Tag Archives: Lotta
Venezuela e Premio Nobel per la pace: in dialogo con Estefano Tamburrini
La leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado, vincitrice del premio Nobel per la Pace, è arrivata in Norvegia il giorno successivo alla giornata di assegnazione dei Premi Nobel attraverso una fuga ‘rocambolesca’, ed ‘ad alto rischio’, fuggendo via mare in barca, martedì notte, verso l’isola di Curaçao, da dove con un aereo è volata verso l’Europa con l’aiuto del presidente americano Donald Trump, preoccupato dalla possibilità che lei potesse diventare un possibile ostaggio nelle mani di Maduro: ‘Finalmente, dopo due anni, tornerò ad abbracciare i miei figli’, sono le sue parole da Oslo. La sua ultima apparizione in pubblico risale allo scorso 9 gennaio a Caracas, durante una manifestazione contro l’insediamento di Maduro per il terzo mandato.
In un messaggio audio, diffuso il giorno precedente il suo arrivo, dal Nobel Institute la premio Nobel per la Pace aveva raccontato “cosa abbiamo dovuto affrontare e quante persone hanno rischiato la vita per permettermi di arrivare a Oslo, e sono loro molto grata, e questo è un esempio di cosa significhi questo riconoscimento per il popolo venezuelano”.
Inoltre aveva ringraziato il Comitato per tale riconoscimento: “Innanzitutto, a nome del popolo venezuelano, desidero ringraziare ancora una volta il comitato norvegese per il Premio Nobel per questo immenso riconoscimento alla lotta del nostro popolo per la democrazia e la libertà…
So che centinaia di venezuelani provenienti da diverse parti del mondo sono riusciti a raggiungere la vostra città, e che ora si trovano a Oslo, così come la mia famiglia, il mio team e tantissimi colleghi, dato che questo è un premio per tutti i venezuelani. Non appena arriverò, potrò abbracciare tutta la mia famiglia ed i miei figli che non vedo da tre anni, e tanti venezuelani, norvegesi, che conosco e che condividono la nostra lotta”.
Per comprendere la situazione abbiamo contattato il giornalista Estefano Soler Jesus Tamburrini: “Il clima è teso e la sorveglianza aumenta; Caracas minaccia la revoca della cittadinanza a 25 dissidenti, compresa la premio Nobel per la pace María Corina Machado. Secondo l’ex-ambasciatore Usa a Caracas, James B. Story, l’escalation, che vede la presenza di oltre 10.000 soldati nei Caraibi, non si limita a Maduro ma punta a mettere in discussione l’egemonia cinese sul continente”.
A proposito del Premio Nobel per la pace a María Corina Machado: è stata una sorpresa?
“Sì, è stata una sorpresa. In fondo lo è stato anche per lei, che non ha nascosto il suo stupore una volta ricevuta la notizia. Lo si evince dalla telefonata con l’ex-candidato presidenziale Edmundo González Urrutia, in esilio a Madrid. Che ha definito il riconoscimento come un ‘carajazo’, cioè un ‘colpaccio’. E’ una sorpresa anche perché la sua lotta è tuttora incompiuta ed, a livello concreto, sembra che nessuno sia in grado di portare la pace a Caracas. Poi, diciamolo: Machado è un esempio di lotta civile, il suo motto è ‘fino alla fine’. E porta un’istanza di conflitto legittima, doverosa, che poco c’entra con la pace”.
Per quale motivo lei è un esempio di coraggio civile in America Latina?
“Da quasi 30 anni Machado, in difesa delle sue idee, ha affrontato ostilità, intimidazioni e persecuzioni sistematiche per la sua opposizione alla svolta militare e autoritaria che ha preso forma in Venezuela sin dai tempi di Hugo Chávez Frías. Minacciata, boicottata ed insultata dalle autorità di Caracas la ‘lady di ferro’ non ha ceduto alla paura”.
Quali sono state le reazioni del mondo?
“In realtà le reazioni sono ambivalenti. Chi la sostiene (gli oppositori di Maduro, ma anche i governi occidentali) interpreta il Premio Nobel per la Pace come un gesto che in qualche modo ha affiatato la causa delle opposizioni, schiacciate e disgregate da una repressione sistematica. I suoi detrattori (Cina, Russia, ma anche Messico) guardano la decisione con sospetto e ne contestano le ragioni. Soprattutto per il tempismo che lega il riconoscimento all’escalation militare statunitense nei Caraibi”.
