Torino: la carità non ha confini

“Proprio il forte tessuto della solidarietà va annoverato tra le riscoperte positive nella stagione del contagio. Penso all’impegno e al sacrificio di quanti (medici, infermieri, personale delle forze dell’ordine, dei trasporti e della logistica) in questi mesi hanno raddoppiato il proprio lavoro per rimanere a servizio di tutti. Così come abbiamo visto tutta la ‘forza’ del volontariato solidale. In questo tempo del coronavirus la disponibilità offerta da tante persone in tutti gli ambiti dell’esistenza è esplosa in forme impensabili e diffuse in ogni parte del territorio… Questa solidarietà è una delle risorse emerse che non va perduta anche un domani, sia nella coscienza di ognuno di noi e sia nella impostazione globale della vita sociale”.

Così l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, nella lettera alla città ha descritto la situazione vissuta nei mesi di lockdown, una situazione di solidarietà. Infatti durante i mesi di marzo, aprile e maggio i servizi di carità afferenti alla rete ecclesiale della Città non sono stati messi in lock down. Tutti hanno modificato le loro consuete metodologie di azione per garantire la massima protezione agli ospiti, ai volontari e alle comunità. Solo un 15% di parrocchie ha dovuto sospendere temporaneamente il servizio soprattutto a causa della età ‘a rischio’ della maggioranza dei volontari, riprendendola quasi tutti già dopo la metà di maggio.

In tutti i servizi di distribuzione del cibo sono aumentate le richieste anche da parte di persone che usualmente non facevano riferimento ai servizi caritativi diocesani. Gli incrementi vanno dal 40 al 110%, a macchia di leopardo su tutto il territorio cittadino. Grazie alle donazioni di generi alimentari e all’intensa collaborazione con il Banco Alimentare e altre associazioni similari, ogni settimana Caritas Diocesana e Pastorale dei Migranti hanno potuto distribuire oltre 300 borse viveri a richiedenti asilo non inseriti nel circuito ordinario delle parrocchie (specie quelli ospitati nelle strutture della Chiesa Cattolica) e aumentare di almeno un terzo la disponibilità di cibo alle parrocchie maggiormente richieste di aiuti.

Le mense, trasformate in servizio di cibo cucinato da asporto, hanno registrato incrementi anche dell’80%. Tramite questi luoghi abbiamo assistito all’emersione di situazioni di vulnerabilità che erano coperte soprattutto dalle varie forme di lavoro nero, i piccolissimi imprenditori a partita IVA (parrucchieri, ambulanti, artigiani, piccole ristorazioni e accoglienza) o i lavoratori endemicamente precari (come colf e badanti, ma anche lavoratori dello spettacolo viaggiante o stanziale).

La rete ecclesiale dei dormitori ordinari ha continuato il servizio regolarmente. Quella attivata per il periodo invernale, ha proseguito a pieno regime ospitando 130 persone in sette sedi dislocate nella Città. Per proteggere le persone l’accoglienza notturna è stata ampliata fino a raggiungere le 24 ore giornaliere e prolungata dalla scadenza naturale (fine aprile) al 30 giugno prossimo.

Da luglio parte degli ospiti saranno assorbiti dai servizi ordinari del Sermig, altri verranno ripresi totalmente in carico dalla città in virtù della propria responsabilità, e il gruppo di donne ospitato nel dormitorio femminile verrà trasferito nei locali di via Arcivescovado 12C per trascorrervi il periodo estivo. Grande sforzo organizzativo ed economico è stato necessario per garantire l’immunità degli ospiti, la sanificazione quotidiana dei locali, l’assicurazione di tutti i pasti della giornata.

I co-housing della rete ecclesiale e gli alloggi temporanei per sottoposti a sfratto (compresa la comunità per senza dimora AgriSister) hanno continuato ad ospitare le famiglie in attesa di casa popolare, di fatto mantenendo quei nuclei già presenti all’inizio del lockdown, visto che gli sfratti sono stati bloccati.

