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Papa Leone XIV chiede accompagnamento nella fede

“Ringrazio Sua Eccellenza mons. Laurent Ulrich, Arcivescovo di Parigi, che ha richiamato l’importanza storica e spirituale del luogo in cui ci troviamo, ricordando anche Frate Lorenzo della Risurrezione, che ha segnato molto il mio percorso di fede con la sua mistica del quotidiano. Ma soprattutto esprimo la mia gratitudine per l’Instrumentum Laboris che mi avete consegnato, espressione di un cammino ecclesiale in cui è stato coinvolto il Popolo di Dio, in uno stile di ascolto reciproco e di sinodalità. Oggi ci accoglie l’Institut Catholique de Paris, un’istituzione situata al crocevia tra scienza e fede, che da secoli contribuisce a formare le menti e i cuori al servizio del Vangelo”: questa mattina papa Francesco ha incontrato i membri dell’Assemblea sinodale provinciale, i Catecumeni e i Neofiti di Francia, esprimendo gioia per quante persone adulte chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana.

Da qui lo stupore per queste conversioni, evitando il pessimismo: “Come voi e insieme a voi sono stupito dal numero di persone che si riaffacciano sulle soglie della fede e da quanti adulti chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Può sembrare paradossale che questo fenomeno, per cui così tante persone riscoprono il Vangelo e abbracciano la fede, si collochi nel contesto di una società come quella francese, segnata da una cultura fortemente secolarizzata. La vostra esperienza e la vostra testimonianza, cari catecumeni e neofiti, sono il segno tangibile dell’opera della grazia di Dio, che va oltre le analisi statistiche e sociologiche. Questo fenomeno, che contraddice ogni atteggiamento disfattista e quello che papa Francesco chiamava ‘pessimismo sterile’, deve essere accolto con spirito di responsabilità”.

Uno stupore che impegna ancor di più nell’annuncio: “Siamo infatti chiamati a rivolgerci ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, riscoprendo lo stile proprio di Dio, fatto di vicinanza, compassione e tenerezza. Con tenerezza pastorale e carità fraterna, dobbiamo riconoscere, accogliere e custodire la piccola fiamma che lo Spirito Santo ha acceso nell’oscurità della notte, il piccolo seme che aspira a crescere anche in mezzo ai rovi.

Lo stupore di fronte a ciò che sta accadendo a tanti nostri fratelli e sorelle non deve chiuderci in una beata ingenuità; al contrario, dobbiamo impegnarci, cercare, porci delle domande e intraprendere azioni pastorali concrete. Questo è lo Spirito che anima la vostra Assemblea sinodale e, più in generale, il cammino della Chiesa in Francia: meravigliati dall’opera imprevedibile di Dio, che cosa dobbiamo fare e dove ci sospinge lo Spirito per accompagnare i catecumeni, i neofiti, i ‘ricomincianti’?”

Un annuncio che chiede accompagnamento nel percorso di fede: “L’iniziazione cristiana nel suo insieme è stata infatti al centro della sollecitudine dei Pastori sin dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Vi erano già allora numerose richieste e il fermento teologico e liturgico di quegli anni contribuì in larga misura al rinnovamento dei percorsi del catecumenato che si realizzò durante il Concilio Vaticano II.

Anche se oggi il contesto è diverso, voi potete riferirvi a questa tradizione pastorale ben radicata circa l’accompagnamento dei catecumeni. Non dimentichiamo, poi, che questa prassi già in atto è stata rinvigorita a partire dal 1996, anno in cui vedono la luce la Lettera ai cattolici di Francia e, al contempo, l’ultima edizione francese del Rito di Iniziazione Cristiana degli Adulti”.

Un accompagnamento che significa prendersi cura, come raccontato nelle testimonianze: “Cari fratelli e sorelle, essere ‘in stato di iniziazione’ significa accogliere i nuovi cercatori di Dio scoprendovi un’opportunità e una missione: l’opportunità sta nel fatto che, grazie a loro, anche la comunità dei credenti rinnovi il proprio cammino di fede e sperimenti in modo nuovo la gioia del Vangelo. La missione, a tal proposito, consiste nel prendersi cura di loro e nel fungere da guida, anche dopo che hanno ricevuto i Sacramenti.

Bisogna accogliere con gioia chi si presenta, partire dalla sua esperienza spirituale, rispettare la sua storia e favorire un annuncio essenziale del kerygma, anche attraverso le formule conosciute nel cammino personale o di comunità. Non dimentichiamo, però, che in molte di queste persone emerge poi la domanda che abbiamo ascoltato nella testimonianza di Marielle: come evitare il vuoto post-battesimale?”

Una cura che si realizza anche nell’approfondimento della fede: “Occorre, dunque, accompagnare e integrare pienamente queste persone nelle nostre comunità e nelle nostre assemblee oranti dopo il Battesimo, offrendo loro uno spazio familiare e una formazione il più possibile integrale, capace di abbracciare i diversi aspetti della vita cristiana e favorire l’unificazione fra la loro fede e la loro vita. I neofiti, infatti, hanno bisogno di approfondire le fondamenta della fede cristiana, di essere adeguatamente formati dal punto di vista biblico e teologico, di scoprire sempre più la ricchezza della dottrina e le diverse dimensioni dell’agire morale cristiano connesso alla professione di fede”.

Una cura che li introduca anche nella vita liturgica della fede: “Non da ultimo, essi hanno anche bisogno di essere iniziati e introdotti nella vita liturgica della Chiesa. Anche nelle testimonianze abbiamo ascoltato di come la celebrazione dei riti liturgici sia stata per alcuni una porta di ingresso al mistero stesso della fede. Si tratta di un ambito fondamentale della vita della Chiesa, che richiede un’attenzione pastorale radicata negli insegnamenti del Concilio Vaticano II”.

Quindi una liturgia che è l’essenza del cristianesimo: “La liturgia, in effetti, non può essere intesa come una realtà ‘successiva’ alla catechesi, nella quale applicare quanto è stato appreso lungo il percorso. Al contrario, essa manifesta e attualizza il Mistero della Pasqua di Cristo e, pertanto, è un evento capace di dischiudere il senso della Buona Notizia e la vita stessa di Dio. Con i suoi ritmi, i suoi linguaggi e i suoi riti, la liturgia è parte del cammino stesso di conversione e di preparazione ai Sacramenti”.

Per questo il papa ha sottolineato l’importanza della preparazione ‘umana’ di chi ‘accompagna’: “Come ci insegna l’antica tradizione della Chiesa, si tratta di preparare padrini e madrine, espressione della comunità, appositamente formati per iniziare i neofiti. Nel quadro di questa formazione, desidero raccomandare una conoscenza approfondita del Rito di Iniziazione Cristiana degli Adulti. Allo stesso tempo, è necessario che gli operatori pastorali siano formati (non solo sul piano biblico, teologico, liturgico e della vita spirituale, ma anche dal punto di vista delle qualità umane) per saper discernere e accompagnare coloro che hanno percorsi di vita più complessi e meno lineari”.

Da qui il papa ha chiesto vicinanza: “Lo abbiamo ascoltato poco fa: alcuni arrivano con una semplice sete spirituale, una ricerca di senso e un’attrazione nei confronti del Vangelo, mentre altri giungono segnati da esperienze dolorose, da situazioni di solitudine e difficoltà profonde. E’ qui che lo stile della vicinanza, della compassione e della tenerezza assume tutto il suo significato: occorre trovare un sapiente equilibrio per accoglierli, ascoltarli e, allo stesso tempo, incoraggiarli ad affrontare le impegnative sfide della fede.

Si tratta di un cammino in cui è necessario rispettare il ritmo dell’altro, procedendo con gradualità, attenzione e in un accompagnamento fraterno. Si tratta di assumere lo stile del ‘camminare insieme’. Sui sentieri della fede cristiana ci si arricchisce a vicenda, si cresce insieme: preti e laici, padrini, madrine e catecumeni, animatori pastorali e neofiti”.

Da qui l’invito ad essere missionari con un affidamento ai santi: “Guardando voi, cari catecumeni e neofiti, non vedo solo il frutto dello Spirito che vi ha messo in cammino, ma anche una promessa di fecondità per la Chiesa in Francia. A vostra volta, siate missionari del Vangelo in questa società!

