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Il Rock Cristiano per la pace: serata a Jesi di “preghiera in musica” con i The Branches
Domani, lunedì 3 novembre, alle ore 19, il gruppo Rock Cristiano dei The Branches animerà nella Chiesa dell’Adorazione di Jesi (piazza della Repubblica 4) un incontro di preghiera, musica e adorazione eucaristica per la pace. Tra i fondatori della band, nata nel 2016 per un’ispirazione nata durante la GMG di Cracovia, Cristiano Coppa, che è insegnante di religione, musicista, cantante e compositore originario di Jesi.
Per dieci anni (dal 2001 al 2011) ha suonato il basso nel gruppo Heavy Metal di Fabriano Death Riders, un progetto nato tra i banchi scuola grazie al quale ha pubblicato nel 2011 il primo album Through Centuries of Dust. Successivamente intraprende un progetto solista di Christian Metal che lo porterà, nel 2022, ha editare il suo EP (cioè, album breve) intitolato Prayer in The Battlefield (Preghiera sul campo di battaglia). Nel 2023 pubblica il singolo Chains Of Sadness, per la promozione del quale l’omonimo video grazie alla collaborazione del videomaker israeliano Eli Lev. L’abbiamo incontrato mentre è impegnato nella promozione dell’ultimo singolo dei The Branches “Guidami”.
Con i The Branches hai in programma una particolare “preghiera in musica” per la Pace in una chiesa di Jesi, organizzata con l’aiuto del vescovo Mons. Paolo Ricciardi, ce ne puoi parlare?
Si tratta di un momento di preghiera e musica per chiedere al Signore il ritorno della Pace nel mondo e, soprattutto, in Terra Santa e in Ucraina. La serata è aperta a tutti e confidiamo sarà partecipata non solo da chi frequenta abitualmente la chiesa dell’Adorazione di Jesi. Siamo davvero felici di aver promosso questa iniziativa, alla quale come hai anticipato parteciperà anche il nostro vescovo Don Paolo Ricciardi. Personalmente invito chi può prendervi parte o, se impossibilitato, a organizzarne ed a viverne di simili!
Come si articolerà il concerto-preghiera del 3 novembre?
Dal punto di vista musicale presenteremo dal vivo brani del nostro repertorio, costituito principalmente da cover di grandi gruppi e interpreti del Rock Cristiano come i The Sun, i Reale, Hillsong, Chris Tomlin, i Planetshakers, ecc…. Recentemente abbiamo pubblicato il nostro primo singolo “Guidami”, una preghiera dai toni meditativi e intimi. Stiamo già lavorando in studio al nostro secondo singolo “My Saviour King” dalle sonorità hard rock/heavy metal. Il 3 novembre nella chiesa dell’Adorazione di Jesi animeremo il nostro incontro di preghiera e di adorazione per la pace alternando diverse canzoni del nostro repertorio, compresa Guidami che in sostanza è una preghiera di affidamento al Signore, con dei brani sul tema della pace in generale.
Veniamo ora al Christian Metal, un genere musicale che ha assunto da alcuni decenni una specifica rilevanza all’interno del Rock contemporaneo. A quali artisti internazionali ti ispiri?
A livello internazionale, per quanto riguarda il Christian Metal o White Metal, ho trovato una grande fonte di ispirazione negli Stryper, nei Theocracy, nei Saviour Machine, ma anche in band che non rientrano formalmente nel genere pur condividendone i contenuti, come gli Warlord e gli W.A.S.P. dopo la conversione al Cristianesimo del leader Blackie Lawless.
Come ci puoi descrivere la scena italiana dell’Heavy Metal d’ispirazione cristiana?
La scena italiana, sia in ambito rock che in quello Metal di ispirazione cristiana, è ancora poco supportata e sviluppata. Purtroppo, nel nostro Paese, il monopolio della musica leggera da una parte e un certo bigottismo dall’altra hanno portato sempre a boicottare e demonizzare fin dalle origini il vero Rock (intendo non quello annacquato e mainstream) e quindi anche il Metal. Senza dubbio hanno dato una buona risonanza al Rock Cristiano gruppi come The Sun, i Reale e i Kantiere Kairos. In ambito Metal chi ha dato recentemente più risalto al genere sono sicuramente i Metatrone ma esistono anche molte altre band, ricordo per esempio con affetto Fratello Metallo, pseudonimo di Cesare Bonizzi [(1946-2024), frate francescano] che, fino a una ventina di anni fa, benediceva le edizioni del più importante festival musicale italiano del genere, Gods Of Metal, prima dell’inizio dei concerti.
