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La Pasqua come grembo di pace in un mondo ferito
“L’evangelista Luca sembra cogliere questo presagio di luce nel buio quando, alla fine di quel pomeriggio in cui le tenebre avevano avvolto il Calvario, scrive: ‘Era il giorno della Parasceve e già risplendevano le luci del sabato’. Questa luce, che anticipa il mattino di Pasqua, già brilla nelle oscurità del cielo che appare ancora chiuso e muto. Le luci del sabato, per la prima ed unica volta, preannunciano l’alba del giorno dopo il sabato: la luce nuova della Risurrezione. Solo questo evento è capace di illuminare fino in fondo il mistero della morte. In questa luce, e solo in essa, diventa vero quello che il nostro cuore desidera e spera: che cioè la morte non sia la fine, ma il passaggio verso la luce piena, verso un’eternità felice”.
Abbiamo recuperato questo passaggio della catechesi di papa Leone XIV, pronunciato nell’udienza generale di mercoledì 10 dicembre dello scorso anno, per introdurci nella Settimana Santa, che condurrà il fedele alla Resurrezione di Pasqua, accompagnati dal teologo Giuseppe Falanga, docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce in Roma, consigliere nazionale del Centro di Azione Liturgica (CAL) ed autore di pubblicazioni dogmatiche e liturgiche.
La Settimana Santa inizia il cristiano al mistero pasquale: con quale ricchezza liturgica si compie questo percorso?
“La Settimana Santa non è una semplice rievocazione storica, ma l’irruzione del ‘kairós’, il tempo di grazia, nel ‘krònos’, il tempo cronologico. La sua profondità risiede nella capacità di introdurci nel Mistero attraverso una polifonia di segni: l’agitare delle palme, il profumo del crisma, l’umiltà del catino e la nudità della croce.
Il Triduo Pasquale, in particolare, costituisce un’unica celebrazione distesa in tre giorni: dalla Cena del Signore al silenzio del Sabato, fino all’esplosione di luce della Veglia, la liturgia ci educa a non essere spettatori, ma contemporanei dell’Evento. Questa ricchezza scuote i sensi: il tocco dell’acqua, il calore del fuoco, il sapore del pane… La Chiesa non spiega il mistero, lo celebra, cioè lo rende spazio vitale dove il cristiano muore all’uomo vecchio per risorgere, con Cristo, come creatura nuova”.
Come è possibile che la croce, da strumento di morte, possa diventare il paradosso di un segno di salvezza?
La croce è il ‘luogo’ di un capovolgimento che sfida la logica della forza e della sopraffazione. Nella liturgia del Venerdì Santo, non veneriamo un patibolo, ma l’Amore che lo ha abitato rendendolo luminoso. E’ il paradosso cristiano: l’Infinito si fa carne piagata per medicare ogni nostra ferita di guerra e violenza. La morte, che oggi vediamo mietere vite innocenti, viene assunta dal Verbo e trasformata in un ponte di riconciliazione. La croce è salvezza perché è l’abbraccio di Colui che muore per cambiare il cuore dell’uomo.
Nel rito dell’Adorazione, il bacio non è per il legno, ma per la Misericordia che si è lasciata inchiodare per noi. E’ la ‘croce della Vita’: come un fiore che spacca la pietra, la salvezza fiorisce laddove l’odio aveva scavato abissi, insegnandoci che ogni venerdì di dolore è già visitato dalla luce inarrestabile della domenica”.
Allora oggi abbiamo piena coscienza che, attraverso la Pasqua, Cristo introduce il credente nel Regno di Dio?
“La consapevolezza di questa cittadinanza celeste è spesso il tassello mancante nella nostra spiritualità. Con la Pasqua il Signore opera una ‘traslocazione esistenziale’; attraverso i sacramenti dell’Iniziazione cristiana, noi siamo realmente innestati nel Regno di Dio. Qui sta la tensione del ‘già e non ancora’: la vittoria sul peccato è ‘già’ compiuta, ma i suoi frutti ‘non ancora’ si sono pienamente manifestati nella storia.
Spesso riduciamo la salvezza ad un premio futuro, dimenticando che l’eternità inizia nel presente. Essere coscienti di questa dinamica significa guardare il mondo con occhi nuovi. Non siamo più schiavi della paura, ma liberi di amare! Una certezza che, nella forza dello Spirito Santo, ci dice che l’agire del cristiano non insegue utopie, ma manifesta una realtà divina”.
Quasi 80 anni fa l’enciclica ‘Mediator Dei’ invitava ad orientare lo sguardo alla risurrezione: è possibile per il cristiano ‘aspirare’ al cielo?
“L’aspirazione al cielo non è un’evasione, ma l’orientamento del nostro essere ‘viatores’, pellegrini nel tempo. L’enciclica ‘Mediator Dei’, antesignana della costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, ci ricorda che la liturgia è il punto in cui il cielo bacia la terra. Aspirare al cielo significa lasciarsi attrarre dalla forza gravitazionale della risurrezione. Non è un pio desiderio, ma un’esperienza sacramentale: ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, l’invito ‘In alto i nostri cuori’ ci chiama a sollevarci sopra le contingenze per immergerci nella gloria di Dio.
La bellezza dei riti ed il canto sono riverberi di una pienezza che il Mistero ci dona. Questa tensione al cielo non ci allontana dalla terra, ma ci dà il coraggio di trasformarla. Chi aspira alla patria celeste diventa più responsabile di quella terrena, sapendo che ogni frammento di bene compiuto è una pietra della nuova Gerusalemme che Dio sta edificando con noi”.
Allora con la Pasqua nasce anche una ‘Chiesa che genera’ nuovi figli?
Certamente. La Pasqua è l’evento nuziale in cui, dalle piaghe di Cristo, nasce la Chiesa come Madre dei viventi. In un tempo segnato da sterilità e conflitti, riscoprire una ‘Chiesa che genera’ è l’atto profetico più urgente. Questa maternità non è una strategia organizzativa: la Chiesa si pone come grembo che, attraverso il rito e la parola, partorisce figli capaci di trasfigurare la storia.
L’Iniziazione cristiana, tema della prossima Settimana Liturgica Nazionale a Catania (24-27 agosto), è un’immersione nel fuoco del Risorto, un cammino dove la comunità intera si fa spalla per chi è stanco. Siamo chiamati a pensare un modello di Iniziazione adatta a questo tempo: una liturgia che torni a essere esperienza vitale, capace di guarire le ferite e di educare alla comunione.
