A Macerata la mostra che riscopre l’opera sacra di Matisse
A fine giugno a Palazzo Ricci di Macerata è stata inaugurata una mostra di grande valore artistico e spirituale, dedicata al capolavoro sacro di Henri Matisse, quale la Cappella del Rosario di Vence. L’esposizione, a cura di Micol Forti, responsabile della Collezione di Arte Moderna e Contemporanea dei Musei Vaticani, è stata voluta dalla diocesi di Macerata in occasione dell’Anno Giubilare, in collaborazione con i Musei Vaticani e la Fondazione Carima, ed è stata inaugurata dal vescovo di Macerata, mons. Nazzareno Marconi, dal card. Gianfranco Ravasi, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e Presidente emerito della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, dal presidente della Fondazione Carima, Francesco Sabatucci Frisciotti Stendardi, visitabile fino al 28 settembre dal martedì al sabato dalle ore 16.00 alle ore 19.00, mentre la domenica e i giorni festivi dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 16.00 alle ore 19.00, promossa dalla ‘Fondazione di culto e religione Vaticano II’, con il sostegno della Regione Marche attraverso il Fondo di Rotazione dell’Accordo di Coesione 2021–2027.
Promossa dalla Fondazione di culto e religione Vaticano II, con il sostegno della Regione Marche attraverso il Fondo di Rotazione dell’Accordo di Coesione 2021–2027, l’iniziativa offre un ponte tra fede, arte e riflessione spirituale, ripercorrendo la genesi e la realizzazione dell’unica ‘opera d’arte totale’ di Matisse, che tra il 1949 e il 1951 si dedicò alla progettazione integrale della cappella delle suore domenicane a Vence, nel sud della Francia: dalle vetrate ai pannelli figurativi, dagli arredi liturgici alle celebri casule, che l’artista stesso definì ‘il mio capolavoro’, in quanto fu ispirato dal legame profondo con Soeur Jacques-Marie, novizia del convento e sua cara amica.
Nel saluto inaugurale il presidente della Fondazione Carima, Francesco Sabatucci Frisciotti Stendardi, ha commentato questa importante ‘operazione’: “E’ una chicca che impreziosisce non di poco il nostro museo di arte del ‘900, nata dalla sinergia di forze come sempre capita quando ci si unisce. Palazzo Ricci è sicuramente la sede più adatta per riuscire a contenere queste magnifiche opere e tutto è stato reso possibile grazie a mettere delle piccole gocce nello stesso bicchiere; è un segreto che funziona”.
Presentando la mostra mons. Nazzareno Marconi ha evidenziato l’importanza delle opere liturgiche esposte: “Le casule sono particolarmente importanti perché fanno parte delle ultime opere della sua vita che è la Cappella di Vence. Matisse realizzò una chiesa e tutto quello che si può trovare all’interno di quest’ultima; dai dipinti alle pissidi fino alle casule. Sono state donate dagli eredi ai Musei Vaticani: sono la realtà più significativa che può essere vista oppure occorre andare a Vence in Francia. E’ la testimonianza che il dialogo tra il mondo della fede e il mondo dell’arte continua; basti pensare alle porte di Manzù a Roma”.
Infatti il fulcro dell’esposizione sono le quattro casule liturgiche realizzate tra il 1950 e il 1951, provenienti dai depositi dei Musei Vaticani ed accanto a queste opere, il pubblico può ammirare litografie, bozzetti, accessori liturgici, fotografie storiche e corrispondenze originali tra l’artista e le religiose del convento, che restituiscono un ritratto intimo del percorso creativo di Matisse. Tra i pezzi più rari, anche il modello in bronzo e ottone della grande croce posta sul tetto della cappella (la Flèche) ed i bozzetti preparatori per la celebre immagine della ‘Vergine con il Bambino’.
Per questo il card. Gianfranco Ravasi ha sottolineato la forza spirituale della mostra e del progetto artistico di Matisse: “Ha una potenza e un’incisività tale che attesta proprio che arte e fede tra di loro venivano considerate come sorelle, perché Paul Klee diceva che l’arte non rappresenta il visibile ma l’invisibile che è nel visibile, e questo si potrebbe trascriverlo per la teologia, per la religione”.
