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“L’Argentina di Francesco”, un viaggio nel tempo per conoscere meglio Jorge Mario Bergoglio

«Con particolare affetto, alla luce del Risorto ricordiamo oggi Papa Francesco, che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità».

Con questo essenziale ma evocativo ricordo Papa Leone XIX ha voluto celebrare, il 6 aprile scorso in occasione della recita del «Regina caeli» dalla finestra dello Studio privato del Palazzo apostolico vaticano, il suo predecessore Francesco, morto proprio il Lunedì dell’Angelo di un anno fa all’età di 88 anni.  

Mercoledì 8 è stato quindi proiettato nella Filmoteca Vaticana, sempre in onore di Jorge Mario Bergoglio, il documentario “L’Argentina di Francesco”, che racconta il suo legame con Asti, terra di origine della famiglia di Papa Francesco, il Vaticano e Lampedusa, ripercorrendo le radici del Papa e il suo sguardo verso il futuro della Chiesa.

Nel pomeriggio dello stesso giorno il filmato è stato presentato ufficialmente ad Asti, nel cinema Pastrone dedicato appunto al primo regista italiano, l’astigiano Giovanni Pastrone (1882-1959), autore del primo Colossal nazionale, “Cabiria”, del 1914, alla presenza dei parenti di Bergoglio che, come noto, ha origini piemontesi.

Il documentario è stato proiettato anche a Lampedusa, isola approdo di migranti che sarà meta il 4 luglio prossimo della Visita Pastorale di Leone XIV sulle orme di quella celebre di Papa Francesco all’inizio del suo pontificato (8 luglio 2013).

Il parroco della chiesa di San Gerlando a Lampedusa, don Carmelo Rizzo, alla vigilia di tali importanti eventi ha ribadito il legame speciale della sua comunità con Papa Bergoglio: «Dobbiamo molto a Francesco, anche nel modo di guardare e di vivere la missione della Chiesa. E il documentario rappresenta non solo l’occasione per un abbraccio collettivo ad un Papa che ha saputo farsi prossimo, ma anche l’opportunità di rievocare il suo messaggio di speranza e di accoglienza» (cit. in Sulle orme di Bergoglio. Un documentario di Eugenio Bonanata, L’Osservatore Romano, 8 aprile 2026, p. 7).

Il documentario “L’Argentina di Francesco”, girato a Buenos Aires nel 2024 da Eugenio Bonanata, si è avvalso della consulenza scientifica di Orsola Appendino, autrice assieme a Giancarlo Libert del volume Nonna Rosa. “La roccia delle Langhe” da Cortemilia all’Argentina. La persona più importante nella vita di Papa Francesco (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2019).

«Voleva tanto bene a tutti noi astigiani – ha affermato la studiosa -. L’ultima volta lo incontrai il 12 dicembre 2024 nella basilica di San Pietro al termine della celebrazione per la Madonna di Guadalupe. Anche in quella occasione mi venne incontro e mi salutò in piemontese dicendomi forte e chiaro: “cerea! [è il saluto tradizionale piemontese che, in dialetto astigiano, significa “buongiorno” o “arrivederci”]».

Fra le varie interviste incluse nel lungometraggio, la cui produzione è a cura dall’emittente cattolica Telepace in collaborazione con il portale ufficiale vaticano Vatican News, vi sono quella a Miguel Ángel Durando, ex allievo del Colegio de la Inmaculada Concepción di Santa Fe, dove l’allora padre gesuita Jorge Mario Bergoglio è stato professore, e quella a padre Pepe di Paola, uno dei più noti “preti di periferia” (curas villeros), attivo da oltre vent’anni nelle baraccopoli di Buenos Aires.

Opus Dei: racconti di santità in mezzo al mondo

Il 2025 ha segnato il centenario dell’ordinazione sacerdotale e i cinquanta della morte di mons. Josemaría Escrivá de Balaguer (1902-1975), il santo spagnolo definito da Papa Francesco «precursore del Concilio Vaticano II» per aver richiamato in tutto il mondo i temi della «chiamata universale alla santità» e della «santificazione del lavoro».

Nel 2028 ricorreranno i cento anni della sua fondazione, l’Opus Dei, una prelatura personale della Chiesa cattolica che si è diffusa nei cinque continenti, capace di affascinare laici di ogni età e condizione sociale al servizio di Dio, del bene comune nella valorizzazione di ogni ambito della vita ordinaria.

