamola con noi e amiamola… E la Chiesa è sotto la croce con gli occhi pieni di lacrime e il cuore ferito per tanta enorme sofferenza, insopportabile per una madre come deve esserlo sempre per l’umanità tutta”.

Il suo intervento è incentrato sulla pace, invitando i giovani a non abituarsi alla violenza: “Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta?.. Sentiamo la chiamata e la forza umanissima e possibile di essere discepoli di Gesù, operatori di pace in un mondo come questo, per difendere la vita sempre dal suo inizio alla fine, di tutti, senza distinzioni, rivestendo la persona sempre di dignità e cura”.

Però tutto scaturisce da una professione di fede attraverso “la gioia di potere confessare oggi la nostra fede insieme a Pietro. Credo che tu sei la salvezza perché la vita non finisce e Tu ci prepari un posto nella tua casa del cielo. Credo che la vita con Te, Signore, è gioia perché piena di amore e perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere… in un mondo nel quale la notte della rassegnazione riempie di felicità individuali, spegne i sogni. Grazie Gesù, amore mio e nostro, che non ti rassegni e continui ad avere fiducia in noi”.

Nella conclusione l’arcivescovo di Bologna ha invitato i giovani a rinnovare il proprio credo: “Io credo, Signore. Credo perché ho ascoltato la Tua parola, vivo la Tua presenza, vedo il Tuo amore senza paura di smettere di aspettare sempre pensando di dovere avere tutte le risposte, perché la sicurezza sei Tu, le risposte le trovo vivendo e l’amore urge nel mio cuore… Le nostre comunità anche le più piccole sono grandi se dentro c’è il Signore con la forza della fraternità. Dobbiamo essere pietre per costruire un edificio spirituale, contro la tentazione del diavolo, e solo con il Signore diventiamo attori della vita vera”.

Poco prima nel video messaggio il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha raccontato ai giovani la situazione in Terra Santa: “Stiamo vivendo, qui in Terra Santa, un momento molto difficile: le morti non si contano, manca il cibo, mancano i medicinali. La fame non è una teoria, è una realtà concreta che colpisce migliaia di persone… Non possiamo negare il dolore ma non possiamo nemmeno fermarci ad esso. Abbiamo bisogno di uno sguardo nuovo, che veda i punti di luce dentro la notte”.

E quei punti di luce sono rappresentati da chi, ogni giorno, “a Gaza, in Israele, in tutta la Terra Santa, rischia la vita per aiutare l’altro, per non arrendersi alla logica dell’io e nessun altro, ma scommettere sul noi insieme”.

Il videomessaggio ha offerto una testimonianza viva di come la speranza prende forma concreta: “Le persone che danno la vita rendono concreta la presenza di Dio. Sono sacerdoti, volontari, uomini e donne di ogni fede che non smettono di credere nella pace… La pace non è solo un augurio, è vita vissuta. Qui è ancora possibile, e sono certo che lo sia anche in Italia, basta volerlo, basta crederci e mettersi in gioco”.

Un invito per la Chiesa: “Come i primi Apostoli, dobbiamo essere capaci di portare una parola che costruisce, un linguaggio che apre orizzonti, accompagnato da gesti concreti di amore e vicinanza, bagnati dalla grazia di Dio… Questo Risorto oggi lo vediamo nelle tante persone che ancora credono che la pace non sia un miraggio o solo uno slogan, ma qualcosa di concreto che si può costruire. Tutti insieme, ciascuno nel proprio contesto, dobbiamo diventare operatori di pace, capaci di dire con il Risorto: la pace sia con voi. Una pace che non è solo un augurio, ma è vita vissuta e sperimentata.

Qui è ancora possibile, sono certo che lo sia in Italia o ovunque, basta volerlo, basta crederci e mettersi in gioco, come tanti uomini e donne di ogni tempo e ovunque, anche in Terra Santa. Grazie per quello che state facendo, per la vostra vicinanza che abbiamo sentito molto concreta e molto tangibile. Vi attendiamo, speriamo che presto questa guerra finisca, i pellegrinaggi possano riprendere e che possiamo rincontrarci e abbracciarci a Gerusalemme”.

Mentre nella mattinata si erano svolte le catechesi nelle parrocchie, come quella nella parrocchia ‘San Gregorio VII’ con il vescovo di Lucca, mons. Paolo Giulietti sul tema ‘La famiglia educa a varcare la soglia dell’alterità’: “La soglia è il simbolo dell’incontro, cioè è il luogo che è possibile varcare per incontrare l’altro, per ospitarlo in casa propria…

La famiglia continua ad essere oggi un’esperienza fondamentale che educa all’alterità, perché è il luogo in cui si impara subito a fare i conti con l’altro. E non è una competenza semplice fare i conti con l’altro, perché spesso l’altro non è stato scelto da noi ma che dobbiamo imparare ad accettare in tutta la sua diversità da noi. Oggi assistiamo purtroppo a questo montare la conflittualità anche nelle piccole cose”.

(Foto: Vatican Media)

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