La tenerezza della Comunione con le mani giunte – Parte Quinta: Gesti della Messa Antica che sono segno di unità

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Chi si stupisce del fatto che ci sia qualcuno, che per andare alla Santa Messa la domenica mattina, è pronto a percorrere centinaia di chilometri, anche fosse tra andata e ritorno, non conosce il Vetus Ordo. Ma quando tutto ciò apprende, improvvisamente se ne sente attratto. In effetti, anche un ateo che si trovasse idealmente a parteciparvi non potrebbe che restare incantato e affascinato dalla magnificenza della Messa antica.

Caratterizzata da decoro, silenzio, austerità e compostezza, tutto di quel rito racconta e testimonia anche a chi non crede, che lì sta succedendo qualcosa di importante, di nuovo, di estraneo, di paradisiaco. Tutto dice: ”Dio è qui. Ti ama. Amalo!”. “La bellezza salverà il mondo”, affermò Dostoevskij e nulla più di quella sacra cerimonia, fa credere che sia vero. È bellissima la Messa tridentina! E gli effetti salvici e purificatori sono potenziati dalle giuste disposizioni che dai suoi segni e gesti promanano.

Nel Vetus Ordo, o Messa antica o tridentina che dir si voglia, sempre celebrata in latino, la lingua che Satana non userà mai, è un vero e proprio esorcismo. Lì dove il sacro si impone per l’insieme dei numerosi e armoniosi elementi che concorrono allo svolgimento del rito: il decoro degli abiti e del portamento dei sacerdoti, la presenza invasiva dei profumi d’incenso, il silenzio composto dei fedeli, la musica spianata dell’organo, le voci dei cantori che intonano il gregoriano. Lì donne inginocchiate, composte, silenti e decorosamente abbigliate sono spesso accompagnate da bimbi piccoli anch’essi superbamente composti.

Non è raro vedere bambine di 5, 6 anni, già fornite del velo muliebre come le madri, fare la fila ai confessionali, poi vederli lentamente e devotamente avanzare in quella che conduce alla balaustra per ricevere l’Eucarestia, distribuita obbligatoriamente per tutti sulla lingua e in ginocchio, gesto che nasce spontaneo. File, in entrambi i casi, interminabili come non si vedono nelle Messe moderne, che sembrano celebrare il rito di un’altra religione. I sacerdoti rivolti ad orientem, spalle al popolo, sono così regalmente vestiti da scomparire allo sguardo dei fedeli che viene tutto direzionato verso l’Invisibile Ospite Eccellente, la Presenza del Quale, dato il contesto e le premesse, si fa via, via più tangibile a misura del dipanarsi della cerimonia.

I tre sacerdoti, che nella Messa solenne raggiugono l’altare, insieme ad un corposo stuolo di ministranti, cerimonieri e chierichetti compresi, vestono dello stesso colore dell’altare e del Tabernacolo. Ogni loro gesto rimanda il cuore a Dio e all’adorazione di Lui. Tutto punta verso l’alto guidato dalla direzione dell’incenso. È impossibile non percepire che l’altare, il Tabernacolo, il sacerdote e Gesù Cristo sono la stessa cosa.