Che i grandi testimoni di questa terra amata vi sostengano nel vostro percorso. Penso a santa Teresa di Gesù Bambino che, con la sua ‘piccola via’, ci insegna come la fiducia apra le porte della grazia; penso a san Martino di Tours, figura emblematica della condivisione e della carità fraterna. Insieme a tanti altri santi e sante provenienti da questa terra di Francia, essi ci ricordano che la missione si costruisce oggi, preservando innanzitutto la presenza del Signore nella vita quotidiana”.

Mentre di prima mattina aveva visitato il Centro di accompagnamento ed integrazione sociale ‘Maison Bakhita’, riconoscendo il ruolo delle donne: “Il nome del vostro Centro di accompagnamento e integrazione sociale, che fa riferimento a santa Bakhita, ci stimola a riconoscere il ruolo fondamentale delle donne nella costruzione di una civiltà dell’amore, alternativa alla cultura che disgrega le comunità e rende malate di solitudine le città”.

Per questo ha chiesto il rispetto per la dignità umana: “La storia della Chiesa e dell’umanità, a ben vedere, non è scritta da chi sembra vincere, imponendosi e occupando lo spazio, ma da chi ‘fa spazio’, avvia processi di pace, genera fiducia e incoraggia alla vita. Non si tratta di semplici sentimenti, ma di decisioni e investimenti controcorrente, di cui comprendiamo sempre meglio rilievo pubblico e la promessa di futuro. Santa Bakhita ci impegna a vedere chi non è visto, a riscattare chi oggi l’economia e la cultura rendono schiavo, a onorare la dignità infinita di ogni fratello e sorella, nei quali Gesù stesso bussa alla nostra porta”.

E’ un invito all’apertura all’altro: “Sorelle e fratelli, l’intuizione più importante che ispira il vostro impegno riguarda lo scambio di doni che in ogni incontro si rinnova. Nessuno è così povero da non avere qualcosa da dare; nessuno è così ricco da non avere qualcosa da ricevere. C’è vita in abbondanza dove il limite di ciascuno si apre alla misteriosa presenza degli altri, nei quali è l’Altro per eccellenza, il Dio della vita, a farsi vicino. Questo non nega la fatica che il peccato ha introdotto nella storia, ma ci aiuta a non restarne prigionieri. Noi annunciamo che la redenzione è possibile, è iniziata, è in corso e ci coinvolge, come membra vive del Corpo di Cristo”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai giovani: portate nel cuore il desiderio di libertà

“Nella notte, la luce ci appare ancora più eclatante. E’ così, cari giovani, che abbiamo ascoltato insieme dalle parole di san Paolo. Vogliamo tenerle alte, come fiaccola che rischiara non solo la preghiera di ciascuno, ma tutta la storia della Chiesa. L’Apostolo osserva il suo tempo e accoglie l’ispirazione divina, cioè lo Spirito Santo, che apre sempre prospettive luminose di futuro. Sì, Dio è Signore della storia e, qualsiasi cosa avvenga, la conduce verso la salvezza: in Cristo ogni male ha una fine, proprio perché la fine diventa inizio di vita nuova ed eterna”: papa Leone XIV ha concluso la prima giornata del viaggio apostolico in Francia, con un messaggio ai giovani riuniti nello Stade de France di Parigi, Leone XIV consegnando loro un messaggio di libertà con l’invito a prendere atto dei conflitti esteriori e interiori, perdonando e perdonandosi per le proprie ansie e incertezze.

E’ un invito al desiderio di libertà: “Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso desiderio di libertà, parola che risuona con forza nella vostra cultura. Qual è dunque la fonte della vera libertà? Gesù ce lo indica chiaramente quando ci dice che è la verità che ci renderà liberi; e che la Verità è Lui stesso). Ecco, quindi, la fonte della vera libertà: il rapporto vivente con Gesù”.

Ma la libertà si raggiunge attraverso una compagnia: “La compagnia del Signore, infatti, dà saggezza ai nostri progetti e bellezza ai desideri che portiamo nel cuore. Dio attraversa come luce la nostra anima, chiamandoci a un rinnovamento permanente, a una conversione che dona pieno senso all’esistenza, perché ci fa attori di una storia che passa dalla confusione alla ricerca della verità, dall’indifferenza all’impegno per la giustizia. San Paolo lo dice con tre verbi, che fanno appello alla nostra libertà: evita, tendi, combatti”.

Una compagnia che si fonda sulla relazione, portando l’esempio di un giovane francese: “Per gustare la vicinanza di Dio e la fraternità umana occorre dunque respingere quella bramosia che consuma le relazioni senza donare, che si riempie di cose senza nutrirci. Un tale stile di vita spinge ad avere tutto, ma a non essere nessuno; a ricevere una quantità di like, ma restando soli con sé stessi…

 Sì, chi vive con Dio tende verso il meglio: è in allenamento costante. Il suo desiderio cerca la virtù, cioè la forza che lo rende buono e vero. Cari amici, la dinamica che caratterizza l’esistenza cristiana porta un nome preciso: si chiama cammino di santità. E’ il cammino che il Signore apre davanti a ciascuno di noi, accompagnandoci lungo la via. E quanti figli e figlie di questa amata terra di Francia si sono lasciati condurre su questa via! Pensiamo, ad esempio, al beato Marcel Callo, un giovane francese, scout e operaio che nell’oscurità del campo di concentramento non ha mai smesso di tendere al bene, rimanendo interiormente libero”.

E’ stato un invito a scegliere nel cammino verso la santità: “Man mano che avanziamo in questo cammino di santità, diventa chiaro che non basta evitare il male: bisogna scegliere il bene. Non si tratta di un principio astratto, né di un’affermazione ovvia: scegliere il bene è l’azione propria della libertà, compiendo la quale essa stessa si avvera, si corregge e matura. Per fare la scelta buona, ricordate questo criterio: il bene dà la vita, non la toglie mai; il bene si prende cura, non prende per sé. Il bene non è un bel concetto, ma il volto raggiante dell’amore: è Dio in persona!

Le virtù che san Paolo ci indica come riflessi della sua bontà sono queste: la giustizia verso l’umanità; la pietà e la fede verso Dio; la carità con tutti; la pazienza verso chi ci fa soffrire; la mitezza che contraddistingue chi cerca la pace con animo puro. I principi di uguaglianza e fratellanza che ispirano la vostra società trovano qui il loro fondamento: più che semplici prescrizioni legali, sono le scelte radicali e coraggiose di un cuore libero. Fare nostre queste qualità non è solo un impegno etico: è la scelta di diventare uomini e donne autentici, liberi da compromessi”.

Ecco la necessità di un combattimento dell’amore per giungere alla santità, come santa Giovanna d’Arco: “Combattere, sì, come fece San Paolo, rappresentato spesso con una spada nelle mani, segno della Parola di Dio, ‘pada dello Spirito’. Questo verbo risuona con forza qui in Francia, terra di santa Giovanna d’Arco, una giovane che ha saputo combattere con audacia. Ma attenzione, il verbo come anche l’immagine ci sono ormai chiari: la lotta alla quale siamo chiamati è quella della fede, cioè l’impegno a vivere secondo il Vangelo, come discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che fa di noi tutti fratelli e sorelle. E’ nel suo nome che abbiamo la forza dei giusti, per resistere alla tentazione.

E’ nel suo nome che abbiamo la perseveranza dei miti, per dedicarci al bene. Il nostro combattimento non è una lotta contro gli altri, non ricorre alle armi della violenza, del disprezzo o dell’oppressione. La nostra unica arma è quella dell’amore che si dona. Sappiamo, purtroppo, che ci sono forze contrarie al nostro legame con Dio, potenze che mirano a dividere persone e popoli, contrapponendoli tra loro. Questi mali hanno non solamente un volto violento, ma talvolta anche un’apparenza insidiosa, perché promettono proprio quello che ci tolgono, ossia la felicità. Quando ci sentiamo avvolti nella loro oscurità, però, la luce dello Spirito Santo ci illumina e ci conforta: stasera, dunque, scegliamo insieme le virtù che dobbiamo coltivare per seguire il Signore”.

