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Diciamo NO alla guerra! Domenica 19 aprile a Bologna insieme per la pace ‘disarmata e disarmante’
L’iniziativa è promossa dai Missionari del Preziosissimo Sangue nell’ambito della Missione popolare presso la parrocchia Maria Regina Mundi. Domenica 19 aprile 2026, alle ore 19:00, si terrà a Bologna la Marcia per la Pace. Il ritrovo è previsto in via Malvasia (angolo via Casarini), con arrivo a Porta Lame:
“L’iniziativa nasce come alternativa, convinti che il dialogo può prevalere sui conflitti e che la comunione può prevalere sulla divisione. E’ inaccettabile nel 2026 assistere a questi disastri umanitari. In un tempo segnato da tensioni e conflitti noi gridiamo NO alla guerra!”, afferma don Flavio Calicchia, coordinatore nazionale dell’Area Evangelizzazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue.
Quest’ iniziativa si inserisce nel solco degli appelli alla pace che attraversano oggi la Chiesa e la società civile. In particolare, risuonano le parole di papa Leone XIV: “Convertiamoci alla pace! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore… Tutti abbiamo paura della morte e per paura ci voltiamo dall’altra parte, preferiamo non guardare. Non possiamo continuare a essere indifferenti! E non possiamo rassegnarci al male!
La Marcia per la Pace vuole essere un segno concreto di unità e di speranza, aperta a tutti. E’ possibile camminare insieme a prescindere dalla propria appartenenza sociale, culturale e religiosa. La comunione è il messaggio più eloquente e profetico per esprimere il desiderio di pace in un contesto sempre più segnato da divisioni, conflitti e individualismo. Partecipare alla marcia significa non restare indifferenti, ma scegliere di testimoniare insieme il valore della pace, affidando alla preghiera e all’impegno comune il desiderio di un mondo riconciliato”.
Papa Leone XIV ribadisce ai focolarini il valore dell’unità
“Sono lieto di incontrarvi questo pomeriggio, dopo che avete partecipato all’Assemblea generale del Movimento dei Focolari. Saluto la Presidente, Margaret Karram, nuovamente eletta per un secondo mandato, e il nuovo Copresidente, don Roberto Eulogio Almada. Che il Signore benedica il vostro servizio!”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i membri del Movimento che hanno partecipato all’Assemblea generale a Rocca di Papa, rieleggendo Margaret Karram come presidente per un secondo mandato e la scelta di un nuovo co-presidente, il sacerdote italo-argentino Roberto Eulogio Almada.
Nel discorso il papa ha richiamato alla necessità dell’unità, molto importante per la fondatrice del Movimento: “Tutti voi siete stati attratti dal carisma della Serva di Dio Chiara Lubich, che ha plasmato la vostra esistenza personale e lo stile della vostra vita comunitaria. Ogni carisma nella Chiesa esprime un aspetto del Vangelo che lo Spirito Santo porta in primo piano in un determinato periodo storico, per il bene della Chiesa stessa e per il bene del mondo intero. Per voi si tratta del messaggio dell’unità: unità fra gli esseri umani che è frutto e riflesso dell’unità di Cristo con il Padre”.
L’unità è possibilità di vita fraterna: “E’ un seme, semplice ma potente, che attira migliaia di donne e uomini, suscita vocazioni, genera una spinta di evangelizzazione, ma anche opere sociali, culturali, artistiche, economiche, che è fermento di dialogo ecumenico e interreligioso. Di questo fermento di unità c’è tanto bisogno oggi, perché il veleno della divisione e della conflittualità tende a inquinare i cuori e le relazioni sociali e va contrastato con la testimonianza evangelica dell’unità, del dialogo, del perdono e della pace”.
Da qui il richiamo ad essere costruttori di pace: “Anche attraverso di voi, Dio si è preparato, nei decenni passati, un grande popolo della pace, che proprio in questo momento storico è chiamato a fare da contrappeso e da argine a tanti seminatori di odio che riportano indietro l’umanità a forme di barbarie e di violenza”.
Quindi è importante mantenere vivo il carisma del Movimento: “In questo tempo, siete chiamati a discernere insieme quali sono gli aspetti della vostra vita comune e del vostro apostolato che sono essenziali, e perciò vanno mantenuti, e quali sono invece gli strumenti e le pratiche che, benché in uso da tempo, non sono essenziali al carisma, o che hanno presentato aspetti problematici e che perciò sono da abbandonare”.
Ed un movimento è mantenuto vivo con la trasparenza e la partecipazione: “Questa fase esige anche un impegno forte alla trasparenza da parte di chi ha ruoli di responsabilità, a tutti i livelli. La trasparenza, infatti, da un lato è condizione di credibilità e dall’altro è dovuta in quanto il carisma è un dono dello Spirito Santo di cui tutti i membri sono responsabili.
Essi hanno quindi il diritto e il dovere di sentirsi compartecipi dell’Opera alla quale hanno aderito con dedizione totale. Ricordate, poi, che il coinvolgimento dei membri è sempre un valore aggiunto: stimola la crescita, sia delle persone sia dell’Opera, fa emergere le risorse latenti e le potenzialità di ciascuno, responsabilizza e promuove il contributo di tutti”.
Il discernimento è necessario per l’equilibrio tra discernimento e libertà personale: “La responsabilità di discernimento comune, affidata a tutti voi, abbraccia anche il modo in cui il carisma dell’unità debba essere tradotto in stili di vita comunitaria che facciano brillare la bellezza della novità evangelica e, allo stesso tempo, rispettino la libertà e la coscienza dei singoli, valorizzando i doni e l’unicità di ciascuno”.
Il papa ha ribadito che l’unità è un dono ed un ‘compito’: “L’unità è un dono e, al tempo stesso, un compito e una chiamata che interpella ciascuno. Tutti sono chiamati a discernere qual è la volontà di Dio e come si può realizzare la verità del Vangelo nelle varie situazioni della vita comunitaria o apostolica. E tutti in questo cammino di discernimento devono esercitare fraternità, sincerità, franchezza e soprattutto umiltà, libertà da sé stessi e dal proprio punto di vista. L’unità di tutti in Dio è un segno evangelico che è forza profetica per il mondo”.
Per questo l’unità deve essere nutrita: “E’ necessario perciò che l’unità sia sempre nutrita e sostenuta dalla carità reciproca, che esige magnanimità, benevolenza, rispetto; quella carità che non si vanta, non si inorgoglisce, né cerca il proprio interesse, né tiene conto del male ricevuto, ma si rallegra soltanto della verità”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la riconciliazione è laboratorio di unità
“Esso fu fortemente voluto da san Giovanni Paolo II, che lo sostenne con la sua passione pastorale, fu confermato da papa Benedetto XVI con la sua sapienza teologica, come pure da papa Francesco, che sempre ha avuto grande cura del volto misericordioso della Chiesa. Anch’io vi esorto a proseguire in questo servizio, approfondendo e ampliando l’offerta formativa, affinché il quarto Sacramento sia sempre più profondamente conosciuto, adeguatamente celebrato e perciò serenamente ed efficacemente vissuto da tutto il popolo santo di Dio”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti al 37^ Corso sul foro interno della Penitenzieria Apostolica ricordando che il perdono dei peccati favorisce la pace.
