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Giornata della Vita consacrata: profezia della presenza
“Nel corso dell’ultimo anno, durante i viaggi e le visite pastorali del Dicastero, abbiamo avuto il dono di toccare e di farci raggiungere da questa vita, incontrando i volti di tante persone consacrate chiamate a condividere situazioni complesse: contesti segnati da conflitti, instabilità sociale e politica, povertà, emarginazione, migrazioni forzate, minoranza religiosa, violenze e tensioni che mettono alla prova la dignità delle persone, la libertà e a volte la stessa fede. Esperienze che svelano quanto sia forte la dimensione profetica della vita consacrata come ‘presenza che resta’: accanto ai popoli e alle persone ferite, nei luoghi dove il Vangelo si vive spesso in condizioni di fragilità e di prova”: oggi, festa della presentazione di Gesù al tempio, si celebra la XXX Giornata Mondiale della Vita Consacrata, ed il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata ha inviato un messaggio intitolato ‘Profezia della presenza: vita consacrata dove la dignità è ferita e la fede è provata’.
In questo messaggio è sottolineato l’aspetto del ‘restare’, cioè di una presenza: “Questo ‘restare’ assume volti e fatiche diverse, perché diverse sono le complessità delle nostre società: là dove la vita quotidiana è attraversata da fragilità istituzionali e insicurezza; là dove minoranze religiose vivono pressioni e restrizioni; là dove il benessere convive con solitudini, polarizzazioni, nuove povertà e indifferenza; là dove migrazioni, disuguaglianze e violenze diffuse sfidano la convivenza civile. In tante parti del mondo, la situazione politica e sociale mette alla prova la fiducia e logora la speranza: e proprio per questo la vostra presenza fedele, umile, creativa, discreta diventa segno che Dio non abbandona il suo popolo”.
E tale ‘restare’ di natura evangelica è una speranza: “Il ‘restare’ evangelico non è mai immobilità né rassegnazione: è speranza attiva che genera atteggiamenti e gesti di pace: parole che disarmano proprio dove le ferite dei conflitti sembrano cancellare la fraternità, relazioni che testimoniano il desiderio di dialogo tra culture e religioni, scelte che proteggono i piccoli anche quando stare dalla loro parte chiede un prezzo da pagare, pazienza nei processi anche all’interno della comunità ecclesiale, perseveranza nella ricerca di percorsi di riconciliazione da costruire nell’ascolto e nella preghiera, coraggio nella denuncia di situazioni e strutture che negano la dignità delle persone e la giustizia. Proprio perché è così, questo restare non è solo una scelta personale o comunitaria, ma diventa una parola profetica per tutta la Chiesa e per il mondo”.
E’ una speranza perché un seme è seminato, secondo i carismi: “In questo restare come seme che accetta di morire perché la vita fiorisca, in forme diverse e complementari, si esprime la profezia di tutta la vita consacrata. La vita apostolica rende visibile una prossimità operosa che sostiene la dignità ferita; la vita contemplativa custodisce, nell’intercessione e nella fedeltà, la speranza quando la fede è provata; gli Istituti secolari testimoniano il Vangelo come lievito discreto nelle realtà sociali e professionali; l’Ordo virginum manifesta la forza della gratuità e della fedeltà che apre al futuro; la vita eremitica richiama il primato di Dio e l’essenziale che disarma il cuore. Nella diversità delle forme, una sola profezia prende corpo: restare con amore, senza abbandonare, senza tacere, facendo della propria vita la Parola per questo tempo e per questa storia”.
In questa profezia matura una testimonianza della pace: “E’ proprio dentro questa profezia del restare che matura una testimonianza di pace. Papa Leone XIV lo ha richiamato con insistenza nei suoi interventi, indicando la pace non come un’utopia astratta, ma come un cammino esigente e quotidiano che domanda ascolto, dialogo, pazienza, conversione della mente e del cuore, rifiuto della logica della prevaricazione del più forte”.
Pace come responsabilità, a cui consacrate e consacrati sperimentano nella vicinanza con chi è in difficoltà: “La pace non nasce dalla contrapposizione, ma dall’incontro, dalla responsabilità condivisa, dalla capacità di ascolto e di cammino sinodale, dall’amore per tutti nel solco del Vangelo per cui tutti sono fratelli. Per questo la vita consacrata, quando resta accanto alle ferite dell’umanità senza cedere alla logica dello scontro, ma senza rinunciare a dire la verità di Dio sull’uomo e sulla storia, diventa, spesso senza clamore, artigiana di pace. Carissime e carissimi, vi ringraziamo per la vostra perseveranza quando i frutti sembrano lontani, per la pace che seminate anche quando non è riconosciuta”.