La Chiesa genera quando crea un ambiente familiare, in cui la fede si fa adulta ed il credente impara a diventare protagonista di una civiltà dell’amore. Si tratta di una maternità sacramentale che risponde alla logica della morte con quella del dono: ogni nuovo battezzato è una sentinella di pace, la promessa che la vita fiorirà sempre nell’abbraccio del Padre”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: Dio si manifesta nell’ekklesìa
“Il Concilio Vaticano II, ai cui documenti stiamo dedicando le catechesi, quando ha voluto descrivere la Chiesa si è anzitutto preoccupato di spiegare da dove essa tragga la sua origine. Per farlo, nella Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’, approvata il 21 novembre 1964, ha attinto dalle Lettere di san Paolo il termine ‘mistero’. Scegliendo tale vocabolo non ha voluto dire che la Chiesa è qualcosa di oscuro o di incomprensibile, come a volte comunemente si pensa quando si sente pronunciare la parola ‘mistero’. Esattamente il contrario: infatti, quando san Paolo utilizza, soprattutto nella Lettera agli Efesini, tale parola, egli vuole indicare una realtà che prima era nascosta e ora è stata rivelata”: all’udienza generale odierne in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha proseguito il ciclo sui documenti del Concilio con la prima catechesi dedicata alla costituzione dogmatica conciliare sulla Chiesa.
Il papa ha sottolineato che il ‘disegno’ di Dio è la manifestazione a tutta l’umanità: “Si tratta del disegno di Dio che ha uno scopo: unificare tutte le creature grazie all’azione riconciliatrice di Gesù Cristo, azione che si è attuata nella sua morte in croce. Questo si sperimenta prima di tutto nell’assemblea riunita per la celebrazione liturgica: lì le diversità sono relativizzate, ciò che conta è trovarsi insieme perché attratti dall’Amore di Cristo, che ha abbattuto il muro di separazione tra persone e gruppi sociali. Per san Paolo il mistero è la manifestazione di quanto Dio ha voluto realizzare per l’umanità intera e si fa conoscere in esperienze locali, che gradualmente si dilatano fino a includere tutti gli esseri umani e perfino il cosmo”.
E la manifestazione di Dio si realizza nel mistero dell’ekklesìa: “La condizione dell’umanità è una frantumazione che gli esseri umani non sono in grado di riparare, benché la tensione verso l’unità abiti il loro cuore. In questa condizione si inserisce l’azione di Gesù Cristo, il quale, mediante lo Spirito Santo, vince le forze della divisione e il Divisore stesso.
Trovarsi insieme a celebrare, avendo creduto all’annuncio del Vangelo, è vissuto come attrazione esercitata dalla croce di Cristo, che è la manifestazione suprema dell’amore di Dio; è sentirsi convocati insieme da Dio: per questo si usa il termine ekklesía, cioè assemblea di persone che riconoscono di essere convocate. Sicché vi è una certa coincidenza tra questo mistero e la Chiesa: la Chiesa è il mistero reso percepibile”.
Però tale ‘convocazione’ è accessibile a tutti: “Questa convocazione, proprio perché è attuata da Dio, non può tuttavia limitarsi a un gruppo di persone, ma è destinata a diventare esperienza di tutti gli esseri umani. Perciò il Concilio Vaticano II, all’inizio della Costituzione ‘Lumen gentium’, afferma così: ‘La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano’.
Con l’impiego del termine ‘sacramento’ e la conseguente spiegazione, si vuole indicare che la Chiesa è nella storia dell’umanità espressione di quanto Dio vuol realizzare; per cui, guardando ad essa, si coglie in qualche misura il disegno di Dio, il mistero: in questo senso la Chiesa è segno. Inoltre, al termine ‘sacramento’ si aggiunge anche quello di ‘strumento’, proprio per indicare che la Chiesa è un segno attivo. Infatti, quando Dio opera nella storia coinvolge nella sua attività le persone che sono destinatarie della sua azione. E’ mediante la Chiesa che Dio raggiunge l’obiettivo di unire a sé le persone e di riunirle tra di loro”.
Nell’unione tra Dio e l’umanità attraverso Cristo si manifesta la salvezza: “L’unione con Dio trova il suo riflesso nell’unione delle persone umane. E’ questa l’esperienza di salvezza. Non a caso nella Costituzione ‘Lumen gentium’ al capitolo VII, dedicato all’indole escatologica della Chiesa pellegrinante, al n. 48, si utilizza di nuovo la descrizione della Chiesa come sacramento, con la specificazione ‘di salvezza’…”.
In tale modo si può comprendere il significato della Pasqua: “Questo testo permette di capire il rapporto tra l’azione unificatrice della Pasqua di Gesù, che è mistero di passione, morte e risurrezione, e l’identità della Chiesa. Nel contempo esso ci rende grati di appartenere alla Chiesa, corpo di Cristo risorto e unico popolo di Dio pellegrinante nella storia, che vive come presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli”.
In precedenza durante l’incontro con i membri dell’Associazione ‘Pro Petri Sede’, realtà di laici cattolici impegnata per pregare per il Successore di Pietro e supportare le sue opere di carità nel mondo, ha ringraziato per il finanziamento di un centro di formazione nella diocesi di Chiclayo in Perù: “Il vostro impegno incondizionato verso il papa si esprime oggi principalmente attraverso le vostre preghiere; i vostri sforzi per spiegare ai fedeli il ruolo e l’azione della Santa Sede; e le vostre offerte materiali, soprattutto per i più vulnerabili. Grazie di cuore!
Sono profondamente commosso che quest’anno abbiate scelto di sostenere un’opera caritativa nella mia amata ex diocesi di Chiclayo. L’istituzione di un centro di formazione per i più bisognosi sarà di grande beneficio e mi permetterà, nonostante la distanza, di rimanere vicino a tutte queste persone con il pensiero e la carità”.
E tale ‘sostegno’ è molto importante per la Chiesa: “Eppure, l’annuncio del Regno è ostacolato in molti luoghi del mondo e in molti modi. Quanto è importante, quindi, in questi tempi difficili che stiamo vivendo, che ‘Pietro’ mantenga la sua piena libertà di dire la verità, denunciare l’ingiustizia, difendere i diritti dei più vulnerabili, promuovere la pace e, soprattutto, annunciare Gesù Cristo, morto e risorto, unico orizzonte possibile di un’umanità riconciliata”.
(Foto: Santa Sede)
Devotio 2026: il futuro dei luoghi di culto tra fede e bene culturale
Chiese e basiliche nascono come luoghi di culto e per la vita spirituale, ma oggi il loro numero sembra essere esuberante rispetto alle reali esigenze delle comunità di fedeli ancora praticanti. In ambito ecclesiale, e non solo, ci si è iniziati quindi ad interrogare su quali siano le possibili trasformazioni e le diversificazioni d’uso che questi edifici sacri possano affrontare senza snaturarne la missione originale.
E’ a questo interrogativo che cercherà di rispondere ‘Devotio 2026’, quinta edizione della più grande fiera nel mondo e l’unica in Italia sui prodotti devozionali e i servizi per il settore religioso, che si svolge fino al 3 febbraio a BolognaFiere. Questa manifestazione, a cui partecipano 229 espositori provenienti dall’Italia e da altri 17 Paesi, prevede anche un ricco programma culturale sul tema ‘Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale’ con una serie di conferenze ed esposizioni con la partecipazione di sacerdoti, religiose, docenti ed esperti.
