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Continua la repressione in Iran
Dopo un blackout digitale di 84 ore si stima che siano stati circa 2.000 i manifestanti uccisi per aver gridato della libertà in Iran; quindi la ribellione non si ferma nonostante la macchina della repressione alza il tiro. Rubina Aminian, 23 anni, studentessa di design tessile e moda allo Shariati College di Teheran, è stata uccisa la sera di giovedì 8 gennaio dopo che il regime ha imposto il blackout digitale.
Era partita come una protesta, si è trasformata in una ribellione ed ora è diventata ancora una volta una guerra dei Pasdaran (I Guardiani della rivoluzione) contro il popolo. E, nonostante le informazioni arrivino a singhiozzo, i video delle organizzazioni umanitarie mostrano file cadaveri negli ospedali, per le strade, negli obitori con parenti disperati che si aggirano piangendo fra le salme mentre i medici lanciano appelli perché non sono in grado di curare tutti.
Il procuratore generale dell’Iran, Mohammad Kazem Movahedi Aza, ha accusato i manifestanti di moharebeh (disobbedienza contro Dio). I media di Stato hanno inoltre riferito di arresti di massa di persone etichettate come ‘rivoltosi’. Tutti aspettano con rabbia, ansia, speranza, esasperazione e disperazione di poter vedere la Guida Suprema detronizzata perché non è più riconosciuto dal popolo né può contare su alcuna legittimazione divina.
Quindi dallo scorso 28 dicembre le autorità iraniane hanno scatenato una repressione mortale contro le proteste scoppiate nel paese, ricorrendo all’uso illegale della forza, alle armi da fuoco e ad arresti di massa. Per questo Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato che alcune forze di sicurezza, tra le quali i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno usato illegalmente fucili, pistole caricate con pallini di metallo, cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e pestaggi per disperdere, intimidire e punire persone che stavano manifestando in gran parte in modo pacifico.
Tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026 almeno 28 persone tra manifestanti e semplici spettatori, compresi minorenni, sono state uccise in 13 città di otto province iraniane, come ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord: “In Iran chi osa esprimere la propria rabbia per decenni di repressione e pretendere un cambiamento profondo viene ancora una volta colpito a morte dalle forze di sicurezza. Questo ci ricorda la rivolta Donna Vita Libertà del 2022. Il massimo organismo iraniano in materia di sicurezza, il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, deve ordinare immediatamente alle forze di sicurezza di porre fine all’uso illegale della forza e delle armi da fuoco”.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno parlato con 26 manifestanti, testimoni oculari, persone che difendono i diritti umani, giornalisti e un professionista sanitario, hanno esaminato dichiarazioni ufficiali e hanno analizzato decine di video pubblicati in rete o ricevuti. Un patologo indipendente consultato da Amnesty International ha visionato le immagini di manifestanti feriti o uccisi.
Il 3 gennaio 2026, giorno in cui le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 11 persone, la guida suprema Ali Khamenei ha dichiarato che ‘i rivoltosi dovrebbero essere rimessi al loro posto’. Sempre quel giorno, la direzione dei Guardiani della rivoluzione della provincia del Lorestan ha dichiarato che il periodo di ‘tolleranza’ era terminato, impegnandosi a colpire ‘rivoltosi, organizzatori e leader dei movimenti contro la sicurezza senza pietà’. Due giorni dopo il capo del potere giudiziario ha a sua volta ordinato alle procure di agire ‘senza pietà’ contro i dimostranti e di celebrare velocemente i processi nei loro confronti.
Questa è la testimonianza di un manifestante di Malekshani, sempre nella provincia di Ilam, su quanto accaduto in occasione del corteo che lo scorso 3 gennaio si era diretto pacificamente da piazza Shohada verso la sede dei Guardiani della rivoluzione: “Loro hanno aperto il fuoco dall’interno della base, uccidendo a casaccio. Tre o quattro persone sono morte all’istante, molte altre sono state ferite. I manifestanti erano completamente privi di armi”.
Sempre il 3 gennaio nel quartiere di Jafarabad, situato nella città di Kermanshah, capoluogo della provincia omonima, sono stati uccisi Reza Ghanbary e i fratelli Rasoul e Reza Kadivarian. Secondo il racconto di un difensore dei diritti umani, agenti in borghese arrivati sul posto a bordo di tre veicoli di colore bianco hanno aperto il fuoco con pallini di metallo contro un gruppo di manifestanti che stava bloccando una strada.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato i gravi danni causati dal massiccio uso dei pallini di metallo esplosi dalle pistole in dotazione alle forze di sicurezza, comprese ferite alla testa e agli occhi, così come i ferimenti provocati dall’uso di altre armi da fuoco e dai pestaggi.
Le due organizzazioni hanno notato che la presenza di forze di sicurezza all’interno degli ospedali ha sconsigliato a molti feriti di ricorrere alle cure mediche, col conseguente aumento del rischio di morire. Secondo un difensore dei diritti umani, un manifestante di nome Mohsen Armak è morto ad Hafshejan, nella provincia di Chaharmahal e Bakhtiari: il 3 gennaio 2026 era stato colpito da un pallino di metallo ma invece di essere portato in ospedale era stato nascosto in una fattoria.
Il 4 gennaio 2026 nella città di Iman i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno circondato l’ospedale Imam Khomeini, usando armi da fuoco e lanciando gas lacrimogeni all’interno, sfondando le porte per farsi strada e picchiando chi si trovava nella struttura, compresi i feriti, i loro familiari e il personale sanitario.
Le forze di sicurezza hanno proceduto ad arresti arbitrari di centinaia di manifestanti, anche di soli 14 anni, durante la dispersione delle proteste e nel corso di irruzioni notturne nelle abitazioni. Altre persone sono state prelevate dagli ospedali. Molte delle persone arrestate sono state sottoposte a sparizione e a detenzione in isolamento, col conseguente elevato rischio di subire maltrattamenti e torture.
Per le due organizzazioni non governative le autorità iraniane devono scarcerare immediatamente e senza condizioni tutte le persone arrestate solo per aver preso parte pacificamente alle manifestazioni o essersi espresse in loro favore. Tutte le persone attualmente in carcere devono essere protette dai maltrattamenti e dalle torture e avere immediato accesso a familiari, avvocati e cure mediche di cui necessitino.
(Foto: Cesi Italia)
Papa Leone XIV chiede ai consulenti del lavoro il rispetto della persona
“Sono lieto di incontrarvi in occasione dei sessant’anni dall’istituzione dell’Albo di categoria dell’Associazione Consulenti del Lavoro. Il vostro è un impegno prezioso e ricco di responsabilità, che richiede competenza e senso di giustizia. Vorrei richiamarne con voi tre aspetti che ritengo particolarmente importanti: la tutela della dignità della persona, la mediazione e la promozione della sicurezza”: oggi lo ha detto papa Leone ricevendo in udienza l’Ordine dei consulenti del lavoro, chiedendo di mettere al centro della loro azione la persona.
Ed ha richiamato le parole di papa Francesco, che ha sottolineato che il lavoro aiuta la crescita della persona: “Queste parole ci ricordano che al centro di qualsiasi dinamica lavorativa non si devono mettere né il capitale, né le leggi di mercato, né il profitto, ma la persona, la famiglia e il loro bene, rispetto ai quali tutto il resto è funzionale. Tale centralità, costantemente affermata dalla Dottrina sociale della Chiesa, va tenuta ben presente in ogni programmazione e progettazione d’impresa, affinché lavoratori e lavoratrici siano riconosciuti nella loro dignità e ricevano risposte concrete alle loro esigenze reali”.
Quindi ha chiesto di conciliare sempre più i tempi del lavoro con i tempi della famiglia: “Penso, ad esempio, alla necessità di venire incontro ai bisogni delle giovani famiglie, dei genitori che hanno figli piccoli, come anche all’importanza di aiutare chi, pur lavorando, deve prendersi cura di familiari anziani o malati. Si tratta di bisogni che nessuna società veramente civile può permettersi di dimenticare o trascurare, e voi avete modo di sostenere chi fatica ad affrontarli. Oggi, in un contesto in cui la tecnologia e l’intelligenza artificiale sempre più gestiscono e condizionano le nostre attività, è urgente impegnarsi affinché le aziende si connotino prima di tutto e soprattutto come comunità umane e fraterne”.
