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Caritas italiana certifica che gli italiani sono sempre più poveri
“Il Report statistico di Caritas Italiana ci aiuta proprio a riconoscere quali ferite stanno diventando strutturali, quali legami si stanno assottigliando, quali domande bussano alle nostre parrocchie e ai nostri servizi chiedendo anzitutto di essere ascoltate e accompagnate. Ma ci invita anche ad avere il coraggio di pronunciare una parola pubblica sulle cause profonde che generano povertà, esclusione e disuguaglianze”: così il direttore della Caritas italiana, don Marco Pagniello, nei giorni scorsi ha presentato il Rapporto sulla situazione del Paese.
Dal Rapporto si evince che nello scorso anno sono state 282.539 le persone accompagnate, 3.520 i servizi attivi, 206 le diocesi coinvolte nella rilevazione: “Il segno di una Chiesa aperta, capace di intercettare il bisogno dentro la trama ordinaria dei territori. Anche la crescita dei presìdi parrocchiali ci dice che la povertà non è lontana, non è confinata, non è delegabile. E’ dentro i quartieri, accanto alle famiglie, nelle pieghe della nostra vita comune. Ed è proprio lì che scegliamo di incontrarla”.
Il rapporto della Caritas ha individuato tre dimensioni, di cui la più preoccupante è la durata della povertà: “L’aumento rispetto al 2024 è contenuto, pari al +1,7%, ma nell’ultimo decennio le persone accompagnate sono cresciute del 48%. Soprattutto, cresce la quota delle storie di lungo periodo: il 28,1% è seguito da almeno cinque anni e il numero medio di incontri annui per persona sale a 8,7.
Non siamo, dunque, davanti a una povertà episodica, ma a vulnerabilità che si sedimentano e chiedono tempi più lunghi, percorsi più pazienti, risposte più profonde. Quando quasi tre persone su dieci restano dentro un disagio che dura a lungo, l’emergenza ha già cambiato nome ed è diventata condizione ordinaria”.
L’altra dimensione riguarda il lavoro: “La povertà economica coinvolge il 78,1% degli assistiti e i problemi occupazionali il 44,2%, ma il dato che più interroga è quel 24% di persone occupate tra coloro che chiedono aiuto. In dieci anni gli occupati seguiti da Caritas sono quasi raddoppiati in termini di incidenza; nello stesso tempo, le famiglie con minori restano il 52% del totale e oltre due terzi degli assistiti possiedono un titolo di studio pari o inferiore alla scuola secondaria di primo grado. Il lavoro, insomma, non coincide più automaticamente con la possibilità di una vita dignitosa”.
Di conseguenza la terza dimensione riguarda le fragilità: “La vulnerabilità abitativa riguarda il 34,9% delle persone accompagnate; la fragilità sanitaria il 16,1%; gli over 65 sono il 15,4%; quasi un assistito su tre vive da solo. Tra le persone con fragilità sanitaria, quasi sei su dieci cumulano tre o più ambiti di bisogno, e quando è presente una sofferenza mentale la quota sale al 78,7%. Povertà, salute, casa, solitudine non sono capitoli separati, ma dimensioni di una stessa frattura che attraversa il Paese”.
Nello scorso anno la Caritas ha accompagnato 282.539 persone, numero che corrisponde ad altrettanti nuclei familiari poiché l’intervento mira sempre a rispondere ai bisogni dell’intero nucleo: è il livello più elevato di tutti gli anni dei report effettuati dalla Caritas, tantoché rispetto al 2024 c’è una crescita del +1,7%. Quindi in 10 anni il numero di persone accompagnate è cresciuto del +48%.
L’incremento più consistente si registra nel Nord Italia (+61,8) ed il numero medio di assistiti per centro si attesta intorno a 80 persone, in lieve calo rispetto al 2024 (83 persone), una diminuzione dovuta ad una maggiore diffusione territoriale dei punti di ascolto parrocchiali che dimostrano un progressivo rafforzamento del welfare di prossimità. Il Nord concentra la quota più elevata di persone accompagnate dalla rete Caritas e registra anche il carico medio più alto per servizio: quasi 100 assistiti per centro, con punte di 150 in Liguria e 106 in Piemonte-Valle d’Aosta.
Nel Mezzogiorno e nel Centro il numero medio di utenti per struttura risulta invece più contenuto (rispettivamente 72,8 e 65,5), pur con alcune eccezioni significative come la Calabria (116,9), la Sardegna (108,7) e la Campania (95), dove i livelli di presa in carico si attestano su valori superiori alla media delle rispettive aree. Complessivamente l’aiuto della rete Caritas ha raggiunto circa il 6 per mille dei nuclei familiari residenti in Italia e circa il 12% delle famiglie in povertà assoluta.
Le famiglie con figli continuano a rappresentare il nucleo principale della domanda di aiuto: il 52% ha figli minori, pari a circa 147mila nuclei ai quali corrisponde un numero almeno equivalente di bambini e ragazzi in ristrettezza economica supportati dalla rete Caritas. L’età media delle persone aiutate sale a 48 anni (era 46 due anni fa). Tra gli italiani raggiunge i 55 anni, mentre tra gli stranieri si ferma a 43. Particolarmente significativa la crescita degli anziani: gli over 65 rappresentano oggi il 15,4% del totale, contro il 7,7% di dieci anni fa: +191% in termini assoluti.
Diversamente dal passato, poi, il lavoro non è più un antidoto sufficiente contro la povertà: quasi la metà degli assistiti risulta disoccupata (47,3%), ma il 24% ha un lavoro, che però non garantisce risorse sufficienti per vivere dignitosamente. E’ il lavoro povero, che coinvolge soprattutto le fasce centrali dell’età lavorativa ( 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni). Dieci anni fa gli occupati rappresentavano appena il 13,3% degli assistiti.
Accanto ai problemi economici, ci sono quelli relativi alla casa, alla salute, alla solitudine: nel 2025 il 55,6% delle persone accompagnate cumula almeno due ambiti di bisogno, il 30,6% tre o più. Questo dimostra quanto la povertà sia un fenomeno multidimensionale, come emerge anche dalla varietà di interventi della rete Caritas. Inoltre nella ‘classifica’ degli interventi, al secondo posto dopo le erogazioni di beni e servizi materiali, c’è quello dell’alloggio: nel 2025 la vulnerabilità abitativa coinvolge infatti il 34,9% delle persone seguite (era il 33% nel 2024): il 23,1% vive condizioni di grave esclusione abitativa (senza casa, senza tetto o in sistemazioni di emergenza), mentre l’11,8% fatica a sostenere i costi dell’abitazione tra affitti, utenze e spese domestiche. La grave esclusione abitativa è più alta nel Nord-Est (31,5%), mentre le difficoltà di gestione della casa risultano più diffuse nelle Isole (16,4%) e nel Nord-Ovest (14,9%).
Molto richiesto anche l’aiuto sanitario: anche curarsi per molti è difficile, se non impossibile: nello scorso anno il 16,1% degli assistiti (oltre 44.000 persone) presenta una fragilità sanitaria legata a malattie croniche, disabilità, problemi di salute mentale o condizioni di salute aggravate dalla povertà e dall’esclusione sociale. Numeri particolarmente alti in Basilicata, dove la quota raggiunge il 32,1%.
Tra le persone accompagnate da Caritas nel 2025, quasi una su tre (32,9%) vive da sola, a fronte di un’incidenza nazionale del 19,9% e con una crescita di quasi il 10% rispetto a 10 anni fa (23,8%). La solitudine dilaga nel nostro Paese e colpisce pesantemente, accompagnandosi spesso a una crescita dei bisogni. In termini assoluti, le persone sole che si sono rivolte ai Centri di ascolto sono aumentate del 74,9%, a fronte del 48% dell’utenza complessiva.
Anche la solitudine è una fragilità multidimensionale: riguarda infatti spesso persone anziane (54,3 anni l’età media, contro i 48 anni dell’utenza complessiva), più frequentemente separate, divorziate o vedove e spesso con redditi molto bassi. Oltre un terzo (35,2%) presenta infatti un Isee inferiore ad € 3.000 e meno di un quinto (17,9%) ha un’occupazione.