Il programma culturale di ‘Devotio 2026’ prevede una decina di conferenze, workshop e tavole rotonde, che affronteranno temi come la chiesa spazio dell’ecclesia, arte e letteratura in dialogo con il sacro, il canto e la musica nella liturgia, il restauro delle chiese e delle campane e il diritto ecclesiastico italiano.
In programma anche tre mostre: ‘Oltre i percorsi’, che propone le opere realizzate da undici giovani artisti che hanno partecipato, negli anni dal 2017 al 2024, all’iniziativa ‘Percorsi di riavvicinamento: artisti contemporanei a confronto con il mistero cristiano’, curata dal Comitato scientifico di Devotio e dal Centro Studi per l’architettura sacra ‘Cardinale Giacomo Lercaro’; ‘Casule d’artista’, con l’esposizione di dieci vesti liturgiche disegnate da altrettanti artisti nell’ambito di un’iniziativa di Atelier Sirio; e ‘Via Crucis’ di Filip Moroder Doss con scene tratte dalle meditazioni di papa san Giovanni Paolo II per la Via Crucis biblica celebrata al Colosseo nel 2002. Previsti anche due eventi in città a Bologna: la visita sul tema ‘Sguardi sull’arte e sull’architettura’ presso il Museo d’arte Lercaro ed il concerto ‘Musica sacra: tra Rinascimento e Contemporaneo’ del Coro Sibi Consoni-Accademia Vocale di Genova nella Basilica di san Petronio.
‘Devotio 2026’ ha ricevuto anche i patrocini dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, dall’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Italiana, dall’Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana, dalla Chiesa di Bologna, dalla FACI-Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia, dalla FIUDAC/S-Federazione italiana tra le Unioni Diocesane Addetti al Culto, dall’Associazione Musei Ecclesiastici Italiani. Partner della manifestazione sono inoltre Fondazione Culturale San Fedele e Provincia Italiana Pie Discepole del Divin Maestro. Digital partner è il Marketplace Ereligio.com, mentre media partner sono Edizioni San Paolo, Emil Edizioni (D’A) e Chiesa Oggi.
Il comitato scientifico è coordinato dall’architetto Claudia Manenti, direttrice della Fondazione Centro Studi per l’Architettura Sacra ‘Card. Giacomo Lercaro’ ETS e coordinatrice del Comitato Scientifico e della proposta culturale di Devotio2026, a cui abbiamo chiesto spiegazione del titolo del tema di quest’anno, intitolata ‘Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale’:
“La proposta culturale di Devotio 2026 ha scelto il titolo ‘Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale’, perché intende proporre una riscoperta dell’importanza dello spazio liturgico per la vita della comunità cristiana, approfondendo gli aspetti simbolici e le modalità pratiche di valorizzazione dei luoghi celebrativi. In un’epoca dove anche le liturgie sono soggette a una tendenza alla virtualizzazione che fa inevitabilmente perdere di rilievo all’esperienza sensoriale e spaziale, fermarsi a riflettere sul ruolo dell’edificio liturgico e delle sue espressioni artistiche per la vitalità della comunità cristiana può essere utile per vivere con maggiore consapevolezza la valorizzazione delle chiese come luoghi di cultura artistica e architettonica che manifestano in forme visibili il ‘credo’ che la comunità cristiana vive nel tempo e nello spazio”.
Un luogo della fede può essere anche un luogo culturale?
“Le attività culturali di ‘Devotio’ di quest’anno intendono affrontare il tema del possibile utilizzo extra-liturgico degli edifici sacri. Infatti, se è vero che le chiese sono molto spesso degli scrigni di opere d’arte e degli spazi che ben si prestano a eventi collettivi, è necessario che quanto avviene in essi si armonizzi con i contenuti liturgici per i quali questi edifici sono stati costruiti. Negli appuntamenti in programma si affronteranno, infatti, i temi relativi alla relazione tra architettura e liturgia nell’epoca del virtuale, a quali usi extra-liturgici sono possibili e quali le precauzioni è necessario prendere per i nuovi adeguamenti architettonici, oltre ai temi della ristrutturazione delle chiese e della sperimentazione dei suoi adeguamenti. Una novità di questa edizione di Devotio riguarda l’ampio spazio dato dal tema della musica sacra che unisce liturgia e cultura”.
Come si può distinguere un evento di fede da un evento culturale all’interno di un luogo sacro?
“L’architettura edificata dalla comunità cristiana come luogo della liturgia eucaristica è, in tutti i secoli, immagine della volontà di imprimere nella materia i cardini della fede, accentuando di epoca in epoca gli aspetti del messaggio evangelico che più si prestano ad interpretare la sensibilità del momento. Le chiese sono i luoghi dove la comunità cristiana si ritrova per celebrare l’Eucarestia, ma chi vive la grazia del Battesimo desidera manifestare e proporre anche a chi ne è distante la propria visione di vita; in questo senso le attività culturali approfondiscono e diffondono la profondità del messaggio cristiano declinato nelle realtà del contemporaneo”.
Da questi spazi quale proposta di Chiesa emerge?
“Nella consapevolezza che lo spazio che la comunità cristiana realizza e nel quale celebra non può che essere un’immagine della vitalità spirituale della Chiesa stessa, è necessario chiedersi e confrontarsi su come la proposta spirituale della ‘Buona Novella’ possa essere oggi declinata in termini spaziali per coinvolgere le nuove generazioni e quanti gravitano ai margini della comunità ancora non attratti dalla novità della risurrezione di Cristo”.
In quale modo si rapportano con la fede gli artisti contemporanei?
“Oggi, come non mai, il mondo dell’arte e la formazione degli artisti sono molto lontani dal cristianesimo e spesso non ne conoscono la proposta di spiritualità. Devotio ha sempre voluto dare spazio all’arte per dimostrare che anche oggi fede e un’arte qualitativamente elevata possono alimentarsi vicendevolmente. Nell’edizione di ‘Devotio 2026’ sarà presente la mostra ‘Oltre i Percorsi’ che propone una visione d’insieme delle opere scaturite dalle quattro edizioni dei ‘Percorsi di riavvicinamento: Artisti contemporanei a confronto con il mistero cristiano’, svolte in occasione delle precedenti edizioni di Devotio, integrando le opere già presentate con altri lavori realizzati dai giovani artisti, anche non a soggetto sacro”. Ulteriori informazioni su www.devotio.it.
(Foto: Devotio)
Devotio 2026: il futuro dei luoghi di culto tra fede e bene culturale
Chiese e basiliche nascono come luoghi di culto e per la vita spirituale, ma oggi il loro numero sembra essere esuberante rispetto alle reali esigenze delle comunità di fedeli ancora praticanti. In ambito ecclesiale, e non solo, ci si è iniziati quindi ad interrogare su quali siano le possibili trasformazioni e le diversificazioni d’uso che questi edifici sacri possano affrontare senza snaturarne la missione originale.