La lettera si conclude con l’invito ad essere pellegrini di speranza, come sottolineato nel giubileo dello scorso anno: “Continuiamo a custodire come memoria grata l’esperienza del Giubileo della vita consacrata, che ci ha richiamati a essere pellegrini di speranza sulla via della pace: Non è uno slogan o una formula. Ne abbiamo fatto esperienza concreta anche nel percorso che ha preparato il nostro convenire a Roma. E’ invece uno stile evangelico da continuare a incarnare, ogni giorno, là dove la dignità è ferita e la fede è provata”.
Papa Leone XIV: ‘Nostra Aetate’ è una pietra miliare per il dialogo
“Per sessant’anni, uomini e donne hanno lavorato per coltivare Nostra aetate. Hanno annaffiato il seme, curato il terreno e lo hanno protetto. Alcuni hanno persino dato la loro vita, martiri del dialogo, che si sono opposti alla violenza e all’odio. Ricordiamoli oggi con gratitudine. Come cristiani, insieme ai nostri fratelli e sorelle di altre religioni, siamo ciò che siamo grazie al loro coraggio, al loro sudore e al loro sacrificio”: così papa Leone XIV ha concluso la serata dedicata al documento conciliare ‘Nostra Aetate’.
Dopo un pomeriggio di festa il papa ha ricordato l’attualità del documento conciliare: “In primo luogo, Nostra Aetate ci ricorda che l’umanità sta convergendo sempre di più, e che è compito della Chiesa promuovere l’unità e l’amore tra gli uomini e le donne, e tra le nazioni. In secondo luogo, indica ciò che tutti condividiamo.
Apparteniamo a una sola famiglia umana, una nell’origine ed una anche nel nostro fine ultimo. Inoltre, ogni persona cerca risposte ai grandi enigmi della condizione umana. In terzo luogo, le religioni di tutto il mondo cercano di rispondere all’irrequietezza del cuore umano. Ognuna, a modo proprio, offre insegnamenti, modi di vita e riti sacri che aiutano a guidare i propri fedeli verso la pace e il senso della vita”.
Poi ha sottolineato che la Chiesa è aperta e non rifiuta le verità delle altre religioni: “In quarto luogo, la Chiesa cattolica non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni, che ‘riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini’. Le considera con sincera riverenza e invita i suoi figli e le sue figlie, attraverso il dialogo e la collaborazione, a riconoscere, preservare e promuovere ciò che è spiritualmente, moralmente e culturalmente buono in tutti i popoli”.
Quindi ha sottolineato la responsabilità delle religioni: “Come capi religiosi, guidati dalla saggezza delle nostre rispettive tradizioni, condividiamo una responsabilità sacra: aiutare il nostro popolo a liberarsi dalle catene del pregiudizio, dell’ira e dell’odio; aiutarlo a elevarsi al di sopra dell’egoismo e dell’autoreferenzialità; aiutarlo a sconfiggere l’avidità che distrugge sia l’animo umano sia la terra. In questo modo, possiamo guidare i nostri popoli a diventare profeti del nostro tempo, cioè voci che denunciano la violenza e l’ingiustizia, curano le divisioni e proclamano la pace per tutti i nostri fratelli e sorelle”.
Nel discorso papa Leone XIV ha ripercorso la genesi del documento, voluto da papa san Giovanni XXIII per descrivere ‘un nuovo rapporto tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo’ e, nella storia della Chiesa, primo ‘testo dottrinale con una base esplicitamente teologica che illustra le radici ebraiche del cristianesimo in modo biblicamente fondato’:
“Nostra Aetate insegna che non possiamo veramente invocare Dio, Padre di tutti, se ci rifiutiamo di trattare in modo fraterno ogni uomo e ogni donna, creati a immagine di Dio. In effetti, la Chiesa respinge tutte le forme di discriminazione o molestie per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione. Questo documento storico, quindi, ci ha aperto gli occhi su un principio semplice ma profondo: il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma un modo di vivere, un cammino del cuore che trasforma tutti i suoi protagonisti, chi ascolta e chi parla. Inoltre, percorriamo questo cammino non abbandonando la nostra fede, ma restando saldamente al suo interno”.