Questa mostra rappresenta un’occasione unica per entrare in contatto con una delle imprese più significative dell’arte sacra del Novecento, raramente accessibile al pubblico a causa della fragilità dei materiali. Nella sua esposizione responsabile della Collezione di Arte Moderna e Contemporanea dei Musei Vaticani, Micol Forti, ha evidenziato l’originalità della mostra:
“La Diocesi di Macerata in collaborazione con i Musei Vaticani hanno voluto realizzare una proposta espositiva di carattere internazionale attingendo alle grandi collezioni dei musei che possiedono un fondo di opere tutte preparatorie alla cappella di Vence. Abbiamo immaginato di offrire una mostra un po’ particolare e unica nel suo genere perché sono raccolte quattro delle cinque casule che Matisse realizza nel 1950 per quest’opera d’arte totale a cui abbiamo voluto aggiungere una serie di disegni, litografie, bozzetto preparatorio della torre campanaria e le lettere che Matisse si scambia con la madre superiora del convento”.
Quindi la curatrice della mostra ha raccontato la genesi di questo capolavoro di Matisse: “E’ il 25 giugno 1951 quando a Vence, una piccola e luminosa località vicino Nizza, il vescovo Rémond, attorniato da un centinaio di persone tra laici, fotografi, giornalisti, intellettuali e religiosi, benedice la cappella del Foyer Lacordaire, una comunità di suore domenicane dedite alla cura dei malati. Un episodio apparentemente marginale segna la storia dell’arte religiosa del Novecento: quella cappella dedicata alla Vergine del Rosario è l’ultimo grande capolavoro di Matisse, la Chapelle du Rosaire des Dominicaines de Vence, un’opera d’arte totale, che l’artista realizza dal 1948 al 1951. Matisse, da lungo tempo costretto quasi esclusivamente a letto per problemi di salute, non è presente alla cerimonia, e tuttavia si adopera sino all’ultimo perché tutto risulti esattamente come lo aveva pensato”.
A Vance Matisse ha realizzato una cappella ‘particolare’ nella storia dell’arte: “Una Cappella realizzata manu propria sin nei minimi dettagli, progetto architettonico incluso, un unicum per Matisse: dalle vetrate all’altare, dalle decorazioni architettoniche esterne, compresa l’esile torre campanaria, la flèche in ferro battuto, alla tovaglia d’altare ricamata, al tabernacolo; sino alla raffinatissima porta del confessionale, in legno bianco traforato come una tenda araba. Per far fronte all’impegno Matisse sospende la realizzazione di ogni dipinto da cavalletto e quasi di ogni altro lavoro, e decide di trasferirsi dalla villa Le Rêve, dove aveva abitato sino a quel momento, nel grande studio nell’Hotel Regina di Nizza, dove ha a disposizione pareti di dimensioni analoghe a quelle della futura cappella”.
Sono stati quattro anni di confronto con chi crede: “Quattro anni di lavoro per il quale il maestro, agnostico, si è sentito ‘chiamato’ dal destino, come dirà in uno scritto pubblicato poco dopo: un lavoro svolto per lo più dal letto o in poltrona, dove compone innumerevoli disegni e ritaglia le coloratissime gouache découpé che comporranno i bozzetti preparatori per le vetrate dell’edificio.
Per tutto il tempo scrive e si confronta con i suoi interlocutori domenicani: padre Marie-Alain Couturier, figura fondamentale nello snodo dell’arte cristiana francese progressista, il giovane frate Régamey che ne accoglierà l’eredità intellettuale, la stessa suor Jacques-Marie, ma anche la vera committente della cappella, la madre superiora della comunità, mère Agnés du Jésus, un personaggio che è rimasto più ai margini della vicenda e che invece ha avuto un ruolo di assoluto rilievo, come dimostra il carteggio avuto con l’artista, che oggi si conserva nelle Collezioni Vaticane”.
(Foto: Diocesi di Macerata)




























