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Papa Leone XIV ai sindaci: cambiare mentalità
“Sono contento di trascorrere fra voi questo sabato mattina, per visitare nuovamente una regione di cui nessuna ingiustizia può cancellare la bellezza. Nella vita comprendiamo che più una bellezza è fragile, più chiede cura e responsabilità. Questo, carissimi, è il senso principale della mia presenza oggi ad Acerra: confermare e incoraggiare quel sussulto di dignità e responsabilità che ogni cuore onesto avverte quando la vita germoglia e subito è minacciata dalla morte. Chi ha il dono della fede comprenderà che tale sussulto viene da Dio creatore, che in ogni uomo e in ogni donna cerca cooperatori ai suoi progetti di vita”: dopo l’incontro con i familiari delle vittime della ‘Terra dei fuochi’ papa Leone XIV ha incontrato i sindaci, chiedendo la cura dell’ambiente.
Un incontro per ribadire la preziosità della vita: “In questo territorio, infatti, la vita c’è e contrasta la morte; la giustizia esiste e si affermerà. Occorre, certo, scegliere la vita e liberarsi dai legami di morte. C’è sempre una sottile convenienza nella rassegnazione, nei compromessi, nel rimandare le decisioni necessarie e coraggiose. Il fatalismo, il lamento, lo scaricare la colpa sugli altri sono il terreno di coltura dell’illegalità e un principio di desertificazione delle coscienze. Per questo vorrei dire a tutti voi: assumiamoci ognuno le proprie responsabilità, scegliamo la giustizia, serviamo la vita! Il bene comune viene prima degli affari di pochi, degli interessi di parte, piccoli o grandi che siano”.
Però per la cultura della vita c’è bisogno di uno sguardo nuovo: “Questa terra ha pagato un tributo alto, ha sepolto tanti suoi figli, ha assistito alla sofferenza di bambini e innocenti. Il valore e il peso di quel dolore impongono di provare insieme a essere testimoni di un nuovo patto. Siete in cammino verso il tempo della rinascita, che non è tempo di rimozione, ma di azione etica e di memoria operosa. E’ il momento di uno sguardo contemplativo, quello cui l’Enciclica ‘Laudato sì’ ha richiamato tutti gli esseri umani, ciascuno a partire dalle sue responsabilità”.
Quindi la ‘cultura ecologica’, richiamata dall’enciclica di papa Francesco, non è emergenza: Sorelle, fratelli, quel paradigma si presenta ancora oggi come vincente: è all’origine del moltiplicarsi dei conflitti, dietro ai quali c’è la corsa all’accaparramento delle risorse; lo vediamo resistere ogni volta che chi ha responsabilità politiche e istituzionali è troppo debole verso chi è forte; lo ritroviamo attivo in uno sviluppo tecnologico che mira ai vertiginosi profitti di pochi ed è cieco davanti alle persone, al loro lavoro e al loro futuro. Per questo, se siamo chiamati a cambiare, è a partire dal nostro sguardo”.
Da qui l’invito ad educare: “Secondo alcuni, lasciare un mondo migliore ai nostri figli è diventata un’ambizione molto grande. Non lo deve essere, però, la missione di lasciare al mondo figli e figlie migliori. L’impegno educativo è alla nostra portata ed è prioritario. Educazione dei giovani, certo, ma anche degli adulti; dei bambini, ma anche degli anziani; dei cittadini e dei loro governanti; dei lavoratori e dei datori di lavoro; dei fedeli e dei pastori: tutti abbiamo da imparare ancora.
Ognuno ha qualcosa da donare, ma prima deve imparare a ricevere. Non è facile ammetterlo, tuttavia è questo l’inizio del futuro: è come una porta che si apre su ciò che fin qui non abbiamo pensato, né creduto, né amato abbastanza. Imparare ancora: ecco che cosa ci rende comunità. Per i cristiani, è “fare strada” con Gesù: diventare, ad ogni età, sempre più e meglio suoi discepoli”.
Per questo ha chiesto un cambiamento di mentalità: “Carissimi, sarà un vero cambiamento di mentalità economica, civile e perfino religiosa a edificare il bene che risanerà questa terra e l’intero Pianeta. Tra le persone, le istituzioni, le organizzazioni pubbliche e private occorre consolidare e allargare il patto che già sta portando i suoi primi frutti sul piano educativo e sociale. Esso non soltanto contrasterà e scardinerà le alleanze criminali, ma positivamente collegherà e moltiplicherà le migliori forze e le grandi idee che già sono nei vostri cuori”.
E’ stato un ringraziamento a chi si è impegnato: “Qui vorrei ringraziare quei ‘pionieri’ che, col loro impegno coraggioso, hanno per primi denunciato i mali di questa terra e hanno portato l’attenzione sulla realtà oscurata e negata del suo avvelenamento: penso in particolari ai membri delle associazioni ambientaliste. Ora tutti sappiamo che occorre vigilare sulla salute del creato come si vigila sulla porta di casa, respingere tentazioni di potere e di arricchimento legate alle pratiche che inquinano la terra, l’acqua, l’aria e la convivenza”.
Ma anche un invito a cambiare l’economia: “Realizzeremo, passo dopo passo, ma rapidamente, un’economia meno individualistica, un sistema meno consumistico. Quanti rifiuti, quanto spreco, quanti veleni sono venuti da un modello di crescita che ci ha come stregato, lasciandoci più malati e più poveri. Impariamo allora a essere ricchi diversamente: più attenti alle relazioni, più tesi a valorizzare il bene comune, più affezionati al territorio, più grati nell’accogliere e integrare chi viene a vivere con noi”.
Una conversione per la costruzione delle ‘buone pratiche’: “E’ a partire da questa conversione che si possono costruire buone pratiche di comunità: mediante persone e imprese che coltivino il senso del limite, non quello della violazione irresponsabile; che abbiano il gusto del recupero, non la logica dell’invasione; fame e sete di giustizia invece che di possesso. In particolare, essere vicini al cuore umano, e quindi più vicini a Dio che l’ha creato, significa desiderare una comunità più inclusiva, più unita, meno affetta da marginalità e polarizzazioni. Ma la via da percorrere è stretta, perché parte da noi, da dove ci troviamo”.
La strada è in salita, ma è possibile per una diversa visione di convivenza: “Riuscire a correggere la rotta, agire ogni giorno su abitudini e pregiudizi in cui ci siamo accomodati, vedere oltre il nostro recinto significa davvero incontrarci. E’ talvolta un sentiero in salita e poco tracciato. Un esempio concreto: il nome ‘terra dei fuochi’ rinvia ai roghi accesi ai margini delle città, talvolta da minoranze respinte ed emarginate di fratelli e sorelle di cui pochi hanno conoscenza e stima. L’emarginazione produce sempre insicurezza: la via in salita è contrastare l’emarginazione, non gli emarginati, è rompere l’intera catena, non colpire solo l’ultimo anello. Voi lo sapete bene!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ad Acerra per chiedere conversione
“Ringrazio il Signore di potervi incontrare, ritornando in Campania pochi giorni dopo la mia visita al Santuario di Pompei e alla città di Napoli. Sapete che già Papa Francesco avrebbe desiderato venire qui, in quella che ha tristemente preso il nome di ‘Terra dei fuochi’, ma non gli fu possibile. Oggi vogliamo realizzare il suo desiderio, riconoscendo il grande dono che l’Enciclica ‘Laudato sì’ ha rappresentato per la missione della Chiesa in questa terra. Infatti, il grido della creazione e dei poveri tra voi è stato avvertito più drammaticamente, a causa di un concentrato mortale di oscuri interessi e indifferenza al bene comune, che ha avvelenato l’ambiente naturale e sociale. E’ un grido che chiede conversione!”: queste sono le prime parole di papa Leone XIV nell’incontro con la cittadinanza ad Acerra.