Ed ha ricordato le radici ebraiche del cristianesimo: “Per la prima volta nella storia della Chiesa, abbiamo un testo dottrinale con una base esplicitamente teologica che illustra le radici ebraiche del Cristianesimo in modo biblicamente fondato. Allo stesso tempo, Nostra Aetate (n. 4) prende una posizione ferma contro tutte le forme di antisemitismo. Così, nel capitolo seguente, Nostra Aetate insegna che non possiamo veramente invocare Dio, Padre di tutti, se ci rifiutiamo di trattare in modo fraterno ogni uomo e ogni donna, creati a immagine di Dio”.
Questo permette di respingere ogni forma di discriminazione: “In effetti, la Chiesa respinge tutte le forme di discriminazione o molestie per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione. Questo documento storico, quindi, ci ha aperto gli occhi su un principio semplice ma profondo: il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma un modo di vivere, un cammino del cuore che trasforma tutti i suoi protagonisti, chi ascolta e chi parla. Inoltre, percorriamo questo cammino non abbandonando la nostra fede, ma restando saldamente al suo interno”.
Ma il documento conciliare è un invito a ‘guardare oltre ciò che ci separa e a scoprire ciò che ci unisce tutti’: “Questo è il cammino che ‘Nostra Aetate’ ci invita a continuare: camminare insieme nella speranza. Quando lo intraprendiamo, accadono meraviglie: i cuori si aprono, si costruiscono ponti e vengono tracciati nuovi sentieri là dove nessuno sembrava possibile. Questo non è l’impegno di una sola religione, di una sola nazione o anche di una sola generazione. E’ un compito sacro per tutta l’umanità mantenere viva la speranza, mantenere vivo il dialogo e mantenere vivo l’amore nel cuore del mondo”.
Prima dell’arrivo del papa nell’aula Paolo VI si sono susseguiti diversi momenti di riflessione, aperti dal corteo di diversi leader dell’ebraismo, dell’islam, dell’induismo, del giainismo, del sikhismo, del buddismo, dello zoroastrismo, del confucianesimo, del taoismo, dello shintoismo, delle religioni tradizionali africane e della Chiesa cattolica, preceduto da una danza tradizionale dello Sri Lanka, la Kandyan Dance, ballata dalla Sri Ridma Dance Academy, con il saluto di benvenuto del card. George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso:
“In questi sei decenni, lo spirito della ‘Nostra Aetate’ ha ispirato uno straordinario pellegrinaggio di incontro e collaborazione… Con profonda gratitudine i pontefici (da san papa Giovanni XXIII a papa Francesco) che hanno portato avanti questa missione con saggezza e coraggio e le Chiese locali che hanno coltivato il dialogo con dedizione e fedeltà ed i tanti uomini e donne di diverse tradizioni religiose che si sono generosamente uniti alla Chiesa cattolica nel promuovere la comprensione reciproca”.
Anche il card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per l’Unità dei Cristiani, ha ribadito la consapevolezza della Chiesa cattolica di aver ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento attraverso il popolo “con cui Dio, nella sua infinita misericordia, ha stretto l’Antica Alleanza. Consapevole di questa continuità, la Chiesa intende la Nuova Alleanza non come sostituzione, ma come compimento dell’Antica Alleanza”.
Infine ha sottolineato la condanna dell’antisemitismo: “Questo fondamento del nuovo rapporto della Chiesa cattolica con il popolo ebraico nella storia della salvezza va inteso anche come risposta positiva della Chiesa alla catastrofe della Shoah. Proprio come la ‘Nostra Aetate’ afferma chiaramente il patrimonio comune di ebrei e cristiani, essa rifiuta anche inequivocabilmente ogni forma di antisemitismo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a gettare ‘semi di pace e di speranza’
“Il tema di questa Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, scelto dal nostro amato papa Francesco, è ‘Semi di Pace e di Speranza’. Nel 10° anniversario dell’istituzione della Giornata, avvenuta in concomitanza con la pubblicazione dell’enciclica ‘Laudato sì’, ci troviamo nel vivo del Giubileo, ‘pellegrini di Speranza’. E proprio in questo contesto il tema acquista il suo pieno significato”: è l’inizio del messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, che si celebra il 1° settembre, nel quale il papa ricorda la necessità di far seguire le parole ai fatti.
‘Semi di pace e di speranza’ è una ‘ripresa’ del brano evangelico del ‘chicco di grano’: “Molte volte Gesù, nella sua predicazione, usa l’immagine del seme per parlare del Regno di Dio, e alla vigilia della Passione la applica a sé stesso, paragonandosi al chicco di grano, che per dare frutto deve morire”.