E’ a questo interrogativo che cercherà di rispondere ‘Devotio 2026’, quinta edizione della più grande fiera nel mondo e l’unica in Italia sui prodotti devozionali e i servizi per il settore religioso, che si svolgerà dal 31 gennaio al 3 febbraio 2026 a BolognaFiere. Questa manifestazione, a cui sono attesi 229 espositori provenienti dall’Italia e da altri 17 Paesi, prevede infatti un ricco programma culturale sul tema ‘Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale’, che vedrà una serie di conferenze ed esposizioni con la partecipazione di sacerdoti, religiose, docenti ed esperti.
“L’architettura edificata dalla comunità cristiana come luogo della liturgia eucaristica è, in tutti i secoli, immagine della volontà di imprimere nella materia i cardini della fede”, afferma Valentina Zattini, amministratore delegato di Conference Service, la società che organizza la fiera, “accentuando di epoca in epoca gli aspetti del messaggio evangelico che più si prestano a interpretare la sensibilità del momento.
Ci si può, quindi, chiedere quali siano oggi le aspettative, le forme e gli usi che la Chiesa contemporanea propone, sia negli spazi che la tradizione cristiana le ha consegnato, sia nei nuovi ambiti recentemente realizzati. Ma, soprattutto, ci si può chiedere come la proposta spirituale della Buona Novella possa essere declinata in termini spaziali per coinvolgere le nuove generazioni e quanti gravitano ai margini della comunità ancora non attratti dalla novità della risurrezione di Cristo”.
Il programma culturale di ‘Devotio 2026’ prevede una decina di conferenze, workshop e tavole rotonde, che affronteranno temi come la chiesa spazio dell’ecclesia, arte e letteratura in dialogo con il sacro, il canto e la musica nella liturgia, il restauro delle chiese e delle campane e il diritto ecclesiastico italiano.
Si svolgeranno anche tre mostre: ‘Oltre i percorsi’, che propone le opere realizzate da undici giovani artisti che hanno partecipato, negli anni dal 2017 al 2024, all’iniziativa ‘Percorsi di riavvicinamento: artisti contemporanei a confronto con il mistero cristiano’, curata dal Comitato scientifico di Devotio e dal Centro Studi per l’architettura sacra ‘Cardinale Giacomo Lercaro’; ‘Casule d’artista’, con l’esposizione di dieci vesti liturgiche disegnate da altrettanti artisti nell’ambito di un’iniziativa di Atelier Sirio; e ‘Via Crucis’ di Filip Moroder Doss con scene tratte dalle meditazioni di Papa Giovanni Paolo II per la Via Crucis biblica celebrata al Colosseo nel 2002. Previsti anche due eventi in città a Bologna: la visita sul tema ‘Sguardi sull’arte e sull’architettura’ presso il Museo d’arte Lercaro e il concerto ‘Musica sacra: tra Rinascimento e Contemporaneo’ del Coro Sibi Consoni-Accademia Vocale di Genova presso la Basilica di San Petronio.
‘Devotio 2026’ ospiterà migliaia di prodotti devozionali, oggetti per il culto, arredamenti e tecnologie per la chiesa, come crocifissi, rosari, immagini sacre, statue e presepi, campane, incensi, candele, vetrate e mosaici, calici e pissidi, paramenti per la liturgia, arte sacra, impianti audio, sistemi per la raccolta di donazioni, arredi per le chiese e abbigliamento per il clero. La fiera ha ricevuto i patrocini da Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Italiana, Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana, Chiesa di Bologna, FACI-Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia, FIUDAC/S-Federazione italiana tra le Unioni Diocesane Addetti al Culto, Associazione Musei Ecclesiastici Italiani.
Il comitato scientifico è coordinato da Claudia Manenti, direttrice del Centro Studi per l’architettura sacra ‘Cardinale Giacomo Lercaro’. Partner della manifestazione sono inoltre Fondazione Culturale San Fedele e Provincia Italiana Pie Discepole del Divin Maestro. Digital partner è il Marketplace Ereligio.com, mentre media partner sono Edizioni San Paolo, Emil Edizioni (D’A) e Chiesa Oggi. Ulteriori informazioni su www.devotio.it.
Sanremo: Fabrizio Venturi annuncia i finalisti della V^ edizione del Festival della Canzone Cristiana
La musica torna a essere veicolo di valori, speranza e dialogo nella Città dei Fiori con la quinta edizione del Sanremo Cristian Music Festival – Festival della Canzone Cristiana 2026, in programma nel pomeriggio di sabato 28 febbraio 2026, in concomitanza con la serata finale del Festival della Canzone Italiana.
I due Festival, pur distinti per identità e linguaggi, convivono come poli complementari della scena musicale sanremese: da un lato la tradizione della musica leggera italiana, dall’altro una proposta artistica che declina la spiritualità in chiave contemporanea e internazionale.
Giunto alla sua quinta edizione, il Festival della Canzone Cristiana si conferma un appuntamento ormai consolidato, capace di unire creatività, innovazione musicale e dimensione spirituale, ispirandosi al suo motto: ‘Chi canta bene prega due volte’ (Sant’Agostino).
La manifestazione sarà strutturata in un’unica serata finale, alla quale prenderanno parte principalmente artisti selezionati attraverso il DDT Music Festival, preselezione ufficiale svoltasi nel novembre 2025 in provincia di Firenze. La finalissima sarà trasmessa su un’emittente televisiva nazionale, a testimonianza della crescente attenzione verso la Christian Music contemporanea.
«Questa sarà un’edizione innovativa e trasformata, con artisti di grande levatura», dichiara il direttore artistico Fabrizio Venturi. «La Christian Music deve liberarsi da un’immagine esclusivamente liturgica e sapersi rinnovare, guardando con coraggio al futuro, puntando sulla qualità artistica e autoriale».
L’edizione 2026 è dedicata agli operatori di pace e a Papa Leone XIV, figure che incarnano quotidianamente l’impegno per la difesa della vita, della dignità umana e del bene comune. Il riferimento evangelico che guida il Festival è espresso nelle parole: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9), richiamo etico e sociale oltre che spirituale.
In questo contesto, il Festival ha sottoscritto un protocollo d’intesa con l’Associazione “Vigile del Fuoco Carlo La Catena”, presieduta da Nicola Perna, rafforzando il valore civile e istituzionale dell’iniziativa e la sua vocazione a promuovere una cultura della pace, del servizio e della responsabilità condivisa.
Il Sanremo Cristian Music Festival si conferma così un vero ‘Festival nel Festival’, una staffetta ideale tra la musica del Festival della Canzone Italiana e la Christian Music, capace di trasformare la canzone in strumento di racconto, testimonianza sociale e veicolo di valori universali.