Una richiesta di conversione a chi per decenni ha inquinato la terra e causato migliaia di morti, dopo aver ascoltato le parole di mons. Di Donna, che ha raccontato una Via Crucis iniziata negli anni ’80 quando industrie corrotte del Nord con il sostegno della criminalità organizzata hanno sversato i propri rifiuti in queste terre, un territorio, compreso tra Napoli e Caserta, di circa 11.000 kmq, che include 90 comuni con circa 3.000.000 abitanti, aggravata anche dai piccoli imprenditori della zona che hanno abbandonato i rifiuti, bruciandoli nelle campagne:
“Sono i genitori di Marco, di Maria, di Pasquale, di Tina, di Nello, di Cristian, di Tonia, di Antonio, di Francesco, di Davide, di Pietro, di laura, di Alessia … Solo per citarne alcuni. Gli ultimi in ordine di tempo. Questi genitori e questi malati hanno vissuto una vera Via Crucis, molti non hanno ancora elaborato il lutto”.
Ed ecco l’impegno della Chiesa: “Ma soprattutto la gente si è rivolta alla Chiesa, alle Chiese di questo territorio e la Chiesa ha ascoltato il grido della terra e dei poveri; sì, perché, come dice la ‘Laudato sì’, il grido della terra e quello dei poveri si identificano: non c’è una crisi ambientale che non sia anche una crisi sociale e una crisi sanitaria. Terra, poveri e malati vanno sempre insieme”.
Ed ecco la risposta del papa: “Sono qui, però, anche per ringraziare chi ha risposto al male col bene, specialmente una Chiesa che ha saputo osare la denuncia e la profezia, per radunare il popolo nella speranza. Così, sapendo di visitarvi alla vigilia di Pentecoste, ho cercato nelle Sacre Scritture una pagina che potesse interpretare e ispirare il vostro cammino. L’ho trovata in una grandiosa visione del profeta Ezechiele, portato dal Signore a fare un’esperienza che per il popolo in esilio dovrà diventare un forte messaggio di risurrezione”.
E’ stato un richiamo al rispetto dell’ambiente, alla ‘Campania felix’: “Carissimi, Dio aveva posto l’uomo e la donna in un giardino, perché lo coltivassero e lo custodissero. Tutto era vita, bellezza, fertilità. Anche questa terra anticamente era chiamata Campania felix, perché capace di incantare per la sua fecondità, i suoi prodotti e la sua cultura, come un inno alla vita. Eppure, ecco la morte, della terra e degli uomini”.
Ma si è preferita la morte: “Possiamo immedesimarci nello sconcerto del profeta davanti a quella distesa di ossa inaridite. Soffriamo per la devastazione che ha compromesso un meraviglioso ecosistema, luoghi, storie e memorie. Di fronte a questa realtà ci possono essere due atteggiamenti: l’indifferenza o la responsabilità. Voi avete scelto la responsabilità e, con l’aiuto di Dio, avete iniziato un cammino di impegno e di ricerca della giustizia”.
Ritornando al profeta Ezechiele il papa ha incoraggiato chi si batte ogni giorno per la legalità: “Lui sa che abbiamo un cuore che cerca la vita e sospira l’eternità, ma che le rinvia troppo facilmente a un tempo indefinito e lontano, a un mondo diverso e che ancora non c’è. Ezechiele, invece, deve servire il suo popolo, quello che c’è, nella situazione in cui si trova. Allo stesso modo le nostre Chiese hanno la missione di fare risuonare qui e oggi la Parola di Dio.
Questa Parola ci domanda se crediamo nelle sue stesse possibilità: è Parola di vita. Se oggi ci incontriamo, è per rispondere a questa Parola. E rispondiamo così: Signore, la morte sembra essere dappertutto, l’ingiustizia sembra avere vinto, la criminalità, la corruzione, l’indifferenza uccidono ancora, il bene sembra restare inaridito”.
E’ stato un invito ad usare una ‘ostinata resistenza’: “Fratelli e sorelle, lo Spirito Santo vi conceda di vedere un ‘esercito’ di pace che si alza in piedi e guarisce le ferite di questa terra e delle sue comunità. Non più fuoco che distrugge, ma fuoco che ravviva e riscalda, il fuoco dello Spirito che accende i cuori e le menti di migliaia e migliaia di uomini e donne, di bambini e di anziani e ispira cura, consolazione, attenzione, amore vero. In particolare voi, famiglie che la morte ha colpito, generate vita nuova trasmettendo a figli e figlie, a nipoti e vicini quel senso di responsabilità che troppe volte sin qui è mancato. Lasciate morire il risentimento, praticate per primi la giustizia che chiedete, testimoniate la vita, educate alla cura”.
Ed infine uno stimolo anche per la Chiesa: “E voi, ministri ordinati, religiose e religiosi, siate membra vive di questo popolo: manifestate quotidianamente l’autorità del servizio, che si abbassa e avvicina, che fa il primo passo e perdona. Va infatti scardinata una cultura del privilegio, della prepotenza, del non rendere conto, che troppo male ha fatto a questa terra, come a molte altre regioni dell’Italia e del mondo. Soffi lo Spirito dai quattro venti e ispiri forme nuove di annuncio, di cooperazione, di rigenerazione ambientale e sociale. Esiste infatti una spiritualità dei luoghi, ma che deve tutto alla spiritualità delle persone. Il cambiamento del mondo, infatti, inizia sempre dal cuore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a studiare la tecnologia
“E’ con piacere che vi do il benvenuto, a seguito del congresso internazionale svoltosi ieri per commemorare la 60ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. In qualità di studiosi ed esperti di comunicazione digitale, la vostra preoccupazione per il futuro dell’umanità vi ha portato a Roma per riflettere sui mezzi di comunicazione e sull’educazione digitale. Partecipando a questa iniziativa, ciascuno di voi ha messo a disposizione i propri doni e talenti per contribuire al futuro dell’umanità in quest’epoca caratterizzata dalla crescita esponenziale della tecnologia, tema di particolare rilevanza per la missione della Chiesa”: incontrando i partecipanti al convegno internazionale ‘Custodire voci e volti umani’, promosso dal Dicastero per la Comunicazione insieme al Dicastero per la Cultura e l’Educazione, papa Leone XIV ha richiamato l’impegno della Chiesa nel campo delle comunicazioni sociali.
Proprio attraverso la comunicazione è possibile comprendere la missione della Chiesa: “E’ proprio nel contesto della missione universale della Chiesa che si può meglio comprendere la sua difesa delle comunicazioni sociali. Infatti, il Decreto del Concilio Vaticano II sui mezzi di comunicazione sociale, che ha dato origine alla Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, inizia ricordando che la Chiesa è stata ‘fondata da nostro Signore Gesù Cristo per portare la salvezza a tutti gli uomini e per questo motivo è obbligata ad evangelizzare’. La principale preoccupazione della Chiesa era, e continua ad essere, la salvezza eterna di ogni persona umana”.