In questo contesto due storici, don José Luis González Gullón, spagnolo, docente nella Pontificia Università della Santa Croce (PUSC), e John F. Coverdale, statunitense, docente nell’Università di Wisconsin di Chicago, hanno pubblicato il volume Historia del Opus Dei, che ora è disponibile in italiano grazie alle Edizioni Ares, con una Prefazione di Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea dal 1987 e dal 1993 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Opus Dei. Una storia (pp. 744, euro 24) verrà presentato stasera a Roma, alle ore 19, presso l’Aula Magna della Residenza Universitaria Internazionale – RUI (viale Africa 27 – quartiere EUR), con la partecipazione del prof. Gullón.

L’opera racconta, senza filtri, la storia dell’Opus Dei dalla sua fondazione ai nostri giorni. Con una narrazione rigorosa e avvincente, gli autori – storici di primo piano nel panorama accademico – offrono al lettore un’indagine unica, basata su documentazione inedita e numerose testimonianze, che getta nuova luce sulle vicende di una delle realtà più vitali della Chiesa cattolica.

Non vengono tralasciati nel volume anche i capitoli più delicati come i rapporti con il Generalissimo Francisco Franco e quelli con la Curia Romana, il complesso percorso verso il riconoscimento canonico – accuratamente ricostruito da Agostino Giovagnoli – le accuse di “segretezza” e “autoritarismo”, fino alle malevole interpellanze e interrogazioni presentate alla Camera dei deputati italiana nel 1986, alle quali per l’allora Governo Craxi rispose il Ministro dell’interno (e futuro Presidente della Repubblica) Oscar Luigi Scalfaro dichiarando, fra l’altro, che «l’Opus Dei è senza dubbio una istituzione ecclesiastica, le cui norme attengono all’ordinamento canonico e non possono quindi formare oggetto di censure da parte dell’ordinamento statale».

Ma, al di là delle controversie e delle sfide, il libro restituisce soprattutto la storia di tante donne e uomini di ogni Paese e condizione sociale che, seguendo il messaggio di san Josemaría Escrivá hanno riscoperto la fede e la chiamata universale alla santità nel compimento dei propri doveri ordinari in modo straordinario.

A quasi un secolo dalla sua fondazione – il 2 ottobre 1928 – l’Opus Dei continua a diffondere un messaggio spirituale semplice e affascinante: è possibile incontrare Dio nel lavoro e nelle attività di ogni giorno.

Il primo dei due Autori del volume, José Luis González Gullón, ha scritto i capitoli della storia dell’Opera nel periodo di guida da parte del suo fondatore (1928-1975) e quindi del suo secondo successore, mons. Javier Echevarría (1994-2016).

Don González Gullón è docente di Storia nella Pontificia Università della Santa Croce e membro dell’Istituto Storico san Josemaría Escrivá de Balaguer. Specialista in storia religiosa contemporanea in Spagna e di storia dell’Opus Dei, ha pubblicato studi in riviste scientifiche internazionalmente accreditate come ‘The Catholic Historical Review’, ‘Historia Contemporánea’, ‘Hispania Sacra’ e ‘Studia et Documenta’.

John F. Coverdale, che nel volume ha trattato il periodo del primo successore di san Josemaría, ovvero il beato Álvaro del Portillo (1975-1994), è dottore in Storia presso l’Università del Wisconsin e dottore in Diritto presso l’Università di Chicago. Ha insegnato Storia presso la Princeton University e la Northwestern University e Diritto alla Seton Hall University School of Law. Tra le sue pubblicazioni: Italian intervention in the Spanish Civil War, The Political Transformation of Spain after Franco, Uncommon Courage: The Early Years of Opus Dei.

Entrambi gli Autori hanno cercato di offrire nel volume Opus Dei. Una storia una ricostruzione approfondita del carisma e della spiritualità dell’Opera fondata su un’immensa mole di documenti «molti dei quali – come riconosciuto dal prof. Giovagnoli nella Prefazione – inediti e non consultati in precedenza».

Un anno dall’addio a Mario Nanni, giornalista parlamentare e cronista del “processo del secolo”

L’ultima apparizione pubblica di Mario Nanni (1945-2025), giornalista parlamentare di lungo corso, già caporedattore del servizio politico dell’Ansa scomparso lo scorso 2 aprile dopo una coraggiosa battaglia contro il cancro, risale al 20 marzo 2025, giusto un anno fa.