Di seguito i finalisti della quinta edizione, che si contenderanno i trofei realizzati dal Maestro orafo Michele Affidato:
Marco Celauro – Canzone: “Il tuo amore”
Federica Cardone – Canzone: “Nel tuo abbraccio tutto tace”
Figli del Padre – Canzone: “Il giusto perseguitato”
Anna Carollo – Canzone: “La guarigione”
Mauro Serra – Canzone: “Il tuo amore mi circonda”
Sanfi – Canzone: “Misero fiore”
Francesco Grazioli – Canzone: “Perdono”
Mariateresa – Canzone: “Luce universale”
Renato Belluccio – Canzone: “Infrangibile”
Ale G Queen – Canzone: “Dio meraviglioso”
Ad Arezzo nasce l’Istituto Diocesano di Musica Sacra ‘D.I.M.A. – San Donato’ polo di formazione che unisce cultura, ambito religioso e territorio
Nella città che ha dato i natali a Guido Monaco, padre della notazione musicale moderna, e a Francesco Petrarca, simbolo dell’umanesimo europeo, prende vita un progetto destinato a lasciare un segno profondo: nasce ad Arezzo l’Istituto Diocesano di Musica Sacra ‘D.I.M.A. – San Donato’. Frutto della collaborazione tra la Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro e Associazione Culturale D.I.M.A. di Arezzo, gode del patrocinio e del sostegno del Comune di Arezzo, rappresentando la prima esperienza strutturata di questo genere per la città, ponendosi come luogo stabile di formazione, diffusione e valorizzazione della musica sacra e liturgica.
“La formazione nel campo della musica sacra – ha commentato mons. Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro – appartiene alla grande formazione liturgica, alla luce anche di quando presenta ‘Sacrosanctum concilium’ del Vaticano II. Sono contento che anche in diocesi, che si è impegnata in modo significativo anche economicamente, parta un progetto per questa importante formazione al fine di favorire nella liturgia la ‘acrisia participatio’ di tutti i fedeli”.
“Salutiamo con grande favore la nascita di un ulteriore Istituto di alta formazione in città, legato alla musica – dichiara il vicesindaco di Arezzo Lucia Tanti -: ringrazio per questo i promotori, l’associazione D.I.M.A. e la Diocesi, rispetto ai quali l’Amministrazione comunale si è subito affiancata, insieme ad altri partner di rilievo come il conservatorio ‘Luigi Cherubini’ di Firenze. Siamo convinti che tramite quest’arte che vanta radici nobili e lontane possiamo definire l’orizzonte dell’Arezzo di domani: città non dello studio ma degli studi, dai testi universitari agli spartiti, dalle aule dove si parla a quelle dove si suona e canta. Non lo stiamo solo sognando, lo stiamo costruendo”.
“Con il Centro Diocesano di Musica Sacra ‘D.I.M.A. – San Donato’ – ha dichiarato Giorgio Albiani direttore di D.I..M.A., chitarrista concertista e docente – Arezzo riscopre il suo suono profondo. La musica sacra diventa ponte tra tradizione e futuro, educazione e bellezza. Vogliamo creare un luogo dove voci, strumenti e comunità risuonino in armonia con l’identità del territorio”.
“Questa iniziativa va a completare degnamente la profonda e non facile opera di rinnovo liturgico/musicale nella cattedrale aretina iniziata anni fa, con l’augurio che possa diventare luogo di formazione e di avvicinamento al bellissimo mondo del ‘far musica nella liturgia’ aperto a tutti, giovani compresi” – dice Cesare Ganganelli, Maestro di Cappella della Cattedrale di Arezzo.
L’Istituto Diocesano di Musica Sacra ‘D.I.M.A. – San Donato’ nasce con l’intento di educare e formare musicisti al servizio della liturgia e del concerto, attraverso un’offerta che integra teoria e pratica e attraversa i grandi repertori della tradizione: dal canto gregoriano alla polifonia rinascimentale, fino alle espressioni contemporanee. Si caratterizza per una duplice vocazione, spirituale e culturale, ed esprime la volontà della Diocesi di dotarsi di un centro stabile di formazione musicale e liturgica rivolto a bambini, giovani e adulti, in stretta connessione con la Cappella Musicale della Cattedrale diretta dal Maestro Cesare Ganganelli e con la Commissione Diocesana di Musica Sacra.
Obiettivo generale: Avviare una Scuola Diocesana di Musica Sacra capace di formare cori di voci bianche, cori giovanili e di adulti, oltre a gruppi strumentali, al servizio della liturgia nella Cattedrale di Arezzo e nelle parrocchie della diocesi.
Obiettivi a breve termine: Creazione dello staff didattico – Avvio dei cori di voci bianche e di adulti – Costruzione di una base stabile di allievi – Consolidamento del rapporto con le parrocchie. Obiettivi a lungo termine: Ampliamento dei repertori e degli organici – Sviluppo di un’attività concertistica strutturata – Percorsi formativi sul valore storico e spirituale della musica liturgica – Creazione di un polo stabile capace di ospitare festival, masterclass e scambi internazionali.
L’Associazione Culturale D.I.M.A., cui è affidata la direzione artistica e didattica, mette a disposizione dell’Istituto una consolidata esperienza decennale in ambito formativo e musicale, oltre a una rete di relazioni con istituzioni di rilievo nazionale e internazionale, tra cui il Conservatorio ‘L. Cherubini’ di Firenze e il Conservatorio ‘B. Maderna – Lettimi’ di Cesena e Rimini.
Oltre alla dimensione pastorale e didattica, l’Istituto si propone come un laboratorio permanente di dialogo tra Chiesa e città, in cui la musica diventa strumento di coesione sociale, crescita civile e valorizzazione del patrimonio spirituale e artistico del territorio. Sono previste collaborazioni con scuole, istituzioni culturali, realtà locali e professionisti del settore, rafforzando il ruolo di Arezzo come crocevia di esperienze formative e creative.
Il progetto poggia sulla riconosciuta esperienza dell’Associazione D.I.M.A., apprezzata per l’alto livello delle proprie attività formative, artistiche e di ricerca. Il corpo docente è composto da musicisti e insegnanti con titoli accademici, esperienza nella ricerca artistica e scientifica, nella didattica e nell’attività concertistica di alto profilo, anche in ambito internazionale.
La presenza dei docenti DIMA in scuole, licei musicali e conservatori rende l’Istituto un autentico punto di raccordo tra i diversi livelli dell’istruzione musicale, favorendo progetti di filiera e percorsi di ampio respiro.
Nel medio-lungo periodo, l’Istituto Diocesano di Musica Sacra ‘D.I.M.A. – San Donato’ ambisce a diventare un modello virtuoso di cooperazione tra fede, educazione e cultura, contribuendo a riaffermare Arezzo come città di riferimento per la musica sacra. Opererà in dialogo con reti nazionali e internazionali, promuovendo iniziative didattiche e concertistiche in collaborazione con istituzioni di formazione, ricerca artistica e scientifica e produzione culturale, aretine, italiane e internazionali, restituendo alla musica sacra il suo ruolo di linguaggio vivo, capace di parlare al presente e di costruire futuro.
