Proposta di legge di iniziativa popolare: far vedere il nascituro e ascoltare suo battito cardiaco. Petizione: lo Stato dia alle donne alternative concrete all’aborto

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 24.05.2023 – Vik van Brantegem] – È stata depositata alla Corte di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare che introduce nell’art.14 della legge 194 del 22 maggio 1978 il comma 1-bis: «Il medico che effettua la visita che precede l’interruzione volontaria di gravidanza ai sensi della presente legge, è obbligato a far vedere, tramite esami strumentali, alla donna intenzionata ad abortire, il nascituro che porta nel grembo e a farle ascoltare il battito cardiaco dello stesso». Sono necessarie almeno 50 mila sottoscrizioni.

La proposta di legge che è stata depositata dalle associazioni promotori, obbligando il medico che effettua la visita che precede l’aborto, a far vedere, tramite esami strumentali, alla donna intenzionata ad abortire, il nascituro che porta nel grembo e a farle ascoltare il battito cardiaco dello stesso, intende dare piena applicazione alla legge sul consenso informato.

La donna ha il diritto di essere resa consapevole della vita che porta nel grembo, una vita con un cuore che pulsa. Solo in tal modo può essere realmente libera e responsabile delle sue azioni. Il medico che effettua la visita, ha l’obbligo di dare un’informazione cruciale, che né per legge divina né per il diritto naturale, può sottacere alla donna.

Poiché circa il 70% dei ginecologi è obiettore di coscienza [1], questa proposta sarà ben accolta da chi, fra essi, effettuerà la visita che precede l’aborto; per quanto riguarda i medici non obiettori, sarà un obbligo che, se non ottemperato, li renderà responsabili nei termini previsti dalla legge sulla mancata o incompleta informativa.

Si tratta di una proposta di legge che, per la sua chiarezza e importanza, non può lasciare indifferenti; il nascituro nel grembo che parla con il battito del suo cuore e lancia un grido di aiuto.

Per maggiori informazioni o per comunicare l’adesione della propria realtà associativa: Email – Cellulare: 346 70 35 866.

Lo Stato dia alle donne alternative concrete all’aborto

«Il problema dell’aborto non è l’obiezione di coscienza ma le troppe donne che vi ricorrono perché non hanno alternative: non esiste alcuna donna che in Italia sia stata costretta a partorire per eventuali inapplicazioni della 194, ma troppe le donne che sono state indotte ad abortire per mancanza di alternative concrete. Come rivela un sondaggio appena pubblicato, per oltre il 75% degli Italiani lo Stato deve assicurare alle donne il diritto di NON abortire, proponendo loro soluzioni concrete per superare le difficoltà in cui si trovano [2]. Siamo stanchi della violenza di chi vorrebbe continuare a farci credere che l’aborto, invece, sia una scelta paritetica o addirittura preferibile alla nascita dei nostri figli. Le donne abortiscono in un momento molto fragile e hanno il diritto alla consapevolezza di cosa è l’aborto, di riconoscere il figlio prima di “decidere” e conoscere quali le conseguenze fisiche e psicologiche a cui vanno incontro se abortiscono. Il resto sono menzogne sulla loro pelle. Il vero diritto delle donne è essere affiancate, sostenute e messe nelle condizioni di poter accogliere il figlio e, quando anche fosse davvero impossibile crescerlo, poter avere la possibilità di custodirlo fino alla nascita, senza che questo possa significare un sacrificio da accollarsi in solitudine. Vogliamo ribadirlo forte e chiaro: la 194 non è una legge né giusta né buona, visto che dalla sua approvazione a oggi ha permesso l’eliminazione di 6 milioni di bambini e che ha abbandonato altrettante donne alla solitudine di una scelta che non è mai libera, ma sempre condizionata. Serve un cambiamento di rotta e gli Stati Uniti, lo scorso anno, dopo quasi 50 anni dalla “Roe vs Wade” ce lo hanno dimostrato: nessuna legge è intoccabile e granitica, tale da non poter essere mai messa in discussione» (Maria Rachele Ruiu, membro del Direttivo di Pro Vita & Famiglia).