Prer questo ha ricordato l’importanza di questo sacramento: “Il Sacramento della riconciliazione ha avuto nella storia un notevole sviluppo, sia nella comprensione teologica, sia nella forma celebrativa. La Chiesa, madre e maestra, ne ha progressivamente riconosciuto il senso e la funzione, dilatando la possibilità della sua celebrazione.
Eppure, alla reiterabilità del Sacramento non corrisponde sempre, da parte dei battezzati, una sollecitudine nel farvi ricorso: è come se l’infinito tesoro della misericordia della Chiesa restasse ‘inutilizzato’, per una diffusa distrazione dei cristiani che, non di rado, rimangono per lungo tempo in stato di peccato, piuttosto che accostarsi al confessionale, con semplicità di fede e di cuore, per accogliere il dono del Signore Risorto”.
Riprendendo una frase di sant’Agostino il papa ha definito questo sacramento un ‘laboratorio di unità’ in favore della pace: “Afferma sant’Agostino: ‘Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati, e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio’. Riconoscere i nostri peccati, soprattutto in questo tempo di Quaresima, significa dunque ‘accordarci’ con Dio, unirci a Lui.
Il Sacramento della riconciliazione è allora un ‘laboratorio di unità’: esso ristabilisce l’unità con Dio, attraverso il perdono dei peccati e l’infusione della grazia santificante. Questo genera l’unità interiore della persona e l’unità con la Chiesa; perciò favorisce anche la pace e l’unità nella famiglia umana. Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi? Ma. di nuovo ci domandiamo, può davvero l’uomo, piccola e semplice creatura, ‘rompere l’unità’ con il Creatore? Questa immagine non è forse parziale e, in definitiva, mortificante della Rivelazione che Gesù ci ha fatto di Dio?”
Domande fondamentali a cui il papa ha risposto che il peccato non ‘rompe l’unità’ con Dio: “A ben vedere, il peccato non rompe l’unità, intesa come dipendenza ontologica della creatura dal Creatore: anche il peccatore rimane totalmente dipendente da Dio Creatore, e tale dipendenza, quando viene riconosciuta, può aprire la strada della conversione.
Il peccato rompe, piuttosto, l’unità spirituale con Dio: è un voltargli le spalle, e questa drammatica possibilità è tanto reale quanto lo è il dono della libertà, che Dio stesso ha fatto agli esseri umani. Negare la possibilità che il peccato rompa davvero l’unità con Dio è, in realtà, un misconoscimento della dignità dell’uomo, che è (e rimane) libero e quindi responsabile dei propri atti”.
E, rivolgendosi ai sacerdoti, il papa ha sottolineato che la loro vita si realizza in questo sacramento: “Carissimi giovani sacerdoti e ordinandi, abbiate sempre viva consapevolezza dell’altissimo compito che Cristo stesso, attraverso la Chiesa, vi affida: ricostruire l’unità delle persone con Dio attraverso la celebrazione del Sacramento della riconciliazione. La vita intera di un sacerdote può essere pienamente realizzata, celebrando assiduamente e fedelmente questo Sacramento.
Ed infatti quanti sacerdoti sono diventati santi nel Confessionale! Pensiamo solo a san Giovanni Maria Vianney, an Leopoldo Mandić e, più recentemente, a san Pio da Pietrelcina ed al beato Michał Sopoćko”.
Per questo l’unità con Dio è unità con la Chiesa: “L’unità ristabilita con Dio è anche unità con la Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo: noi siamo membra del ‘Cristo totale’. Il tema del vostro Corso di quest’anno: ‘La Chiesa chiamata ad essere casa di Misericordia’, sarebbe incomprensibile se non si partisse dalla radice che è Gesù Cristo risorto. La Chiesa accoglie le persone, come ‘casa di Misericordia’, perché innanzitutto accoglie continuamente il suo Signore, nella Parola ascoltata e proclamata, e nella grazia dei Sacramenti”.
Ed attraverso la confessione si ‘edifica’ la Chiesa: “Per questa ragione, nella celebrazione della Confessione sacramentale, mentre i penitenti sono riconciliati con Dio e con la Chiesa, si edifica la Chiesa stessa, che viene arricchita della santità rinnovata dei suoi figli pentiti e perdonati. Nel confessionale, cari fratelli, collaboriamo alla continua edificazione della Chiesa: una, santa, cattolica e apostolica; e così facendo diamo anche energie nuove alla società e al mondo”.
Attraverso la Chiesa si arriva all’unità con le persone: “L’unità con Dio e con la Chiesa, infine, è il presupposto dell’unità interiore delle persone, oggi così necessaria, nel tempo della frammentazione che ci è dato di vivere. Unità interiore che si riscontra come desiderio reale soprattutto nelle nuove generazioni. Le promesse non mantenute di un consumismo sfrenato e l’esperienza frustrante di una libertà svincolata dalla verità si possono trasformare, per divina misericordia, in occasioni di evangelizzazione: facendo emergere il senso di incompiutezza, permettono di destare quelle domande esistenziali alle quali solo Cristo risponde pienamente”.
Questa ‘triade’ pone le fondamenta per la pace: “Questo dinamismo di unità con Dio, con la Chiesa e in noi stessi è un presupposto della pace tra gli uomini e i popoli: solo una persona riconciliata è capace di vivere in modo disarmato e disarmante! Chi depone le armi dell’orgoglio e si lascia continuamente rinnovare dal perdono di Dio, diventa un operatore di riconciliazione nella vita di ogni giorno”.
Ciò si può realizzare grazie alla misericordia di Dio: “In lui o in lei si realizzano le parole attribuite a san Francesco d’Assisi: ‘Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace’. Carissimi, non tralasciate mai di accostarvi voi stessi, con fedele costanza, al Sacramento del perdono, per essere sempre i primi beneficiari della divina Misericordia, di cui siete divenuti (o diverrete) ministri”.
In precedenza aveva ricevuto i componenti della Fondazione Cattolica, nel ventennale della nascita, con l’incoraggiamento a sostenere le situazioni di fragilità ed emarginazione: “Tra questi pionieri ci furono anche i fondatori della Società Cattolica di Assicurazione, un gruppo di sacerdoti e laici che, nel 1896, a Verona, diedero vita a una società cooperativa, a larga partecipazione popolare, che si è poi sviluppata insieme al Paese, aiutando le comunità a superare i traumi delle due guerre mondiali.
Vent’anni fa, in un contesto molto mutato ma a partire da quelle stesse radici, è nata la Fondazione Cattolica, riconoscendo il ruolo fondamentale del Terzo Settore nel sostegno alle comunità, alle persone e alle famiglie che vivono condizioni di maggiore fragilità e di emarginazione sociale. In questo modo, favorendo le iniziative di tante associazioni e imprese sociali, fondazioni ed enti religiosi, avete dato un contributo importante alla coesione sociale e alla tutela delle persone più vulnerabili”.