Ci descrivi il testo di Prayer in The Battlefield, un brano nel quale si riesce molto bene a mio avviso a dare grande rilievo al significato spirituale del messaggio assieme alla musica…
Prayer In The Battlefield è una canzone che parla di sogni infranti, di anime che vogliono essere liberate e di un campo di battaglia da cui si leva una preghiera incessante. È un brano che vuole infondere speranza proprio in quei frangenti (purtroppo attuali) che vedono la corruzione, la violenza e l’ingiustizia minacciare le sorti dell’umanità. È un grido dell’anima che, di fronte al naufragare di ogni speranza, torna ad accendersi grazie alla scintilla divina che dona nuova forza alla lotta spirituale.
Ci parli ora del tuo singolo solista Chains Of Sadness, uscito a poca distanza dallo scoppio della guerra a Gaza?
Chains Of Sadness è un brano che vuole far sentire, non solo pensare, il dramma e l’assurdità della guerra. La spirale di violenza e di devastazione a cui assistiamo ogni giorno nasce da un sacrificio celebrato sull’altare sbagliato: quello del potere. È una canzone che mette in guardia da un rischio ricorrente: ogni volta che, nella coscienza, sacrifichiamo la nostra umanità in cambio di ciò che non è vita, inneschiamo la miccia di un nuovo massacro. Quando ho scritto il brano, nei primi mesi del 2023, avevo davanti agli occhi le immagini strazianti della guerra in Ucraina, in questi mesi uno scenario altrettanto straziante si sta ripetendo in Terra Santa…
L’Ucraina nel racconto del presidente dell’Azione Cattolica di Bologna Daniele Magliozzi
Da Bologna e Vicenza i giovani dell’Azione Cattolica Italiana nei mesi scorsi hanno visitato i giovani ucraini per ‘coltivare la speranza’ in un tempo in cui la guerra continua incessante, colpendo soprattutto i civili, grazie ad un gemellaggio, nato 2 anni fa, fra l’Azione Cattolica di Bologna e la chiesa greco cattolica ucraina; al ritorno in Italia hanno raccontato la loro esperienza: “L’idea del viaggio nasce dall’Azione Cattolica di Bologna, che (su iniziativa della Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana) in questi anni ha ospitato molte volte gruppi di giovani ucraini. Un viaggio che ha toccato le città di Lviv, Ternopil, Bucha e Kiev, ed abbracciato la Chiesa greco-cattolica ed i suoi giovani che in questi anni non hanno mai perso di vista il bene, pur sperimentando l’orrore della guerra”.
La delegazione dell’Azione Cattolica di Bologna e dell’Azione Cattolica nazionale era composta dal presidente diocesano felsineo, Daniele Magliozzi, dall’assistente diocesano, don Stefano Bendazzoli, da Nicola Fava e Andrea Alberoni, rappresentanti del settore giovani dell’Azione Cattolica diocesana, e da Emanuela Gitto, vice presidente nazionale del settore giovani dell’associazione. Quindi abbiamo chiesto al presidente dell’Azione Cattolica della diocesi di Bologna, Daniele Magliozzi, di raccontare alcune impressioni:
“Tutte le associazioni laicali giovanili ucraine, anche le più piccole, si sono attivate per creare dei luoghi accoglienti di cura per tutti, a partire dai più piccoli. La Chiesa locale di Ternopil è vivissima e super impegnata, come i suoi giovani. Tutti, sin dal primo momento, hanno supportato le attività legate all’emergenza. Alcuni dei loro soci sono al fronte, ci hanno raccontato, quasi tutti hanno parenti stretti o amici in combattimento.
Superata la fase critica dei primi mesi di guerra, oggi servono la propria comunità con rinnovato slancio: c’è chi promuove attività estive per i figli dei militari, chi si è mosso per raccogliere fondi per sostenere le necessità urgenti delle famiglie, e chi continua ad accompagnare le domande di vita dei giovani. A Kyiv abbiamo incontrato i giovani della diocesi accolti lo scorso anno dall’Ac di Bologna. Non senza emozione, ci troviamo nei sotterranei della Cattedrale della Risurrezione, per chi è in presenza. Molti altri infatti si collegano su zoom, perché nelle loro città sono in corso allarmi aerei, e per questo non ci hanno potuto raggiungere. Siamo stati anche al santuario di Zarvanitsya per pregare e affidare alla Madonna una preghiera per la pace”.
