Sipri: aumenta la domanda per gli armamenti

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Secondo i dati pubblicati dall’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (Sipri) nello scorso dicembre i ricavi delle vendite di armi e servizi militari da parte delle cento maggiori aziende del settore sono nel 2022 il 3,5% in meno rispetto al 2021, a scapito della sicurezza:

“Nel 2022 la sicurezza globale ha registrato un netto peggioramento rispetto a un decen­nio fa. In tutto il mondo sono aumentare le guerre, le spese militari e l’insicurezza ali­mentare. A causa del cambiamento clima­tico, milioni di persone sono state colpite da ondate di calore, siccità e inondazioni che hanno comportato ingenti costi umani ed economici. La stabilità internazionale è stata messa sotto pressione dalla guerra in Ucraina e dall’intensificarsi del confronto tra grandi potenze. Tali fenomeni hanno indebolito il controllo delle armi e reso meno efficace la diplomazia”.

Il 2022 è stato un anno caratterizzato da conflitti armati diffusi in tutto il mondo, ma la varietà e il livello di violenza sono diversi da regione a regione. La situazione in Ucraina ha dominato le discussioni su guerra e pace, ma è stato l’unico esempio di grave guerra interstatale che ha coinvolto eserciti permanenti: “Al di fuori dell’Europa, la maggior parte delle guerre ha continuato a svolgersi all’interno degli stati (o in gruppi di stati con confini porosi) e a coinvolgere diversi gruppi armati non-statali, dalle reti jihadiste e le bande criminali transnazionali alle forze separatiste e ai gruppi ribelli”.

Il numero totale di stati in cui si sono registrati conflitti armati nel 2022 è 56,5 in più del 2021: “Tre di questi conflitti armati (in Ucraina, Myanmar e Nigeria) sono sicuramente classificabili come gravi conflitti con almeno 10.000 decessi associati al conflitto.

E’ probabile che anche la guerra civile in Etiopia abbia superato questa soglia: nonostante non siano disponibili dati certi, pare che ci siano state decine di migliaia di morti. Sono stati registrati altri 16 casi di conflitti armati intensi con 1.000–9.999 decessi. Si stima che il numero totale di vittime legate ai conflitti sia stato di 147.609, leggermente meno rispetto al 2021”.

Questo dato nasconde fluttuazioni significative della violenza a livello regionale: “Nel caso di alcuni conflitti armati intensi e persistenti, come quelli in Afghanistan e in Yemen, il numero di decessi è diminuito notevolmente. Il numero di decessi registrati è aumentato in Ucraina e quasi raddoppiato in Myanmar.

L’Africa è rimasta la regione con il maggior numero di conflitti armati, ma nella maggior parte dei casi si sono registrati meno di 1.000 decessi. Nel 2022 si sono verificati due colpi di stato e tre tentativi di colpo di stato in Africa, mentre non ci sono stati golpe in nessun’altra regione”.

Nel 2022, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha minacciato la stabilità globale, alterando i mercati alimentari ed energetici e indebolendo i meccanismi internazionali di risoluzione dei conflitti. Gli effetti della guerra sono stati più attenuati rispetto alle previsioni iniziali, ma l’incertezza economica ha causato un’ondata di disordini politici in molte regioni.

Nel 2022 sono state registrate oltre 12.000 proteste legate a cibo e carburante. Sebbene abbiano spesso portato a singoli episodi di violenza, le proteste non sono degenerate in nuovi conflitti civili o regionali.

La carenza di manodopera, l’aumento dei costi e le interruzioni nella catena di approvvigionamento, amplificate dalla guerra in Ucraina, hanno limitato la capacità produttiva di molte aziende statunitensi ed europee, nonostante una crescente richiesta globale alimentata dalle tensioni geopolitiche. Inoltre, alcuni Paesi hanno piazzato i nuovi ordini tardivamente nel corso dell’anno facendo sì che l’impennata della domanda non si riflettesse sui ricavi di queste aziende nel 2022.

I dati Sipri mostrano che questa tendenza, interessa soprattutto le principali aziende statunitensi (che rappresentano il 51% del totale dei ricavi da armamenti della Top 100) che hanno registrato un calo del 7,9%, principalmente a causa dei continui problemi della catena di approvvigionamento e la carenza di manodopera derivante dalla pandemia di Covid-19.

L’Asia, l’Oceania e il Medio Oriente d’altra parte, hanno mostrato una risposta più rapida alla domanda crescente. I ricavi da armamenti delle 22 aziende di Asia e Oceania presenti nella classifica sono aumentati del 3,1%. Nel 2022, il Medio Oriente ha registrato il maggior aumento percentuale (11%) rispetto a qualsiasi altra regione: solo le aziende turche hanno segnato un +22%, seguite da quelle israeliane (6,5%).

Modesta la crescita in Europa, dove i ricavi da armamenti delle 26 aziende della Top 100 sono aumentati dello 0,9%. Tuttavia inizia a filtrare la domanda legata alla guerra in Ucraina di materiale adatto a una guerra di logoramento, come munizioni e veicoli blindati. Molti produttori europei di questi articoli hanno visto crescere le loro entrate, in particolare Germania, Norvegia e Polonia.

Secondo i calcoli del Sipri, nel 2022 il mercato delle armi ha generato un giro d’affari di € 548.000.000.000: “Se si guarda alla cifra dei ricavi, rispetto al 2021 si registra una flessione del 3,5%. Ma a dispetto del calo negli incassi, su cui pesano l’inflazione e le interruzioni nella catena di approvvigionamento, la domanda globale è aumentata notevolmente, spinta dalla guerra in Ucraina”.

A guidare la classifica dei produttori di armi sono gli Stati Uniti con ben 5 aziende nei primi cinque posti: su tutti svetta la Lockheed Martin con € 59.000.000.000 di ricavi. Al sesto posto c’è la britannica BAE Systems, con € 24.800.000.000. A completare la top10 troviamo tre aziende cinesi (Norinco, Avic e Casc) e la russa Rostec.

Al tredicesimo posto la prima azienda dell’Unione europea, l’italiana Leonardo, con € 12.400.000 di ricavi. Per trovare un’altra industria tricolore bisogna scendere al 46^ posto, occupato dalla Fincantieri, che fa registrare ricavi per € 2.500.000.000, in leggero aumento rispetto al 2021.

In totale, le aziende europee hanno raggiunto € 111.000.000.000 di ricavi nel totale, di cui la quota dell’Italia è stata di poco più di € 15.000.000.000 (il 2,6% del totale globale). La metà delle vendite nel mondo è stata incassata da aziende Usa (51%), seguite da quelle della Cina (18%). A seguire Regno Unito (7%), Francia (4,4%), Russia (3,5) e quindi l’Italia.