Solo se il seme ‘si consegna’ la terra fiorisce: “Il seme si consegna interamente alla terra e lì, con la forza dirompente del suo dono, la vita germoglia, anche nei luoghi più impensati, in una sorprendente capacità di generare futuro. Pensiamo, ad esempio, ai fiori che crescono ai bordi delle strade: nessuno li ha piantati, eppure crescono grazie a semi finiti lì quasi per caso e riescono a decorare il grigio dell’asfalto e persino a intaccarne la dura superficie”.
Le parole profetiche di Isaia saranno la guida del ‘tempo del Creato’: “Queste parole profetiche, che dal 1° settembre al 4 ottobre accompagneranno l’iniziativa ecumenica del ‘Tempo del Creato’, affermano con forza che, insieme alla preghiera, sono necessarie la volontà e le azioni concrete che rendono percepibile questa ‘carezza di Dio’ sul mondo. La giustizia e il diritto, infatti, sembrano rimediare all’inospitalità del deserto. Si tratta di un annuncio di straordinaria attualità”.
Riprendendo lo ‘sguardo’ di papa Francesco, anche papa Leone XIV fa un esame della situazione ambientale odierna: “In diverse parti del mondo è ormai evidente che la nostra terra sta cadendo in rovina. Ovunque l’ingiustizia, la violazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, le diseguaglianze e l’avidità da cui scaturiscono producono deforestazione, inquinamento, perdita di biodiversità. Aumentano in intensità e frequenza fenomeni naturali estremi causati dal cambiamento climatico indotto da attività antropiche, senza considerare gli effetti a medio e lungo termine della devastazione umana ed ecologica portata dai conflitti armati”.
Ecco il motivo per cui secondo papa Leone XIV la ‘distruzione’ della natura colpisce i poveri: “Sembra che manchi ancora la consapevolezza che distruggere la natura non colpisce tutti nello stesso modo: calpestare la giustizia e la pace significa colpire maggiormente i più poveri, gli emarginati, gli esclusi. E’ emblematica in tale ambito la sofferenza delle comunità indigene”.
Inoltre la natura è merce nelle guerre: “E non basta: la natura stessa talvolta diventa strumento di scambio, un bene da negoziare per ottenere vantaggi economici o politici. In queste dinamiche, il creato viene trasformato in un campo di battaglia per il controllo delle risorse vitali, come testimoniano le zone agricole e le foreste divenute pericolose a causa delle mine, la politica della ‘terra bruciata’, i conflitti che scoppiano attorno alle fonti d’acqua, la distribuzione iniqua delle materie prime, penalizzando le popolazioni più deboli e minando la stessa stabilità sociale”.
Con un invito a leggere la Bibbia papa Leone XIV ha evidenziato il concetto di peccato in rapporto alla giustizia: “La giustizia ambientale (implicitamente annunciata dai profeti) non può più essere considerata un concetto astratto o un obiettivo lontano. Essa rappresenta una necessità urgente, che va oltre la semplice tutela dell’ambiente. Si tratta, in realtà, di una questione di giustizia sociale, economica e antropologica. Per i credenti, in più, è un’esigenza teologica, che per i cristiani ha il volto di Gesù Cristo, nel quale tutto è stato creato e redento. In un mondo dove i più fragili sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione, e dell’inquinamento, la cura del creato diventa una questione di fede e di umanità”.
Ed ha chiesto di ‘far seguire’ i fatti alle parole: “Lavorando con dedizione e con tenerezza si possono far germogliare molti semi di giustizia, contribuendo così alla pace e alla speranza. Ci vogliono talvolta anni prima che l’albero dia i suoi primi frutti, anni che coinvolgono un intero ecosistema nella continuità, nella fedeltà, nella collaborazione e nell’amore, soprattutto se quest’amore diventa specchio dell’Amore oblativo di Dio”.
Infine ha ricordato il progetto ‘Borgo Laudato Sì’, voluto da papa Francesco: “Tra le iniziative della Chiesa che sono come semi gettati in questo campo, desidero ricordare il progetto ‘Borgo Laudato Si’”, che papa Francesco ci ha lasciato in eredità a Castel Gandolfo, come seme che può portare frutti di giustizia e di pace. Si tratta di un progetto di educazione all’ecologia integrale che vuole essere un esempio di come si può vivere, lavorare e fare comunità applicando i principi dell’enciclica ‘Laudato sì’…
L’enciclica ‘Laudato sì’ ha accompagnato la Chiesa Cattolica e molte persone di buona volontà per dieci anni: essa continui ad ispirarci e l’ecologia integrale sia sempre più scelta e condivisa come rotta da seguire. Così si moltiplicheranno i semi di speranza, da ‘custodire e coltivare’ con la grazia della nostra grande e indefettibile Speranza, Cristo Risorto”.
