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‘Parole inquiete’ e cultura di pace nel metodo Rondine di Franco Vaccari
‘Ci sono luoghi che non si limitano a esistere: interrogano, provocano, trasformano. Rondine è uno di questi luoghi’: da questa consapevolezza di Franco Vaccari nasce il saggio ‘Parole inquiete. Forza, difesa, deterrenza, armi’, un libro che nasce dall’esperienza concreta di ‘Rondine Cittadella della Pace’, di cui l’autore è il fondatore. Infatti da quasi 30 anni Rondine accoglie giovani provenienti da Paesi segnati dalla guerra e li accompagna in un percorso unico al mondo: vivere insieme al proprio ‘nemico’ per trasformare l’odio in responsabilità, il conflitto in possibilità di relazione, la ferita in impegno per il cambiamento, come ha scritto nella prefazione il giornalista Marco Girardo:
“La forza di queste pagine sta proprio nel loro radicamento dentro l’esperienza concreta di Rondine. Che non è un laboratorio astratto, ma un luogo in cui giovani provenienti da terre ferite dalla guerra imparano a guardare il nemico senza cancellare il dolore, senza tradire la propria storia, senza cedere alla vendetta. E’ lì che molte delle parole ‘inquiete’ di Franco tornano ad essere verificabili: difesa non significa minaccia, forza non significa violenza, dialogo non significa normalizzazione. E, soprattutto, pace non è assenza di conflitto ma capacità di attraversarlo senza distruggere l’altro”.
‘Parole inquiete’ nasce nel tempo della guerra diffusa e della paura normalizzata, per smontare l’idea che guerra e deterrenza siano inevitabili. Il libro attraversa parole decisive (forza, difesa, sicurezza, armi) per restituire loro un significato capace di custodire la vita, non di minacciarla. Al centro c’è il Metodo Rondine: un approccio concreto e trasformativo che, a partire dall’incontro tra ‘nemici’, educa a riconoscere il conflitto senza subirlo, a viverlo e abitarlo. Non propone utopie, ma un cambio di sguardo: dalla logica della paura a quella della protezione, dalla contrapposizione al
legame.
Quindi all’autore, Franco Vaccari, chiediamo di spiegarci quanto sono importanti le parole inquiete: “Le parole sono decisive perché non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a orientarlo. Oggi concetti complessi come forza, difesa, deterrenza e armi rischiano di essere ridotti a formule astratte, abituandoci quasi inconsapevolmente all’inevitabilità della guerra. Restituire loro ‘inquietudine’ significa sottrarle alle semplificazioni del dibattito comune e stimolare un pensiero critico sulla realtà. Se non interroghiamo il linguaggio, la logica della contrapposizione rischia di radicarsi nei nostri pensieri. Curare le parole è il primo passo di una profonda responsabilità umana”.
Ma allora cosa sono le parole inquiete?
“Sono parole centrali del nostro lessico che hanno perso misura e mostrano crepe profonde, ma che rifiutano di rimanere prigioniere di visioni rigide o rassicuranti. Pensiamo alla ‘difesa’, che è un atto vitale di protezione, ma che se diventa ‘deterrenza’ si trasforma in minaccia basata sulla paura. Le parole inquiete sono quelle che ci destabilizzano, che rompono i luoghi comuni del ‘da che mondo è mondo’ e ci interrogano profondamente. Non offrono certezze preconfezionate, ma diventano strumenti di ricerca per una pace che sia pratica esigente e non un’astrazione ingenua”.
Quindi l’inquietudine può disinnescare la violenza?
“Sì, se l’inquietudine morale diventa lo strumento per mantenere desta la coscienza critica. La violenza non nasce dal nulla: è anticipata da parole, gesti e posture che trasformano l’altro in un nemico astratto. Se rimaniamo spettatori passivi, alimentiamo il fatalismo. L’inquietudine, invece, ci disturba e ci impedisce di abituarci alla guerra. Ci costringe a riconoscere i segnali della violenza prima che esploda, spingendoci a scegliere l’incontro anziché la chiusura, a rischiare nella relazione e a passare dall’impulso distruttivo alla responsabilità educativa”.
Pensando al festival del prossimo anno quali sono i due lati delle parole?
“Il titolo del prossimo YouTopic Fest racchiude la ferita e la speranza del nostro tempo. I due lati delle parole sono, da una parte, il rischio del tradire: quando usiamo termini come ‘difesa’ per nascondere la minaccia, o quando riduciamo la pace a uno slogan svuotato di realtà. Dall’altra parte c’è il sentiero tra il dire e il fare: la parola vissuta come cammino, dialogo ed esperienza incarnata. Le parole possono tradire la fiducia o generare alleanze. Al festival abiteremo questo crinale, per trasformare il linguaggio da strumento di separazione in una pratica quotidiana di pace”.
‘Dare spazio, nell’informazione e nell’educazione, allo sguardo e alla voce delle vittime aiuta a diventare realmente consapevoli dell’abisso del male racchiuso nella guerra e, in generale, in ogni violenza; a non accettare come normale la logica del conflitto; a non volgere lo sguardo altrove quando avviene un oltraggio alla dignità umana; e a restituire alle persone colpite la dignità di essere riconosciute e ascoltate’. Al n. 217 dell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ papa Leone XIV chiede di assumere lo sguardo delle vittime: secondo l’esperienza di Rondine in quale modo è possibile?
“Assumere lo sguardo delle vittime, come chiede papa Leone XIV nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’, è l’essenza stessa dell’esperienza di Rondine, un passo tanto esigente quanto liberatorio: accogliere il dolore dell’altro. Nelle stanze della ‘World House’, quando il peso delle ferite reciproche viene condiviso, la narrazione del nemico crolla. Non si tratta di cancellare la propria storia, ma di scoprire che la sofferenza non ha confini né bandiere. Questo incontro ravvicinato ci strappa all’indifferenza e può curare le ferite della memoria. Lo sguardo delle vittime si fa nostro quando riconosciamo che dietro ogni maschera sociale c’è una magnifica e fragile umanità che chiede solo di essere custodita”.
‘Alça la mirada’: a Barcellona la delegazione di Rondine ha preso parte a MED 26, il percorso promosso dalle arcidiocesi di Marsiglia e Barcellona per rafforzare il dialogo tra Chiese, popoli e società civile del Mediterraneo. In quale modo è possibile attuarlo?
“Attuare ‘Alça la mirada’ significa letteralmente alzare lo sguardo oltre i muri della paura e i confini geopolitici, per guardare il Mediterraneo come uno spazio di corresponsabilità e futuro comune. Il Mediterraneo non va inteso come una barriera o un confine stabile, ma come un’aula a cielo aperto in cui trasformare i conflitti e il dialogo interreligioso in azioni civili e politiche. Vuol dire smettere di fissare le barriere per concentrarsi sulle persone, ponendo i giovani e il dialogo al centro di una nuova coscienza sociale e civile. In questo cammino, la piccola esperienza concreta di Rondine fa da supporto, dimostrando nel borgo che la formazione alla pace può preparare leader capaci di riparare le relazioni nei propri Paesi”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il Pellegrinaggio da Macerata a Loreto per alzare lo sguardo
La Fiaccola della Pace del Pellegrinaggio a piedi Macerata-Loreto è stata benedetta da papa Leone al termine dell’udienza generale di mercoledì scorso: u gesto che accompagna simbolicamente il cammino verso la 48ª edizione del Pellegrinaggio in programma sabato 13 giugno allo stadio ‘Helvia Recina’ del capoluogo della provincia maceratese.
Ad incontrare il papa erano presenti mons. Giancarlo Vecerrica, ideatore del Pellegrinaggio e vescovo emerito della diocesi di Fabriano-Matelica; mons. Nazzareno Marconi, vescovo della diocesi di Macerata e presidente della Conferenza Episcopale delle Marche; un gruppo di 30 atleti provenienti dalle regioni Marche, Umbria, Lazio e dalla Puglia, insieme agli atleti della Società Podistica Atletica Vaticana ed ad una delegazione di volontari del Pellegrinaggio. Al termine dell’udienza il papa, benedicendo la fiaccola, ha accolto con un sorriso le parole di mons. Vecerrica: ‘Lei è il nostro apostolo della pace’.