Si trattava di un’occasione speciale per presentare, nella suggestiva cornice della Sala Zuccari del Senato, il suo ultimo libro, Il caso Becciu. (In)Giustizia in Vaticano (Media & Books, 2024), e ricevere il Premio Giornalisti Italia alla carriera, consegnatogli dal senatore Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, davanti a una platea di colleghi e amici che lo hanno a lungo applaudito.

Non credo che la coincidenza di quest’ultimo atto pubblico con la presentazione del suo ultimo saggio dedicato al “processo del secolo”, così definito per la lunghezza e complessità (86 udienze, un record tra le mura vaticane), oltre che per il fatto che per la prima volta sieda sul banco degli imputati un cardinale, Giovanni Angelo Becciu, sia un evento da far scorrere via. Tanto più che il “caso Becciu” è ancora – purtroppo – di attualità sui media nazionali e internazionali nonostante la Corte vaticana abbia dichiarato inammissibile l’impugnazione della sentenza di primo grado presentata dal “promotore di Giustizia” nella terza udienza del processo di appello per la gestione dei fondi della Santa Sede (25 settembre 2025). Con tale ordinanza, che per gli imputati Becciu e gli allora presidente e direttore dell’AIF (attuale ASIF-Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria) Reneé Brüllhart e Tommaso Di Ruzza è stata confermata l’assoluzione del primo grado perché «il fatto non sussiste» o «non costituisce reato», non ha infatti esaurito il “processo del secolo”, non avendo interessato tutte le assoluzioni decise in primo grado, il 16 dicembre 2023.

La Corte d’Appello sta quindi proseguendo con gli appelli proposti dalle parti alle condanne che potranno essere quindi ancora teoricamente confermate o modificate. Il fatto però che Leone XIV abbia voluto ricevere il 27 maggio 2025, a pochi giorni cioè dalla sua elezione a Pontefice, il card. Becciu in Vaticano, costituisce senz’altro un gesto simbolico di apertura e di fiducia nei confronti del prefetto emerito del Dicastero delle Cause dei Santi, dopo le tante sofferenze e gogne mediatiche che ha dovuto subire.

Della sua storia, come detto, si è occupato magistralmente come ultimo frutto di una passione civile incontenibile Mario Nanni, un giornalista non precisamente cattolico, in quanto «di simpatie socialiste e credente in Dio». Un cronista, però, che ha sempre evitato la narrazione retroscenista e il sensazionalismo, «non amava i titoli urlati e cercava una consequenzialità tra parole e gesti» muovendosinegli ultimi anni dopo il pensionamento dall’Ansa «con la libertà nuova offerta dalla misura di un libro, nel solco del miglior giornalismo d’inchiesta» (Pino Pisicchio, Addio Mario Nanni. Ricordo di un giornalista vero, Formiche.net, 4 aprile 2025).

Il caso Becciu, quindi, costituisce il suo libro più importante, destinato probabilmente a divenire un libro “storico” una volta che la vicenda giudiziaria del cardinale e degli altri imputati del “processo del secolo” avrà finalmente termine. Si tratta di un’indagine certosina condotta su migliaia di carte processuali, sulla verifica di fatti e circostanze in chiaroscuro, mossa dal desiderio di rimuovere il velo opaco di omissioni e posture fuori misura che ha contraddistinto il processo, da lui accostato addirittura all’affaire Dreyfuss o al “caso Tortora”.

Il 25 giugno 2025 un gruppo di amici ha dedicato al giornalista salentino un convegno alla LUMSA, organizzato dalla Media & Books, significativamente intitolato “Mario Nanni, una vita per il giornalismo”. Nell’occasione è stato presentato e regalato ai partecipanti un volume in memoriam, firmato dall’editore Santo Strati, suo amico da decenni.

Fra i lasciti che ne sono emersi merita di essere menzionata la signorilità con cui, nell’ultima intervista rilasciata prima della morte, dichiarò che Il caso Becciu non costituiva un libro “contro” Papa Francesco che, «anzi, non per vanagloria rendo noto che mi ha scritto una lettera di ringraziamento» [cit. in “Il caso Becciu. (In)giustizia in Vaticano”, il libro di Mario Nenni sul cardinale «azzoppato perché correva da Papa», Il Messaggero, 21 marzo 2025].

Nella stessa occasione Nanni ha racchiuso anni di ricerca e studio in una frase chiara e coincisa tipica del suo modo di essere: «leggendo e studiando le carte mi sono convinto che Angelo Becciu è stato la vera vittima di un processo pieno di misteri, anomalie, per cui il libro è su una linea dichiaratamente innocentista, ma non per pregiudizio iniziale» (art. cit.).