Per quale motivo Machado aveva scelto di rimanere in Venezuela, sperando di ritornarci, per fare opposizione?
“Machado è l’ultima leader dell’opposizione venezuelana. Se fosse andata via, insieme a González, il suo movimento si sarebbe sgonfiato presto. Già così le sigle di opposizione non hanno possibilità di eseguire alcuna mobilitazione sul territorio. Se va via pure lei il sogno sarà finito”.
Qual è la situazione nel Paese?
“Abbiamo parlato di partenze: oltre 8.000.000 di venezuelani sono andati via su un totale di 30.000.000. Parliamo di una delle più gravi crisi di rifugiati nel mondo, troppo spesso sottovalutata. La maggior parte di loro si concentra in Colombia e nei Paesi vicini. Quanto ai Paesi ricchi: in precedenza gli Stati Uniti erano una delle mete principali, ma con le deportazioni di Trump i venezuelani volgono lo sguardo in Europa, soprattutto in Spagna.
Del resto si continuerà a emigrare. Il Paese vive un’economia di sopravvivenza: il costo della vita supera i 600 dollari americani mensili ma pensioni e stipendi minimi valgono quattro dollari, là dove il Bolívar, che è la valuta locale, è diventato carta straccia. Del resto di politica non si parla più: chi si è congratulato pubblicamente con Machado, come il medico Pedro Fernández, è stato arrestato. I prigionieri politici sono un migliaio, di cui oltre 80 stranieri”.
‘Oggi rendiamo grazie a Dio per gli attivisti dei diritti umani e le loro organizzazioni. Preghiamo e lavoriamo per un Venezuela libero dalla violenza interna ed esterna, dove tutti i venezuelani possano godere del pieno accesso ai diritti umani fondamentali, in particolare dove sia rispettato il diritto alla vita, all’istruzione, al lavoro, alla salute, alla libertà di pensiero, di religione e di organizzazione, tra gli altri diritti’: è scritto nel messaggio della Commissione Giustizia e Pace della Conferenza dei religiosi e delle religiose e della vita consacrata del Venezuela, diffuso in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani. Quale ruolo svolge la Chiesa cattolica in Venezuela?
“Come Simone di Cirene: la Chiesa aiuta il popolo venezuelano a sopportare una croce che, con il tempo, è divenuta sempre più pesante. Famiglie divise a causa del fenomeno migratorio, con nonni che si prendono cura dei nipoti. Il moltiplicarsi delle fragilità, senza uno stato sociale in grado di reggere le sfide poste da questo tempo. Le prigionie a sfondo politico, sulle quali la Conferenza episcopale ha chiesto a Caracas di intervenire così come lo stesso segretario di Stato della Santa Sede Pietro Parolin”.
Dopo più di un anno di prigionia quali speranze ci sono per Trentini?
“Si spera in un gesto di grazia, visto che siamo nell’Anno giubilare e considerata la recente canonizzazione dei primi santi venezuelani, José Gregorio Hernández e madre Carmen Rendiles, entrambi esempio di perseveranza, impegno per gli ultimi e cura dei fratelli. Trentini, che era andato lì per occuparsi dei più fragili, nonché ostaggio da quasi un anno, merita (come minimo) il rientro a casa per poter riabbracciare i suoi cari. L’Italia ci sta lavorando, anche con l’aiuto della Chiesa, puntando sulla diplomazia del dialogo, anziché su quella dei cannoni”.
(Foto: facebook)
Papa Leone XIV ai Movimenti popolari: lottate per le cose nuove
“Cari fratelli e sorelle, è la prima volta che ho la gioia di incontrarvi, proseguendo nel cammino iniziato da papa Francesco che, in questi anni, ha dialogato spesso con la vostra realtà, mettendone in luce l’importanza profetica nel contesto di un mondo segnato da problematiche di vario genere”: nel tardo pomeriggio papa Leone XIV ha ricevuto i Movimenti popolari, arrivati a Roma per il V Incontro internazionale e il pellegrinaggio giubilare, ribadendo che ‘terra, casa e lavoro’ sono ‘diritti sacri’.