Ed i santi sono alleati dei giovani nel cammino: “Abbiamo inoltre come alleati i santi: sono amici che ci sostengono nella prova. Carissimi, quando le scelte della vita richiedono coraggio, sollecitate la loro intercessione e imitate il loro esempio: come abbiamo cantato nelle litanie, l’incoraggiamento dei santi ci assicura che non siamo mai soli nella preghiera, mai siamo soli nella Chiesa. Specialmente in questo tempo, chiediamo allora il loro aiuto per essere artigiani di pace: eterno desiderio di Dio e impegno costante dell’umanità! Stasera ho citato alcuni di loro. Chiediamo anche a santa Teresa del Bambino Gesù di insegnarci la sua ‘piccola via’ dell’amore quotidiano, solido fondamento di ogni pace duratura”.

In precedenza aveva risposto alle domande di alcuni giovani sull’indifferenza verso Dio: “In questa dinamica spirituale siamo coinvolti tutti noi, anche oggi: è vero, come tu hai detto, che la società in cui viviamo sembra essere indifferente a Dio. Ma il Signore non è indifferente verso di noi! Ecco ciò che conta e ci dà sempre speranza. Che molti siano estranei alla questione di Dio è, in effetti, un problema; ma lo è altrettanto che molti siano estranei alla questione dell’uomo. Quante persone purtroppo si disinteressano…

Mediante Gesù, crocifisso e risorto, Egli dà la sua stessa vita, affinché noi viviamo. Ecco allora il modo di annunciare Cristo che unisce coraggio e rispetto: annunciarlo come Vangelo di salvezza, come parola di verità e di vita. Questo Vangelo è buona notizia per tutti, annuncio liberante e regola di vita nuova. Il Vangelo di Gesù, infatti, non porta al conflitto, ma invita sempre al perdono: mentre illumina il dramma della storia, ci educa alla cura fraterna. L’incontro con Cristo apre al dialogo e prepara alla pace, perché offre a ogni uomo e ogni donna la promessa più grande, che compie ogni desiderio: la promessa della vita eterna”.

E davanti ad presunto fallimento Dio risolleva; “Non esiste fallimento dal quale Dio non possa sollevarci: la sua misericordia è la nostra gioia. Eppure, voi avete parlato dell’ansia e dell’incertezza come ostacoli al vostro entusiasmo. Sono stati d’animo molto diffusi, a causa della precarietà dei progetti sul futuro, della provvisorietà degli affetti e della fragilità delle relazioni.

A questi sentimenti se ne aggiungono altri, che gravano sulla vostra generazione, come ad esempio l’affaticamento da schermo e l’ansia di fronte ai cambiamenti climatici o alla situazione economica e internazionale. Sì, bisogna prestare un orecchio attento a questi sentimenti. Invito tutti voi, cari giovani, a mantenere il cuore aperto di fronte alle sofferenze dei vostri compagni”. 

E’ un invito al discernimento: “Egli ha voluto vivere da uomo, affinché noi potessimo vivere con Lui, per sempre, come testimoni gioiosi della speranza. Cari amici, è in questa amicizia con Gesù che si realizza il nostro discernimento, una riflessione che si fa invocando lo Spirito Santo. Si tratta di un esercizio costante per camminare in modo ordinato e sicuro.

Come discernere bene? In primo luogo, ricordate che la parola del Signore è sempre lampada ai nostri passi. Alla luce del Vangelo, la formazione spirituale passa attraverso la preghiera e il servizio, l’adorazione e l’azione, il silenzio (quel silenzio così raro e così necessario, lontano dal frastuono mediatico) e l’annuncio.

Poi, guardate all’esempio dei santi: anche nella persecuzione, questi nostri fratelli e sorelle hanno aperto strade di pace. Guardate a sacerdoti appassionati di Cristo, come sant’Eugène de Mazenod e san Jean-Marie Vianney; guardate alla mistica bellezza di santa Thérese de Lisieux; alla beata Pauline Jaricot, fervente nella carità e nella missione; al coraggio dei cinquanta martiri dell’apostolato, al tempo della Seconda Guerra Mondiale, che hanno servito i loro fratelli fino al sacrificio della vita. Questi santi hanno cambiato la storia, facendo passare molti dalla sofferenza alla speranza, perché hanno cambiato anzitutto il proprio cuore, trasformandolo alla luce della fede”.

Nel pomeriggio l’incontro con vescovi, sacerdoti, consacrati e consacrate nella cattedrale di Notre-Dame: “Cari amici, dall’Incarnazione (‘Dio mandò il suo Figlio’) discende l’identità della Chiesa, chiamata ad essere sempre ‘in uscita’. Come discepoli di Cristo, voi sapete bene che la comunità cristiana non si costituisce come enclave in cui ritrarsi per difendersi dal proprio tempo. Si offre, al contrario, come le antiche cattedrali, quale spazio di accoglienza, di rispetto, di rivelazione e di senso per tutti. Qui sta la forza di una Chiesa viva: accogliere la periferia che si trova già nel suo cuore, il lontano che in realtà è già vicino, l’estraneo nel quale Cristo già sta bussando alla porta”.

Solo attraverso la missione la Chiesa è viva: “Se Notre-Dame è il segno di tale incontro nel centro di Parigi, a maggior ragione le altre città e regioni di Francia, anche le più periferiche e rurali, saranno trasfigurate da una presenza missionaria semplice e benevola, che aiuti anche la composizione delle differenze culturali e la guarigione delle ferite presenti nelle nostre società.

Dalle coste del nord fino al Mediterraneo, dalle aree interne ai dipartimenti d’oltremare, siate una Chiesa viva, multiforme e vicina. La povertà di mezzi non impedisce la missione, poiché è la grazia di Dio a facilitare la libertà interiore e la sobrietà della vita, così da riflettere uno stile evangelico. In tutto ciò, valorizzate con fiducia la presenza missionaria dei fedeli laici, che sono l’avamposto vivente della Chiesa nei crocevia del mondo quotidiano”.

Per questo occorre una celebrazione curata: “A voi che celebrate quotidianamente l’Eucaristia, chiedo di avere cura che le celebrazioni liturgiche siano sempre vissute con dignità e decoro, anche laddove si radunano comunità più piccole. Siate eredi consapevoli dei Padri e dei Santi della Chiesa che lungo tutti i secoli ci hanno trasmesso il significato profondo e la bellezza della liturgia, testimoniando sempre una grande umiltà davanti al Mistero celebrato.

Il Concilio Vaticano II, la cui ricchezza deve molto alla Francia, ha raccolto e approfondito in maniera eminente tale eredità, riconoscendone la centralità nella vita ecclesiale. Vi esorto, pertanto, tutti, vescovi, presbiteri, diaconi, persone consacrate, a coltivare un autentico amore per la liturgia e ad essere testimoni e servitori della vocazione profetica, sacerdotale e regale dell’intero popolo di Dio.

La liturgia rimane in questo uno specchio della vita. La gioia eucaristica si afferma e si diffonde dove l’armonia è ritrovata, dove la dignità rinasce, dove l’autorità si fa servizio, dove la libertà si rimette in cammino. E’ il dono più grande che possiamo condividere. Mettete dunque al di sopra delle vostre personali sensibilità la comunione col successore di Pietro e con la Chiesa, per coltivare l’unità del popolo di Dio. Insieme, saremo la profezia che un mondo riconciliato è possibile”.

(Foto: Santa Sede)

Fratel Enzo Bianchi sempre fedele alla Chiesa

“Vorrei che al funerale si cantasse la Messa da requiem in latino ed in gregoriano e che nulla fosse proclamato al di fuori del Vangelo di Gesù Cristo. Non si dicano nell’omelia parole su di me e soprattutto niente applausi (mi rivolterei nella bara)”: con questo suo pensiero fratel Enzo Bianchi è stato ricordato nella funzione funebre celebrata nella chiesa parrocchiale di Castel Boglione, dove era nato nel 1943, alla presenza dei rappresentanti di diverse Chiese cristiane.

Il rito è stato, presieduto da fratel Valerio Lazzarini, della comunità di Cellole di San Gimignano: “Il dolore che sperimentiamo è attraversato dalla luce: viviamo un momento di ‘radiosa tristezza’, perché Enzo è migrato nella terra di Dio”, mentre il priore della Madia, fratel Goffredo Boselli, ha pronunciato il saluto al termine della Messa,sottolineando come fratel Bianchi fosse in pace, consapevole dell’approssimarsi dell’incontro con Gesù: “Una morte non improvvisa, perché vorrei essere vigilante e pronto. Vorrei vivere la mia morte!”