Riprendendo il proprio messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali il papa ha richiamato la necessità delle relazioni: “Pertanto, questo desiderio che tutti ‘siano salvati e giungano alla conoscenza della verità’ deve guidare non solo le nostre decisioni e azioni, ma anche l’uso e l’orientamento dato ai mezzi di comunicazione, alle tecnologie digitali e all’intelligenza artificiale, per garantire che questi strumenti siano posti al servizio autentico dell’umanità”.
Per questo è necessario ‘recuperare’ il significato di umanità: “Come è stato tristemente dimostrato dalla promozione e dall’implementazione sfrenata della tecnologia, a scapito della dignità umana, e dal danno causato quando i chatbot e altre tecnologie sfruttano il nostro bisogno di relazioni umane, stiamo davvero vivendo un’eclissi del senso di ciò che significa essere umani.
Di conseguenza, è ancora più imperativo recuperare la comprensione del vero significato e della grandezza dell’umanità, come Dio l’ha concepita. In questo senso, la sfida che ci troviamo ad affrontare ‘non è tecnologica, ma antropologica’, e la mia speranza è che la lettera enciclica che sarà pubblicata tra pochi giorni possa contribuire a rispondere a questa sfida”.
Solo da questa prospettiva è possibile avere una ‘visione’ di Dio ed una comprensione sull’umanità: “Da questa prospettiva, sono convinto che solo attraverso la contemplazione di Cristo, il Verbo incarnato, possiamo recuperare non solo un’adeguata visione di Dio, ma anche giungere a una comprensione della verità sull’umanità. Poiché ‘con la sua incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo a ogni uomo’, senza il cuore di Cristo il cuore umano non potrà mai sondare pienamente le profondità del proprio intimità, né comprenderne il valore”.
Da tali visioni nasce un incontro: “Per questo motivo, la vera conservazione del volto e della voce di ogni individuo deve necessariamente presupporre un incontro con Colui che è ‘immagine del Dio invisibile’, poiché Egli stesso è, al tempo stesso, l’uomo perfetto.
Naturalmente, tutto ciò deve essere considerato nel dibattito sulle implicazioni delle tecnologie digitali e sul ruolo della Chiesa nella comunicazione sociale. Un compito non sempre facile, ma siamo stati chiamati a portare la luce di Cristo al mondo, illuminando ogni dimensione dell’attività umana”.
Questo è la missione della Chiesa: “Di conseguenza, la Chiesa si sente chiamata a contribuire allo sforzo di pianificazione e attuazione di iniziative di comunicazione, informazione ed educazione all’Intelligenza Artificiale nei sistemi educativi. In questo modo, può contribuire a garantire che le persone acquisiscano capacità di pensiero critico e che le tecnologie contribuiscano alla salvezza di chi le utilizza”.
E’ un invito ad educare: “Sono certo che tutti noi siamo particolarmente preoccupati per le potenziali conseguenze dell’uso delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, non solo sullo sviluppo fisico e intellettuale dei bambini e dei giovani, ma anche sul loro benessere spirituale. A questo proposito, tutti, ma soprattutto i giovani, dovrebbero ‘sforzarsi di abituarsi alla moderazione e alla disciplina nell’uso di questi mezzi’, di questa tecnologia, sostenuti dalla guida dei genitori e degli educatori”.
Educazione che stimola all’incontro con Gesù: “Inoltre, alla luce della missione della Chiesa e delle attuali incomprensioni riguardo a Dio e alla persona umana, la competenza digitale deve includere anche un’educazione alla verità su Dio e sull’umanità. I giovani, soprattutto, sono aperti a questa verità e desiderosi di scoprire il senso della vita. Perciò, dobbiamo aiutarli a incontrare il Cristo vivente e insegnare loro a integrare l’uso della tecnologia in uno stile di vita cristiano olistico”.
In conclusione il papa ha invitato allo studio della tecnologia: “Cari fratelli e sorelle, questo tema mi sta particolarmente a cuore, così come sta a cuore alla Chiesa. Infatti, come Madre, la Chiesa si interessa alla vita dei suoi figli, desiderando guidarli verso la piena maturità. Spero che queste riflessioni portino a una rinnovata fiducia nella tecnologia, quale frutto dell’ingegno umano, in armonia con il disegno creativo di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
Il presidente della Repubblica Italiana: Vittorio Bachelet uomo del dialogo
“Nel centesimo anniversario della nascita di Vittorio Bachelet, la Repubblica rende omaggio alla sua memoria e al lascito del suo impegno civico e del suo apporto culturale. Vittorio Bachelet, giurista di alto valore, ha saputo coniugare la dedizione per la conoscenza e la ricerca con un’attiva partecipazione sociale e con esperienze di grande impegno dapprima nella Federazione Universitaria Cattolica Italiana e in seguito nell’Azione Cattolica”: è l’inizio del messaggio del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, inviato al convegno dell’Azione Cattolica Italiana per ricordare Vittorio Bachelet a 100 anni dalla nascita, inaugurato oggi a Roma nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza alla presenza del presidente della Repubblica, assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980, dal titolo ‘Bachelet: uomo del presente, costruttore di futuro. L’impegno civile ed ecclesiale di Vittorio: seme di speranza a 100 anni dalla sua nascita”.
Nel messaggio il presidente della Repubblica Italiana ha sottolineato il metodo del presidente dell’Azione Cattolica Italiana: “Quello di Vittorio Bachelet è stato un metodo improntato sul confronto e sulla conciliazione, non facile da attuare negli anni in cui ha operato, contrassegnati da conflittualità e violenze. Ha interpretato i ruoli ricoperti nelle istituzioni e nell’associazionismo in linea con gli ideali di democrazia e pluralismo che lo hanno accompagnato nella sua vita”.
In tutti i ‘ruoli’ a cui è stato chiamato è stato sempre un uomo aperto al dialogo: “Nel dialogo Bachelet ha sempre visto una preziosa fonte di arricchimento collettivo, nonché uno strumento essenziale per la tutela del bene comune. Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha fortemente operato perché fosse l’ordinamento democratico a sconfiggere la minaccia recata dal terrorismo alla convivenza civile del Paese, senza cedimenti a misure straordinarie, facendo leva sui principi costituzionali che reggono la funzione giurisdizionale.
Presidente dell’Azione Cattolica, Bachelet si adoperò per far emergere l’importanza dell’apporto dei laici alle attività della Chiesa, in conformità agli orientamenti del Concilio Vaticano II”.
Infine ha ricordato il vile assassinio delle Brigate Rosse: “Fu vilmente assassinato il 12 febbraio del 1980 all’Università di Roma ‘La Sapienza’, al termine di una lezione, nella preziosa attività di docente con cui aveva formato generazioni di studenti che hanno avuto il privilegio di essere depositari dei suoi insegnamenti, nella convinzione che la cultura fosse mezzo efficace per sconfiggere ogni forma di sopraffazione e protervia. La Repubblica è grata a Vittorio Bachelet per la sua opera e il suo esempio”.
Tali parole sono state riprese dal presidente nazionale di Azione Cattolica, prof. Giuseppe Notarstefano, che ha ringraziato il presidente Mattarella: “La Sua voce autorevole si conferma sempre come un richiamo prezioso al dialogo civile e istituzionale. Lo è ancor di più in questo tempo difficile, attraversato da numerose e differenti tensioni che provocano sempre più spesso polarizzazioni ed alimentano contrapposizioni tra forze sociali che, rifiutando di fatto un possibile pluralismo, si trasformano in fattori di scontro e di divisione all’interno della vita delle società e, nella relazione tra Paesi, sfociano sempre meno di rado nel dramma della guerra”.