Inoltre ha sottolineato la scelta del suo nome papale: “Uno dei motivi per cui ho scelto il nome ‘Leone XIV’ è l’enciclica ‘Rerum novarum’, scritta da Leone XIII durante la rivoluzione industriale. Il titolo Rerum novarum significa ‘cose nuove’. Ci sono certamente ‘cose nuove’ nel mondo, ma quando diciamo questo, in genere adottiamo uno ‘sguardo dal centro’ e ci riferiamo a cose come l’intelligenza artificiale o la robotica. Tuttavia, oggi vorrei guardare alle ‘cose nuove’ con voi, partendo dalla periferia”.
Nel dialogo con i protagonisti il papa ha ripreso alcune loro espressioni: “Più di dieci anni fa, qui in Vaticano, papa Francesco vi ha detto che eravate venuti per piantare una bandiera. Cosa c’era scritto? ‘Terra, casa e lavoro’. ‘Tierra, techo, trabajo’, come ci ha detto Guadalupe poco fa. Era una ‘cosa nuova’ per la Chiesa, ed era una cosa buona! Facendo eco alle richieste di Francesco, oggi dico: la terra, la casa e il lavoro sono diritti sacri, vale la pena lottare per essi, e voglio che mi sentiate dire : Ci sto!, sono con voi!”
Per questo il papa ha sottolineato cosa siano le ‘cose nuove’: “Chiedere terra, casa e lavoro per gli esclusi è una ‘cosa nuova’? Visto dai centri del potere mondiale, certamente no; chi ha sicurezza finanziaria e una casa confortevole può considerare queste richieste in qualche modo superate. Le cose veramente ‘nuove’ sembrano essere i veicoli autonomi, oggetti o vestiti all’ultima moda, i telefoni cellulari di fascia alta, le criptovalute ed altre cose di questo genere”.
Il discorso del papa è un invito a guardare la realtà da una prospettiva diversa: “Dalle periferie, però, le cose appaiono diverse; lo striscione che sventolate è così attuale che merita un intero capitolo nel pensiero sociale cristiano sugli esclusi nel mondo di oggi”.
Questa prospettiva è la periferia: “Questa è la prospettiva che desidero trasmettere: le cose nuove viste dalla periferia e il vostro impegno che non si limita alla protesta, ma cerca soluzioni. Le periferie spesso invocano giustizia e voi gridate non ‘per disperazione’, ma ‘per desiderio’: il vostro è un grido per cercare soluzioni in una società dominata da sistemi ingiusti. E non lo fate con microprocessori o biotecnologie, ma dal livello più elementare, con la bellezza dell’artigianato”.
Per questo c’è bisogno di ‘poesia sociale’: “E questa è poesia: voi siete ‘poeti sociali’. Oggi portate di nuovo lo stendardo della terra, della casa e del lavoro, camminando insieme da un centro sociale, Spin Time, al Vaticano. Questo camminare insieme testimonia la vitalità dei movimenti popolari come costruttori di solidarietà nella diversità. La Chiesa deve essere con voi: una Chiesa povera per i poveri, una Chiesa che si protende, una Chiesa che corre dei rischi, una Chiesa coraggiosa, profetica e gioiosa!”
Però tutto ciò deve essere animato dall’amore: “Conosco realtà ed esperienze simili presenti in altri Paesi, veri e propri spazi comunitari pieni di fede, speranza e soprattutto di amore, che rimane la virtù più grande di tutte. Infatti quando si formano cooperative e gruppi di lavoro per sfamare gli affamati, dare riparo ai senzatetto, soccorrere i naufraghi, prendersi cura dei bambini, creare posti di lavoro, accedere alla terra e costruire case, dobbiamo ricordarci che non si sta facendo ideologia, ma stiamo davvero vivendo il Vangelo”.
Per questo ha ricordato la sua missione in Perù: “Come vescovo in Perù, sono felice di aver sperimentato una Chiesa che accompagna le persone nei loro dolori, nelle loro gioie, nelle loro lotte e nelle loro speranze. Questo è un antidoto contro un’indifferenza strutturale che si va diffondendo e che non prende sul serio il dramma di popoli spogliati, derubati, saccheggiati e costretti alla povertà. Spesso ci sentiamo impotenti dinanzi a tutto questo, eppure, a questa che ho definito ‘globalizzazione dell’impotenza’, dobbiamo iniziare ad opporre una ‘cultura della riconciliazione e dell’impegno’. I movimenti popolari colmano questo vuoto generato dalla mancanza di amore con il grande miracolo della solidarietà, fondata sulla cura del prossimo e sulla riconciliazione”.