Gli operatori hanno continuato a seguire le persone, attivato consegne di alimenti, ausili di protezione sanitaria. Sono state avviate attività per i più piccoli, affiancando i genitori con alcuni servizi di didattica. Avviato anche un podcast sul vissuto della quarantena. Sospeso per mancanza di richiesta il servizio di accoglienza ‘padri separati’, i due alloggi sono stati messi a disposizione del personale medico e paramedico in trasferta o impossibilitato al rientro al domicilio.

I 50 centri di ascolto della Città si sono immediatamente ripensati passando a forme di ascolto a distanza grazie al telefono e ai social media. Attivata anche una casella di posta elettronica a livello diocesano. In tal modo il servizio non ha mai subito interruzione. Il solo centro di ascolto ‘Le Due Tuniche’, quello diocesano, dal 9 marzo ad oggi ha aiutato in totale 4000 persone italiane e residenti in Città: negli anni normali, nello stesso periodo erano meno della metà.

Forte l’aumento disperato di richiesta di cibo, cosa che non succedeva da anni. Richieste per utenze, affitti, latte e materiale per neonati, ma anche richieste di donne che hanno partorito durante l’emergenza e che dovevano recarsi in ospedale da sole: il momento più bello, la nascita di un figlio, a volte è stato vissuto con paura e terrore.

Molte le richieste di ascolto e di aiuto da anziani, spesso soli, alcuni con figli in altre città. Nell’attuale fase 2 sono anche aumentate le richieste legate al pagamento di utenze di energia elettrica per evitare distacchi e affitti di case popolari scaduti o in scadenza.

La Caritas Diocesana, insieme ad alcune altre realtà ecclesiali, ha condotto una esperienza di uscita sul territorio. L’epidemia ha modificato la nostra quotidianità, il modo di ‘abitare’, la percezione di sicurezza e dello stare insieme. Luoghi, contesti e condomini che già erano caratterizzati da situazioni di disagio sono stati ancora più colpiti: isolamento, solitudine, senso di abbandono, insicurezza e difficoltà di accesso a beni alimentari di prima necessità sono solo alcuni degli elementi.

Anche la popolazione straniera nel periodo di chiusura per il covid-19 ha sofferto molto. Sono stati interrotti tirocini lavorativi e borse lavoro, quindi percorsi avviati di inserimento lavorativo. Assistenti familiari e colf si sono ritrovate spesso a casa senza ammortizzatori sociali e chi lavorava in nero è rimasto senza alcun tipo di entrata economica.

Con la chiusura delle scuole i bambini sono stati costretti a vivere in casa, anche quando le condizioni abitative non erano adeguate. L’istruzione a distanza poi ha creato diverse disparità tra gli studenti italiani e gli studenti stranieri e non sempre le istituzioni scolastiche sono state capaci di raggiungere i loro alunni.

Inoltre l’arcidiocesi torinese ha istituito il fondo ‘Sorriso (la solidarietà che riavvicina e sostiene)’, attraverso l’Ufficio Pastorale Sociale e del Lavoro e il lavoro operativo della Fondazione don Mario Operti. Il Fondo è indirizzato al sostegno economico delle persone e famiglie a rischio di impoverimento per la situazione venutasi a creare post pandemia, e in modo particolare alle categorie più esposte alle difficoltà occupazionali che si sono manifestate e si verranno a manifestare (ad es. famiglie numerose, lavoratori o micro imprese impoveriti dalla sospensione produttiva, che hanno perso l’occupazione o fanno fatica a riprenderla, giovani e adulti sospesi o espulsi dal lavoro da riorientare nei nuovi scenari post emergenza, ecc.), individuate con la partecipazione delle Comunità locali.

Attualmente sono state raccolte risorse per circa € 600.000 (più altre 100.000 già prenotate) e grazie all’effetto leva2, applicato da Unicredit, la capacità di prestito verso i beneficiari è di € 1.200.000. Le principali caratteristiche del prestito sociale sono di garantire l’accesso al credito ai soggetti non bancabili; di poter restituire esclusivamente il capitale prestato (il tasso d’interesse sarà ripagato dalla stessa Fondazione); di poter restituire dopo un periodo di respiro (ovvero dal 7° mese successivo all’erogazione del prestito); di restituire la cifra ottenuta in 60 mesi.

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