Papa Francesco agli Ambasciatori ha spiegato le priorità della Chiesa

“Quando noi parliamo di pace, subito pensiamo alle guerre, che nel mondo non ci siano le guerre, che ci sia la pace sicura, è l’immagine che ci viene sempre, pace e non guerre, ma sempre fuori: in quel Paese, in quella situazione. Anche in questi giorni che ci sono stati tanti fuochi di guerra accesi, la mente va subito lì quando parliamo di pace: dobbiamo pregare per la pace del mondo, dobbiamo sempre avere davanti questo dono di Dio che è la pace e chiederlo per tutti”: lo ha detto stamattina papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta, quasi a preludio dell’incontro successivo con i diplomatici accreditati presso la Santa Sede.

Nel 2019 la Santa Sede ha allargato il numero degli osservatori permanenti nelle organizzazioni internazionali governative, nominandone uno presso l’Organizzazione degli Stati americani (Oas) di Washington, dopo quelli già presenti nelle sedi Onu di New York e Ginevra, e all’Osce a Vienna. Nell’anno passato poi la Santa Sede ha aderito anche all’Organizzazione del mercato comune per l’Africa Est e per l’Africa australe con sede a Lusaka in Zambia.

Nel campo delle relazioni bilaterali la Santa Sede intrattiene ormai pieni rapporti diplomatici con quasi tutti gli Stati: nel 1900 questi Paesi erano appena una ventina, nel 1978 ammontavano già a 84 e nel 2005 erano 174. Con Benedetto XVI sono arrivati a 180 e con papa Francesco sono diventati 183. Gli ultimi Stati ad allacciare pieni rapporti con il Vaticano sono stati il neonato Sud Sudan (2013), la Mauritania (2016) e Myanmar (2017).

Nel 2016 poi le ‘relazioni speciali’ intrattenute con lo Stato di Palestina – definito così ufficialmente dalla Santa Sede successivamente alla risoluzione Onu 67/19 del novembre 2012 che gli ha concesso lo status di osservatore permanente – sono diventati rapporti diplomatici a pieno titolo dopo l’entrata in vigore dell’Accordo globale firmato nel giugno 2015. La Santa Sede ha poi legami diplomatici con l’Unione Europea e l’Ordine di Malta.

Nel discorso ai diplomatici pace e sviluppo umano integrale sono le priorità da perseguire, chiedendo speranza per il nuovo anno apertosi sotto la tensione USA-Iran: “Certo, sperare esige realismo. Esige la consapevolezza delle numerose questioni che affliggono la nostra epoca e delle sfide all’orizzonte. Esige che si chiamino i problemi per nome e che si abbia il coraggio di affrontarli.

Esige di non dimenticare che la comunità umana porta i segni e le ferite delle guerre succedutesi nel tempo, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli. Purtroppo, il nuovo anno non sembra essere costellato da segni incoraggianti, quanto piuttosto da un inasprirsi di tensioni e violenze”.

Quindi ha sottolineato l’importanza ‘diplomatica’ dei viaggi apostolici: “Anche i Viaggi Apostolici, oltre che essere una via privilegiata attraverso la quale il Successore dell’Apostolo Pietro conferma i fratelli nella fede, sono un’occasione per favorire il dialogo a livello politico e religioso. Nel 2019 ho avuto l’opportunità di visitare diverse realtà significative”.

Ed ha ripercorso i viaggi effettuati per cogliere l’opportunità ‘per uno sguardo più ampio su alcune questioni problematiche del nostro tempo’.

Inoltre ha sottolineato che molti adulti, anche nella Chiesa, commettono molti reati od abusi contro i giovani, chiedendo unione per un nuovo patto educativo: “Per questa ragione intendo promuovere, il 14 maggio prossimo, un evento mondiale che avrà per tema: Ricostruire il patto educativo globale…

Ogni cambiamento, come quello epocale che stiamo attraversando, richiede un cammino educativo, la costituzione di un villaggio dell’educazione che generi una rete di relazioni umane e aperte. Tale villaggio deve mettere al centro la persona, favorire la creatività e la responsabilità per una progettualità di lunga durata e formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità”.

Quindi ha sottolineato la necessità di un ‘patto intergenerazionale’: “Occorre dunque un concetto di educazione che abbracci l’ampia gamma di esperienze di vita e di processi di apprendimento e che consenta ai giovani, individualmente e collettivamente, di sviluppare le loro personalità.

L’educazione non si esaurisce nelle aule delle scuole o delle Università, ma è assicurata principalmente rispettando e rafforzando il diritto primario della famiglia a educare, e il diritto delle Chiese e delle aggregazioni sociali a sostenere le famiglie e collaborare con esse nell’educazione dei figli”.