Don Álvaro Granados (1964-2025): preghiera e incontri a Roma a un anno dalla morte

Il 24 gennaio 2025 ci lasciava prematuramente il teologo spagnolo don Álvaro Granados (1964-2025), indimenticato collaboratore nella Parrocchia di San Josemaría Escrivá (Roma) e Professore incaricato di Teologia pastorale della Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce.

Per ricordare il sacerdote che, negli ultimi sette anni della sua vita, ha portato sul suo corpo la “croce” della SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), una malattia degenerativa che gli ha interdetto progressivamente tutte le funzioni vitali, il parroco e la comunità dei fedeli della parrocchia intitolata al fondatore dell’Opus Dei hanno organizzato sabato, nel giorno del primo anniversario della sua morte, due incontri per affidare l’anima di don Álvaro al Signore e, al tempo stesso, promuoverne la conoscenza e la preghiera d’intercessione.

Il primo appuntamento sarà la mattina, alle ore 11, nel Mausoleo dedicato al sacerdote nel cimitero di Prima Porta in via Flaminia Km 14,400 (Roma), per la recita del Santo Rosario. La sera, invece, alle ore 18.30, il parroco della chiesa di San Josemaría Escrivá, don Enrico Aguiló, celebrerà una Messa in suffragio per don Álvaro nella Parrocchia che si trova nella zona di Roma Sud, a poca distanza dall’Abbazia delle Tre Fontane. In questa chiesa il sacerdote spagnolo ha vissuto per due periodi – per un totale di quindici anni – intervallati dal servizio accademico e pastorale prestato sempre nella Capitale ma abitando altrove.

Dopo la Messa ci sarà la possibilità di visitare la stanza di don Álvaro, attigua alla parrocchia, lasciata così com’è con i suoi libri e l’arredo semplice in segno di riconoscente memoria e venerazione da parte di tutta la comunità.

Sono in effetti da tempo continue le visite alla tomba del sacerdote, collocata non a caso in un cimitero civile in continuità con la chiamata alla santificazione delle realtà temporali di chi ha donato la sua vita alla Chiesa, come don Álvaro, seguendo la vocazione nell’Opus Dei.

Quello di Álvaro Granados è stato un esempio di fedeltà molto “normale”, di quella «classe media della santità» di cui Papa Francesco ha parlato nell’Esortazione Apostolica “Gaudete et exultatesulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (19 marzo 2018, n. 7). Non certo “normale”, invece, è stato il suo sacrificio. «È una malattia pesante, dura – disse della SLA rispondendo ad una domanda di un’intervista –, ma mi ha permesso di maturare e soprattutto di capire quali sono le cose che veramente contano nella vita.

Oltre al valore della fede cristiana, in questi anni di infermità, ho scoperto e riscoperto il grande valore delle relazioni umane, ciò per cui vale veramente la pena lottare in questo mondo. Chi ha molte relazioni con le persone è ricco, chi non ne ha è povero» (cit. in Giuseppe Muolo,“Ho la Sla, ma resto sacerdote fino in fondo”, Avvenire, 30 maggio 2024).

La forza per resistere ed offrire la malattia gli è sempre venuta dal Vangelo. Ma quali sono i passi che gli sono stati più di aiuto e conforto nel momento della sofferenza? «C’è l’imbarazzo della scelta – disse pochi mesi prima di morire –. Ma mi ricordo spesso il passo della vedova al tempio, che con due spiccioli riesce a entusiasmare Cristo, cioè Dio. Io penso che offrendo a Lui le piccole cose della mia malattia, gli acciacchi, un dolore improvviso, un momento di disagio, è come se mi avvicinassi al comportamento della vedova. Non sto dando niente concretamente, ma per Dio è tanto, è tutto. Lo riempie di amore. Offrendo i piccoli e grandi disagi che attraverso, posso colmare di gioia il cuore di Dio. Questo mi entusiasma e mi aiuta a dare un senso alla mia malattia».

Anche la parte finale della sua esistenza don Álvaro l’ha vissuta ad imitazione «di coloro che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (Gaudete et exultate, n. 7). Pochi giorni prima di morire nella sua piccola stanza della parrocchia di san Josemaría Escrivá, il sacerdote lasciò detto ad una delle sorelle: «Chiedo al Signore la grazia di conservare la vita, così da potergli dare gloria con la mia malattia finché Lui lo vorrà». Nato a Madrid l’11 novembre 1964, Álvaro Granados si era laureato in legge all’Università di La Laguna (Tenerife) nel 1988.