Cosa avete sperimentato a Kiev?
“Nella visita abbiamo potuto constatare di persona i danni che la guerra sta facendo e l’opera fondamentale e straordinaria che la Chiesa cattolica ucraina sta compiendo; un lavoro enorme di supporto del tessuto sociale colpito da lutti, sofferenze fisiche e psicologiche. Abbiamo visitato molte città piene di manifesti di ragazzi giovani caduti in guerra, abbiamo incontrato gruppi giovanili che, nonostante le ferite enormi nei loro occhi e nei loro volti, hanno l’entusiasmo, la voglia di ripartire e di sognare. Siamo andati a Buča vicino Kyiv e abbiamo potuto vedere gli orrori e i massacri della guerra.
Arrivati in Ucraina siamo stati accolti da p. Roman Demush vice presidente della Commissione patriarcale per gli affari giovanili della Chiesa Cattolica ucraina, che ci ha ringraziato per la visita: ‘Questa visita di solidarietà è una prova molto preziosa del sostegno degli ucraini, della nostra Chiesa e, in particolare, dei giovani.
Quando i giovani ucraini dei territori più colpiti dalle ostilità hanno partecipato alle varie iniziative del progetto ‘Gli abbracci guariscono’, gli amici italiani hanno assicurato loro che li avrebbero ricordati nelle preghiere e che sarebbero venuti in visita in Ucraina. Questa visita è stata un mantenere la promessa fatta. Durante i nostri incontri con vari gruppi di giovani, ho ringraziato i rappresentanti dell’Azione Cattolica per la loro coraggiosa testimonianza di vicinanza. Dopotutto, venire in Ucraina ora è una decisione coraggiosa che ha stupito i nostri giovani’. Abbiamo anche incontrato il nunzio apostolico, mons. Visvaldas Kulbokas”.
Cosa significa aver visitato Bucha?
“Il desiderio di ricostruire è forte, come ha raccontato Veronika Diakovych, la responsabile della ‘National Ukrainian Youth Association’ (Numo), che è in dialogo con le istituzioni per contribuire alla formulazione di una legge per le politiche giovanili. La loro missione è quella di creare ambienti sicuri, dove ragazzi e giovani possano crescere in serenità. Insieme a lei abbiamo visitato Bucha, la città martire nota per il massacro di civili durante l’occupazione russa.
Entrando, ci siamo subito accorti che i segni di distruzione stanno lasciando il posto a case di nuova costruzione. Qui ricostruire è segno di speranza, significa allontanare da sé le ferite di quei giorni di follia omicida. La Chiesa ortodossa al centro della città ha ancora segni dei colpi di mortaio e di mitragliatrice. Alle sue spalle, la stele con i nomi di tutti coloro che persero la vita nella strage e un elenco dei dispersi, come ci ha raccontato p. Roman: Bucha è diventata luogo di pellegrinaggio”.
In quale modo alimenterete questa amicizia con gli ucraini?
“Capire che siete qui mi dà la speranza che non siamo sole, ci ha detto una delle ragazze.
L’obiettivo che ci siamo dati come Azione Cattolica diocesana è quello di non dimenticarci mai di loro nella preghiera e di continuare in questo gemellaggio importante cercando di programmare alcune attività di accoglienza che possano aiutare i giovani ucraini a vivere più serenamente gli anni della loro vita”.
(Tratto da Aci Stampa)
Per le feste natalizie giovani ucraini ospiti della Caritas e del comitato del presepe vivente di Tricase
Santa Maria di Leuca attraverso la Caritas diocesana ed in collaborazione con il Comitato Presepe Vivente di Tricase sono impegnati, dal 22 dicembre 2024 al 7 gennaio 2025, ad accogliere 6 bambini e 2 accompagnatrici provenienti dalla città di Nikopol in Ucraina, a 4 chilometri dalla centrale nucleare Zaporizhzhia, zona sotto attacco giornalmente, per fargli trascorrere nella serenità le festività natalizie nel Capo di Leuca.