In un articolo pubblicato nel 2022 da Repubblica fratel Bianchi invita ad aprirsi alla speranza: “Da vecchio, entrato nell’80esimo anno della vita, dunque alle soglie dell’esodo da questa terra, non posso non guardare al presente e al futuro che già si affaccia. Ed è proprio in questo sguardo che sono assalito da una certa tristezza perché constato che la vita sembra diminuire ogni giorno.

Ovunque vado trovo persone vecchie… Siamo molto invecchiati senza che nella vita siano entrati i ragazzi, che risultano essere neanche la metà dei vecchi”.

La crisi è dovuta alla crisi interna all’umanità: “A me sembra che alla radice di questi processi ci sia il venir meno della fiducia: nella vita, nel futuro, negli altri, persino fiducia nell’amore come storia possibile e opera d’arte nelle relazioni tra umani. Nessuno osa confessarlo, ma si registra paura nei confronti della vicenda-storia della coppia, c’è un’incertezza circa l’opportunità di mettere al mondo dei figli, c’è una preoccupazione filautica di chi pensa a sé ed è incapace di porsi in un orizzonte sociale, l’orizzonte del ‘noi’. Prevale la dittatura dell’ ‘io’ e la necessità di allontanare ogni rinuncia dovuta alla presenza di un altro”.

E tale sfiducia è preludio alla solitudine: “In realtà si sta preparando una situazione di grande solitudine per i vecchi, un carico di lavoro di cura degli anziani da parte dei figli, de un’esistenza in cui essendo scarsa o poco presente la generazione dei bambini e dei ragazzi sarà più difficile sorridere e gioire per la vita. In queste condizioni è assurdo avere paura degli stranieri, che sono l’unica possibilità di rinnovamento della vita per le nostre popolazioni invecchiate”.

Interessante anche il commento per il 50^ anniversario della prima messa in italiano, celebrata nel 1965 da papa san Paolo VI: “Del resto, la svolta conciliare del 1965 era stata preparata anche da sempre più condivise acquisizioni storiche ed esegetiche: Gesù non solo non aveva mai parlato né in greco né in latino, ma nemmeno in ebraico, essendo la sua lingua, e quella dei suoi discepoli, l’aramaico. Era il concetto stesso di ‘lingua sacra’ a trovarsi ridimensionato: non dei suoni o delle parole arcane contengono la voce di Dio, ma il vissuto di un uomo, Gesù di Nazaret, che passava per le strade di Galilea facendo il bene e narrando il volto autentico suo Padre, Dio”.

Quindi gratitudine da fratel Bianchi, che non ha mai nascosto, anche prima della morte, una perdita della bellezza della liturgia latina: “Profonda gratitudine, allora, da parte delle comunità cattoliche verso la riforma liturgica e chi l’ha voluta e perseguita con convinzione e in obbedienza alla grande «Tradizione», senza tuttavia ignorare i problemi suscitati e quelli che permangono: la grande perdita del gregoriano, musica plurisecolare che aveva impresso alla liturgia una bellezza non ancora raggiunta dai nuovi repertori; le traduzioni dei testi latini ufficiali, tentate da un letteralismo pedissequo a volte incomprensibile ai fedeli o, in senso opposto, da un’innovazione creativa che talora stravolge la stessa teologia della liturgia; ma anche la propaganda dell’antico rito della messa che diventa addirittura concorrenza, bandiera innalzata in battaglia contro la riforma liturgica ed il rito voluti dai padri conciliari e dai papi, che hanno confermato il vecchio rito solo come ‘straordinario’. Sì, cinquant’anni fa iniziò un’avventura straordinaria che ha dato frutti abbondanti nella vita spirituale della Chiesa, ma che deve ancora attuata adeguatamente all’oggi, un oggi molto diverso e lontano da quello del Concilio. Se la Chiesa è ‘semper reformanda’, anche la liturgia deve esserlo sotto il primato del Vangelo”.

Papa Leone XIV: la liturgia è al centro della vita ecclesiale

“In questa ultima catechesi sulla Costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’, desidero oggi soffermarmi sulle ragioni per le quali i Padri conciliari vollero promuovere una riforma della liturgia. E’ illuminante, in tal senso, la terza Lettera dal Concilio che il Cardinale Giovanni Battista Montini, allora Arcivescovo di Milano, inviò il 28 ottobre 1962 ai fedeli della propria Chiesa”: prendendo spunto da una lettera del card. Montini ai fedeli ambrosiani papa Leone XIV ha affrontato l’ultima catechesi sulla liturgia, ancora una volta svoltasi nella basilica di san Pietro, soffermandosi sulle riforme delle azioni rituali del Popolo di Dio.

Tali parole ritornano in questa Costituzione conciliare (‘i fedeli non possono e non devono più rimanere muti e passivi. La loro materiale presenza non può accordarsi con la loro spirituale assenza: È chiaro che essa non può rinunciare alla sua funzione didattica, e non può non offrire alla fede e alla pietà la possibilità di esprimersi con spontanea intelligibilità’):

“Si coglie in queste parole una rinnovata consapevolezza del valore della liturgia. Attraverso le azioni rituali della Chiesa, mentre si attua il memoriale dell’opera di salvezza, è data la possibilità di vivere la vera relazione con Dio, entrando in contatto con l’evento salvifico. Poiché i gesti, le parole della sacra liturgia sono decisivi per realizzare questa esperienza, la partecipazione dei fedeli non può essere passiva”.

In tale modo il Concilio Vaticano II ha collocato al centro della vita ecclesiale la liturgia: “La riforma conciliare, nel mettere al centro ciò che costituisce il cuore dell’esperienza ecclesiale, ha voluto far risplendere la liturgia come ‘la fonte primaria di quel divino scambio nel quale ci viene comunicata la vita di Dio’. Da tale convinzione nacque l’esigenza di rendere maggiormente disponibile a tutti i fedeli la ricchezza dei testi biblici e delle orazioni, e di rendere più lineare l’ordinamento celebrativo rispetto a quello previsto nei libri liturgici allora vigenti”.

Però per essere ‘viva’ la liturgia ha bisogno di una ‘revisione’ dei suoi libri: “La liturgia, infatti, essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici”.

Una revisione maturata nel tempo: “Del resto, il desiderio di una ‘riforma generale’ non nasceva all’improvviso, ma si era manifestato nell’azione dei Papi succedutisi fin dall’inizio del XX secolo, in sintonia con le istanze del Movimento liturgico. L’affermazione della necessità che i fedeli non assistessero alle celebrazioni ‘come estranei o muti spettatori’ era già stata ripresa dalla Costituzione apostolica ‘Divini Cultus’ di papa Pio XI”.

Ed anche i papi successivi hanno operato altre ‘trasformazioni’: “Inoltre, si possono ricordare gli interventi di Pio XII sull’ordinamento dei riti della Settimana Santa, da lui ricollocati nelle ore corrispondenti agli eventi pasquali, dopo che per secoli erano stati anticipati alle ore mattutine. Non si deve poi dimenticare che San Giovanni XXIII ritenne necessaria una semplificazione delle rubriche del Breviario e del Messale, approvandola con il Motu proprio ‘Rubricarum instructum’, del 25 luglio 1960, nel quale rimandava all’annunciato Concilio Ecumenico la proposta dei principi fondamentali per una riforma della liturgia”.

Quindi la riforma liturgica è nella tradizione della Chiesa: “La riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II si pone, dunque, nel solco della tradizione vivente della Chiesa. La sua retta comprensione permette anche di rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano, assolutizzando o mal comprendendo alcuni dei principi che stavano alla base della riforma stessa”.

Ed ha concluso con la responsabilità dei ‘pastori’ per evangelizzare: “E’ pertanto responsabilità precipua dei pastori, dei vescovi ma anche di ogni singolo sacerdote, custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per nobile semplicità e manifesti così la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica. Una tale liturgia sarà anche un fondamentale veicolo di evangelizzazione, lo strumento di grazia attraverso il quale, come insegna il Concilio, potremo apprendere ad offrire noi stessi e, per la mediazione di Cristo, saremo perfezionati nell’unità con Dio e tra di no”.