Mentre in mattina il papa aveva ricevuto in udienza i membri del Sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina, affermando che in certe circostanze è difficile parlare di speranza: “Certamente, nell’attuale contesto storico non è facile parlare di speranza a voi e al popolo affidato alla vostra cura pastorale. Non è facile trovare parole di consolazione per le famiglie che hanno perso i propri cari in questa guerra insensata. Immagino lo sia anche per voi, che siete in contatto ogni giorno con le persone ferite nel cuore e nella carne. Malgrado questo, ricevo tante testimonianze di fede e di speranza da parte di uomini e donne del vostro popolo. Questo è segno della forza di Dio che si manifesta in mezzo alle macerie della distruzione”.
Ed ha mostrato vicinanza al popolo ucraino: “Sono consapevole che avete tante necessità da affrontare, sia nell’ambito ecclesiale sia in quello umanitario. Siete chiamati a servire Cristo in ogni persona ferita e angosciata, che si rivolge alle vostre comunità chiedendo un aiuto concreto.
Vi sono vicino, e tramite voi sono vicino a tutti i fedeli della vostra Chiesa. Rimaniamo uniti nell’unica fede e nell’unica speranza. La nostra comunione è un mistero grande: è comunione reale anche con tutti i fratelli e le sorelle la cui vita è stata strappata da questa terra ma è accolta in Dio. In Lui tutto vive e trova pienezza di senso”.
Papa Francesco ai salesiani: portate Cristo ai giovani
“Cari fratelli, non potendo purtroppo incontrarvi, vi mando questo messaggio in occasione del XXIX Capitolo Generale della Congregazione Salesiana, e anche del 150° anniversario della prima spedizione missionaria di don Bosco in Argentina. Saluto il nuovo Rettor Maggiore, don Fabio Attard, augurandogli buon lavoro, e ringrazio il card. Ángel Fernández Artime per il servizio che ha reso in questi anni all’Istituto e che offre ora alla Chiesa universale”: si apre così il messaggio di papa Francesco alla Congregazione salesiana che fino a sabato 12 aprile vive il XXIX Capitolo generale e celebra anche il 150° anniversario della prima spedizione missionaria di don Bosco in Argentina.
Dispiaciuto per non essere fisicamente presente per problemi di salute il papa ha sottolineato il valore del servizio ai giovani: “Avete scelto, come tema per i vostri lavori, il motto: ‘Salesiani appassionati di Gesù Cristo e consegnati ai giovani’. E’ un bel programma: essere ‘appassionati’ e ‘consegnati’, lasciarsi coinvolgere pienamente dall’amore del Signore e servire gli altri senza tenere nulla per sé, proprio come ha fatto, a suo tempo, il vostro Fondatore.
Anche se oggi, rispetto ad allora, le sfide da affrontare sono in parte cambiate, la fede e l’entusiasmo rimangono gli stessi, arricchiti di nuovi doni, come quello dell’interculturalità. Cari fratelli, vi ringrazio per il bene che fate in tutto il mondo e vi incoraggio a continuare con perseveranza”.
Inoltre papa Francesco ha scelto il tema per la Giornata mondiale di Preghiera per la Cura del Creato di quest’anno: ‘Semi di pace e di speranza’, che apre il Tempo del Creato, che è un’iniziativa ecumenica che si svolge dal 1° settembre al 4 ottobre.
Come sottolinea in un comunicato il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale: “il tema dell’edizione 2025, anno giubilare e del decimo anniversario della pubblicazione dell’Enciclica ‘Laudato sì’, è ‘pace con il creato’ e, come testo biblico di riferimento per questa iniziativa, è stato scelto Isaia 32,14-18. Come sottolineato nel magistero di Papa Francesco e dei suoi ultimi predecessori, il nesso tra pace e cura del creato è strettissimo.
Allo stesso modo è strettissimo il nesso tra guerra e violenza da una parte, e degrado della casa comune e spreco di risorse (distruzioni e armamenti) dall’altra. Il messaggio esorta alla preghiera affinché si creino le condizioni di pace, una pace duratura e costruita in comune, che susciti speranza. La metafora del seme indica la necessità di un impegno a lungo termine. Nel messaggio sono illustrate buone pratiche e semi di pace e di speranza provenienti dai diversi continenti”.