Si era poi trasferito a Roma per studiare teologia nella Pontificia Università della Santa Croce, ateneo nel quale ha conseguito anche un dottorato in filosofia nel 1996. È stato ordinato sacerdote della Prelatura personale dell’Opus Dei nel 1994 e, dal 1995 al 2006, ha lavorato come formatore presso il Seminario internazionale Sedes Sapientiae. È stato anche Rettore del Collegio Sacerdotale Tiberino e, nel 2009, ha conseguito il dottorato in Teologia Pastorale presso l’Università Lateranense.

A tale disciplina don Granados ha dedicato il suo ultimo volume, La casa costruita sulla sabbia. Manuale di teologia pastorale (Edizioni Santa Croce, Roma 2022, pp. 392), che esprime nel modo più efficace la situazione dei cristiani che vivono nella post-modernità, ovvero individui immersi in un contesto nel quale la fede è diventata culturalmente impossibile.

Cosa resta dell’ultimo anno di pontificato di Papa Francesco: l’appello alla 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia

Il discorso pronunciato da Papa Francesco (1936-2025) a conclusione della 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia (3-7 luglio 2024), sia per il tema scelto per tale edizione dai Vescovi e dal laicato nazionale, “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”, sia per gli sviluppi che tale Magistero ha determinato (la Rete di Trieste), rimane un seme prezioso per tutti coloro che sono impegnati in politica e in generale in attività e associazioni al servizio del bene comune.

All’ultima edizione della Settimana sociale (la 51ª non è stata infatti ancora programmata) hanno preso parte 1200 delegati giunti da ogni parte dell’Italia, incontrati dal Pontefice prima della chiusura dei lavori nel “Generali Convention Center” di Trieste nella mattina di domenica 7 luglio. In tale circostanza Papa Bergoglio, dopo aver salutato il presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) card. Matteo Maria Zuppi e il presidente della Commissione CEI “per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace” arcivescovo Luigi Renna, ha rivolto ai partecipanti un discorso appassionato, che ha preso spunto dalle origini e dall’ispirazione originaria delle Settimane sociali dei cattolici in Italia, promosse come notonel 1907 dal sociologo ed economista Giuseppe Toniolo (1845-1918), beatificato da Benedetto XVI il 29 aprile 2012.

«La storia delle “Settimane” – ha esordito il Pontefice – si intreccia con la storia dell’Italia, e questo dice già molto: dice di una Chiesa sensibile alle trasformazioni della società e protesa a contribuire al bene comune. […] Il Beato Giuseppe Toniolo, che ha dato avvio a questa iniziativa nel 1907, affermava che la democrazia si può definire quell’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori” (Giuseppe Toniolo, Democrazia cristiana. Concetti e indirizzi, I, Città del Vaticano 1949, p. 29). Così diceva Toniolo. Alla luce di questa definizione, è evidente che nel mondo di oggi la democrazia, diciamo la verità, non gode di buona salute» (Papa Francesco, Partecipazione e passione civile per risanare il cuore della democrazia, L’Osservatore Romano, 8 luglio 2024, pp. 2-3).

L’attuale crisi della democrazia, determinata dal connubio perverso tra frammentazione sociale e predominio dei giganti Big Tech, ovvero di quel gruppo di grandi aziende tecnologiche che dominano il settore dell’informatica, dei media e della tecnologia, «ci interessa e ci preoccupa», afferma Papa Francesco, «perché è in gioco il bene dell’uomo, e niente di ciò che è umano può esserci estraneo».

«In Italia – continua il Santo Padre – è maturato l’ordinamento democratico dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia, sulla quale ha inciso pure l’esperienza delle Settimane Sociali; e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento per assumere la responsabilità di costruire qualcosa di buono nel nostro tempo».

A questo punto il Pontefice arriva al “cuore” dell’appello ai laici italiani, che si articola in «due riflessioni per alimentare il per corso futuro».

Nella prima raccomanda di contribuire a combattere e invertire ogni fattore o circostanza «che limita la partecipazione» dei cittadini e delle famiglie alla vita civica e politica della propria comunità. Questo perché «l’indifferenza è un cancro della democrazia, un non partecipare».