Dopo i ringraziamenti ha sottolineato il significato di questo convegno: “Abbiamo pensato questo 46^ Convegno come un itinerario della memoria, un’opportunità per rileggere l’attualità della testimonianza di Vittorio Bachelet in senso globale e integrale. Vogliamo ricordare in primo luogo il suo essere un uomo di fede gioioso che ha abitato il tempo del servizio, sia a livello ecclesiale che politico e sociale, con gratuità e generosità, divenendo sempre un tessitore di legami e amicizie significative”.
Insomma Vittorio Bachelet è stato un credente impegnato: “Non è possibile separare il suo essere credente, impegnato a livello ecclesiale e civile, dal suo essere studioso e docente di discipline giuridiche, e non in ultimo anche uomo delle istituzioni e servitore della Costituzione in una fase delicata della vita della Repubblica”.
Uomo impegnato capace di comprendere la complessità della società: “Nell’intelligenza di una sintesi ricercata sempre in profondità, Vittorio maturò una formidabile consapevolezza della complessità della società contemporanea ed ebbe una visione organica della vita sociale, riconoscendo il valore del dialogo come strumento alto di mediazione e composizione degli inevitabili conflitti che affiorano nella vita democratica, soprattutto di fronte a questioni sfidanti che richiedono anche la necessità di uno studio approfondito oltre che di una ricerca delle ragioni possibili disseminate nelle diverse espressioni e posizioni”.
Una scelta democratica che si è realizzata nella consapevolezza dei ‘doveri’: “L’impegno nelle istituzioni e la partecipazione alla vita civile, per Bachelet, prendono forma dalla serietà nel compiere i propri doveri, dallo studio che fornisce competenze e dal rigore nell’esercizio della propria professione, elementi che si coniugano con l’importanza di riconoscere in ogni contesto il primato della persona e del suo libero esprimersi e associarsi in formazioni sociali”.
Doveri maturati attraverso l’ascolto ed il dialogo: “Ascolto e dialogo diventano così le coordinate irrinunciabili per una vita democratica densa e vitale e disegnano il perimetro di uno spazio pubblico inclusivo in cui la ricerca del Bene Comune assume la forma esigente di un esercizio di riconoscimento delle istanze e dei valori di cui ogni persona è portatrice”.
Quindi memoria ha il significato della gratitudine: “Fare memoria della figura luminosa di Vittorio Bachelet, per l’Azione Cattolica Italiana tutta, vuol dire in particolare rinnovare ed esprimere l’immensa gratitudine verso il processo di rinnovamento da lui guidato con determinazione e mitezza. Una lunga fase di revisione organizzativa e sostanziale, vissuta come tempo di ricezione concreta delle istanze conciliari e che ha restituito la vita associativa, nella sua unitarietà, al primato dell’evangelizzazione, incoraggiando un più intenso impegno educativo e culturale che dona fondamento e forma al servizio, all’edificazione della vita di tutta la comunità cristiana e alla sua testimonianza quotidiana di una vita fraterna”.
Gratitudine soprattutto per la scelta religiosa nella vita democratica: “Con lo statuto del 1969 si compie anche quella scelta democratica che imprime un nuovo dinamismo interno alla vita associativa, incoraggiandola ad essere più generativa e più condivisa allo stesso tempo, divenendo nel tempo una palestra di sinodalità e un laboratorio di vita democratica, tratti ancora oggi fondativi e riconosciuti all’esperienza attuale dell’associazione.
In tale prospettiva si colloca anche la scelta religiosa dell’Azione cattolica in quegli anni, una scelta di cui oggi ci sentiamo pienamente eredi e che riteniamo di una straordinaria attualità: è essa una scelta evangelica di ricerca di ciò che essenziale, che per ogni cristiano si traduce in un esigente lavoro di formazione spirituale e culturale, da condividere dentro l’esperienza di legami comunitari in cui esercitarsi al confronto e alla mediazione, per maturare uno stile di servizio generoso e appassionato nei diversi ambiti della vita ordinaria, senza escluderne nessuno, ma imparando ad abitarli tutti, per vivere con tutti e per tutti”.
Anche il prof. Matteo Truffelli, presidente dell’Istituto ‘Vittorio Bachelet’ ha richiamato la sua eredità civile e spirituale: “n tutte le dimensioni della sua esistenza Bachelet volle e seppesempre farsi portatore di speranza, con coraggio e con mitezza. O, potremmo anche dire, con il coraggio della mitezza. Come ebbe modo di dire il giorno dopo il suo barbaro assassinio l’amico fraterno di una vita”.
Ripetendo una frase di Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo Moro (anche egli trucidato dalle Brigate Rosse, il prof. Truffelli ha evidenziato il suo senso per la democrazia: “In Bachelet, infatti, la mitezza (e il coraggio che la mitezza richiede per essere praticata) si rivela come il modo più adeguato di coltivare il senso autentico della democrazia e difenderne i delicati meccanismi”.
Senso democratico coltivato con mitezza, che non è resa: “Mitezza non come ‘resa’, ma come ricerca costante del confronto, come rifiuto radicale della logica della prepotenza, e dunque come forma di lotta coerente contro ogni arroganza, ogni prevaricazione, ogni violenza. Come espressione, dunque, di responsabilità autentica nei confronti del bene comune. Una responsabilità che Vittorio pensò e visse sempre come responsabilità personale, ma anche come responsabilità collettiva, condivisa da tutte le cittadine e i cittadini”.
Mitezza portata avanti con coraggio: “Ed infine mitezza come forma di coraggio. Il coraggio che occorre per credere veramente e fino in fondo nelle persone, per avere fiducia nell’umanità, e il coraggio che occorre per credere veramente e fino in fondo nella democrazia, nelle sue forme e nelle sue istituzioni, al punto da mettere in gioco la propria vita, come fece Vittorio”.
Tre parole fondamentali ancora oggi: “Mitezza, coraggio e responsabilità possono essere considerate,dunque, il cuore della lezione civile che Bachelet ci consegna. Così come rappresentano anche, con tutta evidenza, tratti caratteristici del suo operato in tutti questi anni, Signor Presidente”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
A Milano aperto al pubblico ‘Ambrosius. Il Tesoro della Basilica di Sant’Ambrogio’
Inserendosi nel pieno rispetto della vita liturgica, Ambrosius prevede due interventi principali: il nuovo percorso museale del Tesoro, per valorizzare un patrimonio storico-religioso straordinario, articolato tra l’Aula Ambrosii – l’antica sacrestia dei monaci aperta per la prima volta al pubblico, dove trova definitiva collocazione il letto di Ambrogio – il sacello di San Vittore in Ciel d’oro e il Capitolino, ed una nuova area dedicata all’accoglienza dei visitatori e alla didattica: punto di partenza per le visite guidate, luogo di ascolto del racconto multimediale di Ambrogio, ambienti nei quali si svolgeranno i laboratori creativi ispirati ai Tesori e alle tecniche artistiche presenti in Basilica. Due piccoli orti monastici arricchiscono il percorso culturale ed educativo permettendo la conoscenza delle erbe officinali e tintorie.
Fino al 23 dicembre, mattino e pomeriggio, e il 24 dicembre, solo al mattino: apertura straordinaria gratuita per i fedeli e per la città. Da venerdì 26 dicembre il percorso museale apre ufficialmente al pubblico con orari, modalità e proposte didattiche indicate sul sito www.ambrosiusiltesorodellabasilica.it.
