Venezuela e Premio Nobel per la pace: in dialogo con Estefano Tamburrini

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La leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado, vincitrice del premio Nobel per la Pace,  è arrivata in Norvegia il giorno successivo alla giornata di assegnazione dei Premi Nobel attraverso una fuga ‘rocambolesca’, ed ‘ad alto rischio’, fuggendo via mare in barca, martedì notte, verso l’isola di Curaçao, da dove con un aereo è volata verso l’Europa con l’aiuto del presidente americano Donald Trump, preoccupato dalla possibilità che lei potesse diventare un possibile ostaggio nelle mani di Maduro: ‘Finalmente, dopo due anni, tornerò ad abbracciare i miei figli’, sono le sue parole da Oslo. La sua ultima apparizione in pubblico risale allo scorso 9 gennaio a Caracas, durante una manifestazione contro l’insediamento di Maduro per il terzo mandato.

In un messaggio audio, diffuso il giorno precedente il suo arrivo, dal Nobel Institute la premio Nobel per la Pace aveva raccontato “cosa abbiamo dovuto affrontare e quante persone hanno rischiato la vita per permettermi di arrivare a Oslo, e sono loro molto grata, e questo è un esempio di cosa significhi questo riconoscimento per il popolo venezuelano”.

Inoltre aveva ringraziato il Comitato per tale riconoscimento: “Innanzitutto, a nome del popolo venezuelano, desidero ringraziare ancora una volta il comitato norvegese per il Premio Nobel per questo immenso riconoscimento alla lotta del nostro popolo per la democrazia e la libertà…

So che centinaia di venezuelani provenienti da diverse parti del mondo sono riusciti a raggiungere la vostra città, e che ora si trovano a Oslo, così come la mia famiglia, il mio team e tantissimi colleghi, dato che questo è un premio per tutti i venezuelani. Non appena arriverò, potrò abbracciare tutta la mia famiglia ed i miei figli che non vedo da tre anni, e tanti venezuelani, norvegesi, che conosco e che condividono la nostra lotta”.

Per comprendere la situazione abbiamo contattato il giornalista Estefano Soler Jesus Tamburrini: “Il clima è teso e la sorveglianza aumenta; Caracas minaccia la revoca della cittadinanza a 25 dissidenti, compresa la premio Nobel per la pace María Corina Machado. Secondo l’ex-ambasciatore Usa a Caracas, James B. Story, l’escalation, che vede la presenza di oltre 10.000 soldati nei Caraibi, non si limita a Maduro ma punta a mettere in discussione l’egemonia cinese sul continente”.  

A proposito del Premio Nobel per la pace a María Corina Machado: è stata una sorpresa?

“Sì, è stata una sorpresa. In fondo lo è stato anche per lei, che non ha nascosto il suo stupore una volta ricevuta la notizia. Lo si evince dalla telefonata con l’ex-candidato presidenziale Edmundo González Urrutia, in esilio a Madrid. Che ha definito il riconoscimento come un ‘carajazo’, cioè un ‘colpaccio’. E’ una sorpresa anche perché la sua lotta è tuttora incompiuta ed, a livello concreto, sembra che nessuno sia in grado di portare la pace a Caracas. Poi, diciamolo: Machado è un esempio di lotta civile, il suo motto è ‘fino alla fine’. E porta un’istanza di conflitto legittima, doverosa, che poco c’entra con la pace”.

Per quale motivo lei è un esempio di coraggio civile in America Latina?

“Da quasi 30 anni Machado, in difesa delle sue idee, ha affrontato ostilità, intimidazioni e persecuzioni sistematiche per la sua opposizione alla svolta militare e autoritaria che ha preso forma in Venezuela sin dai tempi di Hugo Chávez Frías. Minacciata, boicottata ed insultata dalle autorità di Caracas la ‘lady di ferro’ non ha ceduto alla paura”.

Quali sono state le reazioni del mondo?