La seconda riflessione tocca un argomento piuttosto inedito nel Magistero sociale di Papa Francesco, ovvero l’assistenzialismo, considerato in tale contesto un «nemico della democrazia» perché, in generale, «nemico dell’amore al prossimo». Certe forme di assistenzialismo, infatti, «non riconoscono la dignità delle persone [e] sono ipocrisia sociale».

In definitiva, conclude il Santo Padre, «il cuore della politica è fare partecipe. E queste sono le cose che fa la partecipazione, un prendersi cura del tutto; non solo la beneficenza, prendersi cura di questo [o quello]…, no: del tutto!».

A raccogliere questo appello di Bergoglio vi è stata una iniziativa concreta, la Rete di Trieste, un’esperienza di confronto tra amministratori locali, partita spontaneamente appunto a seguito della 50° Settimana Sociale dei Cattolici di Trieste.

Un “non partito” che punta a essere (perfino) più di un partito. La Rete di Trieste, infatti, è divenuta ormai un nutrito network di amministratori pubblici di ispirazione cattolica che punta a riproporre il contributo della Dottrina Sociale della Chiesa «alla vita del Paese». Per questo si definisce «più di un partito, partito dal basso e dal di dentro», fondato su cinque punti di confronto, che sono stati presentati e verranno presentati ancora in tutta Italia questa estate.

Dalla partecipazione democratica dei cittadini alle politiche giovanili, dal welfare territoriale alla necessità di rilanciare la tutela del territorio e lo sviluppo delle aree interne. Costituita nel febbraio 2025, la Rete di Trieste conta più di mille fra amministratori e operatori sociali che hanno in comune l’ambizione, come precisa il portavoce nazionale Francesco Russo, vicepresidente del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia di «provare a rilanciare la partecipazione, cambiando il modo stesso di far politica». In poche parole: «Una politica che ascolta e non urla, che dialoga e non polarizza».

Ad un anno dalla visita di Papa Francesco, come vediamo, le sue parole continuano ad illuminare la strada di chi prova a tracciare un nuovo modo di vivere e animare la nostra democrazia.

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Della stessa serie “Cosa resta dell’ultimo anno di pontificato di Papa Francesco” e dello stesso autore segnaliamo nel trigesimo della morte di Bergoglio i precedenti articoli:

Il card. Ryłko lascia l’incarico di Arciprete di Santa Maria Maggiore: ‘Un privilegio servire la Madonna Salus Populi Romani

Il quotidiano ufficioso della Santa Sede informa che, da oggi, il cardinale lituano Rolandas Makrickas succede al card. Stanisław Ryłko, già presidente del Pontificio Consiglio per i Laici (2003-2016), come Arciprete della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore (Roma).

Il Santo Padre ha ringraziato il porporato polacco, creato cardinale da Benedetto XVI nel Concistoro del 24 novembre 2007, per i quasi dieci anni di servizio in questa antica Chiesa, la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana (cfr. Ringraziamento e successione dell’Arciprete della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, “L’Osservatore Romano”, 4 luglio 2025, p. 2).

La Basilica “Liberiana”, così conosciuta dal nome del fondatore, Papa Liberio (IV secolo), passa quindi nella cura di chi, finora, ne è stato Arciprete Coadiutore, il card. Makrickas appunto, nel momento in cui il card. Ryłko compie l’ottantesimo anno di età (è nato infatti il 4 luglio 1945 ad Andrychów, in Polona).

In occasione della cerimonia di insediamento di Ryłko come Arciprete di Santa Maria Maggiore, il 1° febbraio 2017, il cardinale affermò che quell’incarico conferito da Papa Francesco costituiva per lui «una grande responsabilità», in quanto si tratta del «più antico Santuario mariano dell’Occidente: risale al tempo del Concilio di Efeso del 431 che ha definito il dogma della Divina maternità di Maria».

Il card. Ryłko aggiunse anche che quella chiesa oggetto di tante visite e pellegrinaggi da parte di Bergoglio, «è la madre di tutti i santuari mariani nel mondo cristiano. È un vero monumento della fede e dell’amore di tante generazioni dii cristiani verso la Vergine Maria, venerata lì nella famosa icona della Salus Populi Romani».

Da polacco, il card. Ryłko ricordò infine che l’amore per la Madonna lo ha appreso fin da bambino e, per questo, disse di aver accolto la nomina del Santo Padre «con grande gioia e vedo in essa un vero privilegio di poter servire la Madonna Salus Populi Romani proprio in questa stupenda Basilica. Vedo in questa nomina anche una specie di incoronamento del mio lavoro, ormai di 30 anni, al servizio del Successore di Pietro, qui a Roma».