Così la fede, il rispetto e l’amore per l’Unico e Trino Dio di sempre, raccontato nei secoli dalla tradizione, si impone anche materialmente per la serie di segni liturgici che riportano e confermano informazioni spirituali all’anima dei presenti. Ogni gesto del sacerdote profuma di grazia: i suoi passi pesati, la postura eretta e dignitosa, i movimenti armoniosi mai improvvisati, gli inchini e le continue genuflessioni, commuovono indicando il Cielo. I sacerdoti a mani giunte si inginocchiano ripetutamente, decine e decine di volte, almeno 60 volte fino alla Consacrazione, sempre con la grazia con cui si offrisse un fiore. Tanta è l’eleganza e la fermezza impiegata che è come se facessero più fatica ad abbassarsi che a risollevarsi da terra. Quelle ginocchia allenate all’esercizio della sottomissione al Divin Voler sembrano assetate di umiltà e, nell’atto di toccare terra, par che se ne abbeverino al punto, che l’alzarsi si fa più leggero del prostrarsi. L’agile sollevamento con cui quell’atto è compiuto, sembra azzerare la forza di gravità, e dice come è bello che l’uomo che si prostri davanti a Dio. Porsi in ginocchio è l’unico modo che il corpo umano ha a disposizione per compiere il massimo della riverenza. E se ce ne fosse uno più consono di adorare Dio, sarebbe opportuno usare quello. Non a caso i sacerdoti quando vengono ordinati si sdraiano completamente a terra a braccia allargate. Così come l’inchino si fa ai reali della terra, ed è obbligatorio, così di fronte al Re dei Re, è doveroso inginocchiarsi. Segno identificativo del riconoscimento della Sua Maestà ed Eccellenza. E invero, solo chi si inginocchia davanti a Dio, riesce a stare in piedi in tutte le altre circostanze. E nel non inginocchiarsi consiste l’essenza stessa del demoniaco.

Per tutto il tempo della Celebrazione, tranne che in certe fasi dello svolgimento del culto, i sacerdoti tengono le mani giunte all’altezza del petto, gomiti aderenti al corpo. Il gesto delle mani giunte che si chiama “anjali” [*] dice: ”Signore io mi metto davanti a Te disarmato e senza difese. Fai di me ciò che vuoi. Mi fido di Te”. Che belle quelle mani giunte: unione di Spirito e materia e segno fisico della volontà di unire la volontà umana a quella di Dio. Inginocchiarsi con le mani giunte poi dice che tra queste due volontà l’uomo intende sottoporsi alla divina. Il significato delle mani giunte diventa più forte infatti, quando ci si mette in ginocchio. Chi fa così dimezzando la sua statura esprime la volontà di riconoscersi piccolo: “Signore io sono piccolo tu sei grande. Aiutarmi che da solo non posso nulla!”.

Quante parole dicono i gesti! Ne dicono così tante, che la parola non serve. Per tutto questo e non solo, insieme alla benedizione ripetuta dell’altare, del Vangelo, dei ministranti tra di loro e dei fedeli, non è difficile immaginare a che livello di commozione possa giungere il cuore e a quale volo lo spirito, quando si giunge alla Consacrazione del pane e del vino, mentre le campane spiegano il loro incanto sonoro.

Non è difficile nemmeno credere di quanto l’Altissimo possa essere consolato da tanta ammirazione umana. Gli angeli, i santi e i beati fanno corona tutt’intorno unendo il Santo Sacrificio a quello celebrato sull’altare del Cielo. Al momento di ricevere il Corpus Domini a seguito di tale preparazione le ginocchia si piegano da sole, anche senza volerlo.

Non so se tutti provano lo stesso, ma il fatto che il numero dei fedeli nella Messa Vetus Ordo aumentano a dismisura, mentre le chiese moderne si svuotano fa credere di sì: che il beneficio spirituale è universalmente riconosciuto dalla platea. Di certo, uscendo da una Messa Vetus Ordo non ci si ricorda più nemmeno il proprio nome, mentre spesso uscendo da una Messa Novus Ordo non si ricorda più chi sia Dio. Eppure molti si tengono alla larga da certe manifestazioni. Forse per il timore della relazione che c’è la tra volo e caduta?

In effetti quanto più spiritualmente ci si innalza, tanto più dirompente potrebbe essere la caduta. Eppure non si può rinunciare all’elevazione sincera e profonda, pur rischiando di cadere, perché se il volo è finalizzato al Creatore, Egli stesso metterà la rete di salvataggio sul fondo. Con Gesù, pur cadendo, si rimbalza. E quando ci si abbandona con fiducia, il rimbalzo non è cosetta da niente. Egli spinge in alto, più in alto del livello raggiunto prima dell’ultima caduta. Anche Gesù è caduto tre volte. Non per questo ha rinunciato alla Sua elevazione e salita al Calvario, fino in alto, lassù sulla Croce, da cui osservava il mondo, sospeso tra Cielo e Terra. Così conviene a Sua Imitazione, che facciamo noi, Sue amate creature. Inoltre Gesù salva proprio attraverso una relazione viva e intimissima con Lui e ci invita solo a tornare al centro del Suo cuore e val la pena ricordare che salvezza o dannazione sono fatti personali. Non di massa.