Da Ancona la proposta di mettersi all’ascolto della Croce
Per la festa di San Ciriaco, patrono dell’arcidiocesi di Ancona-Osimo e della città di Ancona, nel capoluogo marchigiano si è svolta la manifestazione ‘InCanto sulle vie di Francesco’: un’edizione speciale di una serie di eventi che da 11 anni si svolgono in Umbria e nel Centro Italia, percorrendo a piedi antichi percorsi francescani mentre i cori attendono i camminatori con esecuzioni canore.
Dal porto di Ancona è partito san Francesco per il Medio Oriente e al porto di Ancona è arrivato il patrono, san Ciriaco, come ha ricordato mons. Angelo Spina, arcivescovo di Ancona-Osimo: “Il suo corpo giunto da Gerusalemme ad Ancona 1606 anni fa, dono di Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio, è segno di una presenza viva e di una protezione costante della Città e dell’intera Arcidiocesi di Ancona-Osimo. Il dono del corpo del santo venuto da Gerusalemme unisce due mondi: oriente ed occidente. Ancona è la porta d’oriente e la via della pace. Oggi più che mai abbiamo bisogno di guardare a San Ciriaco perché i santi sono i campioni della fede e dell’amore e creano unione e non divisione”.
Brevemente ha raccontato la storia del santo: “La storia del santo, come sappiamo, ci rimanda alle vicende vissute a Gerusalemme, all’anno 326 dopo Cristo, quando Elena, madre dell’imperatore Costantino era alla ricerca della vera Croce di Cristo. Un certo Giuda, ebreo, sapeva dove era. Su invito pressante di Elena, Giuda svelò dove era nascosta la Croce, ci fu l’inventio crucis. Giuda si convertì, si fece battezzare e prese il nome di Kuryakos, Ciriaco, che tradotto significa ‘del Signore’. Fu vescovo di Gerusalemme e non esitò ad affrontare il martirio per rendere testimonianza della sua fede, sotto Giuliano l’Apostata, con la convinzione ferma che gli ‘uomini possono uccidere il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima’. Il martirio di san Ciriaco rimanda alla Croce”.
Riprendendo le parole di san Paolo l’arcivescovo di Ancona ha sottolineato che ‘la parola della croce è potenza di Dio’, secondo la definizione di san Paolo: “San Paolo considera la Croce come Parola! E’ un’espressione fortissima. La Croce parla. Oggi c’è un linguaggio sempre più aggressivo; un linguaggio superficiale, frettoloso, che non tiene conto della fase di ascolto. Il cammino sinodale che la Chiesa ha intrapreso invita tutti ad ascoltare e poi a parlare, per costruire la comunità e percorrere strade di unità e di comunione”.
E’ un invito all’ascolto della Croce: “A noi viene chiesto di metterci in ascolto della Croce. Perché la Croce parla! Purtroppo non tutti l’ascoltano! E’ lo stesso san Paolo a spiegarlo con un binomio irriducibile: ‘La parola della Croce è stoltezza per quelli che non credono, ma per noi è potenza di Dio’. Da una parte, questa parola è ‘stoltezza’; potremmo dire senza significato, senza logica. E se questa parola non ha sapore, non ha significato, non ha logica, tanto vale non sentirla. In altri passi, egli dirà che la croce per alcuni è «scandalo» che significa ostacolo, pietra d’inciampo”.
Il pensiero corre verso coloro che sono stati addossati dalle croci: “La parola di queste innumerevoli e tremende croci, se non ascoltata, semina conflitti e morte, e rende ‘cimitero’ la nostra terra e il ‘mare nostro’, come più volte ci ha ricordato papa Francesco. Gesù, con la sua morte sulla croce, ha portato nel mondo una speranza nuova e lo ha fatto alla maniera del ‘seme’. Si è fatto piccolo, come un chicco di grano: ha lasciato la sua gloria celeste per venire tra noi, è ‘caduto in terra’. Ma non bastava ancora. Per portare frutto Gesù ha vissuto l’amore fino in fondo, lasciandosi spezzare dalla morte come un seme si lascia spezzare sotto terra”.
Però dalla Croce è nata la speranza: “Guarda la Croce, guarda il Cristo Crocifisso e da lì ti arriverà la speranza che non sparisce più, quella che dura fino alla vita eterna. E questa speranza è germogliata proprio per la forza dell’amore: perché l’amore tutto spera, tutto sopporta, l’amore, che è la vita di Dio, ha rinnovato tutto ciò che ha raggiunto. Sulla croce Gesù ha trasformato il nostro peccato in perdono, il nostro odio in amore, la nostra paura in fiducia, la nostra morte in resurrezione”.