La Fiaccola ha raggiunto il Duomo di Orvieto, da dove ha iniziato ufficialmente il suo cammino verso Macerata mercoledì 10 giugno; mentre l’arrivo a Macerata, dopo un percorso di 250 chilometri circa, è fissato per sabato 13 giugno allo Stadio ‘Helvia Recina’, dove sarà concelebrata la messa dal card. Baldassarre Reina, vicario generale del papa per la diocesi di Roma e presidente della Conferenza Episcopale Laziale.
Il tema di questa 48^ edizione, ‘Come risorge la speranza e fiorisce la pace’, riprende il tema della conoscenza tracciata da papa Leone XIV nella lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’: “Alzate lo sguardo… Custodite il cuore: la relazione viene prima dell’opinione, la persona prima del programma. Non sprecate il tempo e le opportunità: citando una espressione agostiniana: il nostro presente è una intuizione, un tempo che viviamo e del quale dobbiamo approfittare prima che ci sfugga dalle mani”.
Anche mons. Luigi Giussani nell’opera ‘All’origine della pretesa cristiana’, ha sottolineato lo sguardo di Zaccheo, nato da una domanda rivolta a Gesù: ‘E’ stato semplicemente penetrato e accolto da uno sguardo che lo riconosceva e lo amava così come era. La capacità di cogliere il cuore dell’uomo è il miracolo più grande, più persuasivo”.
Partendo da queste intuizioni, che sono a fondamento del pellegrinaggio di quest’anno, chiediamo a mons. Giancarlo Vecerrica di spiegarci per quale motivo il tema di quest’anno verte sulla conoscenza “Come mi conosci: “Un tema interessante che è dettato dall’esperienza che ci troviamo a vivere ogni anno. Alle prime luci del mattino, quando i più sono a riposare, una folla di persone si raduna a Loreto per poter vedere con i propri occhi un fenomeno sorprendente: decine di migliaia di persone che, dopo aver camminato, pregando e cantando tutta la notte, arrivano con la stanchezza nelle gambe, ma con il sorriso sul volto. In un contesto nel quale il sacrificio è temuto e la fatica evitata, come è possibile che tante persone vengono da città e paesi anche lontani e perfino dall’estero per compiere questo cammino notturno? Come mi conosci?
Il tema che ogni anno proponiamo nasce dal tentativo di comprendere il paradosso che, alla soglia dei 50 anni di storia del pellegrinaggio Macerata-Loreto, continua ad interrogarci, come ha affermato don Luigi Giussani nel libro ‘All’origini della pretesa cristiana’: ‘Il miracolo più grande, da cui i discepoli erano colpiti tutti i giorni, non era quello delle gambe raddrizzate, della pelle mondata, della vista riacquistata. Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre’.
Nel popolo della notte riecheggia, in qualche modo, questa sorpresa del Vangelo: l’esperienza di essere accolti ed amati così come siamo diventa più forte di ogni opinione negativa, più convincente di ogni invito allo scetticismo o alla rabbia. Natanaele chiede a Gesù ‘Come mi conosci?’, perché si sente letto nell’intimo. E’ lo stesso stupore che, nel volto dei pellegrini, rivela Gesù ancora presente e capace di accendere la stessa domanda nel cuore di chi lo incontra. Anche Zaccheo, pubblicano e ricco, non ha più bisogno del potere per entrare in rapporto con gli altri; anzi, la presenza dei più bisognosi diventa in lui sorgente di commozione e iniziativa di carità, ad imitazione di Gesù.
Allo stesso modo l’esperienza dei pellegrini getta un seme di commozione, di speranza e di volontà di pace dentro la terra dell’incertezza dei nostri fratelli uomini. Il cammino di una notte ci aiuta a capire che tutta la vita è un pellegrinaggio alla sequela di quello sguardo di Gesù che ci rivela a noi stessi e ci accompagna dentro ogni circostanza della vita e della storia”.
Cosa vuol dire essere accolto da uno sguardo?
“Vuol dire vivere in pienezza il dono dell’Amore che ci viene donato da Gesù per renderci tutti fratelli e sorelle. L’unità che viviamo nel cammino del pellegrinaggio fiorisce nell’Amore che accogliamo e ci comunichiamo. Il pellegrinaggio è animato dalla certezza di essere amati e guardati dalla Madre di Gesù: la Madonna ci fa amare e guardare Gesù”.
In quale modo, attraverso uno sguardo, può rinascere la speranza?
“La speranza non è un pensiero, un’idea, ma è una presenza. La presenza della Madonna come Madre di Gesù e Madre nostra ci mette insieme per camminare, anche di notte, verso l’aurora del bel giorno. Gesù ci ha detto nel Vangelo di Giovanni apostolo: ‘Rimanete nel mio amore: vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena’. Questa è la speranza del pellegrinaggio: ogni giorno ricevere e donare l’amore di Gesù che è gioia, cioè vita bella, piena di speranza.
E’ bello ciò che ha detto papa Leone XIV: ‘La vita cristiana non si vive nell’isolamento, come se fosse un’avventura intellettuale o sentimentale, confinata nella nostra mente e nel nostro cuore. Si vive con gli altri, in un gruppo, in una comunità, perché Cristo risorto si rende presente fra i discepoli riuniti nel suo nome’. Per questo proponiamo ogni anno questo pellegrinaggio”.
In quale modo il pellegrinaggio può aprire alla conoscenza di Gesù?
“L’esempio accaduto qualche anno passato aiuta a rispondere a questa domanda. Ho visto al pellegrinaggio una squadra di pallavolo della Russia. Allora ho domandato ad una ragazza: perché sei venuta a questo pellegrinaggio? La risposta fu: ‘Perché sono atea e sono venuta per vedere Dio nel volto di quelli che ci credono’. Questa è stata una bella testimonianza: noi pellegrini cristiani camminiamo insieme, imparando dalla Madonna, a riconoscere la presenza di Gesù che è in ciascun pellegrino. Quanti pellegrini si sono entusiasmati nell’incontrare Gesù tra di noi e invocando la Madre di Gesù”.
Quindi il pellegrinaggio aiuta ad alzare lo sguardo, come invita il papa nella lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’?
“Sì, con tanti gesti, come la Santa Messa iniziale, la recita del Rosario, l’adorazione della Croce, la fiaccolata, il fare colazione insieme ed il cantare, visitare la Santa Casa dove la Madonna ha accompagnato Gesù per anni. Con tutti questi gesti ringraziamo Gesù che ci accompagna e ci rende felici. Allora il nostro sguardo è più profondo nel riconoscere Gesù attraverso i segni della sua presenza, del suo amore.
Nel pellegrinaggio si realizza l’invito evangelico di Gesù agli apostoli: ‘Chi vede voi, vede me’. Come è accaduto alla ragazza sportiva di Mosca di cui ho raccontato l’esperienza prima. Più continua questo pellegrinaggio e siamo vicini al 50^ anno, più sento l’entusiasmo di invitare soprattutto i giovani con questa proposta: siate pellegrini e non vagabondi!”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: nessuno è un’isola
“Riparto per Roma commosso per il grande affetto che mi ha circondato e confortato dalle testimonianze di fede e di amore per la Chiesa, espressioni del grande cuore cattolico della Spagna. Da questo Porto, che porta il nome della Santa Croce, il pensiero si allarga al mondo intero e alle sue ferite, che fanno soffrire intere popolazioni. A tutti vorrei rivolgere il motto di questo mio viaggio: ‘Alzate lo sguardo!’ Sì, volgiamo lo sguardo a Cristo Crocifisso: il suo Cuore è la fonte della misericordia, che sola può salvare l’umanità bisognosa di perdono e di riconciliazione per giungere a una pace vera e duratura. Alziamo lo sguardo come fece Maria, la Madre di tutti i sofferenti, e guidati da lei riprendiamo il cammino con speranza!”: è l’invito finale rivolto da papa Leone XIV ai 50.000 fedeli che hanno partecipato alla celebrazione eucaristica a Tenerife, che ha concluso il viaggio apostolico in Spagna.
