Si inasprisce la crisi nel Corno d’Africa

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Dopo aver analizzato fotografie, video e immagini dal satellite e aver parlato con testimoni oculari, Amnesty International è in grado di confermare che la notte tra il 9 e il 10 novembre c’è stato uno spaventoso massacro di civili nella città di Mai-Kadra, nello stato del Tigrè.

Numerose decine, ma probabilmente centinaia di civili, soprattutto lavoratori giornalieri, sono stati pugnalati o accoltellati a morte nel contesto dell’offensiva militare avviata il 4 novembre dal governo di Addis Abeba contro il Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Tplf).

L’agenzia di stampa del governo dello stato di Amhara ha parlato di circa 500 morti. Una fonte locale che sta collaborando con Amnesty International per accertare l’identità delle vittime ha dichiarato che la maggior parte aveva documenti d’identità ahmara.

Amnesty International non è ancora in grado di confermare chi siano gli autori del massacro ma ha parlato con testimoni oculari che hanno chiamato in causa forze leali al Tplf, tra cui la Polizia speciale del Tigrè, che si sarebbero accanite sulla popolazione di Mai-Kadra dopo essere state sconfitte dalle forze armate federali.

P. Mussie Zerai, sacerdote dell’eparchia di Asmara, ha descritto nel blogspot Agenzia Habeshia la situazione: “La situazione di profughi Eritrei nel paese negli ultimi 12 mesi è diventata sempre più precaria in termini di protezione e di accoglienza.

La scelta del governo federale di non accogliere nei campi profughi donne bambini e uomini che non provengano dal rango militare in fuga dal regime eritreo, in virtù dell’accordo di pace, quindi non ritenendoli più bisognosi di protezione di fatto negando a loro il diritto di chiedere asilo politico violando la convenzione di Ginevra del 1951…

Nella regione del Tigray vagano migliaia di Eritrei spesso ridotti alla fame, esposti ad ogni forma di sfruttamento e abusi. Le persone più vulnerabili sono donne e minori, soprattutto minori non accompagnati molti abbandonati a sé stessi, con il rischio di finire vittime di predatori sessuali, riduzione a schiavitù lavorativo”.

Dalla stessa Agenzia arriva un panorama della situazione di questa regione del nord Etiopia al confine con l’Eritrea e il Sudan: “Il premier etiope Abiy Ahmed si rifiuta di chiamarla guerra. Insiste che le operazioni militari in corso sarebbero solo un intervento per domare una ribellione interna: per quanto dolorosa, una emergenza interamente nazionale, provocata dal governo regionale del Tigrai, che si sarebbe posto fuori dalle leggi federali e dalla Costituzione stessa.

Il presidente tigrino, Debretsion Gebremichael, di contro, accusa Addis Abeba di soffocare le libertà e le autonomie regionali, nel contesto di una politica di forte accentramento. Senza entrare nel merito del contrasto, è innegabile che si tratta di una dolorosa guerra civile”.

Da qui l’appello a deporre le armi a favore del dialogo: “Alle maggiori istituzioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana, e dall’Unione Europea, ai singoli Stati africani e occidentali, alle maggiori potenze mondiali di intervenire al più presto e con tutta la capacità di mediazione e persuasione di cui dispongono perché si arrivi subito a un cessate il fuoco come premessa per l’apertura di un dialogo che porti a soluzioni accettate da entrambe le parti in causa.

Riteniamo che la guida di questo sforzo comune debba essere la convinzione che ‘in guerra nessuno vince mai’. In guerra perdono tutti. In particolare, perdono per prime le persone più deboli e fragili: la popolazione inerme, i bambini, gli anziani, i poveri.

E’ una constatazione che vivono ogni giorno proprio molti paesi del Corno d’Africa, dove negli ultimi anni sono affluiti milioni di profughi e rifugiati in fuga da guerre, dittature, terrorismo, persecuzioni, carestia. In una parola, in fuga da situazioni di crisi estrema. Tutto serve, meno che alimentare un’altra di queste crisi”.

Anche i vescovi etiopi hanno chiesto che vengano trovate soluzioni per la pace: “Esortiamo le parti a risolvere le loro divergenze amichevolmente, in uno spirito di rispetto, comprensione e fiducia…

Nonostante gli sforzi dei leader religiosi, degli anziani e di altre parti interessate per disinnescare il conflitto in corso tra la Repubblica federale democratica dell’Etiopia e lo stato regionale del Tigrai, si è avuta un’escalation delle tensioni… Se i fratelli si uccidono, l’Etiopia non guadagnerà nulla. Invece ciò porterà il Paese al fallimento e non gioverà a nessuno”.

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