E’ stato un invito a guardare dalla periferia e non dal centro: “Come dicevo, il normale discorso sulle ‘cose nuove’ (con le loro potenzialità e i loro pericoli) omette ciò che accade alla periferia… Al contrario, i poveri sono al centro del Vangelo. Perciò, le comunità emarginate dovrebbero essere coinvolte in un impegno collettivo e solidale volto a invertire la tendenza disumanizzante delle ingiustizie sociali ed a promuovere uno sviluppo umano integrale”.
E’ stato un invito a garantire le ‘novità’ per tutti: “Poiché condividiamo tutti la stessa umanità, dobbiamo assicurarci che le ‘novità’ siano gestite in modo adeguato. La questione non dovrebbe rimanere nelle mani delle élite politiche, scientifiche o accademiche, ma dovrebbe invece riguardare tutti noi. La creatività di cui Dio ha dotato gli esseri umani e che ha generato grandi progressi in molti ambiti, non è riuscita ancora ad affrontare al meglio le sfide della povertà e, perciò, non è riuscita a invertire la rotta sulla drammatica esclusione di milioni di persone che rimangono ai margini”.
Questo ha fatto papa Leone XIII: “Quando il mio predecessore Leone XIII scrisse la ‘Rerum novarum’ alla fine del XIX secolo, non si concentrò sulla tecnologia industriale o sulle nuove fonti di energia, ma piuttosto sulla situazione dei lavoratori. E’ qui che risiede la forza evangelica del suo messaggio: l’attenzione principale era rivolta alla situazione dei poveri e degli oppressi di quel tempo. E, per la prima volta e con assoluta chiarezza, un papa disse che le lotte quotidiane per la sopravvivenza e per la giustizia sociale erano di fondamentale importanza per la Chiesa”.
Ed ha evidenziato le novità di quell’enciclica: “Nell’Enciclica di Leone XIII non troviamo le parole ‘disoccupazione’ od ‘esclusione’, perché all’epoca i problemi riguardavano piuttosto il miglioramento delle condizioni dei lavoratori, lo sfruttamento, l’urgenza di una nuova armonia sociale e di un nuovo equilibrio politico, obiettivi che gradualmente sono stati raggiunti grazie a tante leggi sul lavoro e alle istituzioni di sicurezza sociale. Oggi, invece, l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale. Il divario tra una ‘piccola minoranza’ (l’1% della popolazione) e la stragrande maggioranza si è ampliato in modo drammatico”.
Quindi ha elencato alcune crisi, prima di tutto quella climatica: “La crisi climatica è forse l’esempio più evidente. Lo vediamo in ogni evento meteorologico estremo, che si tratti di inondazioni, siccità, tsunami, terremoti: chi ne soffre di più? Sono sempre i più poveri. Perdono quel poco che hanno quando l’acqua spazza via le loro case e spesso sono costretti ad abbandonarle senza avere un’alternativa adeguata per riprendere la loro vita. La stessa cosa accade quando, ad esempio, contadini, agricoltori e popolazioni indigene perdono le loro terre, la loro identità culturale e la produzione locale sostenibile a causa della desertificazione del loro territorio”.
Altre ‘novità’ riguardano la povertà ed il gioco d’azzardo: “Un altro aspetto delle “novità” che colpisce in modo particolare gli emarginati ha a che fare con le angosce e le speranze dei più poveri in riferimento ai modelli di vita che oggi vengono costantemente promossi. Per esempio: come può un giovane povero vivere con speranza e senza ansia quando i social media esaltano costantemente un consumo sfrenato e un successo economico totalmente irraggiungibile?
Ed, ancora, un altro problema di non poco conto è rappresentato dalla diffusione della dipendenza dal gioco d’azzardo digitale. Le piattaforme sono progettate per creare dipendenza compulsiva e generare abitudini che creano assuefazione”.
Anche la tecnologia è una novità, che sfrutta i poveri: “Vorrei anche sottolineare che lo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni dipende dai minerali che spesso si trovano nel sottosuolo dei Paesi poveri. Senza il coltan della Repubblica Democratica del Congo, ad esempio, molti dei dispositivi tecnologici che utilizziamo oggi non esisterebbero. Tuttavia, la sua estrazione dipende dalla violenza paramilitare, dal lavoro minorile e dallo sfollamento delle popolazioni. Il litio è un altro esempio: la competizione tra le grandi potenze e le grandi aziende per la sua estrazione rappresenta una grave minaccia alla sovranità e alla stabilità degli Stati poveri, al punto che alcuni imprenditori e politici si vantano di promuovere colpi di Stato e altre forme di destabilizzazione politica, proprio per mettere le mani sull’ ‘oro bianco’ del litio”.