Il card. Ryłko, nel 2017, divenne Arciprete a seguito all’accettazione della rinuncia da parte dell’allora 81enne cardinale spagnolo Santos Abril y Castelló, che ha ricoperto il medesimo incarico per cinque anni (2011-2016).

Ecco l’ultimo numero di “Cultura & Identità. Rivista di studi conservatori”

Diretta dal ricercatore Oscar Sanguinetti, direttore dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale (ISIIN), questa rivista è nata nel 2009 da un gruppo di studiosi, letterati, professionisti dell’informazione convinti, come riportato nel “Chi siamo” del sito www.culturaeidentita.org, «che il futuro della nostra nazione, cioè del corpo storico dei popoli della Penisola, riposi su un saldo legame di continuità con un passato per molti versi pregevole, se non unico, che residua ancora nella memoria e nei desideri di molti italiani».

L’ultimo fascicolo (n. 48, anno XVII – nuova serie, Milano giugno 2025, pp. 37), appena inviato in formato digitale (pdf) agli abbonati, è aperto con l’editoriale del direttore, intitolato “Qualcosa cambia?” (pp. 1-2), nel quale ci si interroga sull’attuale «multiforme e turbolento» scenario geopolitico globale.

Fra le “Riflessioni”, il saggio del sociologo Pietro De Marco dal titolo “Gaza, il terrorismo e l’Occidente” (pp. 3-10) che fa il punto, in una prospettiva decisamente controcorrente, sulla guerra israeliana a Gaza e commenta, più in generale, la situazione dei conflitti odierni nell’area medio-orientale.

Segue l’articolo “Considerazioni sull’Umanesimo” (pp. 12-15) dello psicologo Ermanno Pavesi, che offre una lettura meno antagonistica del rapporto fra cultura degli umanisti e cattolicesimo.  

È quindi riportato un importante messaggio, inviato lo scorso anno da Papa Francesco (2013-2025) ai partecipanti al Laboratorio patrocinato dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali sul tema “L’ontologia sociale e il diritto naturale dell’Aquinate in prospettiva”, in occasione del 750° anniversario della morte del Doctor Angelicus. Nel testo, dal titolo “Nella legge naturale la via dell’autentico sviluppo umano” (pp. 17-19), Bergoglio si soffermava sulla nozione di legge naturale in san Tommaso d’Aquino, un concetto-chiave anche nella prospettiva conservatrice, che il nuovo Pontefice Leone XIV ha sottolineato nel suo recente discorso ai Parlamentari in occasione del Giubileo dei Governanti del 21 giugno 2025.

La rivista prosegue con la rubrica, a cura di Autori vari, “Portolano italiano. Appunti di un conservatore italiano sulla rotta verso il futuro” (pp. 20-24) e con due accurate recensioni di volumi appena usciti, “Ascesa e declino delle costituzioni” (Liberilibri) di Eugenio Capozzi, professore ordinario di storia contemporanea presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e “Un mosaico di silenzi. Pio XII e la questione ebraica” (Mondadori) di Giovanni Coco, accreditato archivista all’Archivio Apostolico Vaticano.

Concludono il numero le consuete e sintetiche Schede bibliografiche dedicate ai più recenti libri italiani di saggistica storica e filosofica (pp. 32-35). Per ricevere il numero in distribuzione della rivista si può telefonare al numero 353.48.29.793 oppure scrivere una email a culturaeidentitanazionale@gmail.com.

Biagio Maimone ai Festival del libro ‘BA Book’, libro dedicato a papa Francesco

Il giornalista Biagio Maimone parteciperà al Festival del Libro e dell’Editoria ‘Ba Book’, che si tiene dal 12 al 19 maggio,  a Busto Arsizio. Presenterà, sabato 18 maggio, alle ore 20.30, nella Biblioteca Comunale – Sala Monaci, il suo saggio  intitolato ‘La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario’. Sarà moderatrice Annamaria Folchini Stabile .

Biagio Maimone ha dedicato il libro, edito dalla Casa Editrice TraccePerlaMeta di Annamaria Folchini Stabile e Paola Surano, a Sua Santità Papa Francesco e a Monsignor Yoannis Lazhi Gaid.

Per partecipare è necessario farlo al seguente link https://affluences.com/comune-di-busto-arsizio/biblioteca-di-busto-arsizio/reservation?type=5013&date=2024-04-19.