La petizione

Di fronte a una gravidanza inaspettata o complicata migliaia di donne in Italia sono oggi indotte e spesso costrette ad abortire perché prive di aiuti sociali, economici, psicologici e morali, o perché vittime di pressioni da parte di partner o familiari. Migliaia di donne potrebbero evitare questo calvario, e altrettante vite umane innocenti potrebbero essere salvate, se lo Stato prevedesse fondi e piani di sostegno speciale alla natalità e alla maternità come reale alternativa all’aborto. Come si può parlare di “autodeterminazione” o “libertà di scelta” quando si viene messi davanti a una sola opzione, senza nemmeno una corretta informazione sui rischi per la salute della donna stessa? Quante mamme non abortirebbero e quante vite verrebbero alla luce se queste donne non fossero lasciate sole e prive di aiuto?

In campagna elettorale Giorgia Meloni ha avuto il grande merito di accendere un faro su questo dramma, affermando che “se oggi ci sono delle donne che si trovano costrette ad abortire, per esempio perché non hanno soldi per crescere quel bambino, o perché si sentono sole, voglio dare loro la possibilità di fare una scelta diversa”. Per questo ha inserito nel programma elettorale la “istituzione di un fondo per aiutare le donne sole e in difficoltà economica a portare a termine la gravidanza”.

È il momento di realizzarlo. Firma questa petizione per chiedere al Presidente Meloni di trasformare quella coraggiosa promessa in una coraggiosa realtà, impedendo che anche una sola donna in Italia sia di fatto costretta ad abortire per povertà, precarietà, solitudine o pressioni sociali [QUI].

[1] «Cara Bonino, ma secondo lei, perché il 70% dei medici ginecologi è obiettore di coscienza? Provo ad aiutarla… Forse perché avendo studiato per anni lo sviluppo dell’embrione nel grembo materno sono consapevoli che la vita inizia dal concepimento e non sono disposti ad uccidere un essere umano nel grembo materno. Siamo nel 2023 nell’era delle ecografie in 3d, negare che quella sia vita nel grembo materno è antiscientifico, è da retrogradi…si aggiorni!» (Jacopo Coghe).

[2] Aborto spesso indotto da povertà. Giusto aiutare le donne a ripensarci

Il 76% dei cittadini pensa che «lo Stato dovrebbe dare più aiuti sociali, economici e psicologici alle donne incinte per offrire alternative concrete a chi altrimenti sarebbe costretta o indotta ad abortire». E ancora: il 57% degli italiani pensa che «la maggior parte delle donne sia indotta o costretta ad abortire» e che «non si tratta quindi di una libera scelta». Sono due dei quesiti posti dalla Noto Sondaggi, nella rilevazione presentata all’Hotel Nazionale di Roma il 18 maggio scorso nel corso di una conferenza stampa promossa dall’associazione Pro Vita & Famiglia Onlus “Facciamo 31: Il dovere costituzionale di proteggere la maternità, promuovere la vita e agevolare la famiglia”. «Il giudizio degli intervistati – spiega Antonio Noto, curatore del sondaggio – prescinde da riferimenti a questo o quel governo, è un giudizio circa la mancanza di una politica che prevenga il ricorso all’interruzione di gravidanza. Inoltre, emerge con chiarezza – aggiunge Noto – la convinzione di una correlazione molto stretta fra la situazione di povertà e la scelta di abortire». E infatti nel sondaggio (promosso dall’associazione in vista della manifestazione nazionale per la vita che si è svolta sabato pomeriggio a Roma [QUI]) il 58% degli intervistati ritiene che «se le donne incinte avessero “aiuti adeguati” la maggior parte degli aborti sarebbe evitata».

Il caso Adinolfi: proibito parlare e scrivere contro l’aborto

Dopo la censura violenta subita da Eugenia Roccella al Salone del Libro di Torino [QUI], il caso di Mario Adinolfi, autore di un libro sull’aborto che non riesce a presentare, perché ogni volta i cosiddetti democratici e antifascisti glielo impediscono fisicamente.