Il dato più significativo riguarda l’accumulo delle difficoltà: quasi 6 persone sole su 10 (59,9%) sperimentano forme di povertà multipla, una quota più che doppia rispetto a chi vive in nuclei con due o più componenti (28%). Alle difficoltà economiche si associano infatti più frequentemente problemi sanitari, abitativi e di autonomia personale.
Don Dante Carraro racconta l’impegno del CUAMM in Africa
“La vostra opera, svolta dove il bisogno è più acuto e dove la povertà costituisce una pesante limitazione nella vita e della vita stessa, si arricchisce di un significato ulteriore (un grande significato, oggi) per la visione che esprime, che reca e che esprime, in contrasto con le guerre, con le volontà di potenza nazionali, con gli egoismi alimentati da paure e da nuove chiusure”: con queste parole il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, a Padova aveva ricordato il 75^ anniversario della fondazione del Collegio Universitario Aspiranti e Medici Missionari (CUAMM).
Nell’intervento aveva anche ricordato che era stato Aldo Moro a firmare il decreto con il quale riconosceva il CUAMM come prima ong italiana in campo sanitario: “Ogni passo in avanti è stato in qualche modo intravisto, anticipato dalla generosità dei medici del Cuamm, degli operatori, dei loro sostenitori. Un ponte di enorme valore. L’investimento in Africa, per il suo sviluppo è di primario rilievo per la nostra Europa: il futuro dei due Continenti e dei loro popoli è necessariamente e sempre di più fortemente connesso.
Il Piano Mattei è un avanzamento nel percorso, un foro operativo di coinvolgimento e di collaborazione. E’ importante, in questi giorni, l’autorevole presenza italiana al G20 di Johannesburg e alla conferenza in Angola tra l’Unione europea e l’Unione africana. Il Cuamm è stato apripista. La solidarietà genera fiducia. E’ un antidoto alla rassegnazione, all’indifferenza”.
Mentre il direttore del CUAMM, don Dante Carraro, avevs ricordato le ‘sfide’ di quest’anno: “Lo scorso anno, all’Annual meeting di Torino, abbiamo lanciato una grande sfida: costruire una Scuola per infermieri e ostetriche a Bossangoa, un’area rurale della Repubblica Centrafricana, a 80 km dalla capitale. Pochi giorni fa, ero lì e l’abbiamo inaugurata, insieme alle autorità locali. E’ stata una grande festa, un bel traguardo. La prossima settimana i primi 30 studenti centrafricani inizieranno le lezioni, è l’inizio di un nuovo futuro per ciascuno di loro . Ma l’Africa è grande e i bisogni che ci interpellano sono tanti.
La sfida che accogliamo e rilanciamo per il 2026 si chiama Nekemte, in Etiopia. Un’area che ha accolto quasi 150.000 sfollati. Un sistema sanitario al collasso, un ospedale che straripa di pazienti, una struttura fatiscente. È qui che vogliamo dare una mano e fare la nostra parte. Ed è questo l’impegno che presentiamo al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e all’Italia intera. E’ il nostro modo concreto di dare forma a quel ‘continente verticale’ che il Presidente, in tante occasioni, ci ha invitato a immaginare e sognare. Grazie a chi vorrà essere con noi!”
Per questo nel gennaio dello scorso anno aveva lanciato un appello affinché il ‘Piano Mattei’ non restasse una cornice ‘vuota’: “Auspichiamo che il ‘Piano Mattei’ non rimanga una cornice vuota, ma sia fatto di interventi concreti. Finalmente l’Africa diventa un interlocutore riconosciuto con cui progettare un futuro comune, non soltanto una minaccia di cui aver paura. Ci piacerebbe che chi ha il potere di indirizzare le politiche future avesse il coraggio di scelte radicali, guidate dalla consapevolezza che siamo davvero tutti ‘sulla stessa barca’, come dice papa Francesco, e che il bene e il ‘ben-essere’ del prossimo, vicino e lontano, ci riguarda tutti”.
Allora l’Africa ha bisogno di un piano ‘Mattei’?
“L’Africa è un grande continente, con tante potenzialità e speranze. La proposta del Governo italiano, con il Piano Mattei ha, come primo merito, quello di riportare l’Africa al centro dell’attenzione. Le risorse previste sono cospicue (€ 3.000.000.000 dal Fondo per il clima, € 700.000.000/800.000.000 dal Fondo rotativo oltre ad una quota a dono). Gli ambiti di intervento, che vanno dall’istruzione, all’agricoltura, dall’energia, all’acqua fino a quello che ci sta più a cuore, la salute, sono di fondamentale importanza. In questi ambiti, ogni aiuto è prezioso. La speranza è che si arrivi presto ai fatti e che il ‘Piano Mattei’ non rimanga un’azione isolata”.
In quale modo è possibile rilanciare la cooperazione con gli Stati africani?
“Pensiamo che, innanzitutto, siano indispensabili due atteggiamenti: l’ascolto e il dialogo, a tutti i livelli. Accettare la sfida di operare in contesti fragilissimi, come quelli africani, richiede il rispetto di quella realtà, e forse anche di più: richiede di volerle bene, benché imperfetta, faticosa, talvolta surreale per i nostri parametri. Richiede di sapersi mettere nei panni del tuo interlocutore, di guadare la realtà con i suoi occhi per cooperare insieme”.
Quanto è importante il ruolo delle Ong per rilanciare la cooperazione?
E’ fondamentale. Esiste una cooperazione che parte dall’alto e va verso il basso, ‘top-down’ ed una cooperazione che parte dal basso, ‘bottom-up’. Come Cuamm crediamo molto a questa seconda prospettiva: si parte dai problemi concreti, dalle situazioni reali, dal quotidiano. E’ questo il ruolo delle Ong. È il nostro stile che si sintetizza in quel ‘con l’Africa’. Indica un camminare insieme alle popolazioni africane, in un continuo scambio reciproco”.
E’ possibile aiutarli a ‘casa loro’?
“Da oltre 70 anni, il Cuamm cerca di aiutare gli africani proprio lì dove sono nati, prendendosi cura della loro salute e investendo molto nella formazione delle risorse umane locali. La stragrande maggioranza di chi scappa, fugge dalla fame, dalla miseria, dalla paura. Il nostro impegno è quello di contribuire a un cammino di liberazione, accompagnarlo, gettare un seme. Dobbiamo investire con più forza e sinergia nel continente africano. I giovani che incontriamo ogni giorno ci chiedono di credere in loro, cercano una dignità spesso umiliata, chiedono formazione per costruire un futuro, lì nel proprio paese”.
Quali sono le ‘strategie’ per una ‘crescita comune’?
“Partire dai bisogni reali della gente, raccogliere dati e analizzarli in modo scientifico, per trovare risposte efficaci e realizzabili in contesti a poche risorse. E’ fondamentale il coinvolgimento non solo dei Governi e della classe dirigente, ma anche delle comunità e della società civile. Ma non ci sono ricette uguali per tutti. Un esempio? Il nostro impegno in Uganda. In questo paese abbiamo iniziato nel 1958. Nei primi due decenni potevamo contare su una quarantina di volontari tutti espatriati. Ora abbiamo solo medici ugandesi ed un italiano. Nel paese c’è una relativa stabilità e la gente è fiduciosa, crede nel futuro”.
Quale è l’impegno del Cuamm negli stati africani?
“Oggi il Cuamm è impegnato in otto paesi dell’Africa sub-Sahariana (Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania e Uganda), in 21 ospedali, 124 distretti, oltre 860 strutture sanitarie, 4 scuole per infermieri ed una università. ‘Paesi fragili’ ed ‘ultimo miglio’ sono le scelte prioritarie. Interveniamo a tutti i livelli del sistema sanitario, negli ospedali, nei centri di salute e nelle comunità, per la salute delle fasce più deboli della popolazione, le mamme e i bambini. Ma ci occupiamo anche di grandi endemie come malaria, Tb e Hiv/Aids, di malattie non trasmissibili. Molto importante è la formazione del personale locale a vari livelli, nelle scuole per infermieri e ostetriche, nelle università e on the job”.