Il secondo argomento ha riguardato il metodo della mediazione: “Nelle dinamiche aziendali, il vostro compito vi pone, in un certo senso, come cerniera di raccordo tra le figure dirigenziali e i dipendenti, rendendovi facilitatori di relazioni indispensabili sia per il buon funzionamento delle imprese che per il benessere di chi vi opera. Come consulenti del lavoro, gestite aspetti giuridici e amministrativi fondamentali per la vita dei lavoratori e delle loro famiglie, affiancandovi a imprese e dipendenti nella contrattualistica, in tema di assunzioni, di contributi e in molti altri adempimenti. In tale ruolo, due possono essere le tentazioni: da una parte, un’eccessiva burocratizzazione dei rapporti, dall’altra, la lontananza e il distacco dalla realtà. Entrambe sono dannose, perché alla lunga rendono invivibile l’ambiente dell’azienda impedendole di essere, secondo la sua vocazione più vera, una sinergia solidale”.
Ripetendo le parole dell’apostolo Giovanni papa Leone XIV li ha invitati a non guardare il lavoro solo dal lato professionale: “Vi invito, perciò, a non vivere la vostra professione schiacciati sul versante datoriale, quasi che il resto sia meno importante… Alla luce di queste parole, nel vostro farvi tramite nei rapporti tra le parti sociali, vi esorto a tenere sempre ben aperti gli occhi sulle persone che avete davanti, specialmente su chi è in difficoltà e ha meno possibilità di esprimere i propri bisogni e di far valere i propri interessi. Questo è un grande atto di giustizia e di carità”.
L’ultimo argomento ha riguardato la formazione dei lavoratori: “In proposito, a molto giova ciò che fate per la prevenzione degli infortuni attraverso la formazione e l’aggiornamento dei lavoratori. Si tratta di un servizio alla loro stessa vita. Purtroppo, ancora oggi, sono troppi gli incidenti e le ‘morti bianche’ che si consumano nei luoghi di lavoro”.
Per questo sono inconcepibili le morti sul lavoro: “Quelli che dovrebbero essere sempre spazi di vita (in cui le persone trascorrono ogni giorno molta parte del loro tempo e impiegano una grande porzione delle loro energie) frequentemente si trasformano in luoghi di morte e di desolazione… Per Prevenire è meglio che curare, e a ciò mirano i vostri preziosi contributi formativi”.
Infine l’incoraggiamento: “Cari amici, voi avete un compito importante. Vi incoraggio ad adempierlo con passione e dedizione, consapevoli che molti fratelli e sorelle contano sul vostro contributo per svolgere serenamente le loro attività lavorative. Vi affido all’intercessione della beata Vergine Maria e di san Giuseppe, Patrono dei lavoratori, mentre su voi e sulle vostre famiglie imparto di cuore la benedizione apostolica. E a tutti porgo i migliori auguri per un Santo Natale”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV all’Intelligence italiana: garantire la tutela dei diritti
“Desidero anzitutto manifestare il mio apprezzamento per il lavoro che svolgete, che richiede competenza, trasparenza e insieme riservatezza. Esso vi investe della grave responsabilità di monitorare costantemente i pericoli che potrebbero affacciarsi sulla vita della Nazione, per contribuire soprattutto alla tutela della pace. Si tratta di un lavoro impegnativo, che anche per la sua riservatezza spesso corre il rischio di essere strumentalizzato, ma che è di grande importanza per cogliere in anticipo eventuali scenari pericolosi per la vita della società”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto dirigenti e funzionari del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica italiana, ringraziandoli per il lavoro svolto con riservatezza.
Nell’udienza il papa ha ricordato la strada percorsa in questi 100 anni per garantire la sicurezza: “Nel corso di questi cento anni tante cose sono cambiate, le capacità e gli strumenti si sono molto raffinati, così come sono aumentate e si sono diversificate le sfide che le nostre società sono chiamate ad affrontare”.
Però, nello stesso tempo, ha chiesto di svolgere tale lavoro nel rispetto della dignità umana: “A questo proposito, vorrei esortarvi a svolgere il vostro lavoro, oltre che con professionalità, anche con uno sguardo etico che tenga conto almeno di due aspetti imprescindibili: il rispetto della dignità della persona umana e l’etica della comunicazione”.
Infatti tale rispetto è imprescindibile in ogni democrazia: “Anzitutto, il rispetto della dignità della persona umana. L’attività di sicurezza non deve mai perdere di vista questa dimensione fondante e mai può venir meno al rispetto della dignità e dei diritti di ciascuno. In certe circostanze difficili, quando il bene comune da perseguire ci sembra più necessario di tutto il resto, si può correre il rischio di dimenticare questa esigenza etica e, perciò, non è sempre facile trovare un equilibrio”.
Ecco il motivo per cui è necessario porre limiti per la tutela dei diritti nel rispetto delle leggi: “E’ necessario allora che vi siano dei limiti stabiliti, secondo il criterio della dignità della persona, e che si resti vigilanti sulle tentazioni a cui un lavoro come il vostro vi espone. Fate in modo che le vostre azioni siano sempre proporzionate rispetto al bene comune da perseguire e che la tutela della sicurezza nazionale garantisca sempre e comunque i diritti delle persone, la loro vita privata e familiare, la libertà di coscienza e di informazioni, il diritto al giusto processo.
In questo senso, occorre che le attività dei Servizi siano disciplinate dalle leggi, debitamente promulgate e pubblicate, che vengano sottoposte al controllo e alla vigilanza della magistratura e che i bilanci siano sottoposti a controlli pubblici e trasparenti”.
L’altro aspetto sottolineato riguarda la comunicazione: “Il mondo delle comunicazioni è notevolmente cambiato negli ultimi decenni ed oggi la rivoluzione digitale è qualcosa che semplicemente fa parte della nostra vita e del nostro modo di scambiarci informazioni e di relazionarci. Inoltre, l’avvento di nuove e sempre più avanzate tecnologie ci offre maggiori possibilità ma, al tempo stesso, ci espone a continui pericoli.
Lo scambio massiccio e continuo di informazioni chiede di vigilare con coscienza critica su alcune questioni di vitale importanza: la distinzione tra la verità e le fake news, l’esposizione indebita della vita privata, la manipolazione dei più fragili, la logica del ricatto, l’incitamento all’odio e alla violenza”.
Davanti a questo ‘progresso’ occorre ‘vigilare’ affinché le informazioni non siano usate contro qualcuno, come sta succedendo anche a chi professa la fede cattolica: “Occorre vigilare con rigore affinché le informazioni riservate non siano usate per intimidire, manipolare, ricattare, screditare il servizio di politici, giornalisti o altri attori della società civile. Tutto ciò vale anche per l’ambito ecclesiale. Infatti, in diversi Paesi la Chiesa è vittima di servizi di intelligence che agiscono per fini non buoni opprimendone la libertà. Questi rischi vanno sempre valutati ed esigono un’alta statura morale in chi si prepara a svolgere un lavoro come il vostro e in chi lo svolge da tempo”.
Ricordando chi è deceduto nel lavoro il papa ha, infine, ringraziato l’Intelligence italiana: “A questo proposito, vorrei anche ricordare quei vostri colleghi che hanno perso la vita in missioni delicate, svolte in contesti difficili. La loro dedizione non è consegnata forse ai titoli dei giornali, ma è viva nelle persone che hanno aiutato e nelle crisi che hanno contribuito a risolvere.
Infine, vorrei esprimere la mia riconoscenza per gli sforzi dei Servizi di intelligence italiani anche nel garantire la sicurezza della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. E qui vorrei esprimere una parola di gratitudine per la collaborazione con la Gendarmeria, con il Vaticano, la Santa Sede, in tanti servizi, dove veramente questa capacità e possibilità di servire gli altri si fa realtà grazie alla buona collaborazione con voi”.
Poi ha inviato un ai sacerdoti, religiosi e seminaristi latinoamericani che studiano a Roma, riuniti per una conferenza su Maria: “Allo stesso tempo, il Vangelo ci esorta a essere consapevoli dell’impegno che comporta rispondere a questa vocazione. Esso parla di alcune esigenze che possiamo identificare nella chiamata fallita del giovane ricco: l’esigenza del primato assoluto di Dio, l’unico buono; l’esigenza impellente della conoscenza teorica e pratica della legge divina; e l’esigenza del distacco da ogni sicurezza umana, con la conseguente offerta di tutto ciò che siamo e di tutto ciò che abbiamo”.