Nell’omelia della solennità del Sacro Cuore il papa ha sottolineato il rapporto tra il cuore di Dio ed il cuore dell’uomo: “Sono lieto di celebrare con voi l’Eucaristia, rendendo grazie per la fede e la carità di cui ho ricevuto tante testimonianze in questo viaggio apostolico e che rendono anche il vostro arcipelago, così noto per la sua bellezza e la sua accoglienza, un luogo in cui il Signore Risorto ci precede e si manifesta. Davanti a noi il mare richiama l’infinito e così anche il cielo, ma infinito è soprattutto il desiderio che unisce il cuore di Dio a tanti cuori umani, le cui gioie e speranze, tristezze e angosce trovano eco nel cuore della Chiesa”.
Il ‘segreto’ del cuore è che nessuno è un’isola’: “Nessun essere umano, infatti, è un’isola; la collocazione geografica di questa Diocesi e le sfide pastorali che la impegnano testimoniano che siamo nati per l’incontro e che non c’è ostacolo, distanza, pericolo o minaccia che possa impedire a ciascuno il suo viaggio. Sia rimanendo per una vita intera nello stesso luogo, sia scegliendo o essendo costretti a partire nessuno è mai fermo. E’ questo il segreto del cuore: l’intima chiamata all’esodo e all’incontro”.
Il Cuore di Gesù aiuta a mantenere la rotta: “C’è vita quando si dona la vita. Altrimenti si gira a vuoto… Che cosa cerca il cuore umano? Come rispondere alla sua sete in modo non ingannevole? Quanto è importante, specialmente per chi si lascia orientare dal Vangelo, non ridurre tutto a commercio e profitto… Interpretate così, cari fratelli e sorelle, la vostra vocazione all’accoglienza”.
Ed ai ‘piccoli’ Dio si è manifestato: “Il Vangelo, oggi, sembra radicalizzare questa sfida e ci ricorda la ricchezza dei poveri: un paradosso che riguarda direttamente la vita di Gesù, la sua verità, la via su cui ci chiede ancora di seguirlo. Nella pagina che abbiamo ascoltato benedice il Padre per questo: è ai piccoli, che nel contesto significa ai minimi, a quelli che nessuno stima capaci di pensiero e di parola, che Dio ha rivelato sé stesso. Li ha arricchiti di ciò che resta nascosto a chi è circondato di ammirazione e successo. Con l’Esortazione apostolica ‘Dilexi te’ ho inteso porre attenzione a tale posto privilegiato dei poveri nella Rivelazione divina e nella missione della Chiesa”.
E di nuovo si è scagliato contro i trafficanti di migranti: “E’ un mistero che risuona in modo del tutto specifico in queste isole, al centro di rotte migratorie che le rendono luogo di prima accoglienza di fratelli e sorelle il cui viaggio è in genere esposto a pericoli e violenze inenarrabili. A fronte di chi specula sulla disperazione, come cristiani non soltanto possiamo offrire un riflesso del Signore che dice ‘Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro’… Il Signore, che riprende e corregge quelli che ama (cfr. Ap 3,19), desidera rendere semplice e lieta la vita della nostra Chiesa”.
Ringraziandoli per l’ospitalità li ha invitati ad avere cura delle persone: “Abbiate particolare attenzione agli adolescenti e ai giovani, ricchi e poveri, residenti e ospiti: hanno bisogno di essere conosciuti con uno sguardo che vede oltre le apparenze e riconosce la profondità del loro cuore inquieto, non di rado già orientato, magari inconsapevolmente, al Regno di Dio e alla sua giustizia. Respirino fra voi che ‘Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui’. Questo è il cuore del Vangelo, il cuore di Cristo. Chi vi si immerge non vive più per sé stesso. Aprite a tutti questo mare di amore! E’ il mio augurio e la mia preghiera per voi e per tutti coloro che incontrate nel vostro cammino”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita ad alzare lo sguardo
“Oggi, infatti, la Basilica della Sacra Famiglia ci accoglie, aprendo le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno a questo altare, all’ascolto della parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore, nutrita dalla sua stessa vita nell’Eucaristia. E’ così che Barcellona, la ciutat comtal, e tutta la Catalogna si radunano in questo tempio, segno di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo”: nel pomeriggio papa Leone XIV, come primo atto della sua visita alla Sagrada Família dove è arrivato in papamobile tra due ali festanti di folla, ha pregato davanti al Santissimo Sacramento ed ha reso omaggio alla tomba del venerabile Gaudì, sepolto dal 1926 nella cappella di Nostra Signora del Carmelo.
Questa chiesa è il segno visibile di Dio invisibile: “Questa chiesa è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto. Noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine. Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento”.
L’opera che ancora è in divenire è una ‘promessa’: “Non abitiamo dunque un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo, quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme”.
La Chiesa è il posto in cui Dio si offre all’umanità, come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni: “E’ invece Dio che dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori… Parole forti, che non sono affatto minacce, né un ricatto. Sono un invito di salvezza, cioè un appello alla libertà da parte di Cristo, che vuole per noi il bene definitivo, eterno”.
Dio è Emmanuele che mostra fedeltà al popolo; per questo chi crede non uccide: “Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi. ‘Io Sono’: questo è il Nome santissimo che Dio consegnò a Mosè dal roveto ardente, rivelando la propria indistruttibile fedeltà. Fatto uomo, Egli diventa per noi l’Emmanuele, sorgente di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova. Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”.
E la croce della Sagrada Familia è un invito a farsi ‘ultimi’: “Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Tutte e tre le facciate della Sacra Famiglia lo attestano: il Primo si fa ultimo per noi nella Natività; col suo Sacrificio ci redime mediante la Passione; la sua morte ci dona vita eterna facendoci partecipi della gloria divina”.
Ma anche ad alzare lo sguardo: “Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: ‘Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus’. Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo”.
La fede dà forma: “La fede dà forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme. Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso”.
Ecco il modo in cui la Chiesa racconta il mistero: “Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi. Insieme a Gaudì, commemorando il centenario della sua morte, ricordiamo e ringraziamo questa sera tutti i promotori e i benefattori, gli artisti e le maestranze che cooperano a edificare un capolavoro architettonico che è anche un eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce.
Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione”.
Da questo ‘tempio’ l’esortazione a vivere il Vangelo: “Cari fratelli e sorelle, la bellezza di questo tempio ci sproni ad imparare sempre più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo. Mentre alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere. E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo”.
A conclusione della celebrazione eucaristica il papa ha inaugurato la ‘Torre di Gesù’ nella chiesa della Sagrada Familía, che diventa chiesa più alta del mondo con i suoi 172,5 metri, raccontato da una bambina: “Gaudí l’ha progettata in modo che la luce filtrasse attraverso il contorno delle cornici che possiamo vedere qui. La Torre, che fino ad allora aveva avuto quattro lati, ora ne ha otto, come potete vedere. Guardate. Tutti gli spigoli, otto lati”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV nella struttura della Caritas invita a coltivare i sogni
“…sono davvero molto contento di cominciare qui la mia visita a Madrid. Come ha detto Sua Eminenza, chi è a Madrid, è di Madrid. E dunque anch’io sto in mezzo a voi come un madrileno: grazie, Madrid, per questo benvenuto, un benvenuto che mi fa sentire parte di una grande, meravigliosa famiglia in cui, come in tutte le famiglie, avvengono miracoli d’amore. In particolare in questa casa, dove nessuno è lasciato solo”: dopo l’incontro con le autorità spagnole papa Leone XIV ha visitato la struttura per senzatetto gestita dalla Caritas diocesana, ricevendo il benvenuto del card. José Cobo Cano: ‘Oggi sono i più vulnerabili ad accoglierla per primi e a manifestarle il loro affetto’.