In sintonia con l’appello di papa Francesco, che nella messa finale della sua visita in Corsica, ha ricordato il triste vissuto dei bambini ucraini che, a causa del conflitto, hanno perso il sorriso sui loro volti e, come egli stesso ha affermato: “Tante volte vengono nelle udienze dei bambini ucraini. questi bambini non sorridono, hanno dimenticato il sorriso. Per favore, pensiamo a questi bambini, nelle terre di guerra, di dolore”.
Queste parole di Papa Francesco hanno profondamente colpito e, grazie al sostegno del Presepe Vivente di Tricase, è stata organizzata una vacanza per un piccolo gruppo di bambini della città di Nikopol, con l’auspicio di allietare la loro permanenza e di far loro ritornare il sorriso perduto.
L’iniziativa ha preso avvio domenica 22 dicembre a Tricase con la presentazione alla comunità dei ragazzi durante la S. Messa e l’accoglienza della Luce di Betlemme, presso la Chiesa nuova di S. Antonio da Padova. Al termine della celebrazione il presidente del Comitato del Presepe, Ing Andrea Morciano, ha consegnato al gruppo ucraino la chiave segno di ospitalità. Ogni giorno, i ragazzi, saranno coinvolti in varie attività sia nelle famiglie e sia negli oratori, quali tombolate, attività di oratorio, una giornata sulla neve, una giornata a Lecce, inoltre saranno coinvolti in alcuni presepi in modo particolare in quello di Tricase.
Si può leggere il programma visitando il sito: https://www.caritasugentoleuca.it/2024/12/18/insieme-e-piu-bello-christmas-edition. Il 7 gennaio rientreranno in Ucraina a Nikopol. Un grazie in modo particolare al Comitato del Presepe Vivente di Tricase che, insieme al CIHEAM, hanno accolto con gioia l’impegno di condividere l’accoglienza di questi bambini. Un grazie a tutte le comunità e alle famiglie che attraverso varie attività trascorreranno del tempo con i piccoli ospiti ucraini.
Con lo slogan ‘Doniamo un sorriso ai ragazzi di Nikopol’, la Caritas diocesana è convinta che saranno giorni in cui i ragazzi ucraini respireranno aria di pace e coglieranno messaggi di speranza su questa terra calpestata e amata dal messaggero di lieti messaggi, il venerabile don Tonino Bello.
Frontiere di Pace, da una parrocchia di Como alla gente in Ucraina
Il conflitto, deflagrato il 24 febbraio 2022, continua a essere caratterizzato da bombardamenti indiscriminati nelle aree civili che non risparmiano scuole, ospedali, centri comunitari, abitazioni. L’economia di base è pressoché ferma e la vita di ogni giorno dipende quasi totalmente dagli aiuti umanitari. Però gli aiuti alla popolazione ucraina non si ferma e continua attraverso i viaggi di molte associazioni, come quelli organizzati dai volontari del gruppo ‘Frontiere di pace’, legato alla parrocchia di Santa Maria Assunta di Maccio in Villa Guardia, in provincia di Como, con l’obiettivo di portare cibo e solidarietà alla popolazione ucraina attraverso la presenza diretta, sul campo, mettendoci il corpo. Per raccogliere i bisogni reali della popolazione si appoggiano a p. Ihor Boyko, rettore del seminario greco cattolico di Lviv.
A conclusione dell’ultima missione al coordinatore dell’associazione ‘Frontiere di pace’, Giambattista Mosa, chiediamo di raccontarci la situazione in Ucraina: “La situazione in Ucraina è in lento peggioramento da un punto di vista strettamente legato ai rapporti di forza sul campo, ma credo che questo sia ormai palese a tutti. Ciò che posso aggiungere è la grande speranza che la gente incontrata da noi, ci consegna, di poter resistere all’invasione delle forze armate russe, mantenendo i loro villaggi e città libere dall’occupazione”.
Perché ‘Frontiere di pace’?
“La pace è un valore immenso, senza la quale manca tutto. Noi lo vediamo ad ogni missione. La gente chiede pace. La pace però è qualcosa da costruire senza ingenuità nelle condizioni storico concrete in cui la gente si trova a vivere. Questo ci hanno insegnato le persone che incontriamo durante le nostre missioni. La pace sta alla “frontiera”, nelle situazioni di discontinuità tra popoli e culture, “confini, frontiere” storicamente determinati, ma sempre mutevoli e negoziabili, soprattutto confini e discontinuità dell’ingiustizia e della violenza.