La Messa tridentina è stata spesso, anche ultimamente, ostacolata [QUI], ma la Messa nuova sempre meno partecipata, dove il sacro sembra sparito e dove è malvisto il fedele che si inginocchi è la circostanza che dà la misura della depressione raggiunta dalla Chiesa, ma la Chiesa come mistero ed essenza stessa di Gesù Cristo non finirà. È stata data per morta mille volte, ma il Suo Re, è Colui che sa bene come si risorge. Anzi c’è da credere che quando e se il Santo Sacrificio dovesse essere vietato, il Vetus Ordo sarà l’unica forma celebrativa della Messa catacombale.

Altri dicono che i gesti non contano e che conta la sostanza, ma questa affermazione è falsa, perché è vero che l’abito non fa il monaco, ma è anche vero che la fede fa l’abito. Lo stesso San Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa sostiene che «i gesti e movimenti dei fedeli durante la celebrazione della Santa Messa appartengono a quegli aspetti materiali del culto divino che non si possono trascurare e che dobbiamo rendere onore a Dio non solo in spirito. Siccome gli uomini sono creature corporee, i sensi esterni sono sempre coinvolti. Nella sacra liturgia è necessario servirsi di cose materiali come dei segni, mediante i quali l’anima umana venga eccitata alle azioni spirituali che la uniscono a Dio» (S.Th. IIa IIae q. 81 a. 7) e che «abbiamo quindi bisogno di segni sensibili per purificare il nostro cuore e nutrire il nostro desiderio di unione con il Dio invisibile. D’altro canto la vita interna è sostenuta dagli atti esterni. Per provvidenziale volontà di Dio, siamo chiamati ad offrirgli i segni visibili della nostra offerta spirituale, perché, in quanto creature corporee, comunichiamo con segni esterni» (S.Th. IIa IIae q. 81 a. 7 ad 2).

Gesti esterni che sono segno di unità e favoriscono la corretta e profonda partecipazione all’azione liturgica. E fanno parte della tradizione viva del popolo di Dio e trasmesse di generazione in generazione insieme ai contenuti della fede da parte della Madre Chiesa e Maestra, dando indicazioni precise per l’educazione dei fedeli allo spirito della liturgia. Tanto più se si considera, in questi tempi tribolati e di confusione, dato che la confusione non viene da Dio, quanto a sostegno lo stesso San Pio da Pietrelcina ebbe a dire: «Quando verranno quei tempi, mi raccomando: la tradizione, la tradizione!».

Carissimi e numerosi lettori, sparsi qua e là per il mondo, Buona e Santa Pasqua a tutti. Resurrexit, sicut dixit, alleluia. Ora pro nobis Deum, alleluia.

[*] Si tratta del gesto dell’adorazione che si compie unendo i palmi delle mani dinanzi al petto. Anjali, dalla radice “anj” che significa celebrare, onorare, in sanscrito significa infatti “gesto di reverenza” o “benedizione”. Può essere definito un “sigillo della preghiera”.

Articoli precedenti

– La tenerezza della Comunione con le mani giunte – Parte Prima: “Com’era, come sta diventando e la Comunione Spirituale” – 24 settembre 2021
– La tenerezza della Comunione con le mani giunte – Parte Seconda: “È volontà di Dio” – 2 febbraio 2022
– La tenerezza della Comunione con le mani giunte – Parte Terza: “Materialità e Preghiera” – 17 febbraio 2022
La tenerezza della Comunione con le mani giunte – Parte Quarta: “Botte invece dell’Eucarestia?” – 2 marzo 2022

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