Salutando gli ‘ospiti’ il papa ha sottolineato che le sfide che il mondo pone si affrontano insieme, come ha scritto papa Benedetto XVI nell’enciclica ‘Deus caritas est’: “Qui la gioia e il dolore di ciascuno sono la gioia e il dolore di tutti e, nell’ascolto reciproco, le sfide si affrontano insieme, senza ignorare la complessità delle situazioni e al tempo stesso senza venir meno alle esigenze della carità e della giustizia, ‘nel dialogo con tutti coloro che si preoccupano seriamente dell’uomo e del suo mondo’.
Così il CEDIA cammina sulla strada del Vangelo, sulle orme di Gesù, il Figlio di Dio che si è fatto uomo non solo per guarire le nostre infermità e miserie, ma per farle sue eccetto il peccato, vivendo come uno di noi nella debolezza e identificandosi con ogni persona che soffre fino a dirci: ‘tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’.
In questo senso possiamo interpretare le parole che poco fa abbiamo sentito cantare: ‘En cada sueño te busqué, y ninguno fue en Balde’ (In ogni sogno ti ho cercato, e nessuno è stato vano). Esse ben sintetizzano le testimonianze che abbiamo ascoltato e il lavoro che qui si svolge ogni giorno”.
Ed ha ripercorso le storie di molti ospiti raccontate dall’arcivescovo: “Grazie a un sogno, infatti, e a una piccola porta aperta (piccola nelle dimensioni, ma immensa nella misericordia, come ha detto sua Eminenza) Niurka ha dato ad Ares e Atenea la vita, il suo amore di mamma, la grazia del Battesimo e la promessa di un futuro felice.
Ecco allora l’incentivo a non abbandonare i sogni: “Grazie a un sogno e alla stessa piccola porta, Khadri ha affrontato il tunnel buio della pandemia e un viaggio pieno di incognite. Con l’aiuto di chi gli ha teso una mano, mostrandogli di stimarlo e di credere in lui, ha trovato un lavoro e soprattutto la voglia rinnovata non solo di continuare il cammino, ma di essere a sua volta di sostegno ad altri, come altri lo hanno sostenuto.
Sempre grazie ad un sogno e alla medesima piccola porta, ogni giorno Alicia e gli altri volontari del Progetto speranza aiutano tante donne a ritrovare dignità, autonomia, speranza e rispetto del valore sacro della loro persona, e a iniziare una vita nuova”.
E’ stato un ringraziamento per il messaggio comunicato: “Anche i simboli che mi avete donato sono un messaggio per tutti: il nastro con i nomi dei bambini dice la gioia che ogni nascita porta nel mondo; il permesso di soggiorno racconta una storia di fatica, ma soprattutto di impegno, onestà e accoglienza; i sandali, che ricordano l’incontro con Dio di Mosè, sull’Oreb, richiama la ‘terra santa’ che tutti siamo tenuti a rispettare in ogni umana esistenza. Per questo ringrazio di cuore tutti voi per aver condiviso esperienze dolorose, ma soprattutto luminose, che riflettono, come specchi, la carità di Dio”.
Le testimonianze hanno un valore: Le vostre testimonianze aprono per noi una finestra su un panorama immenso, abitato da un numero grandissimo di mamme come Niurka, di bambini e bambine, di donne e uomini, di volontari e volontarie: tante persone, tanti fratelli e sorelle, tante storie, così numerose che, come dice san Giovanni: ‘se fossero scritte una per una… il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere’. Ed il paragone evangelico non è forzato, perché in queste storie continuano le ‘cose compiute da Gesù’ a cui si riferisce l’Evangelista”.
E’ stato un richiamo alla mangiatoia del presepe: “L’Arcivescovo, nel suo intervento, ha evocato il cammino che da Betlemme porta in Paradiso. Madrid è famosa anche per i Presepi di cui si impreziosisce nel tempo di Natale. La loro bellezza, però è solo una pallida scintilla di una meraviglia ancora più grande e profonda, che noi oggi ritroviamo qui.
Le luci, le voci, i suoni che durante le Feste natalizie ci toccano il cuore e ci inumidiscono gli occhi, in realtà li portiamo in noi, con noi e tra noi tutto l’anno, e oggi sono più che mai vivi e accesi in questi spazi, attorno a questa ‘mangiatoia’ semplice e accogliente che, con l’aiuto di Dio, voi continuate a preparare giorno per giorno (anzi letteralmente giorno e notte) a Gesù, presente nelle membra di chi si affaccia alla soglia del Centro in cerca di aiuto”.
La mangiatoia è stato un invito ad alzare lo sguardo: “Sono un invito a guardare le messi che, mature, attendono la mietitura, e ci ricordano che la carità non permette ritardi. Se non si miete quando il grano è maturo, il raccolto va perduto, e questa è la nostra responsabilità di fronte a chi ha bisogno: una responsabilità che consacra ogni incontro con l’altro come un kairos, un momento di grazia unico e irripetibile per amare, da non perdere e da non rimandare. L’amore di Cristo ci spinge verso e i fratelli e la carità e la sollecitudine con cui rispondiamo ai suoi impulsi sono la verifica della nostra fede”.
E’ stato un invito ad avere un cuore ‘sensibile’ con un riferimento a papa Francesco: “Le parole di Gesù sono, poi, anche un invito a coltivare un cuore sensibile di fronte ai bisogni degli altri, tenendo vivo in noi il desiderio del bene che Dio ha posto nella nostra stessa umanità e che la fede libera e rafforza… Un cuore vivo è caldo e pulsante, e dà vita. Un cuore gelido è immobile, non pompa più sangue, e comporta la morte della persona”.
E’ stato anche un invito ad essere attenti verso chi soffre: “Vorrei però sottolineare un ultimo aspetto dell’invito del Signore: esso è infatti anche una chiamata a guardare negli occhi chi soffre e a fare dell’aiuto prima di tutto un incontro di fratelli uniti nell’unico abbraccio del Padre. Anche su questo Papa Francesco insisteva molto…
E potremmo concludere guardando a Maria, nella cui carità tutto questo trova compimento: nel suo amore premuroso a Cana, trepidante sulle orme del Figlio, vicino e partecipe fino in fondo ai piedi della croce”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ai sindaci: cambiare mentalità
“Sono contento di trascorrere fra voi questo sabato mattina, per visitare nuovamente una regione di cui nessuna ingiustizia può cancellare la bellezza. Nella vita comprendiamo che più una bellezza è fragile, più chiede cura e responsabilità. Questo, carissimi, è il senso principale della mia presenza oggi ad Acerra: confermare e incoraggiare quel sussulto di dignità e responsabilità che ogni cuore onesto avverte quando la vita germoglia e subito è minacciata dalla morte. Chi ha il dono della fede comprenderà che tale sussulto viene da Dio creatore, che in ogni uomo e in ogni donna cerca cooperatori ai suoi progetti di vita”: dopo l’incontro con i familiari delle vittime della ‘Terra dei fuochi’ papa Leone XIV ha incontrato i sindaci, chiedendo la cura dell’ambiente.
Un incontro per ribadire la preziosità della vita: “In questo territorio, infatti, la vita c’è e contrasta la morte; la giustizia esiste e si affermerà. Occorre, certo, scegliere la vita e liberarsi dai legami di morte. C’è sempre una sottile convenienza nella rassegnazione, nei compromessi, nel rimandare le decisioni necessarie e coraggiose. Il fatalismo, il lamento, lo scaricare la colpa sugli altri sono il terreno di coltura dell’illegalità e un principio di desertificazione delle coscienze. Per questo vorrei dire a tutti voi: assumiamoci ognuno le proprie responsabilità, scegliamo la giustizia, serviamo la vita! Il bene comune viene prima degli affari di pochi, degli interessi di parte, piccoli o grandi che siano”.