Infatti ci sono molto analogie con il tempo di papa Leone XIII: “Oggi sta accadendo qualcosa di simile, perché i sindacati tipici del XX secolo rappresentano ormai una percentuale sempre più esigua dei lavoratori e i sistemi di sicurezza sociale sono in crisi in molti Paesi; perciò, né i sindacati né le associazioni dei datori di lavoro, né gli Stati né le organizzazioni internazionali sembrano in grado di affrontare questi problemi. Ma ‘uno Stato senza giustizia non è uno Stato’, ci ricorda sant’Agostino. La giustizia esige che le istituzioni di ogni Stato siano al servizio di ogni classe sociale e di tutti i residenti, armonizzando le diverse esigenze e gli interessi”.
Per questo la Chiesa sostiene la ‘giusta’ lotta: “La Chiesa sostiene le vostre giuste lotte per la terra, la casa e il lavoro. Come il mio predecessore Francesco, credo che le vie giuste partano dal basso e dalla periferia verso il centro. Le vostre numerose e creative iniziative possono trasformarsi in nuove politiche pubbliche e diritti sociali. La vostra è una ricerca legittima e necessaria. Chissà se i semi dell’amore, che voi seminate, piccoli come semi di senape potranno crescere in un mondo più umano per tutti e aiutare a gestire meglio le cose nuove”.
(Foto: Santa Sede)
Natale di speranza: il coraggio silenzioso delle madri dimenticate
In attesa del Natale, il mio cuore è rivolto a tutte le mamme che, in questo periodo, mi hanno cercato, contattato e incontrato. Sono donne che portano con sé un dolore profondo, nei cui volti si leggono i segni di una sofferenza che, a volte, sembra non avere fine. Si trovano ad affrontare momenti di grande difficoltà, segnati dalla solitudine e dalla disperazione. Sono mamme che spesso portano sulle spalle il peso insostenibile del senso di colpa, donne che si sentono inadeguate e che convivono con il cuore ferito per un figlio smarrito, inghiottito dal buio di un bosco diabolico che sembra non avere vie d’uscita.
Ho incontrato madri che vivono questo dolore in completa solitudine, lontane dalle attenzioni istituzionali, abbandonate dalle parole di conforto e, a volte, ferite ulteriormente da sguardi giudicanti. Ho sofferto con loro. Ho condiviso l’angoscia di quei lunghi momenti di attesa, aspettando un messaggio, una telefonata. Ho visto la loro disperazione mentre cercavano un figlio tra le sterpaglie di quel bosco maledetto, un luogo che sembra non conoscere speranza.
Sono state mamme che hanno provato in tutti i modi a portare i loro figli lungo un percorso di recupero, a dar loro una possibilità di salvezza, ma …. Mamme che hanno lottato, che hanno cercato aiuto, che hanno insistito per dare ai loro figli una chance di rialzarsi, senza mai arrendersi. Eppure, nonostante ogni tentativo, ogni sacrificio, si sono trovate a dover affrontare la realtà di un cammino difficile, che sembrava non portare a nulla.
Madri che hanno visto i loro ragazzi spegnersi sotto il peso della droga, della disperazione, e a quelle che non ricevono notizie dei propri figli da mesi, forse da anni. Madri che appendono volantini con le foto dei loro figli scomparsi, madri che attraversano il freddo e l’oscurità dei boschi come quello di Rogoredo, sfidando la paura e i venditori di morte, pur di intravedere ancora, anche solo per un istante, lo sguardo di un figlio amato.
Queste sono storie troppo spesso dimenticate, vite spezzate troppo presto. Eppure, quei figli restano impressi per sempre nel cuore di chi li ha amati, perché l’amore di una madre non si arrende mai. Eppure, anche in questo buio che sembra senza fine, credo ancora nella speranza. Credo che, persino nei luoghi più oscuri, possa accendersi una piccola luce, una luce capace di ricordarci che non tutto è perduto. Anche nel dolore più profondo è possibile trovare la forza di rialzarsi, di ricominciare, di sperare ancora.