L’incipit del libro

A tutti i bambini abortiti e alle loro addolorate madri
A noi che siamo in vita, ai genitori che l’hanno preservata
Affinché provasse a essere una vita felice
La vita di ciascuno di noi è iniziata il giorno del concepimento. Punto, è un elemento indiscutibile. Scientificamente, filosoficamente, biologicamente non si può trovare un altro momento certo in cui inizia quella storia straordinariamente unica che è quella di ciascuno di noi. Io sono nato il giorno in cui lo spermatozoo di mio padre ha fecondato l’ovulo di mia madre. Procedura piuttosto abusata, ripetuta nella storia umana circa centocinque miliardi di volte, tanti sono stati ad oggi gli esseri umani che hanno calcato la terra.

Adinolfi: “Io come Roccella, vittima del violento pregiudizio anticristiano”
Le presentazioni del libro di Mario Adinolfi contro l’aborto sono possibili solo in presenza delle forze dell’ordine
di Francesco Curridori
Il Giornale, 22 maggio 2023


C’è un “caso Roccella ”permanente in Italia che dura da cento giorni, da quando è cominciato cioè il tour di presentazione dell’ultimo libro di Mario Adinolfi “Contro l’aborto – con le 17 regole per vivere felici”. Ne sanno qualcosa la Digos e i carabinieri che devono accompagnare Adinolfi in ognuna delle sedi dove va a parlare della sua opera, spesso fronteggiando frange che fanno sembrare le trenta contestatrici della ministra Roccella delle mammolette. A Mestre ci sono voluti settanta agenti in tenuta antisommossa a tenere testa a quattrocento anarchici ed esponenti dei centri sociali, capitanati dal nipote di Massimo Cacciari, che volevano impedire ad Adinolfi anche solo l’accesso al Centro Culturale Candiani dove era in programma la presentazione. Stessa scena nelle Marche, a Jesi, mentre a Bologna le parole del sindaco Lepore contro la presenza di Adinolfi in città hanno convinto lo scrittore a rinunciare alla serata di presentazione.

A Bologna qualcuno ha detto che lei l’ha data vinta ai violenti. È così, ha avuto paura?
Il sindaco Lepore è il responsabile della polizia comunale e della sicurezza in città. Le sue parole erano un via libera ai violenti e ho voluto proteggere le famiglie che vengono a seguire la presentazione del mio libro.

Cos’ha pensato quando ha visto la contestazione alla ministra Roccella a Torino?
Ho pensato che avrebbero detto che hanno il diritto di contestare un ministro perché detiene il potere. Non è così. Contestano le idee della Roccella, per la precisione le idee cattoliche e a difesa della vita nascente. Come fanno con me, che non sono ministro. C’è un violento pregiudizio anticristiano che denuncio da tempo e gli scrittori esplicitamente cattolici fanno fatica ormai a poter parlare in pubblico.

C’è chi dice che lei è un provocatore e che le contestazioni se le cerca e se le merita. Non hanno ragione?
Non è provocatore Zerocalcare che sostiene che De Benoist ispira i nazisti? Non è provocatore Saviano che dice che la famiglia va abbattuta o che i leader di destra sono i capi della malavita? Non è provocatrice la Murgia che dice che a capo del governo in Italia c’è una donna fascista? Chi scrive è sempre visto come provocatore da chi lo avversa. Ma per loro guai ad alzare un fiato contro quando parlano. Quando parliamo noi è invece legittimo farci di tutto.

Sicuro di non usare l’arma del vittimismo?
Guardi, ho scritto cinque libri negli ultimi dieci anni, ho tenuto almeno cinquecento presentazioni e non c’è stata una data che s’è potuta tenere senza la presenza di polizia e carabinieri. È faticoso sa? Ed è anche molto stressante. Qualche tempo fa un settimanale mi dedicò una copertina definendomi “Pericolo pubblico” per via del clima che accompagna ogni mia tappa. Non è giusto. Rivendico il diritto alla libertà d’espressione per chi ha idee diverse dal conformismo di sinistra e lo rivendico non solo per me e per la Roccella ma per tutti coloro che hanno qualcosa da dire e scrivono libri in questo Paese.

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