(Foto: Santa Sede)
Mons. Delpini prosegue alla guida dell’arcidiocesi ambrosiana
“Si avvicina il giorno del compimento del 75^ compleanno ed ho pensato di chiedere una udienza a papa Leone XIV per sottoporgli alcune mie riflessioni preliminari. In sostanza ho esposto al papa le buone ragioni che consigliano di provvedere alla mia sostituzione durante l’estate 2026. Il papa ha ascoltato con attenzione e benevolenza queste mie riflessioni e ha concluso esprimendo l’orientamento a non accettare le mie dimissioni. Devo quindi prevedere che continuerò a esercitare il mio ministero di arcivescovo di Milano per qualche tempo”: sono state queste le parole con cui mons. Mario Delpini, a conclusione della celebrazione penitenziale per il clero, ha annunciato nei giorni scorsi la decisione del papa di mantenerlo arcivescovo ambrosiano.
Ma ha aggiunto la disponibilità a lasciare l’incarico su richiesta del papa: “Sarò in ogni caso pronto a lasciare l’incarico quando sarà deciso dal Papa e dai suoi collaboratori. Devo, però, dirvi che resto volentieri, perché mi sento onorato e grato per quello che sto vivendo in questa Diocesi e tra voi, preti e diaconi, in questo clero diocesano.
Resto volentieri perché sono onorato di far parte di questo clero, sono edificato, ad esempio, da alcuni confratelli ammalati che vivono la malattia con tanta fortezza. Sono contento di essere qui con voi e con tutto il popolo cristiano… Sarò in ogni caso pronto a lasciare l’incarico quando sarà deciso dal papa e dai suoi collaboratori. Resto volentieri, perché mi sento onorato e grato per quello che sto vivendo in questa Diocesi e tra voi, preti e diaconi, esemplari nella dedizione, capaci di servire veramente le comunità”.
Mentre, nei giorni scorsi, al termine della messa per l’anniversario della morte di don Luigi Giussani ha annunciato la chiusura della fase diocesana dell’inchiesta in vista della beatificazione e della canonizzazione del fondatore di Comunione e Liberazione: “Si affacciano, sull’abisso del cuore umano uomini e donne di Dio, e hanno la libertà e l’audacia di riconoscere nel cuore umano scintille divine. Nel cuore umano, così sbagliato, così cattivo, così insignificante riconoscono tratti dell’immagine di Dio e della vocazione all’amore.
Uomini e donne di Dio sanno dire al cuore umano la parola che riaccende la compassione, la benevolenza, la sete d’infinito, la nostalgia di Dio. E molti uomini e donne si sentono chiamati da questi uomini e donne di Dio ad un’esultanza inaudita, ad una bontà eroica, ad una misura smisurata di umanità. Che cosa si può dire di don Giussani? Forse, semplicemente che è stato un uomo di Dio”.
Don Giussani è stato un ‘uomo di Dio’, perché ha tenuto viva la fraternità: “Si affacciano uomini e donne di Dio sull’abisso enigmatico delle relazioni tra persone, tra gruppi, tra fazioni e si sentono chiamati a mettersi in mezzo per intercedere, per riconciliare, per restituire lo splendore della fraternità e dell’amicizia al convivere in famiglia, nel gruppo, nel movimento…
Uomini e donne di Dio si mettono di mezzo e dicono agli uni e agli altri: come sono grandi l’amore e la grazia che vi unisce! Come sono piccoli i capricci e i puntigli che vi dividono! Praticate, dunque, la via del perdono, lasciatevi riconciliare con Dio! Che cosa si può dire di don Giussani? Forse semplicemente che è stato un uomo di Dio”.
Vittorio Bachelet: servizio allo Stato ed alla Chiesa
“Abbiamo vissuto queste due giornate molto belle e intense di questo nostro convegno così denso di riflessioni e di esperienze che ci hanno aiutato ad iniziare nel modo migliore questo centenario (verso la XIX Assemblea nazionale e il 160° dell’AC). Abbiamo voluto immaginare questa occasione come un itinerario della memoria, nella tradizione di questi nostri appuntamenti pensati dall’Istituto a cui l’associazione ha specificamente affidato questo compito della memoria, proponendo di anno in anno occasioni di riflessione e di discussione su temi che hanno sempre intrecciato sapientemente temi che ci permettono di approfondire l’eredità di Vittorio Bachelet nei suoi diversi ambiti di impegno e servizio con le questioni emergenti dall’attualità secondo quello stile di approfondimento e valutazione critica cui lo stesso Bachelet, cresciuto alla scuola del Concilio ci ha educato, mostrandoci in diversi modi quell’esigente esercizio di lettura dei segni dei tempi”: con i ringraziamenti del presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, prof. Giuseppe Notarstefano si è concluso alla ‘Domus Mariae’ di Roma il XLVI Convegno Bachelet, ‘Bachelet: uomo del presente, costruttore di futuro. L’impegno civile ed ecclesiale di Vittorio: seme di speranza a 100 anni dalla sua nascita”, assassinato dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980 all’Università La Sapienza di Roma.
Nella giornata conclusiva la prof.ssa Maria Grazia Vergari, docente invitata alla Pontificia Università di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’ di Roma e già vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica per il settore Adulti, ha ricordato ‘lo sguardo attuale, lucido, libero ed ecclesiale di Bachelet’ nell’attuare il Concilio Vaticano II all’interno dell’Azione cattolica, perché invitava a “stare dentro la storia e dentro le sfide antropologiche dell’uomo e a ritrovare il coraggio dell’identità, riconoscendo i tempi di crisi, ma sapendo stare in mezzo alla gente e interpretare le domande del presente…
Oggi la sfida è già associarsi, costruire ponti e occasioni di dialogo, recuperare la cura dei legami intergenerazionali. Bachelet comprese che l’Ac dovesse rinnovarsi, recuperando un radicamento spirituale”. Figura che ha saputo edificare processi senza eluderne le fatiche, attraverso il coinvolgimento e la partecipazione, Bachelet ha esortato a “mettere al centro al formazione, per rendere i laici testimoni credibili nella società contemporanea, e a custodire l’unità nella pluralità, cercando l’ascolto, il dialogo e la rete”.
Ugualmente Ilaria Vellani, docente di filosofia morale e politica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Emilia Romagna e già direttore dell’Istituto per lo studio dei problemi sociali e politici Vittorio Bachelet, ha illustrato il senso della scelta religiosa dell’Azione cattolica: “E’ un elemento di identità dell’associazione, una delle radici del nostro modo di pensare da sessant’anni a oggi. La scelta religiosa ha implicato la fine del collateralismo tra l’associazione e la politica, ma mai si è abdicato alle responsabilità personali.
Ha permesso di rendere leggera la Chiesa dal potere, cercando di ricondurre alla vita associativa ciò che c’è di essenziale. Bachelet sottolineava con coraggio che la scelta religiosa è nata come il Concilio, dai cambiamenti profonde della società italiana, ed essa ha dato all’associazione una spiritualità che ha trasformato la nostra postura nella Chiesa e nel mondo”.
Tre le sollecitazioni che la scelta religiosa offre a ciascuno e all’Azione cattolica individuate infine dalla docente: “Ci interroga sulla leggerezza di cui la Chiesa ha bisogno e sui pesi che oggi ci impediscono di sentire il cuore pulsante del Vangelo; ci suggerisce di lavorare sul valore della prassi democratica come elemento di formazione, e sulla dimensione di popolarità dell’associazione”.