In precedenza il papa aveva incontrato una delegazione dei vescovi della Chiesa luterana della Norvegia, sottolineando che nel periodo ‘turbolento’ che il mondo sta attraversando, servono cammini di riconciliazione: “Data la nostra condizione umana caduta, è fin troppo facile adottare un atteggiamento di ostilità nei confronti di coloro con cui non siamo d’accordo. Per questo motivo, è necessario uno sforzo concertato per cercare strade concrete di riconciliazione e di fraternità.

A questo proposito, Gesù ci mostra un altro modo, rivelando che la bontà e la carità hanno il potere di disarmare. Sono quindi sinceramente grato per la vostra presenza qui e per il vostro desiderio condiviso di cercare modi di costruire la comunione. Infatti, anche piccoli gesti possono ispirarci e guidarci lungo la via della riconciliazione”.

(Foto: Santa Sede)

‘VIRGO FIDELIS’ ovvero l’evento misterioso ed unico dell’apostolato di Maria Santissima accolto da san Paolo e seguito anche dalle coppie cristiane presenti presso Basilica/Santuario Madonna della Milicia 

Non esiste nella liturgia cattolica una vera e propria ricorrenza a Lei dedicata; infatti il merito maggiore della diffusione e dell’affermazione del culto alla “Vergine Fedele” è della “Benemerita e Fedelissima” Arma dei Carabinieri d’Italia. La scelta della Madonna “Virgo Fidelis”, come celeste Patrona dell’Arma, è indubbiamente ispirata alla fedeltà che, propria di ogni soldato che serve la Patria, è caratteristica dei Carabinieri, che ha inoltre come suo motto: “Nei secoli fedele”.

L’8 dicembre 1949, Papa Pio XII accoglie l’istanza di S.E. Mons. Carlo Alberto di Cavallerleone e il voto unanime dei cappellani militari dell’Arma e dell’Ordinario Militare per l’Italia, proclamando ufficialmente Maria “Virgo Fidelis Patrona dei Carabinieri”, fissando la celebrazione della festa il 21 novembre, in concomitanza della presentazione di Maria Vergine al Tempio e della ricorrenza della battaglia di Culqualber. Tutti noi, coniugati e fidanzati, chiunque e dovunque siamo, dobbiamo aspirare all’apostolato

(cfr. “Che altro è l’apostolato, se non questo? Vivere e spendersi per il Signore, in una irradiazione costante che fa del bene attorno a noi; questo è stato l’apostolato di Maria Santissima, nel grado più sublime e intenso, senza conoscere più tregua nemmeno dal Cielo, ove essa prega incessantemente perché i frutti della Redenzione siano continuamente applicati ed estesi alla Chiesa e all’umanità. E questo sia l’apostolato volonteroso dei suoi figli, che, pur nella sconfinata imparità del confronto, si sforzano di seguire quell’esempio luminoso, si mettono alla sua scuola e vi attingono nella preghiera la forza per non venir mai meno” http://www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1966/documents/hf_p-vi_spe_19661126_congregazioni-mariane.html). 

“E’ ciò che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha proposto ai laici cattolici del nostro e del tempo venturo, quando a coronamento della trattazione sulla loro vocazione all’apostolato, e sulla specifica spiritualità ad essi richiesta per questo alto e doveroso fine, ha proposto alla loro imitazione la figura della Madonna” principio confermato anche domenica 12 Luglio 2026 da mons.  Salvatore La Spisa, decano dei  sacerdoti,  altavillese, già economo diocesano, che ringrazio con devozione, celebrante presso la chiesa di San  Giovanni Paolo 2^ in cui i fedeli possono serenamente partecipare alla Santa messa concentrati sull’Eucaristia e sull’omelia, senza integrazioni di altre liturgie sacramentali, nel territorio della nostra residenza,  Teologo che conosciamo da molti anni, durante la sua omelia ha citato la conversione di San Paolo ed ha valorizzato la comunione fra Dio ed il fedele che ha il cuore aperto alla Sua ‘Parola’ (cfr.  https://www.worldchallenge.org/it/devotion/dio-vuole-parlare-con-te “Dio desidera parlarti come se fossi seduto a cena con lui. Vuole conversare con te, cuore a cuore, su qualsiasi questione: ‘Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me’, Apocalisse 3,20).

76^ Settimana Liturgica a Catania per una Chiesa che genera: centralità del rito e fede adulta

“La settimana sarà celebrata all’ indomani dell’anno giubilare Agatino, che ricorderà dall’11 gennaio al 18 agosto i nove secoli della traslazione delle reliquie di sant’Agata da Costantinopoli, dove erano state custodite durante la dominazione araba nell’isola. Sarà anche a Catania il corpo di una martire offerto al Signore come sacrificio vivente e gradito a Dio e assimilato al dono del Corpo e Sangue di Cristo nel martirio, a illuminare il nostro evento ecclesiale. Ci sentiamo interpellati dal cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia a rinnovare i percorsi pastorali in un fecondo dialogo tra liturgia, catechesi e vita delle nostre comunità. Il cammino sinodale potrà trarre tanto giovamento da questo approfondimento”: questo è il saluto di mons. Luigi Renna, arcivescovo dell’arcidiocesi di Catania, che dal 24 al 27 agosto ospita la 76^ Settimana liturgica, organizzata dal Centro di Azione Liturgica (CAL), con il tema ‘Una Chiesa che genera. Liturgia e Iniziazione cristiana’.

In un tempo di trasformazioni culturali ed ecclesiali, l’appuntamento si pone come un momento di riflessione teologica e pastorale per ricollocare l’agire rituale al centro della trasmissione della fede: ne abbiamo parlato con il teologo e giornalista, prof. Giuseppe Falanga, consigliere nazionale del CAL e docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce in Roma, che ci guida nei contenuti e nelle attese della Settimana Liturgica.

Innanzitutto, la Chiesa genera?

“Sì, la Chiesa è per sua natura madre e non una semplice agenzia di servizi religiosi. La sua maternità consiste nella capacità di generare nuovi figli alla fede attraverso l’ascolto della Parola di Dio, i sacramenti e l’accompagnamento graduale e integrale delle persone. Essa genera autenticamente quando non si limita a custodire l’esistente, ma si fa carico di accompagnare l’incontro vivo con Gesù Cristo, riscoprendo il valore fondante della comunità che accoglie e forma”.

Cosa si prefigge questa Settimana Liturgica di Catania?

“L’obiettivo principale è porre all’attenzione di tutta la Chiesa italiana l’urgenza di ripensare l’Iniziazione cristiana a partire dalla centralità della liturgia. Più che anticipare mere soluzioni tecniche o aggiornamenti di moduli catechistici, la Settimana desidera porre le domande di fondo per passare da una pastorale di ‘conservazione’ a una pastorale autenticamente ‘generativa’. Si intende coinvolgere i partecipanti e le loro realtà ecclesiali, offrendo criteri e prospettive condivise per formare fedeli adulti, consapevoli e corresponsabili”.

Però tutto inizia dalla famiglia, ‘piccola Chiesa’?

“Come ricordava papa san Giovanni Paolo II nell’enciclica ‘Familiaris Consortio’, essa ‘è chiamata a essere la prima comunità che educa alla fede’. Oggi però questo passaggio non avviene più in modo ‘automatico’, rendendo spesso il nucleo domestico terreno di missione, da accompagnare con delicatezza e senza giudizio. Pur nell’attuale evidente frammentazione e pluralità di forme,la famiglia resta un riferimento insostituibile che, ecclesialmente parlando, non è un’isola autosufficiente, ma vive in proficua reciprocità con la parrocchia: la famiglia alimenta la comunità con il quotidiano, e quest’ultimala sostiene attraverso la Parola, i riti e la fraternità concreta”.

In quale modo rilanciare nelle parrocchie il Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti (RICA)?