Quindi Gesù chiama ad una nuova vita: “Sant’Ambrogio, nella sua esegesi del sorprendente brano del giovane a cui Gesù non permette di seppellire il padre, parte dal presupposto che in questa richiesta di lasciare tutto (anche le cose giuste in sé) il Signore non intenda sottrarsi ai doveri naturali, sanciti dalla legge di Dio, ma piuttosto aprirci gli occhi a una vita nuova. In questa vita nuova, nulla può essere anteposto a Dio, nemmeno ciò che prima conoscevamo come bene, e ciò comporta la morte al peccato e al vecchio io mondano…
Per Ambrogio, questa indispensabile unione con Gesù, lungi dal separarci dai nostri fratelli e sorelle, conduce alla comunione con gli altri. Non camminiamo in solitudine; siamo parte di una comunità. Non siamo legati da vincoli di simpatia, interessi comuni o convenienza reciproca, ma dall’appartenenza al popolo che il Signore ha acquistato a prezzo del suo Sangue”.
Ecco il motivo per cui è necessario annunciare il Vangelo: “Fratelli e sorelle, poiché viviamo in una società dal rumore confuso, oggi più che mai abbiamo bisogno di servi e discepoli che proclamino il primato assoluto di Cristo e che ascoltino chiaramente la sua voce nelle orecchie e nel cuore. Questa conoscenza teorica e pratica della Legge divina si raggiunge soprattutto attraverso la lettura delle Sacre Scritture, la meditazione nel silenzio della preghiera profonda, l’ascolto riverente della voce dei legittimi pastori e lo studio attento dei molteplici tesori di sapienza che la Chiesa ci offre.
In mezzo alle gioie e in mezzo alle difficoltà, il nostro motto deve essere: se Cristo ha attraversato questo, è anche nostro dovere vivere ciò che Lui ha vissuto. Non dobbiamo aggrapparci agli applausi perché il loro eco è passeggero, né è sano soffermarci solo sul ricordo del giorno di crisi o dei momenti di cocente delusione. Piuttosto, consideriamo tutto questo parte della nostra formazione e diciamo: se Dio lo ha voluto per me, lo voglio anch’io”.
(Foto: Santa Sede)
Don Capovilla al festival del Cinema di Venezia per chiedere diritto alla libertà ed alla sicurezza
Alla vigilia dell’apertura dell’ 82^ Mostra del Cinema di Venezia si è svolta ‘Una preghiera per Gaza’, letta dal parroco di Marghera don Nandino Capovilla ed un intervento del presidente della Biennale del Cinema, Pietrangelo Buttafuoco, che hanno dato voce ad un momento di solidarietà e di dialogo, in un momento storico in cui la cultura è chiamata a prendere posizione.
L’iniziativa è arrivata in risposta all’appello del collettivo Venice4Palestine (V4P), che ha chiesto alla Biennale una chiara condanna del ‘genocidio in corso a Gaza’ e l’esclusione di artisti come Gerard Butler e Gal Gadot, noti per il sostegno pubblico al governo israeliano.
Durante l’incontro che ha preceduto la proiezione di apertura, il cortometraggio ‘Origin’ di Yann Arthus-Bertrand, il presidente della Mostra è partito da una scritta letta a Catania: “A Catania ho letto una scritta che diceva: ‘non si sta zitti solo quando i bambini dormono, si fa silenzio quando muoiono’. E’ una frase che fa male e che dovrebbe scuoterci”, citando le ‘Troiane’ di Euripide: “Un libro del liceo che ci consegnava gli anticorpi necessari, solo che dovevamo tenerli vivi per non accettare quello che invece stiamo accettando giorno dopo giorno», ha detto con forza,.. Un greco è capace di provare pietà per la morte dei suoi nemici. E’ catarsi, educazione. Ed è per questo che oggi diamo voce a don Nandino Capovilla”.
Don Capovilla, espulso da Israele lo scorso 12 agosto come persona non desiderata, ha letto una preghiera scritta da monsignor Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme, definendo quanto accade a Gaza ‘non una guerra, ma un piano di genocidio’, chiedendo giustizia per le vittime israeliane uccise da Hamas il 7 ottobre 2023, e quelle palestinese morte nella Striscia di Gaza, tra cui 18.000 minori:
“Questa è un’escalation che viola ogni principio di umanità, di proporzionalità, di distinzione… Possiamo smettere di inviare armi, possiamo pretendere il rispetto del diritto internazionale, possiamo permettere alle agenzie ONU di tornare a soccorrere la popolazione”, ribadendo la necessità di fermare anche le violenze di Hamas.
Dopo aver citato l’intervento di Tom Fletcher, sottosegretario generale di OCHA, che è l’agenzia ONU per il coordinamento degli affari umanitari, pronunciate lo scorso 22 agosto, ha citato l’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti umani: “Ogni individuo ha questo diritto, che noi, comunità internazionale, abbiamo voluto ribadire nel 1948, dopo l’ecatombe della seconda guerra mondiale.
Il diritto alla vita e alla sicurezza lo avevano il 7 ottobre 2023 le circa 1200 vittime israeliane, di cui 16 bambini, del brutale attacco di Hamas. Lo hanno gli ostaggi israeliani che ancora attendono di essere restituiti alle loro famiglie.
Lo avevano le 62.000 persone palestinesi della Striscia di Gaza (e purtroppo sappiamo che il conto è molto più alto, perché migliaia di persone sono ancora sotto le macerie), di cui 18.000 bambini, che sono state uccise dall’esercito israeliano dopo quel giorno, in un’escalation di violenza e distruzione da parte dell’esercito di occupazione che va contro ogni ‘principio di umanità, di proporzionalità, di distinzione e di precauzione’, cardini del diritto internazionale umanitario”.
E’ stato un richiamo al diritto alla libertà ed alla sicurezza: “Il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza, per chi vive nel Territorio palestinese occupato (che oltre a Gaza comprende la Cisgiordania e Gerusalemme est), è minacciato da oltre settant’anni: è una terra fatta a pezzi da quello stato occupante che dovrebbe garantirne l’integrità.
Non solo Gaza, non solo dove governa Hamas, non dal 7 ottobre 2023, ma prima e dopo, in tutto il Territorio palestinese occupato si sta compiendo un preciso disegno di pulizia etnica iniziato con la Nakba del 1948, un tassello di quel colonialismo di insediamento alla base del sionismo”.
Tali violenze in Terra Santa possono essere fermate: “Può essere fermato e non lo stiamo facendo, o non abbastanza: possiamo smettere di inviare armi a Israele, possiamo indurlo al rispetto del diritto, a lasciare che le agenzie Onu, coordinate da Ocha, tornino a soccorrere una popolazione stremata; possiamo renderci conto che finché non finisce l’occupazione è assurdo e ipocrita ripetere il ritornello dei ‘due popoli, due stati’.
Possiamo chiedere davvero una pace nella giustizia, risoluzioni Onu alla mano. Certamente dobbiamo anche indurre Hamas a porre fine ai suoi atti terroristici: si eviterebbe di aggiungere dolore a dolore… sangue versato a sangue versato.
Il suo discorso è stata una condanna all’utilizzo delle armi: “Da prete che crede fermamente nella nonviolenza attiva, non posso che condannare l’uso delle armi, da qualsiasi parte le si impugni. Da cittadino sostengo la manifestazione che si terrà sabato e tutti i modi pacifici con cui la società civile, in ogni parte del mondo sta ‘disertando il silenzio’ e la scorta mediatica del genocidio, facendo fiorire creativamente azioni di dissenso, partecipazione e impegno”.
Infine un richiamo ai diritti umani: “Ricerchiamo la bussola verso cui orientarci per fermare il massacro, perché si ritorni alla parola, al diritto, all’umanità che tutti ci accomunano. Per non perdere ancora vite umane. Per non perderci. Aggrappiamoci ai valori che sottendono i diritti che i nostri padri e nonni hanno formulato: mai più per tutte e tutti, per una vita degna per tutte e tutti. E con coraggio uniamoci, sempre di più. Perché si fermi tutto questo male”.
Ed ecco la supplica di mons. Michel Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme: “Sul baratro della carestia, non resta che contare su di te, Signore, perché c’è bisogno di tutto. Chi sfamerà i nostri piccoli che da mesi non mangiano? Non senti, Signore, il grido dei nostri bambini? Il loro pianto arriva ai tuoi orecchi? Sono migliaia i sopravvissuti alla carneficina, feriti e dispersi.