Dopo l’inaugurazione con le autorità che ha preceduto il consueto discorso dell’Arcivescovo di Milano alla Città e i giorni dedicati al Santo Patrono, museo,la Basilica di Sant’Ambrogio offre a tutti i fedeli e i cittadini la possibilità di visitare gratuitamente in anteprima fino al 24 dicembre Ambrosius. Il Tesoro della Basilica, il nuovo percorso di valorizzazione culturale e spirituale del complesso monumentale e del suo straordinario Tesoro, materiale e immateriale.
Un progetto promosso da monsignor Carlo Faccendini, abate-parroco della Basilica di Sant’Ambrogio, con l’Ufficio Beni culturali della Diocesi di Milano e la Soprintendenza, il patrocinio del Ministero della Cultura, di Regione Lombardia e del Comune di Milano, grazie al lavoro di un illustre Comitato Scientifico e al contributo di Fondazione Cariplo.
Dopo le festività natalizie, da venerdì 26 dicembre il percorso museale sarà visitabile in maniera permanente con orari e proposte didattiche consultabili sul sito www.ambrosiusiltesorodellabasilica.it.
La Basilica rimane sempre liberamente accessibile ai fedeli quale luogo di devozione e di preghiera, nel rispetto delle celebrazioni liturgiche. Armonizzandosi con la vita liturgica della comunità parrocchiale presente in Basilica, Ambrosius introduce una modalità inedita di conoscenza e valorizzazione del complesso basilicale, riletto con sguardo contemporaneo nella sua continuità millenaria. Una visione unitaria in cui architettura, arte e fede si intrecciano intorno alla figura di Ambrogio, restituendo alla città di oggi e a quella futura un frammento essenziale della propria identità civile e spirituale.
Il nome Ambrosius richiama la centralità di Ambrogio, pastore e intellettuale, vescovo e uomo di governo, capace di coniugare il pensiero classico con la visione cristiana del mondo. A lui si deve una delle più profonde riflessioni sull’idea di città come spazio di dialogo tra coscienza spirituale e responsabilità civica. Ispirato alla modernità del suo pensiero, il progetto si configura come un atto di cura verso la memoria collettiva di Milano, rivolgendosi a un pubblico nazionale e internazionale.
Anche la scelta di destinare un’aula multimediale, affacciata sullo spazio pubblico adiacente la Basilica, al racconto di Ambrogio, conferma l’intento originario del progetto: rendere il messaggio ambrosiano attuale, accessibile a tutti in maniera trasversale.
Il rinnovamento promosso da Ambrosius si articola in due interventi principali, che ridefiniscono in profondità l’esperienza del complesso: il nuovo racconto museografico del Tesoro della Basilica che, grazie all’ampliamento dello spazio espositivo con l’apertura al pubblico per la prima volta dell’antica sacrestia dei Monaci, l’Aula Ambrosii, si propone di valorizzare l’eccezionale patrimonio storico-religioso legato alla figura di Ambrogio e alla storia millenaria della Basilica e il ridisegno dell’area dedicata all’accoglienza e alla trasmissione didattica, che include anche l’antico Oratorio della Passione.
Ad accompagnare questi interventi anche un nuovo programma di attività educative e visite guidate ispirate ai Tesori, alle tecniche artistiche della Basilica e alle erbe officinali e piante tintorie, presenti nei due nuovi piccoli orti monastici realizzati. Dal 2 dicembre ‘Ambrosius. Il Tesoro della Basilica’ è un museo riconosciuto da Regione Lombardia.
Fondamentale in questo percorso è stato l’apporto del Comitato Scientifico, composto da autorevoli esperti e stimati professionisti con competenze specialistiche di alto livello – Silvia Bruni, Cristina Cattaneo, Mons. Marco Navoni, Marco Petoletti, Davide Porta, Marco Rossi, Sabine Schrenk, Luigi Carlo Schiavi, Silvia Lusuardi Siena, Fabrizio Slavazzi, Francesca Tasso, Don Giuliano Zanchi, Annalisa Zanni – con il coordinamento della dott.ssa Miriam Rita Tessera, responsabile dell’Archivio e della Biblioteca Capitolare della Basilica e curatore scientifico di Ambrosius.
Al centro del racconto museografico si trova la figura di Ambrogio e i manufatti tradizionalmente legati alla sua memoria (fra cui il letto di Sant’Ambrogio e la scodella attribuita al Santo, qui esposti per la prima volta, l’Urna degli Innocenti e altri preziosi oggetti di oreficeria sacra, i cinque Pleurantes, rarissimi frammenti di seta, arredi lignei), che vengono così restituiti alla comunità come patrimonio vivo e fruibile.
L’intervento si propone di dare leggibilità e profondità di significato a un patrimonio liturgico e artistico in parte inedito, intimamente legato alla figura di Ambrogio e alla millenaria devozione di Milano. La scelta del termine Tesoro (non museo) ha infatti un significato profondo e richiama la presenza fisica del corpo di Sant’Ambrogio nella cripta e delle reliquie dei santi, il vero tesoro della Basilica, cuore spirituale e fondamento della comunità ambrosiana.
Cuore del nuovo percorso, l’Aula Ambrosii custodisce un patrimonio prezioso legato alla vita e alla memoria del Santo Patrono. Elemento centrale dell’allestimento è il letto di Sant’Ambrogio, un manufatto ligneo ricomposto dai 17 frammenti originali rinvenuti nell’altare di San Vittore in Ciel d’oro dall’architetto Ferdinando Reggiori, che guidò la ricostruzione successiva ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Secondo la tradizione giaciglio funebre del vescovo, il letto rappresenta una reliquia tanto eccezionale quanto enigmatica. Oggi, dopo un lungo periodo di prestito al Museo Diocesano, si colloca stabilmente nel Tesoro di Sant’Ambrogio, dove per la prima volta è in corso una campagna di studi storico-archeologici e di indagini scientifiche.
Il progetto e la realizzazione dell’allestimento dell’area accoglienza e didattica è invece firmato da Giuseppe Amato, designer, artista ed ebanista, che ha operato in sinergia con l’architetto Giorgio Ripa, incaricato della direzione lavori per il restauro architettonico di questi ambienti.
Il rinnovato modello di fruizione del complesso santambrosiano, articolato su più livelli, presenta anche un’ampia offerta didattica promossa da Ad Artem, partner ufficiale della Basilica di Sant’Ambrogio, che comprende numerose attività pensate per rispondere ad esigenze differenti e per portare il pubblico – adulti, famiglie e bambini, con particolare attenzione alle scuole – alla scoperta della Basilica anche attraverso esperienze di apprendimento attivo. Il programma spazia dalle visite guidate tradizionali alle visite con attività laboratoriale, integrando conoscenza, partecipazione e sperimentazione e offrendo uno sguardo inedito sulla storia, sul patrimonio e sulle tecniche artistiche che caratterizzano il complesso monumentale, dai materiali ai mosaici alle creazioni orafe.
L’offerta didattica promossa da Ambrosius si arricchisce inoltre con una serie di attività legate alla realizzazione di due piccoli orti, ispirati alla tradizione medievale dei giardini monastici, un Hortus simplicium dedicato alle erbe medicinali e officinali e un Hortus holerorum con piante tintorie. Questa proposta, curata da Elisabetta Cavigioli, orticultrice e garden designer, e Angela Ronchi, biologa ed educatrice botanica, è infatti accompagnata da iniziative rivolte alle famiglie e a gruppi di adulti e da un’offerta educativa dedicata, sviluppata in collaborazione con la Rete degli Orti Botanici della Lombardia.