Però per la cultura della vita c’è bisogno di uno sguardo nuovo: “Questa terra ha pagato un tributo alto, ha sepolto tanti suoi figli, ha assistito alla sofferenza di bambini e innocenti. Il valore e il peso di quel dolore impongono di provare insieme a essere testimoni di un nuovo patto. Siete in cammino verso il tempo della rinascita, che non è tempo di rimozione, ma di azione etica e di memoria operosa. E’ il momento di uno sguardo contemplativo, quello cui l’Enciclica ‘Laudato sì’ ha richiamato tutti gli esseri umani, ciascuno a partire dalle sue responsabilità”.
Quindi la ‘cultura ecologica’, richiamata dall’enciclica di papa Francesco, non è emergenza: Sorelle, fratelli, quel paradigma si presenta ancora oggi come vincente: è all’origine del moltiplicarsi dei conflitti, dietro ai quali c’è la corsa all’accaparramento delle risorse; lo vediamo resistere ogni volta che chi ha responsabilità politiche e istituzionali è troppo debole verso chi è forte; lo ritroviamo attivo in uno sviluppo tecnologico che mira ai vertiginosi profitti di pochi ed è cieco davanti alle persone, al loro lavoro e al loro futuro. Per questo, se siamo chiamati a cambiare, è a partire dal nostro sguardo”.
Da qui l’invito ad educare: “Secondo alcuni, lasciare un mondo migliore ai nostri figli è diventata un’ambizione molto grande. Non lo deve essere, però, la missione di lasciare al mondo figli e figlie migliori. L’impegno educativo è alla nostra portata ed è prioritario. Educazione dei giovani, certo, ma anche degli adulti; dei bambini, ma anche degli anziani; dei cittadini e dei loro governanti; dei lavoratori e dei datori di lavoro; dei fedeli e dei pastori: tutti abbiamo da imparare ancora.
Ognuno ha qualcosa da donare, ma prima deve imparare a ricevere. Non è facile ammetterlo, tuttavia è questo l’inizio del futuro: è come una porta che si apre su ciò che fin qui non abbiamo pensato, né creduto, né amato abbastanza. Imparare ancora: ecco che cosa ci rende comunità. Per i cristiani, è “fare strada” con Gesù: diventare, ad ogni età, sempre più e meglio suoi discepoli”.
Per questo ha chiesto un cambiamento di mentalità: “Carissimi, sarà un vero cambiamento di mentalità economica, civile e perfino religiosa a edificare il bene che risanerà questa terra e l’intero Pianeta. Tra le persone, le istituzioni, le organizzazioni pubbliche e private occorre consolidare e allargare il patto che già sta portando i suoi primi frutti sul piano educativo e sociale. Esso non soltanto contrasterà e scardinerà le alleanze criminali, ma positivamente collegherà e moltiplicherà le migliori forze e le grandi idee che già sono nei vostri cuori”.
E’ stato un ringraziamento a chi si è impegnato: “Qui vorrei ringraziare quei ‘pionieri’ che, col loro impegno coraggioso, hanno per primi denunciato i mali di questa terra e hanno portato l’attenzione sulla realtà oscurata e negata del suo avvelenamento: penso in particolari ai membri delle associazioni ambientaliste. Ora tutti sappiamo che occorre vigilare sulla salute del creato come si vigila sulla porta di casa, respingere tentazioni di potere e di arricchimento legate alle pratiche che inquinano la terra, l’acqua, l’aria e la convivenza”.
Ma anche un invito a cambiare l’economia: “Realizzeremo, passo dopo passo, ma rapidamente, un’economia meno individualistica, un sistema meno consumistico. Quanti rifiuti, quanto spreco, quanti veleni sono venuti da un modello di crescita che ci ha come stregato, lasciandoci più malati e più poveri. Impariamo allora a essere ricchi diversamente: più attenti alle relazioni, più tesi a valorizzare il bene comune, più affezionati al territorio, più grati nell’accogliere e integrare chi viene a vivere con noi”.
Una conversione per la costruzione delle ‘buone pratiche’: “E’ a partire da questa conversione che si possono costruire buone pratiche di comunità: mediante persone e imprese che coltivino il senso del limite, non quello della violazione irresponsabile; che abbiano il gusto del recupero, non la logica dell’invasione; fame e sete di giustizia invece che di possesso. In particolare, essere vicini al cuore umano, e quindi più vicini a Dio che l’ha creato, significa desiderare una comunità più inclusiva, più unita, meno affetta da marginalità e polarizzazioni. Ma la via da percorrere è stretta, perché parte da noi, da dove ci troviamo”.
La strada è in salita, ma è possibile per una diversa visione di convivenza: “Riuscire a correggere la rotta, agire ogni giorno su abitudini e pregiudizi in cui ci siamo accomodati, vedere oltre il nostro recinto significa davvero incontrarci. E’ talvolta un sentiero in salita e poco tracciato. Un esempio concreto: il nome ‘terra dei fuochi’ rinvia ai roghi accesi ai margini delle città, talvolta da minoranze respinte ed emarginate di fratelli e sorelle di cui pochi hanno conoscenza e stima. L’emarginazione produce sempre insicurezza: la via in salita è contrastare l’emarginazione, non gli emarginati, è rompere l’intera catena, non colpire solo l’ultimo anello. Voi lo sapete bene!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita ad uno sguardo vero sulla realtà
“Vi saluto con affetto e vi ringrazio per la vostra presenza e per il vostro prezioso servizio che svolgete nella scuola. Il vostro lavoro è impegnativo, spesso silenzioso e non appariscente, e nondimeno molto importante per la crescita di tanti bambini, ragazzi e giovani”: questa mattina papa Leone XIV ha incontrato Leone XIV i docenti italiani di religione esortandoli ad essere ‘maestri credibili’,
Riprendendo la nota pastorale dei vescovi italiani sul significato dell’insegnamento della religione cattolica e soprattutto sant’Agostino il papa ha evidenziato il bisogno della ricerca interiore: “Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”.
Per questo ha sottolineato il compito degli insegnanti: “In tale contesto il vostro servizio, espressione della cura della Chiesa per le nuove generazioni, è come un trampolino di lancio da cui ragazzi e giovani possono imparare a tuffarsi nell’affascinante avventura del dialogo interiore, e in questo costituisce un elemento indispensabile di quell’alleanza educativa di cui oggi c’è tanto bisogno”.
Un insegnamento che è anche espressione culturale: “Non solo. L’insegnamento della religione cattolica è una disciplina di grande valenza culturale, utile alla comprensione delle dinamiche storiche e sociali, nonché delle espressioni del pensiero, dell’ingegno e delle arti che hanno dato forma e continuano a plasmare il volto dell’Italia, dell’Europa e di tanti Paesi del mondo”.
Quindi deve essere un insegnamento dialogante con gli altri ‘saperi’ della cultura: “Tutto ciò entra nelle vostre lezioni, alla luce dell’insegnamento sempre attuale della Chiesa, in dialogo con gli altri campi del sapere e della ricerca religiosa, e soprattutto nello studio delle pagine inesauribili della Bibbia, da cui conosciamo Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, rivelazione del volto del Padre e modello perfetto di umanità”.
E’ questo il compito dell’insegnante di religione, pur nella libertà del discente: “Così voi rendete accessibile alle nuove generazioni, nel pieno rispetto della libertà di ciascuno, ciò che altrimenti potrebbe restare incomprensibile e vago, mostrando come la vera laicità non escluda il fatto religioso, ma anzi ne sappia fare tesoro quale risorsa educativa. Questo è, del resto, parte di un atteggiamento più ampio, imprescindibile per ogni dialogo, nella scuola come nella società: conoscere e amare ciò che si è, per saper incontrare l’altro con rispetto e apertura”.
Ed ha sottolineato il titolo di queste giornate di incontro, che prende spunto da un motto di san Newman (‘Cor ad cor loquitur’): “Queste parole contengono la proposta di un cammino in cui la verità è la meta e la relazione personale la via per raggiungerla. Esse vi impegnano, attraverso l’insegnamento, ad aiutare i ragazzi a riconoscere una voce che in realtà già risuona in loro, a non seppellirla, né a confonderla con i rumori che li circondano. In un’epoca in cui viviamo costantemente assediati da stimoli di ogni genere, ridurre al silenzio quella voce è facilissimo”.