(Tratto da Aci Stampa)
Audizione della FISH: coerenza tra LEA, Progetto di Vita e assistenza protesica
Si è svolta nelle settimane scorse alla XII Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati, l’audizione informale sull’Atto n. 370, relativo alle modifiche al Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 12 gennaio 2017. L’audizione ha riguardato il provvedimento di aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che definiscono le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a garantire a tutte le cittadine e a tutti i cittadini, gratuitamente o con il pagamento di un ticket.
Nell’intervento, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) ha ribadito la necessità di un cambio di paradigma che metta al centro la dignità della persona, superando un approccio meramente prestazionale. In particolare, la Federazione ha sottolineato l’importanza che il decreto contenga richiami espliciti alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e al decreto legislativo n. 62/2024, al fine di garantire la coerenza tra LEA, valutazione multidimensionale e progetto di vita individuale.
FISH ha chiesto il riconoscimento di reali margini di flessibilità nella prescrizione e nell’erogazione degli ausili, anche in deroga agli elenchi standard, qualora la valutazione multidimensionale evidenzi bisogni complessi. Per gli ausili ad alta personalizzazione, la Federazione propone la sottrazione, o una forte limitazione, delle procedure di gara, privilegiando modalità di fornitura che garantiscano qualità, adattabilità e libertà di scelta, elementi essenziali per l’efficacia degli interventi.
E’ stata, inoltre, sollecitata una revisione dei tempi minimi di rinnovo degli ausili, affinché siano coerenti con l’usura reale dei dispositivi e con l’evoluzione dei bisogni delle persone nel tempo, come ha sottolineato il presidente della FISH Vincenzo Falabella: “Non stiamo chiedendo semplici concessioni tecniche, ma il riconoscimento del diritto a vivere una vita autonoma. L’aggiornamento dei LEA non può restare un esercizio burocratico o un’operazione di pura compensazione della spesa.
Gli ausili non sono una merce, sono il mezzo che permette a una persona con disabilità di studiare, lavorare e partecipare attivamente alla società. Se vogliamo davvero parlare di inclusione, il Servizio Sanitario deve parlare la lingua del ‘Progetto di Vita’, garantendo che la tecnologia sia al servizio delle persone”.
Un ulteriore profilo di criticità che è stato evidenziato riguarda la determinazione delle tariffe delle prestazioni protesiche e ortopediche. Tariffe non correlate ai costi reali di produzione rischiano di compromettere la qualità delle prestazioni e di ridurre l’offerta sul territorio. In tal senso assume rilievo la sentenza del TAR Lazio n. 16400/2025, che ha chiarito la necessità di fondare la determinazione tariffaria su istruttorie adeguate e sui costi effettivi di produzione, in coerenza con l’art. 8-sexies del d.lgs. 502/1992. Tale orientamento deve costituire un riferimento imprescindibile per l’aggiornamento dei LEA e del nomenclatore tariffario, evitando un trasferimento indiretto dei costi sulle famiglie.
La Federazione ha anche richiesto l’attivazione di un monitoraggio specifico dell’assistenza protesica e degli ausili nell’ambito del sistema di verifica dei LEA, con una lettura degli esiti orientata a valutare la reale accessibilità e fruizione delle prestazioni, in particolare da parte delle persone con bisogni complessi.
Infine, FISH ha ribadito la necessità di un cambio di metodo: il coinvolgimento delle associazioni rappresentative delle persone con disabilità deve essere strutturale e continuativo nei processi di aggiornamento degli elenchi, delle tariffe e delle modalità di erogazione. Solo il contributo diretto di chi vive quotidianamente la disabilità può rendere le norme realmente efficaci, appropriate e coerenti con i diritti delle persone.
Papa Leone XIV invita a non trascurare sanità e sicurezza
“Apprezzo molto l’argomento che avete scelto per il vostro incontro di quest’anno: Healthcare for All. Sustainability and Equity. Esso è di grande importanza, sia per l’attualità, sia dal punto di vista simbolico. Infatti, in un mondo lacerato da conflitti, che assorbono enormi risorse economiche, tecnologiche e organizzative per produrre armi e altri dispositivi bellici, è quanto mai significativo dedicare tempo, forze e competenze per tutelare la vita e la salute”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, ricordando che in un mondo lacerato dai conflitti è necessario dedicare ogni sforzo alla tutela della vita.
Per questo ha raccomandato un approccio globale, perché la salute si costruisce integrando tutte le dimensioni sociali ed attraverso la pratica del bene comune: “Un primo aspetto che desidero sottolineare è il legame tra la salute di tutti e la salute di ciascuno. La pandemia del Covid-19 ce l’ha dimostrato in modo talvolta brutale. E’ apparso evidente quanto la reciprocità e l’interdipendenza stiano alla base della nostra salute e della vita stessa”.
Anche per il papa occorre individuare precise strategie sanitarie per la tutela della salute: “Lo studio di tale interdipendenza richiede il dialogo tra diversi saperi: la medicina, la politica, l’etica, il management e altri; come in un mosaico, la cui riuscita dipende sia dalla scelta delle tessere sia dalla loro combinazione. Infatti, a proposito dei sistemi sanitari e della salute pubblica, si tratta da una parte di comprendere i fenomeni e dall’altra di individuare azioni politiche, sociali e tecnologiche che riguardano la famiglia, il lavoro, l’ambiente e l’intera società”.
Questa tutela richiede responsabilità: “La nostra responsabilità quindi risiede, oltre che nel prendere provvedimenti per trattare le malattie e garantire equità nell’accesso alle cure, anche nel riconoscere come la salute sia influenzata e promossa da un insieme di fattori, e ciò chiede di essere esaminato e affrontato nella sua complessità”.
Ed ecco l’importanza della prevenzione: “Incontriamo qui il tema della prevenzione, che pure comporta una prospettiva ampia: le situazioni in cui le comunità vivono, che sono frutto di politiche sociali e ambientali, producono un impatto sulla salute e sulla vita delle persone. Quando esaminiamo la speranza di vita, e di vita in salute, in diversi Paesi e in diversi gruppi sociali, scopriamo enormi disuguaglianze. Esse dipendono da variabili come, ad esempio, il livello di retribuzione, il titolo di studio, il quartiere di residenza”.
Quindi causa della mancata prevenzione è anche la guerra: “E purtroppo oggi non possiamo tralasciare le guerre, che coinvolgono strutture civili, inclusi gli ospedali, e costituiscono il più assurdo attentato che la mano stessa dell’uomo rivolge contro la vita e la salute pubblica. Spesso si afferma che la vita e la salute sono valori ugualmente fondamentali per tutti, ma tale affermazione risulta ipocrita se al contempo ci si disinteressa delle cause strutturali e delle scelte operative che determinano le diseguaglianze. Nonostante le dichiarazioni e i proclami, nei fatti non tutte le vite sono ugualmente rispettate e la salute non è tutelata né promossa per tutti nello stesso modo”.
In questo contesto la nozione di ‘One health’, promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità come un approccio multidisciplinare, integrato e globale, rappresenta una strada da perseguire per uno sviluppo equilibrato: “Ci può essere di aiuto la nozione di ‘One health’, come base per un approccio globale, multidisciplinare e integrato alle questioni sanitarie. Essa sottolinea la dimensione ambientale e l’interdipendenza delle molteplici forme di vita e dei fattori ecologici che ne consentono lo sviluppo equilibrato. E’ importante crescere nella consapevolezza che la vita umana è incomprensibile e insostenibile senza le altre creature”.