All’interno di Ambrosius, il linguaggio museografico e quello educativo si uniscono quindi in una visione condivisa: offrire ai visitatori di oggi un’inedita esperienza di conoscenza, inclusiva e scientificamente rigorosa della Basilica e del suo Tesoro, capace di rileggere la storia ambrosiana alla luce del presente.
Card. Reina racconta il sogno di un’Europa cristiana di Alcide De Gasperi
“Si è da poco concluso l’anno degasperiano in occasione del 70° anniversario della morte di Alcide che ha avuto nella chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione uno dei momenti più alti. Questo evento si colloca significativamente all’interno del Giubileo della Speranza nel quale siamo ancora immersi e che fa da cornice a quanto oggi stiamo per vivere, invitandoci a riflettere sul pensiero e sull’opera di De Gasperi”: lo ha ricordato il vicario della diocesi di Roma, card. Baldassare Reina, nella messa per l’anniversario della morte di Alcide De Gasperi celebrata nella Basilica di San Lorenzo dove è sepolto.
Nell’omelia il vicario di Roma ha fatto riferimento alle letture del giorno per ricordare Alcide De Gasperi: “Questa pagina della Scrittura si rivela provvidenziale mentre ricordiamo Alcide De Gasperi. Anche lui, nella sua vita ha percorso le tappe di Gedeone. Come lui ha sperimentato più volte la forza del potere nemico, l’immane tragedia della guerra, la diffusione del regime nazista e lo sfaldamento della monarchia. Tutto attorno a lui sapeva di sconfitta e di morte. L’Italia che prende in mano subito dopo il referendum è un Paese annientato e senza alcuna credibilità internazionale”.
Anche De Gasperi ha sperimentato tutte le tappe di Gedeone: “E lui stesso aveva già pagato un prezzo altissimo per aver difeso gli ideali della libertà e della democrazia: aveva conosciuto la prigionia, la povertà, l’umiliazione, il tradimento e persino delle trame oscure che ne avevano decretato la fine. Eppure, come Gedeone, egli accoglie la missione, non confidando nella forza delle proprie risorse umane, bensì abbandonandosi alla volontà di Dio, nel silenzio della preghiera e nella luce della fede…
Sicuramente, ha sperimentato che la forza del credente e del politico non è opera umana ma viene dal Signore; non solo quindi strategie di potere e doti diplomatiche, pur indubbiamente presenti, ma una profonda spiritualità. Alcide come tutti i grandi testimoni della fede non è forte perché migliore di altri ma perché ha sperimentato che la forza viene dal Signore, dalla sua grazia, dall’incontro con Lui nella preghiera e nella meditazione personale, dall’Eucarestia”.
La sperimentazione del ‘deserto’ gli giovò per avere una visione dell’Italia lungimirante: “Il vero segreto di Alcide non è stato soltanto la sua abilità politica per districarsi nello scacchiere internazionale, ma la sua visione di Paese e di mondo, di civiltà e di ricostruzione. La preghiera personale e lo studio della spiritualità cristiana lo hanno portato a maturare l’idea che si poteva costruire e ri-costruire una nazione a partire dal Vangelo e con la forza del Vangelo”.
Una visione scaturita dalla fede per costruire la rinascita dell’Italia: “Non per imporre a tutti la fede cristiana, ma perché attraverso di essa si possano irradiare su tutti gli uomini gli effetti della salvezza e della redenzione operata da Cristo sulla croce. Questa sua relazione intima con Dio lo ha portato alla convinzione che era possibile organizzare una democrazia (dopo gli anni bui del fascismo e mentre la monarchia mostrava tutta la sua debolezza) animata dalla fede cristiana e orientata al bene comune, alla giustizia sociale e alla libertà”.
E contemporaneamente il ‘sogno’ dell’Europa: “Il sogno di De Gasperi, così come quello di Schumann, Adenauer e tanti altri, era quello di un’Europa che si strutturava attorno alla fede nel Dio di Gesù Cristo. E mi sembra che proprio questa sia oggi la questione cruciale. L’Europa non può inseguire solo mere strategie di commercio delle potenze economiche, ma è chiamata a riscoprire sé stessa, le sue profonde radici, la forza della cultura ellenistica, la potenza della fede cristiana, la solidità dell’umanesimo liberale.
Sono queste le solide fondamenta che in passato l’hanno resa grande e che oggi potrebbero farle conoscere una nuova stagione (certamente difficile, ma carica di possibilità) di progresso umano e valoriale. La vita e l’impegno di De Gasperi ci dimostrano che queste cose non solo sono auspicabili, ma sono anche realizzabili nella misura in cui si permette che Dio operi con sapienza dentro una vita umile e generosa”.
Ciò è stato possibile perché ha creduto: “Per chi crede tutto è possibile. E De Gasperi è stato innanzitutto un credente. Ha creduto che la salvezza operata da Cristo possa diventare opportunità di vita piena per gli uomini e le donne di buona volontà, può diventare buon governo nella ricerca e la promozione del bene comune, può diventare democrazia che dà spazio alla dignità umana e al progresso”.
In conclusione ha ricordato il suo discorso alla conferenza di pace a Parigi nel 1946: “E qui sovviene il pensiero dello statista laddove, nel suo Discorso alla Conferenza di pace di Parigi, 10 agosto 1946, prendendo la parola, disse tra l’altro ai signori delegati che gravava su di loro ‘la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda all’indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi’. Ed aggiunse: ‘Guardate a quella meta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla’.
Questi motivi, fratelli e sorelle, ci portano a invocare il Signore affinché conceda al nostro tempo uomini e donne come Alcide De Gasperi, desiderosi di affrontare con coraggio le difficoltà e le sfide del contesto storico nel quale siamo immersi, per gettare ancora il seme del Regno nell’attesa di frutti copiosi”.
Le Edizioni Frate Indovino presentano ‘Rivoluzione Famiglia – Un ecosistema per il futuro’
E’ stato pubblicato dalle Edizioni ‘Frate Indovino’ il nuovo volume della collana ‘Familiando’, ‘Rivoluzione Famiglia – Un ecosistema per il futuro’, di Adriano Bordignon, presidente del Forum delle Associazioni Familiari, con la prefazione del Cardinale Matteo Maria Zuppi. Si tratta di un’opera corale che affronta con profondità e visione il ruolo della famiglia nella società contemporanea, tra sfide educative, crisi relazionali e nuove prospettive di speranza.
‘Rivoluzione Famiglia – Un ecosistema per il futuro’ non è solo un libro, ma un manifesto culturale e sociale che invita a ripensare la famiglia come organismo vivente, soggetto sociale attivo e motore di speranza per la società. Attraverso un linguaggio accessibile, uno stile coinvolgente e profondo e una narrazione ricca di metafore naturali (dal suolo all’acqua, dal clima alla luce) Adriano Bordignon ci guida in un viaggio che intreccia scienza, spiritualità, educazione e politica. Affronta temi cruciali come la natalità, la scuola, il lavoro, la spiritualità domestica, le politiche familiari e il ruolo dell’associazionismo, offrendo proposte concrete per un cambiamento culturale e politico che metta davvero la famiglia al centro.