Ecco l’importanza della ricerca della verità: “Perciò, educare a sentirla o a ritrovarla è uno dei doni più grandi che si possano fare alle nuove generazioni. L’uomo non può vivere senza verità e significati autentici, e i giovani, anche se a volte sembrano apatici, o insensibili, dietro una facciata di apparente indifferenza, in realtà spesso nascondono l’inquietudine e la sofferenza di chi ‘sente troppo’ e in modo troppo intenso, senza riuscire a dare un nome a ciò che sperimenta”.
Quindi compito della scuola è insegnare al pensiero critico: “Fare scuola, perciò, significa formare le persone all’ascolto del cuore, e con ciò alla libertà interiore e alla capacità di pensiero critico, secondo dinamiche in cui fede e ragione non si ignorano, né tanto meno si oppongono, ma sono compagne di viaggio nella ricerca umile e sincera della verità. Per questo, educare richiede la pazienza di seminare senza pretendere risultati immediati, nel rispetto dei tempi di crescita della persona. E soprattutto, Newman insegna, richiede amore”.
E l’insegnamento si tramanda solo grazie a persone credibili, ma competenti ed animati dal ‘rigore’ culturale: “I vostri alunni non hanno bisogno di risposte preconfezionate, ma di vicinanza e onestà da parte di adulti che li affianchino con autorevolezza e responsabilità, mentre affrontano le grandi domande della vita. Essi ricorderanno gli occhi e le parole di chi ha saputo riconoscere in loro un dono unico, di chi li ha presi sul serio, di chi non ha avuto paura di condividere con loro un tratto di strada, mostrandosi a sua volta uomo e donna che cerca, pensa, vive e crede”.
In precedenza aveva ricevuto circa 190 rappresentanti del Partito Popolare Europeo, in occasione dei 50 anni della sua fondazione, invitandoli a mettere la relazione con le persone al centro del loro impegno: “Il compito precipuo di ogni azione politica è quello di offrire un orizzonte ideale, poiché la politica richiede di avere uno sguardo ampio sul futuro senza il timore, quando è necessario per il bene comune, di compiere scelte difficili e anche impopolari. In questo senso, essa è la ‘forma più alta di carità’, poiché può essere interamente dedicata all’edificazione del bene comune”.
Però l’ideale non si deve confondere con l’ideologia: “Perseguire un ideale non significa però esaltare un’ideologia. Quest’ultima infatti è sempre il frutto di una mistificazione della realtà e di una violenza su di essa. Qualunque ideologia distorce le idee e asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale. L’Europa contemporanea sorge proprio dalla costatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa”.
Quindi centro dell’azione politica è il popolo: “Il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso. Il popolo non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica. La presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno. Una politica “popolare” richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità”.
Da qui l’invito ad avere uno sguardo ‘realistico’: “Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli, di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita i monegaschi a tenere lo sguardo fisso su Gesù
Nella tarda mattinata papa Leone XIV aveva incontrato i giovani ed i catecumeni nella chiesa di santa Devota, patrona del Principato di Monaco, e dopo aver ascoltato le testimonianze di alcuni giovani ha parlato di lei, come “giovane coraggiosa, che ha saputo testimoniare la sua fede di fronte alla violenza dei persecutori, fino al martirio. Il suo corpo, dalla Corsica, è provvidenzialmente arrivato fin qui, su quella che oggi è la costa monegasca”.
La sua vita è testimonianza capace di produrre ‘frutti’: “Volevano annientarla, cancellare ogni suo ricordo, e invece il suo sacrificio ha portato il messaggio di pace e d’amore del Vangelo ancora più lontano. Questo ci aiuta a riflettere sul fatto che il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra nell’immediato avere la peggio. Non solo, ma ci ricorda anche che la testimonianza della fede è un seme che può raggiungere e fecondare cuori e luoghi lontani, ben oltre le nostre stesse aspettative e possibilità”.
Ed accanto a santa Devota ha proposto san Carlo Acutis: “In questa chiesa, recentemente, alla memoria della santa Martire Devota si è unita quella di san Carlo Acutis, altro giovane innamorato di Gesù, fedele all’amicizia con Cristo fino alla fine, pur in tempi e con modalità completamente diversi: nella carità, nell’apostolato sul web, di cui lo veneriamo patrono, e da ultimo nella malattia”.
Da qui l’invito ad imitarli: “Carissimi giovani, questi due santi ci incoraggiano e ci spingono a imitarli. Anche oggi, infatti, come è stato ricordato, la fede incontra sfide e ostacoli, ma nulla può offuscarne la bellezza e la verità. Ne sono prova i tanti uomini e donne di ogni età che, in numero crescente, desiderano conoscere il Signore e chiedono il Battesimo”.
E, citando il card. Martini, ha invitato i giovani a sperimentare l’amore di Dio: “Ma ciò che dà solidità alla vita è l’amore: l’esperienza fondamentale dell’amore di Dio, prima di tutto, e poi, di riflesso, quella illuminante e sacra dell’amore vicendevole. Ed amarsi, se da una parte richiede apertura a crescere e dunque a cambiare, dall’altra esige fedeltà, costanza, disponibilità al sacrificio nella quotidianità”.
Con l’amore di Dio l’inquietudine dei giovani si acquieta: “Solo così l’inquietudine trova pace (anche noi desideriamo la pace!) e si riempie il vuoto interiore di cui parlava Andreia, non con cose materiali e passeggere, nemmeno con i consensi virtuali di migliaia di like, o con appartenenze condizionanti, artificiali, a volte persino violente.
Da queste cose bisogna sgomberare la porta del cuore, perché l’aria sana e ossigenante della grazia possa tornare a rinfrescarne e vitalizzarne le stanze, e perché il vento forte dello Spirito Santo possa riprendere a gonfiare le vele della nostra esistenza, spingendola verso la felicità vera”.
Ecco l’invito a vivere la Settimana Santa, porta della Pasqua: “E se questo conta per la vita spirituale e per la preghiera, allo stesso modo vale per l’esercizio della carità… Le parole e i gesti della testimonianza e della speranza non si improvvisano e non ce li diamo da noi stessi: vengono da un profondo rapporto con Dio, in cui noi per primi troviamo le risposte fondamentali della vita. Se il canale del suo agire in noi è aperto, e se è aperto lo scambio reciproco, con cui facciamo di tale rapporto d’amore un dono comune e condiviso, possiamo avere fiducia che le parole giuste e la forza necessaria ad agire verranno, al momento opportuno”.
Ed ecco l’invito a vivere la frase di sant’Agostino (‘Ama e fa ciò che vuoi’) nella quotidianità: “Cari giovani, non abbiate paura di donare tutto, il vostro tempo, le vostre energie, a Dio e ai fratelli, di spendervi fino in fondo per il Signore e per gli altri. Solo così troverete un gusto sempre nuovo e un senso sempre più profondo nella vita. Il mondo ha bisogno della vostra testimonianza, per superare le derive del nostro tempo e affrontarne le sfide, e soprattutto per riscoprire il sapore buono dell’amore di Dio e del prossimo…
Portate il Vangelo nelle scelte del vostro lavoro, nell’impegno sociale e politico, per dare voce a chi non l’ha, diffondendo la cultura della cura. Fate di tutto un dono a Dio e vivete tutto come una missione, che vi vuole gli uni per gli altri amici in Cristo e fedeli compagni di cammino”.
Mentre nella celebrazione dell’Ora Media con la comunità cattolica il papa aveva evidenziato il dono della comunione: “Gesù Cristo, il giusto, intercedendo per l’umanità presso il Padre, ci riconcilia con Lui e tra di noi… Il suo tratto compassionevole e misericordioso lo rende ‘avvocato’ a difesa dei poveri e dei peccatori, non certo per assecondare il male, ma per liberarli dall’oppressione e dalla schiavitù e renderli figli di Dio e fratelli tra di loro.