Ugualmente dalla croce scaturisce la pace: “Se dalla croce fiorisce la speranza è dalla croce che viene donata la vera pace, perché il Signore Gesù, nel suo gesto di amore infinito, sacrificando se stesso, ci riconcilia con Dio e tra di noi. Dà il via a una nuova umanità che guardando a lui mette fuori dalla porta del cuore e della propria casa l’individualismo, la superbia, l’invidia, la gelosia, l’aggressività; per coltivare la giustizia e, insieme, la solidarietà, la condivisione di gioie e fatiche, di sofferenze e speranze; per tendere al dono di sé e non al possesso egoistico”.
E’ un invito alla città portuale ad essere accogliente: “Ancona, con il porto, è per sua natura una città che accoglie. Nel tempo ha saputo costruire inclusione, reciprocità, pur nella fatica e nelle contraddizioni. Nel corso della storia le tante ferite, alcune dovute a calamità naturali di lontana memoria e recenti, non hanno mai fermato lo spirito di solidarietà e di inclusione sociale, con l’attenzione ai più bisognosi”.
E’ un invito ad accorgersi dei ‘poveri’: “In questo momento storico non possiamo distogliere lo sguardo da ciò che sta avvenendo nel mondo intero, con la più grande emergenza umanitaria. Così come non possiamo assistere inerti al rischio continuo che tante persone in questa città scivolino nuovamente e silenziosamente in povertà che speravamo superate per sempre: infatti, quando qualcuno bussa per la prima volta ai Centri di Ascolto delle nostre Caritas, si sono già consumate gran parte delle risposte di dignità e di intraprendenza personali”.
Ed ha proposto tre tappe per una nuova visione della città: “Come sarebbe auspicabile se, abbandonate le forme continue di lamentela, ci fosse una prima tappa per fare memoria della storia di carità e giustizia della nostra città. Una seconda tappa che guardi al presente, evidenziando le capacità e i talenti a servizio delle diverse condizioni di povertà. Una terza tappa rivolta al futuro, orientata allo sviluppo di pratiche di lotta alla povertà da realizzare con i poveri stessi”.
E’ una proposta di costruire relazioni sotto la guida di san Ciriaco: “Nella città c’è un desiderio latente, quasi una necessità, di ricostruire relazioni forti tra singoli, corpi sociali e istituzioni. Abbiamo una grande opportunità: prendersi a cuore gli ultimi, dando loro spazio e voce, è infatti quanto di più nobile e nobilitante ci sia per rimettersi insieme tra tanti soggetti diversi, senza polemiche e senza secondi fini. E’ possibile? La risposta è: ‘sì’, se ci lasciamo guidare dal nostro patrono, san Ciriaco, ad abbracciare la croce gloriosa di Cisto salvatore, la croce che parla ai nostri cuori, unica nostra speranza e nostra pace”.
(Foto: arcidiocesi di Ancona-Osimo)
Quinta Domenica di Quaresima: Gesù e la Nuova Alleanza
Il brano del Vangelo è un preludio alla passione e morte di Gesù; siamo ormai vicini alla festa di Pasqua. L’occasione è data da alcuni greci che chiedono di incontrare Gesù e si rivolgono ai discepoli. Li spinge forse la curiosità perché Gesù aveva risuscitato Lazzaro o perché pensavano di assistere a qualche miracolo. Gesù non si è incarnato per dare spettacolo di sé ma per rivelare all’uomo il senso vero della vita e quanto essa è preziosa al cospetto di Dio; questa nostra vita per la quale Gesù si è incarnato ed istituisce un’alleanza nuova con l’umanità, sancita a prezzo del suo sangue.
L’antica Alleanza era stata sancita tra Dio e Abramo; con Mosè era stata estesa a tutto il popolo ebreo e lo stesso Mosè ne aveva promulgato la legge: i dieci comandamenti, ‘osserva la mia legge, allora tu sarai il mio popolo, io sarò il tuo Dio’. L’Alleanza nuova, sancita da Gesù, è nuova perché scritta nel cuore dell’uomo: ‘Dio darà un cuore nuovo e uno spirito nuovo perché ogni uomo possa osservare la legge e i termini dell’alleanza’.