Il testo propone una visione sistemica della famiglia, paragonandola a un ecosistema complesso, fatto di relazioni, valori, risorse e fragilità, che ha bisogno di essere nutrito, protetto e valorizzato. La famiglia è presentata come luogo generativo, capace di produrre capitale sociale, educare alla reciprocità, affrontare le crisi e contribuire al bene comune. In un tempo segnato da solitudini diffuse, crisi educative e relazioni sempre più fragili, la famiglia torna al centro del dibattito culturale e sociale grazie a queste pagine che sono insieme riflessione, proposta e visione.
Per Adriano Bordignon la famiglia è un’ecosistema: “Attraverso la metafora dell’ecosistema ho voluto rappresentare la famiglia come un organismo vivo interconnesso ed essenziale alla vita del Paese, una realtà in continuo movimento che deve essere protetta, tutelata. Solo ripartendo dalla famiglia, recuperando speranza e fiducia nei concreti, resistenti e resilienti nuclei familiari, possiamo costruire davvero un futuro più umano, giusto e sostenibile”.
Inoltre per Adriano Bordignon la famiglia è un ‘bene comune’: “La famiglia è un corpo vivo, tanto fragile quanto resistente. E’ anche un bene comune, è il primo luogo dove si apprende la democrazia, la solidarietà, la gratuita. Chi avrà la pazienza di leggere il mio libro scoprirà come i temi sociali, economici, culturali e spirituali possano essere affrontati a partire dalla famiglia. E’ una proposta concreta, visionaria e realista insieme. La famiglia ha in sé stessa una innata e potente chiamata a prendersi cura del mondo. Il testo vuole offrire strumenti e prospettive, ma anche stimolare i lettori e le lettrici a farsi protagonisti del cambiamento. E’ un invito ad essere e ad agire”.
E’ un invito a guardare la società con gli occhi della famiglia: “E’ un invito a superare l’individualismo e ad assumere la famiglia come criterio trasversale di lettura e di azione. Indossare questi ‘occhiali’ significa chiedersi: questa scelta migliora o danneggia le relazioni? Favorisce l’equità tra generazioni? Sostiene chi si prende cura dell’altro? Rende il futuro accessibile ai più giovani? Non è romanticismo. E’ una postura culturale e politica. E’ la lente attraverso cui comprendere che il benessere di una persona dipende anche dalla salute delle sue relazioni. E’ un modo per rimettere al centro l’umano”.
Il volume è disponibile sul sito ufficiale www.frateindovino.eu e in libreria.
Papa Leone XIV invita a portare il Vangelo nella quotidianità
“Carissimi, la pace è un desiderio di tutti i popoli, ed è il grido doloroso di quelli straziati dalla guerra. Chiediamo al Signore di toccare i cuori e ispirare le menti dei governanti, affinché alla violenza delle armi sostituiscano la ricerca del dialogo. Oggi pomeriggio mi recherò a Castel Gandolfo, dove conto di rimanere per un breve periodo di riposo. Auguro a tutti di poter trascorrere un tempo di vacanza per ritemprare il corpo e lo spirito: prima di partire per il riposo estivo a Castel Gandolfo papa Leone XIV ha rivolto un appello affinché ‘i governanti’ ascoltino il grido di chi è colpito dalla guerra ed ha espresso condoglianze per le vittime di Camp Mystic “a tutte le famiglie che hanno perso i loro cari, in particolare le figlie, che erano al campo estivo durante il disastro causato dall’alluvione del fiume Guadalupe in Texas”, chiedendo preghiere per loro.
Mentre prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato l’importanza della missione: “Gesù invia settantadue discepoli. Questo numero simbolico indica come la speranza del Vangelo sia destinata a tutti i popoli: proprio questa è la larghezza del cuore di Dio, la sua messe abbondante, cioè l’opera che Egli compie nel mondo perché tutti i suoi figli siano raggiunti dal suo amore e siano salvati”.
Al contempo Gesù chiede di pregare per gli ‘operai’ che sono pochi: “Da una parte Dio, come un seminatore, con generosità è uscito nel mondo a seminare e ha messo nel cuore dell’uomo e della storia il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che lo liberi. E perciò la messe è molta, il Regno di Dio come un seme germoglia nel terreno e le donne e gli uomini di oggi, anche quando sembrano travolti da tante altre cose, attendono una verità più grande, sono alla ricerca di un significato più pieno per la loro vita, desiderano la giustizia, si portano dentro un anelito di vita eterna”.
Insomma, l’invito del papa è quello di portare il Vangelo nella quotidianità: “Cari fratelli e sorelle, la Chiesa e il mondo non hanno bisogno di persone che assolvono i doveri religiosi mostrando la loro fede come un’etichetta esteriore; hanno bisogno invece di operai desiderosi di lavorare il campo della missione, di discepoli innamorati che testimoniano il Regno di Dio ovunque si trovano”.
Per il papa non servono i ‘cristiani delle occasioni’: “Forse non mancano i ‘cristiani delle occasioni’, che ogni tanto danno spazio a qualche buon sentimento religioso o partecipano a qualche evento; ma pochi sono quelli pronti a lavorare ogni giorno nel campo di Dio, coltivando nel proprio cuore il seme del Vangelo per poi portarlo nella vita quotidiana, in famiglia, nei luoghi di lavoro e di studio, nei vari ambienti sociali e a chi si trova nel bisogno”.
E’ stato un invito alla preghiera: “Per fare questo non servono troppe idee teoriche su concetti pastorali; serve soprattutto pregare il padrone della messe. Al primo posto, cioè, sta la relazione col Signore, coltivare il dialogo con Lui. Allora Egli ci renderà suoi operai e ci invierà nel campo del mondo come testimoni del suo Regno”.
Mentre ieri ha ricordato i tre anni dalla nascita del mensile de ‘L’Osservatore di strada’, la cui prima uscita è avvenuta il 29 giugno 2022: “Siete voi che con i vostri talenti contribuite alla realizzazione di questo giornale così unico, e siete sempre voi che ogni domenica lo distribuite gratuitamente tra i pellegrini presenti in piazza, accompagnando così con la vostra presenza discreta il papa; prima e dopo il momento della recita dell’Angelus”.
Nel messaggio ha ricordato questo importante momento, che consente una diversa visione: “Il vostro lavoro è importante, perché ci aiuta a ricordare che il mondo va visto anche dalla strada, avendo il coraggio di cambiare la prospettiva, facendo saltare gli schemi e le convenzioni che spesso ci impediscono di vedere veramente e più profondamente e di ascoltare la voce di chi non ha voce. Auguri quindi e coraggio! Andiamo avanti, insieme, con fiducia, continuando a portare nella città degli uomini, anche dei momenti della città di Dio, grazie!”
Inoltre attraverso tali racconti è possibile riconoscere Dio: “E che noi possiamo sempre riconoscere Lui in voi. La mano di Dio nelle vostre storie, testimonianza più viva di come ogni cosa è redenta e nessuna storia è senza speranza se crediamo nell’amore di Dio”.
Mario Primicerio: un operatore di pace
“La Pira intuì che, contrariamente a quanto affermava la stampa occidentale, le autorità del Vietnam del Nord si sarebbero smarcate volentieri dall’abbraccio amico, ma soffocante, di Cina e Urss. Bisognava parlare direttamente con Ho Chi Minh, senza passare per Mosca o Pechino”: così raccontava alcuni anni fa Mario Primicerio, deceduto a fine maggio, che aveva accompagnato nel 1965 l’allora sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, nel Vietnam per trovare un accordo di pace tra il Vietnam del Nord ed il Vietnam del Sud.