Tale ‘nozione’ permette l’integrazione della sanità nella vita: “Tradotto in termini di azione pubblica, One health richiede l’integrazione della dimensione sanitaria in tutte le politiche (trasporti, alloggi, agricoltura, occupazione, educazione, e così via), nella consapevolezza che la salute tocca tutte le dimensioni della vita. Abbiamo dunque bisogno di rendere più solide la nostra comprensione e la nostra pratica del bene comune, perché non venga trascurato sotto la pressione di interessi particolari, individuali e nazionali”.
Quindi il bene comune ha bisogno di relazioni per non essere astrazione: “Il bene comune, che costituisce uno dei principi fondamentali del pensiero sociale della Chiesa, rischia di rimanere una nozione astratta e irrilevante se non riconosciamo che esso affonda le sue radici nella pratica concreta delle relazioni di prossimità tra le persone e dei legami vissuti tra i cittadini. E’ questo il terreno su cui può crescere una cultura democratica che favorisce la partecipazione ed è capace di coniugare efficienza, solidarietà e giustizia”.
Solo attraverso la cura delle relazioni si potrà sviluppare una fiducia nella sanità: “Occorre recuperare il collegamento con l’atteggiamento fondamentale della cura come sostegno e vicinanza all’altro, non solo perché si trova in situazione di bisogno o di malattia, ma perché condivide una condizione esistenziale di vulnerabilità, che accomuna tutti gli esseri umani. Solo così saremo in grado di sviluppare sistemi sanitari più efficaci e più sostenibili, in grado di soddisfare i bisogni di salute in un mondo dalle risorse limitate e di ripristinare la fiducia nella medicina e negli operatori sanitari, malgrado la disinformazione e lo scetticismo nei confronti della scienza”.
Mentre, ricevendo i prefetti il papa ha ricordato la similitudine tra il vescovo ed il prefetto: “Tale parentela storica contrassegna tutt’oggi la vostra missione, volta a servire lo Stato garantendo l’ordine pubblico e la sicurezza di tutti i cittadini. Specialmente il nostro tempo, segnato da conflitti e tensioni internazionali, evidenzia l’importanza di tutelare il bene comune, che è irriducibile ad aspetti materiali, giacché riguarda anzitutto il patrimonio morale e spirituale della Repubblica italiana”.
La ‘vigilanza’è a tutela dei cittadini: “Questi valori trovano nella civile convivenza la migliore condizione per diffondersi e progredire. Vigilando sulla concordia sociale, il Prefetto contribuisce a tutelare il presupposto irrinunciabile della libertà e dei diritti dei cittadini. Tutta la popolazione beneficia di questo servizio, soprattutto le fasce più deboli. Infatti, quando lo spazio civico è libero da disordini, i poveri trovano più agevolmente accoglienza, gli anziani sperimentano maggiore tranquillità, migliorano i servizi destinati alle famiglie, ai malati e ai giovani, favorendo uno sguardo più fiducioso sul futuro”.
Quindi per mantenere l’ordine è necessaria la lucidità della mente: “Sapete bene quale disciplina interiore sia richiesta per governare e promuovere l’ordine del proprio pensiero, prima che quello della Repubblica; appunto per questo, servire la Nazione significa dedicarsi con mente limpida e coscienza integra alla collettività, cioè al bene comune del popolo italiano. In tal senso, l’alta carica che ricoprite esige una duplice testimonianza.
La prima si realizza nella collaborazione tra i diversi organi e livelli amministrativi dello Stato; la seconda si attua connettendo responsabilità professionale e condotta di vita, come esempio di dedizione dato ai vostri concittadini, specialmente alle nuove generazioni. In proposito, auspico che la vostra autorevolezza contribuisca a migliorare il volto della burocrazia, cooperando a rendere sempre più virtuosa la cura della società”.
Senza dimenticare la solidarietà: “Specialmente in situazioni d’emergenza, davanti a calamità o pericoli, il vostro ruolo permette di esprimere al meglio i valori di solidarietà, coraggio e giustizia che onorano la Repubblica italiana. Lo spessore etico del vostro servizio contraddistingue inoltre le sfide portate dalle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, oggi applicate anche nella pubblica amministrazione. Questi strumenti vanno attentamente governati non solo a tutela dei dati personali, ma a beneficio di tutti, senza requisizioni elitarie”.
(Foto: Santa Sede)
Concerto di Natale 2025 della Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS
La Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS, presieduta da Monsignor Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario di Sua Santità Papa Francesco, organizza anche quest’anno il tradizionale Concerto di Natale, un evento che unisce arte, musica e spiritualità. Il Concerto si terrà giovedì 11 dicembre alle ore 18:30 presso il Santuario di Santa Maria delle Grazie al Trionfale, a Roma, Piazza Santa Maria delle Grazie 5.
L’esecuzione sarà affidata alla Banda Musicale del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, diretta dal Maestro Donato Di Martile, con la partecipazione del soprano Minji Kang e del tenore Luca Vissani. La serata sarà presentata dalla conduttrice televisiva Claudia Conte. La combinazione di musica, immagini suggestive e narrazione spirituale trasformerà il Concerto in un momento di forte emozione, capace di toccare profondamente il cuore dei partecipanti.
Questa iniziativa si inserisce nell’impegno della Fondazione a favore dei bambini poveri e ammalati e delle donne vittime di violenza, promuovendo una cultura della solidarietà, della cura e dell’inclusione sociale. Il Concerto di Natale diventa così un momento di unione tra la comunità, gli amici, i sostenitori e tutte le persone che credono nella forza trasformativa dell’amore. Tra le opere promosse dalla Fondazione vi sono: l’Orfanotrofio “Oasi della Pietà”: una vera e propria “Casa della dignità” per 300 bambini. Dotata di una scuola di cucina di altissimo livello gestita dallo Chef internazionale Francesco Mazzei, garantisce educazione, affetto e competenze professionali per un futuro sereno.
Il Progetto Ospedale “Bambino Gesù del Cairo”: un faro di eccellenza sanitaria per le mamme e i bambini più bisognosi, in partnership con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. La Rete Solidale “Fratello”: una catena di solidarietà che, nel 2024, ha distribuito oltre 35.000 pasti, un pilastro fondamentale per il sostegno alimentare delle comunità più povere. Le Cliniche Mobili “Salus”: sanità su ruote che raggiunge le regioni più remote, garantendo assistenza sanitaria pediatrica gratuita in collaborazione con il Policlinico Gemelli e l’Ospedale Bambino Gesù.
La Casa della Speranza, in Italia: un rifugio sicuro per donne vittime di violenza e tratta, un autentico percorso di rinascita con supporto psicologico, medico e legale.
La Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS esprime una profonda gratitudine alle Istituzioni, alle Autorità, ai Soci e a tutte le persone che prenderanno parte al Concerto, contribuendo a realizzare un evento non solo musicale e artistico, ma autenticamente spirituale ed emotivamente coinvolgente, capace di sensibilizzare, educare e trasmettere la bellezza della solidarietà a chi soffre.
Khulna: tra fragilità e speranza
Le Suore Blu accanto ai più vulnerabili grazie al sostegno della Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Ribera. A Khulna, la terza città più popolosa del Bangladesh, centinaia di persone vulnerabili trovano ogni giorno cure, ascolto e sostegno grazie al Progetto Dispensario delle “Suore Blu”. In una realtà in cui il 40% degli abitanti vive sotto la soglia di povertà, un quinto della popolazione risiede in baraccopoli prive di servizi essenziali e soggette a frequenti inondazioni, e l’82% delle famiglie più povere non ha accesso ad acqua potabile sicura, la presenza delle religiose rappresenta un presidio indispensabile.
Le fragilità sociali si intrecciano con una situazione sanitaria complessa: solo nell’ultimo anno si contano 3.850 ricoveri per dengue e 23 decessi, mentre malnutrizione, tubercolosi, malattie respiratorie e diabete continuano a colpire soprattutto chi non può permettersi cure adeguate. È in questo contesto che si inserisce il sostegno della Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Ribera, che permette alle Suore Blu, di offrire cure mediche, assistenza sociale e accompagnamento umano a bambini con disabilità, anziani soli, malati cronici e persone con disturbi psichici.