Infine il prof. Renato Balduzzi, docente ordinario di Diritto costituzionale e di Diritto pubblico comparato all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha delineato l’impegno civile e istituzionale di Vittorio Bachelet, prendendo a prestito le parole del giurista Leopoldo Elia, (‘Vittorio stette nelle istituzioni servendo lo Stato, attuando la Costituzione’), approfondendo il senso dell’impegno di Bachelet nelle istituzioni, caratterizzato da ‘dialogo e lealtà nel rapporti interpersonali’.
Nella sua attività di attuazione costituzionale, Bachelet “aveva colto la novità delle Costituzioni del secondo Novecento, nelle quali entra per la prima volta anche la società. Il cammino di Bachelet nelle istituzioni è precoce, e dai suoi scritti di giovane studente universitario emergono già i tratti di lucidità di giudizio storico. Poi è stato capace di cogliere i germi del futuro agli esordi dell’integrazione europea. Prestava attenzione alla particolare condizione degli uomini politiche che hanno responsabilità speciali, e per i quali egli invitava con forza a pregare”.
Bachelet è stato un uomo mite: “Dagli scritti e dagli interventi pubblici individuiamo la chiara percezione che aveva del suo compito, e dunque della competenza, e il suo vivere il potere come servizio, nel senso di disinteresse personale. Bachelet ci insegna a operare con mitezza, che non è mai all’arrendevolezza, insieme alla coscienza retta. Ci ricorda di rinnovare l’apertura internazionalistica, tanto più oggi, alla luce della situazione mondiale attuale”.
Al termine degli interventi, l’Istituto Bachelet ha presentato le iniziative di divulgazione sulla figura e la dimensione civile di Vittorio Bachelet, grazie ad un podcast in quattro puntate, scritte dal presidente Matteo Truffelli, da aprile anche su ‘il Chiostro’, il nuovo portale di comunicazione dell’ACI.
Mentre nella prima giornata il vicepresidente del CSM, dott. Fabio Pinelli, ha sottolineato che era l’uomo delle Istituzione ed il figlio Giovanni lo ha ricordato come ‘uomo di grande tenerezza, capace di insegnare con una risata, in un’epoca in cui veniva messo in discussione l’istituto familiare’; ma è stato anche l’uomo della scelta religiosa, come ha ricordato la sua allieva, Rosy Bindi, che prendendo a prestito le parole del card. Martini, lo ha definito ‘martire laico’, perché ‘è morto non in odio al Vangelo, ma per il suo impegno per la Città dell’uomo’, ma dal Vangelo trasse le sue ragioni: “Non voleva che il Vangelo diventasse uno strumento di potere, ma che restasse un insegnamento da cui far scaturire una responsabilità personale, senza coinvolgere la Chiesa, che deve potersi rivolgere a tutti, non solo a quelli che votano un partito”.
Si riconosceva nel riformismo di De Gasperi, anche se fu Aldo Moro il suo riferimento maggiore, anche lui docente all’Università del La Sapienza e morto ucciso dalle Brigate Rosse, come altri due docenti dell’ateneo, Ezio Tarantelli e Massimo d’Antona, secondo il costituzionalista, prof. Stefano Ceccanti: “Quando passiamo per il corridoio si Scienze politiche al piano terra con le aule intitolate a Bachelet, Moro e D’Antona, quando passiamo sotto la lapide al piano rialzato siamo provocati a ragionare sul nostro ruolo educativo, che dalle loro vicende tragiche trae alimento”.
La giornata era stata chiusa dall’emissione da parte del ministero delle Imprese di un francobollo appartenente alla serie tematica ‘i valori sociali’, stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato in rotocalcografia, parte da un bozzetto a cura dell’artista Tiziana Trinca: “Il francobollo riproduce un ritratto di Vittorio Bachelet mentre tiene in mano un volume; sullo sfondo è raffigurata una libreria, a simboleggiare la profonda cultura e il suo stretto legame con il sapere”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
Papa Leone XIV: la missione si realizza nell’unità con Gesù
“Per la Giornata Missionaria Mondiale del 2026, che segna il centenario di questa celebrazione, istituita da papa Pio XI e tanto cara alla Chiesa, ho scelto il tema ‘Uno in Cristo, uniti nella missione’. Dopo l’Anno giubilare, desidero esortare tutta la Chiesa a proseguire con gioia e zelo nello Spirito Santo il cammino missionario, che richiede cuori unificati in Cristo, comunità riconciliate e, in tutti, disponibilità a collaborare con generosità e fiducia. Riflettendo sul nostro essere uno in Cristo e uniti nella missione, lasciamoci guidare e ispirare dalla grazia divina, per ‘rinnovare in noi il fuoco della vocazione missionaria’ ed avanzare insieme nell’impegno di evangelizzazione, in ‘un’epoca missionaria nuova’ nella storia della Chiesa”.
Nel messaggio per la 100^ edizione della Giornata missionaria, che si celebra domenica 18 ottobre con il tema ‘Uno in Cristo, uniti nella missione’, papa Leone XIV richiama l’attuale contesto segnato da ‘polarizzazioni’, ‘conflitti’ e ‘sfiducia reciproca’ attraverso l’esortazione all’unità come convergenza in cui le diverse culture si esprimono ‘nella stessa fede’, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.
Con l’unità in Cristo il discepolo è missionario: “Al centro della missione c’è il mistero dell’unione con Cristo. Prima della sua Passione, Gesù ha pregato il Padre: ‘Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi’. In queste parole si svela il desiderio più profondo del Signore Gesù e, al tempo stesso, l’identità della Chiesa, comunità dei suoi discepoli: essere una comunione che nasce dalla Trinità e che vive della e nella Trinità, a servizio della fraternità tra tutti gli esseri umani e dell’armonia con tutte le creature”.
Quindi il cristianesimo è unione con Gesù e non idea: “L’essere cristiani non è anzitutto un insieme di pratiche o idee: è una vita in unione con Cristo, nella quale siamo resi partecipi della relazione filiale che Egli vive con il Padre nello Spirito Santo. Significa dimorare in Cristo come i tralci nella vite, immersi nella vita trinitaria. Da questa unione scaturisce la comunione reciproca tra i credenti e nasce ogni fecondità missionaria”.
Nel ricordo del Concilio di Nicea compito della Chiesa è l’unità: “Per questo la prima responsabilità missionaria della Chiesa è rinnovare e mantenere viva l’unità spirituale e fraterna fra i suoi membri. In tante situazioni noi assistiamo a conflitti, polarizzazioni, incomprensioni, sfiducia reciproca. Quando questo accade anche nelle nostre comunità, ne indebolisce la testimonianza. La missione evangelizzatrice, che Cristo ha affidato ai discepoli, richiede anzitutto cuori riconciliati e desiderosi di comunione. In quest’ottica, sarà importante intensificare l’impegno ecumenico con tutte le Chiese cristiane, anche cogliendo le opportunità suscitate dalla comune celebrazione del 1700° anniversario del Concilio di Nicea”.
Per questo occorre rivolgere lo sguardo a Gesù, come insegna la Chiesa: “Infine, ma non per importanza, l’essere ‘uno in Cristo’ ci chiama a tenere sempre lo sguardo rivolto al Signore, perché Egli sia davvero al centro della vita personale e comunitaria, di ogni parola, azione, relazione interpersonale, così da farci dire con stupore: ‘Non vivo più io, ma Cristo vive in me’. Questo sarà possibile nell’ascolto costante della sua Parola e nella grazia dei Sacramenti, per essere pietre vive della Chiesa, chiamata oggi a raccogliere le istanze fondamentali del Concilio Vaticano II e del successivo Magistero pontificio, in particolare, di papa Francesco”.