Natale: regge il presepe ma è forte la concorrenza dell’Albero e di Babbo Natale
Regge il mercato dei presepi in Italia, nonostante la forte concorrenza di altri simboli natalizi, come Babbo Natale e l’albero con luci e palline. La tradizione di rappresentare la Natività è ancora molto diffusa, anche se nelle case degli italiani diminuisce la consuetudine di realizzare la grotta di Betlemme e il resto della scenografia con carta colorata, stagnola, muschio e tanti personaggi, sostituita spesso da piccoli presepi composti quasi esclusivamente dalla Sacra Famiglia.
E’ quanto segnala ‘Devotio’, la più grande fiera nel mondo e l’unica in Italia sui prodotti devozionali e i servizi per il settore religioso, che si svolgerà nei giorni dal 31 gennaio al 3 febbraio 2026 a BolognaFiere. Questa manifestazione, giunta alla quinta edizione, vedrà la partecipazione di oltre 200 espositori, provenienti dall’Italia e da altri 18 Paesi, tra cui alcuni tra i principali produttori e rivenditori di statuine per i presepi.
“Il simbolo del Natale resta assolutamente il presepe, anche se il mondo della pubblicità da anni spinge soprattutto la figura di Babbo Natale, gli alberi natalizi pieni di addobbi colorati e tanti dolci e regali”, sottolinea Valentina Zattini, amministratore delegato di Conference Service, la società che organizza la fiera. “Nelle chiese vengono ancora realizzati grandi presepi con personaggi, luci e meccanismi. La Natività trova spesso spazio anche nelle piazze di molti comuni, ma l’albero rimane comunque più appariscente. Nelle case degli italiani, la tradizione è ancora forte, nonostante si sia un po’ persa la consuetudine di realizzare insieme (nonni, genitori e bambini) la rappresentazione del Natale, optando spesso per un piccolo presepe simbolico solo con le statuine di San Giuseppe, della Vergine Maria e di Gesù Bambino”.
La produzione di presepi artigianali in Italia è concentrata soprattutto in alcuni distretti: la Toscana e Lucca per la realizzazione delle statuine classiche tradizionali; la Val Gardena per i presepi in legno, anche di grandi dimensioni; Napoli e i suoi famosi artigiani di via San Gregorio Armeno per il presepe tradizionale napoletano; Lecce e anche la Sicilia per i personaggi in cartapesta. Oltre a questi distretti, nel nostro Paese vi sono nuove produzioni in ceramica, plastica, carta e metallo. I presepi made in Italy sono molto apprezzati in tutto il mondo per tradizione, design e qualità. Non manca però la concorrenza dall’estero, in particolare da aziende di Cina e Sud America.
‘Devotio 2026’ ospiterà migliaia di prodotti devozionali, oggetti per il culto, arredamenti e tecnologie per la chiesa, come crocifissi, rosari, immagini sacre, statue e presepi, campane, incensi, candele, vetrate e mosaici, calici e pissidi, paramenti per la liturgia, arte sacra, impianti audio, sistemi per la raccolta di donazioni, arredi per le chiese e abbigliamento per il clero.
Nel corso della fiera, si svolgerà anche un articolato programma culturale sul tema ‘Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale’, curato dal Comitato scientifico della manifestazione in collaborazione con la Fondazione Centro Studi per l’architettura sacra ‘Cardinale Giacomo Lercaro’. Previsto un ricco calendario di iniziative, con tavole rotonde, convegni, workshop degli espositori, mostre e anche eventi in città, che affronteranno temi come l’arte sacra, l’architettura, la liturgia, il restauro e la musica liturgica.
‘Devotio 2026’ ha ricevuto i patrocini da Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Italiana, Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana, Chiesa di Bologna, FACI-Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia, FIUDAC/S-Federazione italiana tra le Unioni Diocesane Addetti al Culto, Associazione Musei Ecclesiastici Italiani.
Il comitato scientifico è coordinato da Claudia Manenti, direttrice del Centro Studi per l’architettura sacra ‘Cardinale Giacomo Lercaro’. Partner della manifestazione sono inoltre Fondazione Culturale San Fedele e Provincia Italiana Pie Discepole del Divin Maestro. Digital partner è il Marketplace Ereligio.com, mentre media partner sono Edizioni San Paolo, Emil Edizioni (D’A) e Chiesa Oggi. Ulteriori informazioni su www.devotio.it.
“Chiedilo al Don”: risposte di un sacerdote alle domande che avresti sempre voluto fare…
Il libro appena uscito per l’Editrice Punto Famiglia “Chiedilo al Don! Le risposte di un sacerdote alle domande che avresti sempre voluto fare” [Angri (SA) 2025, pp. 116, € 13], raccoglie 20 risposte su temi di fede, vita quotidiana, famiglia, liturgia e morale, offerte da «un sacerdote vero -annota Anna Porchetti, scrittrice e blogger, nella Prefazione -, in carne, ossa e intelligenza naturale, in un mondo sempre più controllato da quella artificiale» (p. 6).
Stiamo parlando di Enzo Vitale, sacerdote e religioso dei Servi del Cuore Immacolato di Maria, segretario della Società Internazionale Tommaso d’Aquino (SITA) e dottorando in Teologia Morale presso la Pontificia Università della Santa Croce (PUSC). Ospite frequente della trasmissione Cristianità (RAI Italia) e giornalista pubblicista, padre Enzo è già autore di due interessanti libri: L’assistente sessuale per le persone disabili. Analisi dei profili bioetici (Armando Editore, Roma 2021, pp. 128) e “Dammi dei figli se no io muoio” (Gn. 30,1). Dal desiderio di maternità alla maternità surrogata [Tau Editrice, Todi (Perugia) 2022, pp. 134].
Le risposte contenute in questo nuovo lavoro, di taglio divulgativo ma scientificamente e dottrinalmente approfondito, sono suddivise in cinque aree tematiche: 1) Formazione cristiana; 2) Vita spirituale; 3) Matrimonio & morale; 4) Preghiera & vita sacramentale e 5) Curiosità ecclesiali. Domande come, per fare solo alcuni esempi, Le religioni sono tutte uguali?, Che senso ha il digiuno eucaristico?, Che cos’è la devozione al Sacro Cuore?, Se si aspetta un bambino, bisogna sposarsi?, È peccato tradire la fidanzata?, Come si vive la castità nel matrimonio? e Come scegliere padrini e madrine?
Tutte sono il frutto della rubrica settimanale “Chiedi al sacerdote”, curata per il blog https://annaporchetti.it/ che, dall’inizio di quest’anno, è diventata un cult per i naviganti, credenti o meno, della Rete e dei Social Network. I testi sono adatti a lettori di ogni estrazione e, pur non rendendo naturalmente teologi o moralisti esperti, chiariscono però dubbi e/o soddisfano curiosità.