Da tutta la Striscia di Gaza gridano a te, perché nessuno riesce ad acquietare il loro pianto. Signore, nessuno sembra indignarsi. Ricordati di noi in questi giorni di angoscia. A Gaza non è una guerra, è un piano di transfert e di genocidio, per lasciare tombe e macerie e accogliere i nuovi coloni. Dichiarano il loro disegno per eliminarci. Decidono questo, Signore; il mondo continua a difenderli e non ascolta gli appelli delle Nazioni Unite. Quando potremo tornare alla normalità? E quando ritorneranno all’umanità coloro che non smettono di uccidere?”
(Foto: Biennale Cinema Venezia)
Mons. Perego: Marcinelle ci ricorda che i lavoratori migranti devono essere tutelati
L’8 agosto 1956 nella miniera di Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, persero la vita 262 minatori, di cui 136 italiani, 95 belgi e poco più di una trentina di altre nazionalità: è ricordata come una delle più gravi stragi sul lavoro ed è anche, per il nostro Paese, un evento emblematico dell’emigrazione italiana del Novecento.
Per la giornata di oggi è in programma presso la miniera di Bois du Cazier la cerimonia istituzionale di commemorazione. La Fondazione Migrantes, nel giorno in cui si ricorda un evento che ancora scuote l’Italia, si fa vicina a tutti gli italiani che lavorano all’estero e rivolge un pensiero ai tanti lavoratori, anche immigrati, che anche di recente hanno perso la vita sul lavoro in Italia, come ha precisato mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes:
“Marcinelle ogni anno ci ricorda il dramma sulle morti del lavoro in Italia, ma anche in Europa. Negli anni nel nostro Paese, anche grazie ai controlli e alle misure di sicurezza adottate, i decessi sono in calo. Occorre, però, segnalare che le morti sul lavoro dei lavoratori migranti, che avvengono in particolare nel mondo agricolo, nell’edilizia e nei trasporti, secondo le analisi dell’Osservatorio dell’Università Cattolica, sono in proporzione il doppio rispetto a quelle dei lavoratori italiani.
Questo dato impegna le aziende a una maggiore formazione dei lavoratori migranti sulla sicurezza. Al tempo stesso la crescita del numero degli incidenti sul lavoro nei primi quattro mesi del 2025 (286) rispetto al 2024 (265) chiedono di non abbassare la guardia nei controlli e nella formazione. A Marcinelle sono morti soprattutto i nostri lavoratori emigrati: un evento, un segno che ricorda come i lavoratori migranti debbono essere particolarmente tutelati. Ieri come oggi”.
Anche per questo c’è attesa per la decisione della presidenza del Parlamento europeo di calendarizzare il voto su una proposta di risoluzione per la istituzione, proprio nella data dell’8 agosto, di una ‘Giornata europea in memoria delle vittime del lavoro e per la tutela e la dignità dei lavoratori’.
Per tale ricorrenza della strage la fondazione Migrantes ripubblica un racconto di Luigi Dal Cin, ‘Un manifesto rosa’, tratto dal suo volume ‘Sulla porta del mondo. Storie di emigranti italiani’: “Lo tengo aperto qui davanti a me, sopra il foglio bianco ancora da scrivere. L’ho trovato tra le vecchie carte di mio nonno, conservate nel baule in soffitta. Riposava lì, ripiegato su sé stesso, chissà da quanti anni, ‘Un manifesto rosa’…
Il viaggio dall’Italia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall’Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d’uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”.
E si racconta il disastro: “Pare che all’origine del disastro ci fu un’incomprensione tra i minatori che dal fondo del pozzo caricavano sull’ascensore i vagoncini con il carbone e i manovratori in superficie. Alle 8 e 10 del mattino dell’8 agosto 1956 un vagone di carbone rimase incastrato nella gabbia del montacarichi ma l’ascensore partì comunque. Nella risalita il carrello che sporgeva tranciò le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione. Le scintille causate dal cortocircuito fecero incendiare l’olio.
Fu subito l’inferno. Un imponente incendio si estese alle gallerie superiori mentre sotto, ad oltre mille metri di profondità, i minatori venivano soffocati dal fumo. Il fuoco infatti era divampato nel pozzo d’ingresso dell’aria e il fumo prodotto dalla combustione raggiunse ben presto ogni angolo della miniera.
Fin dai primi istanti la gravità dell’incidente e l’impossibilità di trarre in salvo gli eventuali superstiti apparvero chiare ai soccorritori. Il 22 agosto, dopo due settimane di difficili ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava ancora a uscire dal pozzo, uno di loro, riemergendo affranto dalle viscere della miniera, sussurrò in italiano: Tutti cadaveri”.
Non dimentichiamo i siriani! La voce di AVSI al Parlamento Europeo
Martedì 24 giugno, AVSI ha partecipato alla tavola rotonda ‘Non dimentichiamo i siriani’, per discutere dei bisogni concreti e delle prospettive future per la Siria, promossa dall’europarlamentare e vice-presidente del gruppo del Partito Popolare Europeo Massimiliano Salini, con la partecipazione di Dubravka Šuica, Commissaria per il Mediterraneo.
Mentre l’attenzione internazionale si concentra sulla transizione politica in Siria, il popolo siriano chiede aiuto, oggi più che mai. Questo è un momento cruciale per il Paese e finalmente gli interventi emergenziali ancora necessari possono integrarsi e man mano cedere il passo ad azioni di ricostruzione.
La decisione dell’Unione Europea di non rinnovare le sanzioni in settori chiave dell’economia siriana, la risoluzione del Parlamento Europeo che sollecita un sostegno dell’UE per una transizione e una ricostruzione giuste, insieme alla IX Conferenza di Bruxelles ‘Al fianco della Siria: soddisfare i bisogni per una transizione di successo’, testimoniano un rinnovato impegno europeo nei confronti della Siria, inserito nel più ampio quadro del Nuovo Patto per il Mediterraneo.
In questo scenario, le voci siriane giocano un ruolo fondamentale nella messa a fuoco dei bisogni reali presenti ora e nella promozione di un dialogo tra diversi attori, a partire da esperienze concrete. La discussione si è concentrata sulle condizioni indispensabili per costruire il futuro della Siria: sicurezza, pace, accesso a educazione e salute per le generazioni cresciute in guerra, per gli sfollati interni e per i rifugiati che stanno tornando a casa; l’impatto delle sanzioni; la trasformazione dell’aiuto umanitario in sviluppo sostenibile; la partecipazione attiva della società civile e su come l’Unione Europea può agire per concorrere a rendere tutto questo possibile.
I lavori sono stati aperti da Dubravka Šuica, Commissaria per il Mediterraneo: “Don’t forget Syrians. Non potrei essere più d’accordo con il titolo scelto. Perché la Siria è un paese è molto importante, a maggior ragione in questo momento così complesso in Medio Oriente. L’Unione europea può giocare un ruolo chiave nell’assicurare la ricostruzione e la ripartenza dopo la guerra, che tenga conto delle tempistiche del nuovo governo, delle esigenze dei siriani e che includa tutte minoranze”.
Mentre il segretario generale dell’AVSI, Giampaolo Silvestri, ha sottolineato i bisogni dei siriani: “La situazione umanitaria è in costante peggioramento e su una popolazione totale di 23.700.000 persone, 16.500.000 necessitano aiuto umanitario. I siriani hanno bisogno in primis di cibo, educazione, cure sanitarie, lavoro, sicurezza. Sono necessari interventi integrati per riportare a scuola i bambini e ragazzi e per garantire loro insegnanti preparati e con salari giusti; i siriani hanno fame, hanno bisogno di cure, hanno bisogno di opportunità di lavoro e quindi di formazione al lavoro, e di attività generatrici di reddito. I siriani hanno bisogno di poter muoversi, di infrastrutture e di sicurezza che permetta anche a chi si è rifugiato all’estero di ritornare in sicurezza”.
Quindi ha chiesto cosa può fare l’Europa?