A queste mamme coraggiose e sofferenti va il mio pensiero più sincero. Che possano trovare, dentro di loro, la forza di continuare a camminare, anche sotto il peso della loro croce. Che la luce di questo Natale, con il suo messaggio di rinascita, entri nei loro cuori, illumini le notti più buie e porti conforto e speranza.
A quelle madri che lottano senza tregua, che non dormono più, che si sentono sfinite e senza più forze, voglio dire con tutto il cuore: non arrendetevi mai, sono con voi! Anche quando il cuore si spezza, anche quando tutto sembra perduto, c’è sempre una ragione per sperare. Perché l’amore di una madre può vincere il buio e diventare quella luce che guida, passo dopo passo, un figlio smarrito verso casa.
Auguro a queste donne e ai loro figli, ovunque si trovino, che questo Natale porti con sé un soffio di speranza, un sorriso inatteso e una nuova forza per credere in un domani migliore. Perché, anche nei momenti più difficili, la vita non smette mai di sorprenderci con la sua capacità di rinascere.
Papa Francesco incontra donne uscite da contesti mafiosi
L’originalità di vivere
‘Per me la sua lezione è l’importanza sorprendente della vita, di esistere, tout court. Nonostante tutte le difficoltà cui si va incontro…’: commenta il card. Cristobal Lopez Romero, di ritorno dal rito funebre di Philippe, a Marrakech. Si parla della sua lezione di vita. Visto che la sua è stata, in realtà, un’esistenza singolare e significativa.
8 Marzo: si alza un grido di donna
“Nella Giornata Internazionale della donna, penso a tutte le donne: le ringrazio per l’impegno a costruire una società più umana, mediante la loro capacità di cogliere la realtà con sguardo creativo e cuore tenero. Questo è un privilegio solo delle donne! Una benedizione particolare per tutte le donne presenti in piazza. E un applauso alle donne! Se lo meritano!”:al termine dell’udienza generale odierna papa Francesco ha ricordato la capacità della donna nello stare dentro la realtà.
Papa Francesco ricorda l’attentato a san Giovanni Paolo II
“Domani ricorre la memoria liturgica della Beata Maria Vergine di Fatima e anche il 40°anniversario dell’attentato a San Giovanni Paolo II, qui in Piazza. Egli stesso sottolineava con forza che doveva la vita alla Signora di Fatima. Questo evento ci rende consapevoli che la nostra vita e la storia del mondo sono nelle mani di Dio. Al Cuore Immacolato di Maria affidiamo la Chiesa, noi stessi e tutto il mondo. Chiediamo nella preghiera la pace, la fine della pandemia, lo spirito di penitenza e la nostra conversione”.
40 anni fa Solidarnosc
“Mi congratulo per il vostro servizio a favore del bene comune e per i diversi gruppi professionali in Polonia; e voglio ricordare che la sincera ricerca che persone e gruppi compiono per trovare il bene, la verità e la giustizia è sempre accompagnata dalla presenza di Dio. Quarant’anni or sono, san Giovanni Paolo II invocava per i suoi connazionali proprio questa presenza di Dio e il soffio dello Spirito Santo, esclamando:
Papa Francesco: la preghiera ci cambia
Al termine dell’udienza generale dal palazzo apostolico papa Francesco ha ricordato la solennità del Corpus Domini, invitando i fedeli alla ‘vita eucaristica’: “Domani è la Solennità del Corpus Domini, Corpo e Sangue di Cristo. Quest’anno non è possibile celebrare l’Eucaristia con manifestazione pubbliche, tuttavia possiamo realizzare una ‘vita eucaristica’. L’ostia consacrata racchiude la persona del Cristo: siamo chiamati a cercarla davanti al tabernacolo in chiesa, ma anche in quel tabernacolo che sono gli ultimi, i sofferenti, le persone sole e povere. Gesù stesso lo ha detto”.
Nella Terra dei fuochi si muore per inquinamento
Nell’omelia della celebrazione eucaristica di domenica scorsa il vescovo della diocesi di Acerra, al centro della Terra dei fuochi, mons. Antonio Di Donna, ha rivolto un duro monito per non dimenticare l’emergenza sanitaria, chiedendo alle autorità di fare presto, affinché questa pandemia non faccia ulteriori vittime:





