Riprendendo le parole dell’apostolo Paolo il papa sottolinea che l’unità si realizza attraverso la missione: “Infatti, come afferma san Paolo, ‘noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore’. Ribadisco perciò le parole di san Paolo VI: ‘Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati’. Tale processo di genuina evangelizzazione comincia dal cuore di ogni cristiano per espandersi a tutta l’umanità. Pertanto, quanto più saremo uniti in Cristo, tanto più potremo compiere insieme la missione che Egli ci affida”.
Per questo il papa sottolinea che la missione è ‘compito’ del cristiano: “Nessun battezzato, infatti, è estraneo o indifferente alla missione: tutti, ciascuno secondo la propria vocazione e condizione di vita, partecipano alla grande opera che Cristo affida alla sua Chiesa. Come ha più volte ricordato Papa Francesco, l’annuncio del Vangelo è sempre un’azione corale, comunitaria, sinodale.
Per questo, essere uniti nella missione significa custodire e alimentare la spiritualità di comunione e collaborazione missionaria. Crescendo ogni giorno in tale atteggiamento, impariamo con la grazia divina a guardare i nostri fratelli e sorelle sempre di più con occhi di fede, a riconoscere con gioia il bene che lo Spirito suscita in ciascuno, ad accogliere la diversità come ricchezza, a portare i pesi gli uni degli altri e a cercare sempre l’unità che viene dall’Alto”.
Ma unità non significa omologazione, ma convergenza: “L’unità missionaria, ovviamente, non va intesa come uniformità, ma come convergenza dei diversi carismi per lo stesso scopo: rendere visibile l’amore di Cristo e invitare tutti all’incontro con Lui. L’evangelizzazione si realizza quando le comunità locali collaborano tra loro e quando le differenze culturali, spirituali e liturgiche si esprimono pienamente e armonicamente nella stessa fede. Incoraggio perciò le istituzioni e le realtà ecclesiali a irrobustire il senso di comunione missionaria ecclesiale e a sviluppare con creatività le vie concrete di collaborazione tra loro per e nella missione”.
Per questo la missione nasce dall’amore: “La missione dei discepoli e della Chiesa intera è il prolungamento, nello Spirito Santo, di quella di Cristo: una missione che nasce dall’amore, si vive nell’amore e conduce all’amore. Tant’è vero che il Signore stesso, nella sua grande preghiera al Padre prima della Passione, dopo aver invocato l’unità dei discepoli così conclude: ‘L’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’.
Gli Apostoli poi evangelizzarono spinti dall’amore di Cristo e per Cristo. Allo stesso modo, lungo i secoli, schiere di cristiani, martiri, confessori, missionari, hanno dato la vita per far conoscere questo amore divino al mondo. Così, la missione evangelizzatrice della Chiesa continua sotto la guida dello Spirito Santo, Spirito d’amore, sino alla fine dei tempi”.
Il messaggio si trasforma in un ringraziamento: “Desidero quindi ringraziare particolarmente i missionari e le missionarie ad gentes di oggi: persone che, come san Francesco Saverio, hanno lasciato la propria terra, la propria famiglia e ogni sicurezza per annunciare il Vangelo, portando Cristo e il suo amore in luoghi spesso difficili, poveri, segnati da conflitti o lontani culturalmente. Continuano a donarsi con gioia malgrado avversità e limiti umani, perché sanno che Cristo stesso con il suo Vangelo è la più grande ricchezza da condividere.
Con la loro perseveranza mostrano che l’amore di Dio è più forte di ogni barriera. Il mondo ha ancora bisogno di questi testimoni coraggiosi di Cristo, e le comunità ecclesiali hanno ancora bisogno di nuove vocazioni missionarie, che dobbiamo sempre avere a cuore e per le quali occorre pregare il Padre continuamente. Che Egli ci conceda il dono di giovani e adulti disposti a lasciare tutto per seguire Cristo nella via dell’evangelizzazione sino alle estremità della terra!”
La conclusione è un invito ad essere missionari, come sollecitava san Francesco d’Assisi: “Ammirando i missionari e le missionarie, rivolgo un appello speciale alla Chiesa intera: che ci uniamo tutti a loro nella missione evangelizzatrice tramite la testimonianza della vita in Cristo, la preghiera e il contributo per le missioni. Spesso, lo sappiamo, ‘l’Amore non è amato’, come ebbe a dire san Francesco d’Assisi, al quale guardiamo in modo particolare a ottocento anni dal suo transito al Cielo”.
Essere missionari, come sollecitava santa Teresa di Gesù Bambino: “Lasciamoci contagiare dal suo desiderio di vivere nell’amore del Signore e di trasmetterlo ai vicini e lontani, perché, come affermava, ‘molto si deve amare l’amore di Colui che molto ci ha amato’. Sentiamoci stimolati pure dallo zelo di santa Teresa di Gesù Bambino, che si prefisse di continuare la sua missione anche dopo la morte, dichiarando: ‘In Cielo desidererò la stessa cosa che in terra: amare Gesù e farlo amare’. Animati da queste testimonianze, impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera dell’amore”.
Papa Leone XIV: prendersi cura delle differenze
“Mentre vi riunite per portare avanti gli impegni che sono stati il frutto del Vertice Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, convocato dal mio predecessore, papa Francesco, nello stesso periodo dell’anno scorso, vi do il mio caloroso benvenuto. Vi assicuro le mie preghiere mentre cercate di discernere la volontà del Signore e di leggere i ‘segni dei tempi’ relativi all’impatto delle crisi mondiali sui ‘piccoli’ di Dio”: ricevendo in udienza il Comitato organizzatore dell’iniziativa ‘From Crisis to Care: Catholic Action for Children’ papa Leone XIV ha ricordato l’importanza di leggere i ‘segni dei tempi’.
Durante l’udienza il papa ha sottolineato che non è migliorata la situazione di vita dei bambini: “E’ davvero una tragedia che i bambini e i giovani del nostro mondo, coloro che Gesù voleva che andassero a Lui, siano così spesso privati delle cure e dell’accesso ai beni di prima necessità. Allo stesso modo, hanno spesso poche opportunità di realizzare il potenziale che Dio ha donato loro. Purtroppo, vedo che la situazione dei bambini oggi non è migliorata nell’ultimo anno, ed è anche motivo di profonda preoccupazione apprendere della mancanza di progressi nella protezione dei bambini dai pericoli”.
Per questo ha detto delle difficoltà degli impegni presi per migliorare lo sviluppo: “Dobbiamo chiederci se gli impegni globali per lo sviluppo sostenibile siano stati messi da parte quando vediamo nella nostra famiglia umana globale che così tanti bambini vivono ancora in estrema povertà, subiscono abusi e sono costretti a sfollare, per non parlare del fatto che non hanno un’istruzione adeguata e sono isolati o separati dalle loro famiglie”.