«Ill vostro sostegno ci permette di curare tante persone che da sole non ce la farebbero. Il Signore vi ricompensi: vi assicuriamo la nostra preghiera per ciascuno di voi», afferma Suor Maria Teresa, referente del progetto.. Le consacrate, che appartengono al Movimento contemplativo missionario di Charles De Foucauld, assicurano cure continuative ai malati di tubercolosi, assistenza a bambini con disabilità o epilessia, supporto a persone con disturbi psichici, monitoraggio e terapie per pazienti affetti da diabete e malattie croniche, accompagnamento umano e materiale agli anziani soli.
Il loro servizio nasce da un autentico dono di sé e abnegazione, vissuto nel silenzio e nella fedeltà quotidiana. Le consacrate si fanno prossime agli ultimi con semplicità evangelica, assumendo le sofferenze e condividendo la vita di chi soffre. Lo testimonia anche l’esperienza personale di recente vissuta da Suor Maria Teresa: «Mi sono contagiata di Dengue… È stata dura, ma piano piano ci riprenderemo». Parole che rivelano una comunione concreta con la fragilità delle persone affidate al loro servizio.
Nel Progetto Dispensario di Khulna la cura del singolo non si limita all’aspetto medico ma diventa ascolto, vicinanza, dignità restituita. È profonda carità cristiana. «Ogni paziente ha una storia che merita cura, attenzione e rispetto», ricorda Suor Maria Teresa. Ogni incontro diventa così un impegno concreto che genera speranza, dignità e la certezza di non essere soli nei momenti più fragili.
Accanto all’assistenza medica, le consacrate coltivano quotidianamente fraternità e dialogo interreligioso, collaborando con famiglie musulmane e induiste del quartiere. Nel messaggio rivolto ai partecipanti all’incontro interreligioso in Bangladesh (6–12 settembre 2025), Papa Leone XIV ha ricordato: «Insieme, quali compagni nel dialogo interreligioso, siamo come giardinieri che si prendono cura di questo campo della fraternità, aiutando a mantenere fertile il dialogo ed eliminare le erbacce del pregiudizio».
Parole che trovano riscontro nell’operato quotidiano delle Suore Blu: una presenza silenziosa e tenace che, giorno dopo giorno, costruisce ponti, ricuce ferite sociali e trasforma la fragilità in occasione di incontro e di pace.
Da 192 anni, la Società di San Vincenzo De Paoli è accanto agli ultimi: oggi oltre 12.000 soci e volontari raggiungono più di 30.000 famiglie – più di 100.000 persone – in tutta Italia. Li incontrano nelle case, negli ospedali, nelle carceri, nelle strade, portando non solo aiuti materiali ma soprattutto ascolto, rispetto e amicizia. Nascono così legami di fiducia e di speranza.
È in questa visione che si radica l’alleanza tra la Società di San Vincenzo De Paoli e le Suore Blu: un patto di carità che diventa presenza nei luoghi dove ci si sente abbandonati per restituire futuro a chi ha più bisogno.
(Foto: Società San Vincenzo de Paoli)
Papa Leone XIV invita gli operatori sanitari a prendersi cura del malato
“Estendo i miei migliori auguri di preghiera a tutti i partecipanti al Congresso Internazionale intitolato ‘IA e Medicina: la sfida della dignità umana’. In particolare, vorrei esprimere la mia gratitudine e il mio apprezzamento per l’argomento che avete scelto di trattare”: nel messaggio ai partecipanti al Congresso Internazionale organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita e dalla Federazione Internazionale delle Associazioni Mediche Cattoliche (FIAMC sul tema ‘Intelligenza Artificiale e Medicina: la sfida della dignità umana’, in programma fino a mercoledì 12 novembre papa Leone XIV ha messo in guardia dai pericoli dei progressi tecnologici.
‘AI e Medicina. La sfida della Dignità Umana’ è il tema del Congresso internazionale; per questo il papa ha sottolineato l’importante ruolo della tecnologia: “La rivoluzione digitale sta giocando un ruolo centrale nel plasmare quello che papa Francesco ha definito un ‘cambiamento epocale’. Stiamo attualmente assistendo ad un’epoca di nuovi progressi tecnologici paragonabili per certi aspetti alla Rivoluzione Industriale, ma più pervasivi”.
Infatti si sta assistendo ad un cambiamento del pensiero influenzato dai ‘progressi tecnologici’: “Influenzano profondamente il nostro modo di pensare, alterando la nostra comprensione delle situazioni e il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri. Attualmente interagiamo con le macchine come se fossero interlocutori, diventando quasi una loro estensione. In questo senso, non solo corriamo il rischio di perdere di vista i volti delle persone che ci circondano, ma anche di dimenticare come riconoscere e apprezzare tutto ciò che è veramente umano”.
Però al contempo è necessario garantire la dignità umana: “Non c’è dubbio che lo sviluppo tecnologico abbia portato, e continui a portare, benefici significativi all’umanità, in particolare nei campi della medicina e della salute. Per garantire un vero progresso, è fondamentale che la dignità umana e il bene comune rimangano priorità assolute per tutti, sia singoli individui che enti pubblici”.
Quindi per tutelare questa garanzia occorre utilizzare la tecnologia nel migliore dei modi: “E’ facile riconoscere il potenziale distruttivo della tecnologia e persino della ricerca medica quando vengono messe al servizio di ideologie antiumane. In questo senso, gli eventi storici rappresentano un monito: gli strumenti a nostra disposizione oggi sono ancora più potenti e possono produrre un effetto ancora più devastante sulla vita degli individui e dei popoli. Tuttavia, se sfruttati e posti al vero servizio della persona umana, questi effetti possono anche essere trasformativi e benefici”.
Ecco il motivo per cui è importante l’impegno degli operatori sanitari per la cura, come aveva sottolineato nelle dichiarazioni del Dicastero per la dottrina della fede ‘Dignitas Infinita’ ed ‘Antiqua et Nova’: “Da questo punto di vista, considero di grande importanza il vostro impegno nell’esplorazione del potenziale dell’Intelligenza Artificiale (IA) in medicina. La fragilità della condizione umana si manifesta spesso nel campo della medicina, ma non dobbiamo mai dimenticare la ‘dignità ontologica che appartiene alla persona in quanto tale per il solo fatto di esistere ed essere voluta, creata e amata da Dio’.
Proprio per questo, ‘gli operatori sanitari hanno la vocazione e la responsabilità di essere custodi e servitori della vita umana’, soprattutto nelle sue fasi più vulnerabili. Lo stesso si può dire di coloro che sono responsabili dell’uso dell’IA in questo campo. Infatti, quanto più è fragile la vita umana, tanto maggiore è la nobiltà richiesta a coloro a cui è affidata la sua cura”.
Perciò l’assistenza segna l’insostituibilità delle relazioni: “L’obiettivo di fornire assistenza alle persone sottolinea la natura insostituibile delle relazioni umane in questo contesto. La professionalità medica, infatti, richiede non solo le necessarie competenze specifiche, ma anche la capacità di comunicare e di essere vicini agli altri. Non può mai ridursi alla mera risoluzione di un problema”.
Per questo la tecnologia non può sminuire la relazione: “Allo stesso modo, i dispositivi tecnologici non devono mai sminuire la relazione personale tra pazienti e operatori sanitari. Infatti, se l’IA deve essere al servizio della dignità umana e dell’efficace erogazione dell’assistenza sanitaria, dobbiamo garantire che essa migliori realmente sia le relazioni interpersonali sia l’assistenza fornita”.
Infine ha concluso auspicando la collaborazione tra i vari enti che operano nel settore sanitario: “Considerati gli enormi interessi economici spesso in gioco nei campi della medicina e della tecnologia, e la conseguente lotta per il controllo, è essenziale promuovere un’ampia collaborazione tra tutti coloro che operano nel settore sanitario e in politica, che si estenda ben oltre i confini nazionali”.