Nel suo diario di memorie l’ex allievo del sindaco La Pira aveva sottolineato che la pace tra i due Stati del Sud est asiatico fu raggiunta nel 1973 con gli accordi di Parigi, che avevano ripreso i punti concordati con Giorgio La Pira nel viaggio del 1965: “L’accordo di pace, firmato a Parigi il 27 gennaio 1973, tra Usa, Viet Nam del Nord, Viet Nam del Sud e Repubblica del Sud Viet Nam si basò sugli stessi punti che La Pira aveva concordato con Ho Chi Minh, ad Hanoi, l’11 novembre del 1965: fine dei bombardamenti, applicazione degli accordi di Ginevra 1954 e riconoscimento dell’Fln. La missione che il Professore aveva intrapreso era stata difficile e delicata. Ma non era nata per caso. Era il frutto di quindici anni di rapporti intessuti con tutto il mondo per abbattere muri e costruire ponti. Nel dicembre del 1963, a Mosca,
La Pira era stato uno dei relatori principali dell’ottava Tavola rotonda Est-Ovest e aveva ispirato il documento finale su pace e disarmo. Nella sessione successiva, che si tenne a Firenze nel luglio 1964, era nata l’idea di dar vita ad un centro studi sulla pace e il disarmo (Organisation for World Political Studies) di cui La Pira doveva essere presidente.
Tra i primi obiettivi la riorganizzazione dell’Onu e la situazione vietnamita. Quando nel febbraio 1965 iniziarono i bombardamenti Usa sul Viet Nam, La Pira decise di convocare un Simposio che si tenne dal 24 al 28 aprile al Forte Belvedere. Da quell’incontro internazionale, che sviscerò tutti gli aspetti del conflitto, scaturì anche un appello ai capi di stato e di governo dei Paesi coinvolti”.
Ricordiamo Mario Primicerio, allievo di Giorgio La Pira e sindaco di Firenze dal 1995 al 1999, deceduto a fine maggio, con un brano tratto dal libro ‘Con La Pira in Viet Nam’: la proposta avanzata (un ritiro graduale delle truppe americane e la possibilità per il popolo vietnamita di scegliere autonomamente il proprio destino istituzionale) fu accolta con interesse da Hanoi, ma ostacolata dalle tensioni geopolitiche e da indiscrezioni premature sulla stampa.
E la visione di pace del prof. Primicerio è stata ricordata da un messaggio della Cei, letto dall’arcivescovo di Firenze, mons. Gherardo Gambelli, durante i funerali, ricordando il suo impegno per la pace: “Abbiamo avuto modo di apprezzare da vicino la sua passione e la sua carica profetica, imparate alla scuola di La Pira, in occasione dell’Incontro ‘Mediterraneo Frontiera di Pace’ tenuto a Firenze nel 2022, a cui ha dato un importante contributo in termini di pensiero e di organizzazione…
Questa convinzione del Professore non era illusione, ma lascito per ciascuno di noi. Di questo ne siamo certi. Il suo sogno, e ancora prima il sogno di La Pira, per un Mediterraneo di pace ci impegna all’azione, a non arrenderci davanti alle logiche conflittuali che portano distruzione e morte. Il cristiano è un artigiano di pace, che dal suo cuore trae la forza di una pace disarmata e disarmante. E questo lui lo sapeva benissimo, vivendolo e testimoniandolo”.
Anche la Fondazione ‘Giorgio La Pira’ ha ricordato Mario Primicerio: “Ci lascia un amico vero, una guida, un operatore di pace. Stretto collaboratore di Giorgio La Pira fin dagli anni della gioventù, matematico insigne, sindaco di Firenze dal 1995 al 1999, ha contribuito a far crescere la città nella sua dimensione inclusiva e solidale, valorizzandone la bellezza; per molti anni, dal 1998 al 2022, è stato presidente prezioso e stimatissimo della ‘Fondazione La Pira’. Ci lascia in eredità l’esempio della sua grande capacità di unire in ogni occasione i ‘contendenti’, di oltrepassare i muri posti dalle diversità e dai conflitti, la lucidità del suo pensiero sui temi della giustizia e della pace”.
(Foto: Fondazione La Pira)
Marina Galati confermata presidente del CNCA
L’Assemblea nazionale del CNCA odv, riunitasi ieri online, ha confermato come presidente Marina Galati e ha eletto il Direttivo nazionale, ampliato da 3 a 5 membri: confermati Alessia Pesci e Mattia De Bei, eletti per la prima volta Silvia Rizzato e Antonio D’Aquino. Nel corso dell’Assemblea è stato anche approvato il cambio di nome, allineandosi a quanto già fatto dalla rete CNCA: da Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza e Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti.
La presidente Marina Galati ha confermato l’impegno concreto del nuovo Direttivo a rafforzare l’impatto sociale delle attività promosse dal CNCA odv a livello nazionale e internazionale. “Siamo in un tempo che richiede coraggio, visione e prossimità”, ha dichiarato Galati. “Il volontariato non è solo risposta all’emergenza, ma costruzione quotidiana di legami, diritti e possibilità. Il nostro impegno sarà quello di lavorare per sostenere il movimento delle persone e favorire la presa di parola, soprattutto giovanile, attraverso azioni di advocacy e sostegno a percorsi di auto-rappresentanza”.
Nel corso dell’Assemblea si è anche fatto il punto sulle attività recenti del CNCA odv. Particolare rilievo hanno avuto i due appuntamenti di VoCi Festival, tenutisi a novembre 2024: il primo si è svolto a Marzabotto, coinvolgendo le reti di famiglie accoglienti; il secondo a Cetraro, con protagonisti i giovani volontari. Entrambi gli eventi hanno rappresentato spazi fondamentali di incontro, scambio e co-progettazione.
Sono stati, inoltre, realizzati due progetti, in collaborazione con la rete CNCA e l’Associazione Maranathà, all’interno dei quali il CNCA odv ha avuto un ruolo attivo nello sviluppo e nella realizzazione delle attività. Complessivamente, i progetti e il festival hanno coinvolto circa 230 giovani, confermando l’impegno dell’organizzazione nella promozione della cittadinanza attiva tra le nuove generazioni.
Un ulteriore traguardo significativo è stato il finanziamento approvato di un nuovo progetto che consentirà al CNCA odv di ampliare il proprio raggio d’azione e consolidare le pratiche di solidarietà, partecipazione e inclusione.
Il CNCA odv proseguirà la sua azione anche nei prossimi mesi con attività che uniscono volontariato, pace e legami intergenerazionali, valorizzando l’incontro tra generazioni, territori e culture, nella prospettiva di una società più giusta, accogliente e solidale. La nuova governance si pone in continuità con il cammino sinora tracciato, ma con uno sguardo proiettato verso le sfide future.
“Il rinnovo delle cariche del CNCA odv”, ha dichiarato Caterina Pozzi, presidente della rete CNCA, “ha visto un ampliamento dei suoi componenti, passati da 3 a 5, con l’inserimento di due giovani operator3 sociali che ringraziamo di cuore. Un grazie di cuore anche a Marina, Alessia e Mattia per il rinnovato impegno. Il cammino del CNCA odv – che mette al centro la cittadinanza attiva e il coinvolgimento dei giovani e delle giovani – è un tassello fondamentale nel cammino comune di tutto il CNCA”.


