Tale patto esige da parte degli adulti la limitazione a ‘proteggere i diritti acquisiti’: “Educare esige di entrare in un dialogo leale con i giovani. Sono anzitutto loro a richiamarci all’urgenza di quella solidarietà intergenerazionale, che purtroppo è venuta a mancare negli ultimi anni.

C’è, infatti, una tendenza, in molte parti del mondo, a chiudersi in se stessi, a proteggere i diritti e i privilegi acquisiti, a concepire il mondo dentro un orizzonte limitato che tratta con indifferenza gli anziani e soprattutto non offre più spazio alla vita nascente. L’invecchiamento generale di parte della popolazione mondiale, specialmente nell’Occidente, ne è una triste ed emblematica rappresentazione”.

Analizzando la situazione del mondo il papa ha chiesto una nuova visione del mondo, come è stato affermato nel sinodo amazzonico: “Il Sinodo è stato un evento essenzialmente ecclesiale, mosso dalla volontà di mettersi in ascolto delle speranze e delle sfide della Chiesa in Amazzonia e di aprire nuove strade all’annuncio del Vangelo al Popolo di Dio, specialmente alle popolazioni indigene…

Oltre alla situazione nella regione amazzonica, desta preoccupazione il moltiplicarsi di crisi politiche in un crescente numero di Paesi del continente americano, con tensioni e insolite forme di violenza che acuiscono i conflitti sociali e generano gravi conseguenze socio-economiche e umanitarie.

Le polarizzazioni sempre più forti non aiutano a risolvere i veri e urgenti problemi dei cittadini, soprattutto dei più poveri e vulnerabili, né tantomeno può farlo la violenza, che per nessun motivo può essere adottata come strumento per affrontare le questioni politiche e sociali. In questa sede desidero ricordare specialmente il Venezuela, affinché non venga meno l’impegno a cercare soluzioni”.

Per il papa i conflitti sono alimentati dalle diseguaglianze: “In generale, i conflitti della regione americana, pur avendo radici diverse, sono accomunati dalle profonde disuguaglianze, dalle ingiustizie e dalla corruzione endemica, nonché dalle varie forme di povertà che offendono la dignità delle persone.

Occorre, pertanto, che i leader politici si sforzino di ristabilire con urgenza una cultura del dialogo per il bene comune e per rafforzare le istituzioni democratiche e promuovere il rispetto dello stato di diritto, al fine di prevenire derive antidemocratiche, populiste ed estremiste”.

Un sguardo particolare è stato dedicato a Gerusalemme ed alla situazione mediorientale: “E da Gerusalemme, città cara ai fedeli delle tre religioni monoteiste, chiamata ad essere luogo-simbolo di incontro e di coesistenza pacifica, in cui si coltivano il rispetto reciproco e il dialogo, il mio pensiero non può che estendersi a tutta la Terra Santa per richiamare l’urgenza che l’intera Comunità internazionale, con coraggio e sincerità e nel rispetto del diritto internazionale, riconfermi il suo impegno a sostegno del processo di pace israelo-palestinese”.

Per questo ha chiesto agli Stati un maggior impegno per la pace nell’area del Medio Oriente: “Un più assiduo ed efficace impegno da parte della Comunità internazionale è quanto mai urgente anche in altre parti dell’area mediterranea e del Medio Oriente. Mi riferisco anzitutto alla coltre di silenzio che rischia di coprire la guerra che ha devastato la Siria nel corso di questo decennio.

E’ particolarmente urgente trovare soluzioni adeguate e lungimiranti che permettano al caro popolo siriano, stremato dalla guerra, di ritrovare la pace e avviare la ricostruzione del Paese. La Santa Sede accoglie con favore ogni iniziativa volta a porre le basi per la risoluzione del conflitto ed esprime ancora una volta la propria gratitudine alla Giordania e al Libano per aver accolto ed essersi fatti carico, con non pochi sacrifici, di migliaia di profughi siriani. Purtroppo, oltre alle fatiche provocate dall’accoglienza, altri fattori di incertezza economica e politica, in Libano e in altri Stati, stanno provocando tensioni tra la popolazione, mettendo ulteriormente a rischio la fragile stabilità del Medio Oriente”.

Ed ha sottolineato anche la tensione recente tra USA  ed Iran senza dimenticare lo Yemen e la Libia: “Particolarmente preoccupanti sono i segnali che giungono dall’intera regione, in seguito all’innalzarsi della tensione fra l’Iran e gli Stati Uniti e che rischiano anzitutto di mettere a dura prova il lento processo di ricostruzione dell’Iraq, nonché di creare le basi di un conflitto di più vasta scala che tutti vorremmo poter scongiurare. Rinnovo dunque il mio appello perché tutte le parti interessate evitino un innalzamento dello scontro e mantengano ‘accesa la fiamma del dialogo e dell’autocontrollo’, nel pieno rispetto della legalità  internazionale.