“Mentre le condizioni economiche del paese vanno peggiorando, ci sono due dati positivi ora da cui possiamo partire: il mancato rinnovo delle sanzioni, da parte dalle principali istituzioni internazionali, tra cui l’Unione Europea; la proposta della Commissaria Suica di stanziare 175 milioni di euro per sostenere la ripresa sociale ed economica della Siria. Sono due condizioni fondamentali per avviare la ricostruzione e lo sviluppo del Paese dopo anni di emergenza, è un momento favorevole per ribaltare le attuali condizioni; portare a una stabilizzazione del Paese; consentire l’emergere di uno Stato unito e responsabile; favorire il ritorno dei siriani fuggiti all’estero; contenere la continua fuga all’estero di chi cerca mezzi di sostentamento e sicurezza”.
Ed ha chiesto maggior attenzione per una ricostruzione del Paese: “Ma occorre vigilare, l’Europa può e deve farlo, per governare bene questi fermenti ed evitare un rischio che si mostra già: il rischio che la ricostruzione sia pensata e finanziata come ricostruzione di infrastrutture fisiche, economiche, finanziarie, che sia un grande giro di investimenti e di affari, e dimentichi o metta in secondo piano la ricostruzione del capitale più importante, il capitale umano.
Questa ricostruzione ‘materiale’ è necessaria, fondamentale, ma deve essere accompagnata e integrata alla ricostruzione del tessuto sociale: vanno rimesse al centro le persone con i loro bisogni autentici e integrali, soprattutto il bisogno di un presente e un futuro di pace”.
Inoltre ha citato una testimonianza particolare: “Vorrei condividere una testimonianza particolare. Nei giorni scorsi, nel sud del Libano, dove operiamo, abbiamo avuto modo di incontrare alcuni rifugiati siriani a Marj el Khok, area nei pressi del confine con Israele. Ebbene ci hanno raccontato che in molti dopo l’8 dicembre scorso, dopo la caduta di Assad, sono rientrati in Siria, ma poi sono ritornati in Libano: hanno preferito tornare a vivere su di una collina, vicino al confine israeliano, in una tenda, con acqua e luce incerta e guadagnando (quando un lavoro c’è) 1,5 usd l’ora le donne e 2,5 usd gli uomini. Una testimonianza che ci costringe a fare i conti con la realtà: bisogna dare ascolto alle persone, non si possono fare progetti a prescindere da loro. Bruxelles lo può fare”.
Ed ha concluso l’intervento con alcune raccomandazioni: “L’esperienza di questi anni ci ha insegnato che occorre partire da ciò che funziona, da progetti pilota e di successo, per avere impatto nella realtà. E qui vorrei evidenziare alcuni ambiti precisi ed esperienze connesse in cui ogni euro investito potrà divenire efficace:
Educazione. I nostri progetti mostrano che occorre agire su riabilitazione fisica delle strutture scolastiche, e insieme su formazione degli insegnanti e coinvolgimento delle famiglie, insieme istituzioni e osc. Partiamo da quanto funziona e allarghiamo il campo di azione: occorre proseguire con l’educazione formale, stabilire un dialogo sul rinnovamento dei curriculum con il governo.
Salute. scaliamo il modello “Ospedali aperti”, un progetto che ha permesso di formare personale e avere attrezzature adeguate in tre ospedali: l’Ospedale Italiano e quello Francese di Damasco e l’Ospedale St. Louis di Aleppo e 6 Centri Sanitari, chiamati Dispensari della speranza, nelle località di Kassab, Dwela, Kashkoul, Safita, Lattakya e Souedia. Questo è un esempio concreto di collaborazione tra strutture private che, adeguatamente sostenute, possono continuare a rispondere con servizi sanitari a un’amplissima domanda di aiuto e al contempo favorire una ricucitura del tessuto sociale siriano.
Lavoro. un progetto pilota ad Aleppo con un’importante fondazione italiana è stato pensato per riabilitare centri formativi per i giovani e procedere con formazione professionale volta all’inserimento nel mercato del lavoro. Questo attraverso una collaborazione tra imprese locali e internazionali, europee che possano trasferire il loro know how, rappresentando anche un pre-posizionamento strategico per il futuro delle imprese nel Paese e nella regione. Favorire l’autoimprenditorialità è la chiave per offrire ai giovani alternative concrete alla partenza o alla radicalizzazione.
Agricoltura. investiamo in agricoltura sostenibile per garantire sicurezza alimentare e autonomia economica alle famiglie favorendo il protagonismo dei beneficiari, lavorando sulla smart agriculture nelle aree rurali, che non possono essere lasciate indietro.
Tutela delle minoranze. Il tessuto sociale siriano è complesso, ma continuare a sostenere le minoranze è essenziale per verificare la loro accettazione nella società siriana che si trova in una nuova fase politica.
Approccio regionale. Nei paesi limitrofi in cui vivono siriani come la Giordania, il Libano e l’Iraq in cui lavoriamo, percepiamo la preoccupazione di un sempre più difficile rapporto tra ospiti e ospitanti. Si scatena una sorta di “guerra dei poveri”. I ritorni possono avvenire solo se creiamo condizioni di vivibilità, sicurezza, altrimenti come l’esempio di Marj el Khok, non rientreranno.
Approccio integrato e partecipativo. Dobbiamo coinvolgere la società civile siriana, le comunità locali, la diaspora e tutti gli attori della cooperazione internazionale. Le istituzioni devono farsi garanti di processi decisionali più veloci e meno burocratici, in questa fase è fondamentale sbloccare fondi per le organizzazioni locali, continuare a lavorare sulla revisione delle sanzioni, per sbloccare i settori chiave della ripresa e facilitare il ritorno volontario e sicuro dei rifugiati”.
(Foto: AVSI)
La Basilica di san Pietro è più sicura per dare maggior bellezza
“La Fabbrica di San Pietro proverbialmente non si ferma mai e cerca di ricambiare la fede e l’amore dei pellegrini e dei visitatori che entrano in Basilica. Vogliamo restituire quello che ci viene dato e quello che ci ha lasciato nei secoli questo luogo dello spirito. Anche e soprattutto nell’Anno Giubilare”: con queste parole iniziali è stata fatta dal card. Mauro Gambetti, arciprete della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano, vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Presidente della Fabbrica di San Pietro, insieme ad Alberto Capitanucci, responsabile dell’Area Tecnica e beni Culturali della Fabbrica di San Pietro, Pietro Zander, responsabile della Sezione Necropoli e Beni Artistici della Fabbrica di San Pietro e Stefano Marsella, direttore centrale per l’innovazione tecnologica e risorse logistiche del Dipartimento dei Vigili del Fuoco italiano, la presentazione dei restauri dei monumenti funebri dei pontefici Paolo III e Urbano VIII e la riqualificazione illuminotecnica della Necropoli, delle Sale archeologiche e delle Grotte Vaticane.
Tale restauro è stato reso necessario per dare più visibilità alle opere d’arte per una maggiore consapevolezza dell’arte sacra: “Vogliamo consentire ai visitatori di ammirare la Gloria di Gian Lorenzo Bernini insieme ai due grandiosi monumenti sepolcrali collocati a destra e a sinistra della Cattedra, uno di Papa Farnese, opera di Guglielmo della Porta, e l’altro di Papa Barberini, realizzato dallo stesso Bernini.
Vogliamo altresì offrire un’immersione nella storia e l’esperienza profonda del sacro. Vedremo gli spazi archeologici come li hanno visti i primi cristiani, i Papi di secoli addietro, nello splendore di chiaroscuri che rimandano alla luce delle fiaccole che illuminarono la nascita della Chiesa e la nostra strada”.
Dopo aver ringraziato coloro che hanno consentito tale restauro il card. Gambetti ha illustrato il nuovo piano della sicurezza: “La Basilica è aperta al mondo. Visitata da 12.000.000 persone ogni anno, probabilmente il doppio durante il Giubileo, ha bisogno anche di sicurezza, di far sentire tutti protetti. Anche il nuovo piano di esodo della Basilica di San Pietro, che illustreremo brevemente, è espressione concreta di quella sollecitudine pastorale che si prende cura del benessere di ogni fedele e visitatore.
Migliore gestione e velocizzazione dei flussi d’uscita garantiscono più agio e più sicurezza. Per questo lavoro non saremo mai grati abbastanza al Corpo dei Vigli del Fuoco italiano che, d’intesa con Comando dei Vigili del Fuoco del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, hanno sviluppato uno studio e un progetto che potrebbe diventare esemplare per i luoghi di culto”.