“Il Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti non è solo un percorso riservato a chi chiede i sacramenti da adulto, ma il paradigma metodologico e spirituale di riferimento per ogni itinerario di fede, utile sia per chi si avvicina sia per chi riscopre l’appartenenza ecclesiale. Per rilanciarlo occorre: 1) superare il nozionismo:valorizzare la scansione dei tempi (dal precatecumenato alla mistagogia) e il valore pedagogico dei passaggi rituali;  2) recuperare la forza dei simboli: riscoprire l’efficacia dei segni (acqua, olio, luce, pane e vino) che innestano l’umanità nell’evento della salvezza; 3) coinvolgere la dimensione comunitaria: trasformare gli itinerari in una vera ‘scuola di fede’ vissuta insieme ai fratelli”.

Perché la liturgia è definita il ‘grembo’ dell’Iniziazione cristiana?

“Perché la fede non si apprende solo a livello intellettuale, ma si vive e si celebra. La liturgia è ‘grembo’ perché è la celebrazione del mistero pasquale di Cristo nella nostra vita di fede, sorgente feconda capace di plasmare la persona nella sua totalità. Dal fonte battesimale alla mensa eucaristica, i segni e i gesti liturgici immergono il credente nella grazia, generando e nutrendo continuamente l’esistenza nuova dei figli di Dio”.

Catania ci richiama sant’Agata: in quale modo la santità può far scoprire la bellezza della liturgia?

“Agata testimonia come il culto reso a Dio si traduca in ‘vita offerta e vissuta’. Il suo martirio è stato l’atto liturgico supremo: l’offerta totale di sé a Cristo in un’esperienza di amore fedele e radicale. La santità ci mostra che i riti e i simboli della Chiesa non sono formule astratte, ma vera fonte di forza spirituale per la testimonianza quotidiana. Guardando a sant’Agata, contempliamo che la bellezza della liturgia sta nella sua capacità di trasformarci, rendendo ciascuno di noi un testimone credibile del Vangelo nella storia. E’ l’orizzonte che, come CAL, desideriamo offrire a questa Settimana”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV sottolinea l’importanza della musica sacra nella liturgia

Al termine dell’udienza generale, svoltasi ancora nella basilica di san Pietro per l’eccessivo caldo, papa Leone XIV ha esortato tutti ad ‘un forte e costante impegno’ per una pacifica convivenza tra i popoli, ‘seguendo con onestà e verità le vie che la costruiscono e la confermano nella società’; mentre nel saluto ai pellegrini polacchi ha ricordato il martirio di Władysław Findysz: “Il 23 agosto si celebra la Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo. In quel giorno, nella liturgia, viene ricordato Władysław Findysz, Sacerdote e primo polacco beatificato come Martire delle persecuzioni comuniste. Durante il Concilio Vaticano II egli ne sosteneva spiritualmente i lavori, coinvolgendo i fedeli nell’ ‘Opera conciliare di bontà’ con atti di carità e di rinnovamento morale. La sua testimonianza ci ricordi che la civiltà dell’amore si costruisce perdonando e vincendo il male con il bene”.

Prima aveva dedicato la catechesi ancora alla Costituzione conciliare ‘Sacrosanctum Concilium’, soffermandosi sul capitolo sesto dedicato alla musica e al suo legame con la liturgia, perché il canto favorisce la comunione e la musica è parte dell’azione liturgica: “Il sesto capitolo della Costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’ del Concilio Vaticano II è dedicato alla musica sacra…

Troviamo qui il nucleo dell’insegnamento conciliare, che conferma e approfondisce la funzione ministeriale della musica nella liturgia, già messa in luce da san Pio X nel Motu Proprio ‘Inter sollicitudines’ (22 novembre 1903). La musica, infatti, è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione. Nella liturgia, cantare e suonare significa pregare, sintonizzando il proprio cuore con quello delle sorelle e dei fratelli e con Dio, nella partecipazione attiva al mistero celebrato… Questo è molto importante, perché aiuta ad aprire il cuore all’agire di Dio nella grazia e a lasciarsene plasmare”.

Inoltre il canto favorisce la comunione: “Attraverso la sinfonia delle voci contribuisce all’unione degli animi, superando le differenze tra le persone e riunendo tutti nella lode a Dio. Diventa così epifania della Chiesa, manifestazione sensibile della comunione che appartiene alla sua stessa natura”.

Però da ciò derivano alcune ‘esigenze’: “Dalla profonda valenza teologica del canto sacro, come parte integrante dell’azione liturgica, derivano alcune esigenze. Una prima è che, al di là delle mode o delle particolari sensibilità degli autori, esso deve rispondere a tutti i livelli a ciò che è più appropriato per il momento celebrativo. La forma, poi, specialmente nel suo aspetto melodico, dev’essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facilmente eseguibile, soprattutto quando è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea”.

Ecco il motivo per cui le raccomandazioni conciliari sul canto: “Per lo stesso motivo il Concilio raccomanda che anche i testi siano adeguati, profondi e nel contempo agevolmente comprensibili, ispirati principalmente alla Sacra Scrittura, ai libri liturgici e alla Tradizione spirituale della Chiesa. Su questo occorre vigilare, perché si mantenga viva e cresca la dinamica espressa nell’antico principio ‘lex orandi lex credendi’, cioè la legge della preghiera è anche legge della fede”.

Inoltre il documento conciliare dedica spazio alla partecipazione dei fedeli, sottolineato anche da papa Benedetto XIV nell’esortazione apostolica ‘Sacramentum Caritatis’: “Essa ‘deve essere compresa… a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza quotidiana’ in uno ‘spirito di costante conversione che deve caratterizzare la vita di tutti i fedeli’.

Quanto poi al modo concreto con cui essa si può realizzare attraverso lo specifico ruolo della musica sacra, la Costituzione offre una risposta chiara: ‘Si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti’ ed ‘un sacro silenzio’, ed esorta ciascuno, ministro o fedele, a compiere ‘tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza’, nell’armonico equilibrio tra i diversi ministeri, i vari interventi e i momenti di silenzio”.

Tutto ciò si collega al tema dell’inculturazione: “Un tema caro alla riforma conciliare è quello dell’inculturazione, anche nel campo della musica sacra. Si sottolinea, in particolare, in relazione alle tradizioni musicali delle diverse culture, l’importanza di tenerle in seria considerazione, come parte della vita religiosa e sociale delle persone…

Un compito particolare è riconosciuto, nel contesto liturgico, alla schola cantorum, strumento pastorale di cui si raccomanda la promozione, con il compito ‘di curare l’esecuzione esatta delle parti sue proprie, secondo i vari generi di canti, e favorire la partecipazione attiva dei fedeli nel canto’ (S. Congr. dei Riti, Istr. Musicam sacram, 19)”.

In ultimo un richiamo al compito del compositore: “A tal fine, il compositore di musica sacra è chiamato a conoscere e custodire il patrimonio musicale della Chiesa, lasciandosi ispirare da esso per dare vita a nuove composizioni al servizio della liturgia, nel rispetto della sensibilità contemporanea e delle diverse tradizioni culturali… Per tutte queste ragioni i Padri Conciliari raccomandano di promuovere la formazione e la pratica della musica sacra, ‘nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche’, e di assicurare ai musicisti e ai cantori una solida formazione liturgica”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: l’anno liturgico è pedagogico per la liturgia della Salvezza

“Cari fratelli e sorelle, il quinto capitolo della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC) è dedicato all’anno liturgico, tema sul quale oggi vogliamo soffermarci, per spiegarne il valore nella vita di ogni credente. Anzitutto è doveroso ricordare che questo modo di definire il ciclo delle feste cristiane come ‘anno liturgico’ si è diffuso nel linguaggio ecclesiale grazie all’opera del Servo di Dio l’abate Prosper Guéranger (1805-1875)”: a causa del caldo la catechesi, incentrata sul significato della domenica, dell’udienza generale di papa Leone XIV si è svolta all’interno della basilica di san Pietro.

Questa catechesi dul documento della Costituzione conciliare ‘Sacrosanctum Concilium è stata dedicata all’anno liturgico che ripropone ciclicamente ‘la pedagogia della storia della salvezza’ realizzatasi in Cristo, riprendendo l’enciclica ‘Mediator Dei’ di papa Pio XII: “L’anno liturgico dunque va inteso come costante attualizzazione dell’opera della salvezza, che Cristo realizza nella storia. Percorrendo questo ciclo temporale, la Chiesa resta a contatto con l’azione redentrice del Signore, sicché tutti i fedeli vengono colmati della sua grazia. L’incontro con Gesù, morto e risorto per noi, è la finalità che la Chiesa sempre persegue, ponendo al centro di ogni momento la celebrazione dell’evento pasquale”.