Come scrive lo stesso p. Vitale nell’Introduzione, questo suo ultimo libro «non è, senz’altro, un trattato accademico e neanche un manuale catechetico di consultazione stricto sensu. È pur vero che in passato – e chi ha qualche anno in più dovrebbe ricordarlo – il catechismo si faceva con domande e risposte: si era costretti a mandar tutto a memoria per esser certi di avere la risposta pronta per ogni occasione. La dialettica che, invece, contraddistingue il nostro mondo e che ha in animo di stimolare il ragionamento, complice un appiattimento diffuso nella ricerca del vero, ha annacquato tutto abbassando la qualità delle risposte dalle sublimi altezze della ragione al livello del desiderio personale che si dimostra molte volte disordinato: il rischio, alla fine, che sotto gli occhi di tutti si è avverato, non è tanto quello di avere la verità quanto di imporre il proprio egoistico punto di vista.
Qui le risposte non permettono di certo la memorizzazione, ma come uno strumento a metà strada tra un catechismo e una chiacchierata, si è cercato, man mano, di metter nero su bianco, quello che si direbbe a chi, davanti ad un caffè, porrebbe qualche domanda» (p. 11). Il desiderio di voler essere utile ha spinto l’Autore ad aggiungere un minimo di bibliografia per ciascuna delle domande che, seppur originate da un blog, di fatto sono state integralmente riviste. Pertanto, in tale veste, le singole risposte permettono di approfondire quanto basta i temi trattati per una prima conoscenza di ordine generale dei vari argomenti che, senz’altro, catturano l’attenzione di molti.
Papa Leone XIV invita a costruire l’unità
Prima di partire per l’ultima tappa del Libano, papa Leone XIV e il patriarca Bartolomeo hanno benedetto la folla che si è radunata, dopo la Divina Liturgia, nella piazzetta fuori dalla chiesa patriarcale di San Giorgio; poi si sono presi per mano, scambiati un bacio fraterno e fatto ingresso, uno accanto all’altro, nella sede del Patriarcato, quale ultimo atto pubblico del viaggio in Türkiye, con un discorso al termine della Divina Liturgia:
“Il nostro pellegrinaggio nei luoghi dove si tenne il primo Concilio ecumenico nella storia della Chiesa, si conclude con questa solenne Divina Liturgia, nella quale abbiamo commemorato l’apostolo Andrea che, secondo l’antica tradizione, portò il Vangelo in questa città. La sua fede è la nostra: la stessa definita dai Concili ecumenici e professata oggi dalla Chiesa”.
Inoltre il papa ha sottolineato l’unità plasmata dal Credo niceno, nonostante i conflitti avvenuti nei secoli: “Con i Capi delle Chiese e i Rappresentanti delle Comunità Cristiane Mondiali, durante la preghiera ecumenica lo abbiamo ricordato: la fede professata nel Credo Niceno-Costantinopolitano ci unisce in una comunione reale e ci permette di riconoscerci come fratelli e sorelle.
Ci sono stati molti malintesi e persino conflitti tra cristiani di Chiese diverse in passato, e ci sono ancora ostacoli che ci impediscono di essere in piena comunione, ma non dobbiamo tornare indietro nell’impegno per l’unità e non possiamo smettere di considerarci fratelli e sorelle in Cristo e di amarci come tali”.
Un saluto che rimanda all’incontro tra papa san Paolo VI ed il patriarca Atenagora: “Ispirati da questa consapevolezza, sessant’anni fa Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora dichiararono solennemente che le decisioni infelici e i tristi eventi che portarono alle reciproche scomuniche del 1054 dovevano essere cancellati dalla memoria della Chiesa.
Questo gesto storico dei nostri venerati Predecessori aprì un cammino di riconciliazione, di pace e di crescente comunione tra cattolici e ortodossi, che è cresciuto anche grazie ai contatti frequenti, agli incontri fraterni e a un fecondo dialogo teologico. Alla luce di questo cammino già intrapreso, molti sono stati i passi compiuti anche a livello ecclesiologico e canonico e, oggi, siamo interpellati a impegnarci maggiormente verso il ripristino della piena comunione”.
Ed ha enucleato tre ‘sfide’ a cui i cristiani sono chiamati a rispondere: “Innanzitutto, in questo tempo di sanguinosi conflitti e violenze in luoghi vicini e lontani, i cattolici e gli ortodossi sono chiamati ad essere costruttori di pace. Si tratta certamente di agire e di porre delle scelte e dei segni che edificano la pace, ma senza dimenticare che essa non è solo il frutto di un impegno umano, bensì è dono di Dio. Perciò, la pace si chiede con la preghiera, con la penitenza, con la contemplazione, con quella relazione viva col Signore che ci aiuta a discernere parole, gesti e azioni da intraprendere, perché siano veramente a servizio della pace”.
Una seconda sfida riguarda il creato: “Un’altra sfida che le nostre Chiese devono affrontare è la minacciosa crisi ecologica che, come Sua Santità ha spesso ricordato, richiede un’autentica conversione spirituale per cambiare direzione e salvaguardare il creato. Cattolici e ortodossi siamo chiamati a collaborare per promuovere una nuova mentalità in cui tutti si sentano custodi del creato che Dio ci ha affidato”.
L’altra ‘sfida’ è quella tecnologica: “Una terza sfida che vorrei menzionare è l’uso delle nuove tecnologie, specialmente nel campo della comunicazione. Consapevoli degli enormi vantaggi che esse possono offrire all’umanità, cattolici e ortodossi devono operare insieme per promuoverne un uso responsabile al servizio dello sviluppo integrale delle persone, e un’accessibilità universale, perché tali benefici non siano solo riservati a un piccolo numero di persone e a interessi di pochi privilegiati”.
In mattinata il papa aveva visitato la Chiesa Apostolica Armena, dove sono sepolti i patriarchi Shenork I e Mesrob II: “Questa visita mi offre l’opportunità di ringraziare Dio per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso dei secoli, spesso in circostanze tragiche. Desidero inoltre esprimere viva gratitudine al Signore per i legami fraterni sempre più stretti che uniscono la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica.
Poco dopo il Concilio Vaticano II, nel maggio 1967, Sua Santità il Catholicos Khoren I è stato il primo Primate di una Chiesa Ortodossa Orientale a visitare il Vescovo di Roma e a scambiare con lui il bacio della pace. Ricordo anche che nel maggio 1970 Sua Santità il Catholicos Vasken I firmò con Papa Paolo VI la prima dichiarazione congiunta tra un Papa e un Patriarca Ortodosso Orientale, invitando i loro fedeli a riscoprirsi fratelli e sorelle in Cristo in vista dell’unità. Da allora, per grazia di Dio, il “dialogo della carità” tra le nostre Chiese è fiorito”.
Per questo ha ricordato l’anniversario niceno: “E’ da questa fede apostolica comune che dobbiamo attingere per recuperare l’unità che esisteva nei primi secoli tra la Chiesa di Roma e le antiche Chiese Orientali. Dobbiamo anche trarre ispirazione dall’esperienza della Chiesa nascente per ripristinare la piena comunione, una comunione che non implica assorbimento o dominio, ma piuttosto uno scambio dei doni che le nostre Chiese hanno ricevuto dallo Spirito Santo per la gloria di Dio Padre e l’edificazione del corpo di Cristo”.