Il mio pensiero va pure allo Yemen, che vive una delle più gravi crisi umanitarie della storia recente, in un clima di generale indifferenza della Comunità internazionale, e alla Libia, che da molti anni attraversa una situazione conflittuale, aggravata dalle incursioni di gruppi estremisti e da un ulteriore acuirsi di violenza nel corso degli ultimi giorni.

Tale contesto è fertile terreno per la piaga dello sfruttamento e del traffico di essere umani, alimentato da persone senza scrupoli che sfruttano la povertà e la sofferenza di quanti fuggono da situazioni di conflitto o di povertà estrema. Tra questi, molti finiscono preda di vere e proprie mafie che li detengono in condizioni disumane e degradanti e ne fanno oggetto di torture, violenze sessuali, estorsioni”.

Rivolgendosi agli ambasciatori ha sottolineato che il dialogo è lo strumento della pace ed ha chiesto all’Europa di essere la protagonista in tale dialogo: “L’incendio della Cattedrale di Notre Dame a Parigi ha mostrato quanto sia fragile e facile da distruggere anche ciò che sembra solido. I danni sofferti da un edificio, non solo caro ai cattolici ma significativo per tutta la Francia e l’umanità intera, hanno ridestato il tema dei valori storici e culturali dell’Europa e delle radici sulle quali essa si fonda. In un contesto in cui mancano valori di riferimento, diventa più facile trovare elementi di divisione più che di coesione.

Il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino ci ha posto dinanzi agli occhi uno dei simboli più laceranti della storia recente del continente, rammentandoci quanto sia facile ergere barriere. Il Muro di Berlino rimane emblematico di una cultura della divisione che allontana le persone le une dalle altre e apre la strada all’estremismo e alla violenza. Lo vediamo sempre più nel linguaggio di odio diffusamente usato in internet e nei mezzi di comunicazione sociale”.

Infine ricordando gli ultimi viaggi apostolici ha sottolineato che un mondo senza armi è un’opportunità data in quest’anno: “Un mondo ‘senza armi nucleari è possibile e necessario’, ed è tempo che quanti hanno responsabilità politiche ne divengano pienamente consapevoli, poiché non è il possesso deterrente di potenti mezzi di distruzione di massa a rendere il mondo più sicuro, bensì il paziente lavoro di tutte le persone di buona volontà che si dedicano concretamente, ciascuno nel proprio ambito, a edificare un mondo di pace, solidarietà e rispetto reciproco.

Il 2020 offre un’opportunità importante in questa direzione, poiché dal 27 aprile al 22 maggio si svolgerà a New York la X Conferenza d’Esame del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Auspico vivamente che in quella occasione la Comunità internazionale riesca a trovare un consenso finale e proattivo sulle modalità di attuazione di questo strumento giuridico internazionale, che si rileva essere ancora più importante in un momento come quello attuale”.

Concludendo il discorso ha ricordato il centenario di Raffaello con gli auguri al popolo italiano: “Il primo è il cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio, il grande artista di Urbino, deceduto a Roma il 6 aprile 1520. A Raffaello dobbiamo un ingente patrimonio di inestimabile bellezza. Come il genio dell’artista sa comporre armonicamente materie grezze, colori e suoni diversi rendendoli parte di un’unica opera d’arte, così la diplomazia è chiamata ad armonizzare le peculiarità dei vari popoli e Stati per edificare un mondo di giustizia e di pace, che è il bel quadro che vorremmo poter ammirare”.

Il secondo anniversario è la proclamazione dell’Assunzione della Madre di Dio al cielo, collegandola al genio di Raffaello: “Uno dei soggetti preferiti della pittura di Raffaello era Maria. A lei ha dedicato numerose tele che possono oggi essere ammirate in diversi musei del mondo. Per la Chiesa Cattolica, quest’anno ricorre il settantesimo anniversario della proclamazione dell’Assunzione di Maria Vergine al Cielo.

Con lo sguardo a Maria, desidero rivolgere un pensiero particolare a tutte le donne, 25 anni dopo la IV Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla donna, svoltasi a Pechino nel 1995, auspicando che in tutto il mondo sia sempre più riconosciuto il ruolo prezioso delle donne nella società e cessi ogni forma di ingiustizia, disuguaglianza e violenza nei loro confronti.

L’Assunzione di Maria ci invita pure a guardare oltre, al compimento del nostro cammino terreno, al giorno in cui la giustizia e la pace saranno pienamente ristabilite. Ci sentiamo così incoraggiati, attraverso la diplomazia, che è il nostro tentativo umano, imperfetto ma pur sempre prezioso, a lavorare con zelo per anticipare i frutti di questo desiderio di pace, sapendo che la meta è possibile”.

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