Proviamo a pensare alla pace dentro queste complessità senza ingenuità, la pace sulla frontiera, cercando di coniugare pace e giustizia. Soprattutto, pensare alla frontiere non esclusivamente come luogo della differenza e discontinuità, ma anche della comunicazione e della vicinanza, del contatto, dello scambio, qualcosa di permeabile. Il nostro modo concreto di pensare la pace è praticare la solidarietà, tramite le nostre missioni umanitarie indirizzate alle vittime, a tutte le vittime della guerra da noi raggiungibili”.
Quale è il vostro ‘metodo’?
“L’associazione svolge missioni umanitarie e di pace ‘sul campo’, nelle situazioni di grave marginalità, povertà ed oppressione in cui popoli e gruppi umani si trovano a sopravvivere. Operiamo soprattutto nelle zone di conflitto ed assenza di pace. Missioni umanitarie perché ci preoccupiamo di fornire direttamente beni di prima necessità (cibo, medicinali, vestiti ed attrezzature varie, ecc.), indispensabili alle persone che vivono in situazioni di emergenza e conflitto. Progettiamo anche interventi post emergenza e microprogetti di sviluppo (‘Un tetto per Kharkiv’, biblioteca di Izjum…).
Missioni di pace perché ci mettiamo il ‘corpo’, noi stessi, ovvero facciamo esperienza diretta, sul “campo” delle persone che incontriamo, cercando di trasmettere solidarietà e vicinanza, per spezzare l’esclusione, e l’isolamento che le persone in aree di conflitto sono costrette a subire. Ci mettiamo in atteggiamento empatico e di ascolto, incorporando sensazioni, fatiche, speranze, desideri, ideali ed emozioni. Raccogliamo le testimonianze, facciamo parlare le vittime, riportando alle nostre comunità le sensazioni ed emozioni che abbiamo incorporato, raccontando le vittime con le loro parole, nel loro contesto e situazione. Il nostro è un punto di vista interno vicino all’esperienza delle persone che incontriamo sul ‘campo’.
Pensiamo la pace ed il dialogo a partire dal punto di vista aderente all’esperienza delle vittime e alla nostra esperienza incorporata. Progettiamo la pace alla frontiera, sui confini di discontinuità, leggendo il confine non solo come divisione e separazione immutabile ma, permeabile alle relazioni tra popoli, dentro una visione di rispetto per le specificità storiche, culturali e identitarie di ogni popolo, nel rispetto di una pace giusta e praticabile. Promuoviamo il dialogo e l’incontro.
Infine evidenzio soltanto il valore dell’ascolto: le persone che incontriamo chiedono di essere ascoltate, chiedono di raccontare la loro storia. Noi iniziamo sempre mettendoci in ascolto, un ascolto umile e attento. Solo ascoltando le vittime possiamo ‘comprendere’ la situazione che stanno vivendo, solo su questo ascolto è possibile pensare alla pace”.
In quale modo portate sollievo alla popolazione?
“Noi vogliamo essere concreti. Le nostre missioni umanitarie, portano cibo, medicinali, igiene, vestiti direttamente a chi ne ha bisogno, senza intermediari. Ascoltiamo ciò che la gente racconta e ne raccogliamo le storie; portando la nostra testimonianza e sensibilizzando le nostre comunità, le scuole, i gruppi… Costruiamo rapporti di amicizia, solidarietà e vicinanza con le comunità destinatarie delle nostre missioni umanitarie”.
In cosa consistono le missioni umanitarie e di pace?
“Le missioni consistono nel trasportare tramite furgoni e bilici, il materiale che generosamente le nostre comunità ci donano (cibo, vestiti, farmaci, igiene…). Trasportiamo e portiamo questi beni, che danno sollievo alla popolazione civile, direttamente dove la gente ne ha bisogno. Le nostre destinazioni sono la chiesa greco cattolica di san Nikola taumaturgo a Kharkiv, di san Demetrio a Kharkiv e il monastero greco cattolico dei padri Basiliani di Kherson. Ci accompagna e ci guida sempre nelle nostre missioni il rettore del seminario greco cattolico dello Spirito Santo, padre Ihor Boyko.