Ed aprendo il convegno il prof. Bernard Ars, presidente della FIAMC, ha sostenuto che “l’IA è certamente un ottimo ausilio tecnico per la medicina. Tuttavia, di fronte alla sua innegabile potenza, il medico non può rimanere affascinato, ma deve pensare e far vedere che l’essere umano non è l’oggetto di un problema da risolvere, ma una realtà ricca e profonda, che va avvicinata attraverso e in un rapporto accogliente con la sua esperienza. L’A.I. deve rimanere al servizio del paziente!”
Mentre mons. Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha sottolineato che “insieme alla Federazione Internazionale dei Medici Cattolici, riteniamo di poter offrire un momento significativo di conoscenza, di approfondimento, di confronto, per affrontare queste nuove sfide che l’intelligenza artificiale sta rappresentando nel campo della medicina e della sanità”.
Papa Francesco: nella malattia Dio non ci lascia soli
“Il Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima ci presenta l’episodio della donna colta in adulterio. Mentre gli scribi e i farisei vogliono lapidarla, Gesù restituisce a questa donna la bellezza perduta: lei è caduta nella polvere; Gesù su quella polvere passa il suo dito e scrive per lei una storia nuova: è il ‘dito di Dio’, che salva i suoi figli e li libera dal male”: mentre mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del dicastero per l’Evangelizzazione, sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione nel Mondo, leggeva le prime parole dell’Angelus scritte da papa Francesco, egli è apparso in piazza san Pietro salutando i presenti al giubileo dei malati e della sanità, ringraziando per le preghiere.
Prima della recita dell’Angelus papa Francesco ha ricordato la cura che si deve agli ammalati: “Carissimi, come durante il ricovero, anche ora nella convalescenza sento il ‘dito di Dio’ e sperimento la sua carezza premurosa. Nel giorno del Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità, chiedo al Signore che questo tocco del suo amore raggiunga coloro che soffrono e incoraggi chi si prende cura di loro”.
Inoltre ha chiesto di pregare per tutti coloro che lavorano nella sanità: “E prego per i medici, gli infermieri e gli operatori sanitari, che non sempre sono aiutati a lavorare in condizioni adeguate e, talvolta, sono perfino vittime di aggressioni. La loro missione non è facile e va sostenuta e rispettata. Auspico che si investano le risorse necessarie per le cure e per la ricerca, perché i sistemi sanitari siano inclusivi e attenti ai più fragili e ai più poveri”.
Infine ha pregato per la pace nel mondo: “Continuiamo a pregare per la pace: nella martoriata Ucraina, colpita da attacchi che provocano molte vittime civili, tra cui tanti bambini. E lo stesso accade a Gaza, dove le persone sono ridotte a vivere in condizioni inimmaginabili, senza tetto, senza cibo, senza acqua pulita. Tacciano le armi e si riprenda il dialogo; siano liberati tutti gli ostaggi e si soccorra la popolazione.
Preghiamo per la pace in tutto il Medio Oriente; in Sudan e Sud Sudan; nella Repubblica Democratica del Congo; in Myanmar, duramente provato anche dal terremoto; e ad Haiti, dove infuria la violenza, che alcuni giorni fa ha ucciso due religiose”.
Nella celebrazione eucaristica l’omelia del papa, letta da mons. Fisichella, è stato sottolineato la novità di Dio: “Sono le parole che Dio, attraverso il profeta Isaia, rivolge al popolo d’Israele in esilio a Babilonia. Per gli Israeliti è un momento difficile, sembra che tutto sia andato perduto. Gerusalemme è stata conquistata e devastata dai soldati del re Nabucodonosor II e al popolo, deportato, non è rimasto nulla. L’orizzonte appare chiuso, il futuro oscuro, ogni speranza vanificata. Tutto potrebbe indurre gli esuli a lasciarsi andare, a rassegnarsi amaramente, a sentirsi non più benedetti da Dio”.
In tale situazione c’è l’invito a vedere la novità: “Eppure, proprio in questo contesto, l’invito del Signore è a cogliere qualcosa di nuovo che sta nascendo. Non una cosa che avverrà in futuro, ma che già accade, che sta spuntando come un germoglio. Di che si tratta? Cosa può nascere, anzi cosa può essere già germogliato in un panorama desolato e disperato come questo?”
E’ la nascita di un popolo: “Quello che sta nascendo è un popolo nuovo. Un popolo che, crollate le false sicurezze del passato, ha scoperto ciò che è essenziale: restare uniti e camminare insieme nella luce del Signore. Un popolo che potrà ricostruire Gerusalemme perché, lontano dalla Città santa, con il tempio ormai distrutto, senza più poter celebrare solenni liturgie, ha imparato a incontrare il Signore in un altro modo: nella conversione del cuore, nel praticare il diritto e la giustizia, nel prendersi cura di chi è povero e bisognoso, nelle opere di misericordia”.
Ugualmente avviene nel Vangelo: “Pure qui c’è una persona, una donna, la cui vita è distrutta: non da un esilio geografico, ma da una condanna morale. E’ una peccatrice, e perciò lontana dalla legge e condannata all’ostracismo e alla morte. Anche per lei sembra non ci sia più speranza. Ma Dio non l’abbandona. Anzi, proprio quando già i suoi aguzzini stringono le pietre nelle mani, proprio lì, Gesù entra nella sua vita, la difende e la sottrae alla loro violenza, dandole la possibilità di cominciare un’esistenza nuova”.
Quindi le letture di questa domenica quaresimale indicano la necessità di porre la fiducia in Dio: “Con questi racconti drammatici e commoventi, la liturgia ci invita oggi a rinnovare, nel cammino Quaresimale, la fiducia in Dio, che è sempre presente vicino a noi per salvarci. Non c’è esilio, né violenza, né peccato, né alcun’altra realtà della vita che possa impedirgli di stare alla nostra porta e di bussare, pronto ad entrare non appena glielo permettiamo. Anzi, specialmente quando le prove si fanno più dure, la sua grazia e il suo amore ci stringono ancora più forte per risollevarci”.
Questo è vero anche nei momenti di malattia: “Sorelle e fratelli, noi leggiamo questi testi mentre celebriamo il Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità, e certamente la malattia è una delle prove più difficili e dure della vita, in cui tocchiamo con mano quanto siamo fragili. Essa può arrivare a farci sentire come il popolo in esilio, o come la donna del Vangelo: privi di speranza per il futuro.
Ma non è così. Anche in questi momenti, Dio non ci lascia soli e, se ci abbandoniamo a Lui, proprio là dove le nostre forze vengono meno, possiamo sperimentare la consolazione della sua presenza. Egli stesso, fatto uomo, ha voluto condividere in tutto la nostra debolezza e sa bene che cos’è il patire. Perciò a Lui possiamo dire e affidare il nostro dolore, sicuri di trovare compassione, vicinanza e tenerezza”.
E la malattia si può trasformare in un ‘luogo santo’: “Ma non solo. Nel suo amore fiducioso, infatti, Egli ci coinvolge perché possiamo diventare a nostra volta, gli uni per gli altri, ‘angeli’, messaggeri della sua presenza, al punto che spesso, sia per chi soffre sia per chi assiste, il letto di un malato si può trasformare in un ‘luogo santo’ di salvezza e di redenzione”.
Poi si è rivolto ai medici ringraziando per le cure offerte ai malati: “Cari medici, infermieri e membri del personale sanitario, mentre vi prendete cura dei vostri pazienti, specialmente dei più fragili, il Signore vi offre l’opportunità di rinnovare continuamente la vostra vita, nutrendola di gratitudine, di misericordia, di speranza.
Vi chiama a illuminarla con l’umile consapevolezza che nulla è scontato e che tutto è dono di Dio; ad alimentarla con quell’umanità che si sperimenta quando, lasciate cadere le apparenze, resta ciò che conta: i piccoli e grandi gesti dell’amore. Permettete che la presenza dei malati entri come un dono nella vostra esistenza, per guarire il vostro cuore, purificandolo da tutto ciò che non è carità e riscaldandolo con il fuoco ardente e dolce della compassione”.