Riprendendo un discorso al Corpo diplomatico di papa Francesco il papa ha evidenziato il loro impegno per l’infanzia: “A questo proposito, accolgo con favore il vostro impegno a sviluppare modi efficaci per affrontare le preoccupazioni sollevate al Vertice sui Diritti dell’Infanzia. Mentre svolgete questo compito, vorrei sottolineare due punti importanti. In primo luogo, state parlando a nome di coloro che non hanno voce. Questo è un compito davvero nobile. Tenetelo a mente quando sorge la tentazione di scoraggiarvi a causa di iniziative fallite, di un’apparente mancanza di interesse da parte degli altri o della sensazione che la situazione non stia migliorando. Lasciate che il bene che sapete di fare vi spinga avanti”.
E’ stato un invito a non trascurare i bisogni ‘trasversali’ dei bambini: “Il secondo punto riguarda la necessità di concentrarsi sui bisogni trasversali dei bambini, che possono facilmente passare inosservati quando l’assistenza si concentra su una sola area di bisogno. In questo senso, mi rendo conto che il modo particolare in cui ciascuno di voi affronta i bisogni dei bambini è conforme ai vostri specifici carismi e specializzazioni all’interno delle strutture della Chiesa locale, delle congregazioni religiose e delle organizzazioni di ispirazione cattolica”.
Per raggiungere tali obiettivi è necessario un lavoro comune: “Vi esorto, tuttavia, a trovare il modo di lavorare insieme in maggiore armonia affinché i bambini ricevano un’assistenza equilibrata, tenendo conto del loro benessere fisico, psicologico e spirituale. Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, così come la Pontificia Accademia per la Vita, l’Unione dei Superiori Generali e l’Unione Internazionale dei Superiori Generali vi accompagnano in questo sforzo e incoraggio tutti voi a sviluppare misure concrete e piani d’azione per rispondere ai bisogni trasversali dei bambini”.
Per fare bene tale ‘lavoro’ è fondamentale ascoltare i bambini: “Papa Francesco ci ha spesso ricordato la necessità di ascoltare i bambini e si è dimostrato un maestro esemplare in questo senso”.
Mentre con una citazione del patriarca Atenagora il papa ha salutato i partecipanti ad un’iniziativa del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, destinata ai giovani sacerdoti e monaci delle Chiese ortodosse orientali, ricevuti in udienza: “Come sappiamo, san Paolo viaggiò molto in Israele, in Asia Minore, in Siria, in Arabia e persino in Europa. Fondando e visitando numerose comunità cristiane, divenne consapevole delle peculiarità di ogni chiesa: la sua etnia, i suoi costumi, così come le sue difficoltà e preoccupazioni. L’apostolo comprese che le comunità potevano diventare troppo isolate, concentrandosi sui propri problemi specifici.
Pertanto, in tutte le sue lettere, San Paolo fu fermo nel ricordare loro che facevano parte dell’unico Corpo Mistico di Cristo. In questo modo, li incoraggiava a sostenersi a vicenda e a mantenere l’unità di fede e di insegnamento che riflette la natura trascendente e l’unità di Dio”.
Infine ha sottolineato il valore delle ‘differenze’: “Cari amici, le differenze storiche e culturali delle nostre Chiese costituiscono uno splendido mosaico della nostra comune eredità cristiana, qualcosa che tutti possiamo apprezzare. Allo stesso tempo, dobbiamo continuare a sostenerci a vicenda affinché possiamo crescere nella nostra fede condivisa in Cristo, che è la fonte ultima della nostra pace. Ciò richiede che impariamo a disarmarci”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: una voce sola per la fede
“In uno dei passi biblici che abbiamo appena ascoltato, l’apostolo Paolo si definisce ‘il più piccolo tra gli apostoli’. Egli si considera indegno di questo titolo, perché nel passato è stato un persecutore della Chiesa di Dio. Tuttavia, non è prigioniero di quel passato, ma piuttosto ‘prigioniero a motivo del Signore’. Per grazia di Dio, infatti, ha conosciuto il Signore Gesù Risorto, che si è rivelato a Pietro, quindi agli Apostoli e a centinaia di altri seguaci della Via, e infine anche a lui, un persecutore. Il suo incontro con il Risorto determina la conversione che commemoriamo oggi”: celebrando nella Basilica ostiense i secondi Vespri nella solennità della conversione di san Paolo, papa Leone XIV, chiudendo la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ha ricordato che la loro missione oggi è annunciare Cristo ed avere fiducia in Lui.
E la conversione comporta un cambiamento: “La portata di questa conversione si riflette nel cambiamento del suo nome, da Saulo a Paolo. Per grazia di Dio, colui che un tempo perseguitava Gesù è stato completamente trasformato ed è diventato suo testimone. Colui che combatteva il nome di Cristo con ferocia, ora predica il suo amore con zelo ardente, come esprime vividamente l’inno che abbiamo cantato all’inizio di questa celebrazione”.
Un cambiamento che è missione: “Mentre siamo riuniti presso le spoglie mortali dell’Apostolo delle genti, ci viene così ricordato che la sua missione è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti ad avere fiducia in Lui. Ogni vero incontro con il Signore, infatti, è un momento trasformativo, che dona una nuova visione e nuova direzione per assolvere il compito di edificare il Corpo di Cristo”.
Quindi è compito dei cristiani annunciare Gesù, come ha detto il papa all’inizio del pontificato: “E’ compito comune di tutti i cristiani dire al mondo, con umiltà e gioia: ‘Guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua parola che illumina e consola!’. Carissimi, la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani ci chiama ogni anno a rinnovare il nostro comune impegno in questa grande missione, nella consapevolezza che le divisioni tra noi, se non impediscono certo alla luce di Cristo di brillare, rendono tuttavia più opaco quel volto che deve rifletterla sul mondo”.
Ed ecco il richiamo al Concilio di Nicea, segno di unità tra i cattolici: “Sua Santità Bartolomeo, Patriarca Ecumenico, ha invitato a celebrare questo anniversario a İznik, e rendo grazie a Dio per il fatto che tante tradizioni cristiane siano state rappresentate in quella commemorazione, due mesi fa. Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso della sua redazione è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della nostra unità in Cristo.
Quel momento di fraternità ci ha permesso anche di lodare il Signore per ciò che ha operato nei Padri di Nicea, aiutandoli ad esprimere con chiarezza la verità di un Dio che si è fatto prossimo a noi incontrandoci in Gesù Cristo. Possa anche oggi lo Spirito Santo trovare in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo!”
Unità che è stata al centro del cammino sinodale in vista del giubileo del 2033: “Ciò si è riflesso nelle due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, caratterizzate da un profondo zelo ecumenico e arricchite dalla partecipazione di numerosi delegati fraterni. Credo che questa sia una strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali. Mentre guardiamo al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033, impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo”.
Infine ha ricordato che questa settimana è stata ‘animata’ dai testi della comunità armena, sempre ‘attenta’ all’unità tra i cristiani: “I sussidi per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani di quest’anno sono stati preparati dalle Chiese in Armenia. Con profonda gratitudine il nostro pensiero va alla coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una caratteristica costante. Al termine di questa Settimana di Preghiera, ricordiamo il santo Catholicos San Nersès Šnorhali ‘il Grazioso’, che lavorò per l’unità della Chiesa nel XII secolo. Egli era in anticipo sui tempi nel comprendere che la ricerca dell’unità è un compito che spetta a tutti i fedeli e richiede la guarigione della memoria. San Nersès può anche insegnarci l’atteggiamento che dovremmo adottare nel nostro cammino ecumenico”.