Quindi la domenica è il ‘giorno del Signore’: “Perciò i Padri conciliari considerano ‘fondamento e nucleo dell’anno liturgico’ proprio la domenica, ‘il giorno di festa primordiale’. In diverse lingue moderne, il suo nome attesta che è il ‘Dies Domini’, ‘il giorno del Signore’. Anche in quelle lingue nelle quali ha prevalso il riferimento al ‘giorno del sole’ (Sunday, Sonntag) si intravede il legame con Cristo: Cristo è il vero ‘sole di giustizia’ che illumina ogni uomo!”

Anche papa san Giovanni Paolo II definì la domenica come giorno del Signore, in cui si celebra l’Eucarestia: “Per santificare la domenica è fondamentale celebrare l’Eucaristia. L’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo comportano, secondo i Padri conciliari, il convenire in unum, cioè la festosa convocazione dei fedeli. In tale assemblea la comunità cristiana rende visibile la propria comunione con il Signore e testimonia la sua appartenenza a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa”.

Quindi è necessaria una presenza ‘attiva’: “Questa assemblea non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale, né si riduce a un raduno meramente passivo. L’assemblea liturgica si avvera infatti nell’attiva partecipazione di fratelli e sorelle, convocati insieme a ‘rendere grazie a Dio che li ha generati, mediante la risurrezione di Cristo dai morti, per una speranza viva’. A tale proposito, esorto tutti a ricercare le migliori condizioni affinché sia possibile prendere parte alla santa Messa anche a quanti di domenica non hanno possibilità di astenersi dal lavoro”.

Per questo ha sottolineato l’importanza dell’anno liturgico: “Carissimi, l’anno liturgico, ritmato dalle domeniche, ha una storia interessante, nella quale si intrecciano la fede e la devozione della Chiesa. Fin dal II secolo d.C., infatti, alla celebrazione della Pasqua settimanale si è aggiunta quella della Pasqua annuale, ‘massima solennità’, estesa al ‘lietissimo spazio’ di cinquanta giorni, culminanti nella Pentecoste, e preparata dal tempo di Quaresima con il suo carattere penitenziale. Lo sviluppo del ciclo natalizio, avvenuto successivamente sul modello di quello pasquale, ha consentito di rivivere i misteri dell’incarnazione del Verbo di Dio, della sua nascita e della sua manifestazione al mondo”.

Ed ha concluso sottolineando che l’anno liturgico dispone il fedele all’attesa di Gesù: “L’anno liturgico ripropone così in forma sacramentale la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del mistero pasquale e all’anticipazione della gloria futura. In esso la Chiesa celebra l’attualità salvifica del mistero di Cristo, permettendo ai credenti di parteciparvi sempre più profondamente. Per questo l’anno liturgico costituisce il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale di ogni azione pastorale”.

(Foto: santa Sede)

A Milano nasce il nuovo Monastero Ambrosiano

Nello scorso maggio all’abbazia di Chiaravalle di Milano è stato presentato il progetto del ‘Monastero ambrosiano’, la modalità con cui la diocesi di Milano sarà presente all’interno di MIND Milano Innovation District, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015 e punto di riferimento per lo sviluppo delle scienze della vita e per la ricerca, proponendosi come uno spazio di spiritualità, confronto e riflessione, per mettere in dialogo fedi, culture e saperi nel XXI secolo.

Il progetto si svilupperà in un’area situata all’incrocio tra il Cardo e il Decumano, all’interno di una zona, quella di MIND, che secondo le previsioni ospiterà entro il 2030 circa 70.000 persone, comprendendo residenti, lavoratori e studenti. Il modello di riferimento è quello del monastero, inteso come forma capace di tenere insieme vita spirituale, sapere e accoglienza. In questa prospettiva il ‘Monastero ambrosiano’ avrà una presenza stabile di pastorale ordinaria, affidata a una piccola comunità che scandisce i ritmi della preghiera e della vita liturgica, con una grande aula ecclesiale al centro del complesso.

Il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 m², con 1.100 m² destinati agli spazi aperti: ispirato alla tradizione monastica cristiana, il progetto reinterpreta l’archetipo del chiostro come dispositivo spaziale e simbolico: un luogo introverso ma permeabile, in cui si articolano tre dimensioni fondamentali, quali cura, dialogo e ricerca spirituale, come ha sottolineato l’arcivescovo dell’arcidiocesi ambrosiana, mons. Mario Delpini:

“In MIND si incontrano conoscenza, ricerca, talenti, affari, divertimenti, la natura e la vita, l’Italia e il mondo. Nel cuore della città dell’innovazione si affaccia la domanda sul senso del tutto, sul perché dell’impegno e dell’investimento. La domanda invoca l’incontro tra scienza e sapienza, tra innovazione ed etica, tra tecnologia e umanesimo, tra profitto e solidarietà. Così racconta la storia di Milano: la città vive e cresce sotto la Madonnina, cioè non c’è vita umana senza la trascendenza. Così Milano scrive il suo futuro: non c’è convivenza, né pace, né bene comune senza Dio”.

Nella stessa conferenza stampa il progettista arch. Stefano Boeri ha evidenziato alcune caratteristiche del monastero: “Abbiamo inteso dare forma al nuovo Monastero Ambrosiano con un’architettura unitaria e aperta, che rappresentasse anche nelle sue spazialità l’abbraccio tra la nuova Chiesa, il prisma trasparente della Biblioteca delle Religioni e il chiostro triangolare del Giardino delle Fedi, posto all’incrocio tra il Cardo e il Decumano. Un monastero contemporaneo, pensato per rispondere alle esigenze di una società plurale e per promuovere coesione sociale, dialogo interreligioso e produzione di conoscenza”.

Per comprendere meglio quest’opera architettonica abbiamo chiesto al vicario episcopale per la Cultura, la Carità, la Missione e l’Azione Sociale dell’arcidiocesi di Milano, mons. Luca Bressan, di raccontare il motivo di un monastero in un distretto di sviluppo: “Invitata a pensare una possibile presenza dentro lo spazio di MIND (in quanto il Piano di Governo del Territorio prevedeva la presenza di un luogo di culto cattolico), la Chiesa Ambrosiana ha percepito da subito il valore e la qualità della posta in gioco: condividere la costruzione di pagine nuove della vita umana, affrontando insieme le sfide della trasformazione urbanistica e le domande poste dalla ricerca scientifica.

La situazione di MIND presenta tratti inediti: la scelta di concentrare la ricerca sulla vita umana e la volontà di costruire un modello di città del futuro interrogano da vicino l’esperienza cristiana, anch’essa impegnata nel favorire condizioni di vita che permettano a ogni persona di trovare la felicità che cerca, non dimenticando nessuno, non abbandonando nessuno, mettendo le persone e i popoli come obiettivo del progresso. Ed ultimamente, impegnando tutti alla ricerca del bene, del buono, del bello e quindi del vero. Alla ricerca di Dio, finalmente”.

Quali sono i tratti a cui dovrebbe rispondere la presenza della Chiesa ambrosiana in MIND?

“Questi sono i tratti per la presenza della Chiesa ambrosiana: una presenza stabile, nel solco della tradizione (un luogo per le celebrazioni e la preghiera, degli spazi per l’incontro e le iniziative pastorali, la possibilità di residenza e di condivisione di vita, l’attenzione ai poveri e la carità); spazi e forme di dialogo tra le religioni, dando visibilità alle trasformazioni che Milano sta vivendo e che sono ben rappresentate da MIND (trasformazioni che chiedono alle religioni forme inedite di incontro e di racconto delle proprie tradizioni, forme nuove per dire e dare il proprio contributo alla crescita e allo sviluppo umano); la costituzione di luoghi e forme di confronto e positiva contaminazione tra i saperi che abitano MIND, favorendo i dibattiti che le frontiere della ricerca hanno già aperto, come ben evidenzia l’aggettivo human nella titolazione Human Technopole”.

In quale modo tale monastero può conservare le regole ‘cistercensi’ in una zona abitata?