Un ultimo pensiero è stato rivolto agli ammalati, che possono sperimentare la misericordia di Dio: “Con voi, poi, carissimi fratelli e sorelle malati, in questo momento della mia vita condivido molto: l’esperienza dell’infermità, di sentirci deboli, di dipendere dagli altri in tante cose, di aver bisogno di sostegno. Non è sempre facile, però è una scuola in cui impariamo ogni giorno ad amare e a lasciarci amare, senza pretendere e senza respingere, senza rimpiangere e senza disperare, grati a Dio e ai fratelli per il bene che riceviamo, abbandonati e fiduciosi per quello che ancora deve venire.
La camera dell’ospedale e il letto dell’infermità possono essere luoghi in cui sentire la voce del Signore che dice anche a noi: ‘Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?’ E così rinnovare e rafforzare la fede”.
L’omelia è stata conclusa con un pensiero di papa Benedetto XVI, che ha sperimentato la malattia: “Benedetto XVI (che ci ha dato una bellissima testimonianza di serenità nel tempo della sua malattia) ha scritto che ‘la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza’ e che ‘una società che non riesce ad accettare i sofferenti… è una società crudele e disumana’. E’ vero: affrontare insieme la sofferenza ci rende più umani e condividere il dolore è una tappa importante di ogni cammino di santità”.
(Foto: Vatican Media)
Giornata mondiale dell’acqua: l’intervento di ‘Azione contro la fame’ per garantire acqua potabile
L’acqua è vita, ma per milioni di persone nel mondo resta un lusso inaccessibile. Oggi, una persona su 4 non ha accesso all’acqua potabile. In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, ‘Azione Contro la Fame’ riporta storie di chi ogni giorno affronta questa emergenza nel mondo: senza acqua non c’è futuro.
I raccolti appassiscono, il bestiame muore, il cibo diventa un lusso. Queste alcune delle disastrose conseguenze della mancanza di acqua, l’ingrediente invisibile di ogni pasto che nutre il suolo, regola il clima e mantiene in vita gli ecosistemi. Quando il cibo scarseggia, i prezzi salgono, lasciando milioni di persone, soprattutto bambini, senza un pasto garantito.
Tra le cause principali di questa situazione ci sono i cambiamenti climatici, che alterano i modelli di precipitazioni e accrescono la frequenza di siccità e alluvioni. Inoltre, la scarsità d’acqua potabile è aggravata dai conflitti armati, che distruggono le infrastrutture idriche, e dall’inquinamento ambientale.
Il 27% dei decessi di bambini di età inferiore ai cinque anni è direttamente collegato a gravi malattie prevenibili trasmesse dall’acqua contaminata. In zone di conflitto, i bambini hanno una probabilità 20 volte maggiore di morire a causa di malattie legate all’acqua non sicura rispetto alle violenze dirette della guerra. Colera, dissenteria e infezioni intestinali non solo mettono in pericolo la vita, ma impediscono al corpo di assorbire i nutrienti, portando a uno stato di malnutrizione acuta.
L’impatto delle carenze idriche non si limita alla salute. In molte regioni del mondo, sono le donne e le bambine a farsi carico della raccolta dell’acqua, percorrendo chilometri ogni giorno per raggiungere fonti spesso contaminate. Questo significa meno tempo per studiare, meno opportunità di lavorare, più fatica fisica e più rischi. Inoltre, la mancanza di bagni adeguati e acqua nelle scuole costringe molte ragazze a interrompere la frequenza scolastica dopo l’arrivo del ciclo mestruale. Un ostacolo in più, ancora del tutto reale, in molti paesi del mondo.
‘Azione Contro la Fame’ è attiva in situazioni di emergenza, come conflitti e disastri naturali, dove interviene rapidamente per alleviare le sofferenze, fornendo nutrizione, acqua potabile e assistenza sanitaria. Parallelamente, l’organizzazione implementa progetti di sviluppo che puntano a rafforzare le capacità locali e a garantire la sostenibilità, contribuendo alla ricostruzione e al miglioramento delle condizioni di vita a lungo termine delle comunità.
Per quanto riguarda l’acqua, le principali attività includono: riabilitazione e manutenzione delle fonti d’acqua: decontaminazione delle fonti non sicure e installazione di infrastrutture per garantire l’accesso all’acqua potabile; promozione dell’igiene: distribuzione di kit igienici e costruzione di latrine e stazioni per il lavaggio delle mani in comunità, scuole e centri sanitari; educazione sanitaria: formazione sull’igiene, fornendo informazioni ai genitori per prevenire le recidive della malnutrizione; coinvolgimento comunitario: organizzazione di team sanitari locali e comitati per l’acqua, composti da membri eletti della comunità, per promuovere la collaborazione locale.
Inoltre ‘Azione Contro la Fame’ ha fornito aiuto ad oltre 1.000.000 di persone a Gaza ed in Cisgiordania attraverso interventi emergenziali, distribuendo pasti e acqua potabile, sostenendo agricoltori e piccole imprese, incentivando la produzione locale di cibo e verdure fresche e garantendo la rimozione dei rifiuti solidi. Tuttavia, l’accesso all’acqua potabile rimane critico: il 62% della popolazione di Gaza, pari a 1.400.000 persone, dispone di meno di 6 litri d’acqua al giorno per persona, una quantità drammaticamente inferiore rispetto ai 75-90 litri utilizzati in una doccia di cinque minuti.
Oltre alla grave malnutrizione, la popolazione da più di un anno non ha accesso a cibo fresco e ad altri beni essenziali. La crisi idrica è aggravata dalla distruzione o dal danneggiamento del 67% delle strutture idriche e igienico-sanitarie. La maggior parte dei palestinesi consuma acqua inquinata e non sicura, mettendo a rischio la propria salute.
Nel Corno d’Africa si sta manifestando la peggiore siccità degli ultimi 70 anni. In Kenya più di 5 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e oltre 1 milione di bambini soffre di malnutrizione acuta. Habiba, madre di tre figli, ogni giorno era costretta a svegliarsi molto presto e a camminare per chilometri per raggiungere la fonte più vicina. A causa della difficoltà di accedere a cibo e ad acqua pulita, i suoi tre bambini si trovavano sull’orlo della malnutrizione.
E la situazione si ripete in tutto il Kenya. La vita di Habiba è cambiata da quando, nei pressi della sua abitazione, ‘Azione Contro la Fame’ ha installato un distributore automatico di acqua che funziona ad energia solare: lo Smart Water Tap. Il sistema sfrutta l’energia solare per purificare l’acqua, incanalarla dal sottosuolo e immagazzinarla in un serbatoio. La gestione è data interamente alla comunità, in modo da promuoverne l’autonomia.
Ernest Bikorimana Desire, 29 anni, è fuggito dal Burundi in seguito ai disordini civili e ha attraversato il confine con la Tanzania a piedi insieme ai suoi due figli, Mukunzi di quattro anni e Asiimwe di due. Arrivato in Uganda, si è stabilito nell’insediamento di rifugiati di Nakivale e ha iniziato a lavorare la terra per sopravvivere. Inizialmente, coltivava solo quanto bastava per sfamare la sua famiglia e arrotondava con lavori occasionali per la comunità ospitante, ma non era sufficiente: ‘Spesso ho lottato con la fame. Mi ero sposato da poco e guadagnavo a malapena per sfamare la mia famiglia’, racconta Ernest.
La svolta è arrivata quando si è unito a un’iniziativa agricola di ‘Azione Contro la Fame’ basata sul modello di utilizzo ottimizzato del terreno (Optimized Land Use Model – OLUM), che promuove l’uso efficiente delle risorse idriche per adattarsi ai cambiamenti climatici e migliorare la qualità delle coltivazioni. Grazie a un migliore sistema di irrigazione e alla raccolta dell’acqua piovana, Ernest ha iniziato a coltivare pomodori e cipolle. Alla fine dell’anno, il raccolto è stato abbondante: circa 3 tonnellate di cipolle per un guadagno di $ 1.350 e 1,1 tonnellate di pomodori, che gli hanno fruttato oltre 3.250 dollari.
