Papa Leone XIV invita ad abitare la ‘frontiera’ con Gesù
“Cari fratelli e sorelle, abbiamo ascoltato queste parole di Gesù mentre ricordiamo il 125° anniversario della Dedicazione di questa chiesa, fortemente voluta da Papa Leone XIII, che ne promosse la costruzione”: prendendo spunto dal vangelo di san Matteo (‘Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa’) nel pomeriggio papa Leone XIV ha officiato la celebrazione eucaristica nella chiesa di sant’Anselmo all’Aventino per il 125^ anniversario della sua dedicazione, voluto da papa Leone XIII per ‘potenziare’ la presenza benedettina nella Chiesa e nel mondo.
In questa liturgia nel luogo di culto voluto da papa Leone XIII, consacrato l’11 novembre del 1900 a coronamento dell’istituzione dell’Ateneo internazionale Sant’Anselmo nel 1887 e della nascita della Confederazione Benedettina, il 19 aprile 1893, papa Leone XIV ha spiegato le intenzioni del suo predecessore: “Nelle sue intenzioni tale edificazione, assieme a quella del Collegio internazionale annesso, doveva contribuire a un potenziamento della presenza benedettina nella Chiesa e nel mondo, attraverso una sempre maggiore unità all’interno della Confederazione Benedettina, scopo per cui fu introdotto anche l’Ufficio dell’Abate Primate. E questo perché era convinto che il vostro antico Ordine potesse essere di grande aiuto al bene di tutto il Popolo di Dio in un momento ricco di sfide, come fu il passaggio dal XIX al XX secolo”.
Il motivo di questa edificazione deriva dal fatto che il monachesimo abitava la ‘frontiera’: “In effetti, il monachesimo fin dalle origini è stato una realtà ‘di frontiera’, che ha spinto uomini e donne coraggiosi a impiantare focolai di preghiera, lavoro e carità nei luoghi più remoti e impervi, spesso trasformando aree desolate in terreni fertili e ricchi, dal punto di vista agricolo ed economico, ma soprattutto spirituale. Il monastero, così, si è sempre più caratterizzato come luogo di crescita, di pace, di ospitalità e di unità, anche nei periodi più bui della storia”.
Ed infatti a distanza di 100 anni le sfide non sono mutate: “Pure nel nostro tempo non mancano sfide da affrontare. I cambiamenti repentini di cui siamo testimoni ci provocano e ci interrogano, suscitando problematiche finora inedite. Questa celebrazione ci ricorda che, come l’apostolo Pietro, e insieme a lui Benedetto e tanti altri, anche noi potremo rispondere alle esigenze della vocazione ricevuta solo mettendo Cristo al centro della nostra esistenza e della nostra missione, partendo da quell’atto di fede che ci fa riconoscere in Lui il Salvatore e traducendolo nella preghiera, nello studio, nell’impegno di una vita santa”.
Però nonostante siano mutati i tempi la regola benedettina è sempre valida: “In questa sede tutto ciò si compie in vari modi: nella liturgia, prima di tutto, poi nella Lectio divina, nella ricerca, nella cura pastorale, con il coinvolgimento di monaci venuti da ogni parte del mondo e con l’apertura a chierici, religiosi, religiose e laici delle più diverse provenienze e condizioni.
Il monastero, l’Ateneo, l’Istituto Liturgico, le attività pastorali legate alla chiesa, conformemente agli insegnamenti di San Benedetto, devono crescere così sempre più in sinergia come un’autentica ‘scuola del servizio del Signore’. Per questo ho pensato al complesso in cui ci troviamo come ad una realtà che deve ambire a diventare un cuore pulsante nel grande corpo del mondo benedettino con al centro, secondo gli insegnamenti di San Benedetto, la chiesa”.
Riprendendo le letture della liturgia odierna il papa ha sottolineato le raccomandazioni di papa san Giovanni Paolo II con un chiaro riferimento a sant’Anselmo di Aosta: “Nell’alveare operoso di Sant’Anselmo, sia questo il luogo da cui tutto parte e a cui tutto ritorna per trovare verifica, conferma e approfondimento davanti a Dio, come raccomandava san Giovanni Paolo II, nella sua visita al Pontificio Ateneo in occasione del Centenario di fondazione…
Si riferiva, come detto, agli insegnamenti del Dottore di Aosta, ma noi vogliamo auspicare che tale sia anche il messaggio profetico che da questa Istituzione giunge alla Chiesa e al mondo, come compimento della missione che tutti noi abbiamo ricevuto, di essere popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa”.
Per questo la dedicazione di una Chiesa è molto importante, come è scritto nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’: “La Dedicazione è il momento solenne della storia di un edificio sacro in cui lo si consacra ad essere luogo di incontro tra spazio e tempo, tra finito e infinito, tra l’uomo e Dio: porta aperta verso l’eterno, in cui trova risposta per l’anima la ‘tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande […] che ci apre al futuro come causa finale che attrae’ nell’incontro tra pienezza e limite che accompagna il nostro cammino terreno”.
Quindi la Chiesa è ‘umana e divina’, secondo una definizione del Concilio Vaticano II, perché essa è vita: “E’ l’esperienza della nostra vita e della vita di ogni uomo e donna di questo mondo, in ricerca di quella risposta ultima e fondamentale che ‘né carne né sangue’ possono rivelare, ma solo il Padre che è nei cieli; in definitiva bisognosi di Gesù, ‘il Cristo, il Figlio del Dio vivente’. Lui siamo chiamati a cercare e a Lui siamo chiamati a portare tutti coloro che incontriamo, grati per i doni che ci ha elargito, e soprattutto per l’amore con cui ci ha preceduti. Questo tempio allora diventerà sempre più anche un luogo di gioia, in cui si sperimenta la bellezza di condividere con gli altri ciò che gratuitamente si è ricevuto”.
(Foto: Santa Sede)





