Tale restauro è stato reso necessario per ‘mostrare’ una Chiesa ‘viva’: “Sollecitati da papa Francesco ad essere ‘artigiani di speranza e restauratori di un’umanità spesso distratta e infelice’ consideriamo questi lavori non solo come necessari interventi tecnici, ma come segni di una Chiesa viva, accogliente e attenta alle ‘cose di Dio’, agli uomini e alle donne del nostro tempo assetati di amore, di pace e di gioia, assetati di spiritualità autentica”.
Mentre l’ing. Stefano Marsella, direttore centrale per l’innovazione tecnologica e risorse logistiche del Dipartimento dei Vigili del Fuoco italiano, ha sottolineato gli interventi effettuati: “Il lavoro è iniziato con l’impiego da parte di personale del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco di sistemi Laser Scanner ad alte prestazioni per effettuare il rilievo 3D con accuratezza millimetrica della quasi totalità della Basilica, sia nelle parti accessibili al pubblico, che nei potenziali percorsi di esodo. Tale attività ha consentito di riprodurre la geometria dei luoghi in modo accurato e di verificare alcuni dettagli fondamentali per la simulazione senza ricorrere a continui sopralluoghi”.
Ed ha chiarito in cosa consista il nuovo piano della sicurezza: “La valutazione della sicurezza dell’esodo, inoltre, si è basata su simulazioni realistiche che riproducono l’afflusso di persone in due scenari principali: durante le funzioni liturgiche con circa 5.000 partecipanti e in periodi di visita turistica e di pellegrini, dove il numero scende leggermente a 4.000 visitatori. E’ stato impiegato un software particolarmente adatto a simulare gli aspetti di dettaglio delle persone e dei luoghi, che ha permesso di analizzare la fluidità del movimento delle persone verso le uscite, identificando i nodi critici che potrebbero rallentare l’evacuazione in caso di emergenza”.
Grazie a tali ammodernamenti sono state eliminate le barriere architettoniche: “Tra gli elementi chiave emersi dallo studio c’è l’eliminazione di barriere fisiche e informali, che ha portato alla sostituzione di gradini ripidi con rampe, utili a ridurre i rischi e a rendere la Basilica maggiormente accessibile a tutti, compresi i disabili o persone con difficoltà motorie. Il software di simulazione dell’esodo ha permesso inoltre di visualizzare i flussi pedonali e di individuare le aree dove si formano ingorghi pericolosi”.
In conclusione è stato sottolineato che ora la Basilica di san Pietro ha maggiore sicurezza: “Le modifiche proposte riducono anche significativamente i tempi necessari ad evacuare la basilica, migliorando notevolmente le procedure precedenti. In sintesi, l’obiettivo è stato quello di trasformare uno spazio storico ma complesso in un luogo ancora più sicuro per milioni di visitatori annuali e fedeli, utilizzando innovazione tecnologica e piani progettati al dettaglio. Un esempio del come patrimoni culturali possono adattarsi alle esigenze moderne della sicurezza senza perdere la loro essenza”.
Cittadinanzattiva: scuole poco accessibili ai disabili
Da settembre 2023 sono stati 69 i crolli che hanno interessato le scuole, numero mai raggiunto negli ultimi 7 anni: di questi28 si sono verificati nelle regioni del Sud e nelle Isole, così come in quelle del Nord (40,5%), 13 nelle regioni del Centro (19%). In molti casi eventi preannunciati da segnali visibili ma sottovalutati. Sempre elevato il numero degli edifici scolastici che non possiede il certificato di agibilità (59,16%) né quello di prevenzione incendi (57,68%); senza collaudo statico il 41,50% (i dati fanno riferimento al 2022, ultimi resi disponibili sull’Anagrafe dell’edilizia scolastica).
Sono i dati emersi dall’indagine di Cittadinanzattiva, presenti nel XXII Rapporto sulla sicurezza a scuola, come ha spiegato Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale scuola di Cittadinanzattiva: “Piccoli passi in avanti (ma ancora insufficienti se si considera che, su 40.133 edifici scolastici, 2.876 sono collocati in zona a rischio 1 e 14.467 in zona a rischio 2) si riscontrano rispetto agli interventi di adeguamento e miglioramento sismici: poco più del 3% ha avuto interventi di questo tipo, e l’11,4% è stato progettato secondo la normativa antisismica.
Lo stesso è accaduto con la ristrutturazione, sostituzione/ricostruzione, messa in sicurezza, adeguamento o miglioramento sismico e riqualificazione energetica degli edifici; le risorse ammontano ad € 4.399.000.000, quasi € 500.000.000 in più rispetto ad € 3.900.000.000 iniziali, ma che serviranno per sistemare meno edifici rispetto a quelle previsti inizialmente. Palestre e mense sono previste, ma molto al di sotto del fabbisogno effettivo. Siamo molto preoccupati per la riduzione degli interventi, soprattutto sui nidi, che non riusciranno a colmare i gap esistenti nei territori che più ne necessitano né a raggiungere gli obiettivi europei, ancora più lontani”.
In merito allo stato manutentivo degli edifici, circa il 64% dei 361 docenti intervistati da Cittadinanzattiva rileva la presenza di fenomeni dovuti alla inadeguata o assente manutenzione, prime fra tutte infiltrazioni di acqua (40,1%), distacchi di intonaco (38,7%), tracce di umidità (38,2%). La metà degli intervistati (50,8%) ha segnalato situazioni di inadeguatezza rispetto alla sicurezza e ha riscontrato un intervento a seguito della propria segnalazione.
Riguardo alle prove di emergenza ben il 92% dichiara di aver partecipato mentre l’8% sostiene che non siano state effettuate. In prevalenza le prove hanno riguardato l’incendio (79%) e il rischio sismico (70%), mentre l’alluvione ed il rischio vulcanico restano fanalino di coda (rispettivamente 5% e 1%), nonostante la frequenza crescente dei fenomeni disastrosi provocati dalle alluvioni e dal cambiamento climatico.
Il rapporto ha sottolineato che si investe poco su palestre, mense, spazi verdi e sugli impianti di condizionamento e ventilazione: “Ad oggi, questi ultimi sono troppo pochi, appena nel 6% (3.967) delle sedi scolastiche. La regione Marche è la più virtuosa (26,4%), seguita da Sardegna (15,7%) e Veneto (9,7%); in fondo il Lazio con appena l’1,6% di scuole che ne è dotato. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha subìto tagli rilevanti per quanto riguarda gli asili nido: il Piano prevedeva una spesa di € 4.600.000.000 per 264.480 nuovi posti ma, dopo la revisione del Governo, la cifra è scesa ad € .3.245.000.000 per 150.480 posti; stessa cosa per la costruzione di nuove scuole, da 195 a 166. La causa principale di questa revisione è stata motivata con l’aumento dei costi di costruzione”.
E come ogni anno Cittadinanzattiva, attraverso la rassegna stampa locale, ha segnalato gli episodi di
distacchi di intonaco, crolli di soffitti, controsoffitti, solai, tetti; ma anche di finestre, muri di
recinzione ed alberi caduti all’interno degli edifici scolastici o in prossimità di essi: quest’anno quelli avvenuti tra settembre 2023 e settembre 2024 sono stati 69, (numero mai raggiunto negli ultimi 7 anni), di cui 28 nelle regioni del Sud e nelle Isole (40,5%) e stesso numero in quelle del Nord (40,5%), 13 nelle regioni del Centro (19%): “Tali episodi hanno provocato il ferimento di 9 studenti e studentesse, 3 docenti, 2 collaboratori scolastici, 1 educatrice, 4 operai oltre che danni agli ambienti e agli arredi, interruzione della didattica, provocando ingenti disagi e paura agli studenti e alle loro famiglie”.
Inoltre nell’anno scolastico 2022/23 sono 311.201 gli alunni con disabilità (4,4%), in aumento rispetto al precedente in cui erano 290.089. Solo il 40%delle scuole risulta accessibile per gli studenti con disabilità motoria. La situazione è ancora più grave per gli alunni con disabilità sensoriali, per i quali le segnalazioni visive sono presenti nel 17% delle scuole mentre mappe a rilievo e percorsi tattili sono presenti nell’1,2%.