Quella armena è stata una vera testimonianza cristiana: “La tradizione ci consegna la testimonianza dell’Armenia quale prima nazione cristiana, con il battesimo del Re Tiridate nel 301 da parte di San Gregorio l’Illuminatore. Rendiamo grazie per come, ad opera di intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo; e preghiamo affinché i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero”.
All’inizio della celebrazione il papa ha reso omaggio alla tomba dell’apostolo Paolo, insieme a lui il metropolita Polykarpos, rappresentante del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che durante i vespri ha letto la prima orazione e il vescovo anglicano Anthony Ball che invece ha letto la seconda. Accanto a loro anche il card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e mons. Flavio Pace, segretario dello stesso Dicastero.
Inoltre è stato illuminato il tondo musivo di Papa Leone XIV nella Basilica di san Paolo fuori le Mura, installato lungo la navata sinistra accanto a quello del suo predecessore papa Francesco e frutto di un’incredibile sinergia lavorativa tra lo Studio del Mosaico Vaticano ed il pittore Rodolfo Papa.
(Foto: Santa Sede)
Nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani si prega con testi armeni
Da domenica 18 a domenica 25 gennaio, tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo, nell’emisfero nord si celebra la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, iniziativa ecumenica in cui i cristiani di tutto il mondo, appartenenti a diverse tradizioni e confessioni, si riuniscono spiritualmente in preghiera per l’unità della Chiesa.
‘Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati’, frase tratta dalla Lettera agli Efesini, è il tema proposto per quest’anno. San Paolo ricorda che si è tutti chiamati a vivere in comunione e che, attraverso il dialogo, la collaborazione e la testimonianza comune, si può costruire una Chiesa unita e forte, in grado di affrontare le sfide di questo tempo per realizzare, così, la visione di Cristo per la sua Chiesa: un corpo unito, che riflette la sua gloria e il suo amore nel mondo e si impegna per la pace, la giustizia, la dignità umana e il diritto alla patria.
Il sussidio per la Settimana di quest’anno è stato elaborato dalla Commissione internazionale nominata dal Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani (DPUC) e dalla Commissione Fede e costituzione (F&C) del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) riunitasi dal 13 al 18 ottobre 2024 presso la Santa Sede di Etchmiadzin, in Armenia. Durante l’incontro, presieduto dal reverendo dott. Mikie Roberts del CEC e dal reverendo p. Martin Browne del DPUC, i rappresentanti del Gruppo locale armeno hanno collaborato con la Commissione internazionale.
La Chiesa apostolica armena fa parte della tradizione ortodossa orientale ed è costellata dalla presenza di numerosi martiri. I suoi rituali, in ambito teologico e liturgico, influenzati da antiche usanze cristiane e da influssi culturali armeni, riflettono un’intensa spiritualità. Vanta una fiorente tradizione di ecumenismo e si impegna a costruire relazioni con altre comunità cristiane. Negli ultimi decenni ha avviato il dialogo con varie denominazioni, tra cui le Chiese cattoliche, ortodosse e protestanti, cercando con tutte un terreno comune e preservando al contempo il proprio patrimonio unico. La partecipazione al Consiglio ecumenico delle chiese e le sue relazioni con il Vaticano e altri organismi ecumenici mostrano il suo impegno per l’unità dei cristiani e per il progresso nella comprensione reciproca.
L’unità delle chiese cristiane è una chiamata fondamentale che richiede un impegno collettivo. Superare le divisioni storiche, affrontare le sfide contemporanee e lavorare insieme per il bene comune sono passi essenziali per realizzare questa unità.
Nelle note introduttive del testo si specifica in cosa consiste l’unità per la Chiesa armena: “La Chiesa apostolica armena, attraverso le sue pratiche ed i suoi insegnamenti, propone una profonda riflessione sull’essenza dell’unità all’interno del Corpo di Cristo, intesa non solo come semplice concetto, ma come realtà viva e pulsante. Recitando il Credo, i fedeli dichiarano di credere in ‘una Chiesa santa, cattolica e apostolica’, professando così la centralità di questa unità nella loro vita spirituale.
Questo impegno all’unità trova la sua massima espressione nelle sinassi eucaristiche della Chiesa, dove le preghiere della comunità non hanno come unici destinatari i cristiani di tutto il mondo e i loro leader spirituali, ma anche l’unità della Chiesa stessa. Ogni domenica, durante la liturgia, i fedeli si abbracciano l’un l’altro e cantano: ‘La Chiesa è diventata una’, manifestazione tangibile della loro fede collettiva e dello scopo condiviso che li unisce.
La lunga storia della Chiesa armena e dei suoi leader, costellata dalla presenza di numerosi martiri, è una chiara testimonianza dell’impegno incrollabile degli Armeni e della loro capacità di preservare la fede cristiana nella terra d’Armenia e nella regione circostante. L’unità all’interno della Chiesa dovrebbe trascendere l’affermazione dottrinale; infatti, si tratta di un’esperienza vissuta che approfondisce l’identità spirituale dei fedeli e rafforza la loro testimonianza collettiva. Abbracciando e vivendo questa unità, la Chiesa apostolica armena non solo onora le sue sacre tradizioni, ma contribuisce anche in modo significativo alla maggiore unità della Chiesa di Cristo. Questa riflessione ci invita a riconoscere e abbracciare il potere trasformativo dell’unità, sia all’interno delle nostre comunità di fede sia nella Chiesa più ampia”.
Le origini della Chiesa apostolica armena sono profondamente radicate negli insegnamenti degli apostoli Taddeo e Bartolomeo, che evangelizzarono l’Armenia già nel I secolo d.C., tuttavia, fu sotto la guida di san Gregorio l’Illuminatore, il primo Catholicòs (Patriarca) ufficiale dell’Armenia, che il cristianesimo iniziò a fiorire. Nel 301 d.C., sotto il re Tiridate III, l’Armenia fu la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione di Stato, un evento che ne contraddistinse il carattere di pioniere della fede molto prima che l’Impero romano aderisse al cristianesimo.
La Santa Sede di Etchmiadzin, situata vicino a Yerevan, è il centro spirituale e amministrativo della Chiesa apostolica armena. La Sacra Tradizione narra che in questo luogo san Gregorio ricevette una visione divina di Cristo che scendeva dal cielo e colpiva il suolo con un martello d’oro, indicando questo sito come sede ideale per la prima cattedrale armena. Questa visione portò alla costruzione della cattedrale di Etchmiadzin, una delle chiese più antiche del mondo, simbolo del legame duraturo tra la Chiesa armena e i suoi fedeli.
Durante i secoli, la Santa Madre Sede ha continuato ad essere centro di spiritualità ed autorità ecclesiastica, offrendo guida ai fedeli e tutelando il patrimonio cristiano armeno. La Chiesa apostolica armena fa parte della tradizione ortodossa orientale, caratterizzata da specifiche pratiche teologiche e liturgiche. I suoi rituali, influenzati sia da antiche usanze cristiane sia da influssi culturali armeni, riflettono una profonda riverenza ed una intensa spiritualità.