“Alla ricerca di un concetto che permettesse non soltanto di tenere legati i tre fuochi appena identificati, ma addirittura di armonizzarli e farli interagire, abbiamo pescato dalla nostra tradizione una forma che già in passato ha saputo articolare queste funzioni: il monastero. I quattro lati del chiostro riescono a cucire insieme dimensioni fondamentali dell’esperienza umana: la relazione con Dio, lo studio e il sapere, l’accoglienza dell’ospite e la carità, la fraternità. Milano ha già luoghi che incarnano questa esperienza (i tanti monasteri disseminati nel paesaggio urbano); si tratta ora di far vivere questo loro spirito generativo in un luogo che costruisce il futuro della città come MIND”.

Quali saranno le caratteristiche di questo monastero?

“Un grande ed unico chiostro sarà la forma che assume la presenza della Chiesa Ambrosiana. Un chiostro che con i suoi lati intende richiamare in modo esplicito le dimensioni della cultura umanistica (apertura alla trascendenza, riflessione e ricerca, costruzione di legami di fraternità, accoglienza e carità), rendendole visibili a chiunque attraversi questo spazio.

Al tempo stesso questo spazio sarà tagliato da un asse diagonale, il cui compito è da un lato esplicitare l’intenzione di apertura e di accoglienza di questo spazio, e dall’altro introdurre un carattere di modernità e di contemporaneità: il chiostro viene preso dalla tradizione ma vuole abitare il XXI secolo, il tempo di MIND.

L’asse diagonale organizza in questo modo il chiostro in tre spazi, che identificano le azioni che il Monastero Ambrosiano vuole vivere: una prima azione, quella che accoglie chiunque entri in questo spazio è il Chiostro delle Religioni, con il suo Giardino, e i suoi spazi che ospitano attività di formazione e di dialogo (la Biblioteca); la seconda azione è quella incarnata soprattutto dall’asse diagonale, che ospiterà la comunità di persone che animano il Monastero e sarà il luogo organizzativo di tutte le attività di confronto e dialogo con le istituzioni di ricerca e di formazione che abitano MIND; infine un terzo spazio dedicato alla pastorale che come Chiesa Ambrosiana intendiamo sviluppare in MIND, e dunque una grande aula ecclesiale, una chiesa. Con una nota degna di attenzione: per accedere allo spazio ecclesiale occorre attraversare il chiostro, lasciando che in questo modo il dialogo interreligioso sia una componente essenziale di ogni percorso cristiano.

I tre spazi saranno ben visibili anche in verticale, costruendo un asse ascensionale che riprende da un lato l’idea verticale del monastero, dall’altro il punto che domina il panorama milanese da secoli: il Duomo con la sua Madonnina. Questo legame con la tradizione sarà in più sottolineato dall’impiego, nella decorazione del luogo, di elementi presi proprio dai marmi del Duomo”.

Uno spazio aperto anche alle altre religioni: non c’è il rischio di creare ‘confusione’?

“Già gli spazi hanno permesso di intuire gli assi principali della vita del Monastero Ambrosiano. Alla comunità residente è affidato il compito di ritmare il tempo dentro MIND, proprio come un monastero che sa attrarre per il suo fascino e il suo silenzio concentrato: il mattino e la sera, la domenica, l’anno liturgico. Su questo ritmo si innestano le attività pastorali legate alla presenza di studenti, ricercatori, lavoratori, residenti, ospedale… Proprio per questo motivo gli spazi del Monastero Ambrosiano saranno abitati e animati da una piccola comunità intervocazionale: presbiteri, religiosi, monaci vivranno una comunione che testimonia e attrae.

A questa comunità si legano anche le attività culturali di dialogo ed incontro, conoscenza e presa comune di parola, per favorire una crescita sinfonica e mostrare quanto le religioni sono un bene prezioso per la vita e il suo sviluppo, con il loro patrimonio umanistico e il loro prezioso tesoro filosofico, educativo e culturale. Infine affiancheranno questa comunità alcune istituzioni (la Facoltà Teologica di Milano, l’Università Cattolica) per dare vita a un proficuo scambio tra il patrimonio umanistico custodito dalla tradizione cristiana e dalle altre tradizioni religiose, e le grandi aperture di senso e le domande di significato che la ricerca tecnologica e scientifica ha acceso in MIND”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: la preghiera dà ritmo alla vita

“In questa catechesi riprendiamo la riflessione sulla Costituzione conciliare sulla liturgia ‘Sacrosanctum Concilium’. Oggi ci soffermiamo sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica. Come suggerisce l’Apostolo Paolo, è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare. Dal giorno di Pentecoste, lo Spirito abita la Chiesa, ispirando ogni sua attività e, in particolare, la preghiera. La vita della prima comunità, nata a Gerusalemme dopo la Pasqua di Gesù, è vita nello Spirito donato dal Signore risorto”: dopo la pausa estiva papa Leone XIV ha ripreso la catechesi delle udienze generali nella basilica di san Pietro sulla dimensione della preghiera liturgica.

Un invito a riscoprire la preghiera come fondamento della vita: “Nel nostro tempo, nei contesti dominati dalla mentalità efficientistica e consumistica, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e di irrisorio. In un mondo dove la scienza e la tecnica pretendono di dare tutte le risposte, pregare può apparire come una forma di evasione.

Inoltre, anche in diverse famiglie cristiane non avviene più la trasmissione della preghiera, mentre numerose persone rischiano di confonderla con una tecnica tra le altre, di natura psicologica e finalizzata al benessere personale. La preghiera, invece, in quanto dimensione fondamentale della nostra umanità, merita di essere riscoperta nella sua verità”.

Fondamentale, in quanto liturgica, come ha scritto papa san Paolo VI promulgando questo documento conciliare: “Nella Costituzione, infatti, il termine ‘la preghiera’ designa tutta la liturgia. Questa prospettiva è decisiva, perché ha orientato la riforma liturgica dandole come asse portante la partecipazione attiva dei fedeli. La liturgia è presentata anzitutto come il luogo dell’incontro, dell’iniziativa di Dio che si fa prossimo all’umanità nel suo Figlio, ‘il Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo’, al quale possiamo rispondere ‘per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo’, vale a dire grazie alla ‘preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre’.

Per questo san Paolo VI desiderava ardentemente che la Liturgia delle Ore, cioè la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall’Eucaristia, pervadesse profondamente, ravvivasse, guidasse ed esprimesse tutta la preghiera cristiana e alimentasse efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio”.

La catechesi papale è stata un’esortazione a pregare quotidianamente secondo la Liturgia delle Ore: “Perché tale desiderio si realizzi, la Liturgia delle Ore chiede di essere sempre più accolta e vissuta nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità. A tante persone che vogliono imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana”.

Infatti preghiera ed Eucarestia permettono di respirare: “Ogni settimana e ogni giorno, l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore sono il respiro della vita della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo. In questa preghiera, Cristo ‘unisce a sé tutta l’umanità e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode’; così, di giorno in giorno, siamo associati sempre di più al mistero pasquale e conformati a Lui”.

Come ribadisce sant’Agostino la preghiera scandisce il ritmo della vita: “Legata all’Eucaristia, di cui prolunga la luce, la Liturgia delle Ore santifica il tempo della nostra vita quotidiana: al mattino, iniziamo la giornata con fede e gratitudine; a mezzogiorno, chiediamo la forza della fedeltà in mezzo alle fatiche; la sera, finito il lavoro, i Vespri accompagnano il momento del tramonto; la notte, ci addormentiamo affidandoci alla pace di Dio. Ogni Ora è un atto di speranza: durante il pellegrinaggio terreno, vegliamo attendendo con tutta la Chiesa il ritorno glorioso del Signore”.

Inoltre dalla sala stampa vaticana è stato ufficializzato il prossimo viaggio apostolico in America Latina: “Accogliendo l’invito dei Capi di Stato e delle Autorità ecclesiastiche dei rispettivi Paesi, il Santo Padre Leone XIV compirà un Viaggio Apostolico in Uruguay, Argentina e Perù dal 6 al 17 novembre 2026. Sua Santità si recherà a Montevideo, Paisandú e Florida dal 6 all’8 novembre; a Buenos Aires, Córdoba e Luján dall’8 all’11 novembre; e a Lima, Chiclayo, Cusco e Pucallpa dall’11 al 17 novembre”.

(Foto: Santa Sede)

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