Non è un caso che i gesti compiuti da Gesù non si limitano alla guarigione fisica o spirituale della persona, ma comprendono anche una dimensione sociale e politica importante: la persona guarita viene reintegrata, in tutta la sua dignità, nella comunità umana e religiosa dalla quale, spesso proprio per la sua condizione di malattia o di peccato, era stata esclusa”.
Ed ecco la Chiesa a difesa dell’umanità: “Penso allora a una Chiesa chiamata a farsi ‘avvocato’, cioè a difendere l’uomo: tutto l’uomo e tutti gli esseri umani. Si tratta di un cammino di discernimento critico e profetico teso a promuovere ‘uno sviluppo integrale dell’umanità, che ne rispetti la dignità e l’identità autentica, come anche il fine ultimo, che rimanda a un mistero di comunione piena col Dio Trinità e tra noi’.
Questo è il primo servizio che l’annuncio del Vangelo deve rendere: illuminare la persona umana e la società affinché, alla luce di Cristo e della sua Parola, scoprano la propria identità, il significato della vita umana, il valore delle relazioni e della solidarietà sociale, lo scopo ultimo dell’esistenza e il destino della storia”.
Quindi è stato un invito a tenere fisso lo sguardo su Gesù: “Carissimi, tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo, nostro avvocato presso il Padre, genera una fede radicata nel rapporto personale con Lui, una fede che si fa testimonianza, capace di trasformare la vita e rinnovare la società. Questa fede ha bisogno di essere annunciata con strumenti e linguaggi nuovi, anche digitali, e ad essa tutti devono essere introdotti e formati con continuità e creatività. Ciò vale in particolare per coloro che si stanno aprendo all’incontro con Dio, ai catecumeni e ai ricomincianti, verso i quali vi raccomando un’attenzione particolare”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la Chiesa è di natura divina ed umana
“Oggi proseguiamo il nostro approfondimento sulla Costituzione conciliare ‘Lumen gentium’, Costituzione dogmatica sulla Chiesa. Nel primo capitolo, là dove si intende soprattutto rispondere alla domanda su cosa sia la Chiesa, essa viene descritta come ‘una realtà complessa’. Ora ci domandiamo: in che consiste tale complessità? Qualcuno potrebbe rispondere che la Chiesa è complessa in quanto ‘complicata’, e dunque difficile da spiegare; qualcun altro potrebbe pensare che la sua complessità derivi dal fatto di essere un’istituzione carica di duemila anni di storia, con caratteristiche diverse rispetto a ogni altra aggregazione sociale o religiosa”: anche oggi nell’udienza generale papa Leone XIV ha proseguito la catechesi sulla Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II, ‘Lumen gentium’, soffermandosi sulla natura umana e divina della Chiesa..
E si è soffermato ad esaminare l’etimologia della parola ‘complessità’: “Nella lingua latina, però, la parola ‘complessa’ indica piuttosto l’unione ordinata di aspetti o dimensioni diverse all’interno di una medesima realtà. Per questo la ‘Lumen gentium’ può affermare che la Chiesa è un organismo ben compaginato, nel quale convivono la dimensione umana e quella divina, senza separazione e senza confusione”.
Quindi la Chiesa è composta da uomini e donne: “La prima dimensione è subito percepibile, in quanto la Chiesa è una comunità di uomini e donne che condividono la gioia e la fatica di essere cristiani, con i loro pregi e difetti, annunciando il Vangelo e facendosi segno della presenza di Cristo che ci accompagna nel cammino della vita”.
Però anche questa non è una definizione esatta: “Eppure, tale aspetto che si manifesta anche nell’organizzazione istituzionale, non è sufficiente a descrivere la vera natura della Chiesa, perché essa possiede anche una dimensione divina. Quest’ultima non consiste in una perfezione ideale o in una superiorità spirituale dei suoi membri, ma nel fatto che la Chiesa è generata dal disegno d’amore di Dio sull’umanità, realizzato in Cristo”.
Ecco una definizione di Chiesa nel momento in cui il divino si integra con l’umano: “La Chiesa, perciò, è allo stesso tempo comunità terrena e corpo mistico di Cristo, assemblea visibile e mistero spirituale, realtà presente nella storia e popolo pellegrinante verso il cielo. La dimensione umana e quella divina si integrano armoniosamente, senza che l’una si sovrapponga all’altra; così la Chiesa vive in questo paradosso: è una realtà insieme umana e divina, che accoglie l’uomo peccatore e lo conduce a Dio”.
Quindi la Chiesa è imitazione di Gesù: “Per illuminare tale condizione ecclesiale, la ‘Lumen gentium’ rimanda alla vita di Cristo. Infatti, chi incontrava Gesù lungo le strade della Palestina, faceva esperienza della sua umanità, dei suoi occhi, delle sue mani, del suono della sua voce.
Chi decideva di seguirlo era spinto proprio dall’esperienza del suo sguardo ospitale, dal tocco delle sue mani benedicenti, dalle sue parole di liberazione e di guarigione. Allo stesso tempo, però, andando dietro a quell’Uomo, i discepoli si aprivano all’incontro con Dio. La carne di Cristo, infatti, il suo volto, i suoi gesti e le sue parole manifestano in modo visibile il Dio invisibile”.
E come Gesù anche la Chiesa è umana e divina: “Alla luce della realtà di Gesù, possiamo adesso tornare alla Chiesa: quando la guardiamo da vicino, vi scopriamo una dimensione umana fatta di persone concrete, che a volte manifestano la bellezza del Vangelo e altre volte faticano e sbagliano come tutti. Tuttavia, proprio attraverso i suoi membri e i suoi limitati aspetti terreni, si manifestano la presenza di Cristo e la sua azione di salvezza.
Come diceva Benedetto XVI, non c’è opposizione tra Vangelo e istituzione, anzi, le strutture della Chiesa servono proprio alla ‘realizzazione e concretizzazione del Vangelo nel nostro tempo’. Non esiste una Chiesa ideale e pura, separata dalla terra, ma solo l’unica Chiesa di Cristo, incarnata nella storia”.
Questa è la santità della Chiesa, citando papa Francesco: “In questo consiste la santità della Chiesa: nel fatto che Cristo la abita e continua a donarsi attraverso la piccolezza e fragilità dei suoi membri. Contemplando questo perenne miracolo che avviene in lei, comprendiamo il ‘metodo di Dio’: Egli si rende visibile attraverso la debolezza delle creature, continuando a manifestarsi e ad agire…
Questo ci rende capaci ancora oggi di edificare la Chiesa: non soltanto organizzando le sue forme visibili, ma costruendo quell’edificio spirituale che è il corpo di Cristo, attraverso la comunione e la carità tra di noi. La carità, infatti, genera costantemente la presenza del Risorto”.
Mentre ieri sera da Castelgandolfo il papa ancora una volta ha invitato ad operare e pregare per la pace: “Pregare per la pace, lavorare per la pace, meno odio. Sempre sta aumentando l’odio nel mondo”, con l’invito a ‘cercare veramente di promuovere il dialogo’ e ‘cercare soluzioni, senza le armi, per risolvere i problemi’.
(Foto: Santa Sede)
Avvenga di me quello che hai detto. Un viaggio visivo e sonoro nel mistero dell’Annunciazione
Un’esperienza immersiva tra fede, arte e comunicazione contemporanea: fino a domenica 15 marzo il Bastione Sangallo di Loreto ospita ‘Avvenga di me quello che hai detto. Un viaggio visivo e sonoro nel mistero dell’Annunciazione’, a cura della prof.ssa Francesca Coltrinari con la regia di Francesco De Melis, che, pensato a conclusione dell’anno giubilare, propone un percorso multimediale dedicato all’Annunciazione, l’evento fondante della storia cristiana, esplorato attraverso i capolavori della storia dell’arte.