Il Festival del libro, organizzato dall’Amministrazione Comunale e dall’Associazione Amici della Biblioteca Capitolare, vuole essere un significativo tributo al libro e al mondo dell’editoria,  in tutte le sue possibili declinazioni. Tra i personaggi più noti che hanno partecipato alla rassegna vi sono Serena Bortone, Marina Di Guardo (madre dell’influencer Chiara Ferragni), il giornalista Biagio Maimone, l’editorialista Aldo Cazzullo, l’economista Carlo Cottarelli, il volto televisivo Daniele Bossari, l’attore Vinicio Marchioni, il conduttore radiofonico Luca Bianchini, il critico cinematografico Gianni Canova e la psicoterapeuta Stefania Andreoli.

Il Festival del libro, che è in corso da domenica 12 maggio, alle ore 10.30, ai Molini Marzoli,  con Ezio Guaitamacchi, si concluderà domenica 19 maggio. Biagio Maimone è direttore della Comunicazione dell’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, il cui presidente è mons. Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco. Il suo libro sta riscuotendo molto interesse in quanto propone la necessità di fondare un nuovo modello comunicativo che ponga al centro la relazione umana ed, ancor più, l’emancipazione morale ed umana della società odierna.

Sulla scorta della constatazione delle innumerevoli comunicazioni distorte,  veicolate da numerosi media e mezzi di comunicazione, compresi i social, forieri di sottocultura che non può essere consentita in quanto impoverisce la società civile deteriorando le relazioni umane, Biagio Maimone ritiene che non sia più rimandabile la necessità di far vivere un linguaggio scevro da menzogne, da offese e dal turpiloquio.

Per tale motivo,  rimarca l’importanza dell’utilizzo creativo della parola, tale da generare dialogo e non conflitto, tale da essere foriera di vita e relazione umana, affinchè  essa sia al servizio dell’emancipazione morale e spirituale della società odierna. Biagio Maimone ha affermato:

“Ho scritto ‘La comunicazione creativa per lo sviluppo socio-umanitario’, ora in tutte le librerie, con l’intento di porre in luce la necessità non più rimandabile di rivedere l’uso del linguaggio e, più precisamente, della parola. Possiamo constatare come spesso i mass media, i social ancora di più, veicolino messaggi  i cui contenuti sono pervasi dalla violenza e dall’odio sociale, dall’intento di screditare e porre sul rogo chi ritengono essere un avversario.

Ciò che emerge è il farsi strada di una subcultura della comunicazione che rischia di impoverire sempre più la relazione umana, in quanto i messaggi che essa veicola sono diseducativi. Nel mio testo, che intende contrastare tale impoverimento culturale e la sua nocività, si rimarca che la parola è vita  in quanto deve generare la vita nelle sue espressioni più nobili e spirituali.

E’ mio intento rimarcare il valore centrale della Parola educativa, della Parola  che crea relazioni umane improntate al rispetto reciproco, al rispetto della sacralità della dignità umana, che, pertanto, non può essere umiliata con offese e menzogne. Rimarcando la necessità dell’utilizzo della parola vitale si vuole, nel contempo, porre al centro il valore fondante della Verità, che sicuramente ha il potere di condurre verso dimensioni migliorative dell’esistenza umana.

La parola vitale è la parola foriera di quella bellezza spirituale che deve reggere le fondamenta della nostra società perché viva la pace e l’amore, senza cui il nostro universo perde le sue leggi per poi  perdere il significato stesso dell’esistere”.

Sul Sinodo. Metacritica di un processo (2).

(segue)

4) Ed ora?

Ora la patata – bollente o meno non è possibile dirlo – è nella mani dei padri (e madri) sinodali del prossimo Sinodo di ottobre 2023 e 2024. C’è da sperare che davvero finalmente si imbocchi la strada giusta e lasciandosi guidare dall’ascolto nello Spirito con tutta franchezza si arrivi ad immaginare una Chiesa più partecipativa, più in comunione, più in missione. Il ‘più’ non vuol dire una quantità maggiore, ma semmai una qualità diversa.

Sul Sinodo. Metacritica di un processo (1)

Negli scorsi mesi ho letto con molto interesse articoli sul sinodo e anche alcuni documenti che sono stati elaborati alla fine dei sinodi diocesani e nazionali. In questa riflessione vorrei tentare di spendere qualche parola andando al di là di tanta retorica che purtroppo si fa sull’argomento, cercando di far emergere un punto di vista oggettivo, neutro.

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