In questa dimensione acquista senso anche il soffrire, il patire: soffrire per il marito, per la moglie, per i figli, per il prossimo; soffrire a causa della giustizia, per la comunione, per la solidarietà, per il bene comune. Grazie alla nuova Alleanza Gesù diventa la vite e noi i tralci; Gesù è il Capo, noi le membra; Gesù è il buon pastore, noi le sue pecorelle. Un’Alleanza sancita con il sangue di Cristo in croce e non su due tavole di pietra; da qui l’espressione di Gesù: ‘Se il chicco di grano , caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto’.
Chi ama la propria vita e cerca solo di salvaguardarla, la perde; ma chi la perde in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Conoscere Gesù, cercare Gesù significa accettare e servire il suo progetto di amore; e Gesù aggiunge: laddove sono Io, là sarà anche il mio servitore e il Padre mio lo onorerà come onora me. L’invito di Gesù non mira a dover scegliere la sofferenza per la sofferenza, ma è invito a vivere, qualunque circostanza offra la vita, con amore vero: e Dio è amore.
Nel brano del Vangelo si evince che Gesù stava vivendo un momento cruciale e decisivo della sua vita; riconosce che ‘è venuta l’ora’ ed ha la certezza di quello che succederà: ‘Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me’: anche i pagani siano essi greci o romani. Però se il chicco di grano non muore non può diventare una rigogliosa spiga. Sul capo di Gesù si addensano: l’ora delle tenebre e l’ora della luce, l’ora del Padre e l’ora dei nemici. Dal cielo allora arriva una voce: ‘L’ho glorificato e lo glorificherò ancora’, è la voce del Padre.
Alla folla presente Gesù chiarisce: ‘Questa voce non è venuta per me ma per voi’. L’ora di Cristo Gesù segna la nascita di un mondo nuovo; dalla croce scaturirà la vita eterna per i credenti. Il cristianesimo, come vedi, non è una recita da teatro, ma è operare ogni giorno la guarigione o rinascita che si effettua con la purificazione del cuore. Quei Greci del Vangelo avevano chiesto: possiamo vedere Gesù?
Questo Gesù, ieri come oggi, anche se non fisicamente, è presente tra di noi: è presente nella Parola di Dio; è presente nei fratelli piccoli o grandi, sofferenti nel corpo o nello spirito, è presente nell’assemblea; è presente nell’Eucaristia: ‘Prendete e mangiate, questo è il mio corpo’. Oggi è facile incontrare Gesù: bisogna solo avere fede, fede viva. Bisogna vedere quale Gesù vogliamo vedere: se un Gesù, frutto di fantasia, come Erode e rimase deluso; o il Gesù inviato dal Padre: quel Gesù che ‘pur essendo Dio, imparò l’ubbidienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna’.
Amico, forse ti fa paura la croce o ti spaventa il sacrificio; dimentichi che non si sale senza sforzo, non si raccoglie il frutto senza prima gettare il seme. Abbi fiducia nel Signore; dice infatti Gesù alla samaritana: ‘Chi beve di quest’acqua tornerà ad aver sete, ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà sete in eterno’. A me, a te la scelta con l’aiuto di Dio, ma ricordati sempre che la croce esprime sempre: amore, servizio, dono di sé senza riserve; solo essa è l’albero della vita.
XV Domenica Tempo Ordinario: Dio è il divino seminatore
Papa Francesco al Sermig: l’arsenale della pace è un segno di Dio
A 10 anni dalla morte del card. Carlo Maria Martini
A fine agosto sono trascorsi 10 anni dalla morte del card. Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002 e cardinale (funzione alla quale fu chiamato nel 1983 da Giovanni Paolo II), fine biblista e teologo. Fu stimato pastore fra e dei suoi fedeli al punto che, nel 1983, fu scelto dai militanti ancora liberi di Prima Linea per la consegna delle armi ancora in loro disponibilità (kalashnikov, mitra, pistole, munizioni e bombe per bazooka).
XI Domenica: La logica di Dio e la logica dell’uomo
Terminato il periodo pasquale, si rientra nel tempo ordinario e la Liturgia ci invita a riflettere sulla natura del Regno dei cieli, istituito da Cristo Gesù, frutto dell’Alleanza Nuova tra Dio e l’uomo. Creato da Cristo e sigillato dal suo sangue in croce, la Chiesa o Regno di Dio, Gesù la raffigura ad un seme gettato sul terreno; un seme destinato, vuoi o non vuoi, a diventare albero e a produrre frutti: l’iter di crescita non dipende tanto dall’uomo quanto dall’amore misericordioso di Dio.






