Ricordato l’enciclica ‘Ut unum sint’ di papa san Giovanni Paolo II, il papa ha chiesto di seguire l’esempio dei santi armeni per il cammino verso l’unità: ‘In questo cammino verso l’unità, siamo preceduti e circondati da «una grande schiera di testimoni’. Tra i santi della tradizione armena, vorrei ricordare il grande Catholicos e poeta del XII secolo Nerses IV Shnorhali, di cui abbiamo recentemente commemorato l’850° anniversario della morte, il quale ha lavorato instancabilmente per riconciliare le Chiese, al fine di realizzare la preghiera di Cristo ‘che tutti siano una cosa sola’. Possa l’esempio di san Nerses ispirarci e la sua preghiera sostenerci nel cammino verso la piena comunione!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV alle corali: il canto esprime la lode a Dio
“Ho appreso con immensa tristezza le notizie dei rapimenti di sacerdoti, fedeli e studenti nella Nigeria e nel Camerun. Sento forte il dolore soprattutto per i tanti ragazzi e ragazze sequestrati e per le loro famiglie angosciate. Rivolgo un accorato appello affinché vengano subito liberati gli ostaggi ed esorto le Autorità competenti a prendere decisioni adeguate e tempestive per assicurarne il rilascio. Preghiamo per questi nostri fratelli e sorelle, e perché sempre e ovunque le chiese e le scuole restino luoghi di sicurezza e di speranza”: a conclusione dell’Angelus nella solennità di Cristo Re dell’universo, che ha concluso l’anno liturgico, papa Leone XIV ha rivolto un appello affinché siano liberati studenti e sacerdoti sequestrati nei giorni scorsi in Camerun ed in Nigeria. Mentre prima della recita dell’Angelus, il papa ha salutato anche i ‘fedeli provenienti da alcune diocesi dell’Ucraina’, raccomandando loro di ‘portare in patria l’abbraccio e la preghiera di questa piazza’.
Mentre nell’omelia della messa per la Solennità di Cristo Re, in occasione del Giubileo dei Cori e delle Corali e della ricorrenza diocesana della XL Giornata Mondiale della Gioventù, papa Leone XIV, riprendendo la Costituzione conciliare ‘Sacrosanctum Concilium’, il papa ha ricordato il ‘compito’ delle corali durante le celebrazioni eucaristiche: “Il vostro compito è quello di coinvolgerli nella lode a Dio e di renderli maggiormente partecipi dell’azione liturgica attraverso il canto. Oggi esprimete appieno il vostro ‘iubilum’, la vostra esultanza, che nasce dal cuore inondato dalla gioia della grazia”.
Nelle civiltà il canto è stato sempre molto importante: “Le grandi civiltà ci hanno fatto dono della musica affinché possiamo dire ciò che portiamo nel profondo del nostro cuore e che non sempre le parole possono esprimere. Tutto l’insieme dei sentimenti e delle emozioni che nascono nel nostro intimo da un rapporto vivo con la realtà possono trovare voce nella musica. Il canto, in modo particolare, rappresenta un’espressione naturale e completa dell’essere umano: la mente, i sentimenti, il corpo e l’anima qui si uniscono insieme per comunicare le cose grandi della vita”.
E sant’Agostino ha scritto che il ‘canto è proprio di chi ama’, perché: “colui che canta esprime l’amore, ma anche il dolore, la tenerezza e il desiderio che albergano nel suo cuore e, nello stesso tempo, ama colui a cui rivolge il suo canto”.
Quindi il canto e la musica liturgica sono ‘strumenti’ indispensabili per la lode a Dio; “Per il Popolo di Dio il canto esprime l’invocazione e la lode, è il ‘cantico nuovo’ che Cristo Risorto innalza al Padre, rendendone partecipi tutti i battezzati, come un unico corpo animato dalla Vita nuova dello Spirito. In Cristo diveniamo cantori della grazia, figli della Chiesa che trovano nel Risorto la causa della loro lode. La musica liturgica diviene così uno strumento preziosissimo mediante il quale svolgiamo il servizio di lode a Dio ed esprimiamo la gioia della Vita nuova in Cristo”.
Per questo sant’Agostino esorta a camminare con il canto: “Far parte di un coro significa, quindi, avanzare insieme prendendo per mano i fratelli, aiutandoli a camminare con noi e cantando con loro la lode di Dio, consolandoli nelle sofferenze, esortandoli quando sembrano cedere alla stanchezza, dando loro entusiasmo quando la fatica sembra prevalere. Cantare ci ricorda che siamo Chiesa in cammino, autentica realtà sinodale, capace di condividere con tutti la vocazione alla lode e alla gioia, in un pellegrinaggio d’amore e di speranza”.
E, rivolgendosi alle corali, il papa ha sottolineato il loro indispensabile servizio: “Il vostro è un vero ministero che esige preparazione, fedeltà, reciproca intesa e, soprattutto, una vita spirituale profonda, che, se voi cantando pregate, aiutate tutti a pregare. E’ un ministero che richiede disciplina e spirito di servizio, soprattutto quando bisogna preparare una liturgia solenne o qualche evento importante per le vostre comunità. Il coro è una piccola famiglia di persone diverse unite dall’amore per la musica e dal servizio offerto”.
Per questo ha ricordato che le corali hanno il ‘compito’ di accompagnare i fedeli con il canto: “Ricordate, però, che la comunità è la vostra grande famiglia: non le state davanti, ma ne siete parte, impegnati a rendetela più unita ispirandola e coinvolgendola. Come in tutte le famiglie, possono sorgere tensioni o piccole incomprensioni, cose normali quando si lavora insieme e si fatica per raggiungere un risultato.
Possiamo dire che il coro è un po’ un simbolo della Chiesa che, protesa verso la sua meta, cammina nella storia lodando Dio. Anche se a volte questo cammino è irto di difficoltà e di prove, e ai momenti gioiosi se ne alternano altri più faticosi, il canto rende più leggero il viaggio e reca sollievo e consolazione”.
Infine ecco l’impegno per le corali: “Impegnatevi, dunque, nel trasformare sempre più i vostri cori in un prodigio di armonia e di bellezza, siate sempre più immagine luminosa della Chiesa che loda il suo Signore. Studiate attentamente il Magistero, che indica nei documenti conciliari le norme per svolgere al meglio il vostro servizio. Soprattutto, siate capaci di rendere sempre partecipe il popolo di Dio, senza cedere alla tentazione dell’esibizione che esclude la partecipazione attiva al canto di tutta l’assemblea liturgica.
Siate, in questo, segno eloquente della preghiera della Chiesa, che attraverso la bellezza della musica esprime il suo amore a Dio. Vigilate affinché la vostra vita spirituale sia sempre all’altezza del servizio che svolgete, così che esso possa esprimere autenticamente la grazia della Liturgia”.
(Foto: Santa Sede)




