La Divina Liturgia, insieme ai sacramenti della Chiesa, che sono celebrati in armeno classico, comprendono canti secolari, uso di incenso e paramenti ornamentali, che insieme creano un’atmosfera che avvicina i fedeli alla Chiesa degli albori. La Chiesa apostolica armena, in conformità con gli insegnamenti dei primi tre Concili ecumenici, sostiene la dottrina apostolica della Santa Trinità e la pienezza della divinità e dell’umanità di Cristo, in linea con l’unanime comunione ortodossa orientale. La Chiesa afferma che Cristo ha sofferto, è stato crocifisso, è risorto il terzo giorno, è asceso al cielo e attende di tornare nella gloria per giudicare i vivi e i morti. Questa interpretazione cristologica è fonte di profonda ispirazione per il pensiero teologico della Chiesa e, nel corso della storia, ne ha influenzato le relazioni ecumeniche.
Attraverso il sacramento del battesimo, gli Armeni rinascono in Cristo e partecipano alla vita divina attraverso il sacramento della Santa Comunione e la celebrazione dell’Eucaristia. La Chiesa crede che lo Spirito Santo, che ha ispirato i profeti e gli apostoli, continua a ispirare i fedeli e a guidare la Chiesa, che è una, santa, cattolica e apostolica. La Chiesa amministra un unico battesimo e proclama la risurrezione dei morti, il giudizio eterno e la promessa di vita eterna nel Regno dei Cieli.
(Foto: SPUC)
Il sinodo sulla sinodalità ed i giovani, una occasione sprecata?
“Lo scorso 25 ottobre i delegati (compresi i vescovi) hanno votato il Documento finale. Si è chiusa così una fase importante, avviata quattro anni fa accogliendo l’invito di papa Francesco, che ha visto una partecipazione a vario titolo di almeno 500.000 persone… Con il Cammino sinodale abbiamo imparato ad affinare aspetti che erano probabilmente già presenti, ma che avevano bisogno di essere rinnovati: l’ascolto, il discernimento, la profezia. Abbiamo cercato soprattutto di interiorizzare questo processo come stile ecclesiale permanente”: aprendo l’assemblea generale dei vescovi ad Assisi il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi ha ricordato il cammino sinodale compiuto dalla Chiesa italiana in questi anni.
Un cammino sinodale aperto da papa Francesco e chiuso da papa Leone XIV nello scorso ottobre, dopo quattro anni di cammino e di discernimento, con il giubileo delle équipe sinodali e degli organismi di partecipazione: “Ed oggi vorrei esortarvi: nell’ascolto dello Spirito, nel dialogo, nella fraternità e nella parresìa, aiutateci a comprendere che, nella Chiesa, prima di qualsiasi differenza, siamo chiamati a camminare insieme alla ricerca di Dio, per rivestirci dei sentimenti di Cristo; aiutateci ad allargare lo spazio ecclesiale perché esso diventi collegiale ed accogliente… Essere Chiesa sinodale significa riconoscere che la verità non si possiede, ma si cerca insieme, lasciandosi guidare da un cuore inquieto e innamorato dell’Amore. Carissimi, dobbiamo sognare e costruire una Chiesa umile”.
Partendo da queste sollecitazioni abbiamo chiesto al prof. Sergio Ventura, docente di religione cattolica nei licei romani, scrittore per il sito Vinonuovo.it, autore del libro ‘Imparare dal vento. Sulle tracce della sinodalità di papa Francesco’, delegato della diocesi di Roma per il cammino sinodale, di raccontarci il clima vissuto in quei giorni sinodali: “Un clima molto positivo e partecipato, nonostante fosse affiorata un po’ di stanchezza per la fatica fisica e mentale sperimentata. Ma l’attesa e la curiosità per l’esito finale sono state più forti ed hanno garantito il ‘carburante’ spirituale necessario per tagliare il traguardo”.
Il Sinodo si è concluso da quasi un mese: in quale modo è possibile camminare nell’unità?
“Pensando anche alla mia esperienza nella diocesi di Roma, rafforzerei la partecipazione ed il funzionamento effettivo degli organismi di partecipazione, creando poi ulteriori luoghi di confronto reale e profondo sulle questioni dottrinali oggi divisive. Solo così, credo, potremo trasfigurare i conflitti e le polarizzazioni interni alla comunità ecclesiale in cammini su sentieri inesplorati, per cercare di scoprire ogni volta la verità più profonda verso cui lo Spirito sta sussurrando di muoverci”.
Quale visione offre il documento del Sinodo?
“Mi sembra che, in estrema sintesi, il documento finale prospetti una Chiesa che divenga capace di formarsi (parte 2) e di organizzarsi (parte 3) per aprirsi (parte 1) a quelle chi io chiamo porzioni del popolo di Dio ‘ufficiose’ (con tutto il loro mondo di valori e ideali), ma che lo Spirito sembra volere divengano ‘ufficialmente’ parte della Chiesa”.
La Chiesa italiana è capace di abitare la realtà?
“Direi che la Chiesa sta sinceramente cercando di rendersi capace di abitare la realtà nella sua complessità. Durante il cammino sinodale è emersa l’onestà con cui pastori e popolo di Dio hanno confessato le loro debolezze e resistenze. Tale atteggiamento è importante perché costituisce la premessa per poter cogliere, di questa realtà, dettagli nuovi o in precedenza non visti o trascurati”.
Ma i giovani si sentono ‘protagonisti’ in questa Chiesa sinodale?
“Se non ci lasciamo distogliere dalla ‘vexata quaestio’Chiesa-Democrazia, non possiamo non vedere nella partecipazione il motore della sinodalità. A quanto risulta, i giovani hanno partecipato al cammino sinodale facendosi sentire, indicando alcuni temi e dando una certa direzione ad altri. Certo, non possiamo pretendere che questo protagonismo abbia riguardato tutti i giovani (ma lo stesso vale per gli adulti).
Non dimentichiamo che viviamo nell’epoca della disintermediazione e della crisi della democrazia. Il vero problema, secondo me, è che alcuni giovani (ed alcuni adulti) che avrebbero potuto e dovuto partecipare non lo hanno fatto. Per scetticismo o per paura di avallare un processo non condiviso, questo non lo so. Ma sono convinto che tale atteggiamento ha ‘danneggiato’ il tentativo dello Spirito di far dialogare gli opposti per condurli, più o meno docilmente, verso quella verità più profonda di cui parlavo prima”.
Quale è il ruolo degli insegnanti di religione, secondo il documento sinodale?
“Da un lato è stato riconosciuto in modo esplicito l’aspetto culturale e professionale del loro ruolo, sempre un po’ sacrificato rispetto a quello educativo, anche se tale aspetto non è emerso in tutta la sua portata di mediazione teologica tra contenuti cristiano-cattolici e mondo giovanile. Dall’altro lato, un paragrafo decisivo è restato vittima di un refuso da correggere per meglio rappresentare quanto emerso chiaramente dal cammino sinodale: gli insegnanti – e quelli di religione in particolare – sono stati l’orecchio che ha permesso di cogliere quei ‘segni dei tempi’ emergenti dal mondo giovanile che la Chiesa ‘ufficiale’ non coglie perché questi giovani (spesso con le rispettive famiglie) le gravitano intorno lontano, molto lontano…”.
(Tratto da Aci Stampa)




