Aumentano anche gli studenti con cittadinanza non italiana, anche neanche negli asili nidi, tantoché nello scorso anno scolastico sono stati 869.336 gli studenti (su 7.194.400) con cittadinanza non italiana (12%), in aumento rispetto all’anno precedente: “La presenza di studenti con cittadinanza non italiana è ormai un fatto strutturale che impone la revisione della legge sulla cittadinanza per dare pieno riconoscimento a bambini/e, ragazzi/e che nascono o arrivano da piccoli nel nostro Paese.
E’ straordinario il numero di firme che in pochi giorni si è riusciti a raggiungere per il referendum abrogativo, che Cittadinanzattiva sostiene sin dall’inizio per proseguire un impegno che nasce con la nostra campagna Obiettivo cittadinanza.. Invitiamo i cittadini che ancora non hanno firmato, a farlo in queste ore per superare il traguardo delle 500.000 firme entro il 30 settembre. Ce lo chiedono gli italiani giovani e meno giovani che da anni sono nel nostro Paese e studiano e vivono accanto ai nostri ragazzi e ragazze”.
Infine è possibile partecipare a ‘Scatti di sicurezza’, un contest fotografico promosso da Cittadinanzattiva e rivolto a tutte le scuole di ogni ordine e grado. Il tema è la sicurezza strutturale ed interna degli edifici scolastici e tutto ciò che è legato alla prevenzione e alla gestione dei rischi naturali presenti sui propri territori. L’obiettivo è quello di coinvolgere direttamente gli studenti, in piccoli gruppi o classi, sul tema rappresentandolo attraverso foto di denuncia, corredate da slogan – messaggio, di situazioni di insicurezza mai risolte o anche di situazioni positive che evidenzino una buona pratica messa in atto, o attività di prevenzione, realizzate a scuola o sul territorio circostante.
E’ possibile inviare una o più fotografie e slogan al seguente indirizzo di posta elettronica: scuola@cittadinanzattiva.it entro e non oltre il 28 Febbraio 2025, compilando l’apposita documentazione scaricabile dal sito www.cittadinanzattiva.it. Le foto vincitrici verranno premiate in occasione della XIX edizione del Premio Scafidi ad aprile 2025.
CittadinanzAttiva e Save the Children: rendere servizio pubblico le mense scolastiche
€ 84 ed € 85 al mese: è quanto una famiglia ha speso in media nell’anno scolastico in corso per la mensa di un figlio iscritto rispettivamente alla scuola dell’infanzia e alla primaria. Si tratta di € 4,20 ed € 4,26 a pasto. La regione mediamente più costosa è la Basilicata (109€ mensili) mentre quella più economica è la Sardegna (61€ nell’infanzia e 65€ per la primaria), secondo un’indagine svolta da CittadinanzAttiva; quindi l’incremento rispetto alla precedente indagine, riferita al 2022/23, è stato di oltre il 3%, ma le variazioni sono molto differenti a livello regionale: in Calabria si registra un aumento di oltre il 26%, mentre in Umbria la riduzione più evidente di circa il 9%.
A livello di singoli capoluoghi di provincia, sono le famiglie di Barletta a spendere di meno per il singolo pasto (2€ sia per l’infanzia che per la primaria) mentre per l’infanzia si spende di più a Torino (6,60€ a pasto) e per la primaria a Livorno e Trapani (6,40€). Fra le città metropolitane, soltanto Roma rientra nella classifica delle meno care, con un costo a pasto per la famiglia ‘tipo’ di circa 2,32€ in entrambe le tipologie di scuola.
Questi i dati che emergono dalla VII Indagine sulle mense scolastiche, con la quale abbiamo ha preso in esame le tariffe di tutti i 110 capoluoghi di provincia sia per la scuola dell’infanzia che per la primaria, come ha dichiarato Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale ‘Scuola’ di Cittadinanzattiva:
“Da anni chiediamo che la ristorazione scolastica diventi un servizio pubblico essenziale, e fra le raccomandazioni previste anche dal ‘Piano di Azione nazionale per l’attuazione della garanzia infanzia’ vi è quella di rendere il pasto scolastico gradualmente gratuito per tutti, partendo dai bambini e dalle bambine che vivono in famiglie in povertà assoluta.
Una condizione che purtroppo accomuna sempre più minori: il 4,9% dei minori di 16 anni è in condizione di deprivazione alimentare e il 2,5% non può permettersi un pasto proteico al giorno. Nel frattempo riteniamo prioritario che la Commissione Parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, insieme a tutti gli stakeholder interessati compresi gli utenti, avvii una indagine conoscitiva per individuare un piano di interventi su aspetti quali: qualità e costo delle derrate alimentari, filiera di approvvigionamento, rispetto dei menù, ruolo delle Commissioni Mensa, fasce di agevolazione nelle tariffe, sistema degli appalti, condizioni lavorative del personale addetto, rispetto dei CAM, monitoraggio dei programmi pubblici mense bio e frutta e verdura a scuola, progetti di educazione all’alimentazione corretta”.
Secondo l’Anagrafe nazionale, un terzo degli edifici scolastici, ossia 13.533 su 40.160, sono dotati di locale mensa. La distribuzione però non è omogenea, in quanto nelle regioni del Sud Italia poco più di un edificio su cinque dispone di una mensa scolastica (al Centro è il 41% e al Nord il 43%) e la quota scende al 15,6% in Campania e al 13,7% in Sicilia. La regione con un numero maggiore di scuole dotate di mensa è la Valle d’Aosta (72%), seguita da Piemonte, Toscana e Liguria dove è presente in 6 edifici su 10. In Puglia, Abruzzo e Lazio sono presenti in un edificio su quattro.
Il PNRR non viene incontro alle esigenze delle scuole del Sud, almeno non nella misura sperata. Su 1052 interventi previsti ed € 600.000.000 di fondi stanziati, il Sud riceve (da graduatorie di giugno 2023, le ultime disponibili) la metà delle risorse, contro il 58% previsto da piano originario.
Inoltre, sul totale degli interventi previsti a livello nazionale, poco più della metà (541 su 1052) prevede la costruzione di nuovi locali mensa; per il 21% si tratta di interventi di demolizione, ricostruzione ed ampliamento e per il 28% di riqualificazione, riconversione e messa in sicurezza di spazi e mense preesistenti.
Per questo CittadinanzAttiva propone di riconoscere le mense scolastiche come servizio pubblico essenziale e di impedire qualsiasi forma di esclusione dai bambini le cui famiglie siano in condizioni di povertà; contrastare i casi di morosità ingiustificata; uniformare le tariffe minime e massime, almeno per aree territoriali del Paese (Nord, Centro e Sud).
L’altra proposta è quella di rendere gli studenti protagonisti dell’educazione alimentare e dei corretti stili di vita, mettendoli al centro dei percorsi formativi in ambito scolastico affinché diventino essi stessi informatori di salute presso i loro coetanei e le proprie famiglie; quindi eliminare dai distributori automatici delle scuole il cibo spazzatura, ed inserire solo prodotti freschi e naturali, possibilmente locali.
Quindi anche per l’ong ‘Save the Children’ è prioritario rendere le mense scolastico un servizio pubblico: “Il servizio della mensa scolastica diventa ogni anno più costoso per le famiglie in Italia e le disuguaglianze territoriali penalizzano il Sud dove bambine e bambini hanno minori possibilità di accesso. I dati diffusi oggi da Cittadinanzattiva confermano la necessità di un investimento maggiore per garantire a tutti gli alunni della scuola primaria, su tutto il territorio nazionale, l’accesso servizio di refezione scolastica”.
La mensa scolastica è fondamentale per garantire a studentesse e studenti, soprattutto quelli in condizioni di maggior bisogno, il consumo di almeno un pasto sano ed equilibrato al giorno. Ad oggi invece solo poco più di un bambino su due in Italia (55,2% degli alunni della scuola primaria) ha accesso alla mensa e meno di due classi su cinque (38,3%) sono a tempo pieno: “E’ necessario rendere l’offerta di un pasto sano al giorno un servizio pubblico essenziale per il quale stabilire uno specifico LEP (livello essenziale delle prestazioni). Un primo passo in questa direzione sarebbe istituire un ‘Fondo di contrasto alla povertà alimentare a scuola’ da destinare ai comuni che utilizzano una quota di bilancio per consentire l’accesso alla mensa agli studenti della scuola primaria in difficoltà economiche e aumentare le risorse destinate al Fondo di solidarietà comunale”.