Ci accompagna anche suor Oleksia delle suore di san Giuseppe; hanno una piccola sede a Kharkiv. Con lei andiamo nei villaggi dell’oblast di Kharkiv (Izjum) e dell’Oblast di Donietsk; ci spingiamo fino a Kramatorsk, e Kostantinvka. Facciamo microprogetti con varie realtà (ospedale di Izjum, Ospedale di Dryzisvka, comunità di padre Pietro a Izjum…). Tutto ciò costituisce le nostre missioni umanitarie e di pace, aiuto materiale e sostegno alla speranza di un futuro di pace e libertà delle comunità che incontriamo”.
E’ possibile ricostruire un futuro di riconciliazione?
“La riconciliazione è qualcosa che si può fare in due. Non dipende solo dagli ucraini. Prevede un cammino lungo, doloroso e faticoso, ma necessità della volontà di entrambi. Una signora, durante l’ultima missione nello scorso marzo mi disse: ‘E’ molto difficile perdonare, tutto questo male che ci hanno fatto e ci stanno facendo…, forse con il tempo…, gli ucraini hanno un grande cuore…’. Il perdono è possibile, ma emerge dall’ascolto, dal riconoscere le sofferenze e le speranze delle persone, delle vittime; da qui, forse in futuro, sarà possibile la riconciliazione, che è qualcosa da costruire e volere insieme”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: il cuore è fonte di conoscenza
“Saluto la Presidente e tutti voi. Sono contento di incontrarvi, così numerosi, alla vigilia dell’Epifania. Questa Festa, come tutto il Tempo di Natale, ci chiama a celebrare il mistero dell’Incarnazione del Signore: nel Bambino Gesù vediamo come Dio si è fatto vicino a noi nella nostra povertà, indicandocela come via privilegiata per incontrarlo”.
Holodomor: un eccidio da non dimenticare
“Ieri la martoriata Ucraina ha commemorato l’Holodomor, il genocidio perpetrato dal regime sovietico che, 90 anni fa, causò la morte per fame di milioni di persone. Quella lacerante ferita, anziché rimarginarsi, è resa ancora più dolorosa dalle atrocità della guerra che continua a far soffrire quel caro popolo. Per tutti i popoli dilaniati dai conflitti continuiamo a pregare senza stancarci, perché la preghiera è la forza di pace che infrange la spirale dell’odio, spezza il circolo della vendetta e apre vie insperate di riconciliazione”: con queste parole, pronunciate ieri al termine della recita dell’Angelo, papa Francesco ha ricordato il genocidio dell’esercito sovietico ai danni degli ucraini, che continua ancora oggi con l’invasione dei russi.
Aperte le iscrizioni per la III Edizione del Sanremo Cristian Music Festival
“E’ quasi tutto pronto per la terza Edizione del Sanremo Cristian Music Festival 2024, non vedo l’ora di ascoltare le canzoni degli artisti che si iscriveranno alla terza edizione. Il Festival ha avuto un’evoluzione positiva sia per la qualità delle canzoni, sia per la bravura degli interpreti. Anche per questa edizione sarà mia cura selezionare voci di rilievo e canzoni di prestigio”, ha dichiarato il Direttore artistico del Festival della Canzone Cristiana Fabrizio Venturi.
Papa Francesco ai vescovi ucraini: La Chiesa vi è vicina
Ucraina: la missione musicale per la Pace ‘Hope Cristian Music Festival’ rimandata al 2 Giugno
Per via dei combattimenti che continuano ad imperversare in Ucraina, la missione musicale cristiana per la Pace, denominata ‘Hope Cristian Music Festival – Festival della Canzone Cristiana’, organizzata dalla Fondazione Hope Ukraine Ets, fissata per il 6 maggio 2023 a Leopoli, è stata rimandata a data da destinarsi.
Guerra in Ucraina, un’intera famiglia in aiuto alla gente con la Società San Vincenzo
Sei furgoni della Società di San Vincenzo De Paoli, aggregati alla carovana ‘#STOPTHEWARNOW’, nelle scorse settimane hanno raggiunto Odessa, Mykolaiv e Cherson con aiuti umanitari e generatori di corrente: 6700 chilometri tra il sibilo delle bombe e l’urlo assordante delle sirene antiaeree. Ad aprire la carovana il furgone rosso di Luigi Uslenghi con la moglie Cristina e le figlie Beatrice e Rebecca di 21 e 19 anni: “Questo è il nostro quinto viaggio in Ucraina. Siamo partiti carichi di generi alimentari e tanta speranza, ma non siamo rientrati mai a mani vuote”.





