Grazie a questi profitti, ha potuto acquistare una moto-taxi per spostarsi più velocemente e guadagnare qualcosa in più trasportando persone, mentre sua moglie ha aperto un piccolo negozio. Il suo prossimo obiettivo è comprare un tuk-tuk per facilitare la vendita dei prodotti agricoli. L’iniziativa di ‘Azione Contro la Fame’ ha trasformato la sua vita: oltre a garantirgli un reddito stabile, gli ha restituito speranza per il futuro.
La Giordania è il secondo paese al mondo per stress idrico. Il rapido aumento della popolazione e l’afflusso di rifugiati siriani hanno aggravato la crisi, facendo sì che la domanda di acqua superasse di gran lunga l’offerta. Azione Contro la Fame lavora per migliorare le condizioni di vita dei rifugiati e delle comunità ospitanti, promuovendo pratiche di conservazione dell’acqua e garantendo l’accesso ai servizi igienico-sanitari.
Nel campo profughi di Azraq, che ospita oltre 41.500 rifugiati siriani, la mancanza di acqua potabile è un’emergenza quotidiana, soprattutto nei mesi estivi, quando le temperature diventano insostenibili. Ikram, rifugiata siriana e volontaria comunitaria per ‘Azione Contro la Fame’, sensibilizza le donne del campo sull’importanza della conservazione dell’acqua e delle pratiche igieniche.
‘Azione Contro la Fame’ è un’organizzazione umanitaria internazionale impegnata a garantire a ogni persona il diritto a una vita libera dalla fame. Specialisti da 46 anni, prevediamo fame e malnutrizione, ne curiamo gli effetti e ne preveniamo le cause. Siamo in prima linea in 56 paesi del mondo per salvare la vita dei bambini malnutriti e rafforzare la resilienza delle famiglie con cibo, acqua, salute e formazione. Guidiamo con determinazione la lotta globale contro la fame, introducendo innovazioni che promuovono il progresso, lavorando in collaborazione con le comunità locali e mobilitando persone e governi per realizzare un cambiamento sostenibile. Ogni anno aiutiamo 21 milioni di persone.
Azione contro la Fame | www.azionecontrolafame.it
Persona, cura, dedizione e solidarietà: i quattro pilastri dell’ecosistema Gemelli
‘Persona, cura, dedizione e solidarietà sono i pilastri sui quali si fonda l’ecosistema Gemelli’, cui danno vita il Policlinico insieme alla Facoltà di Medicina e chirurgia: ‘un sistema integrato di condivisione ideale e competenza scientifica’: nel suo discorso inaugurale nella sede di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore il rettore Elena Beccalli ha proposto l’orizzonte ideale che fa del Gemelli ‘un punto di riferimento per la sanità nazionale’.
Nel suo discorso il rettore ha tratteggiato il ‘quadro difficile e articolato’ della sanità italiana: “La sanità è una questione nevralgica per il paese… Eppure, una sanità accessibile è una forma di “diritto di cittadinanza” riconosciuto dalla nostra Carta Costituzionale nell’articolo 32, che recita: ‘La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività’. Un principio che trova attuazione nel Servizio Sanitario Nazionale istituito nel 1978 proprio da una nostra laureata”,
Ed ha sottolineato l’importanza del Servizio sanitario: “Tina Anselmi, prima donna a ricoprire l’incarico di Ministro della Salute della Repubblica italiana. Un Servizio finemente definito dallo stesso Presidente Matterella «presidio insostituibile di unità del paese» e pertanto ‘un patrimonio prezioso da difendere ed adeguare’. Un diritto che dobbiamo salvaguardare con ancora maggiore tenacia di fronte alle forti disuguaglianze, alle laceranti polarizzazioni e alle crescenti povertà che sempre più riscontriamo nei nostri territori”.
Però ha sottolineato che il Servizio sanitario è ad un bivio: “Senza i giusti interventi, non certo semplici da individuare data la complessità delle questioni sanitarie, il rischio che ne consegue è un aumento delle già profonde divaricazioni presenti nella nostra società. Come sottolinea l’articolo che ricordavo, una riforma sistemica rappresenta l’unica via per garantire un’assistenza equa ed efficiente, preservando la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale”.
Ed ecco i quattro pilastri a cui l’Università Cattolica non può rinunciare: “Dunque, se dovessi riassumere l’orizzonte ideale verso il quale auspico debba rivolgersi la nostra azione, sarei propensa a utilizzare quattro termini: persona, cura, dedizione, solidarietà. Nelle attività del Policlinico presupposto imprescindibile è l’avere un’attenzione alla persona nella sua interezza, che può essere assicurata solo da una genuina vocazione alla cura di medici e operatori sanitari.
Tutto ciò deve avvenire, giorno dopo giorno, con quella dedizione che muove coloro che sono al servizio delle istituzioni nell’ottica di contribuire al bene comune. E, allo stesso tempo, con spirito di solidarietà, uno dei cardini della Dottrina sociale della Chiesa, cui il personale docente e sanitario è chiamato a ispirare il lavoro quotidiano per l’edificazione propria e di tutta la società”.
Da qui lo sviluppo di un piano per l’Africa: “Declinata in questo modo, la solidarietà diviene il presupposto principale per l’ideazione e l’attuazione del Piano Africa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si tratta di una struttura d’azione, in coerenza con l’indirizzo di apertura proprio di una Università che vuole essere la migliore per il mondo, con l’intento di porre il continente africano al cuore delle progettualità sanitarie, assistenziali, educative, di ricerca e di terza missione. In uno spirito di reciprocità con l’Africa, l’Ateneo intende diventare polo educativo dalla triplice finalità: formare medici in Africa, offrire ai giovani africani di seconda generazione opportunità di studio, integrare le esperienze di volontariato dei nostri studenti nei percorsi accademici”.
Il preside della Facoltà di Medicina e chirurgia, prof. Antonio Gasbarrini, ha sottolineato che “un aspetto cruciale del nostro operato risiede nella collaborazione costante con le istituzioni sanitarie, in particolare con la Regione Lazio, nostro principale committente in ambito sanitario pubblico, e con il ministero della Salute, che stabilisce le regole e crea le opportunità per garantire una sanità pubblica nazionale equa e accessibile…
Oltre al nostro ruolo nelle patologie elettive, infatti, stiamo sviluppando con entrambe le istituzioni, regionale e nazionale, politiche al servizio della cruciale rete dell’emergenza/urgenza, quella rete che rappresenta la colonna portante delle politiche sanitarie», «fondamentale per salvare vite, ridurre le complicanze e garantire la presa in carico integrata del paziente, dal primo intervento alla riabilitazione”.
All’inaugurazione dell’anno accademico è intervenuto anche il direttore di ‘Medici con l’Africa Cuamm’, organizzazione che da 75 anni è impegnata in Africa, don Dante Carraro: “Nel nostro nome è racchiuso lo stile che guida il nostro intervento: non ‘per’ ma ‘con’ l’Africa. Camminiamo a fianco delle popolazioni locali, all’interno del sistema sanitario cercando di esserne lievito, intervenendo in partnership con le autorità locali e partendo dai bisogni reali. Non caliamo interventi dall’alto, ma costruiamo insieme delle risposte che possano essere sostenibili e possano garantire futuro.
Ci stanno a cuore, soprattutto, le mamme e i bambini, fragili tra i fragili, specie nel momento del parto e nei primi mesi di vita. Infine, crediamo che una leva fondamentale di cambiamento sia l’investimento in formazione, dei giovani italiani e anche africani, per questo collaboriamo con 39 università italiane e con tanti partner di ricerca nel mondo, così da poter dare solidità al nostro intervento, perché siamo convinti che una medicina per i poveri, non debba essere una medicina povera”.
(Foto: Università Cattolica)




