“In realtà le reazioni sono ambivalenti. Chi la sostiene (gli oppositori di Maduro, ma anche i governi occidentali) interpreta il Premio Nobel per la Pace come un gesto che in qualche modo ha affiatato la causa delle opposizioni, schiacciate e disgregate da una repressione sistematica. I suoi detrattori (Cina, Russia, ma anche Messico) guardano la decisione con sospetto e ne contestano le ragioni. Soprattutto per il tempismo che lega il riconoscimento all’escalation militare statunitense nei Caraibi”.

Per quale motivo Machado aveva scelto di rimanere in Venezuela, sperando di ritornarci, per fare opposizione?

“Machado è l’ultima leader dell’opposizione venezuelana. Se fosse andata via, insieme a González, il suo movimento si sarebbe sgonfiato presto. Già così le sigle di opposizione non hanno possibilità di eseguire alcuna mobilitazione sul territorio. Se va via pure lei il sogno sarà finito”.

Qual è la situazione nel Paese?

“Abbiamo parlato di partenze: oltre 8.000.000 di venezuelani sono andati via su un totale di 30.000.000. Parliamo di una delle più gravi crisi di rifugiati nel mondo, troppo spesso sottovalutata. La maggior parte di loro si concentra in Colombia e nei Paesi vicini. Quanto ai Paesi ricchi: in precedenza gli Stati Uniti erano una delle mete principali, ma con le deportazioni di Trump i venezuelani volgono lo sguardo in Europa, soprattutto in Spagna.

Del resto si continuerà a emigrare. Il Paese vive un’economia di sopravvivenza: il costo della vita supera i 600 dollari americani mensili ma pensioni e stipendi minimi valgono quattro dollari, là dove il Bolívar, che è la valuta locale, è diventato carta straccia. Del resto di politica non si parla più: chi si è congratulato pubblicamente con Machado, come il medico Pedro Fernández, è stato arrestato. I prigionieri politici sono un migliaio, di cui oltre 80 stranieri”.

‘Oggi rendiamo grazie a Dio per gli attivisti dei diritti umani e le loro organizzazioni. Preghiamo e lavoriamo per un Venezuela libero dalla violenza interna ed esterna, dove tutti i venezuelani possano godere del pieno accesso ai diritti umani fondamentali, in particolare dove sia rispettato il diritto alla vita, all’istruzione, al lavoro, alla salute, alla libertà di pensiero, di religione e di organizzazione, tra gli altri diritti’: è scritto nel messaggio della Commissione Giustizia e Pace della Conferenza dei religiosi e delle religiose e della vita consacrata del Venezuela, diffuso in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani. Quale ruolo svolge la Chiesa cattolica in Venezuela?

“Come Simone di Cirene: la Chiesa aiuta il popolo venezuelano a sopportare una croce che, con il tempo, è divenuta sempre più pesante. Famiglie divise a causa del fenomeno migratorio, con nonni che si prendono cura dei nipoti. Il moltiplicarsi delle fragilità, senza uno stato sociale in grado di reggere le sfide poste da questo tempo. Le prigionie a sfondo politico, sulle quali la Conferenza episcopale ha chiesto a Caracas di intervenire così come lo stesso segretario di Stato della Santa Sede Pietro Parolin”.

Dopo più di un anno di prigionia quali speranze ci sono per Trentini?

“Si spera in un gesto di grazia, visto che siamo nell’Anno giubilare e considerata la recente canonizzazione dei primi santi venezuelani, José Gregorio Hernández e madre Carmen Rendiles, entrambi esempio di perseveranza, impegno per gli ultimi e cura dei fratelli. Trentini, che era andato lì per occuparsi dei più fragili, nonché ostaggio da quasi un anno, merita (come minimo) il rientro a casa per poter riabbracciare i suoi cari. L’Italia ci sta lavorando, anche con l’aiuto della Chiesa, puntando sulla diplomazia del dialogo, anziché su quella dei cannoni”.

(Foto: facebook)

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