Centro Astalli: in aumento le disuguaglianze tra i migranti
Il Rapporto annuale del Centro Astalli, presentato nelle settimane scorse, contiene una fotografia aggiornata sulle condizioni di richiedenti asilo e rifugiati che durante il 2023 si sono rivolti alla sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, ed hanno usufruito dei servizi di prima e seconda accoglienza a Roma e nelle città italiane in cui opera (Bologna, Catania, Grumo Nevano, Palermo, Padova, Trento, Vicenza).
Il Rapporto, oltre a contenere un resoconto di un anno di attività del Centro Astalli, è uno strumento per capire chi sono i migranti che giungono in Italia per chiedere asilo, quali le principali difficoltà che incontrano nel percorso per il riconoscimento della protezione e per l’accesso all’accoglienza o a percorsi di integrazione. Attraverso testimonianze e approfondimenti si cerca di far emergere i principali nodi sulle migrazioni forzate in Italia: vie d’accesso, vulnerabilità, inclusione sociale, come ha presidente del Centro Astalli, p. Camillo Ripamonti:
“Il 2023 si è aperto con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto sicurezza sul soccorso in mare (DL n. 1/2023 Disposizioni urgenti per la gestione dei flussi migratori) che regolamentava il salvataggio in mare operato dalle ONG, considerato il ‘pull factor’ (smentito poi dai numeri del 2023) delle partenze dalle coste del nord Africa. La tragedia di Cutro del 26 febbraio 2023 ha dato modo al Governo di varare una nuova decretazione d’urgenza, il cosiddetto Decreto Cutro, poi convertito in legge (DL 10 marzo 2023, n. 20); esso con il pretesto della lotta ai trafficanti ha in realtà messo in atto una politica dissuasiva e punitiva delle partenze, culminato nell’accordo per la deportazione in Albania.
All’inizio di ottobre, una nuova decretazione d’urgenza è intervenuta attuando delle modifiche sull’accoglienza di minori non accompagnati (DL 5 ottobre 2023, n. 133). Ma sembra che tutto questo non abbia intercettato veramente i bisogni delle persone, anzi sotto certi aspetti ha complicato la loro vita (richiedenti asilo accolti solo nei CAS, quasi scomparsa del permesso di soggiorno per motivi speciali, non convertibilità dei permessi di soggiorno)”.
Dal rapporto è emerso che aumentano marginalità e disuguaglianze: “In tutti i servizi del Centro Astalli si sono fatti sentire forte gli effetti dell’inflazione e delle decretazioni d’urgenza emanate dal Governo in materia di immigrazione, che hanno fatto salire esponenzialmente i numeri delle richieste di aiuto per tutto l’arco dell’anno appena trascorso.
Sono sempre di più i rifugiati e i richiedenti asilo che vivono in strada, hanno sistemazioni precarie sul territorio di Roma (e non solo) e necessitano di un accompagnamento strutturato. Numerose anche le difficoltà manifestate da singoli e nuclei monoparentali nel far fronte al rincaro delle materie prime”.
. Più di 2.600 utenti hanno usufruito della mensa di Roma che ha distribuito oltre 67.000 pasti (erano stati poco più di 46.000 nel 2022, con un aumento del 45%): tra loro il 28% (1 persona su 3) è richiedente asilo: “E’ aumentata la presenza di donne migranti, incremento dovuto al gran numero di ucraine, titolari di protezione temporanea, che dall’inizio del conflitto e per molto tempo a seguire non hanno avuto la necessità di rivolgersi a servizi di bassa soglia (probabilmente grazie alla campagna mediatica a loro sostegno), ma anche di cittadini peruviani, colombiani e venezuelani, in fuga dai loro Paesi a causa di situazioni di violenza generalizzata e di insicurezza sociale”.
Invece a Palermo i volontari hanno riscontrato un aumento della povertà assoluta: sono infatti raddoppiati gli accessi ai servizi di prima accoglienza offerti dall’associazione; mentre a Trento, è stato potenziato il servizio dei dormitori notturni dove si è riusciti a dare accoglienza a 177 richiedenti asilo senza dimora con l’aumento di marginalità, disuguaglianze ma anche le complessità delle situazioni di cui le persone migranti sono portatrici: “I processi di semplificazione in atto nel tentativo di contenere le migrazioni, non solo sono destinati a fallire nel tempo, ma rendono gli spostamenti e i viaggi dei migranti ancora più mortali e difficili”.
Il rapporto ha evidenziato che sono state 8.541 le persone che hanno perso la vita lungo le rotte migratorie di tutto il mondo nel 2023, anno in cui sono stati registrati più morti in assoluto: 3.105 le persone morte e disperse nel Mediterraneo, più di 29.000 in totale le vittime dal 2014 (dati OIM): “Le risposte politiche a queste tragedie hanno visto l’inasprimento del contrasto all’attività delle navi umanitarie, la realizzazione di accordi economici per dissuadere gli arrivi, aumentare i rimpatri e cooperare con regimi antidemocratici;
l’emanazione di regole di accesso più rigide per i richiedenti asilo in Europa, compresi i minori, mettendo una seria ipoteca sul rispetto dei diritti di persone già duramente provate da situazioni caratterizzate da persecuzioni e violenze subite nei Paesi di origine e in quelli di transito. Strategia onerosa quella dell’esternalizzazione delle frontiere, unita alla pratica dei respingimenti e delle espulsioni illegali, con metodi brutali e coercitivi lungo le rotte europee, con la conseguenza che centinaia di migliaia di persone rimangono imprigionate in terre di mezzo, e vedono aumentare il carico dei traumi a cui sono sottoposti”.
Lo stato generale di fragilità trova riscontro nelle quasi 10.000 visite mediche, di base e specialistiche svolte presso il SaMiFo (Salute Migranti Forzati) con un aumento del 15% a fronte di un’utenza aumentata solo dell’1,6%: “Oltre alla vulnerabilità evidente per persone portatrici di condizioni oggettive (anziani, minori, donne in gravidanza ecc.) o di diagnosi già acclarate, esiste nel mondo dei rifugiati una vulnerabilità più nascosta, spesso legata ai traumi vissuti e non ancora elaborati che per emergere e cominciare una cura ha bisogno di tempo, attenzione e di un’accoglienza dentro luoghi idonei. Pensare di riservare un’accoglienza (sia in termini di alloggio che di documenti) ai soli soggetti vulnerabili, significa scegliere di contribuire ad accrescere il numero delle persone vulnerabili”.
Inoltre nello scorso anno il Centro Astalli, con il sostegno dell’Elemosineria Vaticana, ha erogato contributi per il pagamento delle tasse necessarie al rilascio del permesso di soggiorno e titolo di viaggio per 463 rifugiati, perlopiù nuclei familiari originari dell’Afghanistan:
“Nel momento in cui le persone iniziano, con difficoltà, il loro percorso in Italia viene loro chiesto un pagamento non irrilevante. Più soli, invisibili, marginalizzati, spaesati, numerosi sono stati i cittadini stranieri che si sono rivolti agli sportelli del servizio legale con permesso di soggiorno per Protezione speciale in scadenza. Se pensiamo che in passato questa forma di protezione veniva concessa dalle Commissioni Territoriali allo scopo di ‘sanare’ diversi tipi di situazioni, ci rendiamo facilmente conto delle conseguenze negative che le decisioni politiche prese avranno su molte persone”.
Inoltre nello scorso anno il servizio di accompagnamento all’autonomia a Roma ha sostenuto 659 persone: “Promuovere l’autonomia delle persone rifugiate significa abbattere le barriere che si frappongono ad un’integrazione piena e autonoma, per questo nel corso dell’anno sono state realizzate attività volte a favorire anche la loro inclusione finanziaria ed è proseguita l’attività di contrasto al digital divide con lo scopo di garantire l’accesso di rifugiati e richiedenti asilo ai servizi della Pubblica Amministrazione…
La società italiana è una società multiculturale nella quale, tuttavia, oggi non assistiamo al moltiplicarsi di processi di coesione, scambio e incontro. Crediamo sia importante investire nel patrimonio sociale delle nostre comunità, valorizzando le diversità che le possono rendere più ricche e forti. In tutte le realtà della Rete territoriale del Centro Astalli si costruiscono ogni giorno spazi di cittadinanza e giustizia, cercando soluzioni che vengano incontro alle esigenze dei rifugiati e della società che li accoglie”.
(Foto: Centro Astalli)



