Realizzato con la consulenza scientifica della prof.ssa Francesca Coltrinari, storica dell’arte dell’Università di Macerata e con la regia dell’antropologo e musicologo Francesco De Melis, l’evento accompagna i visitatori in un viaggio digitale spettacolare attraverso alcune delle Annunciazioni più celebri dell’arte, grazie a sistemi multimediali avanzati e a letture visive sviluppate anche tramite intelligenza artificiale: colori, gesti, simboli e dettagli prendono vita per svelare la complessità narrativa e teologica di uno dei temi più rappresentati della storia dell’arte.
Tra le ‘Annunciazioni’ più significative presenti nel video, ci sono opere di Carlo Crivelli, Giambattista Tiepolo, El Greco, Sandro Botticelli, Antonello da Messina, Guido Reni, Pieter de Witte ed altri grandi artisti, ma è anche occasione per valorizzare le ‘Annunciazioni’ conservate nelle Marche, promuovendo itinerari culturali e spirituali tra chiese, musei e città d’arte, come quelle di Pietro Alamanno e Guido Reni conservate nella Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno, l’arazzo su cartone di Rogier van der Weyden nei Musei Civici di Fermo, il capolavoro di Lorenzo Lotto e l’affresco strappato di Olivuccio di Ciccarello nei Musei Civici di Recanati, l’opera di Bernardino di Mariotto nella Pinacoteca Civica di San Severino Marche, l’Annunciazione di Sperimento di Giovanni Angelo di Antonio a Camerino, gli affreschi strappati del Maestro di Campodonico nella Pinacoteca Civica di Fabriano, le opere di Lotto nella Pinacoteca Civica di Jesi, le Annunciazioni di Pietro Perugino a Senigallia e di Guido Reni a Fano, oltre a diverse Annunciazioni nella Galleria Nazionale delle Marche di Urbino.
Il video è accompagnato da una lettura dal ‘Vangelo secondo Luca’, per raccontare la realtà luminosa del mistero in un fluire di tinte, musiche, parole e figure, secondo il commento di Francesco De Melis: “La semplicità delle parole di Luca nel suo racconto evangelico dell’evento premonitore per antonomasia del ‘regno che non avrà fine’ è disarmante e sconcertante a un tempo, nel senso ossimorico di una luminosità del mistero. Questa semplicità misteriosa è alla base dell’ispirazione pittorica sul tema dell’Annunciazione attraverso i secoli, nel senso, sempre ossimorico, della naturale sprezzatura che sgorga dai capolavori. Il passo del Vangelo di Luca, nella sua chiarezza lampante e scura, è dunque il testo che fa testo in quanto alla luminosa semplicità dell’Annunciazione”.
Per la docente di storia dell’arte moderna all’Università di Macerata e curatrice della mostra, Francesca Coltrinari, è importante lo sguardo con cui gli artisti hanno rappresentato l’Annunciazione: “Gli artisti di ogni epoca lo hanno raccontato con soluzioni diverse, in cui ogni dettaglio parla: il gesto dell’angelo, la sorpresa o l’umiltà di Maria, la luce che irrompe dall’alto, il fiore, il libro, il silenzio sospeso di un istante che cambia la storia. Al centro di tutto c’è la casa: la Casa di Nazareth, luogo reale della vita di Maria e dell’Annuncio. A Loreto questa meditazione si fa ancora più viva, perché la Santa Casa custodita qui è il segno concreto di quel luogo originario. Il nostro percorso invita a rileggere l’Annunciazione con occhi nuovi, attraverso alcune delle più straordinarie opere dell’arte, per rivivere il momento in cui l’Eterno entrò nel tempo e la storia cambiò per sempre”.
Perché un mostra multimediale sull’Annunciazione?
“La mostra intendeva valorizzare l’evento sacro che ha avuto luogo nella Casa di Nazareth conservata, secondo la tradizione cristiana, nella Basilica di Loreto, mostrando come questa semplice casa, in cui ancora oggi pellegrini e visitatori possono entrare, sia stata interpretata dagli artisti nei modi più diversi, spesso come un meraviglioso palazzo ricchissimo di oggetti, altre volte come una abitazione borghese, oppure come un luogo semplice e umile, nobilitato dalla luce del miracolo divino. L’uso del multimediale ha avuto due ragioni: poter mostrare alcuni capolavori dell’arte altrimenti difficilmente spostabili ed i loro straordinari dettagli e offrire un racconto artistico, una narrazione a sé, potremo dire, in cui immagini e testi sacri si fondessero”.
Cosa rappresenta questo progetto ‘immersivo’?
“Un modo suggestivo ed evocativo di accompagnare il visitatore dentro alcuni capolavori dell’arte, alla scoperta di dettagli e particolari che spesso nemmeno la visione diretta permette di cogliere”.
Per quale motivi gli artisti hanno raffigurato l’Annunciazione?
“Perché è uno dei più importanti (se non il più importante) misteri del Cristianesimo: è il momento in cui avviene l’incarnazione di Gesù che si fa uomo nel seno di Maria: da quel giorno, fissato al 25 marzo, inizia una nuova era, quella cristiana ‘della grazia’. Si pensi che in numerosi stati italiani, come a Venezia e Firenze, fra Medioevo ed età moderna l’anno iniziava proprio il 25 marzo. L’Annunciazione è poi raccontata nel Vangelo di Luca come una vera e propria azione teatrale, dove l’Angelo e la Vergine si parlano e dove vengono descritti diversi stati d’animo di Maria, la cui rappresentazione ha rappresentato uno stimolo per gli artisti che li hanno restituiti con estrema sensibilità e varietà dagli artisti”.
La mostra si avvale di sistemi multimediali avanzati, tra cui anche l’Intelligenza Artificiale: quanto questi sistemi possono rendere ‘appetibili’ le opere d’arte?
“Il video di Loreto ha posto molta attenzione a un uso consapevole dell’Intelligenza artificiale, usandola per animare una sola opera d’arte, la ‘Traslazione della Santa Casa’ di Giovanni Battista Tiepolo, che fa da introduzione al video, realizzato invece con sistemi cinematografici ‘più tradizionali’. Sia io che Francesco de Melis, il regista autore del video, crediamo infatti che sia importante non proporre manipolazioni e forzature dei dipinti del passato, opere in sé perfette e che offrono una possibilità di osservazione e contemplazione alternativa al mondo delle immagini in movimento. Certamente l’Intelligenza Artificiale offre opportunità incredibili dal punto di vista della ricostruzione di contesti perduti oppure di opere frammentarie”.
Una mostra con una particolare attenzione ai giovani: in quale modo l’arte può raccontare loro la bellezza della fede?
“Il medium tecnologico può di per sé attirare i giovani che sono costantemente immersi in immagini, spesso consumate in fretta e passivamente. Questa esperienza vuole essere un invito a guardare senza correre, a permettere a queste immagini di entrare nella mente. L’arte resta un veicolo fondamentale per trasmettere, oltre che la bellezza, dei significati profondi”.
Le Marche posseggono un patrimonio di opere d’arte, spesso sconosciuto: in quale modo si potrebbero valorizzare?
“Valorizzare vuol dire riconoscere il valore… spesso questo valore non è neppure visto perché manca un’accessibilità fisica ai luoghi e alle opere (pensiamo per le Marche al dramma del terremoto del 2016 che ha danneggiato o resto inagibili moltissimi edifici). Quindi, per prima cosa, sarebbe necessario aprire e gestire il più possibile chiese, musei, palazzi…
Ma poi c’è necessità di render accessibili le opere d’arte dal punto di vista del loro significato e della loro storia. E questa è una sfida che aprirebbe molte opportunità: perché per rendere accessibili le opere, specie del passato, è necessario conoscerle, studiarle e poi divulgarle con linguaggi accessibili a tutti, comprensibili e che si avvalgano anche di mezzi comunicativi odierni. In questo senso, il video di Loreto, in cui sono inserite anche opere marchigiane, può essere un piccolo contributo”.
(Tratto da Aci Stampa)




























